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Autore Topic: STEFANO LEPRI.  (Letto 21637 volte)
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« Risposta #15 il: Agosto 13, 2011, 11:20:55 »

13/8/2011

Una stangata da anni '80

STEFANO LEPRI

Abolire i «ponti» potrà forse impressionare i più stolidi tra gli analisti finanziari americani, soliti a giudicare l’Italia attraverso gli stereotipi della dolce vita e del mandolino. Però non ci si può illudere che lavorare due o tre giorni in più possa guarire la malattia di bassa crescita di cui soffre l’economia italiana. Non è che la produttività del lavoro sia bassa in assoluto, è che ristagna da anni: un problema assai più complesso, con aspetti sia interni sia esterni alle imprese.

Lo spostamento al lunedì delle festività civili è solo un aspetto marginale della nuova maxi-manovra di bilancio, che solo nel 2012 ci costerà circa mille euro a famiglia; tuttavia ne simbolizza bene l’aspetto di déjà-vu. Sembra di tornare agli Anni 80.

Beninteso, una «stangata» - come si cominciò a dire allora – purtroppo ci vuole, e pesante (lo sarebbe stata meno se ci si fosse pensato prima). Sarà inevitabile che nei prossimi giorni molti strillino «perché a me?» tentando di scaricare l’onere su altri. Siamo invece in un momento in cui nessuno si può tirare indietro. Ma ciò non impedisce di stupirsi di fronte a un insieme di misure che appare piuttosto oscuro nella sua logica: tante, disparate, talvolta modificate all’ultimo da mercanteggiamenti politici; alcune che servono soltanto a prendere tempo e non a risanare, come il rinvio di due anni del Tfr agli statali che vanno in pensione.

Abbiamo un sistema fiscale complicato, e lo si complica ancor più. Dovendo aumentare le tasse, si sceglie di non toccare quelle che sulla crescita economica incidono meno, ovvero quelle sugli immobili e su patrimoni di altro genere. Si esclude una misura semplice e a gettito certo come l’aumento dell’Iva, che era stata discussa nei giorni scorsi. Dopo aver parlato di lotta all’evasione si vara una sovrattassa differenziata fra redditi da lavoro dipendente e da lavoro autonomo, con l’implicita ammissione che gli autonomi evadono, e dunque occorre stangarli a partire da cifre dichiarate più basse rispetto ai dipendenti.

In altri casi, c’è una inversione di rotta. Le sanzioni più severe contro i negozianti che non fanno lo scontrino fiscale, o la tracciabilità dei pagamenti, sono misure che in altri tempi all’attuale maggioranza piaceva definire vessatorie, ed attribuire alle tendenze vampiresche dell’ex ministro Vincenzo Visco. La tassazione al 20% delle rendite finanziarie era stata volta a volta suggerita dalle opposizioni, dai sindacati, in alcune fasi anche dalla Confindustria, e respinta in modo più o meno sgarbato a seconda di chi fosse l’interlocutore.

Purtroppo non c'è nulla sulle pensioni di anzianità, mentre un intervento lì avrebbe risparmiato sacrifici più duri altrove. Certo, alcune novità sono positive. Accorpare i piccoli Comuni si poteva già cinquant’anni fa, quando l’emigrazione svuotò le campagne; va benissimo anche farlo adesso, pochi mesi dopo che Commissione europea e Fondo monetario l’hanno imposto alla Grecia. Si risparmierà qualcosa eliminando le Province minori, sebbene non si possa escludere che in una prima fase l’efficienza amministrativa, dato il trasferimento dell’ufficio ad altra sede, diminuisca (trasmettere i poteri alla Regione, o al Comune nelle grandi città, sarebbe stato più semplice).

Un giudizio completo si potrà dare quando i provvedimenti saranno noti in tutti i dettagli. Frattanto, il lungo elenco di misure fiscali e para-fiscali fa sospettare che, spezzettandolo in più voci, si voglia camuffare il purtroppo inevitabile aumento delle tasse. Il risultato che si ottiene è appunto la somiglianza con le manovre raffazzonate degli Anni 80. Ovvero che ci si trovi a che fare con una classe dirigente che, come si disse di certi militari del XX secolo, erano benissimo preparati a combattere la guerra precedente.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9089
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« Risposta #16 il: Agosto 15, 2011, 06:28:05 »

Economia

15/08/2011 -

Evasione, una battaglia persa in partenza

I furbi sono un quarto degli elettori, e i politici non li toccano

STEFANO LEPRI

Chissà in quanti porticcioli estivi un dirigente d’azienda, furioso per le tre annate di «contributo di solidarietà» che gli toccherà pagare, osserva dal suo gommone il motoscafo assai più grande del libero professionista. Si domanda se per caso quello là dal nuovo tributo non sia esente, perché dichiara meno di 90.000 euro. Ancor più sospetterà che l’enorme yacht più oltre, di cui si ignora la vera proprietà, faccia capo a un nullatenente o a uno «scudato». Attorno alle tavole di questo Ferragosto di maxi-manovra, si discorrerà inevitabilmente di evasione fiscale. Torneranno argomenti che, a fasi alterne, si ascoltano da decenni; soltanto più arrabbiati. Paghino per primi gli evasori! Il guaio è che gli evasori sono sempre gli altri. Qualcun altro da accusare si trova sempre, in un Paese dove, secondo stime ragionevoli, ogni cento persone ci sono duecentomila euro sottratti al fisco (scagli la prima pietra chi non ha tralasciato mai di chiedere al ristorante la ricevuta). Né si può addossare tutta la colpa alla «casta». Se quasi tutti i politici sono convinti - , beninteso che a combattere sul serio l’evasione tributaria si perdano le elezioni, qualche ragione ci sarà. Quante promesse di condonare multe si sono ascoltate prima delle ultime elezioni comunali? E l’altro giorno inveiva ancora contro Equitalia Umberto Bossi, pur convinto che i sacrifici si debbano fare. Sembra uno dei peggiori circoli viziosi in cui l’Italia è riuscita a cacciarsi. I lavoratori autonomi, che pagano autotassandosi, sono il 25% circa del Paese. Come quota sulla popolazione, è il doppio che in Germania; più del triplo degli Stati Uniti, che pure, come tutti sanno, sono il luogo più propizio alla libera impresa.

Su un quarto degli elettori dunque non si può infierire all’ingrosso. Sono tanti, e non tutti se la passano bene. Ma forse sono così tanti perché si è sempre chiuso un occhio su quante tasse pagano. Da stime abbastanza attendibili parrebbe che il commerciante e l’artigiano medi nascondano al fisco circa la metà dei guadagni, il professionista un terzo. Naturalmente sono tanti anche gli onesti; chi fattura soprattutto per il settore pubblico o per grandi imprese lo è per forza. In una economia con vaste aree di sommerso o di illegalità, per alcuni l’evasione è una maniera di sopravvivere (sono da sempre rarissimi gli idraulici che emettono fatture, ma ora li incalza la concorrenza degli idraulici immigrati, che costano meno). Nell’insieme, purtroppo, l’evasione favorisce le imprese meno efficienti; le spinge a restare piccole, per continuare a sfuggire al fisco. Ha quindi a che fare con il ristagno della produttività che affligge l’economia italiana. Perfino se il pericolo incombe risulta difficile agire. Nell’ottobre 1992, quando il Tesoro rischiava di non poter pagare gli stipendi perché nessuno comprava i Bot, infuriava la protesta contro la norma che imponeva ai titolari di impresa minore di dichiarare redditi almeno pari a quelli dei loro dipendenti. Alla guida della lotta c’era un tal Sergio Billé, poi presidente della Confcommercio travolto da uno scandalo, mesi fa condannato a tre anni per corruzione. La minimum tax (termine che negli Usa indica tutt’altro) di allora era una norma rozza, ma fin dall’inizio presentata come temporanea, giustificata con i rischi che correva il Paese. Fu invece letale per il consenso alla Democrazia cristiana. Venne anche da lì, un anno dopo, la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi, che fino alla campagna elettorale del 2008 l’evasione l’ha a volte giustificata. Tuttavia combattere la frode fiscale non è impossibile. Lo dimostra anche l’esperienza recente.

Nella fase iniziale dell’attuale legislatura, quando nel 2008 furono abrogate misure del governo precedente definite «poliziesche», l’evasione è cresciuta (secondo l’indice ritenuto dagli esperti più significativo, il rapporto fra Iva interna e Pil). Dopo che, a partire dall’autunno 2009, Giulio Tremonti ha a poco a poco cambiato strada, il recupero di entrate non è mancato. E’ possibile andare avanti senza vessare nessuno con troppe pratiche o controlli pignoli, soprattutto con la trasparenza: tracciabilità dei pagamenti, elenchi dei clienti e dei fornitori, e, come avviene in quasi tutti gli altri Paesi, accesso del fisco ai conti bancari.

da - http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/415780/
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« Risposta #17 il: Agosto 31, 2011, 10:19:31 »

31/8/2011

Ma i conti continuano a non tornare

STEFANO LEPRI

No, i conti non tornano. Ancora il Tesoro non ha fornito cifre precise, ma la manovra di Ferragosto appare parecchio indebolita. E non è bene anche solo darne l’impressione, quando sui mercati i titoli di Stato italiani sono sostenuti da interventi che la Bce ha deciso in modo non unanime, con la Bundesbank all’opposizione. Si rischia di aggravare il disamore dei tedeschi verso l’euro. I soliti italiani, diranno: gli dai una mano e approfittano per prendersela comoda.

Prima dell’accordo di Arcore era corsa voce che il «contributo di solidarietà» sarebbe stato sostituito da un aumento dell’Iva. Poi il ritocco Iva è scomparso, ma tutti gli altri pezzi della manovra sono stati riaggiustati come se ci fosse. I due moventi principali sono stati renderla più presentabile all’elettorato del centro-destra e attenuare l’ostilità degli enti locali. Ossia minori aggravi fiscali, o almeno l’apparenza di minori aggravi fiscali, da una parte; minori tagli di spese dall’altra. Che così facendo la somma resti uguale è più che dubbio.

Già prima, alcuni analisti reputavano la manovra insufficiente a raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. Tra i punti deboli, come rilevato dalla Corte dei Conti, c’era la somma enorme, 1,5 miliardi nel 2012, affidata all’aleatorio aumento di gettito di lotto, lotterie ed altri giochi. Fra una cosa e l'altra, ad esempio gli economisti della banca inglese Barclays già la settimana scorsa valutavano che il pareggio sarebbe stato mancato di una quindicina di miliardi.

Altre speranze a cui il governo ora si affida vengono dalla lotta all’evasione fiscale. Giustissimo colpire gli evasori prima di infierire sugli onesti. Ma, a meno di sorprese, non si capisce da quali nuovi provvedimenti dovrebbe provenire il gettito. Contro le «società di comodo» già in passato diversi ministri hanno agito: lo stesso Giulio Tremonti quando debuttò nel 1994, e a più riprese, nel 1997 e nel 2006 sotto il centro-sinistra, il suo rivale Vincenzo Visco. Ora, piuttosto che ingegnarsi a scoprire a chi davvero fanno capo ville e yacht, non si fa prima a tassare le ville e gli yacht?

La scomparsa del «contributo di solidarietà» a carico dei redditi medio-alti non sarà rimpianta. Tuttavia rispondeva in modo sbagliato a una esigenza largamente condivisa, anche in altri Paesi: far pagare ai ricchi almeno una parte degli oneri della crisi. Veniamo da anni in cui le disuguaglianze sociali si sono allargate; e proprio a causa del cattivo andamento dell’economia difettano le occasioni di investire produttivamente i capitali. Per tassare i patrimoni era disponibile un consenso ampio, perfino da parte della Confindustria.

Ma quando la politica è debole, è debole soprattutto verso i propri vizi. Trova ancor più difficile raccogliere le esigenze dei cittadini perché teme il potere dei corpi intermedi che sanno frammettersi tra l’elettorato e il Parlamento: enti locali, categorie, corporazioni varie. Aumentando le tasse certo si rischia di perdere le elezioni. A tagliare le spese si rischia di non riuscire nemmeno a fare la campagna elettorale, causa ribellione nelle proprie file (come si vede dall’atteggiamento di molti amministratori locali di centro-destra). Così si esita da entrambi i lati.

Questa debolezza viene rivelata dalla crisi; a guardare le cifre si è manifestata lungo gli anni, in un progressivo allontanamento dalle promesse della prima ora. Nella prima legislatura in cui ebbe respiro per governare, dal 2001 al 2006, il centro-destra lasciò la pressione fiscale invariata e fece crescere la spesa di due punti. Nella seconda, l’attuale, secondo i suoi stessi piani spingerà la pressione fiscale a un record storico, per coprire una spesa che anche realizzando tutti i dolorosi tagli resterà più alta di quella del 2001.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9146
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« Risposta #18 il: Settembre 06, 2011, 03:13:44 »

6/9/2011

Ora Roma dovrà fare da sola

STEFANO LEPRI

L’Italia è oggi il punto debole dell’euro. La sua fragilità politica rischia di danneggiare in modo irreparabile tutta la costruzione europea, moltiplicando i danni anche per noi. Però c’è qualcuno che non l’ha capito, oppure se ne infischia. Le misure per impaurire gli evasori fiscali in gran parte scompaiono, i taxi non si liberalizzano, niente apertura deregolamentata per i negozi, e così via. Già la manovra di Ferragosto era stata fatta a pezzi e rimessa insieme di nuovo a causa di nervosi timori di impopolarità; ora la commissione Bilancio del Senato sta espungendone molte norme invise alle lobby amiche.

Il guaio è che i tempi della crisi dell’euro, già da mesi più veloci della capacità di risposta dei governi, sono ora strettissimi. La Grecia non sta rispettando gli impegni, è in recessione grave, e a qualche punto nel prossimo futuro potrebbe decidere di rinnegare i propri debiti. Se il Fondo monetario internazionale insiste che occorre ricapitalizzare di forza le banche europee, è perché vi vede l’unica maniera di fermare il contagio di una insolvenza di Stato, evitando un disastro continentale. L’attacco dei mercati finanziari si concentra contro il Paese too big to be saved, troppo grande per essere salvato, che è il nostro.

L’Italia ha eroso in una settimana il sostegno temporaneo offertole dalla Banca centrale europea, mentre la Spagna riusciva a giovarsene.

E’ un nuovo paradossale «sorpasso» tra i due Paesi, tanto più significativo perché a Madrid si voterà tra due mesi e mezzo. Anzi, il presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy arriva ora ad accomunare Roma ed Atene: che la Grecia stia molto peggio non c’è dubbio, ma in entrambi i casi ci sono governi che potrebbero non mantenere le promesse.

L’irrazionalità dei mercati finanziari è evidente. Nelle quotazioni dei titoli di Stato ieri, a prestare soldi alla Germania ci si perde – un rendimento sotto il 2% non copre l’inflazione – mentre a prestare all’Italia si guadagna più del 5,5%. Il paradosso nasce dal timore che solo dalla Germania i capitali tornino indietro interi; mentre una rottura dell’euro renderebbe impossibile all’Italia pagare i propri creditori. La medesima ipotesi di catastrofe produce altri numeri ripugnanti al buon senso: sul mercato dei famigerati Credit default swaps, l’insolvenza dello Stato francese viene reputata meno remota di quella del Perù.

Può darsi che un rimedio contro le pazzie dei mercati esista, ma per trovarlo occorrerebbero la concordia delle grandi nazioni e un bel po’ di tempo. E al centro del vortice perverso di attese capaci di inverarsi ora c’è l’Italia. Inutile, anzi dannoso, invocare ogni giorno la soluzione degli eurobonds: benché questi titoli comuni restino nei sogni di ogni buon europeista, nel pieno della crisi appaiono ai tedeschi solo un espediente per addossare a loro gli errori nostri. Già avvalorano il loro timore le agenzie di rating.

Per evitare che la credibilità dell’Unione monetaria europea sia allineata a quella dei suoi membri più deboli (la minaccia di Standard & Poor’s) occorre un passo decisivo verso l’unione politica. Lo hanno sollecitato, concordi, il presidente della Bce Jean-Claude Trichet e il suo successore designato Mario Draghi. In Germania se ne sta cominciando a discutere sul serio, diviso il centro-destra ora al governo, perlopiù favorevole il centro-sinistra vittorioso in una elezione locale dopo l’altra. Ma perché il dibattito a Berlino e in altre capitali prenda la direzione giusta, occorre che l’Italia si salvi da sola. Purtroppo, dopo anni in cui si è creduto di vedere un segno di vitalità economica nel fare i propri comodi a dispetto delle leggi, non è facile chiamare alla responsabilità e alla solidarietà.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9166
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« Risposta #19 il: Settembre 20, 2011, 05:39:43 »

20/9/2011

Se la crisi accelera

STEFANO LEPRI

In questa crisi accelerata dal nuovo colpo all'Italia è faticoso far capire ai tedeschi che salvare l’euro è interesse anche loro. Per riuscirci Angela Merkel alza il tono; finita la tornata di elezioni regionali che ha ammaccato non poco la sua maggioranza - segnando un complessivo spostamento a sinistra - potrà forse impegnarsi di più. La prima cosa da mettere in chiaro è che finora dalle traversie dell’euro la Germania ha guadagnato.

Il soccorso a Grecia, Irlanda e Portogallo finora non è costato nulla, perché fatto di prestiti a tassi remunerativi. Si aggiunge il vantaggio netto dell’isteria dei mercati, che mentre spingeva in su gli interessi sui titoli di Stato dei Paesi deboli, ha abbassato i rendimenti di quelli tedeschi.

Grazie a questi tassi anormalmente bassi (l’altro lato dello spread che preoccupa noi italiani) il governo di Berlino ha risparmiato 3,4 miliardi di euro in interessi quest’anno, e potenzialmente 32,8 nell’arco di sette anni, secondo i calcoli di due noti centri studi tedeschi, quelli di Halle e di Kiel. Se ci saranno futuri oneri da sopportare, da parte di tutti i Paesi membri, per salvare l’euro, la quota a carico della Germania andrà valutata anche su questo sfondo.

D’altra parte, è difficile a tutti gli europei orientarsi, quando perfino gli esperti non concordano sulla via d’uscita meno costosa. Economisti famosi fanno a gara a indicare soluzioni divergenti. Solo sui giornali di ieri l’americano Nouriel Roubini sentenziava che per la Grecia non c’è nulla di meglio che tornare alla dracma, mentre l’anglo-olandese Willem Buiter ribatteva che così si metterebbe quel Paese in ginocchio in cambio di vantaggi effimeri.

Tuttavia per l’insieme dell’area gli studi concordano: una rottura sarebbe la catastrofe peggiore, con una recessione di portata simile a quella del 2009 (sentiremo oggi che ne dice il Fmi) e un futuro più incerto. Proprio perché i primi da convincere sono i tedeschi la banca svizzera Ubs valuta il costo di una rottura dell’euro cifrandolo come spesa media a carico di ciascun cittadino della Germania: 6-8.000 euro in caso di ritorno al marco. Sarebbe molto inferiore, forse un decimo, il costo di una insolvenza dello Stato greco. È questa la soluzione di cui tutti parlano sottovoce, ma che occorre non menzionare ufficialmente non tanto per non agitare i mercati, che lo sanno benissimo, quanto per buone ragioni politiche. Che la Grecia risani il bilancio e ristrutturi la propria economia è una necessità in ogni caso; non poteva tirare avanti a lungo un Paese che, nel 2010, consumava 110 per ogni 100 che produceva all’interno. Non si può offrire una sanatoria ad Atene prima che abbia fatto tutto il necessario; né prima che sia chiaro che si tratta davvero di un «caso unico» come si è affermato negli ultimi vertici europei. L’Irlanda sta già cavandosi dai guai da sola, il Portogallo ha forse imboccato la strada buona (entrambi i Paesi dopo nuove elezioni e un cambio di governo); ma hanno bisogno di altro tempo. Occorre poi essere pronti a resistere al contraccolpo del default greco con risorse sufficienti per fermare attacchi dei mercati a Italia e Spagna; pronti, anche, a ricapitalizzare le banche europee, specie le francesi, gravate da troppi titoli di Stato greci in cassa. Sarebbe un’Europa, come dice un recentissimo rapporto dell’americana Citibank, del «chi rompe paga e i cocci sono suoi»; dove cioè i governi se sbagliano fanno bancarotta ma senza conseguenze devastanti. Occorre però che il «minimo necessario» su cui l’Europa riesce a trovare l’accordo si trovi a un livello più alto di quanto è avvenuto finora. Quanto tempo si potrà andare avanti così? Qualche mese, dicono i meno pessimisti; oppure qualche settimana. Un cambio di prospettiva in Italia certo aiuterebbe.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9220
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« Risposta #20 il: Settembre 29, 2011, 12:38:26 »

Politica

29/09/2011 - LO SCONTRO PALAZZO KOCH

Così Bankitalia ha saputo tenere lontana la politica

Fino a oggi l'istituzione più stimata d'Italia ha sempre fermato le ingerenze

STEFANO LEPRI
ROMA

In Germania la Bundesbank è una tecnostruttura fortissima. Anche personaggi di provenienza politica quando sono posti a guidarla dopo un po’ cominciano a parlare come se ci fossero cresciuti dentro. Ne sa qualcosa Angela Merkel, che l’attuale capo della Bundesbank Jens Weidmann, fino a qualche mese fa suo consigliere, sta cominciando a contraddire; mentre nulla nei comportamenti del precedessore di Weidmann, l’economista Axel Weber, ricordava che a nominarlo era stato un governo di sinistra.

Anche in altri Paesi dell’euro, come l’Austria e la Finlandia, gli attuali governatori hanno cominciato la carriera in politica. Ma per lo più, ora che i Trattati europei sanciscono l’assoluta indipendenza delle banche centrali, si preferisce evitare nomine che abbiano sapore governativo. Oltre che al personale interno delle stesse banche centrali, si ricorre ad accademici o ad alti funzionari pubblici, in qualche raro caso a banchieri privati di grande prestigio e non legati alle concentrazioni di potere finanziario.

In Italia la faccenda è parecchio delicata, dato lo strapotere che la politica possiede. Nella storia della Repubblica la Banca d’Italia è quasi sempre riuscita a proteggersi dalle ingerenze politiche in fase di nomina; sia per l’equilibrio mostrato dai capi dello Stato coinvolti nelle procedure, sia per la grande capacità di rigetto mostrata contro i trapianti esterni. Giova che si tratti dell’istituzione italiana forse più stimata all’estero. Cosicché si è affermata la tradizione di scegliere come governatore, salvo casi eccezionali, personaggi provenienti dall’interno. Nell’esperienza, i guai peggiori sono capitati quando certi governatori hanno ceduto alla tentazione di immischiarsi nella politica; erano personaggi di provenienza tecnica e di alta qualità professionale, ma erano anche i due che dalla politica erano meno lontani.

Guido Carli (1960-1975) nelle sue memorie ammise di aver ostacolato la nazionalizzazione dell’energia elettrica decisa dal governo in carica nel 1962; le sue scelte monetarie del 1963 parvero dirette contro il partito socialista appena entrato nella maggioranza. Antonio Fazio (1993-2005), prima per ambizioni politiche, poi per maneggi di potere bancario, fu tutto tranne che al disopra delle parti; durante l’esame del disegno di legge sulla tutela del risparmio, nel 2004-2005, il Parlamento non si divideva tra centro-destra e centro-sinistra, ma tra fazisti ed antifazisti, trasversalmente.

E’ stata la politica stessa a trovare il rimedio, inducendo Fazio alle dimissioni; ma solo quando il suo prestigio era irrimediabilmente compromesso. Diversissimo era stato il caso di Paolo Baffi nel 1979, dimessosi da governatore perché sentiva ostile una parte potente della maggioranza di governo. Fu quella la più grave lesione al prestigio della Banca d’Italia. Ma presto seppe ripararvi, a sorpresa, il successore scelto all’interno, Carlo Azeglio Ciampi, che i politici a torto ritenevano più malleabile.

Guido Carli era un alto funzionario governativo che per scelta politica era stato inserito in Banca d’Italia dall’esterno come direttore generale, e poi promosso governatore. Ciampi nel 1993, passando a guidare il governo, riuscì a fermare una analoga operazione che la politica aveva tentato con Lamberto Dini; ma dovette accettare la preferenza dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per Antonio Fazio, cattolico militante oltre che economista preparato. Proprio mentre la Democrazia cristiana si disgregava, a un personaggio di area dc toccava un posto chiave.

Quello di Mario Draghi nel dicembre 2005 è stato l’unico caso in cui si è ricorso a un candidato davvero esterno. Ma c’era un larghissimo accordo sul segnare una discontinuità con l’era Fazio; tanto che nel giro di pochi mesi fu rinnovato l’intero direttorio dell'istituto. Oggi in Banca d’Italia si sentono orgogliosi di aver evitato, prima della crisi, che i banchieri italiani si dessero a follie altrove epidemiche; rivendicano di aver fatto del loro meglio, lungo tutta la crisi e nella dura estate appena conclusa, per allontanare dal Paese pericoli gravissimi. «Ci dicano in che cosa abbiamo sbagliato» sfida una voce dall’interno.

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/422525/
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« Risposta #21 il: Ottobre 08, 2011, 11:01:28 »

27/9/2011

L'idraulico che evade nasconde inefficienza

STEFANO LEPRI

Succede a quasi tutti di accettare di pagare all’idraulico 100 euro in nero invece dei 140 che pretenderebbe in cambio di una regolare fattura Iva. Ma quante volte, in casi simili, consideriamo quei soldi risparmiati come una specie di indennizzo per la scarsa qualità del lavoro? La facilità con cui in Italia si evade il fisco di frequente spinge a rivolgersi a prestatori d’opera su piccola scala, semisommersi, dotati di tecnologie arretrate: lavorano peggio di altri, ma costano molto meno.

Questo ed altri piccoli esempi di vita quotidiana possono dirla lunga su che cosa significhi l’evasione fiscale per l’economia italiana nel suo insieme. Non si tratta solo di equità, ma di efficienza. Certo occorre preoccuparsi dell’alto carico fiscale che grava su tutto il Paese (raggiungeremo il record storico proprio governati da chi ci aveva promesso l’opposto); ma non per questo si può considerare una scelta sbagliata, o peggio un inganno, la scelta di reprimere con maggior forza l’evasione fiscale, come ha fatto Luca Ricolfi su queste pagine.

È vero che se con una bacchetta magica potessimo eliminare l’evasione da un giorno all’altro, molte piccole imprese chiuderebbero.
Ma non è di questo che si tratta. Anche nella più rosea delle ipotesi, una maggiore fedeltà al fisco sarebbe conseguita in modo graduale.
E le aziende che evadono il fisco prosperano alle spalle delle altre, quelle che giorno per giorno si impegnano a produrre meglio con meno. Chi evade rifugge dalle tecnologie avanzate, o da una organizzazione aziendale stabile, su vasta scala, con prezzi chiari, perché attirerebbero l’occhio del fisco.

È vero che l’alto livello di tassazione delle imprese italiane le sfavorisce nella gara mondiale. Per l’appunto le imprese che operano alla luce del sole sui mercati, con dipendenti regolari e bilanci passabilmente veritieri, vengono tartassate per tappare i buchi che nel gettito fiscale si aprono altrove. L’evasione fiscale invece si concentra tra chi opera sul mercato interno, in genere in settori dove la concorrenza internazionale entra poco o nulla. Non è segno di prosperità, nel XXI secolo, una abbondanza di botteghe che vendono merci identiche.

Insomma l’evasione fiscale va contata tra le cause del ristagno di produttività che frena l’economia italiana. Non è esatto dire che il nostro sistema amministrativo-tributario sfavorisce l’impresa. Il guaio vero è che scoraggia la crescita e l’evoluzione delle imprese.
Se guardiamo i numeri, di piccoli imprenditori (lavoratori autonomi) ce ne sono fin troppi, una quota doppia rispetto agli altri Paesi avanzati. Ma: 1) i noti impacci burocratici sfavoriscono la creazione di imprese nuove, rispetto a chi già «sa come si fa»; 2) l’evasione permette ai già inseriti di tirare avanti comunque, senza avvertire le pressioni competitive del mercato.

Anche così togliamo futuro ai giovani, scoraggiando la crescita dimensionale e tecnologica delle imprese. L’evasione fiscale diffusa è una potente forza di conservazione, causa di immobilismo politico e di ristagno economico. Certo, viene qualche dubbio ad ascoltare tirate contro l’evasione da politici che prima quasi la giustificavano. Può darsi che tutto finirà in un condono, come è accaduto altre volte.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9244
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« Risposta #22 il: Ottobre 24, 2011, 05:27:37 »

24/10/2011

Sovranità ridotta per salvarsi

STEFANO LEPRI

Ora sì che siamo sotto tutela. I Trattati europei non prevedono nessun «commissariamento» del governo di un Paese membro, ma ciò che è avvenuto ieri è quanto più si può fare in quella direzione. All’Italia si chiede di adottare entro i prossimi tre giorni le parti inascoltate della ormai famosa lettera inviata da Trichet e Draghi all’inizio di agosto.

Volendo fare l’avvocato del diavolo, si potrebbe ribattere: gli altri Stati europei se la prendono con l’Italia perché non si sono riusciti ancora a mettere d’accordo su tutto il resto. Ma non è così.

C’è una ragione precisa per cui l’Italia è passata avanti a tutto il resto, nella ardua scelta della cadenza in cui affrontare i diversi aspetti del problema dell’euro di cui parlava ieri Bill Emmott su questo giornale. La Francia e la Germania restano ancora divise su come rafforzare il Fondo europeo di salvataggio, l’Efsf. Eppure, sulla base delle presenti condizioni l’Italia appare too big to be saved, troppo grande per essere salvata da questo fondo comunque rafforzato, se per caso i mercati finanziari si accanissero contro di lei.

Silvio Berlusconi finora ha contato che il nostro Paese fosse, per restare al gergo della finanza, too big to fail, troppo grande – a differenza della Grecia – per essere lasciato fallire, e che quindi gli altri Paesi fossero costretti ad aiutarci magari anche storcendo il naso. Ieri a Bruxelles è emersa la realtà: contro l’Italia si è più impazienti che verso altri Paesi in difficoltà, perché solo l’Italia ha un peso tale da trascinare a fondo anche chi tentasse di salvarla; si è particolarmente impazienti perché le resta ancora un po’ di tempo, seppur poco, per salvarsi da sola (a differenza della Grecia, di cui ormai una parziale insolvenza pare inevitabile).

Non si fraintenda: in tutto questo c’entrano assai poco i provvedimenti «per lo sviluppo» sui quali il governo non riesce a decidere da settimane. Dalle parole del presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy e del cancelliere tedesco Angela Merkel si ricava che: 1) non viene ritenuto credibile l’impegno al pareggio del bilancio nel 2013, contenuto nella maxi-manovra economica di Ferragosto; 2) occorre perciò un nuovo sforzo per riempirlo di contenuti; 3) per limitare gli effetti recessivi dell’austerità necessaria a riequilibrare il bilancio, occorre varare riforme economiche importanti, capaci di indicare una nuova via di crescita per l’economia italiana.

Servono appunto riforme di grande portata, non le mance a questo e a quello (gabellate per incentivi allo sviluppo) di cui si è inutilmente discusso fino a ieri perché Giulio Tremonti non voleva sborsare i soldi necessari. Il breve elenco enunciato ieri da Van Rompuy contiene tutti i punti disattesi della lettera della Bce: «mercato del lavoro, aziende pubbliche, privatizzazioni, sistema giudiziario, lotta all’evasione fiscale». Ancora, non si fraintenda: la «giustizia» di cui si parla qui non è penale, è civile, con la sua lentezza quasi unica al mondo intralcia l’economia; e i provvedimenti suggeriti per il mercato del lavoro (meno tutele per i lavoratori fissi ma più per i precari, indennità di disoccupazione per tutti, nella versione della Bce) non coincidono con quelli fin qui presi, pur se risulterebbero sgraditi alla Cgil anch’essi.

L’Italia appare oggi come il caso limite di una irresponsabilità dei governi nazionali verso gli interessi collettivi europei che non è più compatibile con l’unione monetaria. Per andare avanti sarà richiesta a tutti una rinuncia parziale di sovranità; a tutti, anche alla Germania che per ora preferisce il soccorso alle proprie banche all’aiuto per la Grecia, benché il primo costi assai più caro del secondo. Il processo decisionale europeo è lento in modo esasperante, per colpa di tutti; ieri abbiamo veduto emergere il timore che la paralisi italiana lo faccia deragliare una volta per sempre.

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« Risposta #23 il: Ottobre 28, 2011, 05:29:41 »

27/10/2011

Ma questa legge troverà la maggioranza?

STEFANO LEPRI

Sono propositi molto ambiziosi, alcuni anche a forte rischio politico, quelli consegnati ieri dal governo italiano alle autorità europee.

Ma come può sperare di trasformarli in legge un governo che solo ieri alla Camera è andato in minoranza due volte su questioni di poco peso? Del resto il ministro dell’Economia, che dalla stesura della lettera è stato in buona parte escluso, non è parso tenerne gran conto quando ha parlato ieri mattina alla Giornata del Risparmio.

Spicca nei nuovi impegni, ad esempio, una maggiore libertà di licenziamento per le imprese. Il centro-destra tentò già di introdurla nel 2002-2003, quando disponeva in Parlamento di una maggioranza assai ampia, e dovette desistere di fronte a una manifestazione di protesta tra le più vaste mai viste in Italia. Per giunta le parole di Mario Draghi ieri confermano che questa misura non compare tra le richieste dalla Banca centrale europea.

Al contrario, appaiono inconsistenti gli impegni sulla previdenza, dove le autorità europee avevano chiesto di fare di più già dal 2012. I requisiti per le pensioni di anzianità, l’onere più pesante per il nostro sistema, «sono stati già rivisti», si legge. E’ ben vero, come afferma il governo, che ormai il sistema pensionistico italiano è «tra i più sostenibili in Europa», dato che molti altri stanno peggio; ma la Ue ci ha consigliato di intervenire ancora perché si tratta di uno dei settori più importanti di una finanza pubblica nell’insieme poco sostenibile.

Nulla di nuovo anche per i conti complessivi dello Stato. Di fronte al timore delle autorità europee che le misure già prese non siano sufficienti a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, il governo ripete una spiegazione dettagliata di ciò che ha già fatto, aggiungendo soltanto che sarà pronto a intervenire in caso di scostamenti dagli obiettivi.

Tra le novità, compare l’impegno a vendite e valorizzazioni di beni pubblici per 5 miliardi all’anno, compresa una ampia privatizzazione di aziende controllate dagli enti locali. Questo l’Europa lo chiede; per realizzarlo occorre un governo solido, capace di imporsi alle amministrazioni locali di ogni colore, che da questo orecchio, quasi tutte, non ci sentono. Lo stesso vale per la liberalizzazione delle professioni, finora bloccata in Parlamento da lobbies possenti nella maggioranza, con agganci anche nelle opposizioni.

D’altra parte, è la lettera stessa a rivelare il suo limite, nel prolisso elencare provvedimenti già presi da mesi e non realizzati per carenza di consenso politico. Come si farà a decidere in fretta le misure nuove, se è già così lunga quella delle misure ancora in corso d’opera? E perché poi insistere con tutte quante le proposte di revisione costituzionale, quando all’Europa ne interessano solo due, il pareggio di bilancio e l’abolizione delle Province? Con una maggioranza parlamentare nelle condizioni in cui si trova, le complesse procedure per cambiare la Costituzione rischiano soltanto di rallentare misure assai più urgenti ed efficaci anche nel breve periodo.

Le prime reazioni dall’Europa sembrano positive. Sulla carta, infatti, c’è parecchio: una lista davvero lunga di propositi, buoni o non a seconda dei gusti. Ma forse si tratta solo di far finta di fare, in modo di togliere gli altri governi europei dall’imbarazzo. Altrimenti avrebbero dovuto spingersi a compiere un passo finora nuovo e inesplorato nella storia dell’Unione, provocare la crisi di un altro governo. Ma attenzione: secondo alcuni esperti finanziari, se i tassi del debito pubblico italiano, ora vicini al 6%, salissero oltre il 6,2-6,3%, la crisi di sfiducia nel nostro Paese potrebbe divenire irreversibile; e tutte le forze dell’Europa non basterebbero a salvarci.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9370
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« Risposta #24 il: Novembre 07, 2011, 09:13:15 »

     
2/11/2011
 
La bugia smascherata da Atene
 
STEFANO LEPRI
 
Ma non è giusto dare la parola alla gente, quando si tratta di sopportare sacrifici così pesanti? In questo caso no. Sulla materia di cui si dovrebbe decidere, la sovranità nazionale della Grecia non esiste più. Sarebbe come se, poniamo, per decidere se costruire o no centrali nucleari in Italia si fosse posta la domanda ai cittadini di un’unica Regione (mentre, saggiamente, la nostra Costituzione vieta di sottoporre a referendum i trattati internazionali).

Finora tutti i governi dell’area euro avevano trovato comodo occultare questa realtà. La mossa a sorpresa di Giorgos Papandreou involontariamente smaschera una menzogna collettiva. L’ira in altre capitali è comprensibile, ma potevano ammettere prima che se si condivide una moneta comune il potere dei governi nazionali è limitato. Soprattutto lo è quello della Grecia, che per colpe precise (del governo precedente, di altro colore politico) si trova in una situazione insostenibile. Non può fare da sé un Paese che, perfino dopo tutti i tagli agli stipendi e gli aggravi di tasse degli ultimi due anni, continua a vivere al di sopra dei propri mezzi.

Un Paese che produce 100 e consuma 108, come accade alla Grecia del 2011, ha vitale bisogno dell’aiuto degli altri. Riescono solo gli Stati Uniti a sostenere per lungo tempo uno squilibrio dei pagamenti correnti con l’estero perché sono la maggiore potenza mondiale e hanno il dollaro; tuttavia in proporzione è circa la metà di quello greco. Per di più, il governo di Atene è nella condizione di dover contrarre nuovi debiti anche solo per ripagare i debiti vecchi; visto che i mercati non offrono credito, non può andare avanti senza soccorsi esterni.

Nei fatti i greci non sono in grado di decidere sul piano di austerità. Possono cambiare governo, se vogliono (può darsi che sia questo l’esito, invece del referendum); eppure qualsiasi scelta di politica economica, compresa l’insolvenza totale e l’uscita dall’euro, non potrà sottrarli ad una austerità durissima. In più, l’attesa del referendum alimenta il peggiore contagio in tutta l’area, perché i mercati si scatenano sulle ipotesi di cui sopra. Oltretutto, al primo sondaggio che preveda una vittoria del no, potrebbero essere i greci stessi a spostare in massa i propri capitali all’estero: cercando ciascuno di salvare il proprio patrimonio, tutti insieme porterebbero alla rovina il Paese.

Così funziona un’unione monetaria. Già nei mesi passati fingere che la mutua interdipendenza fosse un fattore secondario ha portato a prendere decisioni collettive sempre tardive, talora sbagliate, per motivi di politica interna. A loro volta, gli errori hanno alimentato la diffidenza tra le diverse nazioni. Siamo al punto che il governo di Berlino rinuncia a sgravi fiscali che sarebbe in grado di elargire ai propri elettori «per non dare il cattivo esempio» ai Paesi euro costretti a fare l’opposto.

Nel tentativo di ogni Paese di scaricare le difficoltà sugli altri l’Europa si produce in un multiforme autolesionismo. Ora l’area euro si presenta davanti alle altre potenze globali, al G-20 di Cannes, ridotta a mendicare soccorso dalla Cina, o da un Fondo monetario internazionale potenziato. Il resto del mondo teme che dalla combinazione di irresponsabilità e reciproca diffidenza dei governi del nostro continente scaturisca un nuovo patatrac finanziario collettivo; ma non può risolverne i problemi (come possiamo pretendere che la Cina usi i suoi soldi per aiutare Paesi i cui cittadini sono molto più ricchi dei suoi?). Sull’Italia, che a causa dei propri errori è finita nella prima linea dell’infezione greca, incredibilmente viene a pesare una responsabilità planetaria: se riusciamo a rimetterci in piedi, allontaneremo il pericolo per tutti.
 
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« Risposta #25 il: Novembre 09, 2011, 05:52:10 »

9/11/2011

Dobbiamo prepararci ad altri sacrifici

STEFANO LEPRI

Nessuno si illuda di cavarsela con poco. La Legge di stabilità che sarà l’ultimo atto di questo governo non era sufficiente a recuperare la fiducia internazionale; non lo diventerebbe nemmeno con gli emendamenti in cantiere, che d’altronde non entusiasmano nessuno. Mentre le domande che ieri ci sono giunte dalle autorità europee mostrano che, a questo punto, tutta la politica economica italiana va ripensata.

Non era scontato che arrivassimo fino a questo punto; ovvero il punto in cui gli analisti finanziari internazionali cominciano a domandarsi (come in un rapporto della Barclays ieri) se ormai riguadagnare la credibilità perduta non sia per l’Italia impossibile. Ci siamo arrivati perché la crisi politica si è incancrenita. Possiamo tentare di uscirne mostrando che una via d’uscita politica la sappiamo cercare; che esiste qualcuno capace di ravvivare nel Paese il senso di azioni condivise, al di là del disperato scaricabarile tra categorie e corporazioni che oggi blocca tutto.

Il tempo dovremmo averlo. La Grecia senza aiuti esterni non riuscirebbe nemmeno a pagare gli stipendi di dicembre ai dipendenti pubblici. L’Italia non ha simili urgenze di cassa. Per raggiungere il pareggio di bilancio al 2013, obiettivo ormai impostoci da tutta la comunità internazionale, restano sempre da definire misure per 20 miliardi, lasciate in sospeso da agosto ad oggi; e tuttavia il 2013 non è domani. Ciò che serve subito è un governo capace di mostrare al mondo che affronta i problemi invece di passare il tempo ad imbonire i cittadini con le chiacchiere e ad escogitare espedienti per sopravvivere.

Bisognerà fare molto. Altri sacrifici saranno inevitabili, come una rinuncia alle pensioni di anzianità. Forse è inevitabile un record storico della pressione fiscale. Ma, paradossalmente, sarà assai più utile riuscire ad impostare riforme che sono nel nostro stesso interesse come collettività, bloccate finora da gruppi ristretti. Così è ad esempio per la scuola, per la giustizia civile, per gli ordini professionali, per l’apertura alla concorrenza di certi settori: tutte questioni menzionate nella lettera che è arrivata ieri da Bruxelles. Sarebbe anche utile sottrarre potere alla politica privatizzando grandi gruppi nazionali, fondendo tra loro o cedendo società municipalizzate. Un diverso mercato del lavoro potrebbe dare più speranza ai giovani, invece di scaricare tutta su di loro la flessibilità.

Occorrerà anche avere uno sguardo lucido su dove si è sbagliato: prima la promessa illusoria di un miracolo economico, poi la tenacia nell’ignorare ogni segnale del declino. E’ stato ripetuto in piccola farsa ciò che veniva descritto come tragedia nell’incubo staliniano di Orwell, dove la propaganda del «ministero dell’abbondanza» nascondeva la penuria. Si prometteva di tagliare la spesa, e la spesa invece cresceva per procacciare consenso; cosicché slittava sempre al domani l’altra promessa di ridurre le tasse. Nella crisi, si sono protette le categorie più pronte a farsi sentire, abbandonate le altre. Dovendo alla fine aumentare le tasse, si sono scelte quelle meno impopolari, invece di quelle meno dannose all’economia.

La fiducia l’abbiamo perduta perché il resto del mondo ha avuto l’impressione che dicessimo sempre più bugie. L’Italia ha anzi dato una grossa spinta alla diffidenza reciproca tra Stati che lascia ora all’Europa una recessione come unica via per risolvere i propri problemi. Chi ci governava è riuscito a rafforzare negli altri popoli i più sciocchi, vieti, banali pregiudizi contro gli italiani. D’ora in poi conterà più la verità dei numeri. Anzi, sarà solo la verità a poterci salvare.

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« Risposta #26 il: Novembre 15, 2011, 11:46:47 »

15/11/2011

I tecnici contro la paralisi

STEFANO LEPRI

Quando si forma un governo di tecnici si può coltivare l’illusione che finalmente siano i «migliori» a guidarci, o al contrario deprecare l’arrivo al potere di «non eletti». Meglio, in questi casi, diffidare delle retoriche.

Meglio considerare che ai governi tecnici si arriva quando la politica non è riuscita a prendere decisioni efficaci; ricordando poi che sarà sempre un Parlamento eletto ad approvare le leggi. Per capire che cosa ci si può aspettare, occorre capire in dettaglio perché siamo arrivati alla paralisi.

Si possono forse classificare in quattro tipi le decisioni finora non prese: 1) misure che hanno il consenso degli elettori ma la classe politica non riesce a deliberare perché contrarie al proprio interesse interno; 2) misure che avrebbero un appoggio di massa ma vengono bloccate da gruppi di interesse potenti; 3) misure che dividono l’elettorato, con una parte consistente che si oppone; 4) misure del tutto impopolari nell’immediato che saranno benefiche nel medio periodo.

Sul primo punto, c’è poco da chiarire. E’ arduo far votare ai deputati la diminuzione del loro numero, delle loro indennità. Per motivi simili le province sono difficili da abolire. Una decisione politica di procedere su questo terreno potrebbe maturare solo di fronte alla minaccia che si affermino nel voto nuovi partiti, diversi dagli attuali e dunque non interessati allo status quo. I tecnici sanno invece che possono solo guadagnarne popolarità.

Sul secondo punto, il caso esemplare è quello delle liberalizzazioni. Favorire la concorrenza, o aprire alla libera iniziativa settori protetti, può ridurre prezzi e costi. I sondaggi indicano il consenso di una maggioranza di cittadini. Però di solito i gruppi di interesse ristretti, attivandosi, esercitano sulla politica una pressione efficace. Chi perde privilegi minaccia di votare altri partiti o scende in piazza; mentre i vantaggi per la generalità dei cittadini non sono di portata tale da indurli a mobilitarsi a favore delle innovazioni. I tecnici, non dovendo essere rieletti, possono resistere alle pressioni lobbistiche; non necessariamente però ad agitazioni dirompenti.

Quanto al terzo punto, investe questioni come l’evasione fiscale. In una economia dove circa un quarto degli occupati sono autonomi, una fetta importante dell’elettorato non vede con favore una stretta (basti pensare alle proteste contro Equitalia). La disgregazione della Democrazia cristiana nel 1993-1994 non fu conseguenza soltanto degli scandali; ebbero un peso anche le misure anti-evasione dei governi Amato 1 e Ciampi, che costarono la fuga di gruppi di interesse un tempo «collaterali». Un governo di tecnici incontrerà ostacoli non indifferenti. Sarà d’aiuto una maggioranza parlamentare ampia, capace di resistere a defezioni. La tentazione di dissociarsi in massa potrebbe tuttavia essere molto forte. Qualora rispondesse una mobilitazione delle forze favorevoli, il governo tecnico sarebbe accusato di essere diventato politico.

Compiere scelte incisive su materie del quarto tipo sarà difficile per motivi diversi. Se i vantaggi futuri fossero certi, i politici sarebbero lietissimi di lasciare a un governo tecnico la responsabilità di prescrivere medicine parecchio amare o con effetti collaterali pesanti, per poi tornare al potere a guarigione avvenuta. Occorrerebbe tuttavia, su quali siano le medicine migliori, un consenso compatto che talvolta manca perfino tra gli esperti, figuriamoci tra i partiti. Gioverà qui la pressione delle autorità europee e dei mercati; con un inconveniente. Che la crisi fosse europea e mondiale ha aiutato l’Italia a imboccare la strada giusta, rende aleatorio in quanto tempo, e come, si arriverà alla meta.

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« Risposta #27 il: Novembre 19, 2011, 10:41:19 »

18/11/2011

L'indirizzo sbagliato delle proteste

STEFANO LEPRI

Governo delle banche e dei banchieri, governo dei poteri forti, governo dei padroni: il paradosso della giornata di ieri è di aver ascoltato, contro il governo Monti, epiteti quasi identici dagli studenti di estrema sinistra nelle piazze e dai dirigenti della Lega Nord.

La sola differenza è che i ragazzi hanno un’inventiva verbale più vivace, o aggiungono che i debiti non si devono pagare. Da tutte e due le parti si additano le macchinazioni della «piovra gigante» della finanza mondiale, la Goldman Sachs.

La novità di un governo sorretto da una maggioranza larghissima si specchia nell’erompere di populismi politicamente opposti eppure simili, molto simili. Né la cosa si ferma lì; perché quello che dicono i leghisti si legge anche su alcuni giornali berlusconiani, e gli slogan degli studenti e dei Cobas riecheggiano, magari temperati da un sorriso di scherno, anche in alcuni salotti di sinistra. A tutti quanti si potrebbe consigliare di leggere gli insulti che Mario Monti si prese dal Wall Street Journal quando, da commissario europeo alla concorrenza, maltrattava le multinazionali americane.

Però occorre anche riflettere su che cosa significano queste passioni estreme. Quando incombe un pericolo che appare inspiegabile, la tentazione di farsi applaudire dalla gente additando colpevoli è forte. «La crisi va pagata da chi l’ha provocata» affermava uno striscione nei cortei di ieri. Ed è vero che a farla scoppiare, e ad aggravarla, è stata la grande finanza mondiale. Cosicché la via spedita per denigrare qualcuno è identificarlo con le banche, anche se come molti dei nuovi ministri e ministre è un alto burocrate o un accademico mai passato per consigli di amministrazione (quanto ai «padroni», poi, di industriali non ce n’è nemmeno uno).

Non basta. Fino a ieri i supposti interpreti della vox populi avevano demonizzato la «casta» dei politici, attribuendogli anche più colpe delle molte che ha. Adesso la protesta pare spostarsi contro le élites in generale; forse facendo tirare un sospiro di sollievo ai politici, mal comune mezzo gaudio. Le banche italiane hanno colpe modeste, e la Banca d’Italia proprio nessuna, perché anzi le ha tenute assai bene sotto controllo; ma tant’è, fa comodo alzare il tiro, alla Lega per cercar voti stando all’opposizione, all’estrema sinistra per fabbricarsi un nuovo nemico una volta che Berlusconi non è più a Palazzo Chigi.

In realtà molti dei ragazzi ieri in piazza erano tutt’altro che mal disposti verso il governo Monti; la corsa al rialzo ideologico è solo di una frazione più ideologizzata. Tuttavia è di tanti il malessere, tra gli elettori di destra come di sinistra. L’instabilità della finanza fa sentire in potere di qualcosa che non si conosce; così si immaginano complotti. Il guaio è che nei movimenti dei mercati non si nascondono né i complotti immaginati dai populisti né la razionalità spietata ma efficiente che gli attribuiscono certe élites. Ci sono invece paure, scommesse disinformate, sbandamenti gregari di una miriade di operatori sparsi per il pianeta. Dovrebbero riuscire i governi del mondo a tenerli a freno. Non può certo riuscirci il governo italiano da solo; e però l’Italia è un Paese più fragile dagli altri, dove le tensioni del mondo sembrano concentrarsi. Cerchiamo almeno di non rinfacciarci tra noi colpe che stanno altrove.

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« Risposta #28 il: Novembre 21, 2011, 05:31:46 »

21/11/2011

Europa o la va o la spacca

STEFANO LEPRI

Quando giovedì Mario Monti si incontrerà con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a Strasburgo, non ci sarà dubbio su chi dei tre padroneggi meglio l’agenda delle discussioni.

L’Italia non solo torna ad essere ascoltata, ma parla con una voce competente proprio su ciò che urge decidere: come salvare l’euro.

Purtroppo, non basta: se nelle prossime settimane non maturerà una svolta radicale, diremo in futuro che tutto avvenne troppo tardi, il cambio di governo a Roma come il congresso dei cristiano-democratici tedeschi a Lipsia dove si è indicato in «più Europa» il rimedio.

Monti sembra l’uomo giusto per convincere i tedeschi perché il suo pensiero è affine al loro. Ha sempre sostenuto che gli acquisti di titoli di Stato sul mercato secondario da parte della Banca centrale europea si giustificano solo in una situazione di emergenza ed entro certi limiti. A maggior ragione comprende i tedeschi quando fanno muro contro l’idea che la Bce si dichiari pronta a stampare moneta per sostenere i debiti pubblici, come prestatore di ultima istanza. Nello stesso tempo, sa quanto il tempo stringa.

O la va - nel senso di «più Europa» - o la spacca. Mesi fa Monti ha deprecato che quasi tutti i governi insistano a comportarsi «come se non fossero membri di un’unione monetaria»; non si curano degli effetti che le loro decisioni hanno sugli altri, tentano di scaricare oltre confine la colpa di ogni misura impopolare. La mancanza di fiducia reciproca sbarra la strada a ogni soluzione capace di impedire ai mercati finanziari il loro tremendo divide et impera .

Negli uffici della Commissione europea José Barroso e Herman van Rompuy preparano proposte sugli eurobond , di cui anche Monti - che incontrerà i due domani - è un sostenitore. Ma perché gli eurobond diventino praticabili occorre che ciascun governo abbia la certezza che i suoi cittadini non saranno chiamati a pagare i debiti di altre nazioni.

Tra Germania e Italia c’è accordo che «limitate modifiche dei Trattati europei» siano necessarie, proprio per consolidare la fiducia reciproca. Ci vorrà tempo per negoziarle. Per l’immediato occorre fantasia nell’escogitare strumenti di sostegno ai Paesi deboli che la Germania possa accettare.

La strada è quella indicata dall’altro Mario italiano, il presidente della Bce Draghi: un rapido potenziamento dell’Efsf, il Fondo europeo di salvataggio. L’interrogativo è se l’Efsf potrà contare sul sostegno della Bce. Sarà necessario anche qui scontrarsi con certe rigidità dottrinarie che, come Monti ritiene, possono chiudere la Germania in un egoismo di corta veduta.

Al fondo, il problema non è di tecnica monetaria, è di democrazia: quali sono gli strumenti per arrivare a decisioni condivise, che aiutino gli Stati in difficoltà senza incentivarli a ripetere gli errori che ce li hanno condotti. Purtroppo i politici di ciascuna nazione restano molto affezionati alla libertà di sbagliare a danno delle altre. E se l’Italia riuscisse a dare un buon esempio, una volta tanto?

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« Risposta #29 il: Novembre 24, 2011, 06:38:29 »

24/11/2011

Ora Berlino dovrà riflettere

STEFANO LEPRI


Ora è il momento per agire. La crisi dell’area euro comincia a toccare la Germania; nessun Paese ne è più al riparo. Agire significa un salto in avanti nella costruzione dell’Europa. Molti politici nazionali recalcitrano davanti a una «cessione di sovranità» da parte degli Stati; si tratta in realtà di ampliare, non di ridurre gli spazi di democrazia. L’unico modo di ridare potere ai cittadini sulla sorte delle loro economie, strappandolo ai mercati finanziari, è di trasferire ad autorità europee elettive quelle competenze che i governi nazionali non hanno più la forza di esercitare.

Mario Monti saprà bene tutto questo, quando si siederà oggi al tavolo con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Saprà anche che è molto difficile riuscirci. Al punto in cui siamo arrivati, solo una politica economica centralmente concordata potrà salvare l’euro.

Dovrà essere democraticamente legittimata; non affidata alla legge del più forte del «metodo intergovernativo» di fatto ridottosi alla guida dell’ineguale duo franco-tedesco, responsabile di molte decisioni tardive e maldestre degli ultimi mesi.

Senza intaccare le sovranità nazionali, servirebbero a poco gli eurobond , i titoli di debito comuni ora riproposti anche da José Barroso e da Herman van Rompuy. Senza un imponente trasferimento di sovranità, inoltre, la Germania non li accetta; e ha ragione anche contro sé stessa, perché l’attuale assetto dei poteri non garantisce nessun Paese membro dell’euro contro l’eventuale irresponsabilità degli altri, Germania compresa.

C’è solo da sperare che l’esito negativo dell’asta dei titoli di Stato tedeschi ieri porti consiglio a Berlino. Vengono offerte spiegazioni tecniche complesse; ma restiamo all’evidenza. Paradossalmente, si tratta di una scelta assai sensata, da parte di mercati che tutto sono stati tranne che razionali negli ultimi mesi: perché mai si dovrebbero comprare titoli che rendono meno del 2%, se occorre il 2% solo per compensare l’aumento dei prezzi? Che ci si guadagna?

Finora, i Bund , ovvero i titoli tedeschi, avevano successo perché si sperava in un guadagno di capitale in caso di rottura dell’euro: sarebbero stati convertiti in un nuovo marco tedesco capace di rivalutarsi. Ora si è capito che una rottura dell’euro avrebbe conseguenze tanto devastanti, nell’Europa e nel mondo, da danneggiare anche la Germania. Proprio perché ragionevolmente oggi si dubita perfino del debito della Bundesrepublik, l’occasione è ottima per far riflettere la Bundesbank e l’ establishment tedesco, rimasti quasi soli nel mondo a credere che i mercati siano sempre razionali.

Solo con un salto in avanti politico si potrà superare l’ostacolo che impedisce alla Banca centrale europea di usare appieno tutti i suoi strumenti. La Germania e i Paesi nordici ricordano sempre che interventi massicci di acquisto dei titoli italiani e spagnoli violerebbero i Trattati europei: per dissuadere i governi dallo scialacquare, la Bce è vincolata a mantenere la «stabilità della moneta». Questo non va cambiato. Tuttavia lo stesso articolo 127 dei Trattati, in un altro comma, affida alla Bce il compito di tutelare anche la stabilità finanziaria.

Si tratta di intendersi. Se l’euro si rompe, sicuramente la stabilità finanziaria non sarà tutelata, con dissesti di grandi banche e altri orrori. Nel giro di poco tempo, verrebbe a mancare anche la stabilità monetaria, perché avremmo una recessione così pesante da ridurre i prezzi, esito pericolosissimo. Speriamo che i tedeschi lo capiscano, e non confermino quel luogo comune secondo cui, loro soli, ritengono che Fiat justitia, pereat mundus sia un motto di cui fregiarsi con orgoglio.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9476
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