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Autore Topic: JACOPO IACOBONI. -  (Letto 17249 volte)
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« Risposta #75 il: Dicembre 17, 2016, 03:08:46 »

La catena dei siti bufala contro Gentiloni porta a Sofia
Esce oggi la prima puntata della ricerca di due informatici, Paolo Attivissimo e David Puente: sede in Bulgaria, sfruttano anche il nome “5 stelle”
AP
I siti della ricerca pubblicata oggi dai due informatici debunker, Paolo Attivisismo e David Puente

Pubblicato il 16/12/2016  Ultima modifica il 16/12/2016 alle ore 07:25
JACOPO IACOBONI
ROMA

Martedì, neanche ventiquattr’ore dopo aver giurato al Quirinale col nuovo governo, Paolo Gentiloni era già sommerso da una valanga di insulti su Facebook. Un post in particolare è diventato viralissimo, ricevendo decine di migliaia di like in poche ore e pompando a sua volta odio, e eventuali diffamazioni sul nuovo presidente del Consiglio. Sul sito «Libero Giornale» (nulla a che fare né con Libero né col Giornale) gli si attribuiva la seguente frase: «Gentiloni choc: “Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi”». Naturalmente Gentiloni non ha mai pronunciato quelle parole; il post ha generato tanto traffico pubblicitario (e discredito anti-casta). Le tre bufale più condivise in assoluto negli ultimi 15 giorni in Italia vengono dallo stesso sito, che il primo dicembre aveva viralizzato un altro post, su 35 arresti di «politici legati al Pd» e pronti a truccare il voto referendario; notizia inventata, ma record: al momento tira ancora e supera le 147 mila condivisioni. Insomma, chi c’è dietro questo sito?
 
Due debunker italiani - tra i professionisti più stimati nel ramo - lo svelano stamane sul sito attivissimo.blogspot.com, pubblicando la prima puntata di un’analisi e un tracciamento che hanno condotto. I due sono Paolo Attivissimo, commentatore informatico, e David Puente, informatico e tracciatore di fake news (oltre che ex dipendente della Casaleggio associati, da cui uscì anni fa in una stagione molto diversa dalla attuale. Oggi gestisce il sito specializzato davidpuente.it). «Liberogiornale.com - scrivono - non è un semplice sito d’informazione amatoriale che sbaglia o un sito di “satira e finzione” (come asserisce in caratteri piccolissimi in un angolo ben nascosto): è una fabbrica professionale di panzane. Pubblica intenzionalmente balle per fare soldi. Fa parte di una rete professionale occulta di siti sparabufale che ha ramificazioni anche fuori dall’Italia». Ieri tra l’altro Laura Boldrini ha raccontato di aver chiesto a quattro esperti un aiuto per contrastare la diffusione delle fake news: oltre a Puente e Attivissimo, anche Walter Quattrociocchi del CSSLab dell’Imt di Lucca, e Michelangelo Coltelli (di Butac.it).

Il meccanismo della pubblicità 
I siti di presunta satira come «Libero Giornale», scrivono Attivissimo e Puente, «spesso storpiano in modo ingannevole i nomi di testate molto note, come Ilfattoquotidaino.com (non è un refuso: è proprio quotidiano), News24tg.com o Gazzettadellasera.com. L’intento sembra piuttosto evidente: ingannare i lettori». I nomi dei titolari di questi siti sono nascosti. «Libero Giornale» è intestato alla società Domains by Proxy LLC. Ma seguendo la pubblicità, Attivissimo e Puente sono risaliti a un filo, usando i dati pubblici del web o dei social: «Questi siti usano una stessa fonte, e addirittura lo stesso account publisher (denominato “kontrokultura”), per i propri banner pubblicitari. La fonte è la società Edinet, sede a Sofia, in Bulgaria. I suoi dati pubblici sono nel registro del Ministero della Giustizia bulgaro. Il sito della società è Edinet.bg, il cui “Chi siamo” (scritto, stranamente, in italiano) spiega che si tratta di un “Gruppo editoriale” che ha uffici “in Francia, Germania, Slovenia e soprattutto Italia. I componenti e collaboratori di Edinet sono al 90% Italiani ed è proprio in Italia che sono puntate tutte le nostre risorse”. Ma che sorpresa. Il registro del ministero bulgaro indica anche il nome del titolare: Carlo Enrico Matteo Ricci Mingani».
 
Ulteriori loro ricerche individuano poi un comunicato stampa in cui Matteo Ricci si definisce «come “responsabile delle pubblicazioni” di Edinet Ltd. Il comunicato annuncia che “Edinet Ltd ha rilevato il gruppo KontroKultura”. Guarda caso, lo stesso nome usato per l’account pubblicitario. Matteo Ricci si vanta di gestire “oltre 30 testate online”».
 
Quali altri siti ospitano i banner pubblicitari di Edinet, con l’account «kontrokultura»? «Oltre a Gazzettadellasera.com e Liberogiornale.com spuntano News24europa.com, News24tg.com, Notiziea5stelle.com e altri ancora». Notevole che Ricci Mingani usi anche il nome “5 stelle”. Il M5S potrebbe chiedere i danni. Finora non l’ha fatto.
 
Attivissimo e Puente, nelle puntate successive, parleranno del meccanismo Facebook attraverso cui, con una serie di pagine e vari gruppi di “fan club politici”, si svela, «intorno a questi siti, uno stuolo di promotori e “pompatori” di queste false notizie sui social network: complici consapevoli e inconsapevoli». Camere dell’eco, più o meno individuabili e profilate, attraverso cui il dibattito politico italiano risulta drogato.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/16/italia/politica/la-catena-dei-siti-bufala-contro-gentiloni-porta-a-sofia-8T8UMuEfoJvdSA1WOpFQmL/pagina.html
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« Risposta #76 il: Dicembre 31, 2016, 02:32:14 »

La “struttura delta” della Casaleggio. Ecco tutti i nomi e come funziona   
Dal contratto imposto al M5S Roma fino alle webstar politiche: come l’azienda guadagna

Pubblicato il 11/02/2016
Ultima modifica il 11/02/2016 alle ore 07:54
Jacopo Iacoboni

Diciamo che è la struttura delta della Casaleggio, uno staff nello staff. Al punto 4a del «contratto» con il candidato sindaco del M5S a Roma, Gianroberto Casaleggio ha inserito una delle clausole più importanti, che possono passare inosservate: «Lo strumento per la divulgazione delle informazioni e la partecipazione dei cittadini è il sito beppegrillo.it/listeciviche/liste/roma». Tradotto, tutto il traffico - anche video e social - deve passare dal blog. Ma chi gestisce in concreto questa “struttura” alla Casaleggio associati? 

La Stampa è in grado di raccontarlo millimetricamente. Mentre Grillo parla di «Rai fascista», la Casaleggio guadagna dai video di Rai, La7 e Mediaset, con un sistema semplice e perfettamente legale. Prima cosa: ancor prima del boom del M5S, la Casaleggio ha costruito una quindicina di - chiamiamole così - webstar, da Di Battista a Fico, gente con un milione di iscritti su facebook, che è tenuta a concedere di pubblicare ogni proprio video sul sito di Grillo. Se Dibba fa una performance dalla Gruber, la deve mettere sul sito di Casaleggio. I video non vengono caricati su youtube (che non accetta caricamenti con monetizzazione di video protetti da copyright), ma su un altro servizio di cloud storage di video, che non ha evidentemente ancora stipulato accordi con le tv italiane e le società di produzione. A questo servizio la Casaleggio paga una quota per ricevere in cambio dei ritorni pubblicitari dagli spot che partono prima del video, e dai banner (attraverso Adwords o altre piattaforme di monetizzazione pubblicitaria). Per ogni video caricato e visto la Casaleggio incassa in percentuale una quota stimabile fino ai mille euro e oltre per ogni video visualizzato almeno centomila volte (dati variabili). Cosa che a suo tempo fece infuriare moltissimi parlamentari M5S, che però non hanno mai avuto la forza di stoppare questo meccanismo.

Alla Casaleggio tre persone hanno tenuto in mano operativamente la cosa, nel corso di questi anni in varie fasi: Pietro Dettori, che gestisce anche gli account twitter di Grillo, e molto spesso è autore materiale dei post (Grillo incredibilmente lascia fare anche quando poco o nulla sa di ciò che viene scritto, anche delle uscite più tremende), figlio di un imprenditore sardo legato in precedenza a Casaleggio. Biagio Simonetta, un giornalista, esperto di new media. Marcello Accanto, un social media manager. E, ultima entry, Cristina Belotti, che si occupa della tv La Cosa, una bella ragazza cresciuta curiosamente alla più pura scuola del centrodestra milanese, la scuola di Paolo Del Debbio - lavorava nella redazione del suo programma - e arrivata alla Casaleggio attraverso il network dei fratelli Pittarello; soprattutto Matteo, fratello di Filippo, storico braccio destro di Casaleggio, un passato anche da boy scout.
Belotti è diventata collaboratrice di Luca Eleuteri, uno dei soci della Casaleggio (l’altro è Mario Bucchich; da non molto si sono aggiunti il programmatore storico della Casaleggio, Marco Maiocchi, e un uomo di marketing che collaborava con Casaleggio già in Webegg, Maurizio Benzi).

I tre che gestiscono il blog e le pagine social della galassia Casaleggio controllano tutto il giorno il trend di viralità dei contenuti pubblicati, attraverso le analisi comparate dei dati (usano insights di facebook e Google analytics). Con l’incrocio semplicissimo di questi due strumenti, sanno in ogni momento quanto stanno guadagnando. Le webstar politiche fanno fare soldi all’azienda. Un berlusconismo 2.0.

C’è però un’altra cosa in cui i «ragazzi» eccellono, e Dettori è bravissimo, la profilazione. È un loro divertimento sapere: chi si collega a un video, da dove, con quale software, quale browser, qual è la sua età e i suoi interessi. Non è proprio The Circle di Dave Eggers - l’azienda è troppo piccola; quello è il sogno.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/02/11/italia/politica/la-struttura-delta-della-casaleggio-ecco-tutti-i-nomi-e-come-funziona-KjOs99jXDHs6JbhPBP5uAM/pagina.html
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« Risposta #77 il: Gennaio 09, 2017, 01:33:20 »

Distrarre dalla Raggi e rassicurare le cancellerie: Casaleggio jr ordina, il fedelissimo Borrli telratta
Ma il fronte anti-Di Maio attacca: se Virginia ha mentito, rischia davvero di cadere

LAPRESSE
Pubblicato il 09/01/2017
Ultima modifica il 09/01/2017 alle ore 07:03

Jacopo Iacoboni

Ier i Nigel Farage ha contattato Beppe Grillo. Un colloquio, ha poi raccontato, nel quale si è complimentato per le recenti prese di posizione del leader M5S iper euroscettiche e molto dure sui migranti. Da quello che ha riferito - Farage ha detto di aver capito che «l’alleanza del M5S con l’Alde non durerà a lungo». Il colloquio con «Beppe» è stato totalmente amichevole, il che appare bizzarro, nel giorno di uno dei più clamorosi, ma anche intelligenti cambi di idea politici della stagione recente: il gruppo grillino passa dall’alleanza con uno dei più feroci euroscettici, il leader della Brexit, all’alleanza con un «eurofanatico», come proprio Farage definisce Verhofstadt. Ma perché avviene proprio adesso, questa svolta a trecentosessanta gradi? E poi: chi l’ha decisa, e attuata? 

Adesso perché la Casaleggio ha bisogno di cambiare totalmente il frame dell’informazione, che da oggi sarà centrato sui guai di Virginia Raggi (da stamattina ogni giorno potrebbe essere quello buono perché i pm interroghino la sindaca di Roma). La tragedia politica che sarebbe stato un avviso di garanzia, che poteva essere dirompente nella logica forcaiola «indagine uguale dimissioni», è stata attutita col nuovo codice etico grillino: le dimissioni non ci saranno più, per un eventuale avviso di garanzia.

Senonché, rivela una fonte che ha accesso alla discussioni importanti nel Movimento, è sorto un altro problema grosso nel quale Raggi s’è infilata da sola, e che spiega quanto sia necessario ancora - per Grillo e Davide Casaleggio - coprire mediaticamente questa vicenda: Raggi potrebbe aver mentito. «Il 16 dicembre, dopo l’arresto di Marra, la sindaca, nella famosa conferenza stampa con accanto Daniele Frongia, disse che “Marra era solo uno dei 23 mila dipendenti del Comune”. È stato un grave errore non comunicativo, politico». Anche al grillino più impermeabile ai fatti risulterebbe difficile credere alla sincerità di questa affermazione della sindaca se - come sembra probabile - dalle chat tra lei e l’ex vicecapo di gabinetto venisse fuori un rapporto politico-amministrativo preferenziale tra i due. «Se Raggi avesse mentito che si fa?».

Il fronte Fico-Lombardi (personaggi diversissimi, ma gli unici - per antica militanza uno, per astuzia e, a modo suo, coraggio politico l’altra) potrebbe chiedere la testa della sindaca, a quel punto proprio usando il nuovo codice: che protegge dall’avviso di garanzia, ma spiega che le dimissioni possono esser decise (fu in sostanza il caso di Pizzarotti) quando l’eletto M5S non si comporta in maniera trasparente, o peggio, mente ai «cittadini». I suoi elettori. Ossia: al popolo cinque stelle. In quest’ottica sollevare proprio oggi la questione europea è arma di distrazione di massa (dopo la storia del tribunale popolare sulle fake news). 

Chi ha deciso, comunque, tempistica e contenuto della svolta sull’Alde? Le impronte di Davide Casaleggio, attraverso il suo fedelissimo David Borrelli, sono ovunque. Di Maio era di certo uno dei pochi a sapere. Come probabilmente il primo capogruppo M5S in Europa, Ignazio Corrao. Borrelli ha sondato le varie opzioni di alleanza; certo è uno non amato dagli ortodossi, perché considerato troppo poco anti-europeista (in tv da Mentana disse «io ho 45 anni, sono nato e cresciuto con il sogno europeo. Il mio primo viaggio è stato un interrail in giro per l’Europa. Credo fortemente in quello che era l’Europa all’epoca»). L’obiettivo di questa mossa di Casaleggio jr è rassicurare le cancellerie europee - a Milano hanno al fin notato che, per gli osservatori stranieri, il M5S sta finendo in un ghetto, quello dei partiti xenofobi, anti-euro e filorussi. «Vogliono giocarsi il tutto per tutto alle prossime politiche, che per loro sono un “o la va o la spacca”». Il Movimento è talmente diviso, e deve tenere insieme talmente tante cose disparate che, paradossalmente, ha una sola chance: vincere a breve, costi quel che costi. Pazienza per la base, il mito delle origini, le contraddizioni e le giravolte.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/09/italia/politica/distrarre-dalla-raggi-e-rassicurare-le-cancellerie-casaleggio-jr-ordina-il-fedelissimo-borrelli-tratta-oJYe2kh9qcLsopqe3SkGnK/pagina.html
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« Risposta #78 il: Gennaio 26, 2017, 12:28:45 »

“Chi parla senza via libera non sarà ricandidato”.
A rischio 70 parlamentari del M5S
Grillo-Casaleggio dopo l’avviso di garanzia a Raggi: siamo sotto attacco. Ma la fronda resta

Pubblicato il 24/01/2017
Jacopo Iacoboni

La notizia dell’avviso di garanzia è stata comunicata da Virginia Raggi a Beppe Grillo ieri mattina. Il capo del Movimento e Davide Casaleggio se l’aspettavano da giorni, così il post sul blog, tutto a uso interno, delinea una strategia che era stata decisa da giorni, e resterà l’editto bulgaro della militarizzazione del Movimento. «Siamo sotto attacco - si sono detti -, adesso chi parla fuori dalle righe verrà punito, non ci sarà un futuro per lui». Nessuna candidatura, nessuna futura legislatura.

LEGGI ANCHE - Roma, Raggi indagata per abuso e falso 

Il post, che tutti leggono contro Fico, in realtà avvisa Fico (se lui o altri pensano di usare l’indagine sulla Raggi per cavalcare una rivolta interna, «saranno fatti fuori»), ma prova anche a tenere in piedi la giunta Roma. Davide Casaleggio non vuole mollare assolutamente la Raggi. Il disastro della sindaca non è tanto l’avviso di garanzia in sé, da cui il nuovo codice etico M5S l’aveva già protetta ad personam, ma il fatto che - osserva un parlamentare di peso - «ha mentito quando ha detto che Marra era solo uno dei 23 mila dipendenti capitolini». E anche ieri, aver detto «invito a comparire» e non «avviso di garanzia» ha suscitato ire e scherno tra i parlamentari suoi nemici.

Ecco perché Grillo ha bisogno della militarizzazione, e degli avvertimenti preventivi. Con la sindaca indagata per due presunti reati, il fronte della rivolta avrebbe potuto rialzare la testa: non solo Fico, ma anche Roberta Lombardi, una che a modo suo sa fare politica e aveva definito Raffaele Marra «un virus che ha infettato il Movimento», la stessa che ha dato un sostanziale via libera a una riunione vera e non sul web dell’assemblea che si sta pensando a Roma.

Il non detto dei capi del M5S è che molti di quei settanta parlamentari che hanno seguito la rivolta anti-Di Maio non saranno inseriti tra i candidabili. La Casaleggio sta facendo uno scouting che sostituirà i riottosi, cercando anche competenze migliori: impresa non titanica. L’episodio scatenante è stata la dichiarazione di Fico critico sulla passione di Grillo per Trump. Ma è Raggi, non il neo presidente Usa, il vero nervo scoperto. C’è tutto questo dietro il post di ieri di Grillo, in cui arriva a negare elementari libertà costituzionali dei parlamentari: «I portavoce eletti del Movimento 5 Stelle hanno un compito ben definito: dedicarsi al compimento del programma. Il programma per le prossime elezioni non sarà definito dai parlamentari ma dagli iscritti. Chi non sarà d’accordo potrà perseguire il suo programma in un’altra forza politica», sempre che riesca a farsi eleggere, spiega il testo.

Poi prosegue: «Tutte le uscite comunicative dei portavoce (partecipazioni a eventi, interviste alla tv, interviste ai giornali, post sui social network riguardanti l’azione politica del Movimento 5 Stelle e simili) devono essere concordate assieme ai responsabili della comunicazione». Persino tweet e post su Facebook, insomma, vanno decisi coi vertici. Passando attraverso tre persone, Ilaria Loquenzi alla Camera, Rocco Casalino al Senato e Cristina Belotti all’Europarlamento.

Un senatore si sfoga: «Noi, parlamentari della repubblica, dobbiamo chiedere se poter parlare a tre comunicatori di cui una esibisce un curriculum (pubblicato sul meetup romano “Cittadini in Movimento”) nel quale compie strafalcioni di ortografia italiana e inglese, “sono un ufficio stampa”, con “capacità di foundraising”, “sono anche un artista visiva”, senza apostrofo. Un altro è un ex del grande fratello di cui Emilio Fede ha recentemente detto “Casalino l’ho aiutato, ma lui non è stato riconoscente”. La terza, nuovo capo comunicazione in Europa, era un’assistente nei programmi di Del Debbio».

Trionfa la logica del colpiscine uno per educarne cento. D’Incà, Morra, Nugnes, Sibilia, Tamburrano, sono in tanti ora a esser guardati con sospetto. Il loro futuro politico è molto a rischio. Altri si sono allineati mestamente. Dulcis in fundo Alessandro Di Battista, tenendo un comizio contro i giornalisti a Roma («ci spalano m... addosso») davanti a un capannello di ambulanti, si è trovati dinanzi a un pubblico che gli ha promesso: «Servi bastardi, li ammazziamo noi». 

LEGGI ANCHE - Referendum sull’autonomia in Veneto: prove d’asse tra Movimento 5 Stelle e Lega 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/24/italia/politica/chi-parla-senza-via-libera-non-sar-ricandidato-a-rischio-parlamentari-del-ms-yAqYyFJ2FKDnDi0rDA63mM/pagina.html
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« Risposta #79 il: Febbraio 26, 2017, 11:55:49 »

Roma, via libera allo stadio meno cemento e niente torri
La Raggi finisce in ospedale, poi a sera trova l’intesa con la società sul taglio delle cubature. Militanti romani in rivolta, editto di Grillo

Virginia Raggi ha avuto un malore ed è stata trattenuta in ospedale al San Filippo Neri, nove ore, per accertamenti, che hanno escluso problemi seri
Pubblicato il 25/02/2017
Ultima modifica il 25/02/2017 alle ore 07:17
JACOPO IACOBONI
ROMA

Alla fine il punto d’incontro per fare lo stadio della Roma s’è trovato: il 50 per cento di cubature di cemento in meno, un business park dimezzato, niente più ponte sul Tevere, addio tre torri. Ma restando a Tor di Valle. Il compromesso che tiene in vita il M5S a Roma.

Ci si è arrivati in un incontro avvenuto a tarda sera tra la sindaca e i capi della Roma, dopo che in mattinata Virginia Raggi sindaca si è sentita male e è stata trattenuta in ospedale, nove ore, per accertamenti, che hanno escluso problemi seri. Nel frattempo il Movimento da una parte si riorganizzava all’interno, e dall’altra faceva la spola con i vertici della Roma.
 
LEGGI ANCHE - Stadio Roma, c’è l’accordo: si farà a Tor di Valle Lieve Malore per la Raggi in mattinata 
 
Nel Movimento i capi hanno sempre dato la linea all’interno attraverso i post scriptum ai post; l’ultimo - totalmente inosservato dai media - è stato un ps sul blog di Grillo, un messaggio chiarissimo (anche i grillini hanno il loro politichese): in tre righe sotto un testo in cui si parlava completamente d’altro c’era scritto: «Ps. Francesco Sanvitto e il cosiddetto tavolo urbanistico non parlano a nome del Movimento 5 Stelle e non sono titolati a farlo». Sanvitto è il coordinatore del tavolo urbanistico, architetto, vicino politicamente alla Lombardi, e organizzatore della manifestazione sotto il Campidoglio (o meglio: quella che la Raggi ha concesso di fare dietro) l’altro giorno, per protestare contro quello che moltissimi nel M5S romano giudicano «lo stadio del cemento».
 
Insomma: Grillo si è reso conto che lo stadio è una partita strategica sulla quale il Movimento può restare persino sepolto, e ha cercato di dare una mano alla sindaca, assai provata da tutti i punti di vista, per farlo, in qualche modo. Ma come? Sceso a Roma convinto di battezzare un sì, s’è reso conto che il Movimento è seduto sopra un’autentica bomba a orologeria: molto meglio assecondare le proteste dei tifosi romanisti (in maggioranza, elettori della Raggi), che le proteste di quel che resta del nucleo storico di grillini romani, riassunte da Sanvitto, dal celebre post della Lombardi, ma anche - per fare solo un esempio – ben simboleggiate da Francesca De Vito, sorella di Marcello.
 
Lombardi, vistasi progressivamente isolata dai capi, dal suo punto di vista è stata comunque abile. Ha coagulato attorno a una fortissima critica del progetto originario almeno quindici consiglieri. Per farla breve: ha saputo fare - unica - politica, nel deserto di capacità degli altri. In questo modo ha fatto capire che a Roma Grillo deve passare comunque da lei.
 
Qual è però il pacchetto che Raggi ha potuto proporre, prima ai consiglieri poi nell’incontro serale con la Roma? Tolta di mezzo l’idea dello spostamento, giudicata totalmente impraticabile dalla Roma (e da Parnasi), la via è stata una cospicua decementificazione o, come dice una fonte, «una diversa rimodulazione del progetto, con minore intensità di costruzione». Insomma, molto più verde e meno cemento.
 
La rabbia però rimane, in quei militanti che ritenevano il M5S più intransigente nelle trattative coi costruttori. Sanvitto, su un sito romano, romatoday, ieri attaccava: «Non ho mai sostenuto di parlare a nome del Movimento. Siamo semplicemente un tavolo di militanti che da tre anni a questa parte sostengono la stessa posizione sul progetto dello stadio. Fino a che il M5S era all’opposizione andavano bene. Oggi non più. Grillo faccia pace con il cervello. Ce ne faremo una ragione». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/25/italia/politica/roma-via-libera-allo-stadio-meno-cemento-e-niente-torri-BXldZ6lB4h7GkbHKOqysZN/pagina.html
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« Risposta #80 il: Marzo 16, 2017, 12:35:43 »

Lo Statuto M5S inchioda Grillo “titolare” e “gestore” del blog
Dopo la nuova denuncia per diffamazione, scaricabarile del fondatore con la Casaleggio e con chi gestisce manualmente i social e “gli account” (al plurale).
Il Pd chiede un milione di danni. La causa è in piedi, solo spostata da Genova a Roma
Beppe Grillo, per difendersi dalla querela per diffamazione e dalla richiesta di danni milionaria, fa scrivere ai suoi legali: «Orbene, il blog citato dall’attore (...) è gestito dalla Casaleggio Associati srl, e non da Giuseppe Grillo»

Pubblicato il 16/03/2017 - Ultima modifica il 16/03/2017 alle ore 10:10

JACOPO IACOBONI

È una vicenda che, assieme ad altre, può entrare nel cuore della cyberpropaganda pro M5S e diventare un caso di scuola. Nella memoria difensiva per una nuova querela per diffamazione arrivata a Beppe Grillo dal Pd (il blog e tweet diedero sostanzialmente dei corrotti a Renzi e Boschi per Tempa Rossa, i due non furono mai neanche indagati; ora il Pd chiede un milione di danni), gli avvocati del capo del M5S scrivono: Grillo «non è responsabile, quindi non è autore (suo sinonimo), né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del blog, né degli account twitter (corsivi nostri), né dei tweet e facebook, non ha alcun potere di direzione né di controllo sul blog né sugli account twitter, né dei tweet o facebook, e tanto meno di, e su, ciò che ivi viene postato».

 Grillo scarica addosso ad altri eventuali denari da pagare, separandosi da ciò che avviene in suo nome nello spazio cibernetico. Ma addosso a chi? Alla Casaleggio? Al dipendente che gestisce i suoi social? A uomini della comunicazione ufficiale, o dell’Associazione Rousseau? E «gli account», quali sono esattamente? Gli avvocati non usano il singolare (eppure l’account in causa qui è solo quello di Grillo). Usano il plurale.
 
La memoria è firmata da tre legali, Enrico Grillo, Guido Torre, Michele Camboni. Il primo è il nipote di Beppe e, soprattutto, è tra i firmatari (assieme al comico e Enrico Maria Nadasi) di un atto storico, il cosiddetto statuto di cui il M5S si dovette dotare (nel dicembre 2012 a Cogoleto, vicino a Genova) per evitare, disse il fondatore M5S, di correre il rischio di non potersi presentare alle elezioni. Oggi Grillo dice: «Rispondo solo dei post firmati». Tuttavia in quell’atto fondativo, all’articolo 4, è scritto il contrario: «Giuseppe Grillo, in qualità di titolare effettivo del blog raggiungibile all’indirizzo www.beppegrillo.it (...), mette a disposizione dell’Associazione Movimento cinque stelle la pagina del blog». La conclusione: «Spettano quindi al signor Giuseppe Grillo (...) titolarità e gestione della pagina del blog». Peraltro, nella memoria difensiva attuale Enrico Grillo è difensore di Beppe Grillo; nello «statuto» del M5S è, circostanza mai smentita, vicepresidente M5S. Nella pagina del blog, invece, sta scritto che Grillo è titolare per la privacy, e la Casaleggio è titolare del trattamento dei dati. L’intestatario formale è (cosa nota) tale Emanuele Bottaro.
 
È un sistema che rende difficile, ma non impossibile, accertare responsabilità di testi, e favorisce le anonimizzazioni; facebook e account su twitter pongono più problemi di individuazione. Oggi gli avvocati di Grillo scrivono anche (al punto D): «Orbene, il blog citato dall’attore (...) è gestito dalla Casaleggio Associati srl, e non da Giuseppe Grillo». Grillo ci sta dicendo, insomma: prendetevela con ciò che avviene in Casaleggio? Sarebbe la rottura di un vecchio patto che aveva; ma con Gianroberto; non con Davide.
 
Marco Canestrari, ex di quell'azienda, spiega: «ll blog è il centro di un progetto di cui Grillo non è ideatore né amministratore, ma testimonial. Per un po’ Grillo è stato tenuto al corrente delle iniziative della Casaleggio. Poi si è solo fidato. Ora non lo riguardano. O così vorrebbe. In diverse circostanze, il ruolo di chi si offre di accollarsi determinati oneri è detto “prestanome”».
 
Gianroberto Casaleggio - al Fatto che gli chiedeva «quanti post del blog sono suoi e quanti di Grillo?» - rispose: «Sono tutti nostri. Ci sentiamo sei-sette volte al giorno per concordarli, poi io o un mio collaboratore li scriviamo, lui li rilegge. E vanno in rete». Scomparso lui, cosa è successo? Mesi dopo la sua morte, con lo spettro di dover pagare tanti risarcimenti danni, Grillo si sta separando dall’azienda, e dalla cyberpropaganda pro M5S?
 
La causa, contrariamente agli alternative facts esposti ieri sul blog, è in piedi. È stata solo riassunta da Genova a Roma, da qui a tre mesi.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/03/16/italia/politica/lo-statuto-ms-inchioda-grillo-titolare-e-gestore-del-blog-qsxMd8e28cDQpU1a9E0vtJ/pagina.html
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« Risposta #81 il: Marzo 25, 2017, 01:41:32 »

De Masi: lavorare gratis ci salverà. L’ho spiegato alla Casaleggio, a Grillo e Davide piaceva l’idea
Il sociologo corteggiato dal M5S: «Le epurazioni? Possono essere anche una garanzia. Se capisci prima chi non va bene puoi evitare i casi Raggi»
Dopo la cena lunedì sera all’Hotel Forum con l’assessore di Roma Massimo Colomban, parla il sociologo De Masi, e racconta il suo incontro con Grillo e Casaleggio junior

Pubblicato il 22/03/2017 - Ultima modifica il 22/03/2017 alle ore 07:10

JACOPO IACOBONI

«Io, sulle orme di Touraine, o di Daniel Bell, teorizzo che tra dieci anni i partiti somiglieranno molto più al Movimento Cinque Stelle che non alla Dc».
 
Professor De Masi, non la preoccupano lievemente le epurazioni, o il populismo? 
«Beh ma oggi chi non è populista? Anche Renzi lo è».
 
La conversazione con Domenico De Masi, sociologo, autore di slogan come «lavorare gratis, lavorare tutti», o «la disoccupazione ci salverà», è divertente, sebbene talora lunare. Oggi De Masi è uno dei consulenti interpellati da duo Grillo-Casaleggio jr.
 
Com’è nato questo suo rapporto con Grillo? 
«Vennero da me due parlamentari M5S, Cominardi e Ciprini, e mi chiesero se esistevano metodi sociologici per capire come evolverà il mercato dal lavoro tra dieci anni. Ne è venuta fuori una ricerca, che ora Chiarelettere pubblicherà».
 
E Grillo quando arriva? Cosa gli interessa, dei suoi lavori, il «lavorare gratis lavorare tutti»? O «il futuro è dei disoccupati»? La sua tesi è nota, e fa assai discutere: lavorando gratis si avrebbe comunque una soddisfazione e un reinserimento, lei ritiene. 
«Grillo legge il rapporto e mi telefona. Chiedeva di passare un’oretta con me. Sono andato a Milano. C’erano lui e Casaleggio, il giovane. Avevano la ricerca con tutte sottolineature. Avevano un’ora di tempo, siamo stati tre ore. Ho spiegato che il lavoro diminuirà ancora. Spero che tutto questo si traduca poi in proposte di legge».
 
Tipo? 
«La prima potrebbe essere la riduzione dell’orario di lavoro a 36 ore».
 
Ma non è un po’ l’apologia della decrescita quando la gente invece vorrebbe lavorare? 
«Ma no, è il sogno di Aristotele, la jobless growth! È il progresso, per fortuna».
 
E Grillo e Casaleggio? 
«Casaleggio è stato zitto tutto il tempo, Grillo faceva tante domande. Ma erano profondamente incuriositi. Li ho trovati molto più interessati dei soliti manager miei committenti. Bisognerebbe dargli un poco più di credito».
 
Le epurazioni non aiutano, in tal senso. 
«Però se io avessi intuito prima com’era la Raggi, forse l’avrei mandata via. Secondo me è anche una garanzia, di non ricadere in errori fatti».
 
Ah. Capisco. Lunedì era a cena al Forum. 
«Sì ma con Colomban, non Grillo; domani devo fare una conferenza con lui. Un assessore atipico».
 
Con simpatie quasi leghiste, dicono. Che ci fa lei, un molisano? 
«Ah, davvero? Non lo sapevo. Di questo Colomban so pochissimo. So che ha venduto l’azienda e ha comprato un castello, e ora deve fare l’assessore a Roma. L’abbiamo chiamato, con Luigi Abete, imprenditori e professori, a raccontarci la sua idea. È già venuto Visco, poi Padoan. Volevamo capire che sta succedendo a Roma».
 
Il M5S va aiutato, lei crede. 
«Io ho sempre votato Pd, ma a me questi m’intrigano. Parliamoci chiaro: Craxi, che ha ereditato un partito di 150 anni, non ha mai superato il 16%, questi stanno al 33%».
 
Ma non la spaventano il populismo, l’autoritarismo, le loro pratiche sul web? 
«Ma diciamoci la verità, chi è che non è stato un po’ populista in questi anni? Ormai ogni partito è un uomo che decide tutto. Potremmo avere un parlamento di sette otto persone».
 
A bruciapelo: farebbe il ministro del lavoro M5S? 
«Io? Mai. Mi chiamo De Masi e sono molto demasiano; sono inaffidabile, dal punto di vista di un partito».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/03/22/italia/politica/de-masi-lavorare-gratis-ci-salver-lho-spiegato-alla-casaleggio-a-grillo-e-davide-piaceva-lidea-fQ4MVVdT7gV7uVudDTa3EI/pagina.html
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« Risposta #82 il: Aprile 08, 2017, 05:11:18 »

A Ivrea la convention M5S: “Non è la nostra Leopolda, qui parliamo di futuro”
La kermesse della neonata fondazione Casaleggio si è aperta con un video con alcune parole di Gianroberto Casaleggio
Pubblicato il 08/04/2017 - Ultima modifica il 08/04/2017 alle ore 13:26

JACOPO IACOBONI
INVIATO A IVREA

La convention della neonata fondazione Casaleggio a Ivrea si è aperta con un video con alcune parole di Gianroberto Casaleggio e una musica un po’ alla “Profondo rosso”. Nel filmato c’è un chiaro richiamo “olivettiano” che rimanda alla nascita dell’avventura di Gianroberto Casaleggio: sullo schermo immagini della fabbrica novecentesca dove ormai di fatto sono nati i computer. Si è partiti da un richiamo quasi operaista a una certa identità del Movimento 5 stelle, che forse non è quella prevalente ma è esplicitamente richiamata, e si è finiti a mostrare scene di computer e di tastiere, scene più contemporanee e più legate all’immaginario, nel bene e nel male, del Movimento e dell’azienda che lo guida. 

«Siamo nella vecchia fabbrica della Olivetti dove venivano fatti i tasti della Valentine ed è anche il posto dove lavorava mio padre quando era progettista di sistemi operativi. Quindi l’Olivetti ha lasciato un’aura in questo Paese e volevamo intercettare quest’aura per iniziare a ragionare sui temi del futuro. Oggi abbiamo invitato esperti che ci possano parlare di futuro», ha detto Davide Casaleggio. E a chi gli ha chiesto se sia la Leopolda del M5S Casaleggio sorridendo ha risposto: «Oggi non stiamo parlando di politica, stiamo parlando di futuro».
 
In sala ci sono tutti i principali leader di questa forza politica che ormai si candida a governare il Paese con il suo aspirante premiere Luigi Di Maio, che è seduto accanto alla compagna Silvia Virgulti, in elegante giacca verde e camicia verde smeraldo. C’è Roberto Fico che entrando ha ribadito di restare contrario al Bilderberg, anche per mettere a tacere tutte le polemiche sugli avvicinamenti alle lobby. C’è Di Battista che è sempre molto acclamato. C’è soprattutto una platea abbastanza interessante di piccoli e medi imprenditori. 
 
In sala poi ci sono Enrico Mentana, Antonio Di Pietro, Artom, un imprenditore da sempre vicino al M5s e soprattutto a Casaleggio, e ci sarà più tardi Sebastiano Ardita, il procuratore aggiunto di Messina, che di fatto dovrebbe essere l’unico del lungo corteggiamento del Movimento ai giudici perché Francesco Greco avrebbe deciso di non venire. Ma la giornata è lunga e finirà intorno alle sette di stasera, dunque potrebbero esserci sorprese. 
 
Tutta la scena è molto televisiva, un format in nero, sobrissimo nero e rosso, come se la parte di Gianroberto Casaleggio fosse quella che riporta alla sobrietà in mezzo a tante derive mediatiche, propagandistiche, a tante ombre che minano la crescita del Movimento.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/08/italia/politica/a-ivrea-la-convention-ms-non-la-nostra-leopolda-qui-parliamo-di-futuro-P1N6jyisV2yiGc1nPIU9OP/pagina.html
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« Risposta #83 il: Aprile 09, 2017, 04:50:56 »


Molto marketing, poca politica: una kermesse in stile aziendale
Il forfait di Nespoli è un caso, pochi giovani in platea. Gli attivisti: “E le donne?”
Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto Casaleggio, guida ora l’omonimo studio che «gestisce» le piattaforme dei grillini oltre al sistema Rousseau per la partecipazione online degli attivisti
Pubblicato il 09/04/2017 - Ultima modifica il 09/04/2017 alle ore 07:27

Jacopo Iacoboni
Inviato a Ivrea (to)

È stata una partita bloccata a centrocampo, in cui è mancato il colpo del fuoriclasse. Francesco Greco alla fine non è venuto, quel tipo di legittimazione, culturalmente definitiva, per la Casaleggio ancora non c’è. Ma siamo vicini. Un format costruito come fossimo a La7, e non nella Olivetti di Ivrea, ma un problema ancora irrisolto: la Srl milanese che controlla il Movimento si allarga alla società, la società è tentata (sono i probabili vincitori), ma anche preoccupata, non si fida fino in fondo. E così alla fine il procuratore di Milano non viene. L’astronauta Paolo Nespoli non viene. Altri magistrati hanno rifiutato l’invito. Casaleggio senior amava fare, in azienda, un giochino, lo chiamava la «mappa del potere italiano», consigli di amministrazione, poteri, pezzi di Stato. Ecco: qui c’è per ora una tentata, mappa del potere M5S.

Gianluigi Nuzzi, uno dei due speaker ufficiali di questa giornata per ricordare Gianroberto Casaleggio (l’altro è Franco Bechis), dice la verità, forse stizzito: «Abbiamo invitato tanti magistrati: qualcuno ha detto sì, qualcuno ha detto no, qualcuno ha detto prima sì e poi no». E sulla defezione dell’astronauta Nespoli: «Non vorrei che qualcuno gli avesse detto che se fosse salito su questo palco, poi non sarebbe più salito su una navicella». Non è chiaro a chi si riferisse, ma esprime frustrazione: per ora l’operazione di entrare in mondi nuovi riesce solo a metà. Viene Sebastiano Ardita, un fuoriclasse della magistratura. Alla fine, grande il contributo di Enrico Mentana («non sono diventato casaleggiano», ripete, e fa un discorso contro gli alternative facts dei social network, un po’ come parlare di corda in casa dell’impiccato,) e Marco Travaglio a tener su la cosa, con ritmo più televisivo, evita l’afflosciamento.

La platea non è semplicemente grillina. Ci sono tanti pensionati, per esempio Luciano Mion, 70 anni, ex della Olivetti: «Sono venuto qui perché conobbi Gianroberto, qui lo chiamavamo l’ombroso». Oppure queste due ragazze, studentesse di ingegneria, Greta di Novara e Lucrezia Tascini di Milano, che domandano: «Ma è possibile non ci sia una donna una sul palco?». Niente musica, a parte quella iniziale, un po’ alla Goblin di Profondo rosso. Le uniche evocazioni sono le frasi di Casaleggio messe su delle pile di fogli, casomai qualcuno proprio volesse strapparle e portarsele a casa. 

Ci sono due movimenti, qui. La Casaleggio, che parla e sceglie chi deve parlare, e il Movimento dei parlamentari, che devono ascoltare. Non resta loro ormai che rivolgersi ai giornalisti. Roberto Fico dice a Sky che «la riunione del Bilderberg continuiamo a contestarla, ben venga che queste persone escano allo scoperto e le vediamo». Alessandro Di Battista fa battute («Se parlate di Leopolda querelo»). Di Maio è in seconda fila: la sua investitura non pare così scontata, oggi. Chiara Appendino nel frattempo è salutata affettuosamente da Davide Casaleggio. Ripete: «Faccio il sindaco di Torino, e farò questo i prossimi anni». Vedremo.

C’è il capo di Google in Italia, Fabio Vaccarono, evoca le «enormi possibilità di accesso all’informazione» (nessun riferimento però alla questione fake news e blog di Grillo). Nicola Bedin, il managing director del San Raffaele, un tempo considerato un istituto berlusconiano: sic transit gloria mundi. Oppure Paolo Magri, il direttore dell’Ispi.

Nicola Morra riflette, «la libertà si conquista, anche dentro il M5S, e io me la prendo», a chi gli chiede delle cose che non vanno. Gli interventi filano via un po’ soporiferi, più speech aziendali che politici. Carlo Freccero, sempre franco: «Il Movimento dev’essere una cosa più stropicciata, meno leccata, ci vorrebbe anche gente critica, su quel palco, e loro dovrebbero accettarla». Alle sei di sera Aldo Giannuli, la mente più antiveggente di quelle legate a Gianroberto Casaleggio, sorride disincantato: «Ogni tanto li faccio arrabbiare. Ma mi accettano. E se accettano me vuol dire che non sono così antidemocratici». Poi si allontana, immagine di un Movimento elegante e professorale, che probabilmente non c’è mai stato.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/09/italia/politica/molto-marketing-poca-politica-una-kermesse-in-stile-aziendale-92QRnEBjjAOjADcgXUlYBN/pagina.html
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« Risposta #84 il: Aprile 11, 2017, 06:29:47 »

I 5 stelle e il partito dei giudici

Pubblicato il 10/04/2017 - Ultima modifica il 10/04/2017 alle ore 07:15

JACOPO IACOBONI

Ci sono un paio di fotografie - opposte - che vanno isolate dalla convention di Ivrea in ricordo di Gianroberto Casaleggio. La prima è l’istante in cui è salito sul palco Sebastiano Ardita, il procuratore aggiunto a Messina, autore di inchieste importanti, spesso concluse con condanne, non con dei nulla di fatto, come altri pm. Pochi hanno notato che Beppe Grillo è arrivato esattamente in quel momento, per sentire proprio quell’intervento.

La seconda fotografia è Antonio Di Pietro che diceva in giro «sono qui perché tanti anni fa ho collaborato con Gianroberto Casaleggio», e si è fermato a lungo a parlare con Luca Eleuteri, esecutore di Gianroberto a cui fu demandata - in Casaleggio - la pratica Italia dei Valori. Due vecchi amici, ma nulla più.
 
Ecco: la seconda foto è l’immagine, ormai sbiadita, della Casaleggio che progetta il «partito dei giudici», che fu poi incarnato dall’allora pm più famoso d’Italia. La prima invece è l’immagine della Casaleggio che sta maturando una svolta nel rapporto tra Movimento e giustizia: non più il «partito dei giudici», ma un «partito nei giudici». L’espressione è di una fonte che conosce esattamente le cose di cui si è parlato in alcune chiacchierate riservate a Ivrea. Attorno a un tema centrale: che posizione dovrà assumere il Movimento sulla giustizia, e sui giudici?
 
È noto che il sogno M5S sarebbe poter presentare il nome di Piercamillo Davigo (in caso di vittoria elettorale) come il preferito in una ipotetica rosa da sottoporre al Quirinale. Ma chi lo conosce sostiene: «Non accetterà, quasi al cento per cento». A parte quel quasi, qual è allora l’opzione subordinata dei grillini?
 
Il partito di Davide Casaleggio potrebbe assumere, a breve, una posizione molto forte sul tema: separazione - drastica, assoluta - tra magistratura e carriere in politica. Guarda caso, è la linea che sta cercando di imporre - nella corsa lunga per il Csm - la corrente «Autonomia e Indipendenza», dove tra l’altro militano Davigo e Ardita. Questa presa di posizione sarebbe in forte contrasto con un altro partito trasversale, in magistratura, più disposto agli scambi con la politica (in doppia direzione). Scambi che hanno visto esperienze anche diversissime, ma non sempre brillanti, da Di Pietro a Ingroia, da De Magistris (lanciato sul blog di Grillo assieme a Sonia Alfano) a Piero Grasso.
 
Se questo piano B si realizzerà, il M5S passerebbe dal «partito dei giudici» (quella era l’Idv) al «partito nei giudici», una nuova forma di collateralismo che assicurerebbe, a un tempo, controllo di palazzo Chigi e legame - c’è chi dice addirittura subalternità vera - con un gruppo di toghe amiche.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/10/italia/politica/i-stelle-e-il-partito-dei-giudici-vzbO0WNeMtS20RxmgGc5CO/pagina.html
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« Risposta #85 il: Aprile 13, 2017, 06:16:37 »

La difesa di Grillo evoca i contratti e-commerce.
Cassimatis sospesa dal “gestore” senza nome
La strategia degli avvocati: chi si candida accetta con il clic un testo “mutuato” da quelli con le aziende web, che dà ai due capi poteri assoluti
Marika Cassimatis. Vincitrice delle votazioni online del 14 marzo per scegliere il candidato sindaco del Movimento a Genova

Pubblicato il 13/04/2017 - Ultima modifica il 13/04/2017 alle ore 07:18

JACOPO IACOBONI

Un groviglio di articoli e commi, regolamento, statuto e codice etico, codicilli nei quali alla fine è certamente arduo orientarsi, anche dal punto di vista giuridico.

A Genova gli avvocati di Grillo - che si riservano ora un reclamo, e in extremis il ritiro del simbolo - contro la Cassimatis le hanno tentate tutte: a partire dall’assenza di «interesse soggettivo ad agire» da parte della ricorrente. Il 17 marzo Grillo «scomunicò» la candidata vincitrice delle votazioni online del 14 marzo. Lei fece ricorso al tribunale civile. Solo dopo - il 6 aprile, la causa era già in piedi - il Collegio dei Probiviri M5S (tre parlamentari di nome Riccardo Fraccaro, Nunzia Catalfo, Paola Carinelli, nessuno dei quali noto alle cronache per distinguo con la linea della Casaleggio) ha sospeso Cassimatis. 
 
L’atto è stato usato dalla difesa di Grillo per sostenere che lei, in quanto sospesa, non è più nel Movimento, e non è quindi titolata ad agire. Era andata bene con Venerando Monello e il suo ricorso contro il contratto della Raggi a Roma, ma non è andata bene stavolta: il giudice non ha minimamente accolto questa parte della strategia della Casaleggio.
 
LEGGI ANCHE - Casaleggio e il caso Genova. “Aumentiamo i votanti certificati” (Lombardo) 
 
Nella difesa vi è qui una prima falla: gli avvocati citano il Collegio dei probiviri grillini, che tuttavia, nel provvedimento di sospensione della Cassimatis, scrisse - grossolanamente - «vista la comunicazione del gestore del sito del Movimento 5 stelle, a questo collegio pervenuta, sospendiamo...». Chi è il gestore del sito ufficiale del M5S, www.movimento5stelle.it? Trasparenza, zero. Il sito cita però nei credits della pagina il blog www.beppegrillo.it, e spiega «i contenuti di questo sito sono rilasciati sotto licenza (creative commons)». In sostanza, i probiviri scrivono che una sospensione viene varata «vista la comunicazione del gestore». Il titolare dei dati del blog di Grillo è la Casaleggio associati; il gestore è, principalmente, un suo dipendente, oggi all’Associazione Rousseau. I legali di Grillo stanno dicendo - in maniera politicamente rilevante - che, su punti chiave, non decide neanche Grillo, ma «il gestore»? E chi è?
 
Il secondo elemento difensivo è che il capo M5S ha invalidato la votazione che scelse Cassimatis perché, dice, arrivata senza il preavviso di 24 ore (stesso argomento usato dalla Cassimatis per far invalidare il successivo voto, che «elesse», si fa per dire, il rivale Pirondini). I giudici l’hanno ritenuto irrilevante.
 
Il terzo punto è importantissimo: la Casaleggio sa di avere un pesante baco nei testi grillini (sparsi in tre luoghi: regolamento, statuto, codice etico), esattamente nelle ultime due righe dell’articolo 2 del regolamento M5S: «Le decisioni assunte dall’assemblea nella scelta dei candidati sono vincolanti per il capo politico». È un principio assembleare vero: dunque pericolosissimo. È in base a questo, nella sostanza, che Cassimatis vince il ricorso. Sennonché, la vittoria riconosce anche quel regolamento; che invece era stato definito «nullo giuridicamente» a Napoli. È un aspetto notevole, di questa guerra. La Casaleggio, nella causa persa, incassa insomma un riconoscimento (da un tribunale) del contestato testo che è alla base delle espulsioni. Perde sul garante, e su votazioni già avvenute, ma da oggi in poi si potrebbe organizzare prima del voto.
 
La figura del garante, attenzione, esiste: è stata aggiunta, ma solo nel Codice etico grillino. Nel codice, però, il garante può escludere dei candidati solo per motivi di pendenze penali in corso; non per astratte valutazioni sulla loro moralità. Solo che poi Grillo e la Casaleggio fanno votare ai candidati anche una form (un modulo) su Internet in cui è scritto che il garante «può escludere dalla candidatura in ogni momento e fino alla presentazione della lista presso gli uffici del Comune». Sostengono gli avvocati di Grillo, «mutuando la normativa dei contratti conclusi online» (quelli dell’e-commerce, in cui «il clic vale come consenso»). È questa la statuizione formale più alta, finora, dell’applicazione di regole del diritto commerciale alla politica in Italia.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/13/italia/politica/la-difesa-di-grillo-evoca-i-contratti-ecommerce-cassimatis-sospesa-dal-gestore-senza-nome-Xb5oQV4b6REaAgbMHltuUN/pagina.html

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« Risposta #86 il: Aprile 28, 2017, 12:19:33 »

Dall'ex premier a Letta e Calenda, i troppi aspiranti Macron italiani
L’ex premier Enrico Letta ha un rapporto personale con il candidato francese Emmanuel Macron
Pubblicato il 25/04/2017 - Ultima modifica il 25/04/2017 alle ore 07:14

JACOPO IACOBONI

È facile essere Macron in Francia, il difficile - e forse tragico - è cercare di esserlo in Italia, col proporzionale, senza doppio turno e senza barrage républicain. La fila è lunga ma, sostanzialmente, si riduce a tre personaggi (alcune comparse offrono simpatiche chiose al tema). 
 
Il primo personaggio è Matteo Renzi. Dice che «la vittoria di Macron potrebbe dare molta forza a chi vuole cambiare l’Europa. Chi ama l’ideale europeista sa che gli avversari sono i populismi». Poi precisa: «Ma sa anche che l’Europa è un bene troppo grande per essere lasciato ai soli tecnocrati». Renzi sta puntando tutto, e da anni, anche da prima di Macron, va detto, sul superamento della sfida tra sinistra e destra, ma capisce che, per come si sono messe le cose per lui nell’Italia 2017, la battaglia ai partiti populisti, o cyberfascisti, rischia di collocarlo dalla parte dell’establishment, delle odiate élite. E così sì, vorrebbe essere il Macron italiano, ma accentuando un profilo critico verso l’Europa esistente finisce per allontanarsene troppo: «L’elezione diretta del presidente della commissione, il cambio di paradigma della politica economica, l’Europa sociale, un piano per le periferie, la difesa comune e nuove politiche sulle reti e sulla ricerca: questo chiederemo a Bruxelles».
 
«Il problema è che in Italia nessuno ha avuto non l’ambizione di Macron, quella ce l’hanno, ma la sua visione strategica: mettersi fuori dal sistema dei partiti», riflette Alessandro Campi, politologo mai scontato. «In Italia tutti parlano del cambiamento, ma restano ancorati a forme di politica tradizionale. A Renzi fu anche suggerito, a un certo punto, di uscire dal Pd, di farsi un partito suo, e magari chiamarlo “In Cammino”». Uno scatto che non ha avuto. L’avranno altri, magari Calenda? 
 
Certo altri aspiranti Macron italiani sanno muoversi con più efficacia e agganci, almeno europei, sul presupposto - macroniano - che la vittoria contro i populismi arriverà solo da un vero partito europeista, oltre i partiti tradizionali, distante parecchio dalla retorica del «siamo per l’Europa, ma un’Europa diversa». E qui gioca, di sfondo, la figura di Enrico Letta (uomo che peraltro ha un rapporto personale, con Macron). L’ex premier continua a non avere contatti con Renzi, ma gioca una partita impossibile da ridurre al bersanismo. Difficile che ottenga di nuovo una chance di leadership in tempi brevi, ma non intelligente anche pensare di poterne fare a meno, per com’è messa l’Italia.
 
Lui lo sa, e da Sciences Po, dove aspetta gli eventi sulla riva del fiume, suggerisce un’analisi su Macron significativamente diversa da Renzi: «Il dato francese è rappresentato dalla fine del ciclo delle vecchie famiglie politiche che hanno caratterizzato la scena francese. Il rapporto ormai è fra il candidato e gli elettori. Bisogna fare tesoro di questa esperienza, figlia della nuova politica che si veicola attraverso internet, senza la mediazione dei grandi partiti politici. Può piacere o non piacere, si può essere d’accordo o meno, essere contenti o meno di questa evoluzione ma occorre prenderne atto. Chi non lo fa sarà spazzato via». Dove, a parte la curiosa inversione delle parti con Renzi, appare evidente che il macronismo di Letta è un europeismo post-partiti, quello di Renzi un preteso, e rischioso, europeismo anti-establishment.
 
Così potrebbe pure spuntare, in questa corsa, Carlo Calenda, un uomo capace, amato al Quirinale, all’impresa italiana, non troppo connotato politicamente col centrosinistra, anzi. In questo, davvero molto macroniano. E infatti Calenda si smarca dalla gara (ieri s’è limitato a una riflessione classicamente europeista - «il risultato di Macron fondamentale per la tenuta dell’Ue» - ma ha anche lievemente preso in giro, indirettamente, alcuni rivali: «La gara italica a chi è più Macron è sintomo di debolezza e provincialismo»). Macron sarebbe insomma, ci ricorda lui, l’Ena, banche importanti, studi prestigiosi, cosmopolitismo, apertura sui diritti, cultura metropolitana.
 
Ci sarebbero, poi, anche nel centrodestra emulazioni varie. A Stefano Parisi piacerebbe, occupare quello spazio geografico centrale della politica (anche se «augurarsi la vittoria di Macron non vuol dire condividere le politiche economiche e sociali che propone»). Renato Brunetta coltiva un gusto più rapido, comunque definitivo nel suo genere, più Macron di Macron: «Macron è un lib-lab. Come lo sono io». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/25/italia/politica/dallex-premier-a-letta-e-calenda-i-troppi-aspiranti-macron-italiani-exxjXZIuiALZGN14ou7B4J/pagina.html
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« Risposta #87 il: Aprile 29, 2017, 12:45:09 »

Militanti M5S denunciano: c’è un traffico di dati sensibili, identità digitali e password private
Online nuove rivelazioni di Supernova, il progetto di due ex collaboratori di Gianroberto Casaleggio.
Anche dei parlamentari sarebbero stati a conoscenza della vicenda catanese

Pubblicato il 28/04/2017 - Ultima modifica il 28/04/2017 alle ore 19:50

JACOPO IACOBONI

Militanti del Movimento che denunciano: per farci iscrivere a un meet up ci hanno chiesto tutti i dati sensibili, il codice fiscale, e persino la password delle nostre mail private.

Parlamentari del Movimento che vengono a sapere della cosa da parte di alcuni di quei militanti, e ne discutono animatamente in una chat (anziché denunciarlo, alcuni si preoccupano che la cosa non esca fuori).
Infine un pc, con tutti i dati sensibili e le password, che sarebbe sparito e non si sa che fine abbia fatto.
 
Le rivelazioni di questi presunti traffici sono contenute nella nuova anticipazione di Supernova, il libro di due ex stretti collaboratori di Gianroberto Casaleggio, Nicola Biondo e Marco Canestrari, in uscita dopo l’estate. Il capitolo appena uscito s’intitola: “Traffico di dati sensibili, identità digitali e password private”. (Sottotitolo: “A Catania spunta pure un mercato delle tessere”). L’affaire deflagra nelle chat grilline, scrivono gli autori, il 24 aprile. «Se non escono i nomi di chi ha fatto girare questi moduli finisce a schifiu», attacca Giulia Grillo, all’epoca capogruppo uscente M5S a Montecitorio, che vuole vedere chiaro in questa storia.
 
«Al centro della discussione c’è un modulo prestampato», scrivono Biondo e Canestrari (e lo pubblicano). «È un modulo di iscrizione al Movimento cinque stelle e prevede una sfilza di dati sensibili: codice fiscale, estremi del documento di identità, recapiti telefonici e mail. Viene richiesta, verbalmente ma imperativamente, anche la password della mail privata (dice un parlamentare nella chat che abbiamo potuto leggere)».
 
Si tratta naturalmente di qualcosa di totalmente opposto ai principi di trasparenza e onestà del Movimento. «Chi conosce il Movimento sa che l’unico modo di iscriversi è passare dal portale Rousseau, e che nessun meet up può raccogliere iscrizioni e dati di questo tipo - scrive Supernova -. Due parlamentari catanesi, Giulia Grillo e Nunzia Catalfo, sono state allertate da alcuni attivisti. Postano in chat il documento. Vogliono sapere chi lo ha utilizzato».
 
Oltre a non ottenere risposte soddisfacenti, scoprono di più. Un attivista segnala che, circostanza inquietante, proprio in quelle ore è sparito un pc da uno dei meet up catanesi. «Raccogliere dati sensibili senza averne titolo - ricordano Biondo e Canestrari - è un reato. Ma c’è di più. A dirlo è la stessa Catalfo: “Sembrerebbe che insieme al modulo è stata chiesta la password dell’indirizzo personale di posta. Se fosse vera questa cosa sarebbe gravissima. A nome del Movimento...”». In chat enumerano i testimoni di questa storia, chi dice siano quattro, chi ancora di più.
 
Si tratta - nella stagione delle tante ombre nelle pratiche cyber nel mondo pro M5S - di una vicenda allarmante. Biondo e Canestrari spiegano: «Dati sensibili raccolti senza autorizzazione, identità digitali che passano di mano, iscrizioni irregolari, password private. Chi detiene questo “pacchetto di dati” può, se vuole, aprire account a nome dei neo-iscritti». In altre parole, se si possiedono persino le password delle mail personali, si possono aprire account social collegati a persone reali, magari a loro insaputa. Cittadini, anche inconsapevoli, potrebbero anche finire con l’esser prestanomi involontari per “cyber operations”. Un caso limite, di cui - va specificato - in queste chat non si fa cenno.
 
Le parlamentari M5S capiscono che la storia è pesante, la richiesta di dati sensibili e di password fatta non si sa bene da chi. Può fermarsi in Sicilia, o salire lo stivale. Uno degli attivisti catanesi più in vista, si legge in Supernova, spiega che esiste persino «un tariffario», «un mercato delle tessere parallelo per ottenere una candidatura». Il militante osserva: «Adescano la gente ai banchetti o in sede. E poi gli presentano questo modulo per iscriversi al Movimento. E per candidarsi devono portarne 20 per il consiglio comunale e 50 per il sindaco».
 
Biondo e Canestrari raccontano anche di un confronto severo tra due parlamentari catanesi, su questa vicenda. Nunzia Catalfo scrive a Giarrusso: «Mario dobbiamo verificare chi lo ha prodotto [il modulo ndr.] non il testimone che lo denuncia, perché quello semmai lo verificherà la magistratura». E lui: «Testimone di che, se ci nascondi qualche cosa Nunzia non credo sia corretto». «Testimone di un illecito» (gli ribatte Catalfo la quale, scrivono Biondo e Canestrari, «è pienamente consapevole della gravità»). Mario qui qualcuno fa firmare moduli, chiede password personali a nome del Movimento». E Giarrusso: «Se lo fa è gravissimo e va subito cacciato. Ma vorrei sapere da dove vengono le notizie...».
 
Restano tante domande: è successo solo in un meet up catanese, o in altri meet up italiani? E soprattutto, esiste un utilizzatore finale di questi dati, password e identità digitali?
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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/28/italia/politica/militanti-ms-denunciano-attorno-al-movimento-un-traffico-di-dati-sensibili-identit-digitali-e-password-private-TSwtP0jadBcdI5JPPAToUL/pagina.html
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« Risposta #88 il: Maggio 09, 2017, 05:45:12 »

E la platea di ricercatori di Harvard tartassa l’aspirante candidato premier M5S
Uno degli studiosi: “Avevate promesso competenze, ma il vostro partito è fatto da persone con istruzione molto bassa, e lei non è neanche laureato”.
E il professor Archon Fung, introducendo l’incontro con Di Maio: “Il M5S partito populista di destra”
Pubblicato il 04/05/2017 - Ultima modifica il 04/05/2017 alle ore 10:46

JACOPO IACOBONI

Non è stata una passeggiata, quella di Di Maio ad Harvard. La serata non gli ha risparmiato un’introduzione piuttosto amara da parte del professore Archon Fung, che ha definito il M5S partito «populista di destra». Poi - dopo uno speech rigorosamente letto da un foglio che aveva in mano - Di Maio è stato bersagliato da domande naturalissime in America, ma alle quali non è abituato in Italia, domande sempre rispettose ma puntute, a volte anche molto severe. Il punto più imbarazzante è stato quando un ricercatore italiano che ha studiato ad Harvard, Mario Fittipaldi (caso ha voluto che venisse anche lui da Napoli - s’è concesso una battuta sul fatto che a tutti, anche a lui, piace la pizza e la mozzarella, e avrebbe preferito restare a fare ricerca in Italia anziché doversene andare così lontano) gli ha domandato: «Vi siete presentati sulla scena anche parlando di competenze. Ma io non accetto che questo partito sia fatto da persone con un’istruzione molto bassa, come anche lei, bisogna dire, che non ha finito l’università ma che parla di eccellenze universitarie. Paola Taverna, che faceva l’assistente di laboratorio, deve venire a spiegare a me, che studio queste cose da anni, come funzionano i vaccini?»».

Di Maio prima ha replicato timidamente («premesso che ognuno può avere le sue opinioni anche al di là del titolo di studio»...), poi, nel merito, ha scaricato sulla casta anche il problema dell’istruzione non eccezionale di tanti grillini: «Io sono uno di quelli che rappresentano una forza politica che voleva avere più tempo per formarsi, per crescere, per provare a governare questo Paese; ma visto che gli esperti, quelli preparati, lo hanno ridotto in queste condizioni, non abbiamo tempo per riuscire a organizzarci con lentezza. Per questo molti di noi hanno lasciato quello che facevano e hanno deciso di impegnarsi in prima persona per cambiare le cose. Ci riusciremo? Non lo so. Di certo io gli esperti li ho visti già all’opera, e abbiamo visto in che condizioni è l’Italia».
 
Insomma, ancora una volta l’aspirante candidato premier del Movimento cinque stelle si trova messo di fronte a certe «lacune» del suo curriculum (l’ultimo che gliele aveva fatte notare era stato il presidente del Senato Piero Grasso). Così la visita ad Harvard si è trasformata anche in un non facile esame. Lo stesso accademico che ha introdotto la serata, Archon Fung, professore di Democrazia e cittadinanza alla Harvard Kennedy School, si è sentito in dovere di precisare, a scanso di equivoci: «Anche noi abbiamo ricevuto tante lamentele perché invitavamo qui Luigi Di Maio. Per questo voglio spiegare lo spirito con cui lo riceviamo: è importante coinvolgere anche chi ha punti di vista molti diversi dai nostri. Abbiamo spesso speaker dal centro-sinistra, qualche volta anche dal centro-destra, ma un populista considerato di destra, non lo abbiamo mai avuto». Gli ha indorato la pillola dicendo che il suo partito potrebbe rappresentare «qualcosa di simile a ciò che è avvenuto con Trump», e che lui «potrebbe essere il prossimo primo ministro in Italia». Il tutto con un gran sorriso, ma con Di Maio che aggrottava la fronte.
 
Alla fine c’è stato anche qualcuno che ha chiesto a Di Maio un commento sulle opacità del M5S sui nuovi fascismi, obiettando che su questo in Italia il Movimento è stato assai poco chiaro, e tra l’altro spesso «si fonda su fake news e su teorie anti-scientifiche». La domanda, forse troppo imbarazzante, è stata stoppata cortesemente, anche perché tendeva a diventare troppo lunga. Insomma, una serata agitata e movimentata. Accanto a Di Maio, per tutta la serata, una traduttrice: il vicepresidente della Camera ha preferito leggere il suo discorso in inglese (senza poter ancora esibire la buona pronuncia di Virginia Raggi), e rispondere alle domande in italiano. Infine due parole sull’ente organizzatore della serata: lo “Yes Europe Lab” si definisce (dal sito) un laboratorio di azione civica europeista. Insomma, non fa parte della struttura istituzionale dell’Università di Harvard ma è animato da europei che frequentano l’istituto.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/05/04/italia/politica/e-la-platea-di-ricercatori-di-harvard-tartassa-laspirante-candidato-premier-ms-c1My2zyLXffO99nyX4C0bL/pagina.html
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« Risposta #89 il: Giugno 17, 2017, 10:52:14 »

Imposimato: Casaleggio invita la gente sbagliata, per questo non sono andato a Ivrea. E Di Maio non è all'altezza
«Ai loro eventi chiamano la Trilateral. A discutere di giustizia scelgono Cantone e non me. Parlo perché vorrei salvare il Movimento»
Pubblicato il 13/06/2017 - Ultima modifica il 13/06/2017 alle ore 16:12

JACOPO IACOBONI
«Incapaci». Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto di Cassazione, è stato il candidato del Movimento cinque stelle al Quirinale. La nostra conversazione avviene domenica pomeriggio, prima di conoscere i risultati del voto (ieri ci siamo solo brevemente risentiti), dunque le sue considerazioni non sono affatto influenzate dal flop M5S, né tanto meno opportunistiche. Il magistrato, che fu il più votato nelle leggendarie elezioni online sui server della Casaleggio, è un uomo che davvero piace tanto, storicamente, alla base originaria del Movimento: come furono Rodotà, Strada, la Gabanelli. La novità è che mai come in queste ore Imposimato sta usando parole dure sulle scelte del Movimento. Ha criticato le decisioni sullo stadio della Roma. Ha criticato l’accordo (poi fallito) voluto da Davide Casaleggio e Di Maio sulla legge elettorale. Non ne ama giravolte e opportunismi lobbistici.
 
Serve un passo indietro di Grillo per trasformare i 5 Stelle in un partito

Cosa sta succedendo, Imposimato? Il Movimento ha ormai tradito se stesso? 
«Ho scritto un post su Facebook per difendere una ottima cinque stelle, Cristina Grancio, vicepresidente della commissione urbanistica, che si rifiuta di votare al buio la pubblica utilità dello stadio, sollevando obiezioni serissime alla Raggi. La situazione è ingarbugliata. In un atto di significazione notificato al sindaco (ex art 9 D Lgs 241/1990) sono stati avanzati seri dubbi sulla stabilità economica finanziaria della Eurnova spa di Parnasi. L’impresa potrebbe essere coinvolta in una procedura fallimentare. Questo, domando alla Raggi, cosa significherebbe, per i cittadini romani? In più sarebbero a carico dei cittadini, cioè anche mio, 45 milioni di spese, che inizialmente incombevano su chi doveva realizzare lo stadio. È questo, il Movimento dei cittadini?».
 
La Raggi le ha mai dato ascolto? 
«Non ho rapporti con la Raggi».
 
E con Grillo e Davide Casaleggio? Cosa succede tra voi? 
«Grillo lasciamo perdere, non parlo con Grillo. Ho un buon rapporto con Davide Casaleggio, ma ultimamente le sue scelte mi lasciano perplesso».
 
È vero che era stato invitato alla convention della Casaleggio a Ivrea e ha deciso di non andare? 
«Come l’ha saputo? Ero stato invitato ma, pensi lei, a sentire, non a parlare. Le pare normale? Io, che sono stato il candidato al Quirinale del Movimento? Io, che sono un simbolo per loro, il giudice coraggio per i ragazzi grillini? E invece a parlare c’erano personaggi come De Masi. Perché, ho pensato, devo andare ad ascoltare uno che ha fatto campagna per il sì al referendum? E poi avevano chiamato gente della Trilateral, si rende conto? La grande sostenitrice del governo Renzi. Hanno poi fatto un incontro sulla giustizia, chiamando Cantone, e non me...».
 
Come se lo spiega? 
«Certamente il M5S vive di contrasti interni. Io sono contro le correnti, ma sono anche per il dissenso motivato. E se non sono d’accordo, lo dico. Scrivo e parlo per quella parte di Movimento che vuole salvare il Movimento».
 
Qualcuno lo sta affossando deliberatamente? 
«È più una questione di incapacità. Per me è stata una delusione Luigi Di Maio. L’ho sostenuto, ma non credo sia all'altezza della situazione. Se tu ti metti a fare una legge elettorale così sballata, fatta di nominati, con un accordo opaco con Renzi e Berlusconi, vuol dire che non sei capace».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/13/italia/politica/imposimato-casaleggio-invita-la-gente-sbagliata-per-questo-non-sono-andato-a-ivrea-e-di-maio-non-allaltezza-MRiiAvpAvHFtl7YLoruqzK/pagina.html
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