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Autore Topic: FRANCESCO BEI.  (Letto 21849 volte)
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« il: Agosto 29, 2010, 11:12:33 »

L'INTERVISTA

"Il porcellum non si può toccare l'espulsione di Gianfranco va avanti"

La Russa avverte che la riforma elettorale ora è uno "scenario pericoloso" per Berlusconi.

"Sono sempre stato una colomba. Su Montecarlo non ho detto niente e avrei potuto, ero il coordinatore di An"

di FRANCESCO BEI


ROMA - "Una nuova maggioranza per approvare una legge elettorale anti-Berlusconi è uno scenario pericoloso che non va sottovalutato". Ignazio La Russa mette in guardia il Pdl dal rischio che si apra una breccia per archiviare il Porcellum. Intanto però è lo scontro interno al Pdl la prima emergenza da affrontare.

Non è piaciuto il suo pugno di ferro contro i finiani. Persino Verdini e Cicchitto hanno preso le distanze da lei. Vuole schiacciare i suoi vecchi amici?
"Questo è veramente il colmo! Io sono stato sempre un pompiere e adesso passo per quello che vuole la guerra".

Non è così? Voi ex An avreste molto da perdere da una riconciliazione fra Berlusconi e Fini, no?
"L'ultimo a insistere con Fini quando ci fu la rottura fui proprio io. Conservo ancora gli sms di Bocchino e di Briguglio che mi ringraziano per l'intervento in Direzione. Poi, quando è cominciata la guerra, io e gli altri tre - Matteoli, Gasparri e Alemanno - non abbiamo mai partecipato agli attacchi extra-politici a Fini. E sì che qualche titolo per parlare di quella casa a Montecarlo l'avremmo pure avuto".

Cosa intende?
"All'epoca io ero il coordinatore di An. La Morte e Pontone avrebbero dovuto chiedermi di rinnovare il mandato a vendere la casa, un mandato che era scaduto nel 2005. E io glielo avrei sicuramente rinnovato. Adesso invece mi viene qualche sospetto sul perché non me l'abbiano chiesto".

Insomma, La Russa colomba?
"So io delle cose... Fini mi diceva peste e corna di Berlusconi, chiedendomi di riferire tutto al premier. Idem Berlusconi".

E lei?
"Muto, riferivo a entrambi solo le poche cose positive. Fini invece, quando ha riunito gli ex An per lo strappo finale, a noi quattro nemmeno ci ha invitato".

All'ufficio di presidenza che ha sancito l'incompatibilità di Fini con il Pdl c'era pure lei e ha votato il documento...
"Sì, ma tutti volevano chiudere la porta a chiave. L'unico emendamento approvato è stato quello proposto da me, che lasciava la porta socchiusa. Diceva di aggiungere che Fini "allo stato" era incompatibile. Capito?".

Poi però avete fornito a Berlusconi i numeri sbagliati, gli avete raccontato che i finiani sarebbero stati una dozzina.
"Falso! Noi contammo 31 ex An e quelli sono stati. Gli dicemmo pure che, se avesse attaccato Fini, avrebbe spinto molti a solidarizzare con lui. Così è stato. Per fortuna la mia previsione di 31 deputati l'ho messa per iscritto, ho le prove".

Adolfo Urso chiede che vi rimangiate l'espulsione. Loro, in cambio, rinuncerebbero ai gruppi autonomi. Si può fare?
"A volte i pontieri fanno più danni degli altri. Urso è in buona fede, ma come fa a dire certe cose? Se vado da Berlusconi a dirgli, come vuole Urso, che deve fare un "gesto riparatore" nei confronti di Fini lo sa come la prende?"

Non bene?
"Ma che acume... quello mi risponde "riparatore di che??"".

Quindi andrete avanti con la linea dura contro i ribelli?
"Non mi importa di passare per un duro. Li chiameremo uno ad uno e poi decideremo. Sbaglia chi vuole passare da un eccesso di intransigenza a un'assenza di chiarezza. Berlusconi oggi mi ha detto: vai pure avanti, ma attento a non farla passare per una provocazione".

Adesso si parla di legge elettorale, per voi è un tabù?
"La proposta di Bersani è del tutto strumentale. La sinistra sogna una legge che consenta a loro di vincere senza avere il consenso".

Ma se anche i finiani fossero disposti a discuterne?
"Il sospetto c'è, non siamo così sciocchi. È impossibile sommare forze alternative per fare un governo, ma una nuova maggioranza per una legge elettorale anti-Berlusconi è uno scenario pericoloso che non va sottovalutato".

(29 agosto 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/08/29/news/la_russa-6586875/
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« Risposta #1 il: Agosto 30, 2010, 04:49:04 »

LA VISITA DI GHEDDAFI

La predica irrita i cattolici del Pdl

Ma il Cavaliere: "E' solo folklore"

Alta tensione nel governo per le uscite stravaganti del leader libico.

In subbuglio l'ala cattolica, in imbarazzo gli altri, a partire dai leghisti.

Ma visti gli interessi economici in ballo, la parola d'ordine di Berlusconi è "non alzare polveroni"

di FRANCESCO BEI


ROMA - Alta tensione nel governo per le uscite stravaganti della Guida libica. In subbuglio l'ala cattolica, in imbarazzo gli altri, a partire dai leghisti. Ma visti gli interessi economici in ballo, la parola d'ordine del Cavaliere è "non alzare polveroni". "Le cose serie sono altre, lasciamo perdere il folklore". Ma è evidente che tutti si augurano che il "gradito ospite" se ne riparta senza far troppi danni il prima possibile. Lo stesso Berlusconi, che questa sera offrirà al Colonnello una cena insieme ad altri 800 invitati, ieri si è tenuto lontano dalla Capitale, lasciando che fosse il ministro Franco Frattini ad accollarsi l'arrivo di Gheddafi a Ciampino.

La linea di palazzo Chigi è dunque quella di minimizzare le frasi provocatorie del dittatore libico, cercando di spostare l'attenzione sui vantaggi per l'Italia di una visita comunque difficile da gestire dal punto di vista mediatico. "Le commesse che il governo ha concordato con i libici - spiegano nel governo - hanno aiutato le imprese italiane a fronteggiare la crisi. Gli italiani questo lo capiscono benissimo". Quanto agli eccessi dello scorso anno, gli uomini del premier sono certi che stavolta sarà tutto molto più sobrio: "L'anno scorso si chiudeva un rapporto storico, veniva archiviato il passato coloniale. Un'operazione enorme, che neppure la Francia ha fatto con l'Algeria. E Gheddafi
colse l'occasione per calcare un po' i toni, rivolto all'opinione pubblica dei paesi arabi e ai libici che lo seguivano dalla tv a casa. Stavolta è diverso, inoltre la parte ufficiale della visita durerà solo un giorno". C'è tuttavia anche la possibilità che questa sera Gheddafi inviti a sorpresa Berlusconi alle celebrazioni del primo settembre a Tripoli, per l'anniversario della "rivoluzione" (il colpo di stato militare) che rovesciò re Idris. A quel punto il premier non potrebbe sottrarsi, specie se l'invito sarà formulato in pubblico.

Ma la curvatura "islamica" che il Colonnello ha voluto dare alla sua visita mette a disagio i cattolici e rischia di creare qualche tensione con il Vaticano. Un rapporto, quello tra il governo e la Chiesa, che Gianni Letta cura da vicino, tanto da aver partecipato alla "Perdonanza" all'Aquila nonostante le contestazioni annunciate dei terremotati. Dal caso "Boffo" dello scorso anno quel fronte è sempre in cima alle preoccupazioni di palazzo Chigi e la predicazione coranica del Colonnello, nel cuore della città di San Pietro, scopre un nervo sensibile. Di fatti, nonostante la consegna del silenzio, gli esponenti del Pdl più vicini al mondo cattolico scalpitano. "Quello che più mi preoccupa - spiega Maurizio Lupi, reduce dal Meeting di Cl - è che ci stiamo abituando a questi show di Gheddafi, tanto che queste stupidaggini sull'Islam passano quasi in secondo piano. Bisognerebbe ricordargli che proprio la generosa accoglienza nei suoi confronti testimonia tutta la grandezza della cultura cristiana che è alla base dell'identità europea". Insomma, conclude il vicepresidente della Camera, "Gheddafi può dire quello che vuole, il governo non è in imbarazzo. Ma noi però possiamo anche giudicarlo e sarebbe bene che le sue prediche le andasse a fare da un'altra parte". Anche il sottosegretario Carlo Giovanardi mastica amaro: "Mentre Gheddafi può venire a dire a Roma quello che vuole, il Papa non può andare a Tripoli o in Arabia Saudita a fare altrettanto. È sgradevole". Giovanardi tuttavia fa una tara sulle uscite "folkloristiche" del leader libico: "Ha atteggiamenti stravaganti, ma anche il nostro benamato presidente Cossiga diceva ogni tanto cose che scandalizzavano".

C'è infine il problema della Lega Nord. Il corpaccione del Carroccio vorrebbe reagire e, come al solito, è il sulfureo Borghezio a dare voce al sentimento prevalente nella base lumbard. Se per Roberto Calderoli, visto il tragico precedente della t-shirt con le vignette su Maometto, il silenzio è comprensibile, a consigliare prudenza agli alti papaveri del Carroccio è invece la questione immigrazione. "Grazie ai libici - spiega una fonte - Maroni ha potuto bloccare gli sbarchi dei clandestini sulle coste italiane. Se li facciano arrabbiare quelli aprono i campi e si ricomincia con i gommoni nel canale di Sicilia". Insomma, la realpolitik, per una volta, impone anche ai leghisti di baciare il rospo e augurarsi che riparta in fretta.

(30 agosto 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/08/30/news/gheddafi_imbarazzo_pdl-6613045/
« Ultima modifica: Settembre 19, 2010, 06:27:19 da Admin » Loggato
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« Risposta #2 il: Settembre 09, 2010, 09:23:35 »

GOVERNO

Il patto dei 15 giorni fra Silvio e Umberto "Maggioranza senza finiani o si vota"

L'ipotesi di un baratto tra il premier e Fli: "Tempo in cambio dello scudo".

Tra le colombe compare Confalonieri: "Pensa alle aziende"

di FRANCESCO BEI


ROMA - Silvio Berlusconi è convinto stavolta di avere la mano giusta. L'ha anche detto al leader della Lega, Umberto Bossi, che insisteva per andare al voto già a fine novembre: "Umberto, mi servono altri quindici giorni di tempo ed è fatta". L'operazione a cui sta lavorando il Cavaliere (ma sono Denis Verdini e Ignazio la Russa a curare i dettagli) ha anche un nome, l'ha ribattezzata "maggioranza di responsabilità nazionale". E l'obiettivo è uno soltanto: fare a meno dell'apporto dei finiani. "Non permetto a nessuno di ricattarmi", ha ripetuto anche ieri il premier riferendosi al presidente della Camera.

Questa nuova maggioranza "politica" avrà il suo banco di prova il 28 settembre, quando Berlusconi esporrà il suo discorso programmatico in aula e si voterà una risoluzione d'appoggio al governo. E i finiani? "Se vorranno aggiungersi tanto meglio. Ma l'importante è che non siano determinanti". A Montecitorio il Pdl e la Lega, con i cespugli, partono da 307 deputati e Berlusconi è certo di poter conquistare altri dieci "ascari" per superare quota 316. Ma l'ipotesi delle elezioni anticipate è tutt'altro che tramontata. Lo dimostra la presenza di Claudio Scajola ieri sera all'ufficio di presidenza del Pdl. È stato il premier a chiedergli di tornare sulla scena, dopo le dimissioni da ministro, per affidargli la guida della macchina elettorale nel caso la situazione dovesse precipitare. La prospettiva delle urne resta in piedi infatti perché la Lega la ritiene ancora la strada non solo più lineare ma più vantaggiosa per sé. Se quindi, a fine settembre, il progetto di "nuova maggioranza di responsabilità nazionale" dovesse dimostrarsi un'illusione, a quel punto Berlusconi - lo ha garantito a Bossi - alzerebbe le braccia e si andrebbe al voto.

Nella galassia del presidente del Consiglio ci sono tuttavia anche pianeti che si muovono su orbite diverse e non necessariamente confliggenti. C'è anche chi, come Gianni Letta e i ministri di "Liberamente", spinge davvero per riallacciare un'intesa minima con il presidente della Camera. A partire dai contenuti. Tanto che ieri mattina proprio Letta ha sondato per telefono Gianfranco Fini prima della partenza di questi per il Canada. "Senti Gianfranco - gli ha chiesto il sottosegretario - ma davvero, come hai detto a Mirabello, voi votereste la mozione che presentiamo in Parlamento?". "Certo Gianni, lo confermo". "E uno scudo giudiziario per il presidente del Consiglio?". "Come ho già detto, lo votiamo sicuramente, a patto che non ci ripresentiate la norma transitoria sul processo breve". In parallelo all'operazione a cui il Cavaliere si sta dedicando per rendere "ininfluente" il gruppo di Fli, si profila dunque uno "scambio", favorito dalle colombe berlusconiane. I finiani hanno infatti bisogno di tempo per organizzarsi e sono favorevoli a lasciare che Berlusconi governi fino alla fine della legislatura. In cambio garantiscono appoggio sulla questione che sta a cuore al premier, quella dell'usbergo contro i processi milanesi.

Un'altra colomba - mentre Letta riferiva a Berlusconi della "disponibilità sincera" di Fini - ha volteggiato sopra palazzo Grazioli: Fedele Confalonieri. Toccando il tasto sensibile del Cavaliere, quello della difesa delle aziende. "Finché al governo restiamo noi stiamo tranquilli, le elezioni invece sono un rischio troppo grande. E se arrivasse un governo che ci aggredisce politicamente? Li hai sentiti no? Già riparlano di conflitto di interessi". Un argomento che ha fatto breccia.

Nella cerchia berlusconiana ci sono tuttavia due ministri di primo piano che non condividono fino in fondo questa frenata e sono più inclini a valutare i vantaggi di andare al voto. Il primo - Ignazio La Russa - per un motivo tattico, che ha illustrato anche ieri durante la riunione. È il timore che gli avversari del premier, finiani compresi, possano alla fine trovare un accordo e compiere "un blitz" sulla legge elettorale. L'altro ministro è Giulio Tremonti, che non a caso ieri è rimasto in silenzio mentre quasi tutti i membri dell'ufficio di presidenza chiedevano di arginare l'offensiva leghista sul voto. "Ogni volta che qualcuno di noi si esprimeva contro le elezioni - riferisce divertito uno dei partecipanti - Tremonti scuoteva la testa e bofonchiava tra di sé".

(09 settembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/09/09/news/patto_maggioranza-6887922/?ref=HREA-1
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« Risposta #3 il: Settembre 19, 2010, 06:27:54 »

IL RETROSCENA

"E' arrivato il soccorso rosso"

Il Cavaliere brinda alle liti Pd

Allo studio un mini-rimpasto per far posto ai centristi.

"Ero già sicuro di vincere se andiamo alle elezioni. Ma adesso...". Fitto verso lo Sviluppo

di FRANCESCO BEI



ROMA - Il fragile armistizio tra Berlusconi e Fini, quel filo di trattativa intorno a uno scudo antiprocessi per il premier, appare già compromesso. I toni del Cavaliere si fanno di nuovo accesi. Le contromisure dei finiani - esposti contro Mediaset, mozioni contro Minzolini e Masi - sono all'altezza della sfida. Ma c'è qualcosa che in questi giorni fa tornare il sorriso a Berlusconi. Qualcosa che rende meno rischioso immaginare, come gli chiedono i leghisti, di tornare al voto in primavera. Quel "qualcosa" è lo stato in cui si trova l'opposizione e in primo luogo il Partito democratico.

Venerdì è stata giornata di incontri per il premier a palazzo Grazioli, sono sfilati prima Angelino Alfano e Michela Vittoria Brambilla, poi i dissidenti toscani del Pdl che ce l'hanno con Verdini. A tutti il Cavaliere è apparso rilassato, a tratti persino divertito via via che Paolo Bonaiuti gli segnalava le agenzie sullo scontro interno al Pd. "Guarda - ha confessato ridendo a un ministro - mi sono dovuto stropicciare gli occhi perché non credevo a quello che stavo leggendo: sembrava una fiction!".

Berlusconi, racconta l'interlocutore, quasi non si capacitava di poter leggere, la prima volta dopo un'estate di "polemiche dissennate" dentro il Pdl, qualcosa che finalmente riguardasse anche i suoi avversari. "Ero sicuro di poter vincere le elezioni anche prima, ma adesso... meno male che è arrivato il soccorso rosso". L'ironia del Cavaliere è indice dell'ottimismo con il quale palazzo Chigi inizia a guardare all'appuntamento del 29 settembre, data del dibattito parlamentare sul discorso di Berlusconi (coincidente con il suo 74esimo compleanno). Maurizio Gasparri confida di essersi rivolto ad alcuni "autorevolissimi senatori del Pd" per farsi spiegare cosa stesse succedendo in casa loro: "Ormai la politica c'entra poco, sono solo risentimenti personali, mi hanno risposto. Loro c'hanno Veltroni, noi c'abbiamo Fini... i meccanismi sono gli stessi".

L'operazione del nuovo gruppo di siciliani che usciranno dall'Udc è a buon punto, tanto che il premier ieri non si è fatto alcun problema a pubblicizzarla dal palco de la Destra a Taormina. Così come è allo studio un mini-rimpasto per far posto al governo alla nuova componente centrista. Nulla è ancora stabilito, ma l'idea sarebbe quella di promuovere il pugliese Raffaele Fitto (caldeggiato da Gianni Letta) allo Sviluppo Economico, liberando così il ministero degli Affari regionali per un esponente cuffariano.

Il progetto, spiega chi in queste ore se ne sta occupando da vicino, è molto avanzato, anche se è destinato a entrare nella fase operativa solo dopo il dibattito del 29 settembre. In fondo Fitto, nello spolpamento del ministero seguito alle dimissioni di Scajola, ha già ottenuto una parte cospicua. Tramite la formula del cosiddetto "avvaliamento", palazzo Chigi si è preso da via Veneto ("se ne avvale") il Dipartimento per le politiche dello Sviluppo e lo ha, a sua volta, girato al ministro Fitto. Così come è sempre Fitto, in questi giorni, a preparare il "Piano Berlusconi" per il Sud. Senza contare che su di lui, a differenza di Paolo Romani, non gravano ombre di conflitto di interessi televisivo.

Se il Cavaliere può sperare di giocare la partita nazionale su un terreno meno accidentato, grazie anche alle divisioni interne al Pd e all'Udc, è invece in giro per l'Italia che il Pdl gli sta dando i grattacapi peggiori. Non c'è solo la situazione pirandelliana della Sicilia, dove il Pdl ormai ha partorito tre gruppi: finiani, berlusconiani e seguaci di Micciché. La concorrenza di Futuro e Libertà inizia a farsi sentire ovunque, a partire dalle regioni rosse fino al Veneto e alla Puglia. Ieri due consiglieri regionali Pdl delle Marche sono passati con Fini, mentre martedì in Toscana nasceranno simultaneamente gruppi consiliari Fli a Firenze, Prato, Pistoia, Siena, Arezzo, e nei consigli provinciali di Grosseto, Lucca e Pistoia. Nel Pdl toscano è iniziata la resa dei conti. Un gruppo di parlamentari ha chiesto conto a Berlusconi della gestione "dittatoriale" di Denis Verdini.

Due giorni fa si sono presentati a palazzo Grazioli Paolo Amato, Massimo Baldini, Deborah Bergamini, Alessio Bonciani e Roberto Tortoli per esporre al capo "la grande preoccupazione" per lo stato in cui versa il partito. "Per noi berlusconiani della prima ora - protestano - vedere questo scempio non è più tollerabile. Il Pdl in Toscana arretra a ogni elezione, la Lega va avanti. E adesso c'è anche la concorrenza degli uomini di Fini". Il Cavaliere, stando a quanto raccontano, avrebbe promesso loro un nuovo incontro a breve: "Datemi tempo fino al voto di settembre e poi rimetterò mano al partito anche nella vostra regione".

(19 settembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/09/19/news/il_cavaliere_brinda_alle_liti_pd-7215868/?ref=HRER2-1
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« Risposta #4 il: Settembre 27, 2010, 09:38:39 »


IL GOVERNO

Berlusconi non vuole arretrare "Non mi fido, ha sputtanato l'Italia"

Dopo il messaggio di Fini, le "colombe" spingono il Cavaliere alla tregua.

Lui è diviso tra la preoccupazione per i sondaggi e la voglia di rottura.

"Non posso lasciar correre quelle allusioni sulle società off-shore"

di FRANCESCO BEI


ROMA - Chiuso ad Arcore, Silvio Berlusconi ostenta indifferenza rispetto alle "rivelazioni" di Fini che hanno inchiodato al video tutto il mondo politico. I suoi riferiscono che abbia persino preferito guardarsi il suo Milan in tv. Poco credibile. La verità è che, nei pochi contatti telefonici con la prima linea del Pdl, il Cavaliere si è mostrato tranchant sui contenuti della versione di Fini: "Sulla casa non ha chiarito nulla, mi è sembrato incerto e impaurito". Quanto all'offerta del leader di Futuro e libertà di resettare tutto e riprendere "il confronto", il premier si mostra scettico. Perché "di uno così non c'è più da fidarsi". E soprattutto perché buona parte del suo intervento il presidente della Camera l'ha impiegato per attaccare il premier a testa bassa, senza fargli sconti su nulla. Né sulle società off-shore, né sull'etica pubblica e nemmeno su chi sarebbe il vero mandante di quei "faccendieri professionisti a spasso nel centroamerica" per fabbricare dossier farlocchi contro di lui. Una serie di accuse che a Berlusconi hanno di nuovo guastato l'umore, facendolo propendere per una guerra senza quartiere al suo avversario. "Non si può lasciare correre su cose inaccettabili - si è sfogato - come queste allusioni sulle società off-shore. Non si può far passare una libera inchiesta giornalistica, basata su fatti accertati e sulla quale io non c'entro nulla, per un'operazione di dossieraggio. Per di più sputtanando il Paese all'estero con la favola dei servizi segreti deviati. Oltretutto in questo caso i fatti, a quanto ammette lo stesso Fini, sono più che verosimili".

Insomma, il premier vede rosso e vorrebbe caricare. Ma c'è un "ma". Sarà pur vero, come dice Denis Verdini, che "se io avessi venduto un'immobile a una società off-shore senza sapere chi ci fosse dietro, mi avrebbero giustamente fatto un mazzo così. La sostanza della difesa di Fini è deboluccia". Tuttavia, al di là della casa di Montecarlo, un'offerta politica da parte del leader di Fli c'è stata e i consiglieri del premier l'hanno intesa benissimo. Lo testimoniano i toni più concilianti usati ieri sera da Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto e persino da Maurizio Gasparri. Mentre anche Paolo Bonaiuti, di fronte alle voci di un intervento parlamentare del premier tutto giocato all'attacco di Fini, si affretta a smentire: "Niente di più falso. Sarà un discorso tranquillo, rivolto a tutto il Parlamento. Che c'entra Fini?". Insomma, la strategia sembra essere quella di provare a trovare un filo per uscire dalla rissa continua. Nella consapevolezza che gli elettori - come dimostrano i sondaggi di Berlusconi, che danno un Pdl in calo per via dello scontro nella maggioranza - punirebbero tutti i contendenti.

Il Cavaliere insomma deve scegliere se dar retta alla pancia, che lo spingerebbe a finire un avversario in difficoltà, oppure alla ragione. Che gli suggerisce di provare a governare insieme ai finiani senza accollarsi il rischio del voto anticipato. Anche il capo dello Stato sembrerebbe aver apprezzato, nel discorso di Fini, i toni finali dell'appello, quell'invito a guardare avanti, all'interesse del Paese. Gaetano Quagliariello, uno dei più ascoltati alla corte di Silvio, la mette così: "Per noi oggi è una vittoria. Ma in politica bisogna saper vincere e non stravincere".

Dicono che Berlusconi non dirà una parola pubblica sul messaggio di Fini. Dicono che farà come dopo Mirabello, quando fece seguire allo strappo di Fini alla festa Tricolore un ostinato silenzio. Ma è certo che, già a partire da oggi, molti nel Pdl proveranno a convincerlo dell'utilità di un "agreement" con il presidente della Camera. Uno scambio basato sulla possibilità di approvare senza emendamenti il lodo Alfano costituzionale, garantendogli una corsia preferenziale al riparo da agguati politici. Ma la pancia conta, eccome. Daniela Santanché, che su questa vicenda interpreta l'umore del Cavaliere meglio di tanti altri, dopo aver ascoltato il video spara senza pietà: "Fini chiede a Berlusconi di fermarsi dopo avergli dato del delinquente. Cosa si aspetta? La verità è che il vero ricattato è lui. Per come lo conosco, Fini avrebbe scaricato da un pezzo il cognato. Ma non può farlo perché la moglie lo farebbe a pezzi. È un ostaggio nelle mani dei Tulliani, gente con il pelo sullo stomaco più di lui, e dopo quel video è ancora più debole". La Santanché non la manda a dire. Ma anche una colomba come il ministro Mariastella Gelmini confida sconsolata che "tutto è molto difficile, perché i rapporti tra Berlusconi e Fini sono totalmente deteriorati".

Berlusconi martedì sarà di nuovo a Roma per presiedere l'ultimo "brain storming" prima del dibattito parlamentare. Lo hanno ringalluzzito le voci di un presunto "disagio" all'interno del gruppo finiano, spera di poter provocare una frattura tra moderati e "hardliners". Ma così la legislatura e il suo governo rischiano di finire in un pozzo. A meno che la ragione non metta a tacere la pancia.

(26 settembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/09/26/news/bei_governo-7434472/
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« Risposta #5 il: Settembre 28, 2010, 11:56:16 »

IL RETROSCENA

Fini prepara un contro-documento "Ci chieda il voto o non lo avrà"

Sulla risoluzione di Fli potrebbero convergere i voti di Udc e Api.

Se la risoluzione di Pdl e Lega non dovesse arrivare a quota 316 la crisi potrebbe precipitare.

Berlusconi voleva manifestare già ieri la sua rabbia e solo grazie a Letta ha vinto la cautela

di FRANCESCO BEI


ROMA - Niente voto dei finiani al governo. Se fino a ieri era il Cavaliere a voler dimostrare la propria autosufficienza dai voti di Futuro e libertà, le parti si sono ribaltate. Tanto che anche i finiani sono decisi ora a presentare un proprio documento per sottolineare le loro diverse priorità rispetto ai 5 punti del presidente del Consiglio. "Dobbiamo distinguerci", è la linea dettata da Fini.

Fini l'ha spiegato ieri nella riunione avuta con i fedelissimi: "Se Berlusconi non ci chiede esplicitamente il nostro sostegno, noi non possiamo votare la risoluzione che presenteranno". Italo Bocchino l'ha chiesto ieri a Fabrizio Cicchitto: allora, cosa intendete fare? La risposta del Pdl è affidata al vertice convocato oggi alle due del pomeriggio a palazzo Grazioli. Sarà quella la sede dove il Cavaliere prenderà le sue decisioni, quelle da cui dipenderà il futuro del suo governo e della legislatura. Ma la strada ormai è segnata. E le nuove "rivelazioni" su Montecarlo, che starebbero per uscire sui giornali d'area, non farebbero altro che accelerare il percorso.
Perché Berlusconi ha deciso che farà a meno dei finiani. Nessuna "terza gamba", nessun riconoscimento dell'esistenza di un nuovo soggetto politico nel centrodestra. Per lui, semplicemente, Fini "non esiste più". Di umore "pessimo", come spiffera chi ci ha parlato, Berlusconi ieri l'hanno quasi dovuto legare per convincerlo a non andare di persona ad Amelia da don Gelmini. Dopo aver letto le ultime dichiarazioni di Bocchino, il premier era infatti pronto a rovesciare tutta la sua rabbia sui finiani, tanto che alla fine solo l'intervento di Gianni Letta l'ha persuaso a desistere. "Silvio, se oggi parli rischi di unirli tutti contro di te", gli ha spiegato il sottosegretario. Altri, da Denis Verdini allo stesso Cicchitto, sono intervenuti per suggerire "prudenza". Il momento è talmente delicato che ogni passo falso potrebbe far precipitare tutto. Berlusconi ieri sera ha incontrato ad Arcore, accompagnati da Angelino Alfano, i siciliani dell'Udc in procinto di lasciare Casini. Ma anche con questi nuovi arrivi, se l'Mpa dovesse "distinguersi" come Fli, Berlusconi finirebbe sotto "quota 316", la soglia minima di deputati che servono ad andare avanti. Sulla carta il premier è ancora fermo a 307-308 e, in questa situazione, è enormemente aumentata la pressione sui finiani moderati (Berlusconi li chiama "i responsabili"). Ad Arcore è stata salutata come una vittoria la presa di distanza di Moffa, Menia, Baldassarri e Viespoli dall'ultimatum di Bocchino. L'ex finiano Andrea Augello, rimasto nel Pdl, sta sondando i "responsabili" di Fli uno ad uno. E Berlusconi è convinto di strapparne almeno 5 o 6 al nemico. Sulla compattezza del gruppo finiano nessuno è disposto a mettere la mano sul fuoco. Dicono che, alla fine, interverrà Fini in persona per tentare un'ultima "moral suasion" sui renitenti. Ma non è esclusa una mini-scissione. "Il gruppo di Fli - confida il "liberal" Benedetto Della Vedova - può anche subire uno scossone salutare. In fondo, se dobbiamo armarci per andare alla guerra, non ci servono quelli con la mazzafionda".

Perché di guerra ormai si parla: nonostante i "ghost writer" del premier gli abbiano preparato un discorso "alto e nobile", Berlusconi è tentato dalla spallata e ha corretto le bozze di un discorso considerato troppo "moscio". Già nel summit di venerdì, il Cavaliere era deciso a spaccare il mondo in testa a Fini e i suoi hanno dovuto tirarlo per la giacca. Mentre lascia che le colombe svolazzino invano su Montecitorio, il premier intanto carica le sue armi. In questi giorni ha dato nuovo impulso alle "squadre" della libertà, ribattezzandole con il meno sinistro "team della libertà". Ma la sostanza non cambia: trattasi di migliaia di agit-prop pronti alla campagna elettorale. 

Se infatti la risoluzione di Pdl e Lega non dovesse arrivare a "quota 316", le cose potrebbero davvero precipitare verso l'apertura di una crisi di governo. Tanto più se i finiani, come sembra, dovessero presentare un loro documento programmatico alternativo e, su questo, ricevere i voti di Udc e Api. Si creerebbe di nuovo quell'area di "responsabilità nazionale" intravista nel voto contro il sottosegretario Caliendo.  A quel punto, senza una maggioranza di 316, Berlusconi salirebbe al Quirinale e si aprirebbe una partita nuova. I finiani sono pronti a sostenere con i loro voti un altro governo. Un governo dove tutti i ministri saranno "tecnici" e tutti i sottosegretari "politici". Ma questa è una storia ancora da scrivere.

(28 settembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/09/28/news/fli_controdocumento-7498636/?ref=HRER1-1
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« Risposta #6 il: Settembre 29, 2010, 11:34:07 »

Il retroscena

Il Cavaliere temporeggia sul voto "Elettori nauseati, dobbiamo recuperare"

Il presidente della Camera: l'esecutivo di Silvio dipende da noi , Casini vuole fare un "regalo" al premier: far passare 5 deputati dal Pdl all'Udc



di FRANCESCO BEI

ROMA - "Andare a votare ora, come vorrebbe Bossi, non si può, anche i nostri elettori sono infastiditi, nauseati da questo spettacolo. Non fanno più distinzioni: ci serve tempo per recuperare". Silvio Berlusconi ha confidato due sere fa al telefono qual è il suo vero timore. I sondaggi danno il Pdl in caduta, il partito del non voto è di gran lunga in testa. "Mi serve più tempo". Da questa paura nasce anche l'improvviso cambio di rotta imposto dal premier sulla questione di fiducia.

La questione è stata sviscerata in lungo e in largo, ma alla fine, nel lungo vertice di ieri pomeriggio a palazzo Grazioli, la fiducia è sembrata l'unica strada per uscire dall'angolo. "Se mettiamo la fiducia nessun altro potrà presentare risoluzioni", ha spiegato il ministro Elio Vito. Un problema centrale, visto che i finiani, l'Udc e l'Mpa di certo avrebbero votato un proprio documento, battezzando di fatto la nascita del terzo polo. "Finiremmo per sembrare una delle tre minoranze in Parlamento", ha protestato il Cavaliere nella riunione, "serve invece una cosa limpida, senza imbrogli: da una parte il governo, di là tutti gli altri".

Fiducia dunque, a costo di fare un favore ai finiani, che in questo modo riusciranno a tenere coperte le divisioni al loro interno. Ieri, al pranzo nella sede di Farefuturo, Fini ha potuto misurare quanto siano grandi le distanze fra i "filogovernativi" (Ronchi, Viespoli, Moffa, Menia) e gli "autonomisti". Sono volate parole grosse fra i due gruppi, ma alla fine il presidente della Camera è riuscito a far passare una linea comune: "Berlusconi la maggioranza senza di noi non ce l'ha. L'unico grande favore che non possiamo fargli è dividerci al nostro interno. Da domani invece sarà chiaro a tutti che, se vuole governare, deve dipendere da noi, altrimenti è finito". Sembra che, al termine di una discussione "molto franca", anche i filogovernativi abbiano preso atto dell'inevitabile: il partito di Fini, tempo due mesi, si farà. "Trovato l'accordo sulla necessità di fare il partito e sulla difesa di Fini dalle aggressioni - spiega Fabio Granata -, su tutto il resto ci possono essere sfumature tattiche diverse. Ma l'unità interna è salva".

Quanto ai numeri, i finiani sono convinti che la maggioranza (sottratti i voti di Fli e Mpa) si fermi a 313-314 voti, quindi sotto la soglia minima di 315. Ma, dall'altra parte della barricata, Ignazio La Russa scommette sul contrario: "Saremo di più anche senza i finiani. Anche se, scegliendo di mettere la fiducia, rinunciamo a qualche voto in libertà che sarebbe arrivato da chi era fino a poco fa all'opposizione". Nel vertice Pdl gli uomini dei numeri (La Russa, ma soprattutto Verdini) hanno immaginato una forchetta dai 317 fino addirittura a 324 voti. La conta è decisiva sul piano dell'immagine, anche se nessuno si illude di poter davvero governare con questi margini. Ieri sono arrivati 5 transfughi dell'Udc, l'ala cuffariana che non ha mai digerito il sostegno di Casini a Lombardo.

Ma il leader dell'Udc in questi giorni non è rimasto con le mani in mano. Consapevole dell'imminente scissione siciliana pilotata dal Cavaliere, Casini si è buttato a capofitto in un'aggressiva azione di controguerriglia. "Domani è il compleanno di Berlusconi, si aspetti da noi un bel regalo", ha promesso misterioso il capo centrista. Il "regalo" sarebbero 5 deputati sottratti al Pdl, uno schiaffo pari a quello ricevuto.

Oggi dunque Montecitorio potrebbe trasformarsi nel Colosseo, con uno scontro fra belve e cristiani. Ma il discorso del Cavaliere servirà a spargere bromuro sui bollenti spiriti, per togliere ogni pretesto di polemica. Più di trenta cartelle, limate ieri notte fino all'ultimo con Paolo Bonaiuti, nelle quali il nome del presidente della Camera non compare mai. Persino sulla giustizia, il capitolo più delicato dal punto di vista dei rapporti con i finiani, Berlusconi volerà altissimo. A costo di apparire insipido. Il premier disseppellirà la "parità tra accusa e difesa", il pm che "deve bussare alla porta del giudice con il cappello in mano", e tutto l'armamentario consueto. Ma senza entrare nel dettaglio dei singoli provvedimenti. E soprattutto senza nemmeno accennare alle questioni ancora aperte del processo breve e del disegno di legge anti-intercettazioni. Un discorso, riassume Frattini, "che non dovrà provocare ma raccogliere consensi trasversali". Un discorso per tirare a campare.

(29 settembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #7 il: Settembre 30, 2010, 05:19:05 »

IL RETROSCENA

Il Cavaliere non vuole farsi sfibrare "Ormai le elezioni sono inevitabili"

La nascita del partito finiano ha convinto il capo del governo sulla rottura

di FRANCESCO BEI



ROMA - "Ma come si fa ad andare avanti in questo modo?". Cupo, fremente, con il medico Zangrillo che lo teneva sottocchio, Silvio Berlusconi ha visto sgretolarsi in diretta il sogno dell'autosufficienza. Avrebbe voluto prendersela con il mondo, con chi gli ha consigliato la prova di forza e con chi gli ha garantito che i numeri sarebbero stati altri: "Io vorrei continuare a governare - ha detto a un paio di deputati prima di tornare a palazzo Grazioli, "deluso" per un risultato che non si aspettava -, ho cose più serie di cui occuparmi che non questo teatrino. Ma li avete sentite i finiani oggi? Sembrava di ascoltare Di Pietro. Se poi martedì faranno il partito... chi può davvero pensare di andare avanti in questo modo?".

Uno scetticismo che collima con quello della Lega, sempre più impaziente e desiderosa di staccare la spina. "Non c'è alcuna possibilità - commentava a cena con i leghisti Bobo Maroni - , dopo questa giornata la strada è segnata". In realtà un'altra "strada" ci sarebbe, alternativa a quella del voto in primavera. È una "strada" impervia che è stata suggerita già da alcuni giorni al Cavaliere da Gianni Letta, quella cioè di "un accordo vero" con i finiani. "Ma chi mi garantisce - ha obiettato il premier - che a questo punto, dopo quello che dicono, l'accordo loro lo vogliano veramente?".

Al Cavaliere ieri bruciava anche l'aver dovuto recitare una parte, quella
del leader doroteo, che davvero gli va stretta: "Ne avrei voluto dire di cose, mi sono dovuto mordere la lingua - si è sfogato nell'ufficio di fianco all'aula - ma adesso basta. D'ora in avanti cambia tutto". A un ministro Berlusconi ha confidato la sua soddisfazione per aver almeno raggiunto un risultato: "Con il voto di oggi ormai non è più possibile pensare di dar vita a un governo diverso. Se mai si dovesse andare al voto, a palazzo Chigi ci staremmo noi". In realtà, spiegano nella prima linea del Pdl, la strategia non è così chiara, alcuni temono semplicemente che non ve ne sia alcuna, tranne il navigare a vista. Anche il voto a marzo viene valutato come un rischio da cui trarrebbe unicamente vantaggio il Carroccio.

L'importante quindi sarà scaricare sui finiani l'eventuale crisi di governo, senza accollarsene la responsabilità. "Dopo il voto di oggi - si è consolato il premier lasciando la Camera - sarà chiaro chi vuole sfasciare tutto e chi vuole andare avanti responsabilmente". Berlusconi aveva ieri intenzione di dare un segnale di compostezza agli italiani "disgustati da questo teatrino". Elettori che i focus group messi in piedi da Alessandra Ghisleri descrivono come "nauseati" dalla situazione, senza fare distinzioni fra Berlusconi e Fini. Nei sondaggi è la "compravendita" dei parlamentari ad aver suscitato la reazione più indignata e non è un caso se il premier abbia alzato i toni del suo intervento unicamente per ribattere a questa accusa.

Ma la sostanza politica della giornata non cambia, senza i voti dei finiani, da ieri "federati" con l'Mpa di Lombardo, il governo non sta in piedi. E del resto bastava vedere il sorriso stampato sulla faccia di Fini, mentre si allontanava dal Transatlantico, per capire chi fosse il vincitore della giornata. "In tutto questo casino - ha detto a Giuseppe Consolo alla buvette - sai qual è la cosa più divertente? È venuto a dire in aula che lui ha un'indole aperta al confronto. Capito? Dopo che ci ha buttato fuori dal Pdl!". Per il presidente della Camera quella di ieri è stata una giornata da incorniciare. "È stata una bella pagina di politica", ha commentato con i suoi, "Berlusconi ha capito la lezione". Casini ha raccontato beffardo a Fini di aver regalato a Berlusconi un pallottoliere di legno, "per fare meglio i conti". Non è nemmeno un caso che l'annuncio della nascita del nuovo partito sia arrivata ieri in coincidenza con l'inabissarsi dell'autosufficienza del Pdl. "Indietro non si torna", ha ammonito Fini nella sede di Farefuturo, eletta a quartier generale di Fli. Dall'altra parte del fiume, Ignazio La Russa osserva con scetticismo la nascita del nuovo concorrente a destra: "Anche nel '76, quando il Msi subì la scissione di Democrazia Nazionale, se ne andarono i due terzi dei parlamentari, ma poi alle elezioni Dn prese lo 0,7%. Così come la scissione di Rauti: tanti parlamentari, tanta classe dirigente, pochi voti".

(30 settembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #8 il: Ottobre 02, 2010, 05:06:53 »

IL RETROSCENA

Il Cavaliere rassicura il Colle "Tutti vincolati al mio programma"

E studia uno "scudo" con legge ordinaria. Il no di Fli

di FRANCESCO BEI

Il Cavaliere rassicura il Colle "Tutti vincolati al mio programma" Berlusconi ha garantito a Napolitano che la nomina del ministro dello Sviluppo è imminente: Paolo Romani sarà nominato forse lunedì

ROMA - «Il programma che ho esposto in Parlamento è scritto nero su bianco, vincola tutti quelli che hanno votato la fiducia, nessuno si può tirare indietro». Erano quattro mesi che Silvio Berlusconi non saliva al Colle. Quattro mesi e il tema sul tavolo è ancora quello: i processi del premier, lo scontro interno alla maggioranza. Il video "rubato" con i pesanti attacchi del premier sulla «associazione a delinquere» dei magistrati non è stato ancora diffuso e il colloquio tra i due presidenti, alla presenza di Gianni Letta, non deraglia.

Ma il Cavaliere non molla, insiste su una «ampia riforma della giustizia», citando la «ragionevole durata dei processi» - ovvero la ripresa della legge sul processo breve - e «il lodo Alfano costituzionale». Napolitano non può far altro che «prendere atto» ma certo, visti i precedenti, raccomanda che tutto sia fatto «con senso di responsabilità» e soprattutto senza scatenare guerre. «In questo momento difficile - puntualizza il capo dello Stato - è necessaria più che mai una leale collaborazione fra le istituzioni».

Il faccia a faccia prosegue per 40 minuti, con Napolitano che, in silenzio, ascolta il premier vantarsi della «maggioranza mai così ampia raggiunta in Parlamento, addirittura più forte che all'inizio della legislatura». Un silenzio, quello di Napolitano carico di scetticismo, considerata la precaria situazione alla Camera, dove i voti dei finiani e di Lombardo andranno contrattati di volta in volta.

E difatti gli uomini vicini al presidente della Camera non danno affatto per scontato un sì al salvacondotto giudiziario per il premier smentendo che l'eventuale avvicendamento di Feltri al Giornale sia legato al disco verde sulla giustizia. «Se lo facessimo saremmo morti, Berlusconi proverebbe a spazzarci via dopo un minuto».

Niente norma transitoria sul processo breve dunque. «Quella proprio non passa - dice Benedetto Della Vedova - e chi gliela vota?». E nemmeno una corsia preferenziale per approvare in pochi mesi il lodo Alfano costituzionale. Non sembra al momento questa la priorità di Futuro e libertà: «Adesso siamo impegnati nella costruzione del nostro partito - spiega con distacco Italo Bocchino - e stiamo verificando la possibilità di una convergenza sulla legge elettorale». Parole che non faranno piacere al Cavaliere, che considera l'avvio del dialogo sulla legge elettorale tra Fli e le opposizioni come una «provocazione» nei suoi confronti.

Il premier sente avvicinarsi il rischio di una condanna che subisce come «una follia» e ha messo al lavoro il ministro Angelino Alfano (ricevuto ieri a lungo a palazzo Grazioli) e Niccolò Ghedini per congegnargli una qualche norma transitoria, da approvare per via ordinaria, che possa tirarlo fuori dal processo Mills. Per il lodo Alfano i tempi sono infatti troppo lunghi e dipendono dai «ricatti» dei finiani. Mentre la norma transitoria sul processo breve è ormai una chimera. Nel frattempo Berlusconi lascia che le colombe tentino la strada della conciliazione con Gianfranco Fini.

Non è un caso che ieri siano riprese le voci di un imminente fuoriuscita di Vittorio Feltri dalla direzione del Giornale, gesto che ovviamente sarebbe balsamo sulle ferite di Fini. Tanti nella cerchia del premier lavorano a un'intesa per provare a non far precipitare la legislatura. «O stabilizziamo la situazione - osserva con realismo Gaetano Quagliariello - e a Berlusconi restituiscono l'agibilità per poter fare il presidente del Consiglio, oppure ci conviene andare a votare. Questa "agibilità" politica passa attraverso un accordo vero con Fini».

Persino Ignazio La Russa, considerato da molti forzisti il principale oppositore a un possibile "appeasement" con Fini, si mostra conciliante: «Proviamo a vedere se ci sono le condizioni per un'intesa». Nello scetticismo generale, le colombe dunque lavorano alla «tregua».

Nel finale del colloquio alla vetrata, Berlusconi è tornato a promettere che «presto, in settimana», arriverà il nuovo ministro dello Sviluppo. Lunedì, prima del dibattito sulla mozione di sfiducia calendarizzato alla Camera, Berlusconi dovrebbe sottoporre a Napolitano il nome di Paolo Romani. Qualche giorno fa, per superare le obiezioni del Colle, Romani ha spedito al Quirinale una propria biografia, una sorta di curriculum professionale per dimostrare di essere all'altezza di quel ministero.

(02 ottobre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #9 il: Ottobre 10, 2010, 10:14:16 »

L'ira di Berlusconi sull'inchiesta

"Quei pm vogliono arrivare a me"

Il Cavaliere teme un coinvolgimento nelle intercettazioni del caso Giornale-Marcegaglia.

A Palazzo Chigi torna il sospetto di un asse tra Fini e i pm per rovesciare il governo e si pensa di rilanciare la battaglia contro le intercettazioni

di FRANCESCO BEI


ROMA - Il Consiglio dei ministri sta per finire. Ignazio La Russa si alza dal suo posto, scuro in volto, e sussurra qualcosa all'orecchio del premier. Berlusconi ammutolisce, poi sbotta: "È una cosa gravissima, inaudita, dobbiamo reagire subito". La notizia che fa sobbalzare il Cavaliere è che a Milano, in contemporanea allo svolgimento del Consiglio dei ministri, una ventina di carabinieri stanno perquisendo i vertici del "suo" Giornale. E anche stavolta l'accusa è pesante, quella di aver provato a ricattare la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Un'intimidazione forse dovuta alle recenti prese di posizione critiche della Marcegaglia verso il governo.

Ma il punto è un altro. Perché Berlusconi è certo che l'inchiesta sia solo agli inizi e che il "bersaglio grosso" dei magistrati sia a Palazzo Chigi. "Vogliono arrivare a me - confida ai suoi con preoccupazione - stanno cercando di mettermi in mezzo per far cadere il governo". Una "manovra" che i più sospettosi nella cerchia del premier ricollegano ancora una volta a Gianfranco Fini, alla presunta "liaison" che il presidente della Camera avrebbe costruito con i pubblici ministeri per disarcionare il Cavaliere. E procedere con un governo diverso, magari guidato dallo stesso Fini. Solo fantapolitica, ma questi fantasmi hanno ripreso a percorrere i corridoi di Palazzo Grazioli.

È un fatto comunque che nel governo e dentro il Pdl, dopo la schiarita seguita alla conferenza stampa distensiva di Berlusconi di due giorni fa, è tornato improvvisamente il clima cupo dei giorni più difficili. Maurizio Lupi è pessimista: "Se hanno tenuto sotto controllo le utenze del direttore del Giornale, in quelle telefonate ci può essere di tutto. Chiunque di noi quando parla al telefono lo fa in libertà, magari esagerando oppure scherzando: ma se un quotidiano pubblicasse quelle trascrizioni sarebbe un fatto allucinante". Il timore inconfessato è che nelle intercettazioni sia finito proprio il premier. O lui direttamente, oppure una telefonata di un giornalista del Giornale che si vanta di aver parlato con il premier. Fornendo indirettamente argomenti a chi vuole individuare proprio il Cavaliere come "mandante" delle campagne giornalistiche dei suoi media. A partire dalla casa di Montecarlo e dal martellamento contro la famiglia Fini-Tulliani.

"Tutto questo impianto - sospetta Fabrizio Cicchitto - è stato costruito per intercettare le telefonate e di qui a qualche giorno comincerà la pubblicazione delle telefonate sui più vari argomenti e sui più vari soggetti". "In quelle intercettazioni - teme Lupi - ci può essere mezzo governo, a partire da Berlusconi. Una cosa incredibile, che dimostra come avessimo ragione noi a voler porre un limite alle intercettazioni. Rischiamo di finire in mezzo a una sporca guerra di dossier combattuta senza esclusione di mezzi". Non c'è più tempo da perdere. Tanto che il premier ha rotto gli indugi e intende riprendere in mano il tema del disegno di legge sulle intercettazioni, finito su un binario morto per l'opposizione dei finiani. Senza escludere un atto di forza, sotto forma di decreto legge. "Dobbiamo intervenire sulle intercettazioni - ha annunciato il premier ieri sera - perché un Paese in cui non c'è inviolabilità di ciò che si dice al telefono non è un Paese civile". La questione finirà al centro del Consiglio dei ministri che sarà dedicato ai progetti di riforma della giustizia.

La partita sulle intercettazioni si intreccia con i timori per la nascita di un governo tecnico e con le "trame" attribuite a Fini. Nonostante l'impegno di Gianni Letta per stringere un accordo con i finiani, la situazione sta ritornando calda. E lo scontro nel centrodestra si trasferisce anche in Europa, visto che Berlusconi si oppone, tramite i suoi uomini, alla costituzione di un gruppo autonomo di Futuro e Libertà a Bruxelles. Con Adolfo Urso e le amicizie coltivate da Farefuturo con le fondazioni del Ppe europee (da tedesca Adenauer alla Faes di Aznar), Fini lavora invece affinché Fli venga riconosciuta dal Partito popolare europeo come membro a pieno titolo. Con pari dignità rispetto al Pdl. E nei prossimi giorni incontrerà il presidente del Ppe Martens e il presidente emerito del Parlamento europeo, Poettering, per presentargli la sua nuova creatura.

(08 ottobre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #10 il: Novembre 06, 2010, 04:00:43 »

IL RETROSCENA

Il Cavaliere teme l'effetto anatra zoppa e Tremonti: "Duriamo fino a dicembre"

Delusione in Vaticano per il forfait alla conferenza sulla famiglia: doveva prendere impegni.

Calderoli: "Ormai siamo rassegnati, il presidente del Consiglio è Fini"

di FRANCESCO BEI


ROMA - Tre conferenze stampa, al termine del Consiglio dei ministri di ieri, dovrebbero fissare l'idea di un iper-attivismo del "governo del fare". Ma è la rinuncia forzata ad aprire la conferenza sulla Famiglia la fotografia più vera dell'impotenza nella quale si dibatte il Cavaliere. "Il governo non sta bene  -  ha ammesso ieri Berlusconi in uno dei tanti incontri a Palazzo Grazioli  -  ma quegli altri, Fini e la sinistra, stanno peggio di noi. Hanno paura delle elezioni, non sono organizzati, per cui possiamo ancora stare tranquilli: non si andrà a votare".

Così, nonostante non ci sia più un solo provvedimento che Berlusconi possa pensare di portare a casa senza sottostare ai diktat di Futuro e libertà, il governo "va avanti". Paolo Bonaiuti contesta l'immagine di un premier "anatra zoppa" e si dilunga sul "grande rilancio" che sarebbe iniziato con il Consiglio dei ministri di ieri: "È questa la nostra risposta a Fini". Ma l'atmosfera che si respira nella maggioranza è da ultimi giorni di Salò. Un siparietto di due sere fa, nello studio del leghista Giancarlo Giorgetti alla Camera, rende bene il disincanto che ha contagiato i ministri più consapevoli. Giulio Tremonti, alla presenza di Roberto Calderoli, si è rivolto con un sorriso ai deputati del Pdl che gli si affollavano intorno: "Ragazzi, io ve l'avevo detto che l'accordo con Fini andava fatto subito, altrimenti sarebbe stato meglio andare a votare. Non mi hanno dato retta".

Calderoli, sempre in apparenza scherzando, ci aggiungeva un carico: "Sì, ormai dobbiamo rassegnarci. Il vero presidente del Consiglio è Fini". L'ora è tarda, una chiacchiera tira l'altra e si passa a parlare dell'ultimo scandalo a luci rosse del premier.

I deputati si rivolgono a Tremonti, sono preoccupati, si lamentano per la "leggerezza" del Cavaliere.
E il ministro dell'Economia, alzando gli occhi al cielo, si lascia sfuggire: "Già abbiamo tanti problemi...". Un pessimismo condito da una profezia, espressa sempre in forma di battuta: "Inutile che vi affatichiate troppo, tanto il governo dura fino a dicembre".
Si capisce dunque quanto sia fragile l'immagine di iper-attivismo berlusconiana. E le inchieste sulla vita privata del Cavaliere aggiungo piombo alle ali del governo. Se ne è avuta una prova ieri mattina a palazzo Chigi, quando Mara Carfagna ha provato a far inserire nel decreto Maroni le norme contro la prostituzione arenate da un anno in Parlamento (a causa dello scandalo D'Addario).

Il progetto Carfagna punisce infatti anche "l'utilizzatore finale", il cliente della prostituta, e ieri a molti ministri sono venuti i sudori freddi quando Berlusconi in persona, forse non consapevole dei dettagli del ddl, si è mostrato entusiasta dell'idea. "Brava Mara, così dimostriamo a tutti che non abbiamo nulla da temere". Ma ai più è sembrato che il governo stesse costruendo un reato ad hoc applicabile proprio al caso Ruby&Co. Così, senza dare troppo nell'occhio, le norme della Carfagna sono sparite dal decreto legge (immediatamente operativo) e sono ricomparse nel più innocuo disegno di legge. "Tanto, se cade il governo, quel ddl non vedrà mai la luce", spiega un membro del governo. Segnali di disincanto.

Così si arriva alla rinuncia a partecipare al Forum sulla Famiglia.
Una decisione presa da Berlusconi in persona, dopo un consulto con Gianni Letta e Carlo Giovanardi prima dell'inizio del Consiglio dei ministri. Il Pd, l'Idv, i grillini: fuori dal convegno si sarebbe scatenato l'inferno contro Berlusconi. Ma le contestazioni rischiavano di essere accese anche dentro, tra i partecipanti. "Meglio evitare strumentalizzazioni", ha concluso il premier, "questi non aspettano altro per attaccarci". Un forfait che ha indispettito gli ambienti vaticani, che speravano in una presenza del premier per fargli prendere "impegni concreti sul sostegno alla famiglia". Berlusconi si è consolato ieri ricevendo a Palazzo Grazioli Francesco Pionati, dell'Adc. L'ex centrista gli ha annunciato infatti che la prossima settimana qualche deputato arriverà a rimpolpare la maggioranza. Anche Deborah Bergamini e Alessio Bonciani, dati in uscita verso Fli, rimarranno per ora nel Pdl. Per il Cavaliere è già un successo.

(06 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #11 il: Novembre 07, 2010, 07:11:09 »

L'ultimatum di Gianfranco "Berlusconi si deve dimettere"

Il presidente della Camera ai giovani del partito: "Non canterete mai 'Meno male che Gianfranco c'è'.

Finita l'illusione dell'autosufficienza.

TRemonti vedrà martedì il gruppo Fli sulla Finanziaria

dal nostro inviato FRANCESCO BEI


BASTIA UMBRA - "Berlusconi deve andare a dimettersi". Gianfranco Fini è pronto allo strappo finale, a quella richiesta di "discontinuità" - l'apertura di una "fase nuova" - che solo in parte ha lasciato intravedere ai fedelissimi alla vigilia del discorso di oggi. È finita l'era del Cavaliere, si volta pagina dunque. Ma tutti i passaggi devono essere consumati con i tempi giusti, Fini è pur sempre il presidente della Camera. Inoltre c'è da tener conto di Giorgio Napolitano, preoccupato per le conseguenze di una crisi al buio, per ciò che le "fibrillazioni istituzionali" possono comportare nell'immagine del paese all'estero, sui mercati dove si negozia il debito pubblico italiano.

Fini ne è consapevole, per questa ragione chiederà oggi che sia Berlusconi stesso a gestire la "fase nuova" che si aprirà in Parlamento. Il percorso immaginato passa anzitutto per l'apertura formale di una crisi di governo, con la presa d'atto che "l'illusione dell'autosufficienza è finita", che "l'attuale maggioranza da sola non ce la fa più ad affrontare i gravi problemi del paese". Dunque il Cavaliere deve salire al Colle e dimettersi. Per andare alle urne? Per lasciare spazio a un governo tecnico? Niente affatto. "Gli italiani hanno scelto Berlusconi e deve essere lui a provare a dar vita a una nuova maggioranza. Non siamo ribaltonisti". Un nuovo governo per una nuova maggioranza, non un Berlusconi-bis. Una maggioranza
di "responsabilità nazionale", aperta ai parlamentari che ci stanno, in primis quelli dell'Udc. Un governo di "unità nazionale". Con alcune priorità, in testa lo sviluppo e il lavoro, la lotta alla precarietà, il taglio della spesa improduttiva e gli investimenti nell'università. E i 5 punti del Cavaliere? Roba vecchia. Su questa linea Fini terrà insieme falchi e colombe.

"Si chiude una fase - sintetizza Andrea Ronchi - e se ne apre un'altra, all'insegna della leadership di Fini". Fabio Granata è certo che il nuovo partito non si spaccherà: "Siamo tutti d'accordo che qualsiasi prospettiva che sia solo un rimescolamento di cose già viste, compreso il patto di legislatura, a questo punto sia inaccettabile". Le prime parole pronunciate ieri sera da Fini davanti ai giovani del Fli, d'altra parte, lasciano intuire il clima: "Non vi farò mai cantare meno male che Gianfranco c'è perché bisogna essere fedeli a un'idea, non ad una persona. Le persone passano". E ancora, "in Italia oggi c'è troppa atonia morale, i giovani devono ribellarsi".

Raccontano che, dietro la decisione dello strappo, ci siano anche le voci arrivate all'orecchio del presidente della Camera. Si parla di un incontro segreto tra Bossi e Casini, con la Lega pronta ad accogliere l'Udc nella maggioranza. Anche per anticipare una mossa del genere, Fini avrebbe deciso di gettare il cuore oltre l'ostacolo. E l'impatto con la folla accorsa nei padiglioni di Umbria Fiere, dove il tasso di antiberlusconismo è altissimo, ha di certo giocato un ruolo. "Fini - osserva Umberto Croppi, assessore alla cultura del Campidoglio - è davanti a un bivio: fare il leader di un partitino alla Dini, oppure intestarsi la battaglia e proiettare la sua leadership oltre l'area dei delusi del Pdl. Ma per far questo deve prima "uccidere" il Re". Il "regicidio" è dunque un passaggio obbligato. E si vedrà, se mai ci si dovesse arrivare, se sarà davvero Berlusconi a gestire la fase finale della legislatura. Oppure, come già prevedono i colonnelli finiani, dovrà passare la mano a qualcun altro di sua scelta. "Nel patto di legislatura - suggerisce sibillino Italo Bocchino - non c'è mica scritto con quale premier e con quale maggioranza".

Se Fini pensa di aver trovato il modo per fare un passo in avanti, senza deludere le aspettative di chi è venuto ad ascoltarlo, ma senza neppure aprire una crisi al buio, è anche vero che nessuno si illude che Berlusconi possa accettare una proposta del genere. "Se si assume la responsabilità di dirci di no - spiega un finiano - allora al Cavaliere non restano che due possibilità: tirare a campare indebolito, o strappare provando ad andare al voto". Ma il premier, a sentire chi gli ha parlato, è invece convinto di avere buone carte in mano per andare avanti. "Se davvero vogliono l'apertura di una crisi - ragiona Berlusconi - mi devono votare contro. A quel punto voglio proprio vedere quanti resteranno con Fini". Dai calcoli fatti in queste ore a palazzo Grazioli, Fini dovrebbe perdere quasi tutto il gruppo al Senato e restare con una quindicina di deputati a Montecitorio. Ma già in passato si è visto quanto fossero fallaci i numeri sulla scarsa consistenza parlamentare di Fli. Intanto i finiani sono certi di aver strappato alla Lega il baricentro della maggioranza. "Martedì - ti spiegano soddisfatti - Tremonti verrà da noi a concordare come spendere gli otto miliardi della Finanziaria".

(07 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #12 il: Novembre 10, 2010, 03:24:04 »

IL RETROSCENA

Berlusconi avvisa il Senatur e le colombe "Non pensate a un esecutivo senza di me"

Calderoli ripete: "Non mi risulta che sia stato tolto il nostro veto contro l'Udc".

In campo i ministri moderati del Pdl che propongono tre dicasteri ai centristi e tre a Fli

di FRANCESCO BEI


ROMA - Tutto frana, ormai lo smottamento sembra inarrestabile. Il voto di ieri alla Camera rende bene il clima di sbandamento, di paralisi totale che sta vivendo la maggioranza. Emblematica è stata la scelta dell'esecutivo di ritirare addirittura la propria mozione sul Trattato Italia-Libia. Infuriato con i finiani per aver mandato tre volte sotto il governo insieme all'opposizione, Ignazio La Russa esce dall'aula scuotendo la testa: "Questi vogliono far tornare i gommoni di clandestini nel canale di Sicilia! A questo punto mi chiedo se la Lega possa restare al governo con Fini". Ecco, la Lega. Bossi e Fini dovrebbero vedersi domani, ma il tentativo di mediazione del Carroccio - ammesso che l'intenzione sia sincera e non solo tattica - sembra già naufragato prima di cominciare.

L'ostacolo non da poco è rappresentato dall'ingresso dell'Udc in maggioranza, la condizione posta da Fini per considerare davvero "nuovo" un eventuale Berlusconi-bis. Bossi infatti su questo non cambia idea. "Il nostro veto contro l'Udc non mi risulta sia stato tolto", conferma Roberto Calderoli. Per questo il presidente della Camera non si aspetta nulla dalla mediazione del Carroccio. "La maggioranza ormai non c'è più - osserva Fini con i suoi - ma come fa Berlusconi a non prenderne atto e dimettersi?". L'unica condizione che, al punto in cui si è arrivati, potrebbe far cambiare idea al leader di Futuro e Libertà è quella di un azzeramento totale della situazione. L'ipotesi che i finiani lasciano filtrare è quella di un altro governo, ma senza Berlusconi a guidarlo. Ecco, se Bossi si presentasse all'incontro con questa opzione in tasca, il presidente della Camera cambierebbe atteggiamento e si disporrebbe all'ascolto. Ed è proprio questo l'incubo del Cavaliere, la possibilità che si arrivi ad un altro governo di centrodestra presieduto da qualcun altro.

Condizione ovviamente rifiutata da palazzo Chigi. Tanto che il premier ad Arcore ha dato il proprio assenso alla mediazione di Bossi tenendo fermo proprio questo punto: "Non esiste un altro presidente del Consiglio in questa legislatura". Berlusconi, nonostante il piglio interventista e i sopralluoghi in Veneto, è a Roma che ha guardato tutto il giorno. Tanto da aver immaginato di disertare il G20 in Corea, mandando Tremonti, pur di restare sul pezzo. Informato della tripletta infilata da Fli, è scoppiato: "Ma vi rendete conto? Questi sono pronti a suicidarsi politicamente, aprendo persino ai clandestini pur di farci fuori. E io dovrei dimettermi?". E quindi è tornato alla teoria del paracarro, quello di non fare niente in attesa delle mosse del nemico: "Un conto sono le cose dette in un comizio, un altro è votare la sfiducia in Parlamento. Lo facciano se ne hanno il coraggio". Ma a prevalere è il pessimismo, tanto che nel governo ormai è comune la sensazione che la prossima settimana accadrà l'irreparabile e si aprirà la crisi di governo.

Uno degli appuntamenti "sensibili" il voto sulle dimissioni dell'ex centrista Giuseppe Drago, passato in maggioranza. A favore voteranno anche Fli e Udc contro l'indicazione di Pdl e Lega. "A quel punto - ammette sconsolato un ministro del Pdl - può succedere di tutto. Compreso un altro governo senza Berlusconi". Del resto anche la riunione dei capigruppo di maggioranza con Tremonti è finita a pesci in faccia. Di fronte alle domande e alle richieste degli esponenti di Fli, alla fine il ministro dell'Economia ha perso la pazienza e si è rivolto a Fabrizio Cicchitto in questi termini: "Basta, questa è l'ultima volta che faccio una riunione del genere con questi incompetenti. Non ci sto a farmi umiliare da questi ragazzini".

Poco dopo Tremonti è sceso in Transatlantico e ha iniziato una conversazione serrata con Pier Ferdinando Casini e il ministro Raffaele Fitto. Oggetto della discussione il futuro del governo e gli scenari dopo la crisi. Orecchie attente hanno intercettato questa offerta di Casini a Tremonti: "Noi questa cosa la facciamo solo con te. Ma come ci possiamo arrivare?". Da una parte e dall'altra della barricata fioccano le offerte, le trattative più o meno improvvisate. L'ultima proposta viene dalle "colombe" del Pdl ed è rivolta a Fini e Casini: rimpasto con tre ministeri a testa a Fli e Udc pur di lasciar perdere l'idea della crisi di governo. Offerte che sembrano fuori tempo massimo. "L'unica - osserva pessimista Denis Verdini - sarebbe un incontro diretto tra Fini e Berlusconi, perché la politica qui c'entra poco, lo scontro è personale. Il problema è che Berlusconi non ha nulla da offrire che Fini davvero voglia, a parte la sua testa. Ma quella non è disponibile".

(10 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #13 il: Novembre 12, 2010, 10:46:00 »

IL CASO

E Berlusconi "fugge" da Seul annullato l'incontro con la stampa

Il premier lascia la capitale coreana al termine del G-20 disertando la saletta preparata per i giornalisti: non era mai successo prima.

Al summit ha proposto misure per restringere le speculazioni soprattutto sul petrolio

dal nostro inviato FRANCESCO BEI


SEUL - Non era mai successo prima. Silvio Berlusconi ha lasciato la capitale coreana, al termine di due giorni di summit G-20, senza tenere alcuna conferenza stampa. Non un obbligo certo, ma una prassi consolidata di trasparenza alla quale a Seoul non si è sottratto alcun leader. Che il presidente del Consiglio, angosciato per la crisi politica italiana, non avesse alcuna voglia di rispondere alle domande dei giornalisti lo si era capito del resto anche ieri sera. Quando la stampa era stata lasciata a bocca asciutta, tenuta a debita distanza dall'albergo dove risiedeva Berlusconi.

Così la precipitosa partenza per l'Italia sembra quasi una fuga, per non parlare del futuro della maggioranza e della crisi in atto. Tutto era pronto, l'ambasciata italiana aveva anche "prenotato" una saletta per i giornalisti.
Ma all'improvviso è arrivato lo stop: «Niente conferenza stampa, Berlusconi e Tremonti stanno già andando in aeroporto». Tutto annullato.

Nella sessione plenaria del G20 il premier italiano è intervenuto per mettere in guardia sulle «attività speculative» che «minacciano la crescita globale e producono un forte impatto negativo sulla vita delle persone». Per Berlusconi «costituisce una priorità, un'assoluta necessità l'introduzione di regole comuni che governino i mercati finanziari e gli intermediari del settore, di misure cioé per ottenere una riduzione dell'uso eccessivo di acquisti sul futuro». Il Cavaliere si è spinto anche oltre, suggerendo «norme che vietino queste speculazioni finanziarie, per esempio vietando gli acquisti futures oppure imponendo che per acquistare il petrolio a consegna futura si impongano dei versamenti che vanno dal 50% in sù».

A margine del G-20 è stata la crisi dell'Irlanda a tenere banco tra i leader europei. Angela Merkel, Silvio Berlusconi, David Cameron e Nicolas Sarkozy, insieme ai ministri dell'Economia e delle Finanze, ne hanno discusso prima dell'avvio mattutino dell'ultimo round di colloqui ufficiali. Berlusconi ha avuto anche un incontro a tre, per parlare di gas e pipelines, con il russo Dmitri Medvedev e il turco Recep Tayyip Erdogan. Poco prima di lasciare Seoul, riferiscono fonti italiane, c'è stato anche un breve faccia a faccia con Barack Obama.

(12 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #14 il: Novembre 17, 2010, 09:12:37 »

RETROSCENA

Il Cavaliere prepara la rivincita "Il governo tecnico è già affondato"

Il premier ora è sicuro di poter conquistare la maggioranza pure alla Camera.

La strategia del presidente del Consiglio: "Gianfranco è un traditore"

di FRANCESCO BEI


Adesso Berlusconi comincia a crederci. Il sogno di strappare un voto di fiducia anche alla Camera il Cavaliere lo sta coltivando da qualche giorno ma, con l'accordo raggiunto ieri al Quirinale, ora inizia a sperarci davvero.  "Una volta incassata la fiducia al Senato - ha commentato ieri non appena Schifani gli ha comunicato il risultato dell'incontro con Napolitano - cambierà tutto. Li voglio proprio vedere i deputati che votano la mozione di sfiducia con la certezza di andare alle elezioni dopo due mesi. E da chi saranno rieletti?".

Il premier è convinto, consigliato dagli ex An, che nel gruppo finiano ci saranno alcune assenze strategiche nel momento della chiama finale. "Il governo tecnico - è la sua valutazione - ce lo stiamo mettendo alle spalle, l'abbiamo già sconfitto, affondato". Per aumentare la pressione sulle colombe futuriste il Cavaliere aveva in animo di iniziare a martellare con il mezzo che conosce meglio: la televisione. La prima uscita era programmata per stasera a Matrix e serviva a mandare un messaggio forte proprio ai parlamentari finiani e agli elettori che guardano a Fli. "Fini è un traditore - avrebbe detto il presidente del Consiglio, che ieri si è consultato a lungo con Letta, Alfano, Cicchitto e Quagliariello - e, presto, chi ha deciso di seguirlo si accorgerà di quanto poco consenso ha nel paese". In ogni caso l'appello ai deputati di Fli resta un colpo in canna pronto a essere sparato: "Non potete tradire una storia politica che abbiamo costruito insieme, rischiando di riconsegnare il paese a una sinistra che non è ancora democratica e non è in grado di governare il paese". Tutto rinviato a dopo il 14 dicembre, perché a Berlusconi hanno spiegato che una simile uscita poteva sortire l'effetto opposto, ricompattando il fronte nemico.

Il Cavaliere spera dunque di convincere 7-8 deputati finiani a non compiere lo strappo. "Una volta ottenuta la fiducia al Senato - ripete - anche alla Camera cambierà il clima". Inoltre, nel Pdl, ricordano che Berlusconi dispone di un congruo pacchetto di posti da offrire a chi dovesse tornare sui suoi passi. Ci sono le poltrone dei finiani che si sono dimessi lunedì dal governo: un ministro, un viceministro e due sottosegretari. Inoltre non sono mai stati sostituiti i sottosegretari Cosentino e Brancher. Per non parlare della tornata di nomine nelle aziende pubbliche e nelle autorità che andranno presto a scadenza. "Se andiamo a votare - va dicendo Berlusconi ai finiani moderati - Fini deve far rieleggere 40 dei suoi, Casini altrettanti, per non parlare dei rutelliani... ma quanti voti pensate di poter prendere?". Insomma, il Cavaliere è in piena controffensiva. "Finora abbiamo preso mazzate e siamo rimasti in silenzio per senso di responsabilità - osserva Denis Verdini - ma adesso iniziamo a dare qualche botta pure noi".

Intanto la mano giocata ieri pomeriggio al Quirinale ha portato a un risultato non sgradito per il premier. "Date le condizioni, è andata bene", ha detto ai suoi. I regolamenti della Camera e del Senato sono infatti diversi e concedono al presidente di Montecitorio la facoltà di decidere da solo in caso di disaccordo all'interno della conferenza dei capigruppo. Fini insomma avrebbe potuto forzare la mano sulla calendarizzazione della mozione di sfiducia, puntando a bruciare sul filo palazzo Madama, ma evidentemente il capo dello Stato ha favorito una soluzione di compromesso. Un tentativo di mediazione che non deve essere stato facile se sono vere le voci che rimbalzano dall'incontro a tre alla Vetrata. Una riunione durante la quale Fini e Schifani hanno alzato il tono della voce, dando vita a un duro battibecco sulle rispettive prerogative. "Non sei super partes", gli ha gridato in faccia Schifani. "E a te fa difetto la sensibilità istituzionale", gli ha risposto il presidente della Camera.

In ogni caso a molti quello raggiunto è sembrato un pareggio che lascia ancora aperte tutte le strade. Eppure, dalle parti dell'Udc, inizia a serpeggiare un certo pessimismo sulla possibilità di dar vita a un governo tecnico. Pier Ferdinando Casini, con i suoi, si è mostrato scettico. Ma tutti aspettano il voto decisivo di Montecitorio. La vera partita si aprirà infatti il 14 dicembre, quando la Camera costringerà Berlusconi alle dimissioni. A quel punto, con il Cavaliere fuori da palazzo Chigi, i finiani contano in uno smottamento del gruppo Pdl al Senato, per consentire la nascita di un governo tecnico che mandi avanti la legislatura.

(17 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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