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Autore Discussione: FRANCESCO SPINI.  (Letto 5521 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Ottobre 04, 2017, 11:12:33 am »

Parla Marchionne: “L’auto elettrica è un’arma a doppio taglio”
L’ad di Fca riceve la laurea honoris causa in ingegneria meccatronica dall’Università di Trento.
Parla del futuro dell’auto, tra elettrico e guida autonoma: “Il cambio di paradigma sarà totale”.
Lo scorporo di Magneti Marelli si farà nel 2018

Pubblicato il 02/10/2017 - Ultima modifica il 02/10/2017 alle ore 19:15

FRANCESCO SPINI
INVIATO A ROVERETO (TN)

«Dobbiamo essere realisti - dice Sergio Marchionne -. Le auto elettriche possono sembrare una meraviglia tecnologica, soprattutto per abbattere i livelli di emissioni nei centri urbani, ma si tratta di un’arma a doppio taglio». Il numero uno di Fiat Chrysler Automobiles parla da Rovereto, dove riceve la laurea honoris causa in ingegneria meccatronica. Davanti a professori e studenti dell’Università di Trento, come d’abitudine, non usa giri di parole. E diffida dal considerare tracciata la via del futuro. Se il problema del futuro è quello di ridurre le emissioni di anidride carbonica e dunque ridurre la dipendenza da petrolio, «non esiste una soluzione unica, né una formula magica per questo problema».

La sfida dell’auto elettrica non va certo ignorata, né Fca la ignora. Ma l’elettrico «va fatto con lungimiranza e realismo». In Fca, ricorda il top manager, «stiamo lavorando su tutte le diverse forme di auto elettrica: dagli ibridi leggeri a 48 volt, agli ibridi tradizionali, ai plug in, ai sistemi totalmente elettrici». Ma l’elettrico, fa notare Marchionne ha molti limiti. Economici, legati ai costi, all’autonomia, ai tempi di ricarica e alla rete di rifornimento. Ma anche per l’impatto ambientale. «Le emissioni di un’auto elettrica, quando l’energia è prodotta da combustibili fossili, nella migliore delle ipotesi sono equivalenti a un’auto a benzina» visto che a livello mondiale «due terzi dell’energia elettrica deriva da fonti fossili». Dove il carbone, il peggiore per le emissioni, pesa per circa il 40%.
 
Ma non c’è solo la sfida dell’elettrico. Di fronte a Fca e all’industria dell’auto c’è anche la sfida dell’auto senza guidatore. Alcune versioni di Fca a guida autonoma arriveranno «già nel 2018», annuncia Marchionne, con il marchio Maserati. Poi nel 2021 il livello 3 sarà di massa. Ma per il livello di guida autonoma completa, il 5, dove «non ci sarà più nemmeno il volante, «ci vorrà più tempo». Comunque per il settore la somma di elettrico più guida autonoma «provocherà un cambio di paradigma totale, che è destinato a cambiare il volto dei trasporti come lo abbiamo sempre inteso». 
 
Per dire, «nel giro di qualche anno, il motore - che è una delle nostre competenze fondamentali -non sarà più un elemento distintivo». In campo scenderanno «nuovi attori» provenienti «da settori diversi». «La pressione - avverte Marchionne - sarà inesorabile, specie in un mondo conservatore e lento a reagire come quello dell’auto». A rimanere indenni, avverte l’ad di Fca, saranno «solo alcuni marchi, molto forti e altamente specializzati», come Alfa Romeo, Maserati, Jeep e Ferrari. «Ma nel mercato di massa il marchio non sarà più così importante».
 
Il cambiamento, osserva Marchionne, «sarà dirompente». Ma, aggiunge, «in Fca ci siamo allenati per tredici anni e mezzo, ogni giorno» e «abbiamo dimostrato di avere il coraggio per fronteggiare e superare le difficoltà». Nell’immediato Marchionne non alza i target per il 2017, ma solo per le incertezze sui cambi. «In circostanze normali direi di sì - risponde a chi gli chiede in merito a un possibile rialzo degli obiettivi per l’anno in corso - ma non faremo nulla a causa del cambio con l’euro». Il business, assicura, «è ok». Quanto allo scorporo di Magneti Marelli, farà parte del prossimo piano industriale che sarà presentato entro il primo semestre del 2018. «La Marelli ha un grandissimo ruolo da giocare - spiega -. Lo dobbiamo discutere con il consiglio, abbiamo avuto la settimana scorsa un primo dibattito in cda, credo che lo porteremo avanti nel 2018 e farà parte del piano che lanceremo l’anno prossimo». Una sua quotazione? «Sarebbe la cosa migliore», risponde.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/02/economia/lauto-elettrica-unarma-a-doppio-taglio-pTUPYfMmfGOYoBqcOXZTSO/pagina.html
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« Risposta #16 inserito:: Aprile 13, 2019, 02:06:06 pm »

“Una follia i rimborsi a pioggia ai cittadini traditi dalle banche”

Versione integrale dell’intervista a Davide Serra (Algebris): «Temo che il Paese si schianti sul debito. Investiamo in Italia ma nel mondo ci chiedono perché. Il Creval? Due o tre anni per le nozze. Sì a Unicredit-Commerzbank. Sull’asse tra Cdp e Elliott in Tim non cambio idea: è un’onta per il Paese»

Pubblicato il 07/04/2019 - Ultima modifica il 07/04/2019 alle ore 07:00

FRANCESCO SPINI
INVIATO A CERNOBBIO (COMO)
«Rimborsare a pioggia indiscriminatamente chi ha perso i soldi nelle banche è una follia», scandisce Davide Serra mentre si prende una pausa dal Workshop Ambrosetti, a Cernobbio. Come la gran parte degli imprenditori e dei finanzieri presenti, anche il numero uno di Algebris manda siluri al governo: «Sono molto preoccupato, temo che l’aereo Italia vada a schiantarsi», dice.

Dottor Serra, perché è una follia ripagare tutti?
Il meglio delle opinioni e dei commenti, ogni mattina nella tua casella di posta
«Se un risparmiatore subisce un torto è giusto che possa far valere i propri diritti di fronte a un arbitro, a una commissione. Ma rimborsare tutti, senza che sia provata un’anomalia nella vendita dei titoli, è aberrante. È populismo puro, significa comprare voti».

Ma i casi di risparmiatori caduti nelle vicende bancarie sono moltissimi.

«Ridare i soldi a tutti senza distinzioni significa incentivare il gioco d’azzardo. Come si fa a dire a chi paga le tasse che, con i suoi soldi, si rifonde magari un imprenditore che aveva messo diverse migliaia di euro in una banca perché rendeva molto? Se rendeva molto, è perché era più rischiosa. In molti casi si tratta di rimborsare scommesse perse. Sono coinvolti migliaia di risparmiatori? Anziché inutili “navigator”, il governo assuma gente per vagliare caso per caso».

Come finirà l’Italia dei gialloverdi?
«Con i governi Renzi e Gentiloni avevamo ogni giorno 725 nuovi posti di lavoro, con questi ne perdiamo 415. Il deficit prima saliva mediamente di 3 miliardi al mese, ora avanza di 6. La mia paura è che l’aereo si schianti».

Cosa può succedere?
«Nel momento in cui il debito non sarà più sostenibile il governo sarà obbligato a fare manovre correttive. Facendo i bulletti a Bruxelles non si va da nessuna parte, anche perché il voto non cambierà significativamente il quadro in Europa».

Da investitore si tiene alla larga dall’Italia?
«Al contrario. Su 10 miliardi di dollari liquidi, ne abbiamo investiti 2 proprio in Italia, il 20%. Tantissimo, se conta che il Paese pesa per l’1,5% del Pil globale. Investiamo in titoli subordinati di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, oltre che in sofferenze bancarie da crediti immobiliari. Tutto questo però ci costa un supplemento di spiegazioni in giro per il mondo».

In che senso?
«Un esempio tra tanti: sei mesi fa a Tokyo ho dovuto passare il 40% del tempo a spiegare perché abbiamo una parte così rilevante delle nostre attività finanziarie investite in Italia».

C’è speranza che con Brexit Milano diventi un’alternativa a Londra?
«Chi può scappa da Londra e Milano è una città internazionale, proiettata oltre l’Italia. Ma le società che devono spostare i soldi cercano uno Stato che abbia un merito di credito a doppia o tripla A. L’Italia, invece, paga la sua tripla B e una minore capacità, rispetto ad altri, di sapersi proporre come alternativa».

Anche lei da settembre lei è tornato in Italia. Cosa l’ha indotta a tornare?
«Ricordo che il giorno di Brexit ero al “Wall Street Journal Ceo council”, che riuniva i primi 150 amministratori delegati inglesi a Londra. Il ministro dell’Industria fece questo commento: “In Inghilterra abbiamo molti premi Nobel, non tutti si chiamano Scott o Smith. Nonostante ciò, sono benvenuti”».

Nessuno è perfetto, anche tra i premi Nobel.

«Ma la cosa che più mi ha scioccato ha riguardato i miei bambini, inglesi al cento per cento, passaporto britannico, vincitori di borse di studio. Il giorno dopo il referendum la preside della loro scuola mi ha chiamato e mi ha detto: “Non vi preoccupate, per voi ci sarà sempre posto”. Evidentemente nella sua testa qualcosa era cambiato: noi siamo europei e di cognome non facciamo Smith. Londra è una città cosmopolita, ma è stata sdoganata una forma di discriminazione. Che colpisce anche i dual citizen, quelli che come me hanno una doppia cittadinanza».

Torniamo in Italia. Ritiene che i tempi siano maturi per un nuovo consolidamento bancario?
«In Italia ci sono quasi 20 mila sportelli, con il digitale però tutto è cambiato. Bisognerà ridurre i costi fissi, le filiali e, spiace dirlo, si dovrà trovare qualcosa da fare alle persone che vi lavorano. Prima del consolidamento, però, i bilanci dovranno essere in ordine».

Ora non lo sono?
«Il sistema ha superato l’emergenza, anche se per 5-10 anni dovremo continuare a pulire i bilanci, ancora gravati da 250 miliardi di esposizione tra sofferenze e inadempimenti probabili. Sono ancora pari a due volte e mezzo il capitale della banche, che è di 100 miliardi. Ma, ripeto, l’emergenza è passata».

Non crede che la possibile mossa di Unicredit su Commerzbank sia un modo di Mustier per spostare il baricentro della banca in Germania?
«Lo conosco da vent’anni: Mustier crede nell’Italia più degli italiani. In realtà un’eventuale aggregazione tra Commerzbank e Hvb (la banca tedesca del gruppo italiano, ndr) avrebbe senso industriale più che una combinazione tra Commerzbank e Deutsche Bank. Quest’ultima è un’operazione della politica tedesca per, in un certo senso, salvare Deutsche Bank e trovare un aiuto statale per 30-40 mila esuberi. Sotto il cappello di Unicredit, invece, in Germania nascerebbe un nuovo campione nazionale gestito dai manager di Commerz, con belle sinergie industriali».

Siete azionisti del Credito Valtellinese: il 2019 sarà l’anno buono per le nozze?
«Penso che il nuovo ad Luigi Lovaglio farà un buon lavoro, ma credo che ci vorranno due o tre anni perché la banca torni commercialmente valida. Ha però un vantaggio: sta in una bellissima zona geografica».

Dove peraltro c’è un’altra banca, la Popolare di Sondrio, che resterà cooperativa ancora per un po’, se non per sempre. Che cosa ne pensa del dietrofront di questo governo sulla conversione in Spa delle popolari?
«Se guardo alle recenti crisi bancarie, erano tutte popolari: Vicenza, Veneto Banca, le 4 banche, la stessa Credito Valtellinese. È un modello di governance che non funziona. Poi la Sondrio è una di quelle banche virtuose che ha fatto bene. Ma è un’eccezione. E comunque anche lei avrebbe vantaggi nel dotarsi di una diversa corporate governance. Perché se sei bravo, non temi nulla».

Ultima domanda su Tim. Un anno fa disse peste e corna sull’appoggio di Cdp al fondo Elliott per strappare il controllo ai francesi di Vivendi. Si è ricreduto?
«Ancora oggi penso che la decisione di Cdp di votare con Elliott resterà come una delle grandi onte del Paese. La politica industriale va fatta apertamente, non legandosi a un campione del mordi e fuggi, cui non importa nulla dell’Italia. Vivendi vive di Media e telecomunicazioni. Elliott non ha bisogno né dell’Italia né di alcun asset italiano».

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Da - https://www.lastampa.it/2019/04/07/economia/una-follia-i-rimborsi-a-pioggia-ai-cittadini-traditi-dalle-banche-lWrBF83od2h6F9h6fPh2tN/pagina.html


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« Risposta #17 inserito:: Maggio 02, 2019, 05:43:45 pm »

“Debito pubblico peggio che nella Seconda Guerra Mondiale”

Un rapporto presentato al Workshop Ambrosetti illustra come il rapporto col pil, al 132%, superi del 22% quello raggiunto nel corso del conflitto.
Il caso del Belgio: in 14 anni l’hanno tagliato di 51 punti percentuali

Pubblicato il 06/04/2019 - Ultima modifica il 06/04/2019 alle ore 07:00

FRANCESCO SPINI
INVIATO A CERNOBBIO (COMO)

Il debito pubblico italiano, quella mole da 2.316,7 miliardi di euro (così a fine dicembre), è sempre al centro delle cronache finanziarie. Più ancora che il numero assoluto, conta la sua sostenibilità. E in questo soccorre un altro numero, ossia il rapporto tra debito e pil, il prodotto interno lordo. Al momento è pari al 132,1% ma presto, con la crescita zero potrebbe superare il 133%. Lo si legge in una ricerca presentata in occasione della trentesima edizione del Workshop Ambrosetti di Cernobbio in cui c’è un avvertimento per chi non sentisse l’urgenza di invertire la marcia: l’attuale rapporto debito/pil è solo a 18 punti «dal livello massimo raggiunto nell’economia post bellica del 1920 ed è del 22% superiore al picco raggiunto nella Seconda Guerra Mondiale».

Inizia la giornata con la Cucina de La Stampa, la newsletter di Maurizio Molinari
Tutti si chiedono se sia possibile una riduzione significativa del rapporto debito/pil. Per trovare la risposta bisogna andare in Belgio, dove fra il 1993 e il 2007 tale rapporto è stato ridotto di ben 51,1 punti percentuali, passando dal 138,1 all’87%. Si può fare: per scendere mediamente di 3,7 punti l’anno serve un flusso costante di avanzi primari e per questo serve la crescita, mica quella stentata dell’Italia. Il Belgio in quegli anni ha visto il pil salire in media del 2,4% all’anno. In più è stato aiutato da una invidiabile stabilità politica: in 14 anni si sono susseguiti 4 governi. Nel contempo tali governi hanno aumentato l’Iva, le tasse sui capitali e sulle proprietà, oltre che le accise. Ma hanno diminuito al ribasso le imposte sulle persone e sulle imprese. Ma soprattutto sono riusciti nella mission impossible di tagliare la spesa pubblica, scenda dal 56,8% del pil al 48,2%.

Non è mica solo il Belgio. L’Irlanda tra il 1994 e il 2006 ha ridotto il rapporto debito/pil di 69,2 punti dal 94,1% al 24,9%; la Danimarca tra il ’94 e il 2007 lo ha tagliato di 53,2 punti, dall’80,1 al 26,8%; in Olanda la sforbiciata è stata di 25,6 punti, dal 76,1 al 50,5%. Lo studio conclude ricordando le due strade per ridurre il magico numerello: aumentare le entrate o diminuire le uscite. Ma aumentare le tasse «ha tipicamente un effetto recessivo: i vantaggi derivanti dal maggior avanzo primario sarebbero vanificati dalla minor crescita». Resta la riduzione delle spese che è «una strada più auspicabile», anche aumentando gli investimenti e contenendo la spesa corrente. Missione non impossibile, ma quasi, se parliamo dell’Italia.
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Da - https://www.lastampa.it/2019/04/06/economia/debito-pubblico-peggio-che-nella-seconda-guerra-mondiale-xIVVEdRqMHPrZTqujVSpVJ/pagina.html
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« Risposta #18 inserito:: Maggio 21, 2019, 05:29:46 pm »


L’altolà di Confindustria al governo: “No allo sforamento del deficit per fare spesa ordinaria”
Il presidente Boccia avverte Di Maio e Salvini, che hanno partecipato all'assemblea nazionale di Confartigianato senza nemmeno incrociarsi

ANSA

Luigi Di Maio in platea all'assemblea nazionale di Confagricoltura

Pubblicato il 18/05/2019 - Ultima modifica il 18/05/2019 alle ore 13:58

Francesco Spini
Milano
Partecipano allo stesso convegno, l’assemblea nazionale di Confagricoltura che ha riunito in mattinata 600 agricoltori al palazzo della Borsa, a Milano. Ma Matteo Salvini e Luigi Di Maio, vicepremier separati in casa, nemmeno si incrociano. «Lo vedrò lunedì al consiglio dei ministri», dice Salvini. Entrambi sostengono che il governo può durare altri 4 anni eppure il grande gelo prosegue. E intanto al governo arriva la rampogna del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Il quale, intervenendo dal palco, dice che la politica «deve avere il senso del limite. L’auspicio è quello dei giorni scorsi «sia un linguaggio frutto di una ubriacatura elettorale». Sul merito delle ultime sortite che hanno fatto balzare lo spread, Boccia è netto. «Non bisogna usare l’Europa come alibi per non affrontare la situazione italiana, con il nostro debito pubblico non possiamo sforare il deficit per fare spesa ordinaria». E ancora: «Lo sforamento del 3% non è una questione europea ma italiana, penso che nessun alleato ce lo consentirebbe ma questa è una questione tutta italiana e solo italiana».

L’altra questione che interessa la platea la introduce il patrone di casa, il preside te di Confagricoltura Massimo Giansanti: «Dobbiamo sapere se questo governo durerà o no 4 anni». Il primo a rispondere è Di Maio che, sul palco, non cita mai Salvini («l’altro vicepremier», lo chiama). «Il nostro obiettivo è governare per altri 4 anni. Nessun ministro in queste settimane è stato fermo rispetto ai propri obiettivi». Certo, ci sono «differenze anche sostanziali» con la Lega, dice il leader M5S, ma «una pace politica mi farebbe piacere». E dell’alleato, spiega, «non ho mai messo in dubbio la lealtà». A margine ritrova un po’ di cattiveria, in vista della manifestazione che oggi riunisce i sovranisti europei. «Bisogna essere preoccupati» dalle ultradestre europee», sono quelli che «hanno chiesto all’Italia l’austerity». «Non vogliono bene all’Italia - ha concluso - e se non vogliono bene all’Italia non ne abbiamo bisogno».

Anche Salvini davanti agli imprenditori prova a convincerli che «il governo andrà avanti per 4 anni di stabilità». Paragonando il governo a una coppia, il ministro dell’Interno dice che «il marito vuole andare avanti». La pace proposta da Di Maio? Si può fare «basta approvare il dl Sicurezza», dice a margine. In definitiva «se tutti mantengono la parola data, il problema non si pone; sulla riduzione delle tasse, sull’autonomia, lo sblocco dei cantieri. Se tutti mantengono la parola data andiamo avanti bene come in questi mesi». Secondo il leader leghista ora serve un choc fiscale, sul modello ungherese che tassa le imprese al 9%. «Se ho il coraggio di uno choc fiscale, torno a crescere» e «si crea lavoro». Se invece «continuiamo su questo binario, con una crescita dello 0,2%, andiamo a sbattere».

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Da - https://www.lastampa.it/2019/05/18/milano/laltol-di-confindustria-al-governo-no-allo-sforamento-del-deficit-per-fare-spesa-ordinaria-0mf7R8zJsJvBlZSEtZQ4hO/pagina.html
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