LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: JACOPO IACOBONI. -  (Letto 17103 volte)
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« Risposta #15 il: Gennaio 21, 2014, 05:51:53 »

20/01/2014
L'Italia che (non) sa votare le preferenze

Per salvare le preferenze Bettino Craxi - perdonate la citazione ovvia - invitò gli italiani ad "andare al mare" nel referendum del 1991 che chiedeva l'abolizione della preferenza plurima. Tra i tanti paradossi nella vicenda della riforma elettorale italiana del 2014 c'è persino che la forza più limpidamente anticraxiana e antiberlusconiana dello scenario italiano, il Movimento cinque stelle, lamenti soprattutto che nel sistema di voto su cui si lavora al momento non siano consentite le preferenze. Discorso a parte meriterebbe l'ira raggelata dei bersaniani, riassunta nella direzione del Pd nelle parole di Gianni Cuperlo (che ha chiesto una "consultazione" della base sulla proposta elettorale di Renzi); ma anche questa - sia pure nei modi obliqui propri della minoranza del Pd - si deve al fatto che la mediazione di Renzi non ha introdotto le preferenze che loro chiedevano (pazienza che abbiano cambiato idea rispetto a quando - era solo il 2012 - la sempre assertiva Anna Finocchiaro giurava solenne: "Se qualcuno vuole una legge elettorale con le preferenze sappia che non siamo disponibili". Non era un millennio fa, ma fa niente; in politica si cambia idea).
 
Naturalmente il vecchio partito socialista, come la Dc (che in questo gli era anche superiore), aveva prosperato su un'industria delle preferenze che prevedeva appunto la degenerazione, delle preferenze: la scelta dei candidati declinata come campagne elettorali costose, mercanteggianti, personalizzate, e sempre molto ben finanziate, da varie fonti, non solo pubbliche. I sostenitori M5S delle preferenze fanno un discorso del tutto diverso, questo è palese, volevano restituire agli italiani un potere di scelta che il Porcellum, dal 2005, ha di fatto negato al popolo: decidersi i rappresentanti.
 
E in astratto le preferenze sono davvero il sistema più giusto, quello preferibile, e anche - giuridicamente parlando - quello più "equilibrato". Poter scegliere direttamente qualunque candidato vogliamo, sottrarre questo potere alle arcane stanze delle segreterie dei partiti avrebbe significato riavvicinare i cittadini alla politica. Dobbiamo però pur ricordare cos'è accaduto in Italia, perché è qui che viviamo. Non sto dicendo che ci piaccia, l'Italia; semplicemente che è fatta così.

La storia è leggendaria, ci sono capitoli che paiono appartenere al degrado amaro narrato da Longanesi. Achille Lauro, approfittando delle preferenze anni cinquanta, regalava pacchi di pasta e scarpe spaiate, la seconda scarpa la dava dopo il voto se uno forniva prova di aver apposto la preferenza indicata; Leonardo Sciascia raccontava il voto di scambio a Regalpetra - ne vennero, questo è il lato buono della storia, capolavori sull'antropologia italiana: lo stesso elettore che si prometteva (fisicamente) sia alla Dc che ai monarchici; Calvino narrava di suorine che facevano votare (indovinate chi) i malati del Cottolengo, e Rossana Rossanda ha scritto che a un comizio a Cascina Luraghi, da funzionaria del Pci di Milano nel ‘53, le capitò di trovare che il candidato della Dc locale aveva fatto cambiare lo slogan "La posta in gioco" in "La posta e la democrazia cristiana": e in prima fila eccoti l’ufficiale postale! Così pian piano, in un inarrestabile declino, siamo arrivati ai "mister centomila preferenze" (Elio Vito, detto Elio Vitreo), alle sbardellate dello "Squalo" Sbardella a Roma, ai socialisti napoletani che facevano ricca campagna elettorale guidati da Giulio de Donato nei quartieri spagnoli, con grande pompa di santini, a tantissimi fenomeni che sono il retroterra pratico, prima che culturale, di Mani Pulite. Inutile elencarli tutti. E' un'enciclopedia. La Dc irpina nel 1972 diede ordine di votare i candidati 1, 9, 7, 2. Questo sono state le preferenze. Genialità truffaldina e malcostume politico.
 
Ha ragione Arianna Ciccone, che ha twittato "come criterio di scelta, è abbastanza umiliante"; la storia politica italiana non ci piace, ma da questo viene. E anche questo spiega perché siamo arrivati alla richiesta corale (approvata dal 62,5 per cento degli aventi diritto, nel referendum di Segni nel '91, non un secolo fa) di abolirle, le preferenze. Naturalmente, non darsi la possibilità di scegliere uno per uno tutti i candidati è anche la presa d'atto di una piccola rinuncia collettiva. Sulla quale bisognerà meditare, anche in un'ottica prepolitica.
 
twitter @jacopo_iacoboni

da - http://lastampa.it/2014/01/20/blogs/arcitaliana/litalia-che-non-sa-votare-le-preferenze-MRdUB4DJ6ycg3GqvCdbfWN/pagina.html
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« Risposta #16 il: Gennaio 22, 2014, 06:48:06 »

Politica
21/01/2014

Cuperlo, D’Alema, Fassina
Tutte le stoccate degli anti-Renzi
Tra frasi maliziose e critiche, anche la minoranza ha usato parole forti

Jacopo Iacoboni

Matteo Renzi nella sua risposta a Gianni Cuperlo gli ha domandato assai polemicamente: come fa a parlare di preferenze chi è stato nominato nel listino bloccato? E certo Cuperlo, a parte aver accettato con entusiasmo la candidatura alle primarie, non si ricorda come appassionato frequentatore di campagne elettorali. 

«Lo avesse detto Fassina, che ha preso dodicimila voti, avrei capito...», gli ha sibilato Renzi. Eppure anche gli avversari del sindaco-segretario hanno brillato in questi ultimi giorni per frasi maliziose nei suoi confronti. Non sempre politiche. Il Corriere arrivò a scrivere, mai smentito, che i bersaniani mandavano «anche sms a giornalisti amici e ai fedelissimi per invitarli a scavare nella vita del superfavorito alle primarie dell’otto dicembre». Ma in tanti la loro non-simpatia umana per Renzi l’hanno manifestata schiettamente. Ecco allora un ritratto, per verba, degli uomini che rimproverano al nuovo leader (anche) di aver introdotto la tecnica della demonizzazione. Un classico, peraltro, nella tradizione comunista (e post-comunista); nella storia recentissima, solo a Renzi hanno dato del «plagiatore di programmi» (Fassina), o del «fascistoide» (L’Unità), o del Fonzie e Giamburrasca fiorentino (giornali moderati come giornali di sinistra). L’unica differenza è che nel Partito, una volta, anche gli odi più feroci venivano ricomposti nel rito del finto unanimismo.

Gianni Cuperlo. Il presidente del partito, prima di ricevere la risposta molto polemica di Renzi, gli aveva detto, testualmente: «Il segretario si era dichiarato persino disponibile a presiederlo, il governo con Berlusconi». Quindi non critichi tanto le larghe intese, gentile avvertimento. Una critica politica che arriva a ipotizzare però la sostanziale slealtà personale del capo.

Massimo D’Alema. Assai cordiale, molto taciturno perché «com’è noto passo la maggior parte del mio tempo all’estero», a fine estate diceva “Renzi è come quelli che vogliono prendere la Bastiglia con l’accordo di baroni e baronesse” (i media, insomma); l’altro giorno è stato però intercettato dalla Stampa all’uscita della direzione del Pd e ha commentato il discorso di Renzi con «siamo alle comiche». L’ultimo che l’ha detto è finito male.

Stefano Fassina. Forte di un lungo contenzioso con Renzi, nel quale gliene ha dette di tutti i colori, ricambiato, ha commentato così il giorno dopo l’incontro con Berlusconi: «Mi sono vergognato, come militante». La stessa cosa che gli gridavano i militanti democratici nei giorni in cui il Pd silurava Prodi, o si apprestava alle larghe intese.

Alfredo D’Attorre. Fin qui non notissimo, ha conquistato un ruolo di portavoce di fatto della minoranza: «Il governo con Berlusconi lo abbiamo fatto perché siamo stati costretti. E Renzi aveva persino dato la disponibilità a guidarlo, mentre Bersani tentava di fare il governo di cambiamento». Il governo del cambiamento consisteva in Bersani premier, nonostante avesse perso - anzi, non vinto - le elezioni.

Miguel Gotor, bravissimo storico, autore di una bella, filologica ricostruzione del memoriale di Aldo Moro, ha lavorato per Bersani all’epoca del voto 2013. L’altro giorno ha previsto via twitter: «Renzi resuscita Berlusconi, spacca il Pd, spacca il governo. Cambiaverso che sei contromano».

Danilo Leva. Ex responsabile della giustizia, legato a Bersani, ha detto a Renzi «non si può gestire un partito secondo una logica padronale». In sostanza, secondo i codici linguistici in vigore in quel mondo, gli ha dato del piccolo Berlusconi.

Andrea Orlando. Ministro dell’ambiente del governo Letta, giudica Renzi «un continuista delle vecchie idee».

Stefano Di Traglia. Portavoce di Bersani, l’anno scorso a maggio arrivò a suggerire a Renzi un “impari l’umiltà”.

Matteo Orfini. Ex pupillo di D’Alema, forse il più intelligente dei critici di Renzi, gli ha rimproverato «io ero in disaccordo nel merito della proposta, ma la direzione ha votato e la discussione è chiusa. Non lo è invece su un altro piano, ovvero quello del rispetto che dovrebbe esserci tra noi e sul modo in cui si svolge il nostro dibattito». Rispetto, la parola chiave che in tanti hanno un po’ dimenticato, e sorprende di più per gente che in fondo milita nello stesso partito.

twitter @jacopo_iacoboni 

da - http://lastampa.it/2014/01/21/italia/politica/ecco-le-stoccate-del-pd-al-segretario-adytYx1Nqxo3YmAjUpZ3rM/pagina.html
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« Risposta #17 il: Gennaio 27, 2014, 04:40:39 »

26/01/2014

Preferenze, oggi sì domani no
Le opinioni cambiano

Annoierà, ma bisogna tornare a dire qualcosa sulle preferenze. Già s'era scritto qui che - nonostante sia teoricamente a favore delle preferenze - occorreva almeno ricordarne gli effetti nella storia politica italiana. Non per bocciarle definitivamente: così, almeno per sapere chi siamo, e da cosa veniamo. E' forse necessario, però, aggiungere qualcosa su un dibattito tipicamente all'italiana che si sta generando. 

Probabilmente, per tornare a dare una vera e piena scelta elettorale agli italiani i due sistemi migliori erano (sono? sarebbero?) preferenze oppure collegi uninominali; anche se è possibile ancora, sull'impianto delle legge elettorale che si sta provando a scrivere oggi, una mediazione che porti alla possibilità di indicare almeno un nome sulla scheda elettorale. Vedremo come finirà. Si può però già constatare che il fronte dei sostenitori delle preferenze è composto da un inedito mix, non del tutto credibile (eufemismo); una serie di argomenti sostenuti quasi sempre (salvo eccezioni) per pura convenienza, con svolte e controsvolte, cambiando opinione a seconda di cosa fa comodo in quel momento. Anche a distanza di pochi mesi. Questo bisogna pur saperlo, perché abbiamo memorie troppo corte, sempre.

Se si esclude il M5S e anche la sinistra-sinistra (quel che ne resta), che - almeno in teoria - hanno quasi sempre prediletto la massima rappresentatività della legge elettorale (dunque, proporzionale e preferenze), il fronte politico e mediatico che oggi parla di preferenze non pare avere tutte le carte in regola, almeno quanto a coerenza. Lo capeggia il nuovo lodo Alfano, "è assurdo dire di no alle preferenze", ci spiega il vicepremier. Bene. Quando, nel settempre2011, Alfano era ancora a bottega da Berlusconi, gli si sentivano invece dire cose come "il sistema delle preferenze è troppo costoso. Alla fine chi paga?". Una bocciatura sostanziale che ripeteva in varie sedi, e è da sempre la posizione ufficiale del berlusconismo (per evidenti ragioni: Berlusconi i parlamentari li vuole nominare, non far eleggere, per poter avere una compagina azzerbinata; anche se poi paga il paradosso che proprio il re dei nominati, l'attuale vicepremier, fondi un partito alternativo, il Ncd, e lo tradisca. Ma questa sarebbe un'altra storia). Adesso invece Alfano vuole le preferenze perché sa che impantanerebbero la legge elettorale, lasciando il pallino ad libitum nelle mani dell'inconcludente governo di finte-intese di cui lui è autorevole parte.

Della sinistra del Pd, nelle sue versioni bersaniana o dalemiana, si è già scritto. Valga solo ricordare che sia Bersani, sia la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, parlavano autorevolmente contro le preferenze - con ragionevoli considerazioni, soprattutto il timore di corruzione elettorale assai diffusa non solo al sud, come si è visto -, giudicando migliore un sistema con collegi uninomimali. Finocchiaro, solo nel 2012,  non nel pleistocene, prometteva senza esitazioni: "Se qualcuno vuole una legge elettorale con le preferenze sappia che non siamo disponibili". Ora le vogliono, e anche molto. Il motivo pare chiaro: se hanno fallito le nostre duemilacinquecentosettanta inutili riunioni con Quagliariello e i molteplici incontro al buio con Berlusconi, deve fallire anche questo fiorentino provinciale che viene a farci lezioni.

Eugenio Scalfari scrive preoccupato fin dal titolo del "bavaglio ai partitini"; nel luglio 2012 inseriva, tra i requisiti essenziali di una nuova legge, "soglie per evitare l'eccessivo frazionamento". Sartori scambia un sistema per un altro (descrive il Mattarellum come un sistema proporzionale), poi fa ammenda, ma la settimana dopo è lì a spiegarci che la legge cui si lavora oggi è un "Bastardellum". E' insomma un luna park in cui le critiche più coerenti, come quella di Arianna Ciccone (vi invito a leggerla), si mescolano a osservazioni variabili. Come la nuvolosità del cielo. 

Sarebbe onesto poter chiedere al Parlamento di provare a modificare la legge trovando un modo per far esprimere di più la volontà degli elettori, senza affossarla però. E la ragione la capiscono anche i bimbi: il fallimento di questa legge significa o non rivotare sostanzialmente mai (cosa che molti vorrebbero, in fondo in un sistema dominato dagli establishment istituzionali perché mai lasciar spazio a questa fastidiosa intromissione della "volontà popolare"?), o rivotare con la legge uscita dalla Consulta, un proporzionale puro con le preferenze. Questa legge fotograferebbe sì le tre grandi forze, non produrrebbe nessun "disequilibrio" (per usare il termine tecnico della Corte) tra voti ricevuti e seggi. Ma gli effetti politici sono palesi: poiché per statuto (e per ideologia fondativa) il M5S esclude ogni "alleanza" di governo con altri partiti, il risultato inesorabile sarebbe - senza un partito con la maggioranza dei seggi -  ridare il pallino al Quirinale, che lo spingerebbe verso una nuova, brillante stagione di larghe intese perenni (molto ben accettate dal centrodestra, che ha un Berlusconi non più smagliante, ma anche da quel Pd che non vuole provare a vincere perché si accontenta alla grande di conservare le laute postazioni trasversali che detiene nel sistema istituzionale - e mediatico). Con o senza Renzi, a quel punto, non farebbe differenza.

twitter @jacopo_iacoboni

da - http://www.lastampa.it/2014/01/26/blogs/arcitaliana/preferenze-oggi-s-domani-no-uLcfMVWcNKXRLZs8czmn8N/pagina.html
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« Risposta #18 il: Febbraio 04, 2014, 12:02:07 »

02/02/2014
Il rischio di un'Italia del ghetto

Jacopo Iacoboni

Una democrazia è un sistema politico in cui forma e sostanza si integrano, e non possono essere mai del tutto separate l'una dell'altra. E' formale e sostanziale il comportamento nelle aule parlamentari, perché riguarda il modo che abbiamo di stare dentro una democrazia, appunto. E' formale e sostanziale il modo in cui ci rivolgiamo alle altre persone, uomini o donne: determina l'immagine che abbiamo del nostro stesso modo di stare in una comunità. Se, volendo criticare una donna (anche al netto dell'ira, che in certi momenti può annebbiarci, capita a tutti), la prima cosa che ci viene in automatico è gridarle "pompinara", non è un fatto marginale o neutrale, concorre a definire agli occhi altrui la nostra visione del mondo e anche, più prosaicamente, dello stare al mondo. Altri, è vero, magari troverebbero il modo di pronunciare lo stesso insulto con espressioni più sofisticate, ma la sostanza non cambia, anzi la aggrava, se si dispone di strumenti linguisticamente poveri: se un uomo fa qualcosa che non ci piace è "stronzo", se lo fa una donna è una "puttana". Un modo di ragionare vecchissimo e imbevuto di ottusi pregiudizi (prima che di violenza), che non si vorrebbe vedere mai più. Non certo da chi si propone come forza di cambiamento.
 
Se la propria idea di confronto è mettersi faccia a faccia con l'avversario a un centimetro dal suo viso, imponendogli magari la stazza fisica (magari ridicolmente auto-filmato da una telecamerina), questo non è un confronto, è un atteggiamento aggressivo che non può essere accettato neanche fuori dal Parlamento, neanche al semaforo nella lite in auto. Se si è un deputato, oltretutto ex magistrato (e moderato, questo fa sorridere, poi), non si scambia il proprio ruolo di questore con quello di un cattivo poliziotto d'aula, che di fronte foss'anche ai comportamenti più sbracati si lancia su una collega e la strattona e smanaccia in faccia (le immagini di un ottimo Mentana hanno sgomberato il campo da ulteriori "eh, ma non sappiamo, non si capisce bene cos'è successo..."). E' evidente, non si fa, non si può fare; e l'episodio va molto al di là dello schiaffo di Dambruoso a Loredana Lupo, o della bugia da lui pronunciata in seguito: riguarda anche qui che idea, totalmente malintesa, abbiamo di ordine e rispetto delle regole.
 
Se si critica con legittimità l'operato politico della presidente della Camera, scatenarle contro una canea di insulti sessisti e addirittura di descrizioni di violenze sessuali è becero e violento e, vorrei aggiungere qui, anche stupido: adesso chiunque volesse fare una civile e intelligente critica a Laura Boldrini avrà nelle orecchie il retrogusto di quelle vigliaccate, e sarà più difficile, foss'anche dal punto di vista psicologico. Se si scrive su un giornale un lungo articolo sulle violenze verbali che in aula sono diventate "fisiche", e se ne costruisce grandissima parte sull'episodio decisivo e rivelatore di un deputato che "scalciava e spintonava", e il giorno dopo si scopre che questo deputato non era a Montecitorio ma a Strasburgo, si sta dando un contributo  non piccolo non alla chiarificazione degli istinti, ma allo sguazzarci dentro: una degenerazione che infine colpisce tutti, e rende non condivisibile niente di ciò che vediamo. Ma proprio niente.
 
Naturalmente, se a questo punto il lettore è un sostenitore del Movimento cinque stelle (conosco l'obiezione, mi è stata fatta tante volte), interromperebbe: sì, voi vi fissate sulla forma, ma non dite niente sulla sostanza: cose come il decreto Bankitalia accorpato all'Imu, la tagliola usata per la prima volta alla Camera, il senso di deprivazione del funzionamento democratico che deriva dagli insulti, sì, ma anche dall'ignorare sistematicamente le richieste - persino quelle ragionevoli - delle forze che si oppongono al governo... (ps. oltretutto un governo nato sull'asse vecchioPd-Berlusconi, finito sul miniasse Pd-Alfano, e insomma: un governo di arroccamento che certo non risponde ai problemi e alle richieste che, anche molto scompostamente, provengono dalle parti basse del Paese).

Ecco, innanzittuto, non è vero, o non è del tutto vero; esistono numerose voci che - anche nel declino dei media italiani e del senso di dignità del discorso pubblico - parlano di queste distorsioni, analizzano e denunciano provvedimenti sbagliati, esercitano il lavoro della critica verso il malcostume del potere (quando, con tutti i limiti, ne sono capaci). In secondo luogo: tradire la "forma" significa rendere più deboli, se non del tutto vane, le battaglie "di sostanza".

Ce ne sono molte meritorie condotte anche in questo parlamento dal Movimento cinque stelle. La decadenza di Berlusconi non sarebbe stata messa ai voti così presto, senza il pungolo del M5S. Il decreto "SalvaRoma" non sarebbe stato stoppato, con le sue mancette vecchio stile dc. E così la norma sulle slot machine (in quei casi, loro dovrebbero esser felici del fatto che la spinta di battaglie del M5S ha trovato la forza di Renzi in grado di fermare alcuni dei provvedimenti sbagliati del governo). Senza la battaglia del M5S il caso De Girolamo non sarebbe forse esploso in Parlamento con una mozione di sfiducia. L'opposizione al decreto Imu-Bankitalia non ha avuto successo, ma sono in tantissimi - anche fuori dal M5S - a considerare quel decreto sbagliato (per procedura e contenuto).

Questo piccolo e sommario elenco (ognuno magari aggiungerebbe o toglierebbe fatti, anche sottolineando le tante cose che il M5S NON è stato capace di fare, e sono tante davvero, e in snodi politici cruciali) conduce gradualmente alla domanda chiave: com'è possibile che l'Italia sia messa al punto in cui alcune battaglie sensate e democratiche siano finite in mano a una forza che contiene, e a volte vezzeggia, dentro di sé anche quelli dell'orrenda gogna a Laura Boldrini, del "boia chi molla", una forza che spesso mostra atteggiamenti che sono un mix di infantilismo dilettantismo e aggressività?

Per rispondere a questa domanda occorre sfiorare, almeno velocemente, una delle grandi auto-illusioni (non è la prima) che i media stanno coltivando e alimentando in questo momento. Continuando a sostenere il governo dello status quo, e la dinamica che porta inesorabilmente il Pd a stare con Forza Italia - e alimentando, ha ragione Arianna Ciccone, una certa "narrazione" puramente giudicante (ma un giudizio semplice semplice, che resta ai fenomeni e non cerca mai cause e concause) - i media concorrono con la politica a determinare un risultato oggettivo, e pericoloso, nella società italiana: rendere comunque fortissimo il fronte di chi - anche davanti alle più bieche manifestazioni di violenza verbale, di sessismo, o di inadeguatezza politica e culturale, anche dinanzi alle sguaiatezze più incontrollate - ragiona così: "E' vero, non mi piacciono tutte queste cose, magari mi fanno orrore, ma sono gli unici che...".
 
Limitandosi al dito alzato e al "dalli al grillino stupido e fascista" (oggi si è udito anche "nazista"), tv e giornali confinano le espressioni più volgari del malcontento ma anche tante sane richieste di cambiamento dentro un calderone-ghetto, operazione a sua volta ghetizzante e violenta, anche se una gogna più sottile; ma che rischia di essere altrettanto pericolosa. E' questo oltretutto, rifletteteci, il calcolo vero di Grillo-Casaleggio, questa l'unica spiegazione della strategia della provocazione di questa ultima sciagurata settimana: sapere che esiste un'Italia "marginale" - fatta di ceti marginali ma anche di valanghe di giovani scontenti e esclusi - per cui appunto il sessismo, le urla, anche gli orrori, sono "un problema formale", mentre il "non avere accesso a niente" e l'arroccamento del sistema è un dramma sostanziale, umanamente vissuto, da anni, tutti i giorni. Noi-contro-tutti all'ennesima potenza. In tante forme: frustrazione, assenza di opportunità, declino delle speranze. Non è un discorso che ha a che fare con il M5S: ha a che fare con l'Italia che c'è, esiste, basta fare qualche viaggio.

E' un'ipotesi di lettura che giro sommessamente alle forze più responsabili, a chi osserva, e a chi ha una visione del Paese che tiene insieme forma e sostanza della democrazia: confinare queste espressioni in un ghetto è un rischio enorme per l'Italia, è il rischio di un ghetto che riguarda quasi un quarto del Paese (un altro quarto si astiene, quindi non è che sia propriamente coinvolto). Includerne la spinta positiva, le battaglie condivise, ammesso che ci siano, dovrebbe essere il compito di chi - a differenza degli autori dei commenti contro la Boldrini - ha superato la "fase anale". Tra parentesi: si scommette da tante parti che il clima violento e le follie stiano facendo perdere voti dal M5S. Non ne ho la più pallida idea, anche se avanzo il dubbio che possa non essere così (il che renderebbe ancora più difficili i ragionamenti; vedremo alle europee).
 
Naturalmente, per essere coinvolti bisogna essere in due. Senza sterili vittimismi, che sono giustificabili in quinta elementare; e sapendo che chi assolve le violenze ad altri oggi, molto probabilmente sarà il bersaglio predestinato (direbbe René Girard "la vittima sacrificale") di una violenza permanente esercitata su di lui domani.

twitter @jacopo_iacoboni

da - http://www.lastampa.it/2014/02/02/blogs/arcitaliana/il-rischio-di-unitalia-del-ghetto-Tx8GFpfkxiwJegTaucwRAN/pagina.html
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« Risposta #19 il: Febbraio 05, 2014, 06:19:29 »

Politica
04/02/2014 - colloquio

Sinistra e M5S, speranze e disillusioni
Ma Spinelli: l’appello a Grillo? Lo rifarei
“Bieche le offese a Boldrini. Vado oltre ed esploro ciò che loro propongono”

Jacopo Iacoboni

Il «dialogo» non c’è più. Molta di quella sinistra intellettuale (non tutta) che tentava appelli a Grillo ora lo critica, con aggettivi che tra l’altro slittano, non misurando la persistenza del fenomeno nella società italiana. Si va dal «fascista» al «padronale». Michele Serra aveva lanciato attraverso l’Ansa un appello «per un governo» (assieme a nomi come Roberto Saviano, Jovanotti, Fazio), non chiamando direttamente in causa Grillo ma sostanzialmente rivolto a lui; a dicembre, commentando gli attacchi a Maria Novella Oppo, parlò di «insulti e minacce dalla canea di linciatori che usa il web come i fascisti usavano il manganello». Paolo Flores D’Arcais dopo il voto del 2013 scrisse al M5S una lettera in cui ragionava così, «non si tratta di scegliere tra un isolamento che diventa facilmente autismo politico e una opportunistica alleanza di schieramento con Sel e pezzi di Pd. Si tratta invece di scegliere tra autismo e azione». Oggi scrive su Micromega che molti italiani sono senza rappresentanza democratica «ma avranno crescenti difficoltà a provare a darsela con il M5S, troppo spesso in balìa degli umori “padronali” di Grillo e Casaleggio, logica incompatibile con quella della rappresentanza democratica». Stefano Rodotà, commentando la richiesta di impeachment, ha detto che «le critiche politiche sono legittime, il resto è populismo degradante».

Barbara Spinelli no. All’indomani delle elezioni «non vinte» dal Pd cult de «lo smacchiamo lo smacchiamo», rivolse al fondatore del Movimento un appello con altri sei intellettuali (Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Tomaso Montanari, Antonio Padoa-Schioppa, Salvatore Settis). Ora, nei giorni delle scenate in aula e degli insulti sessisti, non deflette: «La difficoltà odierna è enorme. Richieste di democrazia giuste sono avanzate dai parlamentari del M5S, ma loro in questi giorni sono totalmente inguardabili, e purtroppo tutto si giudica alla luce di questa condensazione di eventi recenti. Da questo punto di vista mi sento totalmente castrata, ma vado oltre e ricomincio a analizzare ed esplorare quel che i 5 Stelle propongono». In che direzione? «E’ ovvio che gli insulti alla Boldrini sono biechi. Non li accetto. Ma non bisogna neanche cadere nella trappola dell’autocensura. Se io e altri riteniamo che la presidente della Camera nel suo lavoro difenda la maggioranza a danno dell’opposizione, devo poterlo continuare a dire, il fatto che lo dica anche Grillo non dev’essere un problema, per me o per altri».

Atteggiamenti violenti dei parlamentari dei cinque stelle non finiscono per danneggiare proprio quella parte di opinione pubblica che non li demonizzava per principio? «Certo, è così, ma naturalmente io non mi farò mettere a tacere, continuerò a fare le mie critiche. Alla Boldrini, o alla presidenza della Repubblica. Napolitano non è un “boia”, questa frase prima che ingiuriosa non corrisponde alla realtà. Ma rivendico lo spazio per poterlo criticare». 

Il giudizio sul M5S «non si riduce certo a questi giorni di caos, anche se il Movimento ha fatto parecchio per consentire questa reductio ad unum. Penso ancora che se si fosse continuato a votare a oltranza per l’elezione del capo dello stato non saremmo a questo. Su Rodotà, ma io credo alla lunga anche su Prodi, un accordo si sarebbe potuto trovare».

Il M5S, ragiona adesso Spinelli, «è un po’ come Syriza. Al suo interno ci sono componenti settarie e antidemocratiche, è certo. Anche se Grillo non ha la vocazione politica di Tsipras». Ma creando ghetti di otto milioni e mezzo di elettori non si favorisce l’unico processo davvero necessario: ridare effettività alla nostra democrazia.

L’appello lo rifarebbe, Spinelli? «Certo che sì. L’appello va rifatto ogni giorno. Non era un appello in nome del Pd. Anche recentemente, quando Renzi ha proposto di discutere una legge elettorale insieme, il M5S doveva andare a vedere se era un bluff o no. Il loro vero problema è che non rischiano; ma non rischiando, nel mezzo di una crisi così devastante e non finita, rischiano molto lo stesso: conquistano forse voti, ma cosa ne faranno?».

Da - http://www.lastampa.it/2014/02/04/italia/politica/sinistra-e-ms-speranze-e-disillusioni-ma-spinelli-lappello-a-grillo-lo-rifarei-Ne8et6d0ZeF7xZSv1KuMTI/pagina.html
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« Risposta #20 il: Febbraio 06, 2014, 04:41:34 »

05/02/2014

La sinistra conservatrice e la pazza idea ventilata a Renzi

Dopo una settimana tutta assurda, mentre accennano a placarsi le follie - ma non l'ansia dei media di stigmatizzare, un'ansia che fa il pendant e il gioco di quelle follie - conviene fermarsi un istante a chiedersi a che punto sia la battaglia politica di Matteo Renzi.

A neanche due mesi dall'insediamento, e di fatto in un solo mese di lavoro, il nuovo segretario del Pd sta probabilmente per incassare (salvo sorprese sempre possibili) una legge elettorale che si voleva da anni, e un pacchetto di riforme che altri leader del centrosinistra hanno cercato (ma le cercavano davvero?) invano per quasi due decenni. Sulla legge si può discutere: brutta l'assenza delle preferenze, ed è un problema che peserà; discutibili, assai, anche le liste corte, evidente soluzione di compromesso; ma non è un Porcellum per un ragione di fatto: il Porcellum assicurava ingovernabilità certa, questa legge un governo dovrebbe riuscire a darlo. Le soglie sono state decorosamente riallineate per evitare uno squilibrio eccessivo nella rappresentanza. L'obiezione di aver dialogato con Berlusconi appare del tutto sballata (specie se proviene da chi con Berlusconi ha fatto un governo). Nel frattempo non è in partenza affatto negativo - anche se, come tutto, discutibile - il pacchetto che rinuncia al bicameralismo perfetto, e inizia a tagliare gli apparati pubblici in eccesso. Vedremo se andrà in porto, si sa che c'è sempre Berlusconi baro di mezzo, e un Pd persistentemente infido.

Nella stessa fase il M5S ha riacquistato centralità mediatica, ma come, e a quale prezzo? Conducendo da una parte battaglie anche molto condivise da una fetta assai ampia di opinione pubblica (contro il decreto Imu-Bankitalia, malamente accorpato - il mio giudizio resta negativo anche sui contenuti - oppure contro l'uso da parte della presidenza della Camera della tagliola che discrimina le opposizioni), ma attraverso una strategia della provocazione (e della character assassination , o dall'infamare il nemico, sistematica) che li ha portati a rivolgere biechi attacchi sessisti (contro Boldrini e diverse deputate del Pd), a blaterare in aula "boia chi molla", a scrivere tweet deliranti e sgrammaticati. I media si sono affrettati a denunciare, ma con zelo non limpido, per giorni abbiamo avuto titoli con "vergogna", "bagarre", "violenza" e "caos dei grillini", con i problemi reali che sfumavano sullo sfondo. E' forse il momento adesso di porsi alcune domande, alla fine di tutto questo: a che punto è il consenso reale nel paese, i cinque stelle pagano o no? Renzi decolla o compatta solo l'elettorato di centrosinistra? Berlusconi cosa fa, oltre ad aver riacquistato il comico (ma attenzione: importante, se non decisivo) due per cento del povero figliol prodigo Pier (FerdinandoCasini)? 

I sondaggi le hanno toppate tutte, nel 2013. Non s'erano neanche accorti del treno cinque stelle, per dire. E' bene ripeterlo e ricordarlo sempre, quando li vedete scriverearticolesse o parlare nei talk show. Ma tutti danno in questo momento blocchi consolidati, e statici. Secondo Ipr - che ha condotto una ricerca nelle cinque circoscrizioni italiane per le elezioni europee - il primo partito sarebbe il Pd, col 27,6, il secondo il M5S, col 25,4 (a dispetto dei suoi errori e della repubblica della stigmatizzazione che gli è simmetrica), terza Forza Italia col 24,3. Al di là dei numeri, tre forze abbastanza vicine. Le coalizioni vedrebbero - al netto delle differenti rilevazioni - centrodestra e centrosinistra quasi alla pari; anzi, forse quella guidata da Berlusconi potrebbe essere lievemente in vantaggio, se davvero mettesse insieme tutta l'armata Brancaleone. Al momento e, ripetiamolo, in un esercizio senza elezioni politiche, senza candidati, dunque per definizione ultra-virtuale.
 E qui veniamo a Renzi. In questo quadro il governo appare definitivamente logorato e inane. Il viaggio del premier Enrico Letta nei paesi arabi, oltre a prestarsi a divertenti gag (tipo lamentare che il paese va "verso la barbaria", non la barbarie, oppure farsi fotografare con un emiro che lo riceve in ciabatte), non ha ottenuto granché, 500 milioni da un fondo sovrano kuweitiano, e un paio di impegni del Kuweit a costruire un ospedale a Olbia e un museo sul Canal Grande (per loro, poco più di una mancia). Così da molti ambienti trapela in queste ore una pazza idea: chiedere a Renzi di sostituire direttamente Letta senza passare dal voto. Si tratta, diciamolo, dell'ultima follia alimentata dentro un mondo-bolla, distante ormai anni luce dalla realtà, e è presumibile che il segretario del pd sia sincero quando ripete, a ogni occasione, "non succederà, non esiste". L'invito gli viene da Angelino Alfano, suo nemico giurato, sempre lesto nell'avanzare proposte inaccoglibili, e nel manovrare con una spregiudicatezza sprezzante anche del ridicolo; ma trova una qualche amplificazione anche nell'enfatizzazione che viene concessa a questo scenario sul giornale simbolo del centrosinistra, Repubblica, che riflette quello che cominciano a ipotizzare anche ambienti istituzionali.
 
E' una proposta indecente, a mio avviso, anche se naturalmente ha un suo retroterra. Renzi, formidabile nell'accelerazione politica, a motori spenti e senza elezioni non può davvero misurare il suo potenziale di attrazione verso altri elettorati ("mi rivolgo agli elettori, del M5S e del centrodestra, non ai loro capi"); il risultato che si otterrebbe, chiamandolo alla premiership così, sarebbe di fermarne la spinta. Congelarlo a Palazzo Chigi con una sostituzione "di Palazzo" in corsa assicurerebbe magari non uno, ma due anni a questa legislatura, e alla gestione del potere da parte del sindaco di Firenze, ma probabilmente (anche se non con certezza assoluta) renderebbe molto molto più diffiicile a Renzi la realizzazione ciò che serve all'Italia: una rupture vera, che per essere anche solo sinceramente tentata ha bisogno di nuovi eserciti e truppe non compromese (quali quelle dell'attuale parlamento, e del grosso delle posizioni di comando degli attuali media). Tra l'altro, anche in quel caso la rupture sarebbe davvero difficile da realizzare: ma è in questo "sogno" la sfida vera del renzismo.
 
In questa che possiamo chiamare "falsa posizione" (grande consenso popolare, grande forza attrattiva, ma per ora soltanto potenziale, senza elezioni, e anzi, con l'ingombro di elezioni europee nelle quali sarà zavorrato dal governo inconcludente), non è inverosimile che attorno a Renzi circoli ancora l'idea (non così dissennata) di votare appena varata la legge elettorale. Ma anche che nei suoi dintorni risuoni il canto delle sirene (anche da parte di una sinistra mediatica di ultimi giapponesi) che lo vorrebbe imbalsamare a Palazzo Chigi con questa maggioranza. Un disegno che allo stato è difficile lui possa volere, tanto meno accelerare; ma potrebbe però essergli prospettato, e da voci a cui sarebbe anche difficile dire di no: e qui si ritiene - voglio dirlo chiaro - che non gli verrebbe fatto un favore, anzi. Il potere tentatore. Ma in una sinfonia che suona così: non abbiamo potuto fermare il pugile mandandolo al tappeto, lo blocchiamo legandolo all'angolo all'infinito.
 
twitter @jacopo_iacoboni

da - http://www.lastampa.it/2014/02/05/blogs/arcitaliana/la-sinistra-conservatrice-e-la-pazza-idea-ventilata-a-renzi-RWzdavsQg0CL1QWqGb1EvM/pagina.html
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« Risposta #21 il: Febbraio 15, 2014, 10:32:33 »

14/02/2014

Dieci cose da sapere sul caso-Renzi
Come si è arrivati a questo esito. Chi lo ha voluto.
Quali sono stati gli errori, ma anche la possibilità e la sfida che resta

Non c'è bisogno di premesse per dire che Matteo Renzi si trova adesso in una condizione difficilissima, peraltro speculare a quella in cui si trova una buona parte del suo elettorato, reale o potenziale. Ma alla fine della tre giorni che lo sta portando a ricevere l'incarico di presidente del Consiglio da Giorgio Napolitano, è forse arrivato il momento di tracciare un bilancio di ciò che è successo, di come vada valutato, nell'ottica sua, e soprattutto dell'Italia. Dieci cose da sapere, sine ira ac studio.

I. E' chiaro che l'essenza originaria del renzismo consisteva in un richiamo molto forte al rinnovamento, della classe politica e soprattutto degli establishment, in primo luogo istituzionali e burocratici, in secondo luogo economici (e, perché no, mediatici), per il quale era essenziale (direi quasi connaturata) la ricerca schietta di una forte investitura popolare. Non tanto per ragioni di stile, di antidalemismo retorico, o di forma della democrazia: qui non avviene nulla di strano per quanto riguarda la forma della democrazia, in Italia fino a prova contraria i governi nascono e muoiono in Parlamento, non per forza dopo elezioni; ma perché se davvero si vuole tentare una rupture in Italia, è già difficile farlo avendo dietro un popolo, diventa miracoloso non avendolo, o almeno, non avendolo ancora, avrebbe detto Giovanni Gentile, "attualizzato", atto in atto. L'osservazione da fare a Renzi è dunque non tanto: non sei passato dal voto, come avevi promesso, ma: non passando dal voto riuscirai a fare le cose imponenti che promettevi? 

II. Il paragone più citato, l'avvicendamento del governo Prodi-D'Alema con quello Letta-Renzi, è storicamente affascinante, ma sballato. Non tanto perché Renzi ha avuto un'investitura alle primarie (se non si deve per forza andare a Palazzo Chigi dopo elezioni, è a maggior ragione vero che non ci si va perché si sono vinte delle primarie, con due milioni di voti: e gli altri italiani?), ma perché il governo Prodi era - quello sì - un elected government, cioè aveva una maggioranza uscita dal voto, quello Letta no, anzi, ne era l'esatto contrario. Se restiamo al tema della "legittimazione", se è carente quella attuale di Renzi, era nulla quella di Letta o di Monti.

III. Il primo grande problema, su cui tutti si sono fissati,  è enorme: se in direzione del Pd Renzi ottiene solo 16 no contro 137 sì (ed è abbastanza paradossale che molti dei suoi critici - da Cuperlo a Fassina- diventino, adesso, i sostenitori del "dobbiamo spiegare questa cosa alla società civile", proprio loro, i campioni del Pd d'apparato e dalemiano), nel mondo di elettori e militanti, che La Stampa ha cercato di ricostruire con un viaggio condotto in ambienti certo non ostili a Renzi, su circa 40 persone ascoltate, più o meno tutte condividevano un senso di "sconcerto", "incredulità" o a volte di aperta "contrarietà" all'ipotesi di andare al potere in questo modo. Naturalmente c'era chi declinava questo sconcerto come un rifiuto secco, e chi aggiungeva (non pochi, anzi): comunque ho fiducia che Renzi possa lo stesso tentare una svolta, dipenderà da ciò che saprà fare nei primi tre mesi (e, elemento non secondario, dalla qualità della sua squadra). Resta il fatto che lo iato tra grupppi dirigenti del partito di centrosinistra e suo elettorato, reale e potenziale, si conferma fortissimo. E' un problema non secondario di democrazia in Italia, che riguarderà tutti, attenzione: Renzi, voi, me, o chiunque non sia elettore del Pd. Insomma, non lo dico come "problema del Pd"che sarebbe relativo.
IV. Per fare a questo punto un passo in avanti occorre però capire come si sia arrivati a questa, che io definii "pazza idea", non avendo  simpatia per lo scenario, del quale fummo tra i primi a parlare (il 5 febbraio, qui, se non ricordo male). L'Italia aveva un governo (Letta) totalmente immobile e quasi inane, direi. Che non riusciva a schiodarsi dalla sua paralisi. E tuttavia ha un presidente della Repubblica che non giudica (come in altri posti del mondo) possibile fare ricorso alle urne troppo spesso (posizione che mi riservo di valutare criticamente, se è ancora possibile in Italia). E tuttavia, Renzi battezzava quel governo, magari ne correggeva errori e (alcune) storture, ma spessissimo sentivate domandare in giro, a me capitava, "ma questo Renzi che fa?! continuano le solite boiate del Pd...". Renzi ha deciso, perso per perso - non potendo ottenere le elezioni - di rischiare in proprio, se doveva perderci la faccia, che almeno fosse la sua. Prima lo criticavano per "comodo fiancheggiamento al calduccio", facile atttaccare Letta e non sfiduciarlo. Ora, e spesso le stesse persone, lo criticano perché l'ha sfiduciato.
 
V. Le elezioni europee hanno avuto un peso. Con Renzi zavorrato da Letta, rischiava di andare a fondo comunque lui, ma anche il Pd. Il M5S - se le mie antenne non sono sballate - sta andando benissimo. Attenti: be-nis-si-mo.
 
VI. Si poteva fare altrimenti? Secondo me sì, e qui la mia analisi diverge praticamente da quella di quasi tutti gli altri. Penso che un sentiero, strettissimo, difficile, forse ad alto rischio-insuccesso anche quello, fosse: cercare di approvare la legge elettorale velocemente, magari rinunciando al pacchetto delle riforme, e andare al voto nella prima finestra possibile (nel giro di sei mesi? Utopistico provarci?). Arduo, durissimo, non tanto per i tempi ma per la sensazione che la leggge elettorale - senza la spinta di un governo, della legislatura di durata, dunque anche della poltrona, per tanti mediocri del ceto politico - fosse già assai impantanata in parlamento. Ma, tra i due rischi, si poteva scegliere quello più "lineare", diciamo così. Per me non sarebbe convenuto solo a Renzi, come riconosce lui, ma all'Italia: avrebbe dato il senso di uno che finalmente fa "le cose per bene", lotta, e torna a far votare. Un bene non disprezzabile, la fiducia, anzi, una vittoria epocale già questa; al punto in cui siamo messi quanto a sfiducia nelle istituzioni e nella politica.

VII. A questo punto dell'analisi la domanda che mi sono fatto (tralascio l'evoluzione dei sentimenti, dei quali cerco di spogliarmi, quando scrivo) è stata questa: Renzi sta a Letta come Sacchi a Trapattoni. Non voglio essere sbrigativo col premier uscente, che come sapete molto ho criticato. Anzi; mi è piaciuta la dignità con cui ha affrontato la sua uscita, di fronte al comportamento penoso di tanti suoi ex amici del Pd. Dico Trapattoni perché Lettta, pur giovane, sembra però appartenere a un'altra era, per passo, velocità, e anche per visione. In tempi calmi sarebbe ok, ora no, dà la sensazione di un burosauro, oltre i suoi stessi demeriti. Da questo punto di vista non mi preoccupa che Renzi sia un esordiente, se l'esordiente è Sacchi. Mi preoccupa che non eredita il Milan (di allora), ma più o meno l'Albinoleffe. Dovrà giocare con Alfano, Schifani, Finocchiaro, Giovanardi. Una congrega che io - in varie forme, con vari gradi e per ragioni differenti - considero responsabile (non meno di Berlusconi) del disastro in cui siamo. Ce la farà Sacchi a far vincere l'Albinoleffe? O dovrà accontentarsi di giocare per la non retrocessione? Segnalo che la non retrocessione, al momento e per come siamo messi, non basterebbe all'Italia e comunque, se posso dire, è estranea al pensiero renziano delle origini. Quello dell'ambizione smisurata. 

VIII. Credo però, come scriveva Odo Marquard, che si sia giunti a questa scelta - qui la mia ricostruzione diverge totalmente da quelle offerte da tutti gli osservatori, che immaginano lucidi disegni, cinici cacoli, e a volte evocano la categoria janeaustiniana e moralistica della "ambizione sfrenata" - per una concatenazione di eventi, alcuni determinati e freddamente voluti a tavolino, altri no, e per certi versi anche casuali (che non significa perà "alla cavolo di cane"). Il che peraltro non è del tutto rassicurante.
 
IX. Ci stiamo avvicinando, ne scrissi qui: le pressioni su Renzi sono state fortissime, non alludo a quelle evidenti (Squinzi non è in grado di incidere poi tanto in dinamiche come queste, e di per sé Confindustria è indebolita come la Cgil, anzi di più), ma quelle oblique. Esiste un concorso di spinte arrivate da vecchie volpi del mondo imprenditoria-media, e che si sono palesate per signa, attraverso alcune spie, in superficie, ma sono evidentemente carsiche, sotterranee, ritornanti. Una è stata il caso Monti-Napolitano, con all'opera alacre dichiarazioni di De Benedetti, Prodi, Monti, sul Corriere, sul Financial Times, in un libro Rizzoli, una vicenda che ha indebolito Napolitano ancora più di quanto non fosse già debole. Il Napolitano del 2012 non avrebbe certo abbandonato così Letta al suo destino. Oggi, sotto l'attacco di diverse ma convergenti campagne, non ha potuto farlo. Altro segno è stata la grande spinta data da Repubblica, stavolta, all'opzione Renzi. E' stata Repubblica la prima a raccontare (e insistere su) lo scenario della staffetta (anche se poi, ovvio, non è stata una staffetta ma uno scontro). Sono, almeno in parte, soggetti che nel 2012, quando Renzi rappresentava una rupture totale, e sfidò Bersani, di tutto fecero tranne che qualcosa per aiutarlo, anzi. Furono spesso, come le regole delle primarie del 2012, ben favorevoli al cheto status quo bersaniano. Se dunque vogliamo individuare anche una catena di ragioni per cui si arriva a questo, queste vanno almeno di passaggio ricordate. L'Italia che iocritamente lo avvversava, oggi ipocritamente lo ha spinto. Ora questi sogggetti hanno mutato avviso; e con loro, andrà verificato, chissà quanti boiardi o aspiranti tali, che cercano, abbracciando la rupture, di depotenziarla al massimo. Di condizionarla, se non di gestirla.
 
X. E' questa, seguite, la domanda vera (e grave) da porre al più giovane premier incaricato della storia d'Italia; non tanto (non solo) il fatto che si sia acconciato a non passare dalle elezioni. C'è da cambiare profondamente l'Italia. Renzi ci tenterà comunque. Con i limiti e le condizioni che ho raccontato, con le qualità, i difetti, il carattere che ha, e tutti ormai ritengono di conoscere benissimo (specialmente quelli che si augurano, certo per il bene della collettività, che andando lì vada a schiantarsi). Ma il cambiamento dell'Italia, ancora prima che dalle riforme o dalle legge elettorale (indispensabile portarla in porto, e convengo che, forse, senza stare a Palazzo Chigi sarebbe stato ancora più arduo), dipende non solo dalla smossa che si saprà produrre (non solo con i decreti) nell'economia e nel lavoro, ma dalla capacità di scardinare i gangli del sistema e dell'establishment, ossia direttori generali dei ministeri, capi di gabinetto, capi delle grandi aziende. Esempio, ad aprile scade Scaroni all'Eni, c'è da dirimere il nodo Finmeccanica, si deve decidere che fare dell'Enel, c'è una Rai in cui (usiamo un lieve eufemismo) bisognerebbbe spalancare le porte e le finestre al merito (esterno e interno)... Renzi queste cose ha detto di volerle fare. Sono fermamente convinto che alcuni degli abbracci (mortali) di questa fase non solo non le vogliano, ma vengono da coloro che quelle cose non le hanno fatte, e sarebbero i primi ad appostarsi per raccogliere i benefici di un'inazione, o di un finto cambiamento. C'è gente assai pessimista su questo. Vedremo.
 
Ho finito. Ora valuteremo i fatti. In questi giorni ho pensato molto a cosa stava accadendo, l'unico atteggiamento possibile nell'Italia sfinita del 2014 è non avere nessuna certezza, ma neanche pregiudizi; e immaginare che alcuni elementi delle decisioni restino (almeno per me) all'oscuro. Diffidate dei sapientoni, spesso non solo non sanno nulla, ma non detengono le informazioni elementari e non hanno accesso ai colloqui di base, per non dire a quelli che vanno da un certo livello in su. 

twitter @jacopo_iacoboni

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« Risposta #22 il: Febbraio 19, 2014, 06:25:04 »

19/02/2014
Lo streaming "streamizzato"

Jacopo Iacoboni
INVIATO A SANREMO

Di ritorno da Sanremo, con ancora negli occhi le scene delle follie fuori dall'Ariston - e subito dopo lo streaming delle "consultazioni" (lo scrivo tra molte virgolette) tra Matteo Renzi e Beppe Grillo - provo a mettere in fila alcune delle tante note appuntate nel mio taccuino nero, alla luce di un assunto di fondo che mi pare sempre più verificato e universalmente compromettente: siamo totalmente dentro un circolo vizioso e un circo, sbracato e dilagante.

- Martedì sera, dopo un po' di ore nelle quali c'era stata quella suspense che spesso fa precedere ai suoi eventi, Beppe Grillo era atteso a Sanremo. Nel grande piazzale alla destra dall'Ariston c'erano quasi soltanto giornalisti, non è possibile quantificare, credo fossero centinaia, e molti con troupe al seguito. L'attesa era irrazionale. Al solo apparire di un finto Grillo la massa ha sussultato come un bisonte e si è messa all'inseguimento, salvo poi accorgersi solo alla fine che NON era Grillo. La stessa scena s'è ripetuta con un inviato delle Iene in bicicletta. Grillo è infine arrivato, è salito in alto - non su una balaustra, su dei gradini - e ha tenuto un comizio. L'atmosfera era totalmente surreale, perché non era uno show come quelli dello Tsunami tour, davanti a folle di cittadini e potenziali elettori, e con quel mix difficile da ricreare di aspettative, invettive e levità comiche; no, era un comizio, e per assurdo gli arringati erano tutti o quasi operatori dei media.

- Mentre attaccava la Rai (ma parlando sempre di una Rai di vacche grasse com'era quella in cui lavorò lui, negli anni ottanta; oggi le cose sono un po' diverse, chiedere ai tanti precari e appalti esterni che ci lavorano, e senza certo diventare ricchi), e vedevo la ressa e il mare di microfoni che gli si protendevano davanti travolgendo tutto, pensavo che anche questa uscita sanremese era direttamente mirata a questo, con la certezza che poi Grillo l'avrebbe dennunciato (com'è accaduto nella conferenza stampa a Palazzo Chigi). La ressa mediatica è totalmente funzionale al suo disegno, e su questo sarebbe utile interrogarsi.

- L'idea di "scendere a Roma" circolava un po' a mezza bocca già ieri sera, nei giri dei fondatori, prima della chiusura della votazione on line sul quesito se andare o meno alle consultazioni. La mia impressione è che Grillo, a dispetto della sua dichiarazione pubblica, si fosse tenuto pronto lo show, se non proprio l'avesse pianificato, morendo dalla voglia di metterlo in scena. Cosa poteva esserci di meglio che un uno-due Sanremo-Renzi, andare faccia a faccia con l'unico che gli contende la ribalta, cioè il premier incaricato?

- Lo streaming è apparso, come capita spesso, troppo spesso per non destare qualche interrogativo - non voglio dire che sia intrinsecamente così - un meccanismo di nascondimento almeno quanto lo è di disvelamento. Nello streaming si recita, si agisce, prevale sempre l'aspetto performativo dei nostri caratteri, figurarci nelle personalità istrioniche. Va in scena, avrebbe detto Carmelo Bene, la "macchina attoriale". Ma questo non fa fare passi avanti alla discussione. Anzi. Se la base del M5S aveva chiesto di andare alle consultazioni (sia pure con uno scarto minimo, ma è significativo che negli ultimi due referendum on line del movimento, su immigrati e consultazioni col premier incaricato, gli iscritti abbiano votato all'opposto di Grillo e Casaleggio), non si può dire che sia stata esattamente ascoltata. Alle consultazioni - foss'anche solo per dire no - ci si "consulta". Si ascolta, e poi magari si dice no.

- Il non ascolto è un elemento preoccupante, non tanto per ragioni di astratti pistolotti moralistici, ma perché tradisce una fissità della dinamica di quel leader: è come se vivesse in uno tsunami tour permanente. Del tutto speculare a questo non ascolto e non risposta sono spesso le non-domande della non-osservazione che gli viene opposta. Esemplare, da questo punto di vista, è un'altra fotografia, pendant della ressa di telefonini e telecamere a Sanremo: una folla di osservatori che riprende e filma i televisori a circuito chiuso di Palazzo Chigi che trasmettono lo streaming. Col sospetto che nello streaming streamizzato si insceni la parodia di una democrazia realizzata, in un circolo impazzito che toccherà svelare e magari, pazientemente e giorno dopo giorno, dipanare.

twitter @jacopo_iacoboni

da - http://lastampa.it/2014/02/19/blogs/arcitaliana/lo-streaming-streamizzato-T9ph6IR6LnRNWoFTDsdzQM/pagina.html
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« Risposta #23 il: Febbraio 22, 2014, 06:00:12 »

Politica
21/02/2014 - personaggio

Padoan, il rigorista che piace all’Ue
Da Krugman al nodo dell’austerity
Ecco chi è il ministro dell’Economia
Da consigliere di D’Alema a Palazzo Chigi, a cultore del rigore all’Ocse.
Ma il nuovo titolare del Tesoro in passato non era ostile alla patrimoniale


Jacopo Iacoboni

Pier Carlo Padoan, su questo esistono pochi dubbi, è sicuramente una delle figure di punta di grand commis italiani. Tutti in queste ore sottolineano che fu già consigliere economico di Massimo D’ Alema a Palazzo Chigi, e poi direttore di Italiani Europei (oltre che docente di economia internazionale alla Sapienza). Chiamarlo però “dalemiano” è una di quelle brutali semplificazioni che non fanno fare grandi passi avanti all’analisi. Anzi, la schiacciano e la confondono. 

Le cose sono - come sempre - più complesse e sfumate. Innanzitutto perché Padoan fu anche assai voluto da Romano Prodi (allora premier) come vicesegretario generale dell’Ocse. E è noto quanto - anche simbolicamente - D’Alema e Prodi rappresentino opzioni lievemente diverse, nella storia recente del centrosinistra. Soprattutto, la domanda vera è: quale politica economica significherà Padoan all’Economia? Significherà per esempio il tentativo di ridiscutere in maniera sostanziale il vincolo del 3 per cento, magari scorporando dal calcolo investimenti di tipo neokeynesiano? O si collocherà in una linea più graduale, comunque nel segno del rispetto del rigore e delle politiche primum-no inflazione? 

A giudicare dalla storia recentissima, forse si può propendere per la seconda tesi (ma senza certezza definitiva, come vedrete alla fine di questo articolo). A dispetto dell’etichetta di “dalemiano” (la sinistra nel Pd chiede di tornare a puntare su un’idea di Europa più “sociale” e meno blairiana), Padoan negli incarichi internazionali - ma anche nelle sue lezioni alla Sapienza - è sempre stato considerato un cultore rispettoso delle politiche di rigore e dei vincoli europei. E’ questo che l’ha portato, ancora nell’aprile di quest’anni, nel mirino di Paul Krugman, forse il più conosciuto dei critici dell’euro, dell’austerity e del vincolo del 3 per cento, che Krugman ormai non esita a definire “assurdo dal punto di vista economico”. 

Ad aprile Krugman scriveva sul New York Times che quattro anni fa l’Ocse diede due suggerimenti alle autorità economiche degli Stati Uniti: abbracciare la politica di austerità europea e - dice Krugman, “addirittura” - alzare i tassi di interesse per fronteggiare il rischio di inflazione. “Bene - osservava - tre anni dopo ecco dove siamo: non c’è nessuna inflazione in America (e anzi, la Fed tenta di ravvivare la domanda interna con tassi zero); e è palese il fallimento e l’implosione delle politiche europee di austerità” (su questo si può discutere, naturalmente, ma è innegabile che critiche severe ormai provengano da settori vastissimi delle opinioni pubbliche europee e americane). In quel momento i numeri dell’economia europea erano più o meno di questa portata: disoccupazione dell’area euro al 12,1, nonostante un’inflazione all’1,2. 

In un’intervista al Wall Street Journal Padoan spiegò che “i tanti sacrifici” (usò l’espressione “the pain is producing results”) erano a un passo dal produrre il “consolidamento fiscale” cercato per l’economia europea, e sarebbe stato un peccato “sprecarli” abbandonando le politiche di rigore, di tagli del deficit e di controllo severo dei bilanci pubblici. La conclusione - che faceva inorridire Krugman - era “the beatings must continue”. La battaglia per il rigore deve continuare. 

Questo accadeva soltanto nove mesi fa. E’ mutato qualcosa nel frattempo? Certo. Per restare all’Italia, persino Napolitano, in un importante discorso a Strasburgo, ha chiesto di non avanzare solo con politiche di bilancio, ma di pensare a come far crescere le economie. Dall’altra parte c’è chi invece ricorda un Padoan di qualche anno fa che, al Corriere, non escludeva ipotesi vicine a una forma di patrimoniale (traduzione: non proprio allentare il rigore, semmai farlo pesare di più sulla finanza e meno su impresa e lavoro). Diceva Padoan nel 2004, da capoeconomista Ocse, quali erano gli scenari su cui ragionavano molti economisti di un celebre incontro parigino: “Abbiamo cercato di dimostrare, con una analisi empirica, il rapporto tra la struttura della tassazione e la crescita, nel senso che ci sono tasse più dannose allo sviluppo (sulle imprese e sul lavoro) e altre meno dannose, come quelle sui consumi e sui patrimoni”. 

Ecco forse il punto (o un altro dei due punti). Il ministro dell’Economia sarà il noto dalemiano? O il teorico del rigore attaccato da Krugman? O ancora l’economista che non disdegnava - in tempi non sospetti - di tassare di più rendite e finanza e meno l’economia reale, in pieno spirito-Jobs Act di Matteo Renzi? Lo scopriremo solo vivendo. 

Da - http://lastampa.it/2014/02/21/italia/politica/padoan-il-rigorista-che-piace-allue-da-krugman-al-nodo-dellausterity-ecco-chi-il-ministro-delleconomia-u4wqfCaZ2LFKBOHyhJ3F5I/pagina.html
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« Risposta #24 il: Marzo 02, 2014, 11:24:40 »

POLITICA

01/03/2014 - nuovo presidente Pontecorvo Montezemolo dice addio
Italia Futura diventa partito

Jacopo Iacoboni
Torino

Le speranze nel 2009 erano diverse. Italia Futura, la creatura di Luca Cordero di Montezemolo, puntava a essere un incubatore, non solo un think tank di una forza politica terza capace di creare di fatto un centro moderno, laico, innovativo, aperto alle professioni. C’erano ottimi quarantenni o trentenni, Andrea Romano, Irene Tinagli, c’erano molti professionisti del nord, c’era l’ipotesi - per la verità sempre rimasta a mezz’aria - di un impegno politico diretto di Montezemolo. Come sia andata lo sapete. 

Ora si cambia. Luca di Montezemolo lascia la presidenza onoraria e si distacca completamente dalla sua creatura. Carlo Pontecorvo, presidente di Ferrarelle, assume da oggi la presidenza e ha intenzione di cambiare da subito Italia Futura, su alcune linee di fondo: non più fondazione ma partito vero. Critica forte non solo alla scelta di andare coi vecchi partitini centristi, ma anche alla stagione Monti, considerata inadeguata.

Pontecorvo, la metamorfosi di IF, la spiega chiaramente: «È finito il tempo dei pensatoi, la politica attiva è l’unica via per avere riforme. Gli eventi di questo ultimo anno ci raccontano un Paese immobile, inchiodato, piegato anche dalla crisi ma soprattutto dall’assenza di scelte forti e di cambiamenti radicali di prospettiva. Abbiamo votato esattamente un anno fa e siamo al punto di prima». Lui vorrebbe innanzitutto un’Italia Futura più «sociale», e non sembri strano: «Cambiamo rotta, ma cambia anche il pubblico di riferimento, pensando a un possibile futuro elettorato. Rivediamo la lista delle priorità e guardiamo al sociale, all’associazionismo, ai territori ignorati».

È notevole che Pontecorvo non critichi soltanto (com’è ovvio) la scelta di legarsi all’Udc, ma anche la decisione di andare con Monti: «La nostra associazione sposò la proposta di Mario Monti contribuendo alla nascita di Scelta Civica. Avevamo visto nell’operato dell’allora presidente del Consiglio un buon esempio per uscire dalla crisi e rilanciare il Pa

Da - http://lastampa.it/2014/03/01/italia/politica/montezemolo-dice-addio-italia-futura-diventa-partito-C5031IsYbnq9NKHLbsixfK/pagina.html
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« Risposta #25 il: Marzo 04, 2014, 07:13:24 »

04/03/2014

Il codicillo bersaniano
E i tanti nemici di Renzi a un passo da un'importante vittoria


Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Il celebre commento di Tito Livio che segna convenzionalmente l'inizio della seconda Guerra punica potrebbe benissimo adattarsi (sia pure geograficamente rovesciato, per paradosso) a spiegare cosa stia succedendo attorno alla legge elettorale in queste ultime due giornate. Mentre Matteo Renzi è in nord Africa, a Tunisi, nella sua prima visita ufficiale da premier, a Roma si discute si discute si discute e, immancabilmente, si trova il modo di impapocchiare tutto; forse in maniera definitiva. 

L'escogitazione geniale, stavolta, proviene da un emendamento proposto da Alfredo D'Attorre - deputato bersaniano che fino a questa fase si era tenuto sempre prudentemente defilato dalla ribalta, e adesso quasi repentinamente viene usato, di fatto, come una clava dalla minoranza del Pd (e dai suoi tanti amci esterni). Attorno all'emendamento D'Attorre, sia pure con "disappunto", anche Silvio Berlusconi ha appena spiegato che potrebbe trovare una mediazione, stavolta sostenendo che lo fa per puro spirito nazionale, cioè soffrendo (ovviamente non è vero). Ma di cosa diavolo stiamo parlando? potrebbe chiederci qualcuno che non fosse del tutto alieno, o alienato. D'Attorre, se non lo sapeste, ha proposto di cancellare in blocco l'articolo 2 della legge elettorale su cui i partiti si stanno confrontando; in sostanza di cancellare la parte delle norme riguardante il Senato. Il bersaniano - dando voce in questo modo alle proeccupazioni di Alfano, Formigoni, Schifani - costruisce almeno nelle dichiarazioni ufficiali un meccanismo che punta a scongiurare un sospetto: che Forza Italia voglia approvare solo la legge elettorale, senza riforma del Senato, e andare al voto rapidamente. Il problema però è che, con questo codicillo, si pongono le premesse per una situazione limite assurda, molto pericolosa, e certo non sgradita né ad Alfano né all suo ex capo, il Cavaliere. Ascoltate perché.
 
Può succedere infatti - non dico che sia probabile, certo non è per nulla impossibile con questi chiari di luna, anzi - che passi questa riforma elettorale della sola Camera, e nel frattempo (i mesi son tanti, le complicazioni numerose, la palude sempre rigogliosa) si areni la riforma del Senato. Cosa accadrebbe in quel caso è chiaro: avremmo un sistema elettorale per Montecitorio che - al di là dei numerosi difetti - assicura comunque la governabilità e un vincitore, mentre avremmo un proporzionale puro, con preferenze (la legge uscita dalla sentenza della Consulta), e per di più, come previsto dalla Costituzione per il Senato, su base regionale. Insomma: se, dopo l'emendamento D'Attorre, si ottenesse un accordo per fare (mezza) legge elettorale (quella della Camera) e si dovesse invece bloccare l'abolizione (a quel punto necessaria come non mai) del Senato, avremmo l'ingovernabilità assicurata, o peggio: le larghe intese a vita, almeno a Palazzo Madama, dov'è chiaro che con un proporzionale puro non ci sarebbe nessuna maggioranza.

Ma Palazzo Madama verrà abolito, o meglio, trasformato in una camera delle regioni, sento già l'obiezione dei più fiduciosi, "la riforma si farà, a quel punto". Vedremo. Credo però che bastino questi pochi giorni di iter parlamentare della sola legge elettorale per far capire quante imboscate possa subire, addirittura in dodici mesi, l'altra parte del pacchetto riforme, quella rigurdante l'abolizione del bicameralisamo. Insomma, se non siamo in un cul de sac poco ci manca, e a Renzi è stato tracciato (per lo meno) un sentiero che definire stretto è eufemistico. Servirà a questo punto che il premier - tornato dalle Afriche - prenda in mano la situazione con forza capace di tagliare i nodi, più che di adattarcisi. Altro che le finte polemiche dei suoi numerosi oppositori (specie interni al Pd), sulla balla del suo presunto decisionismo "estraneo alla sinistra".
 
Ps. Credo che questo modo di procedere per codicilli obliqui, con una loro logica ma sempre ammiccanti all'avversario di turno, e rigorosamente incomprensibili per il pubblico dei non professionisti, sia quello che ha ridotto il centrosinistra italiana a una palude.

twitter @jacopo_iacoboni

da - http://www.lastampa.it/2014/03/04/blogs/arcitaliana/il-codicillo-bersaniano-s1ODIuoqxYNR4Qu7Y19zIJ/pagina.html
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« Risposta #26 il: Marzo 12, 2014, 11:57:51 »

10/03/2014

Le tre partite di questa stagione per Renzi
Al di là degli scialli bianchi delle deputate e delle battute sulle ministre

In una situazione in cui lo sguardo frontale - accecato dagli scialli bianchi delle deputate, dalle battute sciocche sulla Boschi, da un grande contorcersi su problemi relativi o strumentalmente agitati - rischia di precluderci ogni comprensione, foss'anche limitata, della realtà, proviamo a suggerire alcune annotazioni, fondamentalmente tre,  che sono il frutto di uno sguardo più laterale ma che messe in fila, semplicemente una dietro l'altra, compongono un quadro dell'Italia che abbiamo davanti in questi ultimi giorni, e delle più interessanti vicende aperte in questa stagione. Tre partite: una scenografica, altre due meno ma molto più toste e - se si può dire - cruciali.

I. Il dibattito sulla legge elettorale in queste ore, letteralmente, ci acceca. Un agitarsi abbastanza inutile sulle "quote rose" e il feticcio della "parità di genere", che non poteva che finire com'è finito: in ordine sparso, senza che gli autori della legge-base ne facessero nessuna battaglia di vita o di morte. Per varie ragioni, ma la più semplice è questa: poiché anche il M5S aveva fatto filtrare, in forme più o meno esplicite, che avrebbe votato l'emendamento per le donne, Berlusconi - se davvero voleva che restasse in piedi quel "patto" che in questa fase è l'unica arma che gli conserva una qualche centralità politica - non poteva tirarsi fuori con un no secco, perché un sì col voto del M5S avrebbe snaturato (e sostanzialmente fatto saltare) l'accordo con Renzi (cosa che, qui si sostiene, in questo momento è del tutto suicida per il Cavaliere). Di qui la scelta pilatesca di lasciare "libertà di coscienza" ai parlamentari di Forza Italia. Non un sì, ma certo non un no. A quel punto la scelta del M5S è diventata influente (forse, ma non si hanno certezze), nella bocciatura a scrutinio segreto dell'emendamento, arrivata nella serata a uso dei tg (alle 20 in punto). Un complicato gioco incrociato di (finte) aperture e (false) libertà di (in)coscienza che lascia tutto così com'era.

I.I. Restano due problemi di fondo, che segnalo sommessamente: è stata comunque sia una rivolta ricca di ipocrisie - soprattutto una: che a portarla avanti sono state anche parlamentari democratiche, come la Finocchiaro, che non hanno fatto granché nel recente passato per accelerare sulla "parità di genere" quando avevano in mano il cahier per conto del Pd, e hanno invece agitato la cosa adesso in chiave palesemente strumentale e antiRenzi. Soprattutto rimane l'amaro in bocca per la circostanza che in Italia si perdano giorni e fiumi di retorica per una rivolta ricca di ipocrisie sulla rappresentanza (di genere), ma non ce n'è stata alcuna (almeno, non così massicciamente sostenuta) sulla rappresentanza in sé, la scarsa rappresentatività che era uno dei difetti - IL vero difetto da correggere, se si fosse stati tutti in buona fede per migliorare, e non per affossare la legge elettorale. Perché analogo zelo politico-mediatico, domanderei insomma, non si è visto sul tema della rappresentanza in sé?

II. In economia è promettente assai che Renzi dichiari (vedremo se seguiranno fatti altrettanto spregiudicati) una rupture con le minacce della Cgil, uno degli assi della più sostanziale conservazione di assetti che abbiamo in Italia. Sarà lui a decidere - senza estenuanti mediazioni che si concludono sempre al ribasso - chi beneficiare dal taglio del cuneo, quanto tagliare di Irpef (agire sulle detrazioni avrebbe lo stesso effetto: un taglio di 80 euro in buste paga sotto i 1500 non sarebbe affatto poca cosa, anzi, avrebbe sapore semi-rivoluzionario), e soprattutto, come reperire quei dieci miliardi promessi per ridurre il cuneo fiscale. Sono cose di per sé molto buone; specie se le si riuscirà a fare (si vedrà mercoledì) con un forte contributo (5 miliardi, ma sarebbe meglio anche qualcosa in più) da un taglio secco alla spesa pubblica. Assai intelligente (se si farà) anche il taglio dell'aliquota di 5 punti (dal 15 al 10 per cento) sulla cedolare secca degli affitti di appartamenti a canoni concordati. Si aiutano i proprietari ma, se la matematica non è un'opinione, anche chi affitta (soprattutto giovani coppie). Sono promesse classiche del renzismo. 

III. Storditi dalla luce che illumina solo le boiate e gli aspetti più superficiali della politica (mai gli elementi di fondo, mai le intuizioni sui processi in atto nella società italiana), o al massimo la politica economica, potremmo lasciare negli angoli specialistici questa notizia, decisiva per gli assetti a breve dell'establishment italiano, contro i quali assai spesso ha parlato anche il Renzi recente, soprattutto quando disse "fuori le banche dall'editoria", o quando si pronunciò contro il finanziamento - in varie forme erogato - ai  media.  La notizia è semplice ma fondamentale: Rcs, illustrando i dati del bilancio di quest'anno, ha comunicato di aver chiuso il 2013 con perdite per 218,5 milioni (rispetto al -507,1 del 2012 con una decisa riduzione). Ma alcuni rumors parlavano di una riduzione delle perdite a soli 150. Cosa che non è avvenuta in questi termini, e aggiungerà altri elementi al dibattito futuro assai acceso dentro quell'azienda. Il cda si è aggiornato al 24 marzo, lì convocherà un'assemblea molto importante per l'otto maggio. Impensabile che il nuovo governo non osservi con un qualche interesse - sia pure nelle vesti proprie di osservatore esterno - questa partita, oltre a quella - che dovrà gestire direttamente - delle nomine cruciali in Eni, Finmeccanica, Enel, Terna, Rai.

Naturalmente potremmo invece decidere di parlare dei colori dei vestiti delle deputate, della cintura di perle sado della Ravetto, o del completo rosso della Santanché. Per ora, passiamo la mano.

twitter @jacopo_iacoboni

da - http://lastampa.it/2014/03/10/blogs/arcitaliana/le-tre-partite-di-questa-stagione-per-renzi-sLEjd7UpDKMJsiF0MECAtJ/pagina.html
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« Risposta #27 il: Marzo 12, 2014, 12:07:50 »

11/03/2014

Il Pd è spaccato. Che sorpresa
Piccola antologia di frasi pubbliche di "una comunità che si vuole bene" (chi la disse, questa?)
"Il Pd è spaccato", si legge nei titoli.
Non me lo sarei mai aspettato.

Questa è una piccolissima antologia di frasi dette da deputati o deputate democratiche in questi due giorni, a proposito del loro partito: sulla legge elettorale, la parità di genere, le preferenze, il Jobs Act. Giudicate voi se sia la "minoranza del Pd", o qualcosa di lievemente più esteso.
 
Bersani: "Se Berlusconi lo avessi visto io nella sede del Pd sarebbero venute giù le cataratte".

Sandra Zampa: "Non so neanche più se starci, qui dentro. Ogni volta che c'è un voto segreto spuntano cento traditori".

Alessandra Moretti: ''Nel segreto i vigliacchi fanno il lavoro sporco. Non saranno un centinaio, ma una sessantina sì".

Rosi Bindi: "Questo risultato è colpa dei democratici. La responsabilità è tutta del Pd, che ha sacrificato la fedeltà alla Costituzione e ai propri valori all'accordo con Berlusconi".

Francesco Boccia: "Ero renziano, ora non più. Nel giro di due mesi è stata completamente stravolta la cultura del Pd .

Anna Finocchiaro: "Le quote rosa? Al Senato c'è il voto palese".

Gianni Cuperlo: "Non volevamo mettere i bastoni tra le ruote, si poteva migliorare la legge".
 
Roberta Agostini: "Nel mio partito c'è chi ha tradito. Ma non finisce qui"


 

Stefano Fassina: "Il Jobs Act? La provenienza delle risorse è ancora ignota. Temo anche che per reperirli il governo sia costretto a incidere sulle prestazioni sociali"

Alessia Mosca: "Non finisce qui".

Noi invece la finiamo qui, per non annoiarvi oltre (e queste sono le frasi pubbliche; immaginate cosa si potrebbe scrivere raccontando frasi riferite, o dette in privato a terzi).
 
twitter @jacopo_iacoboni

da - http://lastampa.it/2014/03/11/blogs/arcitaliana/il-pd-spaccato-che-sorpresa-9rscNkDEMKRvV6m1uvJg0J/pagina.html
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« Risposta #28 il: Marzo 13, 2014, 11:37:18 »

12/03/2014
Essere "di sinistra"
Il primo messaggio simbolico forte è sulla rendita. Al di là delle gigionerie da show, alle quali Renzi verrà inchiodato

Premessa: i toni di show, a volte anche riusciti, rischiano di essere ridondanti e offrire una pura arma di occultamento, apprestare un velo di Maia, alle cose che Renzi sta per fare, o dice di voler fare. Paradosso, proprio il grande comunicatore potrebbe occultare, con osservatori sempre assai pigri e gonfi delle loro idee, alcune cose profondamente interessanti che ha annunciato nel suo ormai attesissimo mercoledì. Dirò invece il punto che mi piace: è un Renzi di sinistra, se si intende per sinistra quello che avevo pensato fosse da ragazzo, apertura, innovazione, sfida alle incrostazioni. Non quello che si è visto nel Pd ventennale (e tragico, con l'eccezione del primo Ulivo e di Veltroni, entrambe auto-assassinate) del dalemismo-bersanismo-sindacalismo: chiusura, conservazioni, rendite di posizioni, vendette politiche, cecità tattica e strategica. Provo qui a elencare per punti le cose che mi sono segnato come dei must sul taccuino, e sulle quali misurerò, almeno personalmente, la riuscita o il fallimento (o il pareggio) dell'attuale governo.
 
- La misura simbolicamente più importante - non è quella di impatto economico più forte, d'accordo; a meno che non si includano anche i titoli pubblici, esentando magari solo i piccoli investitori - è sicuramente l'innalzamento dell'aliquota sulla rendita dal 20 al 26 per cento, per assicurare un primo (si spera iniziale) taglio dell'Irap del 10 per cento, a tutto vantaggio delle imprese. Il premier preleva alla finanza per cominciare a dare alle imprese (e quindi sperabilmente al lavoro). E' una misura che si autofinanzia, come in passato ha spiegato Padoan, e non è corretto dire si tratti di una mera partita di giro (come sostiene chi accusa che a pagare l'innalzamento delle aliquote saranno imprese che beneficeranno poi del taglio dell'Irap), per la semplice ragione che i detentori di grandi investimenti finanziari italiani non sono solo aziende impegnate nella produzione industriale, anzi. In questo caso si è visto il Padoan di qualche anno fa, non quello della pura austerity per l'austerity dell'Ocse. E', a mio giudizio, un messaggio - simbolico ma non solo - importantissimo che Renzi dà sulla direzione del suo governo.

- E' naturalmente di sinistra - anche se tutto da verificare, nell'entità e nelle coperture - il sussidio universale di disoccupazione (tra l'altro segnalo che il tema, anche se con uno strumento diverso, il reddito di cittadinanza, è stato a lungo posto dal Movimento cinque stelle; questo per riconoscere il dovuto anche a chi ha condotto delle battaglie politico-culturali, ammesso che vadano in porto a breve). Che lo si affidi con un disegno di legge delega al Parlamento mi pare strada politicamente rispettosa.

- Non torno (ne ho già scritto) su quanto sia "di sinistra" dare 80 euro al mese in buste paga di 1400 euro. Era una misura classicissima del blairismo delle origini (assieme peraltro al piano di interventi pubblici nell'edilizia - o magari anche nelle ferrovie). Si può discutere se 1400 euro di stipendio siano un pezzo di ceto medio, o se l'economia e i consumi siano più aiutati da soldi alle famiglie o dai tagli secchi a favore delle imprese. Discussione che divide gli accademici, consente entrambe le posizioni, ma insomma: non mi pare che 1000 euro all'anno per chi è sotto i 24mila siano pochi. Chi lo dice è abituato alle vacanze a Sankt Moritz o alle scarpe da un milione di vecchie lire (ricordate qualcuno?).
 

- Le coperture certe sono i dieci miliardi (sostanzialmente da tagli di spesa e spending review). Il resto è di là da venire, e questo va detto. Ma è significativo che Renzi metta delle date, su cui si gioca la faccia. Lo ha fatto anche con la legge elettorale, aveva detto febbraio, è arrivata il 12 marzo, ma dimidiata (perché manca il pezzo del Senato); non ci torno qui, ma è innegabile che mettendo dei termini lui si esponga al giudizio e si prenda le responsabilità di uno che governa.

Sul format scelto, lo ripeto, forse converrà ricordare al presidente del Consiglio che eccessi di gigioneria - il "venghino siori venghino", le gag sul pesce rosso, il telecomandino per le slides, le troppe battute alla sala - danneggiano il percorso di un rinnovamento che lui cerca di sostanziare con delle cose reali, e forniscono l'assist per rappresentazioni legate al puro, fallimentare passato recente italiano. Già li vediamo, gli articoli sul "pesce rosso evoluzione di Dudù". Forse è meglio stare al primo principio rivoluzionario, per l'Italietta, su cui il Renzi premier si è impegnato: la rendita si tassa; come nella superliberale Inghilterra, non nell'Urss di Suslov e Ponomariov.

twitter @jacopo_iacoboni

da - http://lastampa.it/2014/03/12/blogs/arcitaliana/essere-di-sinistra-YaxOAyjVYyNTCvJ5pX99KO/pagina.html
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« Risposta #29 il: Marzo 15, 2014, 08:38:29 »

Politica

11/03/2014 - La nemesi
D’Alema si fa presentare il libro da Matteo
I “cari nemici” Renzi e D’Alema

Jacopo Iacoboni

D’Alema c’è, e questo è un dato di fatto. Nei momenti più duri dell’ondata renziana il líder Maximo s’era acquattato come gli ultimi giapponesi nella giungla, dicendo «io ormai non ho nessun incarico», oppure «ho pagato per la grave colpa di esser un militante di sinistra», o ancora «ormai passo la maggior parte del mio tempo all’estero», frase che pare di aver sentito giusto quella decina di volte per renderla già epica. E proprio dall’estero, scrivendo un libro che parla di Europa e di euro, D’Alema sta costruendo una delle sue specialità, la vendetta politica. Stavolta in chiave anti-Renzi; naturalmente sul piano dei simboli.

La notizia è che l’ex premier - che ha scritto un nuovo libro, Non solo euro - lo presenterà martedì al Tempio di Adriano, a Roma. E’ facile indovinare con chi: con Matteo Renzi. Gli ha fatto pervenire un invito al quale era difficile dire no, non fosse altro che per gentilezza. Ma bisogna allora prepararsi ad alcuni ribaltamenti. I due nemici (D’Alema ancora poco prima delle primarie diceva «Renzi mi pare un rivoluzionario che vuole prendere la Bastiglia con l’appoggio di re, baroni e baronesse») si troveranno esposti a decine di foto, sorrisi e pacche sulle spalle immortalate, per di più in uno scenario - il Tempo di Adriano - assai connotato veltronianamente (almeno a sinistra). Doppia nemesi, ma certifica che comincia a essere difficile chiamare ex D’Alema: appare a raffica intervistato in tv, agisce dentro il partito, spinge per Renzi a Palazzo Chigi e ora riceve anche la più gradita photo opportunity. E non è una foto postuma.

Da - http://www.lastampa.it/2014/03/11/italia/politica/dalema-si-fa-presentare-il-libro-da-matteo-IHv5rRKM3E66IkHahlUTBK/pagina.html
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