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Autore Discussione: NADIA URBINATI.  (Letto 5527 volte)
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« inserito:: Aprile 19, 2010, 05:01:45 pm »

L'ANALISI

Gli alleati senza diritti

di NADIA URBINATI


IL PDL è un difficile tentativo di convivenza di tre diversi stili politici; tre modi di essere che, come la crisi interna di questi giorni dimostra, sono difficilmente armonizzabili. Tre sono le concezioni politiche o sedicenti politiche che lo compongono: una comunitaria-organicistica; una tradizionale istituzionale; e una patrimonialista.

La vittoria elettorale nelle recenti consultazioni amministrative ha marcato e ingigantito le differenze tra queste tre anime fino a destabilizzare la coalizione di governo. Una ragione che ha probabilmente portato a questo esito paradossale di indebolimento a seguito di una vittoria sta nella distribuzione geografica. Nel fatto cioè che non tutte e tre queste anime sono equamente distribuite sul territorio nazionale. Il gruppo che fa capo al presidente della Camera ha una forte presenza nel Centro-Sud, mentre la Lega ha una forte se non esclusiva rappresentanza al Nord. A mediare questo bipolarismo territoriale è Silvio Berlusconi. Ma che la mediazione non sia tale, e infatti sia l'opposto di ogni forma di mediazione, diventa chiaro qualora si presti attenzione alla ragione strutturale e non solo territoriale del sisma che sta sconquassando il Pdl: gli alleati hanno diverse, se non opposte, concezioni di che cosa debba essere la politica conservatrice e più in generale la politica e le istituzioni.

La Lega ha bisogno di radicamento per esistere e resistere: quindi non sopporta facilmente la competizione sul proprio territorio. Nei blog del movimento giovanile dei Padani si trova ripetuta l'espressione "fratelli su libero suolo". "Libero suolo" ha una doppia implicazione: denota una "libertà da" ovvero contro chi cerca, non appartenendovi, di insediarvisi e una "libertà di" esprimere liberamente le proprie energie. Il "suolo" è lo spazio vitale che contiene e alimenta la libertà dei leghisti, un luogo abitato non tanto da eguali nei diritti (un valore molto poco compreso dai fedeli della Lega) ma da simili nella cultura e nei supposti valori; persone che si riconoscono con una semplice occhiata, che si odorano identici, che si fidano solo se non ci sono estranei tra loro  -  e, si badi bene, gli estranei non sono soltanto gli immigrati, ma possono esserlo anche gli alleati di coalizione (non è un caso che pochi giorni dopo la vittoria elettorale, Umberto Bossi si sia prenotato per il sindaco di Milano: la "nostra terra", la "nostra gente", il "nostro sindaco" e, come abbiamo anche sentito, le "nostre banche") . Il gruppo che si riconosce in Fini esprime al contrario una politica istituzionale nazionale, un approccio tradizionale alla forma Stato che è per questo più facilmente comprensibile da parte di chi mastica politica secondo le regole di uno Stato moderno di diritto. Per esempio, l'idea che se si vuole approdare a una repubblica presidenziale occorra cambiare la legge elettorale è quanto di più ragionevole e sensato ci possa essere per chi si occupa di politica istituzionale: nulla di trascendente, eppure così impossibile da accettare e comprendere da parte di Berlusconi!

E qui veniamo alla terza componente della destra italiana, che in effetti "componente" non lo è proprio, perché Berlusconi è non soltanto l'ideatore del Pdl ma ne è proprietario a tutti gli effetti e per questa ragione non può oggettivamente comprendere le ragioni istituzionali. Mentre può forse meglio comprendere quelle "organiche" territoriali della Lega perché, in fondo, sono mosse da una logica monopolistica che ha comunque a che fare con un linguaggio "proprietario" (del suolo).

Quale che sia l'esito di questo movimento tellurico è evidente che almeno una cosa dovrebbe essere diventata chiara a chi si è illuso di godere "da pari" dei privilegi promessi da un'alleanza con Berlusconi: che gli alleati sono tali solo se e perché hanno una indipendenza e sono partner. Ma non si può essere partner in un partito che è proprietà di qualcuno; anzi, in questo caso ogni tentativo di ridiscutere le forme dell'accordo è visto e trattato come un insolente attacco al leader. Berlusconi ha un'etica monolitica, e conosce un linguaggio e uno solo: quello del comando padronale. È così connaturato in lui questo stile che egli non sa nemmeno distinguere fra Istituzioni dello Stato e dipartimenti economici del suo impero: se Fini dissente, minaccia di licenziarlo. È difficile pensare quindi a come si possa soltanto pensare in termini di trattativa, mediazione, accordo  -  anche in questo Fini dà il segno di parlare una lingua che il presidente del Consiglio non conosce: quella della politica come funzione che chi svolge non possiede. La cultura 'politicà del leader del Pdl è per tanto di destra in senso molto improprio perché è semplicemente patrimonialista. Si leverà qualche voce meno stentorea a dire forte che lo Stato non è a sua disposizione perché non è roba sua?
 

© Riproduzione riservata (19 aprile 2010)
da repubblica.it
« Ultima modifica: Ottobre 04, 2010, 11:58:58 am da Admin » Registrato
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« Risposta #1 inserito:: Agosto 09, 2010, 04:54:39 pm »

Nadia Urbinati: «E' finta la democrazia degli urlatori»

di Umberto de Giovannangeli


«A dare il segno di una democrazia malata, di una democrazia degli “urlatori”, c’è l’uscita della ministra della Pubblica Istruzione e dell’Università, Mariastella Gelmini, che propone di dare la laurea ad honoris causa ad un politico, Umberto Bossi che usa sistematicamente linguaggi e segni volgari e irriverenti. Una volgarità aggressiva, minacciosa, inquietante, che ben si coniuga con la strategia di occupazione dei grandi mezzi di comunicazione realizzata dal Cavaliere...». A sostenerlo è Nadia Urbinati, politologa e docente alla Columbia University.

Per aver sostenuto che occorreva «liberarsi di Berlusconi», il segretario del Partito Democratico è stato fatto bersaglio di una aggressione mediatica da parte di numerosi esponenti del Governo e della maggioranza. Ma che democrazia è questa?
«È la democrazia di chi ha vinto e ora non vorrebbe più perdere. È chiaro che Bersani ha utilizzato una espressione colorita, gergale, di quelle che si usano nel parlare quotidiano. Del resto, le campagne elettorali hanno sostituito le campagne militari, e quindi si usa molto spesso lo stesso linguaggio per parlare di “battaglie”... È evidente che chi è al Governo ha voluto prendere alla lettera quelle parole gridando allo scandalo, pur sapendo che lo scandalo non c’era proprio, tanto più che a scandalizzarsi sono gli stessi ben usi al linguaggio violento. A dimostrazione di questo c’è l’uscita della ministra della Pubblica Istruzione e dell’Università che ha proposto di conferire la laurea honoris causa a un politico che usa sistematicamente linguaggi e segni volgari e irriverenti...».

Il riferimento è al ministro e leader leghista, Umberto Bossi...
«Certo che sì. Al ministro che non trova di meglio che fare il segno del dito medio ai giornalisti che gli chiedevano se si andava verso le elezioni anticipate. Non è un gesto isolato. Da quando Bossi e i suoi attuali alleati di Governo sono entrati sulla scena politica, a partire dagli anni Novanta, hanno contribuito pesantemente a cambiare in peggio lo stile e il contenuto del linguaggio politico...».

È dunque la politica degli urlatori che è stata imposta?
«Sì. E probabilmente sembra che paghi, visto che Berlusconi la ritira fuori ogni volta che annusa aria di crisi... La strategia dell’urlo, del parlarsi addosso, la politica di chi grida più forte fa bene, e va bene, a coloro che non hanno contenuti da proporre o che, con le urla e gli insulti, cercando di mascherare il vuoto di contenuti politici, mentre la strategia dell’urlo non fa il gioco di coloro che basano il proprio successi con il pubblico sulla deliberazione ragionata».

Nel frattempo, il presidente del Consiglio si prepara alla campagna di autunno condotta a colpi di talk show urlati e a senso unico...
«È una mossa prevedibile, perché a leggere i giornali di questi giorni, si possono individuare i due scenari a cui il Cavaliere sta lavorando...».

Quali sarebbero questi scenari?
«Berlusconi si prepara a tenere aperta la possibilità, usata come arma di ricatto nei confronti dei “finiani”, delle elezioni anticipate. E al tempo stessi, continua le trattative di palazzo. Quello che tra i due scenari risulterà essere più conveniente per lui, verrà perseguito. Come Berlusconi ha sempre fatto».

Esistono gli anticorpi contro questa democrazia degli urlatori?
«Sì e no. Sì se guardiamo a livello istituzionale e costituzionale: su questo terreno gli anticorpi esistono e sono già attivi, come ha più volte rimarcato il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. La risposta, purtroppo, è negativa per quanto riguarda il potere dell’opinione pubblica. Le ragioni le conosciamo...».

Ma è bene ricordarle a fronte di una dissolvenza della memoria collettiva che viene scientemente perseguita dai fautori della democrazia dell’urlo...
«Alla base c’è la commistione tra informazione e potere politico della maggioranza berlusconiana-leghista e potere economico. Quello dell’informazione è sempre più terreno di conquista per un potere insaziabile piuttosto che essa stessa, l’informazione, un potere moderato. Questo è il problema più grave della democrazia italiana, e probabilmente sarà quello sul quale e per mezzo del quale il Cavaliere intenderà giocare la partita anche in questa occasione. Del resto, è sufficiente prestare attenzione ai direttori delle maggiori testate dei Tg nazionali per comprendere quanto deboli siano gli anticorpi in questo potere straordinariamente forte che è, o dovrebbe essere, l’opinione pubblica in una democrazia».

«Democrazia degli urlatori», abbiamo detto. Quale altra definizione può dare conto della situazione italiana oggi?
«Non userei la parola democrazia così facilmente: perché democrazia implica discutere per comprendere e decidere, e non sopraffare l’avversario con aggressività e arroganza. Come chiamare un regime che usa amplificare la voce invece della ragione?».

La democrazia dell’urlo è un accidente temporaneo del sistema italiano in questo momento storico o è un’anticipazione di ciò che saranno le future democrazie mediatiche?
«Una democrazia che si regge sul potere pervasivo e controllato dei mezzi d’informazione, rischia di essere una democrazia fatta di spettatori passivi, che assistono ad uno spettacolo condotto da altri, senza la possibilità di svolgere il loro ruolo di stimolo, di critica e di controllo in quanto cittadini e non semplicemente come spettatori. È la democrazia del cittadino che viene sopraffatta dalla “democrazia dell’audience”. Da attori a spettatori: una involuzione che non può non destare allarme...».

Riusciremo a riconquistare un tono di voce normale?
«Bisognerebbe che chi mette in scena la democrazia dell’urlo non trovasse partner o chi faccia loro da spalla...».

È una critica all’opposizione?
«È un invito più che una critica. Occorrerebbe riuscire a coprire un ruolo più dignitoso di quello di interlocutori in un gioco delle parti già stabilito nei toni, nei modi e negli esiti».

Ma negli altri Paesi democratici dell’Occidente, vince chi urla?
«Penso che questo più che altro sia un problema italiano, a giudicare dalle trasmissioni politiche condotte in altri paesi europei o negli Stati Uniti, dove, Fox News è stata immediatamente definita “Tv propaganda”, proprio per i suoi Tg calibrati sulle idee del Partito repubblicano. Saper distinguere tra informazione e propaganda è un indicatore del successo o meno della democrazia dell’urlo».

09 agosto 2010
http://www.unita.it/news/italia/102207/nadia_urbinati_e_finta_la_democrazia_degli_urlatori
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« Risposta #2 inserito:: Ottobre 04, 2010, 11:59:27 am »

L'ANALISI

La Costituzione fatta a pezzi


di NADIA URBINATI

Berlusconi ha detto ieri che i magistrati sono criminali e che vanno come tali trattati. Lo aveva già anticipato parlando qualche giorno fa nell'improvvisato happening di fronte alla sua residenza romana, condendo il suo gravissimo ed ennesimo colpo alla Costituzione repubblicana con barzellette e linguaggio scurrile, quasi a voler allontanare l'attenzione dell'opinione pubblica da ciò che aveva pronunciato.

Il suo attacco alla magistratura e l'identificazione della giustizia con la persecuzione non sono né nuovi né inediti: sono la carta d'identità di Berlusconi. Le circostanze dettano il linguaggio, non il contenuto che resta immobile come la terra nel sistema tolemaico. Quando le acque nella sua maggioranza si fanno burrascose tiene metodi di trattativa e moderati. Una volta rinsaldata l'alleanza, magari con l'autorevolezza del voto parlamentare come in questo caso, metodi, forme e linguaggio riprendono la loro solita andatura e ritornano a battere sul tema più vicino agli interessi del premier: l'attacco all'indipendenza della magistratura giustificato nel nome di una sovranità totalizzante del popolo, o meglio ancora della sua parte più numerosa (il mito del 51% come clava punitiva contro i suoi supposti nemici).

La sovranità della parte più preponderante non è sovranità democratica, ma dominio, soprattutto quando coltiva la pericolosissima ambizione di dichiararsi identica alla sovranità democratica della nazione italiana. A questo linguaggio demagogico, il presidente del Consiglio si affida quando si sente rinsaldato nei consensi; quando può tornare a riprendere la sua lotta contro la giustizia per affermare la sua giustizia. L'obiettivo lo conosciamo: mettere la magistratura alle dipendenze del potere politico, toglierle quella indipendenza che, vale la pena ricordarlo, non gli è stata data da altri che dal popolo stesso, nella sua massima espressione di sovranità, quella della scrittura della Costituzione. La nazione italiana ha deciso di fare della magistratura un potere indipendente dal parlamento e dall'esecutivo, per renderla dipendente sola dalla legge. Il presidente del Consiglio la vorrebbe invece dipendente dall'opinione politica che fa la legge e dal governo. La differenza è enorme; è quella che passa tra un sistema maggioritario (un'espressione barbara ma efficace) e un sistema democratico costituzionale. La minaccia rivolta ad alcuni magistrati di aprire una commissione parlamentare d'inchiesta è la vera novità di questi giorni, una proposta che è il coronamento dell'ormai incontenibile tracimazione di questo governo dai limiti costituzionali.

Uno sprovveduto o uno che non abbia seguito la traiettoria ideologica di Berlusconi in questi tre lustri potrebbe restare sorpreso di fronte a un liberale che si fa capo-popolo e propone la centralità della volontà politica sulla giustizia. Non è forse vero che la storia di Forza Italia era cominciata a colpi di propaganda liberal-liberista? Che cosa ha a che fare Friedrich von Hayek (uno degli autori più citati da chi si è identificato con Forza Italia) con il maggioritarismo del presidente del Consiglio?
Nella tradizione liberale classica, il governo e l'organizzazione normativa della vita pubblica sono giustificabili in quanto funzioni al servizio di un fine superiore e precedente: la difesa della proprietà, della vita, della libertà degli individui. I diritti individuali sono il fine non contrattabile e soprattutto un bene che legittima il mezzo, ovvero il governo. Qual è il più sicuro presidio di questa libertà se non un sistema di giustizia autonomo da quella volontà di popolo che Berlusconi vorrebbe egemonica?
Per i liberal-liberisti, quello repressivo è il compito centrale dello Stato, e in realtà la sua ragion d'essere. Una ragione che non va affiancata da compiti di altra natura se vuole essere efficace, per esempio da compiti di giustizia sociale. Affinché svolga questo compito al meglio, il solo legittimo, lo stato deve essere edificato secondo regole ben precise: limitato nelle sue funzioni; non centrato sul governo dell'assemblea; monitorato da chi obbedisce alla legge, non da chi fa la legge; e infine soggetto al giudizio elettorale dei cittadini. Il governo liberale è un governo costituzionale limitato fondato sul consenso nel quale il potere giudiziario svolge un ruolo centrale e che, proprio per questo, deve restare rigorosamente indipendente da quello politico.

Il sistema della giustizia penale e civile è il potere più importante nell'idea liberale, la quale infatti vede nella politica solo un mezzo per coordinare in maniera indiretta (con il timore della coercizione) le azioni degli individui e per riparare agli errori e ai delitti che essi commettono o in buona fede o per malevola violazione della legge naturale e civile. Questo è lo Stato 'minimò dei liberali; uno Stato al servizio di una società che, pensava Hayek, è libera nella misura in cui capace di autoregolarsi con minimo dispendio di potere diretto del governo o del parlamento, ma il cui potere giudiziario è ben funzionante, non usato a discrezione dei potenti e che opera secondo procedure impersonali e regole certe. Un potere, quello della giustizia che é assolutamente essenziale che resti "negativo", cioè che non dipenda da chi fa e applica la legge. La nostra libertà è sicura  -  e i costituenti accettarono questa idea liberale  -  solo se chi la applica nei tribunali e nelle corti non dipende dall'opinione della maggioranza in carica, quale che essa sia. Berlusconi sarebbe inviso a tutti i liberali. Ora, sarebbe interessante sapere come i "liberali" che abitano la casa delle libertà giustificano questo scivolamento nel dispotismo della maggioranza, il più temuto degli orrori per i liberali di tutti i tempi e paesi.

(04 ottobre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/10/04/news/urbinati_commento-7690521/?ref=HREA-1
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« Risposta #3 inserito:: Novembre 04, 2010, 09:13:24 am »

IL COMMENTO

di NADIA URBINATI

Quando è l'istituzione a violare tutte le regole

DEL POTERE non si può fare a meno; per questo, occorre limitarlo. Scriveva Hannah Arendt che il potere non ha bisogno di giustificazioni "in quanto è inerente a ogni comunitá politica". Ciò di cui ha bisogno è la legittimità. L'esercizio regolato e in pubblico del potere politico consente la limitazione che meglio si accorda con la legittimità e la libertà individuale, ovvero con i principi e la pratica della democrazia costituzionale. Arendt scriveva nel 1971, a commento di quanto l'opinione pubblica americana stava scoprendo, grazie alla stampa: uno schema di abuso sistematico di potere messo in atto dalla Casa Bianca per coprire il ruolo dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato in Indocina e in Vietnam a partire dalla Seconda guerra mondiale.

Arendt metteva a nudo la manipolazione delle informazioni, la menzogna scientemente orchestrata, la violazione della costituzione e dei diritti civili. Coprendosi dietro il pretesto di fare gli interessi nazionali, i leader americani si curavano invece di salvaguardare la loro immagine. Coprivano le loro reali intenzioni e azioni per essere creduti limpidi dal pubblico. Presumevano, dunque, che il potere politico fosse pubblico proprio mentre lo usavano come un fatto privato  -  per questo la loro azione doveva restare nascosta, perché impropria secondo le leggi, ovvero perché un abuso.

L'abuso di potere è un fatto gravissimo perché distrugge una comunità politica trasformando i cittadini in sudditi,
facendone oggetto di raggiro, mettendoli nella condizione di non sapere e quindi di non poter giudicare con competenza, lasciando chi governa nella straordinaria libertà di fare ciò che vuole. L'abuso mina alla radice la fiducia senza la quale non si danno relazioni politiche in una società fondata sul diritto. Il liberalismo ha colto al meglio questo problema, poiché ha da un lato assunto che il potere è necessario, e dall'altro che il suo esercizio stimola negli uomini la propensione a non averne mai abbastanza e quindi ad abusarne. Il potere alimenta la passione per il potere con un'escalation fatale verso il monopolio. Le costituzioni moderne partono tutte dalla premessa che ci si debba sempre attendere la violazione e l'abuso da parte di chi esercita il potere e per questo istituzionalizzano le funzioni pubbliche e stringono il potere politico dentro norme rigide e chiare. Da questa concezione liberale ha preso forma l'idea che l'unica legittimità che il potere politico può acquisire è quella che viene dal rispetto delle garanzie di libertà individuale e, quindi, dalla limitazione e dal controllo del potere (limitazione nella durata e nell'intensità grazie alle elezioni, ai controlli di costituzionalità e alla divisione dei poteri) attraverso vincoli che chi governa non può manomettere. Violare i limiti che la difesa di questa libertà impone equivale a mettersi fuori della legge (un fatto di sedizione che indusse John Locke a giustificare la disobbedienza e la ribellione, aggiungendo con toni sconsolati che purtroppo i popoli hanno più capacità a subire gli abusi che a ribellarsi ad essi). Il potere che opera d'arbitrio non è più potere politico, quindi, ma é dominio assoluto e dunque nuda forza che fa di chi lo subisce un servo a tutti gli effetti. La differenza fra dominio e governo sta tutta qui.

Le riflessioni di Hannah Arendt si adattano come un guanto a ciò che sta avvenendo nel nostro paese. Il fatto che invece di una guerra ingiusta ci siano in ballo relazioni erotiche con minorenni e giovani donne non cambia la natura dell'arbitrio. Semmai la rende più sordida e avvilente. Ma anche nel caso italiano la manipolazione, la confezione ad arte dei fatti, e il nascondimento sono le armi usate da un governo, che, ci ha spiegato Giuseppe D'Avanzo, ha istituito un "tavolo di crisi" per riscrivere "la verità del premier sulla telefonata in questura". Al nascondimento del vero si è aggiunto lo stravolgimento studiato dei fatti (con risvolti che mettono l'Italia in pessima luce nelle relazioni internazionali) perché nella telefonata fatta per convincere a rilasciare la minorenne si è detto che la ragazza era la nipote del presidente egiziano Mubarak. Il presidente del Consiglio italiano usa la sua autorità di garante dell'interesse nazionale per coprire una sua azione illecita. Abuso a tutto tondo, e inoltre presa in giro del proprio Stato e coinvolgimento mendace di uno Stato straniero.

In una democrazia costituzionale il Presidente del Consiglio e i ministri (il potere esecutivo) ricevono legittimità dal patto fondativo che detta le regole della loro designazione e della loro durata e, se necessario, della loro destituzione per la possibilità di essere sottoposti alla giustizia ordinaria "per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni" in seguito all'autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati (Art. 96, il quale nella formulazione originaria del 1947, poi sopposta a revisione nel 1989, era molto più severo e prevedeva la possibilitá della messa in "stato d'accusa", una formula simile all'impeachment americano). Queste regole e questi limiti definiscono quello politico come agire pubblico, stabilendo che esso appartiene alla comunità politica e non a chi lo esercita, il quale non può sostituire il suo personale giudizio su come relazionarsi alle istituzioni a quello definito dalla legge, dalla quale egli dipende. L'abuso blocca proprio la dimensione pubblica del potere rendendone l'esercizio un fatto tutto privato; è a questo punto che il potere si fa nuda forza, discrezione nella mani di chi lo maneggia, come strumento di privilegio. Il governante che viola le norme che regolano il suo operato si impossessa del potere e lo piega ai suoi interessi.

(04 novembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/11/04/news/abuso_potere_7-8724439/?ref=HREA-1
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« Risposta #4 inserito:: Settembre 06, 2014, 05:27:14 pm »

Su “Menti Tribali” di Jonathan Haidt
Democrazia come diarchia.


Intervista a Nadia Urbinati

di ALESSANDRO MULIERI

Riprendendo alcuni spunti dal suo recente “Democrazia sfigurata. Il popolo fra opinione e volontà” (UBE), Nadia Urbinati spiega, in questa intervista concessa al “Rasoio di Occam”, perché la democrazia non è tale se non riposa su una duplice sorgente d’autorità, quella della volontà (l’autorità formale della legge) e quella dell’opinione (il giudizio dei cittadini). È questo delicato equilibrio fra volontà e opinione che è messo in pericolo da populismo e plebiscitarismo.

Il suo pensiero combina in maniera originale la storia delle idee politiche e un’attenzione particolare allo studio teorico delle realtà politiche contemporanee. Secondo lei, qual è l’importanza di una prospettiva storica nel fare teoria della politica e della democrazia?

La politica è un’arte del discorso e della decisione. Si nutre della conoscenza umana, individuale e collettiva, psicologia e storica; questa conoscenza è la condizione che orienta il giudizio verso l’azione. Muovere la volontà comporta usare l’arma della parola per far valere un ragionamento e orientare le emozioni. Per questo, Aristotele aveva incluso la politica nel genere retorico del sillogismo, non in quello scientifico. Questo vale soprattutto per la democrazia, un sistema di governo e una forma politica che riposa essenzialmente sul discorso, l’arte della persuasione che muove in concerto persone tra loro diverse ed estranee. Incanalare azioni verso la decisione (ovvero un esito univoco) è opera delle procedure democratiche, convenzioni che sono coerenti ai principi di questa forma di governo: contare voti di egual peso secondo la regola di maggioranza e lasciare che ciascuno contribuisca con la parola alla costruzione della decisione. Il legame con il mondo sociale e storico è inevitabile in quanto queste procedure agiscono su una materia che è fatta di interessi e opinioni di individui concreti, i protagonisti del governo democratico. John Dewey scriveva che in quanto progetto in permanente formazione, la democrazia ha necessariamente una storia e si tinge della specificità della società nella quale si fa strada. Le democrazie rappresentative contemporanee sono l’esito e l’espressione permanente di una lunga serie di lotte volte a contenere poteri gerarchici fondati su ragioni non condivisibili da tutti, e in questo senso arbitrarie, come l’età, una competenza specifica, la proprietà, la sacralità, la forza militare. La secolarizzazione, l’evoluzione di un sistema di scambio fondato sul mercato, l’invenzione della stampa hanno contribuito alla crescita di relazioni sociali rette sull’eguaglianza di condizione per cui a tutti è consentito di competere per incarichi pubblici. In questo senso possiamo dire che lo studio della democrazia non può essere concepito in una prospettiva antistorica o puramente astratta, anche se i suoi principi hanno una validità che trascende il tempo nel quale sono stati ideati e sperimentati. Il processo storico di sviluppo della democrazia è una sintesi composita di principi ed esperienze che si sono consolidati nel corso di un tempo lungo, antico e moderno. Comincia nell’antica Grecia e arriva fino a noi, alle nostre democrazie rappresentative. Attraversa diverse condizioni storiche e forme di governo democratico, ma ha un simile principio di libertà politica.



Ci può spiegare più nel dettaglio quali sono i principi alla base della democrazia?
Innanzitutto l’eguale libertà politica di darsi leggi, un principio che attraversa la storia occidentale. Quella democratica è un’eguaglianza artificiale per cui persone di diversa condizione sociale, economica, e oggi dobbiamo aggiungere culturale, religiosa e di genere, hanno un potere eguale di prendere parte al processo politico, sia approvando direttamente le leggi che votando per chi dovrà coprire questa funzione. E’ questa la condizione per vivere liberi: non sottostare al potere di chi lo reclama dichiarandosi superiore in una qualche cosa che non può essere acquisita da tutti. Gli antichi ateniesi chiamavano questa eguaglianza isonomia o ‘per legge’ ovvero per una ragione che nulla aveva a che fare con qualità naturali. Quando Solone dichiarò che i poveri erano uguali ai ricchi, intese dire che come cittadini di Atene essi erano tutti uguali e la legge li doveva proteggere dalla traduzione delle diseguaglianze sociali in diseguaglianze di potere politico. La democrazia fece dunque una promessa di ugual potere in qualcosa, non in tutto.  Due sono i principi correlati a questo: isegoria o il potere eguale che ogni cittadino ha di partecipare con la parola alla formazione della decisione, e parrhesia o il sapere di poter con sicurezza parlare francamente in pubblico. La condizione democratica è di tranquillità e di sicurezza non solo di libertà. Essa non promette se non questo e per tanto il suo valore come ordine politico sta nell’essere un metodo, una procedura.

Parlando di quest’aspetto, mi viene in mente che nel suo libro lei insiste molto sul rapporto stretto che lega la democrazia al liberalismo politico. Come lei scrive, “la democrazia prima di tutto promette la libertà e usa l’eguaglianza politica e legale per proteggere ed esaudire questa promessa”. In altre parole, sulla scia di Bobbio e Habermas, lei insiste sul ruolo dell’eguaglianza come necessario complemento della libertà. Come risponde a quei teorici, come Chantal Mouffe, che guardano al rapporto tra liberalismo e democrazia in termini di opposizione?
Credo che sia davvero difficile concepire la democrazia senza il principio della libertà di scelta da parte dei cittadini. Sia Hans Kelsen che Norberto Bobbio (che si ispirava a Kelsen) hanno ben spiegato la relazione tra democrazia e libertà. La mia visione del rapporto tra democrazia e liberalismo è simile a quella di questi autori e riposa su un’idea semplice: il liberalismo politico (governo moderato e fondato sui diritti individuali) e la democrazia sono intrecciati perché senza le libertà di parola e associazione i cittadini non possono contribuire a costruire opzioni politiche e a scegliere di schierarsi, pro o contro, ovvero a formare una maggioranza o a finire all’opposizione. Si ritorna insomma al ruolo fondamentale che la libertà politica assume nel garantire l’isegoria. Autori come Chantal Mouffe che insistono sulla centralità del conflitto in democrazia hanno però difficoltà a contemplare il momento della decisione. Quando si decide, si verifica un’interruzione momentanea del processo conflittuale o di antagonismo – o meglio quel processo si sposta fuori dalle istituzioni, le quali procedono secondo quella specifica visione selezionata dalla maggioranza. Quindi non è sufficiente dire che la democrazia è basata sul conflitto (o il suo opposto, il consenso); bisogna specificare che la democrazia è prima di tutto metodo di decisione basato sulla regola di maggioranza. Questa specificazione è fondamentale perché elimina alla radice il consenso unanimistico, che non fa parte della democrazia perché può conferire il potere di veto anche a uno solo ovvero assegna potere alla minoranza invece che alla maggioranza. La democrazia comincia quando non si è d’accordo e si deve poter decidere; quando si vota secondo il principio di maggioranza, che, come si intuisce, presuppone l’esistenza di una opposizione o minoranza politica (cosa che, invece, il principio unanimista non presuppone). La regola di maggioranza e il voto individuale sono le condizioni fondamentali che caratterizzano la democrazia rispetto ai sistemi non-democratici. E’ per questo che liberalismo (quello politico) e democrazia si implicano a vicenda, hanno bisogno l’uno dell’altro.

‘Democrazia sfigurata’. Questo il titolo del suo ultimo libro in uscita con Università Bocconi Editore in cui racconta la crisi delle democrazie contemporanee (edizione in Inglese Democracy Disfigured. Opinion, Truth and the People appena pubblicato da Harvard University Press). Lei descrive la democrazia come un sistema diarchico basato sui concetti di volontà e opinione. Allo stesso tempo, la sua intenzione dichiarata è quella di difendere una concezione procedurale della democrazia. Può spiegarci cosa intende?
L’espressione ‘diarchia” vuol significare che in democrazia ci sono due poteri o due sorgenti di autorità. Una, la volontà, è l’autorità formale della legge e di chi la fa e l’applica (il voto dei cittadini, quello dei corpi elettivi, le regole e le istituzioni dello Stato) e il cui procedere è secondo norme stabilite in una costituzione scritta; uso il termine volontà riferendomi alla tradizione delle teorie della sovranità che identificavano la legge con la volontà (Rousseau in particolare, dove la volontà è la legge del sovrano). L’altro potere, quella che chiamo opinione, sta e vive fuori delle istituzioni, nel mondo regolato dai diritti individuali politici che servono ad articolare il giudizio dei cittadini e a esprimere il dissenso nella società, a raccogliere informazioni. Questa seconda forma di autorità include forme diverse di partecipazione. Per opinione (che dovrebbe essere pensata al plurale), intendo il mondo vario di formazione delle idee che coinvolge settori diversi della società civile. L’opinione ha tre funzioni: la prima è conoscitiva-cognitiva e cioè raccoglie e diffonde informazioni grazie alle quali noi formuliamo i nostri giudizi politici; la seconda è politica e consiste nello schierarsi al momento di costruire o scegliere agende politiche; la terza è estetica nel senso che si basa sull’idea dell’esposizione pubblica da parte di chi gestisce il potere e le istituzioni (noi cittadini vogliamo vedere quello che avviene dentro il palazzo per poter giudicare). Queste tre funzioni costituiscono insieme l’idea di autorità dell’opinione.

Una concezione, questa della diarchia democratica, che sembra molto simile a quella di Habermas per cui la democrazia deliberativa si basa su una struttura doppia di deliberazione formale e informale. Quali le differenze con la teoria habermasiana?
Sicuramente queste due forme di autorità politica, volontà e opinione, sono presenti anche in altri autori, soprattutto nel lavoro di Jürgen Habermas. Tuttavia, in Fatti e Norme di Habermas le due forme di autorità, le procedure che corrispondono alla volontà e l’opinione, rimangono indipendenti l’una dall’altra. Inoltre, la democrazia come deliberazione, sulla quale Habermas ha focalizzato la sua teoria politica, dà molto rilievo alla funzione integrativa dell’interazione etica tra cittadini che argomentano delle questioni pubbliche e meno alla funzione decisionale che nasce dal suffragio e si manifesta con le posizioni partigiane ovvero in partiti politici. Secondo me, le due dimensioni devono essere pensate insieme benché ciascuna abbia una funzione propria e il loro potere sia diverso; e infine, la dimensione dell’opinione deve contemplare le ragioni partigiane non escluderle come forme contaminate di deliberazione.

E qual è la posizione di Bobbio su quest’aspetto?
A differenza di Habermas, Bobbio sembra suggerire l’idea della democrazia come diarchia. Quando in Il futuro della democrazia Bobbio definisce la democrazia un metodo, egli aggiunge che questo metodo presuppone che la società sia luogo di espressione e contestazioni delle opinioni, un esercizio di dissenso che necessita di un metodo per convergere verso decisioni. In Bobbio la democrazia promette l’elezione dei rappresentanti, e si basa anche su un processo di partecipazione regolata diretta e indiretta alla formazione del consenso, di condivisione del potere da parte di tutti. La forma razionale della deliberazione è una componente, non però ciò che vale a nobilitare la democrazia: sono invece le procedure a nobilitarla perché consentono il libero gioco delle idee e degli interessi, il rispetto dell’esito della gara a patto che le regole consentano sempre di provare a vincere domani. E’ la temporaneità di ogni decisione che ci rende liberi, il fatto che nessuna vittoria sia l’ultima.
Quello che faccio rispetto a Bobbio è di schematizzare la distinzione servendomi della concezione diarchica di volontà e opinione. La mia idea è che i due poteri debbano rimanere separati e distinti e interagire senza mai confondersi o sovrapporsi. Questo equilibrio o meglio la tendenza a mantenere questo equilibrio è il lavoro in cui consiste la democrazia, un ordine politico e insieme un modo di agire nello spazio pubblico (definito sia dal voto che dalla sfera dell’opinione).

Il libro arriva a conclusione di un periodo decennale in cui il suo pensiero si è contraddistinto per un’attenzione particolare, storica e teorica, al concetto di democrazia rappresentativa. L’idea alla base del suo libro del 2006 Representative Democracy: Principles and Genealogy è che la democrazia rappresentativa sia “una forma unica di governo democratico peculiare delle società moderne” che non costituisca un’alternativa alla partecipazione. In contrasto rispetto al democratismo radicale alla Rousseau e all’elitismo schumpeteriano (che convergono nel definire rappresentanza e partecipazione come opposti concettuali) lei sostiene che la partecipazione ha bisogno della rappresentanza per dispiegarsi e dipinge la rappresentanza come una forma complessa di partecipazione, un processo politico che genera e si sostiene su un continuo flusso di influenza, controllo e comunicazione tra cittadini e rappresentanti. In che modo quest’idea della rappresentanza come partecipazione si rapporta (o si evolve) nel concetto diarchico di democrazia come volontà e opinione?
La diarchia di cui parlo in questo libro è lo svolgimento di quello che già avevo messo in luce nel libro del 2006. Comune a entrambi è l’idea che la democrazia sia fatta delle regole che conosciamo proprio perché retta sull’opinione e quindi sul dissenso (in quanto, contrariamente alla verità, l’opinione non ha altra autorità che il numero dei consensi che riesce a ottenere). Tuttavia, in quest’ultimo lavoro faccio un passo ulteriore approfondendo il concetto di potere dell’opinione e individuando le possibili deformazioni cui la diarchia può andare incontro. Mi sembra che le maggiori metamorfosi avvengano proprio sul versante dell’opinione, nel modo in cui le tre funzioni dell’opinione sono espresse. Presumendo la democrazia procedurale come la figura essenziale, parlo di variazioni della sua figura e anche di deformazioni.

Si può pensare che le deformazioni della democrazia convivano con la concezione diarchica?
Certo. Le deformazioni non devono essere viste come alternative rispetto alla democrazia, ovvero come forme non-democratiche; nella maggior parte dei casi, esse convivono e nascono dall’interno della democrazia, come forme estreme di stiracchiamento di una funzione dell’opinione rispetto alle altre. Proprio in virtù di questa coabitazione della democrazia con le sue deformazioni, è importante interrogarci su quali siano le condizioni che portano allo sviluppo di quest’ultime. Ce ne sono molte e tutte attuali. Penso ad esempio all’invenzione di Internet, la cui importanza è sicuramente paragonabile a quella che l’invenzione della stampa ebbe per la nascita della democrazia moderna. Ma penso anche al problema della regolamentazione dei finanziamenti economici e agli squilibri legati alla globalizzazione che mettono in crisi la forma statale della democrazia. Credo che la particolare pericolosità delle deformazioni della democrazia cominci a essere evidente quando queste cominciano a diventare narrative dominanti.

Come spiega lei stessa, il concetto di democrazia epistemica è particolarmente attuale perché guarda in modo falsato al tema del rapporto tra democrazia e verità. In che modo le concezioni epistemiche della democrazia si rapportano o modificano la democrazia come diarchia?
Nel rapporto tra le due autorità è possibile che questa seconda, l’autorità dell’opinione, si trasformi così da voler svolgere la funzione della volontà. Questo avviene nella prima deformazione della democrazia che analizzo, quella sostenuta dalle teorie epistemiche della democrazia. La mia critica a questa deformazione parte dal fatto che la democrazia ha e ha sempre avuto un rapporto molto complicato con la verità simile a quello della teoria politica con la filosofia. Questo perché il suo metodo di decisione non ammette che ci sia una verità assoluta. Sulla verità non si ha senso votare. Quando Rousseau dice che in assemblea chi si trova in opposizione sbaglia, egli non presuppone una concezione di verità assoluta, ma un’idea di verità legata alla nozione di cittadinanza (la volontà generale). Secondo il filosofo ginevrino, per il cittadino la giustizia e l’utilità devono andare insieme: questo è il senso del patto sociale. La volontà generale non ha contenuto ma è un metodo grazie al quale i cittadini si fanno la domanda alla quale devono rispondere quando sono chiamati a votare, a operare cioè come attori pubblici, come cittadini. Quando un cittadino deve giudicare una proposta da votare non si deve chiedere: “mi piace questa proposta?”. Si deve invece chiedere: “è questa proposta in accordo col patto fondativo del contratto sociale per il quale l’utilità individuale deve andare insieme alla giustizia?” Rousseau non dice quindi che chi è all’opposizione sbaglia nel senso che si oppone a un certo contenuto o a una verità assoluta; lo dice invece presumendo che come cittadini dobbiamo farci la domanda giusta, alla quale, secondo lui, non ci possono essere due risposte diverse ma una sola. Il punto di riferimento – i principi fondamentali – è il termine centrale sul quale il giudizio politico si forma, rispetto al quale chi ha ottenuto meno voti è prevedibilmente nel torto (presupponendo che tutti ragionino senza malevolenza o che nessuno usi l’arte della retorica per persuadere). La lezione di Rousseau è importante per questa ragione: ci ricorda che la democrazia presume la diversità di opinione e l’argomentazione, anche se non possiamo seguire Rousseau nella regola del silenzio per tenere lontano il discorso e l’arte della persuasione (sulle quali del resto riposa la rappresentanza, che Rousseau come sappiamo esclude). Retorica e ideologia sono le armi che i cittadini usano quando partecipano alla formazione delle opinioni, le quali sono plurali. I filosofi alla ricerca della verità non sono contenti di questa soluzione e credono che la democrazia non debba soltanto concederci di vivere nell’eguale opportunità di partecipare alla formazione della volontà politica; vorrebbero inoltre che le sue procedure ci diano la possibilità di ottenere decisioni buone o migliori di quelle che otterremmo se seguissimo procedure non-democratiche. Tuttavia, le procedure democratiche non sono costruite perché noi otteniamo risultati di un certo tipo. Noi abbiamo quelle procedure perché prendiamo decisioni all’interno di situazioni per nulla omogenee o organiche e questo ci può portare anche a decisioni non soddisfacenti. Lo scopo delle procedure non è di darci buoni risultati ma risultati che siano sempre modificabili – direi quindi che la democrazia è il regno delle decisioni penultime.

In altre parole, le teorie epistemiche della democrazia rigettano una visione procedurale della democrazia e preferiscono considerarla un mezzo per ottenere certi risultati. Ma quale può essere una risposta democratica a queste teorie?
Un esponente di punta delle teorie epistemiche della democrazia, David Estlund, critica Habermas accusandolo di difendere una concezione procedurale della democrazia senza dargli nessun valore oltre la procedura stessa; in questo senso il proceduralismo habermasiano sarebbe indicativo di un atteggiamento nichilista. Questa è la visione propria delle teorie epistemiche della democrazia che vedono nella procedura una struttura priva di valore in se stessa se non è finalizzata a un esito buono. La mia risposta a questa visione consequenzialista è che nella procedura c’è un valore perché le regole dicono chi siamo, cioè uguali cittadini che liberamente partecipano alla costruzione delle decisioni. Le procedure della democrazia sono piene di contenuto in questo senso. Tra l’altro, l’idea epistemica della democrazia è storicamente infondata. La democrazia non ci promette dove andare ma soltanto come dobbiamo camminare, non è uno strumento quindi ma un fine in se stesso. Questo ci porta alla mente Machiavelli, secondo il quale la politica assomiglia all’acqua che gli argini incanalano per approfittare al massimo della sua forza e tener sotto controllo le sue potenzialità disastrose. La democrazia procedurale fa le veci degli argini. La visione epistemica ci porta invece a vedere la procedura politica come un mezzo per raggiungere certi risultati ovvero per correggere le nostre opinioni nella ricerca di ottenere risposte vere o corrette ai problemi. Gli epistemici vogliono una democrazia la cui bontà sta nelle buone leggi che produce. E invece, la democrazia produce anche decisioni pessime, eppure noi continuiamo a preferirla a sistemi dispotici che promettono e forse anche producono buone decisioni. Perché scegliamo la democrazia invece del dispotismo illuminato? Se noi ci basiamo su quello che produce, rischiamo davvero di svalutare la democrazia, la quale come regime politico produce molto spesso mediocri o pessime decisioni.

Tra l’altro, è difficile non riscontrare delle somiglianze tra le teorie epistemiche della democrazia e la crescente importanza della tecnocrazia o dei tecnici nei governi democratici contemporanei. Ad esempio, al livello europeo adesso si parla spesso di ‘output democracy’ intendendo con quest’espressione il fatto che la democrazia debba essere un regime in grado di raggiungere risultati tanto legittimi quanto efficienti. Che rapporto c’è tra le teorie epistemiche e questa visione “efficientista” della democrazia?
Credo che gli epistemici, a differenza degli efficientisti, partano dal concetto di eguaglianza. La democrazia dà la stessa voce a tutti perché c’è una base di uguaglianza nelle potenzialità intellettuali di tutti. Secondo la visione epistemica, la procedura è già contenuta nel principio di eguaglianza della capacità intellettiva. Per gli efficientisti, invece, la situazione è più estrema e, credo, pericolosa perché trasformano la democrazia in una questione di problem-solving, proprio come accade nella governance. Il ragionamento sembra sia il seguente: dato che le democrazie sono incapaci di prendere con certezza decisioni efficaci o efficienti, occorre restringere il raggio d’azione della scelta politica. Questo è il discorso che emerge per esempio dal libro Republicanism di Philip Pettit, che discuto nel secondo capitolo del mio libro. Secondo Pettit, i parlamenti devono diventare silenti mentre tutto il lavoro deve essere fatto da commissioni di esperti che sanno meglio ragionare imparzialmente perché non soggetti al verdetto popolare; ai parlamenti si lascia il voto finale sì/no. In quest’ottica, l’opinione deve essere superata, non può entrare nel gioco deliberativo se la democrazia deve raggiungere ‘buone’ decisioni. Ma se le decisioni nei luoghi deliberativi elettivi non sono più rilevanti, allora ci dirigiamo verso una forma di deliberazione spoliticizzata. Come si vede, il rischio è l’esautoramento dei corpi elettivi. Ma al di là di ciò, la procedura non ha bisogno di una giustificazione basata sull’eguaglianza delle capacità intellettive per essere legittima: del resto l’idea di universalità del suffragio è una risposta radicale contro il principio della capacità intellettiva. Bobbio ha ben chiarito questo: la democrazia non ha un fine specifico da raggiungere. Se riempi il fine della democrazia con qualcosa, da quel momento tu limiti le possibilità dei cittadini, la loro libertà. La democrazia ci lascia quindi la capacità di sbagliare e rifare decisioni. E’ un sistema aperto di decisione: il regno, appunto, delle decisioni penultime. Tra l’altro, se la ragione dovesse essere il fondamento della sovranità allora dovrebbero votare solo i più sapienti (un’idea permanente nella storia, da Platone fino a Guizot). Invece, è la nostra libertà la ragione della nostra partecipazione. E’ per questo che credo che, sia la democrazia epistemica che quella efficientista siano un ossimoro. Nel dialogo platonico del Protagora c’è un esempio interessante per capire il rapporto tra la democrazia e la competenza tecnica. In questo dialogo, Platone ci spiega che se il popolo vuole costruire una nave si rivolge ovviamente ai tecnici competenti e ai costruttori di navi, non la costruisce da solo. Però è il popolo che decide se quelle navi servano e se debbano essere costruite: questo è il loro potere politico, che risiede appunto nel potere eguale di decidere non nel potere di decidere bene o correttamente (per cui si possono delegare competenti o tecnici).

Passiamo a quella che lei considera nel libro la seconda deformazione della politica, e cioè il populismo. In che modo esso si appropria del concetto di volontà in una democrazia e lo riformula in senso anti-democratico?
Delle tre deformazioni, il populismo è l’unico che agisce in maniera radicale anche sulla trasformazione del concetto di volontà. Per i populisti, l’ideologia del popolo unisce volontà e opinione: l’opinione più omogenea o quella che ha più largo sostegno dovrebbe essere eo ipso la volontà o la legge. Mentre la democrazia epistemica si concentra sull’opinione (per negarla) qua abbiamo a che fare con una critica serrata al concetto di rappresentanza che svuota la volontà di qualsiasi aspetto formale e procedurale per trasformarla in un’espressione dell’opinione popolare. Il populismo usa le procedure solo nella fase della propria affermazione, allo scopo di vincere. In un secondo momento, il leader populista tenta in tutti i modi di realizzare la propria idea facendo coincidere il potere dello stato con quest’idea. Se nella visione epistemica la democrazia è giudicata dal punto di vista della verità esterna alla procedura, qui è giudicata dal punto di vista dell’aderenza della procedura a quel che il popolo (ovvero il leader) vuole che la verità sia. Un esempio di questa visione viene o è spesso venuto dall’America latina, dove i leader populisti o i caudilli hanno utilizzato il potere dello stato per favorire la propria costituency e quindi togliere le armi all’opposizione. Questo modo di concepire il potere, tuttavia, toglie valore alle procedure democratiche concepire come mezzi al servizio di un’idea di popolo. In questa visione della democrazia, il liberalismo è espunto. Il vero obiettivo polemico del populismo è la democrazia rappresentativa, la competizione e il pluralismo partitico, espressioni del fatto che nella società ci sono interessi diversi e non tutti unificabili sotto un’idea egemonica di popolo.

La sua critica alla deformazione populista della democrazia ha come obiettivo principale il libro di Ernesto Laclau, La ragione populista. Qual è la sua critica principale al libro del filosofo argentino scomparso recentemente?
Laclau è stato forse l’unico pensatore contemporaneo che ha cercato di dare al populismo una statura teorica autonoma; per fare questo ha sostenuto un’identità di populismo, democrazia e politica. Quest’ultima avrebbe a che fare con la costruzione collettiva del sovrano (Laclau  non lo chiama sovrano ma popolo). Il popolo di Laclau è tale nel senso romano di plebe, cittadini meno abbienti, coloro che cercano nell’unità sotto un tribuno la loro protezione dai potenti. La politica è costruzione ideologica dell’unità del popolo. Laclau è giunto a questo esito con due mosse teoriche notevoli: ha prima emancipato il popolo dall’identificazione con la massa ignorante e la democrazia oclocratica (nella tradizione di Gustave le Bon o Ortega y Gasset); poi, ha emancipato l’azione politica della massa dall’accusa d’irrazionalità che è servita a giustificare la teoria della scelta razionale, cioè la dissoluzione del soggetto collettivo immettendo nella politica il ragionamento strumentale economico individuale. Laclau emancipa la politica dalla razionalità economica ed emancipa la massa dall’irrazionalità rivendicando l’unicità della ragione politica, che è fatta di miti e di retorica e in questo profondamente razionale rispetto al suo scopo: uniformare una massa di individui portatori di varie rivendicazioni in un popolo attore collettivo è agire politico. Laclau rivendica l’originalità dell’azione politica e popolare collettiva attraverso un processo egemonico. Questo è indubbiamente un importante contributo. Se non che la politica non è soltanto costruzione dell’egemonia. Oltretutto, come spiego nel libro, il modo in cui Laclau usa l’idea gramsciana di egemonia è discutibile. La teoria di Laclau è inquietante perché l’identificazione tra populismo e politica ci dice che tutto è populismo. Se è così, allora perché parlare di democrazia e di populismo? Secondo me le cose stanno in un modo diverso. Il populismo per essere definito ha bisogno della democrazia, ma esso non è la democrazia. E’ una radicalizzazione del principio maggioritario che non è abolito ma realizzato e poi usato in maniera così intensa da rendere l’opposizione nana o inutile. Quest’utilizzo strumentale del principio maggioritario fa del populismo una creatura parassita della democrazia, che succhia dalla democrazia la linfa e che per questo può corromperla. Il populismo sta al confine estremo della democrazia, oltre il quale ci può essere dittatura.

Tuttavia lei distingue il populismo da certi movimenti popolari come gli Indignados o Occupy…

E’ impossibile dare una definizione categorica del populismo. Quel che faccio è identificare alcune categorie che lo contraddistinguono. Lo distinguo prima di tutto dal movimento popolare. Un movimento popolare è democratico e non è la stessa cosa del populismo. Indignados e Occupy sono stati movimenti popolari che non hanno voluto e avuto un capo unico e hanno invece contribuito alla dialettica democratica dei regimi rappresentativi, anche se li hanno radicalmente contestati. Al contrario, il populismo è un progetto di governo e di trasformazione della democrazia da parlamentare e partitica a consensuale e mono-archica. In quest’ultimo caso, il rischio è di andar fuori dalla democrazia e avere un altro regime.

Qualcuno potrebbe leggere la sua critica al populismo come un tentativo di mettere sullo stesso piano fenomeni molto diversi come quello quelli del populismi europei di Le Pen o della Lega Nord e i populismi sud-Americani di Chavez e Correa. E’ possibile distinguere politiche populiste ‘buone’ e populismi ‘cattivi’?
Non credo. Il populismo è l’affermazione di un maggioritarismo estremo e in questo senso la distinzione tra populismo di destra e di sinistra non è rilevante; essa è contingente. La forma populista ha delle caratteristiche costanti. Se dovessero prendere in mano il potere, i due populismi farebbero le stesse cose. Il populismo è antiliberale e non sopporta le minoranze politiche. Unisce il popolo contro l’élite e per raggiungere quest’obiettivo la distinzione tra destra e sinistra non ha grande importanza.

Nell’ultima parte del libro, lei discute una terza deformazione della democrazia che lei definisce plebiscitarismo. Quali sono le differenze col populismo?
Il plebiscitarismo è imparentato al populismo ma mantiene la distinzione tra procedure e opinione e le distribuisce tra due gruppi diversi: chi opera nelle istituzioni (l’élite) e il pubblico che sta fuori. Nel plebiscitarismo i pochi sono eletti e i molti fanno un’altra cosa, assistono all’esercizio del potere da parte dei primi. C’è una divisione del corpo sovrano in due gruppi, e quindi la funzione del popolo viene ad essere passiva in rapporto a quella svolta dai pochi. Il popolo diventa spettatore o occhio (come lo chiama Jeffrey Edward Green) ma è privato dell’elemento della cittadinanza attiva. Dato che il popolo è svilito a plebiscito, la figura della leadership fa tutto il lavoro e le procedure si risolvono nell’andare a votare, nel sancire il leader, secondo una logica schumpeteriana, che ben si lega a questa visione della democrazia. E’ chiaro che nel caso del populismo c’è una presenza dirigistica assai forte, come nel caso del plebiscitarismo; ma la differenza è che nel primo l’elemento popolare è più attivo che nel secondo. Nel populismo c’è la massa mobilitata mentre nel plebiscitarismo ci sono soprattutto gli spettatori che guardano la televisione o usano Twitter o seguono il leader nelle sue permanenti esternazioni pubbliche. Nel populismo la voce è centrale mentre nel plebiscitarismo è la vista a farla da padrone. Nel plebiscitarismo non c’è bisogno che il tema del popolo sia centrale perché ci sia un leader. Come dice Bernard Manin, nella democrazia dell’audience i veri attori sono gli esperti di comunicazione dei partiti che diventano mezzi di costruzione dell’audience e non sono più strumenti di elaborazione politica.

Nel suo libro, lei spiega che il concetto di cesarismo (cioè il rapporto diretto tra un leader carismatico e il suo popolo) ha varie declinazioni e può essere interpretato sia come una conseguenza del populismo che come una componente del plebiscitarismo. Quali sono gli elementi di specificità del cesarismo populista in rapporto a quello plebiscitario?
In effetti, il concetto di cesarismo assume un aspetto diverso nel populismo e nel plebiscitarismo. Il leader plebiscitario è un leader carismatico come ci insegna Max Weber, e ha bisogno di essere amato dalle masse e di dare loro quella forma che esse non sanno darsi da sole. Il leader del nostro tempo tuttavia non cresce nel parlamento e nemmeno nel partito, ma nella sfera dell’opinione. Ecco perché uso l’espressione plebiscitarismo dell’audience. Questo leader non ha più vita privata e paga questo prezzo in cambio del potere. Questo nuovo plebiscitarismo pensa che finalmente il pubblico riesca a controllare il leader senza più doversi affidare a istituzioni non democratiche, come le corti costituzionali, la divisione dei poteri o il bicameralismo. Si tratta di una visione idealistica del ruolo dei mezzi di comunicazione, che si scontra con l’esperienza recente e recentissima: noi non abbiamo in effetti alcun controllo o potere sul leader, è la sua immagine che controlla noi; egli vuole il nostro consenso e si serve di strategie commerciali o mediatiche per ottenerlo. Quel che noi facciamo è vedere quel che qualcuno ha deciso che dobbiamo vedere. Al contrario, nel populismo il leader cesarista è un attore politico: c’è unione mistica tra popolo e leader in tutt’e due i casi, ma è raggiunta in maniera diversa. Nel populismo, il leader va in piazza, interagisce col popolo, talvolta si confonde con esso e in mezzo a questo. Nel caso del plebiscitarismo, invece, la costruzione del leader carismatico dei media è un’immagine, una costruzione mediatica dai contorni mitici e sfumati. Il leader rappresenta se stesso: è un esemplare di uno di noi. L’aspetto estetico è essenziale mentre nel populismo c’è un aspetto politico preminente. Credo tuttavia che la deformazione totalitaria sia molto più pericolosa nel caso del plebiscitarismo perché qui il popolo scompare per diventare pubblico. In entrambi, i corpi intermedi sono comunque esautorati. Esempi di leader plebiscitari sono stati Bettino Craxi, Tony Blair e, più recentemente Matteo Renzi. Silvio Berlusconi combinava fattori populisti e plebiscitari, se non altro perché aveva un apparato ideologico (liberali o moderati contro comunisti) del quale si serviva per gestire la dialettica “amici”/”nemici”.  Ma queste semplificazioni sono sempre stiracchiate; in realtà tra populismo e plebiscitarismo c’è osmosi, soprattutto nella società dell’opinione mediatica.

Il dibattito recente sulla rappresentanza, soprattutto nel mondo anglofono, tende a valorizzare sempre di più il ruolo costitutivo ed estetico della rappresentanza come creazione del politico o come interazione dinamica tra pretese rappresentative e un concetto molto ampio di pubblico (penso ad autori come Frank Ankersmit e Michael Saward). Questa tendenza, che ha delle similitudini nel concetto estetico di doxa che lei critica nella deformazione plebiscitaria della democrazia, radicalizza l’idea che la rappresentanza sia una sorta di sovranità riflessiva (quello che lei definisce opinione) e, in certi casi, tende a isolarla dal concetto di volontà da lei descritto, promuovendo forme post-rappresentative e post-sovrane di democrazia. Qual è il suo giudizio sulla qualità democratica di queste forme di rappresentanza estetica?
Le forme di rappresentanza estetica esprimono solo una parte del discorso sulla rappresentanza. La rappresentanza politica è una categoria complessa che ha bisogno di un’autorizzazione formale, della volontà. Di conseguenza, mi sembra che queste forme estetiche di rappresentanza siano imparentate alla deformazione plebiscitaria della democrazia la quale, da sola, non qualifica la rappresentanza democratica. Inoltre, mi sembra che esse non abbiano un credito normativo democratico perché presumono che la rappresentanza sia un’azione autoreferenziale che s’impone acquistando visibilità senza sottostare al controllo dei rappresentati. Esse sanciscono anche il rifiuto dell’indicazione del rappresentante per via elettorale. Che dunque il loro programma le qualifichi come rappresentative ovvero che la rappresentanza avvenga per auto-legittimazione mi sembra problematico. L’uso della rappresentanza estetica è un modo per legittimare la rappresentanza degli interessi o dei valori e ci ricorda Schmitt, quando nei suoi scritti parlava di rappresentanza dell’autorità ecclesiastica come simbolo di una forma di rappresentanza superiore al consenso dei rappresentati. Giova ricordare che questo tipo di rappresentanza serve a giustificare l’autorità dei rappresentanti più che a dare potere ai rappresentati.

L’impatto della globalizzazione sulle democrazie contemporanee è alla base di una buona parte dei fenomeni di spoliticizzazione e anti-politica descritti nel suo libro. Crede che la crescita dell’interdipendenza globale e della complessità sociale e politica della governance transnazionale stiano avendo un impatto negativo sulle democrazie contemporanee? E come guarda alle diverse teorie che cercano di dare una risposta democratica ‘cosmopolitica’ al deficit democratico globale?

Indubbiamente i processi di globalizzazione stanno avendo un impatto fondamentale sulle trasformazioni della democrazia rappresentativa. Il problema non è la democrazia ma la condizione statale dell’autorità politica. Tuttavia sono molto scettica sulla possibilità di uno stato globale come soluzione a questo problema. Chi è il cittadino di una democrazia globale? Thomas Piketty nel suo ultimo libro parla molto della necessità di una tassazione globale. Il problema è chi decide che ci debba essere una tassazione al livello globale? Chi sono gli attori politici e come li si sceglie e controlla?

Un’ultima domanda è sul futuro della democrazia. Dall’ascesa dei populismi (soprattutto alle ultime lezioni europee) al peso crescente della globalizzazione, sembra che le democrazie contemporanee siano sempre più incapaci di dare risposte adeguate alla realtà politica in cui operano. Ci sono secondo lei degli aspetti prioritari su cui dovremmo concentrarci per cercare di rimediare alla crisi delle democrazie?

Credo che la cosa più importante da evitare di fronte allo stato di crisi delle democrazie sia una forma di rassegnazione che può rivelarsi fatale. Certo, è innegabile che gli strumenti che abbiamo al momento sono insufficienti. Ci sono alcuni aspetti che ritengo assolutamente prioritari per cercare di arginare la crisi che contraddistingue le democrazie contemporanee. Bisogna essere più radicali nel creare le condizioni economiche della democrazia: la cittadinanza deve avere delle proprie risorse, delle basi economiche autonome dal mercato privato, per finanziare il potere della volontà e quello dell’opinione (ovvero partiti, campagne elettorali e mezzi di informazione). Devolvere al privato questi mezzi di formazione della scelta politica non è la strada migliore per irrobustire la democrazia. La democrazia ha un costo e costa, e questo non è uno scandalo (è fatta da cittadini ordinari, non da plutocrati o da nobili!). Quest’attenzione alle procedure e ai costi per ben attuarle riporta in primo piano il valore delle elezioni e mette in guardia dalla tendenza in atto a restringere il numero e le funzioni degli organi elettivi per affidare un numero sempre maggiore di decisioni politiche a commissioni di nominati.

Alessandro Mulieri è dottorando in filosofia politica presso il Centre for Global Governance Studies e l’Istituto di filosofia politica dell’Università di Lovanio in Belgio. In passato ha studiato filosofia all’Università “La Sapienza” e Relazioni internazionali presso la London School of Economics.

(3 settembre 2014)

Da - http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/09/03/democrazia-come-diarchia-intervista-a-nadia-urbinati/
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« Risposta #5 inserito:: Settembre 22, 2015, 06:43:09 pm »

Dal Partito della Nazione al Partito Destrinista

Pubblicato: 21/09/2015 17:02 CEST Aggiornato: 3 ore fa

In un'intervista rilasciata a l'Unità il 21 agosto scorso, Giuseppe Vacca, forse il più eminente conoscitore ed estimatore della tradizione comunista italiana e di Palmiro Togliatti come suo più autorevole leader politico, sostiene che il Partito della Nazione è il destino fisiologico di ogni partito che aspiri al governo. "Basterebbero gli inevitabili riferimenti alle cronache politiche quotidiane sulle linee di interdipendenza e interferenza reciproca nel concerto globale delle nazionalità per rendere chiaro che qualunque partito che aspiri a governare un Paese debba essere a suo modo un 'Partito della Nazione', cioè un partito capace di coniugare nei modi più virtuosi possibili i condizionamenti reciproci della vita politica nazionale e di quella internazionale".

In sintesi, sostiene Vacca, ogni partito politico si fa o diventa un Partito della Nazione quando e se si appresta a competere per vincere. Vincere le elezioni non è una questione numerica, ma la trascrizione numerica di una forza egemonica irresistibile. All'interno di questa dottrina del Partito, si potrebbero prospettare "Nazioni" volta a volta ideologicamente diverse: quando vice la Destra, la Nazione di Destra corrisponderà all'immaginario del paese; quando vince la Sinistra, la Nazione di Sinistra corrisponderà a quell'immaginario. La conta dei voti è un epifenomeno rispetto alla strategia per il controllo egemonico dell'opinione e del simbolico.

Ogni partito, dice Vacca, tende a suo modo a essere Partito della Nazione e svilupperà quelle visioni della Nazione che meglio riescono, in una particolare fase storica, a incorporare, rappresentandola, l'opinione nazionale. Il partito così inteso è totalità; un partito in senso lato populista in quanto del Popolo o della Nazione (esemplificativo è a questo riguardo il libro di Ernesto Laclau, On Populist Reason che ha teorizzato in questo stesso modo il Peronismo). È l'incorporamento dello "spirito" del tempo, per usare un'espressione hegeliana che non dovrebbe troppo dispiacere a Vacca. Se un partito non riesce a essere partito totale, per quali che siano le ragioni, esso resterà semplicemente un partito da combattimento, un "partito-parte" che va alla ricerca dei voti, che é un mezzo meccanico per portare gli eletti in parlamento e che, anche qualora dovesse conquistare la maggioranza dei consensi non riesce tuttavia a unificare la società, a domarne il pluralismo, spesso litigioso.

La visione procedurale e aggregativa della democrazia non sembra soddisfacente, anzi non piace a chi sposa la dottrina del Partito totale o della Nazione poiché crudamente quantitativa e liberale. La visione del Partito della Nazione è etica nel senso proprio del termine. Nelle ambizioni del suoi sostenitori ex-comunisti, il Partito democratico sembra essere una nuova manifestazione del "novello Principe" gramsciano, un partito capace di produrre "una sua propria dottrina costituzionale", ciò che il PCI ha cercato di essere senza riuscirvi, bloccato dall'alleanza atlantica. Quel progetto di partito resta un valore ideale permanente, a prescindere dal partito che lo incorpora e dagli interessi sociali che il partito rappresenta. La visione di partito è eterna, anche cambia chi se porta il testimone. Questo Partito democratico sembra capace di riscattare quell'antico fallimento del PCI e portare i suoi più o meno lontani eredi a vincere oltre la maggioranza relativa, oltre la conta dei voti.

Questa visione di partito si contrappone a un'altra, quella del partito come attore collettivo "di parte" che, anche quando aspira alla maggioranza e al governo del paese, resta espressione di una parte, in relazione alla quale sviluppa politiche nazionali e sfida gli avversari. Su questo si fonda l'idea di una democrazia dell'alternanza. All'opposto sta il "partito-totale", che occupa una parte dalla quale aspira a cambiare l'identità o il carattere del paese e in queste senso a essere la rappresentazione di tutta la Nazione. La sua parzialità partigiana si trasforma in una visione complessiva, totale, che ingloba le parti e gli interessi tutta la società facendosi appunto, manifestazione della Nazione.

Nel primo caso, il partito è strumento di selezione dei rappresentanti e di formazione del governo - prevede una opposizione non afona e nemmeno domata; presume altri partiti e una competizione che non finisce con la sua vittoria elettorale; ha certamente una visione del bene comune o del generale ma senza presumere di esserne la completa rappresentazione. Nel secondo caso, il partito si fa sovrano e va ben oltre, nella sostanza e nelle ambizioni, al ruolo che il partito ha in una democrazia elettorale poiché aspira a inglobare la più larga parte dell'elettorato, rendendo l'opposizione quasi afona e poco efficace o impotente; la sua vocazione totalizzante deriva dal fatto che questo partito pensa che la partigiana competizione o il pluralismo partitico sia in conflitto con la totalità dell'interesse nazionale. La parte deve essere quindi capace di diventare totalità per nobilitarsi.

Dunque: partito rigorosamente parte nel primo caso, partito-tutto nel secondo caso; partito interno alla concezione liberaldemocratica il primo, con la democrazia intesa come procedura per competere, vincere e ricompetere. Partito interno a una concezione etica della politica il secondo, con la democrazia come progetto egemonico di unificazione dell'opinione, della società e dello Stato.
Se invece di parlare coi twitter discutessimo di queste visioni, delle concezioni che danno forma alla politica politicata, forse faremmo un miglior servizio alla nostra discussione pubblica. Ma tant'è, non si posso metter braghe alle forme linguistiche dell'opinione. Per chi come me si muove nella tradizione liberale (quella che nel nostro paese é stata degnamente rappresentata, a partire dai liberalsocialisti, da Norberto Bobbio), si sente fortemente a disagio con visioni totalizzanti del partito e progetti di incorporazione nazionale dell'opinione pubblica.

Con due distinguo: il partito-parte non è una fazione che cerca il potere per asservire lo Stato ai suoi interessi; è un'associazione politica che aspira a rappresentare l'interesse della società anche se coscientemente da una prospettiva di parte dello spettro ideologico - di Destra o di Sinistra o vicino alla Destra e alla Sinistra. Ci sono limiti a quel che può proporre o fare, e questo significa rischiare di non avere o di perdere la maggioranza: se è di Sinistra non fa politiche di Destra per vincere anche se deve essere capace di coniugare questioni che sono tradizionalmente nel carniere dalla Destra (per esempio la "patria" o la giustizia, o la sicurezza) secondo i propri principi. Non ha l'ambizione di essere "della Nazione" e le sue proposte riflettono una lettura della Nazione che fa perno su principi e valore che, anche quando conquistassero la maggioranza dell'elettorato, non perderebbero la loro specificità ideale di parte. Ci sono quindi partiti di Destra e partiti di Sinistra, politiche fiscali di Destra e di Sinistra, riforme scolastiche di Destra e di Sinistra.

Il secondo distinguo è che, certamente, ci sono momenti costituenti nella storia politica di un popolo che necessitano di un'unità di intenti perché solo così si possono mettere nero su bianco le regole del gioco, i diritti fondamentali e la Costituzione. Ma una volta che il gioco comincia, la fase costituente lascia il posto alla lotta dei e tra i partiti. Nella lotta politica post-costituente, è altamente possibile (e, aggiungo, sperabile) che ci sia chi resiste alla vocazione totalizzante, anche perché essa mal si concilia con l'esigenza del controllo e della sorveglianza del potere, un lavoro che non può essere lasciato alla giustizia (la quale del resto opera dopo che il danno è stato fatto) ma deve essere esercitato in pieno dalla politica nei luoghi istituzionali ed extra-istituzionali, cioè nel Parlamento e nella società, mediante le procedure e i movimenti politici.

Se il partito largamente maggioritario (premiato da una legge elettorale) é quasi blindato nella sua azione di governo, che spazio ha l'opposizione nella sua azione di controllo e di fermo, quando necessario, della maggioranza? La dottrina del Partito della Nazione é incardinata su una lettura difficilmente liberare della democrazia, e inoltre ha della democrazia una concezione strumentale, non normativa, che fa perno solo sul consenso della maggioranza.

Ha una visione monolitica della Nazione. Mentre l'idea del partito come "parte" si regge su una lettura della democrazia come processo che vive della dialettica tra maggioranza e opposizione, la quale ha tra le altre cose la funzione di tenere il governo della maggioranza sempre sotto controllo. Vediamo qui due visioni in atto: una organica e consensuale e una antagonistica e conflittualistica della democrazia (e della partigianeria). Questo é l'oggetto del contendere nella fase attuale della politica nazionale. Si tratta di una nobile lotta tra due visioni della democrazia della quale solo pochi pare abbiano contezza.

Ma una domanda fondamentale deve a questo punto essere mossa alla dottrina del Partito totale o della Nazione: non è legittimo pensare che questa dottrina sia un anacronismo? Non é legittimo pensare che essa fosse più rispondente a un partito che era organo di una filosofia della società e della storia? Che fine fa il Partito della Nazione quando l'ideologia che lo armava non c'è più? Come in una chiesa senza più fede e fedeli, il partito-totale di oggi assomiglia a un involucro vuoto (del resto anche di inscritti), riempito da un partito che è per davvero solo e soltanto un Partito-Piglia-Tutto, il cui obiettivo è quello di affastellare tutti i voti possibili, da tutte le parti della società.

E' un partito aggregativo a tutti gli effetti. Quale sia del resto la visione della Nazione che intende forgiare non è chiaro, anche perché il chiarirlo comporterebbe rischiare di perdere anziché guadagnare elettori. Partito-Piglia-Tutto non perchè convince le varie parti a identificarsi con un progetto unitario, ma perché attrae con tattiche astute quelle parti, o la maggior parte di esse. Lo scopo é di entrare nella stanza dei bottoni per restarci più a lungo possibile. Questo vuole essere il Pd. Una prova di questa politica aggregativa e maggioristarista (che i reduci del passato leggono ancora con gli occhi di ieri come il segno di un Partito totale o della Nazione) è data dalla promessa di politica fiscale fatta da Matteo Renzi, che ha in questo modo cominciato la campagna elettorale.

La politica fiscale difesa da Renzi si regge come sappiamo sulla proposta di tagliare la tassa sulla casa. Con questa proposta egli è entrato in rotta di collisione con l'Unione Europea, e non solo per contingenti ragioni di rispetto del patto di stabilità. La promessa di abolire la tassa sulla prima casa va contro quanto da tempo sostengono a gran voce tutti i grandi organismi internazionali - l'Fmi, l'Ocse, la Commissione Ue - favorevoli ad un taglio delle imposte, ma quelle sul lavoro, non sul patrimonio.

Ridurre le tasse sul lavoro significa ridurre il cuneo fiscale, cioè la differenza fra quanto un lavoratore costa all'azienda e quanto il lavoratore porta a casa, in netto, nella sua busta paga - questa fu la politica del governo Prodi, interpretando a tutti gli effetti la visione di un partito di centro-sinistra: la politica fiscale di quella stagione di centro-sinistra doveva mirare a favorire i consumi e incentivare gli investimenti delle aziende.

Scriveva Maurizio Ricci su La Repubblica (7 settembre 2015) da cui traggo le mie osservazioni: "Come hanno fatto notare i ricercatori di Nomisma, gli italiani vivono in una casa di proprietà e beneficerebbero dell'abolizione della Tasi, ma si tratta degli italiani più ricchi, con un reddito medio superiore a 35 mila euro l'anno. Al contrario, quel 20 per cento di italiani che vive in affitto e che ha un reddito medio pari alla metà (17 mila euro l'anno), dunque i più poveri e più suscettibili di aumentare i consumi, non godrebbe di nessun taglio. Non solo, ma il taglio ha anche valore regressivo. Ne beneficerebbe proporzionalmente di più chi oggi paga di più, perché ha una casa più grande e più bella e, dunque, presumibilmente è più ricco". A ragione quindi Mario Monti - che di Sinistra certo non era e non é -- introdusse l'Imu dicendo che la tassa sulla casa è l'unica vera imposta patrimoniale esistente in Italia. In che senso? Nel senso che è, spiegava ancora Ricci, "l'unico tentativo di riequilibrare i divari di ricchezza" nella nostra società.

La scelta di favorire la casa invece del lavoro é una scelta ideologica in tre sensi: a) mostra che il Pd intende preoccuparsi di una certa fascia di cittadini (proporzionalmente i più abbienti) contro un'altra (proporzionalmente i meno abbienti); 2) essendo le proprietà più rintracciabile dei redditi, il Pd, rinunciando a tassarla, apre a un'implicita non-belligeranza con l'evasione fiscale; 3) il Pd mostra di non volersi spendere a favore di una fascia sociale che è stata per tradizione il pilastro della sinistra: coloro che hanno meno e che non hanno rendita ma solo forza lavoro.

Questo Partito della Nazione propone una rappresentanza del tutto che è a dir poco sconcertante, perché la sua politica fiscale è a tutti gli effetti una politica che potrebbe essere fatta da un partito di Destra: favorire i più ricchi e dare meno filo da torcere agli evasori. Perché? Perché Renzi mette l'obiettivo della detassazione della casa prima della politica fiscale sul costo del lavoro? Perchè imita il governo Berlusconi invece del governo Prodi? La risposta a queste domanda mostra quanto stravolgente della realtà sia la dottrina del Partito della Nazione.

Il Partito della Nazione vuole, come abbiamo detto, più di una maggioranza relativa e più di un'aggregazione di voti. Dal canto suo, il Pd vuole invece conquistare i voti della più larga maggioranza possibile. E infatti, l'80 per cento degli italiani possiede una casa mentre il 20 per cento non la possiede. La vocazione maggioritaria spiega la politica fiscale del Pd di Renzi, il quale è convinto (con fondate ragioni) di vincere in questo modo le elezioni, tenuto anche conto che alle elezioni ci si andrà con l'Italicum. Se vuol portare a casa il 40 per cento al primo turno ed avere il premio di maggioranza, il Pd di Renzi deve fare la politica fiscale che ha promesso di fare. Il che significa che l'intero sistema politico, così come sgorgherà dal nuovo sistema elettorale, incentiverà politiche che si curano essenzialmente della larga maggioranza, trascurano i piccoli numeri e i gruppi sociali meno rappresentativi e poco remunerativi in termini di voti.

I sostenitori del Partito della Nazione possono essere soddisfatti di questa tattica? E' probabile che motivino l'insoddisfazione verso una politica fiscale di Destra con un ragionamento di questo tipo: la politica del rastrellamento del maggior numero di voti assicura la vittoria, grazie alla quale sarà poi possibile fare la politica "buona", quella di Sinistra. Quindi il Partito della Nazione deve vincere con i voti della Destra per governare come un Partito di Sinistra: forse è questa la torsione tattica che si tenta per nobilitare consensi a questo Partito della Nazione. Renzi vincerà (detassando la casa) cosicché potrà avviare le politiche fiscali sul costo del lavoro. Questa è la speranza o la ragione per volere che vinca.

La strategie dei due tempi e delle due politiche -- una per vincere (di Destra) e una per fare le cose giuste (o di Sinistra) - è il nerbo di una visione gerarchica del partito come casamatta tenuta da un gruppo granitico di dirigenti che manovrano le truppe per un fine che loro assicurano essere quello giusto. Nel nostro presente, spoglio dell'ideologia che poteva in passato valere a giustificare queste manovre di guerra, il partito come un "tutto" (o Partito della Nazione) ha perso ogni imbellimento etico e resta nudo, mostrando lo scheletro che lo sorregge: il realismo cinico, disposto a perseguire l'unica strategia possibile, la mescolanza di Destra e Sinistra. Il Partito della Nazione si trasforma in Partito Destrinista.

La riforma elettorale agevola, anzi promuove, una strategia che rovescia le parti e mescola Destra e Sinistra perché intensamente maggioritarista, capace di far ottenere una vittoria che eccede quella di una maggioranza relativa. Questo è l'esito pratico (e praticistico) della dottrina del Partito della Nazione in un'età nella quale non c'è più posto per il Partito della Nazione come partito totale e organico. Oggi il Partito della Nazione può esistere solo nella forma prosaica e schumpeteriana, spoglio di ambizioni politico-ideali che diano del paese un'immagine altra da quella esistente. Con la proposta di detassare la casa, l'immagine del paese sarà una riconferma della sua peggiore immagine, inegualitaria e iniqua.

Nonostante gli sforzi degli esegeti, questo Partito-Piglia-Tutto non si incanala nel solco della tradizione antica (per esempio, come sembra di intuire da alcune stravaganti letture, la svolta di Salerno all'insegna dell'unità nazionale), la quale proprio perché si situava nella fase costituente aveva un profondo significato e un senso storico. Ma fatte le regole, le parti o i partiti si combattono per ottenere una maggioranza che governi per un lasso di tempo (non a caso il Partito di Togliatti votò contro leggi elettorali che prevedevano premi di maggioranza).

Dare oggi ad un partito un significato di totalità etica è travisare le cose, con l'esito di tingere con una patina di nobiltà un progetto che consiste semplicemente nel rastrellamento di voti. Non é forse meglio accettare questo fatto prosaico o schumpeteriano invece di imbellirlo con il richiamo a un Partito della Nazione che non c'è più (e forse non é desiderabile che ci sia)?. Non é così che dovrebbe essere letto il progetto di riforma fiscale? Ovvero come stratagemma per conquistare il 40 per cento al primo turno?

Per questo, Renzi fa sue le battaglie condotte da Berlusconi: per giungere a una vittoria elettorale al primo turno deve porsi l'obiettivo di sostituirsi alla Destra nel voto di fasce sociali tradizionalmente conservatrici (imprenditori, liberi professionisti, commercianti, redditieri). Un obiettivo tutto politico che porta a confondere Destra e Sinistra, a creare un connubio di Destra e Sinistra, un Destrinismo.

Questo post è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista Left del 19 settembre.

DA - http://www.huffingtonpost.it/nadia-urbinati/dal-partito-della-nazione-al-partito-destrinista_b_8170752.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #6 inserito:: Ottobre 05, 2016, 12:39:47 pm »

Urbinati: "Potere concentrato e potere diffuso"

Di NADIA URBINATI
04 ottobre 2016

L'OLIGARCHIA è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono, salvo la cosiddetta democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum " . Eugenio Scalfari, che scriveva queste parole nell'editoriale di domenica scorsa, ci stimola con la sua lapidaria catalogazione a chiederci se questa riproposizione di Robert Michels sia utile a capire ( e soprattutto a gestire) la forma di governo nella quale viviamo, il governo rappresentativo. Un governo che agli elitisti antidemocratici del primo Novecento sembrava null'altro che un'astuta riedizione dell'oligarchia appunto, con le masse illuse che bastasse votare per vivere in democrazia. Parlare di democrazia rappresentativa all'interno di questo universo concettuale, attivato proprio quando l'odiata democrazia si presentava sulla scena europea, ha poco senso. Meno ancora ne ha pensare di rubricare il governo rappresentativo come democratico. Nello schema duale proposto da Scalfari - decidere direttamente oppure essere governati da un'oligarchia - è difficile far posto al governo rappresentativo. Difficile, anche, vedere lo scivolamento del governo rappresentativo verso una concentrazione oligarchica del potere.

Però la democrazia rappresentativa non è un ossimoro. Ha un'identità e una tradizione sua specifica, con un pantheon di studiosi ( certamente diversi tra loro) di tutto rispetto, a partire da Montesquieu e Condorcet, dai Federalisti americani a J. S. Mill, autori a Scalfari familiari. Circa vent'anni fa Bernard Manin ha sistematizzato queste idee e proposto il governo dei moderni come un " governo misto", che tiene insieme forma oligarchica e forma democratica. L'oligarchia non è democrazia. E quando ha un fondamento nel consenso elettorale libero e ciclico può combinarsi con la democrazia ( per questo, Madison rifiutava il termine oligarchia e parlava di " aristocrazia natuale", per distinguerla da quella cetuale che non discende dalla selezione elettorale).

L'elemento democratico non sta solo nel voto ( eguale nel peso e individuale) ma nel voto che prende corpo all'interno di una società plurale, fatta di un reticolo di opinioni, liberamente formate, comunicate, associate, discusse e cambiate. È il libero e plurale dibattito che dà alla selezione elettorale ( di natura aristocratica, secondo gli antichi e i moderni) un carattere democratico. Quindi la democrazia elettorale e discorsiva limita l'oligarchia, non è oligarchia. Perché è importante tenere insieme i pochi e i molti, o se si preferisce la distinzione di chi compete ( poiché per competere occorre mostrare un'identità distinguibile) con la dimensione dell'eguaglianza democratica? Tra le tante ragioni che si potrebbero addurre, una soprattutto merita attenzione: per impedire la solidificazione del potere dei selezionati; ovvero per scongiurare la formazione di una classe separata, oligarchica.

La temporalità del potere ( la sua brevità di esercizio) che l'elezione immette nel sistema e la subordinazione dell'eletto ( o del candidato) all'opinione di ordinari cittadini: questo fa della democrazia rappresentativa non un ossimoro e non una malcelata oligarchia, ma un governo unico nel suo genere, che contesta l'idenficazione della democrazia con il voto diretto. E fa comprende perché nelle democrazie moderne la lotta, perenne, è sulle regole che presiedono alla formazione del consenso, all'organizzazione elettorale, e infine alla limitazione del tempo in cui il potere è esercitato. Nella tensione mai risolta fra diffusione e concentrazione del potere (democrazia e oligarchia) sta la dinamica della democrazia rappresentativa.

© Riproduzione riservata
04 ottobre 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/10/04/news/urbinati_potere_concentrato_e_potere_diffuso_-149056689/?ref=HREC1-1
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« Risposta #7 inserito:: Novembre 05, 2016, 10:46:57 am »

Perché è importante che chi governa non possa decidere tutto da solo

Nadia Urbinati
4 settembre 2016

Dopo una breve vacanza, la questione del referendum costituzionale torna ad occupare, giustamente vivaddio, uno spazio centrale, nonostante il dramma del terremoto che ha colpito di nuovo il nostro Paese, fragile e bello. La questione della forma della nostra democrazia non è un fatto a se stante, neppure rispetto al dramma del terremoto, perché parte di una visione di Paese; di una visione del ruolo della classe politica, del potere dei cittadini e del peso delle associazioni che danno loro forza e rappresentanza sociale; di una visione, infine, del ruolo dei controlli istituzionali oltre che extra-istituzionali (in primis, i mezzi di informazione). Tutto questo si tiene insieme nella proposta di revisione costituzionale, e gli effetti potenzialmente perversi si mostrano anche in situazioni di emergenza come questa del terremoto. Il quale mette in luce la fragilità non solo dell’Italia fisica ma anche dell’Italia politica, del senso di legalità delle forze di governo e imprenditoriali poiché, come puntualmente si ripete in occasioni come questa, al danno del sisma si assomma quello di lavori eseguiti male e di una gestione della cosa pubblica o incompetente o lassista o disonesta; un nodo di problemi che mette il dito sulla piaga dell’opacità delle funzioni pubbliche. In casi come questo, come si ripete ogni volta che succedono, si vede come i sistemi di controllo preventivo, non solo di punizione a reato avvenuto, definiscono la fisionomia dello Stato e dell’apparato istituzionale.

Casi di emergenza come il terremoto dimostrano una volta di più come nessuna leadership può operare per il bene del Paese se le regole non impongono limiti al suo potere, e controlli e monitoraggi continui su ogni sua decisione. La revisione della Costituzione che questo governo ha pilotato a partire dal suo insediamento è volta ad allentare questi controlli e a rendere le decisioni del governo fatalmente più esposte non solo alla corruzione ma anche alla disfunzione. È proprio in casi dolorosi e tragici come questo che gli organi amministrativi dimostrano quanto poco ci si deve fidare delle promesse dei leader e quanto importante sia non lasciare mai chi governa solo a decidere.

Il referendum per il quale andremo a votare ci chiede di approvare una revisione in senso dirigista della nostra democrazia parlamentare, di dare il via libera a una nuova Costituzione che umilia il diritto dei cittadini ad essere rappresentati (soprattutto se si considera il combinato con la legge elettorale), che restringe il ruolo e lo spazio della sovranità popolare, che infine sbilancia il sistema decisionale a favore dei poteri delegati amministrativi, come appunto il governo. L’intero piano di riforma è concepito per rendere la presidenza del Consiglio più libera di operare. Il nuovo Senato può infatti ostacolare o rallentare l’attività legislativa della Camera, ma non ha alcuna incidenza sull’attività del governo, il quale inoltre può con la “clausola di supremazia” farsi rappresentativo dell’interesse nazionale e intervenire senza alcun limite in qualsiasi materia di competenza legislativa esclusiva delle Regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

A considerare l’intero pacchetto di articoli modificati, si vede che il solo organo che ne risulta rafforzato è il governo, ovvero il potere meno collettivo e più personale che opera nello Stato, ed anche quello delegato o quindi più distante dalla volontà popolare. Il presidente del Consiglio dei ministri – come il sindaco – assomiglia sempre più ad un amministratore delegato di una multinazionale che nomina il suo governo, impone alla Camera legislativa i tempi di lavoro, e subisce meno fermi e interferenze possibili da parte degli organi parlamentari.

Da - https://www.left.it/2016/09/04/referendum-costituzionale-no-nadia-urbinati/
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« Risposta #8 inserito:: Maggio 08, 2017, 10:33:35 am »

Solo Kant ci potrà salvare

 Di Nadia Urbinati
05 maggio 2017

Sulle orme della Grande trasformazione di Karl Polanyi (1944) questa raccolta propone di chiamare il nostro tempo una Grande regressione (Feltrinelli). Pubblicato in tedesco, il volume esce in contemporanea in tutte le lingue europee. Porta i segni del senso di sconforto da cui è stato partorito il progetto di chiedere a quindici sociologi una riflessione sulle conseguenze degli attentati terroristici di Parigi nell'autunno 2015. Nonostante la similitudine con il titolo dell’opera di Polanyi, questo libro agile e di larga lettura presenta una sua identità specifica, a tratti emotiva, tra catastrofismo e volontarismo. L’idea che lo ispira è il declino dell’occidente, «decisamente regredito, lasciandosi alle spalle una serie di standard di vita faticosamente conquistati e ritenuti ormai consolidati». Ad essere regredito è il mondo dei valori del cosmopolitismo e dell’illuminismo, e dell’apertura della mente e delle frontiere che lo caratterizzava. Una cultura nobile che ci ha guidato fino a quando il mondo era diviso in zone di influenza (la Guerra fredda) e la sovranità aveva il potere di fare scelte economiche e sociali e pattugliare le frontiere.

Sembra che i principi kantiani - i nostri principi – avessero forza morale quando non ispiravano la politica, quando c’erano le frontiere ed era possibile distinguere tra “immigrazione” e “migrazione” scrive Zygmunt Bauman. Non oggi, che gli Stati non possono far fronte alle “ondate” di disperati della terra. Il “Terzo Mondo”, nelle parole di Umberto Eco (uno degli ispiratori ideali del volume insieme a Ralf Dahrendorf e Richard Rorty) «non bussa ma entra, anche se non siamo d’accordo». Secondo Bruno Latour, il sentimento che nasce è dunque questo: «Padroni a casa propria! Indietro tutta!». Il problema è che «non esiste più una “casa propria”, per nessuno. Via di qua! Dobbiamo tutti muoverci. Perché? Per il fatto che non c’è un pianeta in grado di realizzare i sogni della globalizzazione» (p. 106).

La difficoltà sta nel fatto che non possiamo essere cosmopoliti per scelta: dobbiamo esserlo, punto. E questo è difficile per chi non è pietista come era Kant. Quando essere tolleranti diventa un lavoro, i principi illuministici scricchiolano. Lo aveva capito Rorty che trent’anni fa spiegava la difficoltà di essere tolleranti quando i diversi vivono sotto casa perché richiede un lavoro faticoso di autocontrollo. E quindi il liberale, commentava Rorty, non vede l’ora di rientrare in casa e rifugiarsi nel privato, dove può dire quel che pensa e l’arte del “trattare” e del “compromettere” non è così necessaria.

Il mondo che descrive questo volume è un luogo di fatica. E la fatica è, sembra di capire, proporzionale alla mescolanza delle razze e, soprattutto, alla loro proporzione. Ivan Krastev si serve della categoria di “minaccia normativa” di Karen Stenner per spiegare questo fenomeno: la «sensazione che l’integrità dell’ordine morale sia a rischio e che il “noi” percepito si stia disintegrando» (p. 98). Il nesso tra “noi” bianchi e il mondo meno bianco che ci circonda non è celabile. Scrive ancora Bauhman: nel 1990, la città di New York «contava fra la sua popolazione il 43%di “bianchi”, il 29% di “neri”, il 21% di “ispanici” e il 7% di “asiatici”. Vent’anni dopo, nel 2010, i “bianchi” rappresentavano solo il 33% ed erano a un passo dal diventare una minoranza» (p. 34). Dunque è lo sbilanciamento nel rapporto tra i bianchi e gli altri il problema della fatica del vivere immersi nella diversità?

La politica non è in miglior salute della società se è vero che, come scrive Wolgang Streeck, la distanza tra “gente comune” e “persone colte” sta rompendo la cittadinanza democratica. Non tutti i capitoli sono unanimi nella diagnosi e ugualmente condivisibili. Donatella della Porta ci racconta con cura i tentativi di aggiustare le istituzioni democratiche sotto la spinta della crisi del debito e dell’erosione dei diritti sociali. A partire dai budget partecipativi fino all’immaginazione istituzionale degli Islandesi, che con una sinergia di procedure e metodi (elezione, referendum, sorteggio e consultazione via web) hanno scritto una nuova costituzione (che il Parlamento ha poi bocciata ma che a giudizio della Commissione europea era ben fatta). Nella sua “lettera” ideale a Juncker, David Van Reybrouck osserva giustamente che se la democrazia dà cattiva prova di sé è a causa da un lato della scarsa volontà di “volere” l’Europa politica e dall’altro dell’abuso dello strumento referendario da parte di leader o poco saggi o arroganti.

Regressione della democrazia verso che cosa? Tutti i saggi menzionano il declino della Ue, il populismo, l’egemonia neo-liberale, l’erosione della classe media, l’istigazione delle passioni peggiori da parte di media, vecchi e nuovi, e di una politica che è sempre più una questione di “audience”. Arjun Appadurai non ha dubbi che si vada verso l’autoritarismo – che sia di Putin, Erdogan e Trump poco cambia. Ma le istituzioni e le procedure sono irrilevanti? La Turchia e gli Stati Uniti non sono la stessa cosa ed è problematico sostenere che chi ha votato per Trump ha votato “contro la democrazia” (p. 23), la quale non vale solo quando ci piacciono le sue scelte e “vota” sempre per se stessa fino a quando può tornare a votare regolarmente. L’arte della distinzione ci dovrebbe aiutare a non mettere in uno stesso fascio democrazia, populismo e autoritarismo. Certo, ha ragione César Rendueles ad auspicare che le democrazie si occupino della cultura etica dei cittadini (un problema vecchio quanto le democrazie) ma è riduttivo ritenere che le procedure e le regole del gioco siano solo questioni formali.

E se invece di pensare all’Occidente come “uno” ne vedessimo le differenze? Di qui procede Slavoj Žižek per formulare, alla fine, la questione del “che fare?”. E da leninista di vecchia data impermeabile a catastrofismi e fatalismi, si rivolge alla ragione strategica e alla volontà: cercare di unire «i due piani: l’universalità contro il senso di appartenenza patriottico e il capitalismo contro l’anticapitalismo di sinistra» senza ripercorrere le strade battute (che sono o sconfitte o indesiderabili): «dobbiamo spostare la nostra attenzione dal Grande lupo cattivo populista al vero problema: la debolezza della posizione moderata “razionale”» (p. 230). La soluzione “non moderata” è la seguente: dare gambe giuridiche e politiche al cosmopolitismo di Kant. Insomma, prendere sul serio Trump e portare alle conseguenze radicali il fatto che gli Stati-nazioni non funzionano più per cui l’anti-destra populista dovrebbe avere il coraggio di proporre «un progetto di nuovi e diversi accordi internazionali: accordi che impongano il controllo delle banche, accordi sugli standard ecologici, sui diritti dei lavoratori, sul servizio sanitario, sulla protezione delle minoranze sessuali ed etniche ecc.» (p. 234). Chi sia il soggetto che può far questo non ci viene detto. Tuttavia il volume sceglie di aprire con una confessione di pessimismo e di chiudere con un appello a Kant – dalla diagnosi della regressione alla cura illuminista.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-05-05/solo-kant-ci-potra-salvare--214551.shtml?uuid=AEaaI6EB&cmpid=nl_domenica
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« Risposta #9 inserito:: Aprile 28, 2018, 06:33:39 pm »

27
APR/18

Destra, Sinistra e nuove categorie.

Articolo di Nadia Urbinati
(Repubblica 27.4.18)

“” Il segno più eclatante delle ultime consultazioni elettorali è stato da molti analisti sintetizzato così: la sinistra vince in centro e perde nelle periferie, dove vince il populismo nazionalistico o il gentismo anti-partitico. Il fenomeno non è solo italiano. Si è verificato con l’elezione di Trump, con Brexit e con l’arrivo di Macron all’Eliseo. Viene esaminato in relazione con la crescita delle diseguaglianze che hanno mutato la fisionomia del popolo sovrano, dividendolo in nuovi patrizi e nuova plebe. Per la prima volta da quando la democrazia è rinata, dopo la seconda guerra mondiale, l’andamento delle relazioni tra classi e forze politiche ha subito un mutamento profondo che cambia il significato dei termini “destra” e “sinistra”. Se fino agli anni ’ 80 il voto ai partiti di sinistra o centrosinistra era associato a basso tenore di vita, meno cultura e minor reddito, dalla fine del secolo si è sempre più associato alle élite con alta educazione e buoni redditi. A raccontarlo con i sondaggi post-elettorali comparando il voto in tre Paesi (Usa, Regno Unito e Francia) è Thomas Piketty nel suo nuovo progetto dal titolo, Sinistra di bramini contro Destra di mercanti: la crescita della diseguaglianza e la mutata struttura del conflitto politico. Piketty dimostra non solo che la media e upper class acculturata vota a sinistra e la media e upper class ricca per il centrodestra. Dimostra soprattutto che le classi “up” — ricchi o ricchi e acculturati o entrambi — occupano tutto lo spettro della democrazia dei partiti, che egli chiama un “multiple- élite party system”, ovvero una democrazia che ha una pluralità di partiti di élite, non più semplicemente una pluralità di partiti per tutti. Una larga porzione dei “tutti”, infatti, è nel corso degli ultimi due decenni diventata più povera e anche meno acculturata, un’associazione che fa parlare di plebeizzazione e che è stata pennellata in una recente Amaca di Michele Serra sul bullismo; in aggiunta a questo svantaggio assoluto, i “molti” hanno perso i loro tradizionali referenti rappresentativi, occupati dalle classi più alte. È questa, secondo Piketty, una delle ragioni della nascita o del successo repentino di movimenti e partiti populisti, radicalmente xenofobi e fascisti oppure qualunquisti e anti- partito. L’anti- partitismo che il populismo coltiva e alimenta ha quindi un sapore classista, come reazione alle classi forti che si sono prese tutto lo spazio partitico esistente.
Dopo un’ondata di astensione, di ritiro dalla partecipazione elettorale, i molti trattati come cittadini di serie B trovano il loro fronte rappresentativo: qui sta l’origine dell’impennata populista, che ha quindi radici economiche e socio- culturali. Il popolo dei lavoratori, quello che trovava sicuro porto nei partiti storici della sinistra, ha subito una plebeizzazione, anche in ragione del fatto che non ha più luoghi aggregativi dove consolidare la cittadinanza attiva e il civismo. Partiti-cartello o circoli elettorali per le classi agiate, e deserto per la massa, che o assiste allo spettacolo nell’arena dei social o si fa i suoi movimenti. Questo fenomeno ha radici nella crescente diseguaglianza, un termine che Piketty suggerisce di coniugare al plurale: diseguaglianze di ricchezza, di reddito, di istruzione, di cultura, di genere, di età, di razza, di religione. Il paradosso è che queste diseguaglianze quanto più si sommano tanto più perdono rappresentanti. Essere povero e vivere in un quartiere in cui la maggioranza è povera comporta altre condizioni di svantaggio e la massima forma di esclusione: non avere alcun partito che si batta per i propri bisogni. Essere cittadino con meno voce per manifestare le proprie rivendicazioni e con meno potere.
Fino agli anni ’80, sostiene Piketty, le classi lavoratrici erano nobilitate non solo nell’identità operaia, quando il lavoro era segno di valore sociale e non di precarietà, ma anche nella cittadinanza e nell’identità d’appartenenza della bandiera rossa (sapere di avere un rappresentante- difensore dava dignità; e soprattutto consentiva ai molti di stare al gioco, di lottare per correggere le diseguaglianze). I partiti della sinistra hanno nobilitato la cittadinanza dei lavoratori togliendo loro lo stigma dell’inadeguatezza; hanno edificato buone scuole pubbliche e perseguito una politica delle eguali opportunità. Sinistra e democrazia sono per questo andate di pari passo.
Ma ora che la sinistra attira i raffinati intellettuali, i professionisti, i benestanti, a quale parte organizzata si rivolgono coloro che la globalizzazione e la crescita della diseguaglianza ha reso meno acculturati e soprattutto più pressati dai bisogni primari? La sinistra per i pochi comporta fatalmente che anche i beni pubblici assumano diverso valore a seconda di chi ne usufruisce: le scuole pubbliche cessano di essere buone dovunque e la loro qualità segue il quartiere e i ceti che attraggono. E così sarà anche per gli ospedali e la qualità della vita nelle città. Insomma, la sinistra presa dai pochi lascia la maggioranza non solo senza sostenitori politici ma anche senza una condizione dignitosa certa.
La democrazia come “multi-élite party system” ha anche una biforcazione ideologica: i partiti che attraggono le destre moderate (dei ricchi e basta) e le sinistre tradizionali (dei ricchi e colti) sono per lo più votati ai valori universalistici e liberali, europeisti e cosmopoliti, anche quando coniugati in accezione conservatrice; fuori di qui, tra i partiti populisti, si coltiva una visione opposta, come il nazionalismo e il comunitarismo.
Come spiega Piketty, i partiti dell’establishment serrano i ranghi — quelli di centrosinistra diventano “braminici” (castali e sacerdotali) e quelli di centrodestra di “mercanti” — e si trovano alleati naturali contro l’anti- partitismo populista, identitario nazionalista o blandamente gentista. Questa biforcazione è presente in tutti i Paesi occidentali e scuote le intelligenze. Non si può restare ad assistere allo scempio che le diseguaglianze producono alle nostre democrazie.”"

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« Risposta #10 inserito:: Giugno 11, 2019, 11:47:06 pm »

NADIA URBINATI: L’ERA DEI PARTITI LIQUIDI È FINITA, SERVONO PARTITI ORGANIZZATI

VALENTINA SAINI
4 giugno 2019

Nadia Urbinati è tra le più note politologhe italiane. Docente di teoria politica alla Columbia University di New York, attenta studiosa del fenomeno populista (in uscita, a luglio, un suo saggio sul tema per la Harvard University Press), è convinta che i partiti organizzati siano cruciali per tener viva la democrazia, con buona pace di chi li dava per spacciati. Pensa anche che il populismo sia, prima di tutto, «una strategia di potere». Ma ammette anche che quando c’è uno scollamento tra «i principi di uguaglianza politica» alla base delle nostre democrazie e una realtà fatta di «evidente privilegio» per l’élite, «quando la sfiducia verso coloro che governano ed esercitano il potere è radicale», si apre la porta a scenari di vera e propria rivolta. Come quella dei gilet gialli in Francia.

Al Festival dell’Economia di Trento, la politologa ha cercato di dare una cornice alle tante declinazioni del populismo occidentale. Fenomeni come i gilet gialli sono, a suo parere, il risultato del collasso, o dell’indebolimento, dei partiti di massa. «Quando i molti non possono più contare sull’articolazione dei loro partiti, come succedeva nelle democrazie solide, allora trovano altre forme aggregative. Devono farlo se vogliono far sentire la loro voce. Un tempo i partiti organizzavano non solo la rappresentanza dentro lo Stato, ma la partecipazione fuori da esso. Questo non accade più, i partiti si sono trasformati in meccanismi per selezionare una classe dirigente. E quando succede questo, assistiamo all’affermarsi di forme plebiscitarie». Gli Stati Generali hanno intervistato Urbinati a margine dell’evento. Ecco cos’ha detto.

È un trend molto forte in tutto l’Occidente: le forze populiste conquistano le periferie urbane e le zone rurali, le forze liberali e progressiste resistono nei centri storici. Perché, professoressa?
Perché si tratta di aggregazioni diverse. Tra i grandi centri urbani e le periferie c’è un distacco antropologico, etico, morale. C’è anche la sensazione di non sentirsi a proprio agio a vivere insieme. E questo è terribile, perché significa che quella situazione di uguaglianza popolare in cui per tanti anni ci siamo trovati non esiste più. Tutto ciò è un fatto: possiamo parlarne, possiamo discuterne, ma servono delle contromisure. Quali? Occorrono partiti in grado di integrare centri storici e periferie, città e campagna, ma purtroppo in questi anni sono stati fatti dei passi avanti giganteschi nella loro separazione.

Giocano un ruolo essenziale le crescenti diseguaglianze socio-economiche.
Certo. Ma non si tratta solo di economia. Guardiamo, ad esempio, all’evoluzione della scuola dagli anni ’70 in poi, in particolare all’autonomia scolastica. Che doveva essere un grande obiettivo democratico, perché significava che finalmente scuole, genitori e studenti potevano auto-organizzarsi. In realtà questa autonomia è diventata un modo per separare le scuole tra loro. Per esempio una scuola in una zona popolare o periferica fa più fatica a ottenere maggiori finanziamenti privati per avere più attività, e per questo motivo riceve anche meno sostegno economico dallo Stato. Invece le scuole vicine ai centri storici o ai quartieri più abbienti hanno maggiori possibilità. Quindi l’autonomia scolastica, in teoria positiva, si è trasformata in una porta spalancata per le diseguaglianze.

Però c’è populismo e populismo. Come interpreta la crisi di forze venute dal basso come Podemos in Spagna, o il M5S in Italia?
Non sono forze venute dal basso. Sono piuttosto partiti nati come non-partiti. E questa è una precisazione importante, perché l’organizzazione è un elemento fondamentale: non esistono partiti senza organizzazione. Podemos, ad esempio, nasce così, in modo simile al M5S, con una fortissima leadership. La sfida per Podemos, oggi, è trasformarsi in un partito organizzato, non c’è alternativa, le elezioni lo hanno reso evidente. Il punto è che ha perso il rapporto con gli elettori, con le persone, e manca di un organismo interno per controllare il leader e limitarne il potere. Infatti l’organizzazione dei partiti non serve solo a organizzare i militanti, ma anche a fare in modo che chi governa il partito renda conto delle sue scelte, e non possa fare ciò che vuole. Al contrario, quando il leader guida un partito liquido, c’è il rischio che possa fare ciò che vuole.

Questi partiti non-partiti sono un po’ delle tigri di carta… o magari delle tigri digitali?
In parte sì, perché non durano. Solo l’organizzazione consente il radicamento, e un partito ne ha bisogno. Podemos, i 5 Stelle, Ukip, mostrano l’erosione che scaturisce dalla mancanza di organizzazione. La non-organizzazione, che sembra più elastica e capace di attirare, in realtà non sedimenta, e soprattutto implica la mancanza del controllo interno. Anche il PD ha avuto questa crisi interna di leaderismo individuale, con difficoltà nel contenere il potere del leader. Quindi è vero che senza organizzazione è difficile non solo mantenere il consenso nel tempo, ma anche tenere a bada il potere di chi dirige il partito. Ecco perché il partito organizzato è fondamentale in una democrazia.

A proposito di democrazia… ultimamente in Italia ci sono molte persone che chiedono più democrazia diretta, guardando al modello svizzero. Lei che ne pensa?
In Svizzera c’è un misto di democrazia diretta e referendaria, e di democrazia rappresentativa. Qui in Italia abbiamo i referendum, che però non sono (ancora) propositivi. E su questo si sta lavorando, se il governo non cade sarà uno dei temi sul tavolo. Ora, io non so se la democrazia diretta sia meglio o peggio, ma senza dubbio se la grande maggioranza dei cittadini avverte che le elezioni non bastano o non sono abbastanza rappresentative, servono degli altri spazi, come appunto i referendum propositivi. Ma sappiamo anche che in Italia non basta fare i referendum… è importante che chi governa rispetti i risultati e sia coerente con essi. Abbiamo fatto dei referendum che sono rimasti solo sulla carta, senza produrre nulla di ciò che avrebbero dovuto implicare. Quindi, non basta il referendum propositivo in sé; a monte, occorre una classe politica che ne attui il risultato.

I partiti sono strumenti che organizzano le masse, che convogliano verso l’alto le loro istanze, e che “dettano l’agenda”. Ma oggi, lei dice, i partiti si sono invece trasformati in strumenti di leadership. Nel PD, ad esempio, abbiamo quest’incessante produzione di leader: Renzi, l’intermezzo Minniti, Gentiloni, ora Zingaretti… Si tratta però di leader spesso effimeri.

E sono tutti singoli individui che non hanno nessuna connessione forte con l’organizzazione interna.

Che consiglio darebbe ai leader dei partiti italiani “tradizionali”, a partire proprio dal PD?
Di ricostruire questi partiti, negli organi dirigenti come nelle sezioni periferiche, dalla base fino ai livelli più alti. Sono le federazioni, bisogna andare dove i cittadini vivono e arrivare sino al centro. Bisogna ricostruire la piramide, che deve essere presente non soltanto nella Repubblica, ma pure nei partiti.

E del resto è un po’ questa la forza della Lega. I leghisti sono sempre rimasti nei territori, nelle periferie soprattutto rurali.

Certamente. E così era il PCI una volta, e i socialisti nel resto d’Europa.

Lei sostiene che il populismo sia prima di tutto “una strategia di potere”. Può spiegare ai lettori che cosa intende?
Nella democrazia dei partiti la strategia di potere si verifica all’interno di essi, e spesso per cooptazione: è complicata, avviene attraverso meccanismi che stabiliscono chi deve essere messo nelle liste e chi no, è un processo molto lungo. Nella situazione populista invece tutto il processo è molto più semplice; del resto il populismo è strettamente legato alla capacità strategica, decisionale e retorica del leader. Richiede anche la capacità di comprendere quali sono le questioni più problematiche e diffuse nella società, e trovare parole d’ordine in grado di unirle tutte, anche se alla fine nessuna di esse viene soddisfatta in primo luogo. Questo era Perón, questo era Chávez, tutti i leader populisti hanno queste capacità. Spesso legano la loro lotta a un nemico, che può essere l’establishment, gli Stati Uniti o altro. E poi riescono a collegare e unire le esigenze più diverse: da chi vuole una scuola più vicino a casa, a chi vuole un lavoro, unificandole in relazione a un nemico. Come fa Salvini quando tiene insieme il Nord e il Sud, che sono molto diversi. Lui però ci riesce, con cosa? Con l’immigrato, perché l’immigrato è quell’esternalità contro cui ci può essere un’unificazione.

Nel libro-intervista “La mutazione antiegualitaria” cita un vecchio caso assai attuale, quello del sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca. A pag. 20 si legge: “Anche se quel che dico può sembrare un’eresia, il fenomeno Guazzaloca fu un’espressione estrema del governo socialdemocratico, più che un suo rovesciamento. Non esprimeva una richiesta di sovversione da destra, o una svolta di tipo liberista per lo smantellamento del modello emiliano di stato sociale. Rappresentava, piuttosto, una revisione conservatrice di quello stesso modello, al fine di ricalibrarlo. Gli immigrati stavano diventando visibili, benché ancora non numerosi. Gli studenti universitari, non più politicizzati, erano percepiti sempre più come un elemento di disturbo”. Lei parla a riguardo di “appropriazione dei diritti”: da una parte “noi”, in questo caso i bolognesi, dall’altra “loro”, i “diversi”, gli “altri”. È così?

Certamente, ne parlo anche nel mio libro in uscita a luglio. Si tratta appunto di una concezione proprietaria dello Stato, delle leggi, dei diritti. Parlando di “nostri diritti” questi populisti non tolgono diritti, ma vogliono indicarli come solo “nostri”, solo per “noi”. Il diritto in genere è inclusivo, universale, i diritti umani ad esempio vanno ben al di là anche di quelli di un determinato popolo. I populisti invece dicono “sono nostri”, diritti italiani o francesi o di altri, a seconda del caso. E così si lega lo Stato all’entità etno-culturale di un determinato popolo.

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici_societa-societa/nadia-urbinati-lera-dei-partiti-liquidi-e-finita-servono-partiti-organizzati/
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