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Autore Topic: FRANCESCO SPINI.  (Letto 3364 volte)
Admin
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« il: Giugno 14, 2010, 10:05:00 »

14/6/2010 (7:4)  - MANOVRA

Tremonti: "Il governo ha dato, tocca alle Regioni"

Il ministro bacchetta i governatori

FRANCESCO SPINI
LEVICO TERME

«Finora alle Regioni è stato dato. Anche se si fermano un giro, non è che succede...». Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, sta spiegando la necessità di semplificare la burocrazia per le imprese «lasciando giù un po’ di zavorra per competere» nell’età della globalizzazione. Ma quando, alla festa della Cisl a Levico Terme, in Trentino, mentre tesse gli elogi di una manovra «di grande impegno e coraggio» gli fanno notare come i governatori delle regioni - il lombardo Formigoni in testa - protestino per lo squilibrio dei tagli che punisce loro e salva lo Stato, sbotta: «Il governo è stato tagliato tante volte negli anni passati. Il taglio del 10% è oggettivamente al limite». Andare oltre «vuol dire bloccare i ministeri. Non credo sia nell’interesse nazionale».

All’accusa secondo cui la manovra non divide tra regioni virtuose e no, assicura che nella manovra «c’è l’obiettivo generale. Entro autunno, speriamo prima, si farà il patto in cui le regioni si dividono tra di loro l’entità, riconoscendo vizi e virtù delle regioni stesse». Ragionamenti che non convincono i governatori. Che si mobilitano: Vasco Errani, presidente della Conferenza delle regioni, ha convocato per domani un riunione straordinaria. «Nessuno mette in dubbio la necessità di interventi finanziari adeguati - spiega -, ma occorre una manovra più equa». Quasi a rispondere a un Roberto Formigoni che come «unico risultato della manovra» vede quello di «spazzare via il federalismo fiscale», Tremonti conferma l’impegno di portare a termine la riforma cara alla Lega. Perché «non è accettabile un sistema come il nostro che ha tutta la fiscalità nazionale e metà della spesa locale», col paradosso che era «più federalista la finanza di Mussolini, e quella della Costituzione. La follia è nata negli Anni 70».

Il lavoro sta portando a galla aspetti poco conosciuti del sistema dei trasferimenti dallo Stato: «Il ministero degli Interni dà a 4.600 comuni, su un totale di 8 mila, quasi 16 miliardi: a voi sembra civile un Paese che dà un punto di pil a metà dei comuni in base a criteri che nessuno conosce? Neppure il presidente dell’Anci li ha presente». Sempre a proposito della manovra, ai comuni dice: «Rispetto a quello che abbiamo dato, sono 5-600 milioni di tagli in più, non mi sembrano cifre pazzesche». Del resto, dice, «i comuni avranno da subito l’avvio del trasferimento del potere fiscale-immobiliare». Ma qui a Levico Tremonti rilancia la battaglia contro la burocrazia per le imprese, illustrata due giorni fa agli industriali di Santa Margherita Ligure. Un’operazione di semplificazione che passerà da una legge ordinaria, poi blindata con una modifica agli articoli 41 e 118 della Costituzione, per sgravare il sistema dalla «quantità impressionante e crescente di regole, che hanno l’effetto di un blocco, di una ragnatela, di un labirinto che fa paura».

E segnala come nel titolo V della Costituzione ci sia «un’altra cosa che ci spiazza: l’idea che le infrastrutture nazionali siano di competenza regionale. E’ una contraddizione: bastano due parole per modificare anche questo». Quindi rivendica la manovra - «dal prossimo anno le politiche economiche saranno comuni in Europa» - disegnata «nel modo socialmente meno incisivo». «Mai - dice - un governo ha fatto un decreto come questo: altri erano pappa e ciccia con la Svizzera, pappa e ciccia con San Marino». L’efficacia della lotta all’evasione preoccupa però il leader Cgil Guglielmo Epifani di dover affrontare altri tagli: «Se non raggiungono gli 8-9 miliardi previsti sarà necessaria un’altra manovra».

http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201006articoli/55895girata.asp
« Ultima modifica: Giugno 28, 2013, 06:25:40 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Agosto 18, 2011, 05:44:29 »

Economia

18/08/2011 - IL CASO

Banche e Borse sulle barricate

No alla Tobin tax

Londra avverte: «Inutile se non è mondiale I grandi investitori fuggirebbero altrove»

FRANCESCO SPINI
MILANO

In una delle ultime volte che dal cilindro europeo e mondiale il mago di turno ha tirato fuori il «coniglio» Tobin Tax, il nostro ministro dell’economia Giulio Tremonti è stato chiarissimo. Tassare le transazioni finanziarie, disse all’inizio di settembre di un anno fa, è «affascinante sul piano etico, politico e anche tecnico. Ma o la fanno tutti i paesi del G20 oppure diventa una specie di suicidio». E di suicidarsi, oggi, banche, case d’affari e borse non hanno granché di voglia, visto che sul piano politico, grande coesione non se ne vede. L’Olanda è contraria alla proposta franco-tedesca, la Svezia chiede che la misura sia condivisa ovunque nel mondo. Anche Londra, che con Gordon Brown fu una grande sostenitrice della tassa, ora pone precisi paletti: «Qualsiasi tassa - dicono da Downing Street - deve essere applicata a livello globale altrimenti le transazioni non faranno che spostarsi laddove non saranno tassate».

La stessa cosa che sostengono gli operatori finanziari. Deutsche Boerse, la piazza tedesca, sostiene come tale tassa «non sia adeguata a rafforzare nel tempo la sicurezza e l’integrità dei mercati finanziari». Piuttosto costituisce «un incentivo a spostarsi verso nicchie di mercato non coperte dalla tassa». Insomma, trattasi di «un regalo ai mercati e ai prodotti finanziari non regolamentati». Dello stesso tenore le banche cooperative tedesche (non le casse di risparmio, che si dicono favorevoli) e i colleghi inglesi e irlandesi. Tra gli operatori, però, prevale lo scetticismo sulle reali possibilità che il balzello teorizzato nel 1972 dal premio Nobel James Tobin per frenare la speculazione sulle valute, prenda davvero piede, così come abbia efficacia contro la speculazione. «Mi sembra un diversivo rispetto a problemi più importanti del settore finanziario, come la regolamentazione dei derivati e degli opachi mercati “over the counter”», commenta Mario Spreafico, responsabile degli investimenti in Italia di Schroders.

Meglio prevenire scatti in avanti, comunque. Ed ecco l’Afme, l’associazione che riunisce le banche di investimento europee dire che «una tassa sulle transazioni sarebbe un freno alla crescita economica». E rivendicare il ruolo dell’industria finanziaria che «non deve essere vista come una fonte addizionale di entrate tributarie, ma come una parte essenziale di un’economia stabile e sostenibile». In Borsa finora l’effetto-annuncio della tassa anti-speculazione (verso cui l’attuale e il futuro presidente della Bce, Trichet e Draghi, si sono sempre mostrati assai scettici) è stato piuttosto limitato. La Borsa di Londra, è vero, chiude in rosso (-0,5%), ma è più che altro l’effetto dei timori legati alla salita della disoccupazione. Francoforte, chiude a -0,77%, ma pesa il rallentamento del Pil. Chi trema, per ora, sono i titoli delle Borse a loro volta quotate. Le azioni di Deutsche Boerse cedono il 5%, quelle di Nyse Euronext (New York-Parigi) il 4,7%, la londinese Lse (che controlla anche Borsa Italiana) il 2,8%.

Si attendono dettagli sul dove, come e quanto della tassa. Che, con poche eccezioni (come Corrado Passera che un anno fa si dichiarò a favore di «una microimposizione che non distorca il mercato») non piace ai banchieri ma convince molti economisti a cominciare da un altro Nobel come Joseph Stiglitz. Le ipotesi più gettonate parlano di un balzello tra lo 0,01 e lo 0,05% sul valore della transazione, per un gettito che, a livello mondiale potrebbe essere - a seconda dei calcoli - tra i 400 e i 600 miliardi di dollari. In uno studio la Cgil a gennaio calcolò che l’Italia, con un prelievo dello 0,05%, avrebbe maggiori entrate per 3,89 miliardi di euro. Le previsioni non furono però rispettate in Svezia, dove l’esperimento nato nell’84 fu chiuso nel ’91. L’Fmi dice che la Tobin Tax non è risolutiva per i mercati: calano i volumi, scende la liquidità e cresce la volatilità. Ma si può fare. Del resto il balzello, soprattutto dalla fine degli Anni 90, torna ciclicamente alla ribalta come panacea anticrisi. Fino a qualche anno fa, però, col ricavato i teorici della «Tobin» volevano aiutare i paesi poveri. Ora l’Occidente si aggrappa all’ex «tassa da comunisti» per salvare se stesso.

da - http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/416052/
« Ultima modifica: Agosto 19, 2011, 11:49:20 da Admin » Loggato
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« Risposta #2 il: Agosto 19, 2011, 11:49:53 »

Economia

19/08/2011 - DOSSIER / LE PROSPETTIVE DEI MERCATI

Le Borse e l’incubo di rivivere l’effetto Lehman Brothers

Gli operatori: "Ci sono i margini per scendere di più"

Non ancora raggiunti i livelli minimi del marzo 2009

FRANCESCO SPINI
MILANO

Mentre un’altra settimana terribile in Borsa volge al termine, la domanda rimbalza anche nelle sale operative: di quanto ancora potrà scendere il mercato? Dare una risposta, proprio nei giorni in cui gli investitori scoprono un nuovo motivo per scendere - il rischio di una nuova recessione -, diventa ancora più difficile. «Di fronte a questo mercato - racconta Armando Carcaterra, direttore generale di Anima Sgr - passiamo le giornate davanti agli schermi senza ricevere segnali certi, non sappiamo insomma quanto il premio pagato per il rischio possa salire e dunque i prezzi deteriorarsi ulteriormente». Esiste un precedente, che ha un nome sinistro: Lehman Brothers.

Continua il gestore: «La situazione attuale è diversa da quella che seguì il fallimento della banca americana. Allora le obbligazioni subordinate delle banche, come i Tier 1, crollarono a 30 su 100. Ora stanno a 90». E dunque il panico sulla tenuta degli istituti di credito non c’è. «Anche le Borse sono ancora lontane dai livelli che raggiunsero nel momento peggiore che seguì il fallimento di Lehman: nel marzo 2009, ad esempio, lo S&P 500 era vicino a quota 660, ora sta a 1.140 punti. Anche in Europa la situazione non è dissimile». Basta guardare Piazza Affari: nel marzo del 2009 l’indice Ftse Mib raggiunse quota 12.600 punti, oggi sta a 14.970. C’è ancora un cuscinetto del 15%. «Ora si tratta di capire se il rischio sistemico dell’attuale situazione è simile a quello che il mercato valutò con Lehman Brothers».

Il settore più a rischio è quello finanziario, che a Milano pesa moltissimo. Unicredit, a marzo del 2009, toccò quota 0,5892, oggi vale 0,9555: il 40% in più. Diverso per Intesa Sanpaolo, i cui minimi del 2009 (quando resistette a 1,28 euro) sono stati già rivisti col crollo del 10 agosto a 1,13 euro. Ieri ha chiuso a 1,19 euro. In teoria, lo spazio per scendere non è finito. Il mercato, per risalire, vuole vedere una scossa dalla politica. Carlo Gentili, amministratore delegato di Nextam Partners, punta il dito sull’Europa: «Da un anno a questa parte, da che si tenta di risolvere la crisi greca, l'Europa mostra una mancanza di solidarietà tra gli Stati che ne fanno parte. Prova ne siano le garanzie richieste ad Atene dalla Finlandia e da altri Paesi per partecipare al piano di salvataggio». Questo però significa giocare col fuoco.

«Se non si trova una coesione vera, che porti a una reale solidarietà tra gli Stati, si va a finire male. Perché se fallisce la Grecia, a ruota potrà toccare al Portogallo, all’Irlanda, quindi forse alla Spagna e così via. Ma a quel punto salteranno anche le banche tedesche». Ecco perché i mercati possono ancora scendere. «Perché gradualmente scontano sempre più l’avverarsi del fallimento greco e le sue implicazioni sistemiche». La politica inerte, insomma, è alla base del logorio continuo a cui sono sottoposti i mercati da investitori sempre più nervosi e sfiduciati sulle reali capacità delle politica di intervenire. Vale per l’Europa, dove si attendono interventi che vadano ben oltre la proposta di una Tobin Tax a cui, in Borsa, non crede nessuno. Ma il discorso su un intervento della politica vale tanto più per il nostro Paese.

«Gli investitori - spiega Carcaterra - vorrebbero vedere una manovra lacrime e sangue ben più incisiva di quella messa a punto e che, attraverso una patrimoniale, possa dare una limata al debito». Accompagnata però «da riforme che diano una prospettiva di crescita. Altrimenti saremo percepiti come destinati ad andare sempre peggio». Lo dicono i multipli a cui il nostro mercato è valutato, sempre un gradino sotto gli altri. E ora, per tutti, si aggiunge lo spettro di una nuova crisi, in America quanto in Europa: lo segnalavano ieri un report di Morgan Stanley (titolo: «Pericolosamente vicini alla recessione») e dati assai deludenti giunti dagli Stati Uniti. Per questo il mercato si rifugia nei titoli di Stato più sicuri, quelli americani (nonostante Standard & Poor’s abbia levato loro la tripla A) e tedeschi. In Borsa con il rallentamento della crescita non soffrono più solo le banche, ma anche l’industria: prova ne sia che, ieri, anche il Dax, l’indice della Borsa tedesca che rispecchia la manifattura europea, ha perso il 5,8%.
«Rispetto ai giorni scorsi la Borsa ieri, pur nel crollo generale, è stata meno caotica e più razionale - racconta un trader di una grande banca milanese -. Ma si vive alla giornata, ormai ci aspettiamo di tutto».

da - http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/416173/
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« Risposta #3 il: Dicembre 24, 2012, 06:46:35 »

Economia
22/12/2012 - RESTA FUORI IL SETTORE spazio.

Dalla cessione un miliardo di valore per Cinven, a Finmeccanica 260 milioni

L’aeronautica di Avio a Ge per 3,3 miliardi

Il via libera del governo all’operazione: crea valore e dimostra l’attrattività del Paese

Francesco Spini
Milano

La divisione Aeronautica di Avio parlerà americano. Ad aggiudicarsi il produttore di componenti e motori per aeromobili fondato nel 1908 a Torino, 5300 dipendenti, è stato il colosso General Electric che ha messo sul piatto, inclusa la totale assunzione dei debiti, 3,3 miliardi di euro (8,5 volte il mol atteso nel 2012), con l’impegno di accelerarne lo sviluppo. La divisione Spazio, invece - non avendo Ge impegni nel settore e dunque nemmeno la possibilità di creare sinergie - resterà per ora agli attuali azionisti, ossia per l’81% al fondo di private equity Cinven (per cui la vendita del settore aeronautico di Avio genererà un miliardo di valore) accanto a cui, col 14%, c’è Finmeccanica (per cui da quest’operazione deriveranno proventi per 260 milioni).

Ad accogliere «con favore» l’operazione che si perfezionerà nei prossimi mesi è stato anche il governo, il quale, informa una nota di Palazzo Chigi, si è assicurato che Ge «assumesse in via preventiva» una serie di «impegni» a tutela delle attività di «rilevanza strategica», per il Paese. Secondo il governo «l’operazione dimostra come l’Italia stia diventando un Paese più competitivo e attraente per gli investimenti italiani e stranieri» e permetterà di «accrescere il peso e il valore di Avio» grazie «ai vantaggi offerti dalla relazione consolidata» con la multinazionale Usa, e «al consistente piano di investimenti» previsto da Ge.

Nel corso di una conferenza stampa a Piazza Affari - a cui hanno preso parte l’ad di Avio, Francesco Caio, e il presidente e ceo di Ge Europa, Nani Beccalli Falco - il presidente e ceo di Ge Aviation, David Joyce, ha ricordato i 28 anni di collaborazione con Avio «di cui Ge, direttamente o tramite joint venture, concorre a generare il 50% dei ricavi» (pari a 1,7 miliardi nel 2011) e ha assicurato l’impegno per lo sviluppo futuro in Italia per cui «abbiamo un piano entusiasmante». Del resto «Avio possiede tecnologie, competenze ed eccezionali riserve ingegneristiche per supportare la crescita del nostro business». Per la divisione Joyce ha parlato di 1,1 miliardi di dollari di investimenti in 10 anni, «con l’obiettivo di sviluppare il business delle trasmissioni meccaniche» con sede in Italia, e con la possibilità di estendere le tecnologie di Avio a settori «quali la generazione elettrica, il comparto Oil&Gas, i propulsori marini». Mentre Caio ha sottolineato «l’accelerazione della crescita» come driver dell’operazione, Beccalli ha ricordato il precedente positivo del Nuovo Pignone. Acquistato da Ge nel ’93, «fatturava 900 milioni di dollari con 5 mila dipendenti. Oggi è un gruppo da 17 miliardi di dollari e 33 mila persone, di cui 6mila sono in Italia». Paese su cui Ge punta ancora. Nell’affare non è entrato il Fondo Strategico Italiano. Ma «non si esclude - ha detto Beccalli - che in un futuro Fsi possa diventare un elemento di cooperazione per quanto riguarda i motori aeronautici».

da - http://lastampa.it/2012/12/22/economia/l-aeronautica-di-avio-a-ge-per-miliardi-G2hqhuK251N8TlA1zJOFUK/pagina.html
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« Risposta #4 il: Gennaio 01, 2013, 11:52:32 »

politica
30/12/2012

Passera: “Volevo una grande casa non tante casette”

La delusione del ministro che si è battuto per la lista unica “Un ammasso di soggetti diversi dove la filosofia non è chiara”

Francesco Spini

Milano


A chi lo ha chiamato, il giorno dopo la rinuncia alla candidatura a sostegno di Monti, Corrado Passera ha opposto un «no» gentile: «Non voglio dire niente, preferisco il silenzio, non voglio creare problemi a Mario...». 

 

Un silenzio dietro cui ha faticato però a nascondere la sua irritazione per quanto accaduto, e soprattutto nei confronti dell’Udc di Pierferdinando Casini. Lo stesso che, nell’ormai celebre riunione di venerdì al convento delle suore di Sion, a Monteverde, ha imposto il veto alla lista unica, costringendo Passera a cancellare con una frase («...preferisco fare un passo indietro») il lavoro delle ultime settimane. Quello per un «nuovo grande soggetto politico» - come lo ha sempre definito con i suoi interlocutori -, un movimento o partito in cui far confluire «tante persone nuove sul territorio, con un’agenda nuova, in parte coincidente con l’Agenda Monti», ma che sarebbe andata oltre, arricchendola di posizioni «più innovative e radicali».

 

All’incontro in convento si è battuto fino all’ultimo dunque sulla necessità della lista unica, perché con tante liste «non c’è massa critica, non c’è chiarezza e mi chiedo dove sia la novità», ha detto. Quale scossa al panorama politico nel mettere insieme Casini, Fli, pezzi del Pdl? Insomma «un ammasso di cose diverse dove la filosofia non è chiara». Una posizione che, raccontano, sulle prime avrebbe incontrato il favore dell’ex Pd Pietro Ichino, dello stesso Monti e di Nicola Rossi. Ma al termine di diversi giri di tavolo Udc e Italia Futura alla fine non hanno lasciato spazi di manovra. 

 

«Ma se hai in mente dei nomi - è stata la proposta a un certo punto rivolta al ministro - un programma, puoi fare una lista, così anziché due possono diventare tre». Offerta inaccettabile per Passera. Troppe liste, filosofie diverse alla base di ciascuna di esse, sentore di ritorno alla «vecchia politica», secondo il ministro. Il quale «coerentemente» si è tirato fuori, dicendo che «avevamo bisogno di una nuova grande casa, invece stiamo sommando delle casette esistenti». Uno dei presenti, sul fronte opposto, racconta una versione meno romantica: «Aveva chiesto di fare il manager della lista unica, ma non ci è riuscito».

 

La scelta del ministro, a quanto raccontano, è irrevocabile. Il futuro di Passera, almeno in parte, da reinventare. Il suo come quello del gruppo di lavoro che già aveva disdetto le ferie, pronto a un Capodanno a testa bassa su programmi, linee e candidature da passare al vaglio. Un team assai ampio. Non solo il suo staff di fedelissimi al ministero, ma anche esponenti dell’industria, delle professioni, delle associazioni. Molti 30-40enni, altri meno giovani. C’era dunque un’Agenda Passera da fondere con l’Agenda Monti? 

 

Raccontano che Passera stesse lavorando proprio con il Professore al suo progetto. Che di diverso, rispetto al risultato uscito dal convento delle suore di Sion - per come lo racconta chi ha lavorato all’idea - c’era anzitutto il punto di partenza. Non voleva essere un’operazione di «ingegneria partitica», come qualcuno tra i sostenitori del ministro chiama il rassemblement, ma un «progetto politico di ampio respiro» per «cambiare davvero il baricentro dell’offerta politica del Paese» che invece - ed è questa l’accusa - così «non cambia». Nei fatti, raccontano i delusi, viene meno il Monti politico, al contrario c’è in campo un Monti che si limiterebbe ad apporre il bollino blu della sua Agenda, in una sorta di «franchising» concesso a soggetti che proprio nuovi non sono, come per l’appunto l’Udc. 

 

Che cosa farà ora Passera? Qualcuno non esclude che il suo futuro passi ancora per la politica. Come, si vedrà. Nelle prossime settimane il ministro punta a chiudere l’agenda delle scadenza mandando a firma alcuni decreti attuativi che attendono sulla scrivania. Anche ieri mattina era nel suo ufficio, dove gli sono giunti moltissimi messaggi e telefonate. Nel pomeriggio ha lasciato Roma per starsene qualche giorno al mare, con la famiglia. Anche lì, a chi lo chiamava, stessa solfa: «Non parlo, non voglio creare problemi a Mario...».


da - http://lastampa.it/2012/12/30/italia/politica/il-ministro-volevo-una-grande-casa-non-tante-casette-0ANimmgRaF0UzgKq9AJGGN/pagina.html
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« Risposta #5 il: Giugno 28, 2013, 06:26:18 »

Economia
28/06/2013

John Elkann: “In dieci anni triplicato il valore delle nostre attività”

Il presidente di Fiat ed Exor alla Bocconi: “Così il capitalismo familiare vince la sfida”

Francesco Spini

MILANO


Il suo è il racconto di una sfida vinta, ma anche dell’importanza di un capitalismo, quello familiare, che - almeno quando ha saputo coniugare i valori della famiglia con quelli del mercato - ha resistito meglio di altri alla peggior crisi dal dopoguerra, con performance di riguardo. John Elkann, presidente di Fiat ed Exor, lo dimostra in un convegno alla Bocconi dedicato proprio alle aziende familiari, partendo dall’esperienza del gruppo da lui guidato.

«Negli ultimi dieci anni - spiega - abbiamo triplicato il valore della nostra accomandita di famiglia». Più 300%, mentre «l’indice mondiale delle Borse Msci è salito del 43% e quello italiano ha perso il 36%». Dietro ci sono anni all’insegna del cambiamento seguiti alla scomparsa di Giovanni Agnelli prima e di suo fratello Umberto poi. Da allora «siamo stati impegnati nel semplificare la struttura, che da 5 holding è stata ridotta a una sola società di investimento», la Exor. «Quindi ci siamo globalizzati: nel 2003 il 75% dei ricavi» dell’aggregato delle società controllate dalla famiglia, «provenivano dall’Europa, oggi meno del 30%. Ci siamo sviluppati molto in America del Nord, da cui proviene circa la metà del fatturato, mentre il resto arriva in buona parte da Asia e America Latina». 

Terzo: «Abbiamo ridotto la leva finanziaria: l’indebitamento totale era di circa un miliardo, oggi abbiamo 1,5 miliardi di liquidità netta». Ma, sostiene John Elkann, «il risultato più importante è quanto successo in Fiat», dove sotto la guida di Sergio Marchionne «il business è fondamentalmente cambiato» con i ricavi passati da 27 a 84 miliardi, «generati per il 54% in America ma con l’Europa che oggi conta 15 mila lavoratori in più: abbiamo aggiunto lavoro e riportato 1,5 miliardi di profitti». Tutto partendo da una famiglia che, sottolinea, è «molto unita» oltreché numerosa: 250 persone, di cui 100 azionisti dell’accomandita Giovanni Agnelli & C, di cui Elkann è presidente. Non sempre funziona così. «Occorre - avverte Elkann - la combinazione tra un leader molto forte nel business che sappia condividere i valori di una famiglia altrettanto presente, ciascuno nel proprio ambito di responsabilità». È quanto accaduto con Marchionne, assicura Elkann, con cui «in questi dieci anni è sorta una grande complicità a seguito delle battaglie condivise. Dalla cena del 2004, quando gli abbiamo chiedo di diventare ad, la visione del business non è cambiata, all’insegna del rispetto reciproco». 

Per il resto non è un caso se il capitalismo familiare negli ultimi 10 anni, in generale, si sia imposto nelle performance, con un +133%. «Le imprese a controllo familiare tendono ad essere più prudenti dal punto di vista della struttura finanziaria, si indebitano di meno e, in una decade difficile come quella appena passata, è stato sicuramente un vantaggio». In secondo luogo questa categoria risulta essere «più sobria, più cauta nella gestione, attenta al controllo sui costi e sugli investimenti». Infine sono aziende che «tendono a pensare a come mitigare il rischio. E lo fanno con una maggiore diversificazione geografica, di linee di prodotto e di segmenti di mercato». Non ultimo, dalla loro parte hanno il fattore-stabilità che «mette a proprio agio governi e istituzioni: sanno che una famiglia imprenditoriale ci sarà sempre, manterrà i propri impegni, è affidabile». 

Al convegno partecipano anche membri della famiglia, tra cui la moglie di Elkann, Lavinia, e il fratello Lapo, «un esempio molto forte di qualcuno che ha avuto un’idea e l’ha portata avanti, creando valore vero», dice il presidente Fiat, in vista della quotazione, oggi, di Italia Independent. Elkann ricorda gli insegnamenti dell’Avvocato come «la curiosità, il rispetto del lavoro. Prima di portarmi a riunioni importanti mi diceva: non preoccuparti di non sapere. L’importante è dirlo, e fare sempre domande, per imparare». E smonta anche i luoghi comuni sulle imprese a controllo familiare. Si dice che siano piccole? Ricorda il caso italiano di Luxottica, l’americana Wal Mart, la coreana Samsung o l’indiana Tata. Falso che i top manager siano scelti in famiglia, «basta guardare l’esempio di Ford, dove il ceo esterno è molto forte». E sorride di fronte all’accusa che, in fondo, le famiglie si fermino sempre a dimensioni locali. Basta vedere la News Corp nei media o Arcelor-Mittal, leader mondiale dell’acciaio.

da - http://lastampa.it/2013/06/28/economia/john-elkann-in-dieci-anni-triplicato-il-valore-delle-nostre-attivit-0iuZFHjkbZUNADgOUYhkoL/pagina.html
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« Risposta #6 il: Luglio 28, 2013, 05:15:07 »

Economia
27/07/2013 - entra in vigore il regolamento della consob sui finanziamenti collettivi via internet

Crowdfunding, al via le nuove regole

Il crowdfunding va sempre più di moda tra i giovani per finanziare idee e progetti

Italia primo Paese a introdurre le norme. Da oggi i portali possono fare domanda per il registro

Francesco Spini
Milano

«Contiamo di essere operativi da ottobre. I nostri obiettivi? Concludere almeno 20 operazioni l’anno, con un taglio medio da 500 mila euro. Abbiamo già diverse richieste, tra società biotecnologiche, altre impegnate nel risparmio energetico, in Internet...». A parlare è Giuseppe Allevi, tra i fondatori - tutti giovani, tutti di Bergamo, per lo più ingegneri - di WeAreStarting, uno dei portali (in coda, tra gli altri, c’è anche CrowdForMe) pronti a lanciarsi nell’equity-crowdfunding. Diventeranno delle piazze virtuali in cui le start up innovative potranno presentarsi per raccogliere capitali dalla gente via Internet. 

 

Le grandi manovre partono oggi. Entra in vigore il regolamento Consob che fissa le norme per questa nuova forma di «raccolta del risparmio» caldeggiata dal ministero dello Sviluppo, che l’aveva inserita nel decreto crescita bis. «L’Italia per una volta non è costretta a inseguire, ma agisce da pioniere», commenta Stefano Firpo, a capo della segreteria tecnica del ministro dello Sviluppo Economico. È il primo Paese in Europa e tra i primi nel Mondo (Obama che ha largamente usato il crowdfunding per la campagna elettorale l’ha inserito nel Job Act, che però non è ancora entrato in vigore) a regolare il tema. I portali dovranno - passato l’esame Consob - iscriversi in un registro, dimostrando i requisiti di onorabilità e professionalità dei gestori. 

 

Ci saranno forti obblighi informativi a favore dei risparmiatori. Con l’applicazione - come avviene nel risparmio tradizionale - della direttiva Mifid ma solo nel caso di investimenti che superino i 500 euro in un singolo caso e i mille complessivi in un anno. È previsto il co-investimento in ciascun progetto per almeno il 5% di un investitore professionale. «È importante una forte selezione iniziale - dice Firpo -, per far emergere operatori strutturati sia dal punto di vista della professionalità finanziaria che della gestione tecnologica, che sappiano creare un clima reputazionale favorevole allo sviluppo di questo modello, presentando fin da subito progetti validi». In palio c’è una fetta della futura crescita del Paese e l’espansione del modello. La platea delle società interessate - start up innovative - grazie al dl lavoro che ha allargato le maglie dell’innovazione richiesta si è ampliata da mille a 4-5 mila imprese. I portali? Ancora nessuna pre-domanda è giunta in Consob, ma all’inizio non dovrebbero superare la decina. 

 

«Il nostro giudizio sul regolamento è positivo, porterà a una spinta all’innovazione più libera e validata dagli utenti via Internet», commenta Daniela Castrataro, presidente dell’Italian Crowdfunding Network. In una recente ricerca, stilata con la sociologa della Cattolica, Ivana Pais, ha calcolato che a novembre 2012 il valore totale dei quasi 9 mila progetti di crowdfunding chiusi nell’anno in Italia (in forme che prevedono anche remunerazioni diverse dal denaro, in beni o servizi, oppure donazioni, prestiti sociali, tutti esclusi dalle regole della Consob) sia di oltre 13,2 milioni di euro, «numeri in crescita». Per l’equity-based (o meglio: quasi-equity, in cui si favoriscono incontri tra potenziali soci) si stima un valore di 2 milioni. Nel mondo si parla di 2 miliardi, che nel 2013 dovrebbe arrivare a 3,8. La nuova normativa suscita più di un dubbio, nel mondo «crowd». 

 

«Sbagliato limitare l’equity-crowdfunding alle sole start up innovative - dice per esempio Angelo Rindone, pioniere del settore (ha iniziato nel 2005) con Produzioni Dal Basso -, un settore troppo piccolo per un modello utilizzabile in moltissimi abiti, dal turismo all’agricoltura. Il rischio è di associare il crowdfunding alle sole start up, dimenticando le applicazioni sociali e culturali». Nicola Lencioni, ad di Eppela, teme che si alimenti «il sistema di molti fondi che investono poco denaro in tante start up, sperando che almeno una faccia il botto. Una sorta di speculazione». Le complicazioni informative e le garanzie mettono poi l’accento sul ruolo delle banche. «Un sistema che si poneva come alternativo alle banche, alla fine si rivolge sempre a loro - ammette Allevi -. Un difetto di bancocentrismo: toccherà a noi aiutarle ad aumentare la flessibilità». 

da - http://lastampa.it/2013/07/27/economia/crowdfunding-al-via-le-nuove-regole-dFKqOa8m8AfOP9EZ8U9CHP/pagina.html
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« Risposta #7 il: Settembre 26, 2013, 04:54:20 »

Economia
24/09/2013 - svolta nei negoziati tra mediobanca, intesa e generali

C’è l’accordo, Telecom diventa spagnola

Madrid subito al 66% di Telco, ma i diritti di voto restano al 46,2%

Sul piatto 800 milioni di euro Bernabè studia contromosse


Francesco Spini
Milano


L’accordo ora è ufficiale. Gli spagnoli di Telefonica già al termine di un aumento di capitale che verrà sottoscritto oggi conquistano la maggioranza della holding che controlla il 22,4% di Telecom Italia, al 66%. Ma, dal punto di vista della governance, ovvero dei diritti di voto, in un primo momento tutto rimarrà immutato: Madrid, prima di avere pieni poteri, dovrà attendere le autorizzazioni regolamentari e antitrust da Brasile e Argentina. E comunque non prima del 2014. E anche allora, secondo gli accordi, il peso dei soci italiani nel governo di Telecom resterà rilevante, con i diritto di nominare i primi due nomi in lista (presidente e ad) e la metà dei candidati. Ma sempre dal 2014, una volta ottenute le autorizzazioni dagli antitrust brasiliano e argentino, Telefonica potrà acquistare tutto il pacchetto dei soci italiani.

 

Il dado, dunque, è tratto: in mattinata i soci italiani della holding - ossia Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo - hanno emesso un comunicato in cui spiegano l’operazione che avverrà attraverso due aumenti di capitale e un possibile acquisto delle quote degli italiani già nel 2014. «Siamo soddisfatti di aver concluso questo accordo - commenta l’ad delle Generali, Mario Greco - che è in linea con i nostri obiettivi di rafforzamento patrimoniale e che ci permette di guardare con ottimismo alla distribuzione di un dividendo soddisfacente a fine anno».

 

LE TAPPE 

Il primo passo è immediato e porterà il gruppo di Madrid fin da oggi al 66% della holding, restando però al 46,2% nei diritti di voto. Generali si diluirà al 19,32%, Intesa Sanpaolo al 7,34% così come Mediobanca. Telefonica sottoscriverà infatti un aumento di capitale da 324 milioni di euro valorizzando la partecipazione in Telecom posseduta da Telco 1,09 euro per azione, contro gli 0,59 euro della chiusura di ieri. Ma le azioni di nuova emissione saranno prive di diritti di voto. Intanto però l’aumento di capitale servirà a ripagare in parte del debito della holding (un miliardo) che per il resto verrà rifinanziato da Mediobanca e Intesa. Non solo: Telefonica acquisirà parte del prestito soci, arrivando a detenere il 70% di tali bond.

 

IL SECONDO AUMENTO 

La seconda parte delle manovre scatterà non appena arriveranno le autorizzazioni regolamentari e Antitrust: Telefonica sottoscriverà allora un nuovo aumento di capitale da 117 milioni di euro che porterà il gruppo guidato da Cesar allerta al 70% della holding Telco. Ma anche in questo caso le azioni di nuova emissione non ci saranno mutamenti sostanziali nei processi decisionali.

 

IL POTERE NEL 2014 

Per prendere in mano il comando formale, con una schiacciante maggioranza nei diritti di voto Telefonica dovrà attendere le autorizzazioni. Una volta giunte, dal primo gennaio 2014 potrà convertire le azioni prive di diritti di voto in altre che hanno tale diritto. Fino a un massimo di diritti di voto del 64,9%. Restano garanzie per gli italiani nella presentazione della lista per Telecom (potranno indicare i primi due nomi della lista, e la metà dei candidati). Dal 2014 scatterà la facoltà di comprare tutte le quote in mano agli italiani ad almeno 1,1 euro per azione. Gli italiani, comunque, potranno uscire da Telco in due finestre: tra il 15 e il 30 giugno 2014 e tra il 1° e i il 15 febbraio 2015. Ma allora sarà già iniziata la Telecom della nuova era, quella che parla spagnolo.

Il primo passo, pressoché immediato, sarà quello di acquisire quote degli azionisti finanziari di Telco, ossia Generali (che ha il 30,58% della scatola), Mediobanca e Intesa Sanpaolo (entrambe all’11,62%). In tal modo il colosso guidato da Cesar Alierta salirà entro fine mese dall’attuale 46,18% al 60% della scatola. Questo pagando le azioni oltre un euro (mentre Mediobanca ha svalutato a prezzi di mercato, Generali e Intesa l’hanno in carico a 1,2 euro), con un premio dunque di circa il 70% rispetto agli 0,59 euro segnati ieri in Borsa, +3,42%. Una mossa che di fatto sancirà il passaggio del testimone. A tendere gli spagnoli arriveranno a circa il 70%. Poi, chissà. Telco, quindi, non si scioglie. La data del 28 settembre come limite per le disdette di fatto scompare. Ci saranno nuove finestre di uscita per i soci italiani.

 

Anche con la disdetta immediata, il passaggio delle azioni avrebbe comportato un «parcheggio» di altri sei mesi. In questo nuovo schema Telco dovrebbe sopravvivere per un altro anno circa, il tempo di dare a Telefonica la possibilità di completare la prima parte del riassetto, e forse lavorare per vendere Tim Brasil. 

La svolta delle trattative ci sarebbe stata settimana scorsa, quando il negoziato è stato condotto direttamente da Alierta, accompagnato dal direttore finanziario Angel Vilà, lo stesso che a fine luglio tatticamente giurava che Telefonica non puntava alla maggioranza di Telco. E invece Vilà ieri è giunto a Milano nel tardo pomeriggio per sovrintendere l’ultima fase delle trattative. Quando i soci di Telco avevano avviato le grandi manovre per preparare tecnicamente l’operazione. In Mediobanca si è riunito il comitato parti correlate, Intesa Sanpaolo ha convocato in via straordinaria il consiglio di gestione. Infine in serata è toccato alle Generali, con un consiglio di amministrazione fuori programma. In mezzo una ridda di riunioni che hanno avuto come epicentro Mediobanca. Dove sono stati visti entrare presidente e vicepresidente di Generali, Gabriele Galateri e Francesco Gaetano Caltagirone, il dg di Intesa Gaetano Miccichè e Marco Fossati, titolare in proprio del 5% di Telecom fuori da Telco e che potrebbe in futuro fare asse con Telefonica in una Telecom dove, tra gli azionisti, ieri si è appalesata con un 2% anche Ubs. 

 

Pure la governance di Telco e di Telecom subirà cambiamenti, ma come tutto in questa vicenda, avverrà a tappe. Ma il presidente Franco Bernabè non starà a guardare. Al cda del 3 ottobre, per esempio, potrebbe porre la necessità di un aumento di capitale tra i 3 e i 5 miliardi, magari presentando un possibile socio alternativo agli spagnoli. E ripiomba nell’incertezza lo scorporo della rete fissa. Secondo il viceministro alle Comunicazioni Antonio Catricalà va fatto, ma imporlo «è un percorso estremamente difficile». Quanto all’arrivo di soci esteri, Catricalà ha tagliato corto: «Noi vorremmo che le aziende fossero tutte italiane ma questo non è il mondo dei sogni, il nostro è il mondo della competizione globale». 

da - http://lastampa.it/2013/09/24/economia/telefonica-conquista-la-telecom-gJ4jDUioGcYlIp5xV0XxRJ/pagina.html
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« Risposta #8 il: Gennaio 28, 2014, 05:56:09 »

Economia
27/01/2014 - reportage

L’Inox valley non ce la fa più 24 euro l’ora sono troppi
Il costo del lavoro condanna il settore degli elettrodomestici del Nord-Est
Nel distretto degli elettrodomestici lavorano 21mila addetti

Francesco Spini
inviato a Pordenone

La chiamavano la Inox Valley, quella cresciuta sulla direttrice della statale 13 Pontebbana, a cavallo tra Veneto e Friuli, profondo Nord Est. La ex Zoppas da una parte, a Susegana, nella Marca trevigiana, la ex Zanussi dall’altra, in quel di Porcia, periferia di Pordenone. I due nomi storici dell’elettrodomestico del boom finiti entrambi in Electrolux, il colosso svedese che ad aprile deciderà che fare con gli stabilimenti italiani. Tutti scommettono che chiuderà Pordenone, mettendo in ginocchio pure l’indotto che è fiorito intorno. Le lavatrici non possono più permettersi i 24 euro orari del costo del lavoro made in Italy. In Polonia ne bastano 6,5. Brutta storia per l’Inox Valley. 

L’ultimo capitolo ha visto lo scontro frontale in casa Pd tra la renziana Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, e il ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato, accusato di «buttare a mare» lo stabilimento friulano a favore di quello veneto, con relativo invito a dimettersi. «Sono tra quelli che hanno alimentato la polemica contro il ministro», confessa Claudio Pedrotti, sindaco di Pordenone sotto le insegne del centrosinistra. «Da lui ci aspettavamo tutti dei segnali precisi, il suo silenzio è imbarazzante».

In città e nei capannoni che la circondano pensano che chi fa da sé fa per tre. La crisi che non passa (non c’è solo Electrolux, ma pure la Ideal Standard di Orcenico, 450 dipendenti) «ci ha convinti, nel vuoto di provvedimenti legislativi» a «prendere l’iniziativa per impedire la distruzione di un patrimonio industriale...» spiega Michelangelo Agrusti, a capo degli industriali di Pordenone, presentando la proposta di tagliare il costo del lavoro del 20%, contenuta all’interno di un pacchetto teso ad aumentare la competitività dell’area e trattenere Electrolux. Non solo lei. O succede qualcosa o le aziende potrebbero sempre più spostarsi qualche chilometro più in là, in Austria o Croazia dove fisco e burocrazia picchiano meno, avverte Silvano Pascolo, presidente locale di Confartigianato. «Si rischia un’emorragia, basta un’ora per arrivarci...». E chi resta? Se Electrolux lascia Porcia, si rischia grosso. Cristiano Pizzo, sindacalista della Cisl, fa due conti. «Non ci sono solo le 1.500 persone che lavorano nello stabilimento, ma altre 4 mila delle aziende che hanno il fatturato legato alla fabbrica di Porcia». Tante famiglie tremano, dopo una crisi già molto dura. In provincia dal 2008 al 2013 sono evaporate 390 imprese e con loro il mito del Nord Est. «Molti piccoli elettromeccanici sono scomparsi, creando una disoccupazione diffusa ma che non fa notizia», sospira il sindaco Pedrotti. Nel 2008 la disoccupazione a Pordenone non superava il 3,9%, nel 2013 era al 6,9%, per crescere oltre nel 2013. Qualcuno però ha reagito, diversificandosi per tempo, prima che il totem Electrolux potesse divenire essenziale per la sopravvivenza. Prendiamo la Brovedani di San Vito al Tagliamento, azienda da 90 milioni dì fatturato. «Negli Anni 70 eravamo dipendenti al 100% dall’allora Zanussi - spiega l’ad Sergio Barel, vice presidente dell’Unione Industriali -. Nel 2003, quando i volumi nell’area hanno toccato i livelli massimi e nel contempo arrivavano i primi segnali di localizzazione in Est Europa di alcune produzioni dell’Electrolux, abbiamo deciso di uscire da quel business, nonostante per molti anni le cerniere degli oblò delle lavatrici di Electrolux avessero un brevetto Brovedani». 

Da allora il futuro è diventato un altro. Dal bianco degli elettrodomestici, ai colori delle automobili, alla loro componentistica. Negli anni lo stesso hanno fatto gruppi come il siderurgico Cividale, ricavi da 350 milioni, 600 dipendenti. «Per noi Electrolux resta un cliente importante, ma con la diversificazione che negli anni abbiamo raggiunto (dagli scafi delle navi, alle turbine per le centrali) possiamo far fronte all’eventuale disimpegno», dice l’ad Loris Romanello. Ma anche una piccola azienda come la High Tech Srl di San Quirino, 3 milioni di fatturato, 15 dipendenti, dal 2007 ha deciso di non dover dipendere per più del 25% del fatturato dalla Electrolux come da altri clienti. «Oggi eseguiamo stampaggi in materie plastiche anche per gli occhiali di Luxottica e Safilo, estendendoci fino al settore aerospaziale», dicono dall’azienda.

Ma la crisi Electrolux arriva mentre il distretto di componentistica e termoelettromeccanica (Comet) di cui è presidente Barel, sembra rialzare la testa. «Dopo 7 trimestri consecutivi di calo» gli analisti di Intesa Sanpaolo registrano nel terzo trimestre 2013 un ritorno dell’export: +6,5% per gli elettrodomestici della Inox Valley e +20,5% per il distretto Comet. Quest’ultimo composto da 1017 imprese tra Pordenone e Udine, il 75% con meno di 20 addetti. In tutto fanno 21 mila persone, «per un fatturato di oltre 4 miliardi», spiega il direttore del distretto Saverio Maisto, ma in parte dipende da «mamma» Electrolux. Qualcuno è andato all’estero, «spesso spinto da Elettrolux, che ha favorito l’internazionalizzazione delle aziende del territorio», fa notare Luigi Campello, ex dg di Electrolux Italia ora a capo dell’ufficio studi degli industriali locali. Altri hanno un dubbio. «Dobbiamo decidere se spostarci in Polonia o restare in Italia - confessa un fornitore del gruppo svedese -. E mi chiedo: in questo Paese si punta ancora sugli elettrodomestici?».

DA - http://lastampa.it/2014/01/27/economia/linox-valley-non-ce-la-fa-pi-euro-lora-sono-troppi-gW1Gn900SpAXro4jGewr5I/pagina.html
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« Risposta #9 il: Febbraio 22, 2014, 06:06:59 »

Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 22/02/2014.

La prima donna all’industria Una “berlusconiana” per snellire la burocrazia

La voleva Silvio Berlusconi come volto nuovo della rinata Forza Italia. E invece eccola qui, Federica Guidi, imprenditrice doc catapultata allo Sviluppo Economico su una montagna di dossier «caldi» da far venire i brividi. In prima linea, nella trincea della crisi, con le multinazionali che scalpitano per alleggerire la presenza in Italia (i casi di Electrolux come di Alcatel Lucent, che ha appena annunciato un ridimensionamento delle sedi...), ma anche tante opportunità da cogliere, tra agenda digitale, sviluppo delle start-up e strategia energetica. 

Fino alle questioni legate a Telecom, alla sua Rete e alle mire degli spagnoli di Telefonica e via a non finire.

Insomma, Guidi, modenese, classe 1969, laurea in Giurisprudenza, prima donna a varcare la soglia di quello che una volta era il ministero dell’Industria e oggi - che son tempi grami - di quello “Sviluppo economico” che non c’è, avrà tempo e luogo per dimostrare di avere quella grinta con cui viene dipinta. «Una sfida bellissima», definisce lei oggi la chiamata ricevuta da Matteo Renzi. Per cui promette: «Io come altri abbiamo deciso di metterci in gioco, di dare il nostro contributo. Vengo dall’impresa, vengo da quel mondo e lo interpreterò al meglio. Ma dovrò confrontarmi, farò parte di una squadra».

L’imprinting da industriale doc non le manca certo. Non solo perché lo è quasi per via dinastica (papà Guidalberto è patron della bolognese Ducati Energia di cui lei è vicepresidente, carica raggiunta - ha sempre assicurato - dopo la gavetta) ma anche per l’impegno profuso per la categoria. Questo comincia nel 2002, con la guida dei Giovani imprenditori dell’Emilia Romagna, prosegue nel 2005 affiancando Matteo Colaninno (oggi deputato del Pd) da vice nazionale per prenderne il posto dal 2008 al 2011, presidente dei Giovani di Confindustria e vicepresidente di Viale dell’Astronomia. E oggi la Guidi ministro riparte dalla Guidi imprenditrice. «Il mio dato è quello, questo è il mio curriculum. Proverò a portare in Consiglio dei Ministri, in questo mio nuovo ruolo, la conoscenza che ho maturato nel mio mestiere, partirò da quello che ho fatto finora...». 

Poi lo sa benissimo, la neo-ministra, che un conto sono le giuste rivendicazioni di chi sta sul campo, altro un ruolo di governo. «Certo - dice Guidi - adesso dovrò confrontarmi, ambientarmi in un mondo diverso, molto lontano da me...». Roma, la politica, i palazzi, la burocrazia. Quella che lei ha sempre osteggiato, quando era presidente dei Giovani industriali. Lacci e lacciuoli, diceva da confindustriale, «pesano moltissimo» e frenano «la nascita delle start up, l’espansione delle imprese e l’arrivo di investitori esteri». Suo grande pallino è sempre stato anche il merito, «fondamentale se vogliamo creare una società forte, sana e competitiva». Anche quando (correva l’anno 2010) il dibattito sui conti pubblici non sembrava lasciare alternative all’austerity, lei la vedeva così: «Senza il rigore siamo un Paese spacciato. Ma senza crescita siamo un Paese morto».

Francesco Spini

da - http://lastampa.it/2014/02/22/italia/politica/la-prima-donna-allindustria-una-berlusconiana-per-snellire-la-burocrazia-uYQkCLsIapM88qPNbO0x1K/premium.html
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« Risposta #10 il: Agosto 30, 2014, 09:49:53 »

Galline e hotel di lusso a gestione “pubblica”
Il Molise perde 15 milioni con gli allevamenti. Della provincia l’unico “cinque stelle” trentino
Le società che gestiscono i casinò sono in difficoltà: da Venezia a Saint-Vincent i bilanci sono in perdita

27/08/2014
Francesco Spini
Milano

Se vogliamo vedere il peggior affare che un ente pubblico possa fare, e vogliamo considerare solo le società con un patrimonio di un certo riguardo (sopra il milione di euro), bisogna partire dai polli. I polli della Gestione Agroalimentare Molisana, in breve Gam.

Nelle carte di Cottarelli, la società - che per la verità da qualche mese ha i lucchetti alle porte - vanta un primato non invidiabile, tra le aziende dalla redditività all’incontrario. Il rendimento del capitale investito dagli azionisti - i poveri contribuenti della Regione Molise - è stato negativo per il 691,92%. Nel 2012, anno a cui si riferiscono i numeri delle banche dati a cui ha attinto il commissario per la spending review, ha perso 14,5 milioni di euro, con un patrimonio netto di 2,1 milioni. Quella della Agripol, poi Sam, quindi Solagrital infine Gam è una storia intricata in cui per anni il pubblico sostiene i costi (e le perdite) e il privato con cui l’azienda era in affari - il gruppo Arena - ne tare, finché può, i benefici. Poi il business precipita e anche Arena finisce in difficoltà.

Inspiegabilmente Gam dà l’ok al concordato che riguarda Arena dove, a fronte di 28-30 milioni di euro di crediti che vanta dalla stessa Arena, la società pubblica rinuncia a riceverne 18 e accetta di avere il resto non in contanti, ma in azioni Arena. L’esito? La giunta regionale chiede la procedura concorsuale anche per Gam (è stata ammessa a luglio) e centinaia di allevatori di polli molisani rischiano di restare senza un soldo dei crediti vantati.

In questa vetrina del pubblico che non va, molte presentano un patrimonio netto negativo. Cmv, la società al 100% Comune di Venezia che controlla il relativo Casinò, guida questa classifica con -20,3 milioni. Al secondo posto troviamo la Fiera di Roma, con un patrimonio netto negativo di 15,7 milioni, seguita, al terzo posto, dall’azienda romana di trasporti Cotral Spa.

Ma torniamo a Cmv. È una società immobiliare che a sua volta controlla il 100% della casa da gioco veneziana e ha in mano il 40% (il resto è di Betlive) di Vittoriosa Gaming Ltd, una società di diritto maltese che però è in via di cessione. Deserta, invece, è andata la prima asta per cedere la casa da gioco sul Canal Grande. Se ne riparlerà: nel frattempo però il commissario Vittorio Zappalorto sta tentando un difficile rilancio del casinò per evitare la cessione.


La cessione riguarderà alcuni immobili, tra cui il Palazzo del Casinò al Lido. Nel frattempo la società discute con Pinault sulla partecipazione del 20% di Palazzo Grassi. Insomma, con una serie di operazioni straordinarie c’è il tentativo di risanare una situazione che nel 2013 ha visto Gmv chiudere con una perdita da 2,8 milioni. 

Poteva mancare il turismo negli affari degli enti pubblici? No. Dunque indovinate di chi è l’unico hotel 5 stelle-lusso del Trentino. Non è di una catena alberghiera magari americana. Qui l’unica catena che c’è unisce il comune di Riva del Garda e la Trentino Sviluppo Spa (100% della Provincia autonoma di Trento) che rispettivamente col 53,8 e il 46,19% controllano la Lido di Riva del Garda Srl e, tramite questa, l’Hotel Lido Palace, che ha chiuso il 2012 con una perdita di 1,11 milioni e segna una redditività, anche qui, negativa del 14,54%. Non un affare per i contribuenti. Meglio è andata al Valtellina Golf Club dove, accanto al capitale privato, compare quello pubblico: la perdita nel 2012 è stata di poco più di 385 mila euro. 

Altrove invece il pubblico - il comune di Genova nella fattispecie - si occupa di ombrelloni e spiagge, come nel caso dei Bagni Marina Genovese. Costituita nel 2001, ha un patrimonio netto da 12 mila euro e nel 2012 registra una perdita da 109 mila euro. A guidare - in negativo, almeno dal punto di vista dei conti - la categoria delle società medio-piccole (patrimonio tra 10 mila e 100 mila euro) è un’associazione con sede sempre in Trentino, la Smc - Scienze Mente Cervello. In questo caso il discorso è para-universitario: è una società consortile dedicata alla «promozione, organizzazione, finanziamento e realizzazione attività nel campo della ricerca scientifica, diagnostica, tecnologica e medica con riferimento ai rapporti mente-cervello». Fatto sta che nell’anno considerato da Cottarelli ha perso oltre 728 mila euro, con una rendimento negativo per i suoi azionisti (pubblici) del 3.372,94%.

Da - http://lastampa.it/2014/08/27/economia/galline-e-hotel-di-lusso-a-gestione-pubblica-y9M0iDAffz3PTJ9NGHZGDL/pagina.html
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« Risposta #11 il: Novembre 20, 2016, 12:05:08 »

“La prossima crisi? Arriverà dalle banche italiane”
L’ispiratore de “La grande scommessa”, il finanziere di Wall Street Steve Eisman vede nero sull’Europa. E punta il dito sui crediti deteriorati in pancia ai nostri istituti. “Se fossero valutati correttamente il loro capitale sarebbe spazzato via”

Pubblicato il 19/11/2016
Ultima modifica il 19/11/2016 alle ore 20:03

Francesco Spini
MILANO

Era tra i pochi, nel 2007, ad aver previsto tutto. Steve Eisman aveva intuito che i mutui «subprime» - i prestiti concessi con scarse garanzie e poi «impacchettati» in rischiosi prodotti finanziari - avrebbero incrinato l’economia americana e quindi affossato Wall Street. Così non solo era rimasto al riparo dagli effetti nefasti della grande crisi, ma aveva scommesso contro le banche che si erano riempite di tali nefandezze che le agenzie di rating, comunque, classificavano come sicurissime: tripla A, il massimo della valutazione.

Guadagnò una fortuna al punto che la sua storia fu ispirazione per un libro e un successivo film premio Oscar dal titolo «La grande scommessa», traduzione italiana per «The big short», il grande scoperto, letteralmente. Ora ci risiamo. In un articolo apparso su «The Guardian», Eisman torna alla carica. Ma questa volta nel mirino mette il Vecchio Continente.

«L’Europa è fregata. Voi siete ancora fregati», avverte il finanziere. E la colpa, spiega, è delle banche italiane che sono imbottite non già di «Cdo», come le americane ai tempi della grande crisi, ma di crediti deteriorati, i cosiddetti Npl («Non performing loans»), frutto di finanziamenti concessi dalle banche a famiglie e imprese finite male. Il punto, secondo il gestore di Wall Street, è che le banche non li hanno svalutati del tutto ma oggi li tengono in bilancio con un valore che si aggira tra il 45 e il 50% del valore all’origine.

Peccato, nota Eisman, che nessuno li valuti tanto, ma si arriva al 20% quando ci sono le offerte di acquisto da parte di società specializzate nella gestione di tali strumenti: in pratica è quanto contano di recuperare. Quindi, prosegue il ragionamento della volpe di Wall Street, se le banche dovessero riconoscere il vero valore ai crediti deteriorati che hanno in pancia, il loro capitale sarebbe spazzato via e gli istituti si ritroverebbero «insolventi» nel giro di un niente. Di qui la nuova scommessa di Eisman. La speranza è che, questa volta, a vincere non sia ancora lui.

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2016/11/19/economia/la-prossima-crisi-arriver-dalle-banche-italiane-bmLCbL3iu5SW6hS1bzZUMK/pagina.html
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« Risposta #12 il: Dicembre 17, 2016, 02:45:23 »

Vincent pensa alla tregua di Natale e cerca un abboccamento con Silvio
Ma Bolloré è pronto alla guerra di logoramento coinvolgendo la telefonia

Pubblicato il 16/12/2016
Francesco Spini
Milano

Chiamatela, se volete, la tregua di Natale. I cannoni francesi in Borsa hanno smesso di rombare. Il titolo Mediaset dopo la pazza corsa dei primi tre giorni della settimana ha chiuso per la prima volta in calo, dell’1,55%. Vincent Bolloré, giunto con la sua Vivendi al 20% del Biscione, resta convinto - dopo il comprensibile choc iniziale - di aver comunque destato l’attenzione di Silvio Berlusconi con cui, genio della tv e attento al futuro della sua creatura, ritiene di poter raggiungere ancora un accordo. Un nuovo patto sotto il segno di quella stessa visione strategica che già in aprile li aveva accomunati salvo poi finire a carte quarantotto sui conti, contestati, di Premium, la pay tv diventata col tempo la zavorra di Cologno Monzese. 

Tra borsa e tribunale, la partita tra Mediaset e Vivendi è appena iniziata

Per favorire un riavvicinamento, Bolloré ieri ha cominciato col mandare segnali distensivi. Parola d’ordine: abbassare i toni. «Certamente non è stato sollecitato, ma non è un atto ostile», ha dichiarato così all’Ansa una forte interna di Vivendi. «Vogliamo estendere e rafforzare la nostra posizione in Europa del Sud che per noi è strategica», hanno proseguito da Parigi. Nel quartier generale di Mediaset quanto in quello della holding hanno subodorato qualcosa di più, al punto che si aspettano - forse già oggi o nei prossimi giorni - una specie di invito ufficiale a sedersi attorno a un tavolo. Bolloré cerca la pace, ora che con la sua quota - presa in modo brutale, certo, ma spendendo 700 milioni - ha allineato i propri interessi con quelli dei Berlusconi. Ma, pur con tutta la buona volontà, non attenderà in eterno. La tregua durerà fino a Natale. Passate le Feste, se i segnali saranno ancora tutti e solo ostili (e ieri i manager di Fininvest hanno esaminato a lungo con i legali le richieste da inoltrare alla Procura di Milano e alla Consob, tra cui il congelamento delle azioni rastrellate da Vivendi), riprenderà a fare la guerra. L’Opa non sembra un’opzione: il gruppo potrebbe arrivare al 29,9%. Quella a cui Parigi si prepara è una guerra di logoramento: battagliare in ogni assemblea, presentare a tutti gli azionisti (fondi inclusi) il proprio piano alternativo, chiedere - anche prima del 2018 - di poter avere rappresentanti in cda. Vivendi poi controlla Telecom, grande cliente pubblicitaria di Mediaset, e che finora, tra Premium e Sky, ha favorito la prima. Sarebbe ancora così?

Neppure Mediaset e Fininvest resterebbero a guardare. La holding dei Berlusconi non potrà più comprare azioni (se non un 1,27% a partire da aprile) per un anno. Qualcuno scommette che voglia restituire il dispetto a Vivendi, comprando quote della sua Telecom. La cosa non trova riscontri, ma il titolo (nonostante il presidente Giuseppe Recchi giuri che il gruppo sia «totalmente estraneo alla vicenda») ha guadagnato il 3,66%. Al loro fianco, poi, hanno i colossi Unicredit e Intesa Sanpaolo. E Carlo Messina, ad di quest’ultima, appare determinato nel supportare Mediaset in nome dell’italianità da preservare. Non una guerra, sarebbe uno scontro tra titani.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/16/economia/vincent-pensa-alla-tregua-di-natale-e-cerca-un-abboccamento-con-silvio-Y5skdlMMMg9KdqtpavgGoJ/pagina.html
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« Risposta #13 il: Gennaio 29, 2017, 08:31:38 »

L’irritazione sul fronte di Trieste: “Si comportano da corsari. Attacco per conto dei tedeschi”
Una fonte avverte: con lo spezzatino in campo Allianz e Axa

Pubblicato il 27/01/2017

Francesco Spini
Milano

Se si cercano commenti al discorso di Messina dalle parti di Mediobanca - quella che il francese Mustier, gran capo di Unicredit, ha incaricato di difendere l’italianità e l'indipendenza delle Generali - si raccolgono solo parole durissime. Come quanto si spiega che Messina in realtà non difende l’italianità delle Generali o di altro. No, Messina - si sostiene - è un corsaro che gioca per i tedeschi. Un chiaro riferimento ad Allianz, che potrebbe entrare nella partita del Leone al fianco di Intesa Sanpaolo. 

Quando il numero uno di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha pronunciato la battuta, assai caustica, contro «chi parla di difesa dell’italianità in francese» a molti, dentro e fuori Mediobanca, è venuto in mente Antoine Bernheim, il francesissimo grande vecchio presidente del Leone scomparso nel 2012 che a ogni piè sospinto, nella lingua di Napoleone, sosteneva la necessità di mantenere italiane le Assicurazioni Generali. Cosa direbbero poi gli azionisti di Axa - si son chiesti -, il cui ad è un tedesco? O quelli di Zurich, dove comanda un italiano? 

LEGGI ANCHE - Generali divorzia dal direttore generale Minali: pronta una buonuscita da 5,7 milioni di euro 

Dalle parti di Piazzetta Cuccia c’è soddisfazione della mossa che lunedì, a indiscrezioni ancora fresche di stampa, ha portato Generali a prendere in prestito il 3% (poi arrotondato con alcuni pacchetti acquisiti) di Intesa Sanpaolo, bloccando così salite nel capitale del Leone da parte di Ca’ de Sass che non fossero una vera e propria offerta, in contanti o carta, su almeno il 60% del capitale. Ha avuto il merito - si spiega - di fare uscire allo scoperto Intesa. «Show up or shut up!», dicono gli americani. Rivelati o stai zitto, è la traduzione, dopo che per due sedute di Borsa, il mercato è rimasto in balia delle indiscrezioni e dei «no comment».

Lo scenario che avanza preoccupa assai non solo Mediobanca ma anche gli azionisti a lei vicini nel Leone oltre ai manager di Trieste. Dalle stanze del Leone - dove comanda un altro francese, Philippe Donnet - si fa notare che, essendo Generali una società internazionale, si parlano molte lingue e l’italiano da 185 anni. Insomma, l’italianità di Trieste non attende Intesa Sanpaolo per essere declinata e difesa. Anzi.

Ora, dicono le fonti vicine a Mediobanca, il gioco è aperto a tutti. Se entra Allianz, il gruppo assicurativo tedesco, il più grande d’Europa, apertamente a caccia di opportunità in America e nel Vecchio Continente, è inevitabile che entri in gioco anche Axa, la compagnia francese che da tempo tiene nel mirino Trieste. Anche il piano su cui fa perno l’operazione, quello di unire la banca e l’assicurazione, non convince: è difficile che possa funzionare e raramente ha avuto successo per chi l’ha messo alla prova. Metterebbe insieme 150 miliardi di titoli di Stato italiani, con un rischio non solo di mercato ma anche di Antitrust: le stesse Generali erano dovute uscire da Intesa.

LEGGI ANCHE - La sfida fra banche di sistema che rende contendibili le assicurazioni (Gianluca Paolucci) 

Anche del tempismo dell’operazione viene data una lettura maliziosa. Messina - si dice nei medesimi ambienti - agisce ora perché da un lato Unicredit è in altre faccende affaccendato: l’ad Jean Pierre Mustier è immobilizzato dall’aumento di capitale da 13 miliardi. Dall’altro, prosegue il ragionamento, il governo è latitante. Due debolezze che facilitano l’attacco. L’italianità dopotutto è un tema che viene considerato poco credibile, se ostentato da una banca che, al di là delle fondazioni, in assemblea si ritrova un nutrito manipolo di fondi esteri che non votano guardando alla nazionalità ma alla bontà o meno delle operazioni presentate. I fondi devono rispondere ai loro azionisti che parlano soprattutto inglese. 

Ma a preoccupare Trieste quanto i suoi azionisti attuali è lo spezzatino che potrebbe indebolire il Leone. Il rischio, si nota poi in ambienti dell’azionariato, è che, dopo il tentativo di Intesa, anche se non dovesse andare a buon fine, la strada sia ormai aperta. Tentare la scalata alle Generali, la minaccia sempre presente ma in fondo considerata un tabù, non sarebbe più tale. La strada è ormai aperta. Tornare indietro sarà difficilissimo.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/27/economia/lirritazione-sul-fronte-di-trieste-si-comportano-da-corsari-attacco-per-conto-dei-tedeschi-lCvtqQtznYnBUHJw8qaQWM/pagina.html
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« Risposta #14 il: Gennaio 29, 2017, 08:47:36 »

Intesa prepara la maxi-offerta. E Generali organizza la difesa
Allo studio un’operazione di acquisto e scambio di azioni. Lubelli al posto di Minali

Pubblicato il 26/01/2017
Ultima modifica il 26/01/2017 alle ore 10:17

Francesco Spini
Milano

Il giorno dopo la prima ammissione di Intesa Sanpaolo sul proprio interesse in una aggregazione con Generali, in Borsa i titoli coinvolti continuano a catalizzare l’attenzione. Pur senza lo slancio delle due sedute precedenti, il titolo del Leone alato ha chiuso la seduta ancora con un rialzo dello 0,97%. Significa che dalla chiusura di venerdì, prima insomma delle prime indiscrezioni riportate da questo giornale, ha guadagnato il 13,56%. Abbastanza, insomma, per rendere l’operazione di Ca’ de Sass più onerosa rispetto alle attese. 

 LEGGI ANCHE - Generali divorzia dal direttore generale Minali: pronta una buonuscita da 5,7 milioni di euro 

 Nel contempo però Intesa Sanpaolo - che avrebbe allo studio un’operazione di scambio o mista tra carta e contanti - ha ripreso fiato a Piazza Affari, con un +0,35%, frenando così l’emorragia che, sempre da venerdì, ha visto l’azione perdere il 6,88%. L’effetto dell’operazione si è fatto sentire anche sulla filiera a monte di Generali, ovvero sul suo primo azionista Mediobanca (che ha il 13% di Trieste) con un + 3,1% e ancora di più su Unicredit, prima azionista di Piazzetta Cuccia, che è salita del 9%.

Ora la palla sta nel campo di Intesa Sanpaolo che, con l’ausilio dei suoi advisor - oltre a Pedersoli e McKinsey c’è anche Ubs - nei prossimi giorni dirà l'ultima parola sulla maxi-operazione, uscita allo scoperto quando ancora non era del tutto pronta. L’ad Carlo Messina - che ha fatto togliere dalla scaletta delle celebrazioni previste oggi a Torino per il decennale della banca il momento dedicato alle domande - è deciso a rispettare i paletti che si è dato e che ieri i suoi uomini, ovvero il direttore finanziario Stefano Del Punta e il manager della prima linea Paolo Grandi, hanno descritto ai funzionari della Consob nel corso dell’audizione a Milano, durata una quarantina di minuti, in attesa che oggi a Roma vengano sentiti i rappresentanti di Generali e Unicredit. L’operazione si farà solo se non intaccherà la forza patrimoniale di Intesa né la creazione e distribuzione di valore agli azionisti. 

LEGGI ANCHE - L’entusiasmo di Renzi e la prudenza di Gentiloni: cosa pensa il governo delle nozze Intesa-Generali 

Per alleviare il peso dell’offerta, Intesa può contare su Allianz, le «possibili partnership internazionali» citate nel comunicato di due giorni fa. Monaco è pronta ad acquisire i business e le filiali estere (ma dall’estero proviene il 60% del Mol di Generali) non sinergiche con il campione europeo del risparmio immaginato da Messina. Si sta ancora lavorando, nessun progetto sarebbe ancora stato inoltrato alla Bce per l’esame. E poi ci sono gli azionisti della banca. La Compagnia di San Paolo, primo socio, finora sapeva della volontà dell’istituto di diversificare, sapeva che tra le opzioni c’era Generali, ma nessuno immaginava tempi così stretti. 

Ma la cosa non dispiace. E Generali? Colta di sorpresa, organizza la difesa. Oltre al 3,376% di Intesa (in prestito e proprietà indiretta) che ha fatto scattare il baluardo delle partecipazioni incrociate, si pensa ad altre azioni. Ieri diverse banche d’affari - si dice Goldman Sachs, Citi, Hsbc - si sarebbero presentate alla compagnia con piani di difesa, come la vendita di alcune parti estere per lasciare così a bocca asciutta Allianz e preservare l’indipendenza di Trieste che, dopo l’addio di Mario Greco, si è mostrata via via sempre più esposta alle scalate. 

Delle mire di Intesa si è parlato anche nel cda del Leone che, come anticipato, ha deliberato «di interrompere il rapporto di lavoro» con il direttore generale Alberto Minali. Al suo posto, dal primo febbraio, è stato nominato Luigi Lubelli, manager interno, che avrà unicamente le deleghe sui numeri. Le altre, finora in capo a Minali, tornano all’ad Philippe Donnet. A Minali, per il licenziamento, andranno 5,77 milioni lordi complessivi oltre alla parte di bonus per il triennio 2014-2016 ancora da quantificare.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/26/economia/intesa-prepara-lofferta-per-lassalto-alle-generali-e-il-leone-organizza-le-difese-tVnODWaPZXtuCu3z3ccuKN/pagina.html
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