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Autore Topic: JACOPO IACOBONI. -  (Letto 11875 volte)
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« il: Novembre 28, 2008, 05:56:29 »

28/11/2008 (8:0) - L'INCHIESTA

Un miliardo di mani sulla Sardegna
 
Il governatore dimissionario della Sardegna Renato Soru
 
Giro d'affari enorme da La Maddalena a Cagliari. Ma Soru vuole bloccarlo

JACOPO IACOBONI
INVIATO A CAGLIARI


E’ una partita a poker che vale due miliardi di euro, in cui ognuno gioca per conto suo, quasi tutti indossano gli occhiali scuri per non far vedere lo sguardo, e tutti hanno un interesse, non sempre coniugabile col bene comune. Dietro le dimissioni di Renato Soru c’è la sfida di una lobby del cemento, le mire, a volte indecenti a volte no, di imprenditori e palazzinari, le faide dentro il Pd, persino la villetta del piccolo consigliere locale, che magari vota contro il piano paesaggistico del governatore. Se ci fosse Rosi potrebbe girare «Le mani sull’isola». La città è troppo poco.

Certo, siamo a Cagliari, da dove tutto è cominciato, e nelle cui vicinanze si combattono due delle contese che più hanno lavorato ai fianchi il governatore. Ma non è solo Cagliari. Passeggiando per le rovine archeologiche di Tuvixeddu, per esempio, la scritta che blocca i lavori dell’ingegner Gualtiero Cualbu è ancora affissa, «sito sottoposto a blocco cautelativo dall’autorità giudiziaria». Cualbu, il più noto costruttore edile della città, oggi anche albergatore di lusso col Thotel, voto (esplicito) a destra, aveva presentato un progetto di utilizzo di un’area degradata di 50 ettari dove fino agli Anni Sessanta la gente viveva incastrata come nei Sassi di Matera, 38 dei quali da destinare a parco urbano, e dieci a residenze. Un business da 260 mila metri quadri di nuovi volumi, investimento tra i 150 e i 200 milioni di euro. La Regione ha stoppato tutto, Soru spiega che «quella è un’area archeologica tra le più belle della nostra terra, e non sopporta volumi di queste dimensioni». Cualbu ha fatto ricorso, e adesso racconta: «Sono la vittima predestinata, il costruttore che gli serve per fare bella figura sui media, ma avevo tutte le autorizzazioni. Una cosa è certa, noi il 5 dicembre riprendiamo i lavori».

Bisogna dunque, come sempre, seguire dove va il fiume di danari che scorre - o potrebbe scorrere - nell’isola, per cominciare a capire cosa c’è alla radice delle (tante) ansie di rivincita che si coalizzano contro Soru. E risalire un po’ la costa orientale da Cagliari a Cala di Giunco, Villasimius - dove anche in questa mattinata variabile è possibile vedere i fenicotteri. Un sindaco di sinistra, Salvatore Sanna detto Tore, che ostenta familiarità con Walter Veltroni (il segretario democratico ha semplicemente fatto vacanza da quelle parti), aveva inizialmente benedetto il progetto di Sergio Zuncheddu, altro grande costruttore, editore dell’Unione Sarda, nemicissima di Soru: villaggi per 140 mila metri cubi di nuovi volumi, investimento di 90 milioni di euro, stop a tutto, e il Tar che ha appena dato ragione a Soru. Come andrà a finire? Zuncheddu è tenace, «noi andiamo avanti, ricorreremo ancora». Tra parentesi: lui ha l’Unione, e ora anche La Sardegna si è spostata a destra. Prima l’editore era Nicki Grauso, ora una compagine di imprenditori legati a Marcello Dell’Utri.

La mappa del potere muta, a urne ancora chiuse. A Cagliari il sindaco forzista Emilio Floris è sul piede di guerra perché sono fermi lavori sul lungomare Poetto, sul porticciolo di Marina Piccola, sul campus universitario. Vuole candidarsi? Alla Maddalena, che Soldati chiamava «la piccola Parigi», dopo il G8 del 2009 si farà un bando per il polo turistico, è assodato che concorreranno il riabilitato Aga Khan (pronto a spendere 150 milioni), una società monegasca (la Giee, collegata col gruppo Rodriguez, che fa yacht d’altura, ne sborserebbe 70), e anche Tom Barrack, se al quartier generale confermano: siamo interessati anche noi. Ma è una partita da giocare. Altre si stanno giocando.

Negli ultimi due anni, per dire, i fratelli Toti e Benetton sono arrivati sull’isola più volte per proporre un progetto nella zona di Capo Teulada, all’inizio si sono fatti precedere da una telefonata di Francesco Rutelli. La regione ha controproposto: impegnatevi invece nel tratto di miniere dismesse di Sant’Antioco, dove urge una riqualificazione. Risposta: fossimo matti. Stessa sorte è toccata a Domenico Bonifaci, che voleva operare su un’area intorno a Porto San Paolo, edificando tra l’altro nuove residenze nell’agro, cosa vietatissima dalla filosofia-Soru (i tre chilometri dalle coste sono inespugnabili, e oggetto, appunto, della legge contestata). Lì i lavori non sono neanche mai partiti.

Alcune porte però si aprono, Soru le cita per dire «è falso che io sia contro l’impresa tout court». Colaninno sta riqualificando un vecchio albergo a Is Molas (progetto di Massimiliano Fuksas), i Marcegaglia hanno acquisito il Forte Village (Tronchetti aveva visitato le miniere dismesse di Ingurtosu, poi ha scelto di non investire), Barrack sta facendo semplici lavori di ristrutturazione dei suoi alberghi della Costa Smeralda, Ligresti ha visto approvare il suo Tankka Village (sempre a Villasimius). Perché loro sì? La regione ritiene che non sfondano il territorio con nuovi volumi, anzi razionalizzano strutture obsolete.

Paolo Fresu, jazzista veltroniano, ha lanciato per mail una petizione pro Soru coi suoi amici intellettuali, Salvatore Niffoi, l’attrice Caterina Murino. Ma magari pesa di più l’ira dei sindacati, che strepitano perché l’ex mago del bilancio di Soru, Franceso Pigliaru, il Giavazzi sardo, ha rimesso in sesto il bilancio anche tagliando 98 milioni di euro per la formazione: prima se li pappava la triplice. La circostanza che i seguaci di Cabras, il senatore amico di Fassino capo degli anti-Soru, votino contro il piano paesaggistico è, in questo mare, la semplice goccia.
Peserà questa, o il fatto che la somma di tutti gli investimenti bloccati è vicina al miliardo, e - accusa Silvio Berlusconi - «Soru penalizza l’economia»? No, replicano in regione, gli occupati nel settore edile crescono del 18 per cento. E secondo l’assessore all’Urbanistica Gian Valerio Sanna, il miliardo bloccato è compensato da un altro miliardo virtuoso: 500 milioni investiti in tre anni dalla regione per centri storici, campagne, agricoltura, e altri 500 dai progetti approvati ai privati. Ci sono mani e mani, sull’isola della lotta al potere del cemento.

da lastampa.it
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« Risposta #1 il: Febbraio 08, 2010, 10:11:08 »

8/2/2010 (7:25)  - RETROSCENA

E spunta la Base "di lotta e di governo"

Il popolo viola chiarisce: in piazza il 27 si va comunque

JACOPO IACOBONI

Chissà che l’ultimo trait d’union tra il dipietrismo (versione Grillo) e il mondo del Pd non s’incarni nell’immagine-icona di Renzo Piano.

Undici di sera di sabato, teatro La Cigale, Parigi. Il grande architetto - non certo un esaltato giustizialista - sta uscendo sorridente dallo spettacolo che Beppe Grillo porta in giro in Europa in questo periodo, «Incredible Italy». «L’Italia è un virus», ha appena finito di gridare il comico sul palco, «guardate che dopo Mussolini e la mafia possiamo anche esportare il berlusconismo, vedo che anche Sarkozy ora piazza suo figlio...»; e la sala praticamente è caduta giù, tantissimi italiani, ma anche molti parigini. La stessa scena s’era vista pochi giorni prima a Londra, dove nel dopo spettacolo un fan grillista ragionava così: «Di Pietro è l’unico che può dare un po’ di cuore all’opposizione». Insomma, il matrimonio di convenienza col Pd non avrebbe smosciato Tonino, semmai (forse) rinvigorito Bersani. Poi nel weekend è arrivata quella che Il Fatto ha titolato sarcastico «La svolta di Salerno», Tonino che s’acconcia a più miti consigli per fare fronte comune con Bersani. E le cose si sono un po’ complicate.

Una svolta realista di Di Pietro, la fine dei sogni di opposizione dura e pura? Grillo a Parigi ha ostentato di sentirsi sulla stessa barca dell’ex pm, «ho anche messo sul mio blog, a scanso di ricatti, una mia vecchia foto dell’89 con Dell’Utri, Berlusconi e Provenzano, sapete com’è, mi avevano detto che erano un bibliofilo, un promettente imprenditore e un siciliano riservato...». E sul blog difende il capo dell’Italia dei Valori, «chi me l’ha fatto fare? A quest’ultima domanda posso rispondere: me l’hanno ordinato la Cia e Antonio Di Pietro, che già allora agiva nell’ombra». Tra i post, nessuno critica Di Pietro. Anche i più ostili al Pd.

All’uscita dallo spettacolo parigino, mischiato tra la folla, sorrideva anche Marco Travaglio, che sul blog «voglioscendere» poche ore prima aveva postato una riflessione in difesa dell’ex pm, citando Giorgio Bocca. «La guerra infinita a Di Pietro, iniziata nell’estate ’92 col “poker d’assi” di Craxi, proseguita con decine di inchieste-farsa, distillata ancora un anno fa con le bufale intorno al figlio Cristiano che aveva addirittura raccomandato un elettricista di Termoli, e ora giunta alla comica finale con la cena delle beffe, non è dovuta ai suoi errori. Che pure sono evidenti e numerosi», ma ai suoi meriti, al suo ruolo di «unica opposizione anti-inciucio». Certo meglio sarebbe stato non «imbarcare tutti», dentro l’Idv. Ma insomma, anche il Tonino della svolta resta molto meglio della media di ciò che passa il convento politico italiano.

Eppure qualche scricchiolio nel mondo dipietrista s’avverte. Sempre sul blog «voglioscendere» un lungo post (l’ha scritto Peter Gomez) bastona l’idea dell’Idv di sostenere il sindaco democratico De Luca per la Regione Campania: «Il voto per acclamazione da parte dell’Idv è un errore politico che costerà molto caro al movimento di Antonio Di Pietro. Se De Luca corre per la poltrona di governatore con due processi in corso, qual è la differenza tra lui, Berlusconi o Fitto?». E nella leggendaria Base - ricetto o paradiso, a seconda dei punti di vista, di ogni antiberlusconismo duro e puro - c’è chi è d’accordo con lui. Sui social network di chiarelettere, per esempio. Nella redazione del Fatto. Tra i seguaci di De Magistris (che irride, «volevano fare il processo a De Luca, ma è stato un processo breve»). O nella rivista MicroMega, che però ha visto ignorato un appello a De Magistris affinché si candidasse lui, in Campania.

Di Pietro resta convinto che è finita la stagione dell’opposizione «solo di pancia o di piazza», e mena vanto della nuova posizione, «come dice il mio amico Bersani, di opposizione si muore. È il momento dell’alternativa». Solo che la Base ci sta, sì, ma a una condizione: la «pancia» e la «piazza» continua a volerle. Il 27 febbraio, conferma uno degli organizzatori della manifestazione del popolo viola, il romano Emanuele Toscano, «abbiamo indetto una manifestazione nazionale in cui chiamiamo a raccolta tutta la società civile a Roma contro il legittimo impedimento». Dopo quella del 5 dicembre un’altra mega-giornata all’insegna dell’antiberlusconismo, a celebrare l’arcano paradosso di una Base di lotta e di governo.

da lastampa.it
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« Risposta #2 il: Marzo 04, 2013, 06:11:30 »

POLITICA
04/03/2013 - RETROSCENA

La mossa di Beppe “Tenere Monti a Palazzo Chigi”

Prima assemblea a Roma: si decide su portavoce e logistica

JACOPO IACOBONI
ROMA

Sotto, la riunione ha un po’ l’aria dell’assemblea universitaria, anche come facce e storie.  
Sopra, nella hall, c’è l’aria da festa di laurea dove la gente innanzitutto vuole conoscersi, intrecciare storie che spesso finora erano solo voci, o chat.
 
Alle 16.56, finita una pausa caffè lunga abbastanza per farsi domande, scambiarsi numeri di telefono e mail, gli eletti del Movimento cinque stelle cominciano a richiamarsi l’un l’altro, «ragazzi, scendiamo sotto, riprendiamo? Dopo aver pagato, eh». Il caffè se lo sono pagati da soli. Quanto all’albergo, non dormono qui. Nonostante ci siano ottime e economiche offerte, «quasi tutti i non romani si sono organizzati con soluzioni low cost», racconta uno di loro. Compreso l’aereo. In fondo, chi non ha un amico a Roma? Per trovare casa ci sarà tempo.  
 
E’ così, la riunione dei parlamentari del Movimento, segreta si fa per dire. Fuori il mondo invoca trasparenza, e coerenza con la sbandierata, totale apertura. Dentro, loro rispondono «ma perché, il Pd non ha mai fatto un incontro a porte chiuse?». E c’è come un senso situazionistico della beffa ai media che andrebbe colto. Alle 16,30 - quando hanno fatto time out e sono saliti su, dal piano interrato dove si tiene la sessione, alla hall dove c’è il bar con bancone in legno aperto - fuori dalla porta a vetri dell’hotel Saint John s’è creata una tale ressa di cameramen, fotografi e giornalisti che, da dentro, gli eletti li filmavano a loro volta con gli smart phone e i minitablet, per poi sorridere e darsi un po’ di gomito. L’assediato che assedia a sua volta l’assediante.
 
Ribaltati i ruoli vittima-carnefice, ecco alcune conversazioni, di cui teniamo anonimi gli autori: «Il governo? La fiducia per noi è impossibile, bisognerebbe capire che è fuori luogo anche chiedercela». Come se ne esce lo suggerisce una eletta quarantenne, assai disponibile: «Non c’è niente che impedisca di tenere ancora lì Monti per qualche mese, mentre il Parlamento fa delle leggi. Se sono buone leggi, noi le votiamo. Naturalmente presto si torna a votare». E’ lo stesso ragionamento ascoltato in mattinata da qualcuno assai vicino al team di Grillo e Casaleggio che ha organizzato in concreto lo Tsunami: «Perché non si può immaginare di lasciare Monti in carica, per quattro cinque mesi? Esiste un precedente, non è vero che non si possa fare: il governo Dini durò 127 giorni dopo la fine della maggioranza». «Rigor Montis» non piace per nulla, sia chiaro. Ma a questo punto tanto vale, per molti cinque stelle, tenerlo lì lo stretto necessario. La minaccia di Bersani (tornare a casa) li spaventa poco.
 
Naturalmente i nuovi parlamentari si occupano qui soprattutto di questioni organizzative. Devono scegliere un portavoce, sarà a rotazione. Decidere chi parla all’esterno (per ora, nei momenti caldi, i meno in ansia paiono Vito Crimi e Roberto Fico). Un gruppo seguirà la logistica. Un altro, i motori di ricerca e le chat. C’è l’idea di «trovare un palazzo dove andare a stare, per risparmiare e stare anche vicini fisicamente», considerando che non guadagneranno più di 2500 euro netti (cinquemila lordi), e viverci a Roma non è facile. «È un po’ stressante, questo assedio», ammette Laura Bottici. «È anni che lavoriamo sul territorio, e non c’era questo interesse». Altri ricordano disperate telefonate ai giornali, spesso ignorate.
 
Alcuni sono già un riferimento evidente. Roberto Fico, napoletano, camicia fuori dai pantaloni, e una faccia aperta da ragazzo del sud. Offre caffè al bar. Vito Crimi, che si assume l’incarico di annunciare «Grillo e Casaleggio non verranno, questa non è una riunione di linea» (ma è vero che non verranno?). I ricci neri e timidi di Andrea Cioffi. Molto defilata Marta Grande, la più giovane, maglioncino grigio, appoggiata alla colonna, armeggia col telefonino; che il Pd la lodi così tanto non ha entusiasmato lo staff. Due ragazze, filmaker esterne, girano un documentario per immortalare una riunione che comunque sarà ricordata. Ai muri, riproduzioni di Tamara de Lempicka fatte dallo Studioessedipinti.
 
L’età media è palesemente sotto i quarantacinque. Estetiche assurde e cappellai non ce ne sono. Non ci sono grisaglie, nessuno ha la cravatta, qualcuno ha così caldo da girare a maniche corte e felpa legata in vita. Ma non c’è neanche un abbigliamento prevalente. Le ragazze, ce ne sono di carine. Sembrano molto diversi all’aspetto dai parlamentari cui siamo abituati.
 
Votano per alzata di mano, non col televoto. Al momento di andare via, alcuni hanno organizzato un furgoncino-scolaresca. Sentono di avere una missione, ma te la spiegano come se si fosse a una festa, anche se non eri stato invitato.

da - http://www.lastampa.it/2013/03/04/italia/politica/la-mossa-di-beppe-tenere-monti-a-palazzo-chigi-4dhGBQsLbn2RKWemYYm5YJ/pagina.html
« Ultima modifica: Agosto 05, 2013, 10:57:34 da Admin » Loggato
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« Risposta #3 il: Maggio 16, 2013, 11:11:19 »

Politica
16/05/2013 - intervista

Grillo: “Vogliono zittirci L’ultimo argine siamo noi”

Beppe Grillo, impegnato in questi giorni nella campagna per le amministrative, vorrebbe tornare a fare un tour mondiale comico

“Noi torneremmo al sistema elettorale precedente, ma Berlusconi vuole questo”


Jacopo Iacoboni
INVIATO A BARLETTA


«Alla fine ne resterà uno solo. Come in Highlander. O noi o il nano. La scelta sarà questa. E sarà una scelta che arriverà molto presto».

Sono le undici di mattina e Beppe Grillo è al bancone dell’Hotel dei Cavalieri di Barletta, la città della disfida. Da Ettore Fieramosca al film con Cristopher Lambert il passo è abbastanza lungo, ma lui ci ha abituato a ciò che all’apparenza sembra impensabile. Grillo ordina un caffè macchiato con un po’ di latte (la sera precedente ha cenato con un’insalata di cicoria). Per la prima volta da tanto tempo conversa con un quotidiano italiano, senza essere inseguito, risponde alle domande, alle critiche che gli fanno, illustra la sua tesi su ciò che succederà, fa ovviamente moltissime battute varie. Ma in privato appare molto meno istrionico, più propenso a una citazione che a una battuta.

La prima notizia, ha visto, è un altro arresto, del presidente della Provincia, Pd, di Taranto, per la storia dell’Ilva. Che ne pensa?  

«Mah, siamo cauti. Non è che i magistrati adesso stanno esagerando un po’? C’è uno strano clima, intorno. Sono preoccupato».

La polizia è venuta nei vostri uffici a Milano, chiedendo di vedere i server per i ventidue ragazzi indagati a Nocera per vilipendio contro il capo dello Stato. Davvero crede che vogliano chiudere il blog?  

«Secondo me ci provano, a bloccare i server. È significativo che sia venuta la polizia, non la polizia postale. In questo io vedo una stretta. Naturalmente la rete non la puoi chiudere, ciò che chiudi da una parte rispunta dall’altra, me lo disse anche l’ambasciatore cinese quando ci siamo incontrati, e se lo dice lui... Però è un segnale di quanto il sistema ci odia. Mi vogliono demolire persino sui soldi, io che non ho mai toccato diecimila lire in vita mia».

C’è questa interpellanza che sostiene che gestite tutto lei e Casaleggio, con vostre società. Che risponde?  

«È tutto lì, pubblico, chiedete di andare a vedere. È tutto sul conto parlamentare. Lo gestiscono in due persone, Vito Crimi e un tesoriere. Chi dice altro calunnia».

Altri vi criticano perché sostengono che ci guadagnate, coi libri, la pubblicità, il blog.  

«È presto detto: col blog siamo in pari, ci costa sui duecentomila euro l’anno, li copriamo con la pubblicità, ci sono tre persone che ci lavorano a tempo pieno. Poi i libri: sa che il libro che guadagna di più non è neanche pubblicato da noi, è quello con Fo e Casaleggio, per Chiarelettere, e il ricavato andrà tutto in beneficenza. Tutto. Io non lavoro da tre anni. È il motivo per cui vorrei tornare a fare un tour mondiale, poter fare il mio lavoro di comico. Ma ci accusano di tutto, anche di aver registrato un’associazione a nome di mio nipote».

Ecco, lì com’è la storia?  

«Semplice, per pararci il c... dalla legge, e evitare che fossimo esclusi per essere solo un movimento, costituimmo in una notte questa associazione, intestata a mio nipote, avvocato. L’associazione è lì, non tocca una lira, andate a controllare. Per farla ci siamo affidati a due studi legali e ci è costato quanto? (domanda a una delle menti più sveglie del suo staff), sì, 140 mila euro».

Come se la spiega tutta questa ostilità, c’è qualcosa anche di personale che risale a odi per la sua vita precedente di artista? O sbagli vostri? Ultimamente Michele Serra ha scritto cose più aperte su di voi, ma a parte lui, pochi.  

«Sì, me l’hanno detto di Serra che ha elogiato qualcosa del M5s. Gli altri pazienza: gli snob, specialmente la sinistra, non sopportano che certe cose le dica un comico. E devono demolirlo. Dire che millanto amicizie di Fitoussi, di Stieglitz, di Lester Brown, o Wackernagel... Io non ho millantato nulla, sono solo un divulgatore, un semplificatore, di idee che sono di tutti. La decrescita, la critica all’austerity, un’economia in cui girano le idee, non le merci inutilmente. Poi Stieglitz ha scritto la prefazione a un mio libro, Brown è stato con me a Bologna a una lezione all’Università, ma non ho mai detto che mi abbiano scritto il programma».

Il fatto che Berlusconi sia risorto non vi spaventa? La critica più frequente che vi fanno è potevate fare qualcosa col Pd?  

«Sono loro che non hanno voluto. Bersani voleva solo dieci senatori per fare un governicchio, e naturalmente senza ascoltare nulla delle nostre richieste, senza fare quello che abbiamo fatto noi, cancellarci da un giorno all’altro 42 milioni di rimborsi, senza darci una commissione di controllo, niente».

Possibile che nessun leader del centrosinistra l’abbia mai chiamata, neanche dopo le elezioni?  

«Nessuno. Mai. Nessuno. Anzi, uno sì. Con Romano Prodi ci siamo sentiti, ma lo conosco da prima, da quand’era professore. È una cosa vergognosa il modo in cui l’hanno trattato (usa un’altra espressione, ndr), mi ha fatto anche pena. Questo la dice lunga su che gente ci sia in quel partito. Ma è una situazione che non regge più, non ci sono più soldi nelle regioni per pagare il personale, a settembre crolla tutto. Mi danno del catastrofista, ma è così».

È D’Alema che tiene le fila in quel partito, secondo lei?  

«Ma sono residui, ormai. Di D’Alema capii tutto quando si presentò, da premier, dicendo “siamo la sinistra progressista”, e andò a rassicurare le banche e i mercati finanziari. Capii che quella non era più la sinistra, era la sinistra delle Borse».

Se dipendesse da voi, oggi, come cambiereste almeno la legge elettorale?  

«Noi un ritorno alla legge precedente lo sosterremmo, rifare i collegi sarebbe semplicissimo. Ma Berlusconi non vuole, il nano è convinto che se si rivota con questa legge elettorale lui vince e va al Quirinale. A quel punto gli unici a poter impedire questo saremo noi, una Protezione civile. Il Pd sarà sotto il venti. Io sento l’aria, il cerchio si sta stringendo. Lo vedo anche da questa stretta con cui cercano di farci fuori».

Ci sono molti timori in giro sul vostro atteggiamento sull’euro, se potesse fare un referendum propositivo quale farebbe per primo?  

«Prima di fare un referendum bisogna informare, far sapere le cose. Pensi che anche Cameron, che non è nell’Ue, vuole allontanarsi ancora di più dall’Europa... Solo da noi una critica all’austerity diventa qualunquismo. Non si informa, non si raccontano altri punti di vista. A mio figlio hanno dato un tema di prematurità sul M5s, e sa che articoli c’erano da far discutere ai ragazzi? Uno di Ferrara (nel frattempo guarda sull’Ipad il video di Ferrara travestito dalla Boccassini, coi capelli rossi; e sorride, abbastanza divertito), di Battista, di Severgnini. Belìn, mi ha detto, ma che c....».

I vostri parlamentari cresceranno?  

«Stanno imparando. Guardi Crimi. Loro le cose che non sanno le studiano, i commessi si meravigliano di vedere dei parlamentari che stanno a studiare fino a notte. I professionisti spesso non ne sanno più di loro, ma sanno fingere. Forse poi abbiamo sbagliato a fare in quel modo gli streaming. Abbiamo concesso a Letta di fare la lezioncina, non glielo dovevamo consentire, li dovevamo formare. Forse dovevo andare io, essere più presente. Ma poi avrebbero detto che dirigo tutto».

Ecco, la accusano di comandare, di decidere chi è dentro e chi fuori, il Movimento potrebbe esistere, esisterà senza di lei?  

«È vero, è faticoso, anche mia moglie, la seguono, fanno i dossier su di me, i miei figli, pubblicano l’indirizzo di casa mia... Ma non durerà molto, secondo me. Entro quest’anno vado avanti così. Si voterà prima; se vinciamo, ricostruiremo noi le macerie, ce la prenderemo noi, con le elezioni, l’Italia. E io mi dedicherò solo a questo. Altrimenti se la prenderà qualcun altro, e senza elezioni».  

da - http://lastampa.it/2013/05/16/italia/politica/grillo-vogliono-zittirci-l-ultimo-argine-siamo-noi-x4MWoS8dqIfxizYaOMzuFL/pagina.html
« Ultima modifica: Agosto 02, 2013, 11:09:03 da Admin » Loggato
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« Risposta #4 il: Maggio 21, 2013, 07:15:02 »

 12/05/2013

L'Italia dell'insulto e le bufale su "è colpa di"

Oh gli insulti, oh l'odio on line su twitter, oh i troll, oh i grillini che non sanno far altro che berciare...

All'improvviso la discussione pubblica italiana - già provata dall'impoverimento medio della società, da una profonda crisi culturale e dalla pochezza delle chances soprattutto per i giovani - s'è avvitata a parlare di twitter, della deriva di cui sarebbe preda (poiché alcuni vip come Mentana hanno deciso di abbandonare il social network stanchi delle offese ricevute), della preoccupante tendenza, ovviamente attribuita solo a una nuova forza politica, all'invettiva e all'aggresisone verbale, senza alcun costrutto. Ci impoveriamo, siamo messi male culturalmente, i settori vitali della nostra società stentano, la sinistra non c'è più, di qualcuno deve pur essere la colpa. Un giorno è colpa del degrado di twitter - che addirittura, ci viene ammannito, boccia presidenti della Repubblica, secondo quanto ritiene un dottor non più tanto sottile, Giuliano Amato - un altro giorno è colpa di Grillo (il quale con le invettive roche ci mette del suo, naturalmente). Poi uno spegne questa litania e apre gli archivi, attiva la memoria, o la semplice osservazione del presente; a volte basta che accenda la tv.

Sabato sera a In onda Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, un quotidiano culturalmente vicino a un'area politica oggi al governo assieme al Pd, ha invitato due volte la presidente della Camera Laura Boldrini (mi scuso, riporto soltanto), "non rompa i coglioni, non rompa i coglioni" sulla "storia" della violenza sulle donne. Domenica - dopo la forte contestazione subita da Berlusconi a Brescia - Libero, un altro giornale che è vicino all'operazione politica Pdl-Pd, anche detta di "pacificazione nazionale", ha titolato così: "Assassini neri, squadristi rossi", mettendo insieme i fischi all'indirizzo del Cavaliere con il triste episodio di violenza che ha visto protagonista uno squilibrato a Milano (purtroppo aveva la pelle nera, dettaglio per noi irrilevante ma per questi illuminati è importante).

Due evenienze così squallide fanno tornare alla mente, in modi quasi random, che forse l'odio, l'insulto, il livore, lo svilimento dell'interlocutore e la rinuncia al minimo rispetto della conversazione vengono in Italia da lontano, altro che internet, e riguardano la società, la realtà, in particolare quel micromondo, un tempo comico, oggi in fondo per lo più patetico, che è la politica. Veniamo da lunghi anni in cui l'allora premier Silvio Berlusconi chiamava "coglioni" gli elettori di sinistra, e ha detto dei giudici - cito quasi a caso - che sono «matti», «disturbati mentali», «assassini», fino al «sono un cancro». Ministri come Brunetta bollavano come "elites di merda" i gruppi economici e finanziari. Colleghi come Sacconi, dal dicastrero del Lavoro, gridavano in piazza "vaffanculo" ai delegati sindacali (della Cisl). Persino Prodi, assai più civile, s'è fatto scappare un "delinquente politico" a Tremonti, che non vedeva l'ora di rispondergli chiamandolo "demente"; ma poi il Professore ha anche dato dell'"ubriaco che si attacca ai lampioni" a Berlusconi, il quale gli riconosceva invece lo status di "utile idiota" della sinistra...

Di Pietro ha sempre parlato del Cavaliere come di un "magnaccia", è successo che parlamentari in aula si siano gridati cose come "checcha, squallida troia" (Nino Strano a Cusumano, che svenne, poveretto), sull'uso degli epiteti "frocio" e "culattone" si potrebbe scrivere un capitolo a sé, protagonisti i destri Storace, Tremaglia, Gasparri, Mussolini. Su Previti, oltre a tutto il resto, si può forse ricordare che era solito rispondere alle critiche di colleghi parlamentari urlando loro, rosso in viso, "pezzo di merda, sei un pezzo di merda". E' tutto lì; ricordatevene. Da questo veniamo. Senza scomodare teorie sugli scadimenti antropologici causati da vent'anni di programmi tv lobotomici.

Noi poi possiamo credere che tutto questo nasca con Grillo, o al limite spopoli per via "der web" o di twitter (oltretutto, risibilmente sopravvalutato anche da un punto di vista numerico); ma allora perché non del Game Boy Nintendo, delle correnti d'aria, del declino delle mezze stagioni, o di un certo uso, effettivamente spoporzionato nelle culture giovanili, dei fumetti manga? Pensiamoci. Magari la colpa è lì.

twitter @jacopo_iacoboni 

da - http://www.lastampa.it/2013/05/12/blogs/arcitaliana/l-italia-dell-insulto-e-le-bufale-su-e-colpa-di-qyvQOGW5lD2CqYNvZo2MmM/pagina.html
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« Risposta #5 il: Agosto 02, 2013, 11:06:27 »


Arcitaliana    

Jacopo Iacoboni
   
31/07/2013

Berlusconi e Manning, la coincidenza di due processi-simbolo

Il passato che non ci scrolliamo, e il futuro coi suoi dilemmi


Sono due storie che non c'entrano niente, due mondi lontanissimi e forse agli antipodi, due processi che nulla hanno in comune. Eppure le fotografie di Silvio Berlusconi e Bradley Manning, tra ieri e oggi, si sono improvvisamente come sovrapposte, e ci stanno davanti insieme, ci parlano. La coincidenza temporale dei due verdetti avvicina l'inavvicinabile. L'Italia, condannata a occuparsi del passato come in una palude, il mondo, che bene o male - nel caso del processo Manning molto male - ha comunque davanti a sé dilemmi futuri, problemi veri, non la superfetazione dell'impotenza di un piccolo Paese.

 

Quando Silvio Berlusconi, da pochi mesi premier, ricevette il primo avviso di garanzia mentre era a Napoli, svelato da un grande giornalista, Goffredo Buccini per il Corriere della Sera, era il 22 novembre 1994, avevo 22 anni e frequentavo la facoltà di Filosofia della Sapienza, a Roma. Eravamo assuefatti al crollo della vecchia classe politica democristiana e socialista per le inchieste di Tangentopoli, nessuno di noi aveva creduto né votato l'amico di Craxi, e in fondo considerammo abbastanza ovvio che il (finto) campione della seconda repubblica venisse mostrato fin da subito collegato mani e piedi al sistema che diceva di voler sorpassare, i legami opachi tra politica e affari, la degenerazione dell'etica pubblica, lo scadimento della politica. Vent'anni dopo siamo ancora a parlare dei processi di Berlusconi, arrivati in alcuni casi in Cassazione, per una sfilza di accuse che forse gli italiani neanche ricordano, tanto sono lunghe, ripetute, e tanto insistente è stato il martellamento della contro-propaganda che le dipinge come il frutto di un puro accanimento delle "toghe rosse". Vent'anni dopo siamo inchiodati ad aspettare la sentenza su un uomo che appartiene innegabilmente, anagraficamente, mentalmente, a un passato che non se ne va, a un'Italia pietrificata e zombizzata, un uomo che tiene il sistema politico - con forti complicità, bisogna dire - legato inestricabilmente alla sorte della sua persona. Fosse condannato lui, cosa resterebbe del partito democratico attuale, un partito centrato in moltissima parte sulla (finta) dialettica col berlusconismo? Domanda senza risposta; come sempre, non succederà nulla. Tomasi di Lampedusa docet.

 

E poi c'è Bradley Manning. Le foto di un militare americano molto molto giovane, con un sorriso timido mentre viene condotto davanti alla Corte Marziale di Fort Meade, reo confesso di essere l'informatore di Wikileaks, e dunque accusato (e condannato) per aver violato più volte l'Espionage Act, ma non condannato per l'altra accusa, il reato di "intelligenza con il nemico", la cui pena prevista era l'ergastolo. Manning viene ritenuto colpevole per 19 capi d'imputazione di cui cinque per spionaggio (in teoria rischia una pena di 136 anni). E' già in carcere da tre anni, nove mesi dei quali sono stati, secondo l'Onu, carcere "inumano", con episodi qualificabili come "tortura". E' per il suo "spionaggio" che, ricorda Fabio Chiusi, conosciamo l'uccisione di 195 civili in Afghanistan, o cose come l'episodio di un elicottero Apache americano che spara su dei semplici cittadini, e su dei giornalisti Reuters. I suoi critici dicono: ha violato la sicurezza nazionale, fargliela passare significherebbe creare un pericoloso precedente (dov'è finito il liberal Obama? Ragionevole pensare che non sia mai esistito, se non nei media). Chi pensa invece che Manning subisca una pagina nera della giustizia, non solo americana, ritiene che abbia affermato un principio semplice, e sancito dalla Costituzione americana: il diritto alla libertà dell'informazione, e l'assenza di vincoli per un giornalismo che non voglia essere prono ai poteri o ridotto al ruolo di fiancheggiatore embedded dei servizi. Un processo che dunque ci parla di futuro, diritti, giornalismo, rapporto con Internet e la diffusione di un'informazione che prova a essere libera, coi mille rischi e cautele che quest'aggettivo si porta dietro, e senza miracolismi, dentro e fuori la rete. 

 

La foto sono lì, ci guardano. Da una parte la sorte di un vecchio e di un paese avvizzito. Dall'altra un giovane con le spalle troppo strette nella sua divisa che - scrive il Guardian - subisce "il processo più vergognoso della storia americana", ma è un processo che parla di noi, delle questioni che ci troveremo inesorabilmente davanti, noi persi tra evasioni fiscali, inciuci e cene eleganti; un processo che parla di ciò che vedremo - o che non sapremo - nei prossimi anni. 

twitter @jacopo_iacoboni 

da - http://www.lastampa.it/2013/07/31/blogs/arcitaliana/berlusconi-e-manning-la-coincidenza-di-due-processisimbolo-oZjq4Il1gbLwUoMR5IgsLP/pagina.html
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« Risposta #6 il: Agosto 05, 2013, 08:26:10 »

 04/08/2013

Il baracconata-show
(alla fine non si ride)

Jacopo IACOBONI

Siamo ormai, a tre giorni dalla sentenza definitiva su Berlusconi, in piena modalità-caciara.

Diverse cose colpiscono nella manifestazione di Palazzo Grazioli, che si potrebbe raccontare come una baracconata spassosa. I toni da talk show dell'imbattibile re della televisione, che serve un bello spettacolo di mezza estate in mezzo a palinsesti un po' mosciarelli. La presenza di numerosi pensionati in gita, vecchini che tuttavia parrebbero assai incazzosi, a giudicare dalle interviste che rilasciano. Le bandiere di Samorì tra la folla, uno che tempo fa si proponeva come aspirante erede del Cavaliere. Quelle di Forza Italia che, dice un tizio, "conservavo da vent'anni" (pare più probabile una alacre ristampa notturna in queste ore). I consueti pullman di passeggeri col panino e il sacchetto pic nic pagato (avviene però anche in altre manifestazioni, e non c'è nulla di male nel farsi una passeggiata gratis a Roma). Le pasionarie in prima fila, una Francesca Pascale che per stare col quasi ottantenne si è sessantennizzata, una bella ragazza napoletana coperta di cipria come una maschera giapponese. Gli occhi a palla della segretaria del Cavaliere Maria Rosaria Rossi. La messa in piega appena sistemata della Santanchè, in piena tenuta a dispetto dei quaranta gradi. La consueta, sobria maglietta della Mussolini, "c'hann scassat o'cazz". Ovviamente la parole del leader condannato, che fornisce lui il titolo scontato, "io non mollo" (manca il barcollo, quello si vede a occhio nudo). L'Inno di Mameli, insolitamente usato per sostenere le ragioni di un uomo che ha frodato sette milioni allo Stato (in realtà il processo riguarda una cifra molto più alta di soldi, 368 milioni, ma prescritta). I commenti televisivi che ancora discutono pensosamente su una "strategia di Berlusconi" (il Financial Times quando scrive "cala il sipario sul buffone di Roma" è troppo ottimista e troppo poco italiano). I pensieri nascosti di Enrico Letta, che chissà cosa deve aver pensato guardando in tv l'evento. "Siamo responsabili"; baracconata sì, ma responsabile.
 
Forse un quadro così rischia un po' di far dimenticare che ci sono ancora diversi milioni di persone (una decina) assolutamente convinte della bontà delle tesi berlusconiane, e disposte a votarlo. O che c'è un leader condannato che parla sulla tv pubblica con notevole grancassa (il discorso a caldo dopo la condanna), confondendo un po' tutto (magnifico quando dice che lui non telefona a Mediaset perché non c'è traccia di sue chiamate al centralino), e in mezzo alla caciara riscrive la Costituzione dicendo che "la magistratura non è un potere dello Stato perché non è elettivo". Insomma, ci ho ripensato. C'è tanto da ridere. Ma forse più da piangere.
 
twitter @jacopo_iacoboni

da - http://www.lastampa.it/2013/08/04/blogs/arcitaliana/una-baracconata-ma-alla-fine-non-si-ride-MfksuCK9hQyyl5g78mzJUP/pagina.html
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« Risposta #7 il: Settembre 26, 2013, 05:16:47 »

26/09/2013


La vera storia delle dimissioni-farsa

E qual è il grosso rischio per il Cavaliere


Può forse essere utile, nelle giornate tragiche e sciagurate che l'Italia si appresta a vivere, raccontare e spiegare un po' meglio cosa sono queste dimissioni-farsa minacciate dai parlamentari del Pdl, perché le chiamiamo qui con l'epiteto della farsa, della finta minaccia, e ciononostante rischino lo stesso di produrre conseguenze eversive.

- Le dimissioni minacciate con grande strepito sono state "consegnate nelle mani di" Renato Brunetta e Renato Schifani, i  due capigruppo del partito. Procedura burla, perché naturalmente le dimissioni si danno o non si danno, e quando si danno si presentano con una lettera scritta alla presidenza della camera di appartenenza.

- Se anche accadesse davvero questo, il 4 ottobre, cosa succederebbe? Dal punto di vista dei regolamenti delle camere non esiste ovviamente in nessun modo l'istituto delle dimissioni di massa. Le dimissioni sono sempre e comunque individuali.

- Se la motivazione delle dimissioni è la volontà di optare per una carica incompatibile con il suo mandato, l’aula ne prende atto senza procedere a votazioni. Il caso delle minacciate dimissioni del Pdl è diverso. Se infatti le motivazioni sono differenti, le dimissioni devono essere accolte dall’aula con una deliberazione. L’articolo 49, comma 1, del Regolamento della Camera, e l’articolo 113, comma 3, del Regolamento del Senato, stabiliscono che la votazione ha luogo a scrutinio segreto. Si voterebbe, naturalmente, caso per caso. In caso di dimissioni accettate, subentrerebbe il primo dei non eletti. Poi il secondo, e così via. Questo per l'ovvia ragione di impedire, a ogni elezioni, alle minoranze di disertare in massa l'aula e crashare ogni volta il sistema. Tra l'altro, per prassi parlamentare, di solito dimissioni di un parlamentare vengano sempre respinte una prima volta come gesto di cortesia. Questo anche solo per dare l'idea di cosa succederebbe in concreto (è da chiedersi se poi un Berlusconi elettorale sarebbe penalizzato da questa palude da lui creata; in Italia è persino possibile che se ne avvantaggi, agitando la vecchia storia della persecuzione delle toghe rosse).

- Ma naturalmente le dimissioni sarebbero un fatto di natura politica enorme, se davvero acccadesse. Come potrebbe il parlamento restare operativo se un terzo dei suoi componenti decide di non partecipare più alle sedute? Qui però la questione si fa controversa, e viene in mente un grande presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che si faceva un vezzo in circostanze difficili del vecchio detto "a brigante, brigante e mezzo". Se Berlusconi impalla il parlamento e crea il caos istituzionale, pretendendo nello stesso tempo di non far cadere tecnicamente il governo, è già chiara l'arma (non solo retorica) che gli è stata subito prospettata: le dimissioni immediate del presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano ha già comunicato, attraverso vari canali, di avere la lettera pronta nel cassetto.

- In quel caso la situazione sarebbe questa: parlamento politicamente paralizzato, ma non sciolto, e costretto dalle norme a votare caso per caso le singole dimissioni. Nulla vieterebbe però a quel punto - anzi, sarebbe obbligatorio, con un presidente della repubblica davvero dimissionario - di fissare subito la riunione in seduta comune per eleggere il nuovo presidente.

- Attenzione, si tratta di scenari non favolistici, ma realmente configurati - come racconta ampiamente La Stampa - dal Quirinale nei suoi colloqui con gli "ambasciatori" politici. Con una postilla assai esplicita: un nuovo presidente non sarebbe a quel punto un presidente eletto con larghe intese, ma un presidente coi voti di una maggioranza semplice.

- Chi potrebbe essere? Inutile spingersi a tanto. Diciamo che non sarebbe un'eventualità del tutto conveniente per il Cavaliere dell'eversione-farsa.


twitter @jacopo_iacoboni

da - http://www.lastampa.it/2013/09/26/blogs/arcitaliana/la-vera-storia-delle-dimissionifarsa-q6Tz02kgxQ4saa4YCbZTqK/pagina.html
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« Risposta #8 il: Ottobre 13, 2013, 05:25:11 »

POLITICA
11/10/2013

M5S, un elettorato nato a sinistra ma ora in espansione a destra

Ghisleri: l’80% di italiani vuole più controlli sui clandestini

JACOPO IACOBONI

Cosa induce Grillo e Casaleggio a scrivere una sconfessione così plateale di un’iniziativa politica dei loro eletti - i quali, oltre a aver fatto la cosa giusta, per la prima volta avevano vinto dal punto di vista parlamentare? Siamo dinanzi alla pura umoralità, all’espressione infine incontrollata di una vocazione destrorsa, o a un calcolo? E dal punto di vista dell’elettorato che li ha votati - o che potrebbe potenzialmente - è un’uscita kamikaze che tradisce totale inaffidabilità, o anche, sia pure a caro prezzo, una presa di posizione che può portare ulteriori voti, e da chi?
Grillo ormai non vede le cose secondo la frattura destra-sinistra, il che però si traduce nella sensazione che sia più infastidito dalla sinistra che dalla destra, anche mentalmente (non si fa problemi a discutere con quelli di Casa Pound, per esempio). Eppure è innegabile, lo dicono gli studi seri (pochi) sull’argomento, che elettoralmente il Movimento cinque stelle nasce, diciamo così, più a sinistra che a destra. Fino alle amministrative, ricorda Elisabetta Gualmini nella sua ricerca sul Mulino, le cose sono chiare: il 46 per cento dei loro elettori viene da centrosinistra, il 38 da centrodestra. Nel lombardo veneto - cosa singolare - più da sinistra, nel centro e nel sud con uno zoccolo duro anche dal centrodestra. Il che, tra l’altro, torna abbastanza con gli orientamenti prevalenti del gruppo parlamentare, che - per cultura, e si direbbe quasi per antropologia - proviene molto più dal centrosinistra, a volte nella versione radical, altre volte in quella ambientalista.
Una ricerca di Demopolis (sul voto, non su improbabili sondaggi) mostrava che dei loro otto milioni e mezzo di elettori del febbraio 2013, solo il 15 per cento proveniva dall’astensione, due su dieci avevano votato per il Pd nel 2008, altrettanti erano ex dipietristi, mentre quasi tre su dieci per il Pdl. In sostanza, una prevalenza di elettorato che arriva dal centrosinistra. Ma Grillo non vuole essere una «costola della sinistra». Anzi. A maggio le cose stavano quindi mutando: mentre gli elettori sottratti al Pd sono calati (dal 24 al 20 per cento), starebbero salendo quelli di provenienza Pdl (dal 22 al 29; del resto è ovvio, ora è il Pdl, ferito, quello da finire).
È come farsi la chirurgia plastica: ti cambiano un po’ i connotati, e non è detto come riesca. Certo il mutamento di tratti è messo nel conto, fa parte della volatilità di un voto molto d’opinione (tra parentesi va considerato che i sondaggi di giornata hanno campioni troppo piccoli, e soprattutto omettono che la quota di astenuti oscilla tra il 30 e il 35 per cento: troppo per avere risultati credibili). Ma questo mutamento avviene tutto pescando elettorato da destra? E è voluto, ossia Grillo e Casaleggio - il più infastidito dei due dell’iniziativa dei parlamentari - deliberatamente «torcono a destra» il loro Movimento?
Renato Mannheimer ha un dato interessante: «Se si chiede all’elettorato del Movimento se è di destra o di sinistra, il 67 risponde né né (come sostiene Grillo, nda). Solo un terzo si dichiara: di questi sono più quelli di centrodestra, il 33 per cento, che di centrosinistra, il 27». Alessandra Ghisleri fa un’osservazione illuminante: «Secondo i dati dell’osservatorio di Eurobarometro, una cifra intorno all’80 per cento di italiani chiede che i controlli sui clandestini siano fortificati, non allentati. Dinanzi a un dato plebiscitario è chiaro che Grillo ha capito perfettamente l’elettorato, e punta a un sentimento che nell’opinione pubblica è trasversale». In sostanza: anche molto elettorato di sinistra, esposto alla crisi economica, insicuro socialmente e culturalmente, è diventato securitaire (lo sgombero dei rom di Cofferati, o Zanonato duro in via Anelli a Padova, ne furono conseguenze, non premesse). Grillo sceglie cinicamente di fare il passo oltre; favorendo, o forse solo assecondando, il cambiamento di volto del suo Movimento.

http://www.lastampa.it/2013/10/11/italia/politica/ms-un-elettorato-nato-a-sinistra-ma-ora-in-espansione-a-destra-U4yUW4cLHhuFZjKLYYibhI/pagina.html
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« Risposta #9 il: Ottobre 17, 2013, 11:29:50 »

Politica
17/10/2013 - retroscena

Grillo, terzo V-day: si lavora per Genova il 30 novembre
Il primo V-day a Bologna nel 2007
Slitta invece la visita con Casaleggio ai senatori

Jacopo Iacoboni

Era stato proprio Grillo a annunciarlo sul blog il 3 settembre: stiamo lavorando al terzo Vday. «O ci sarà una svolta o una lenta stagnazione con facce nuove a proteggere i vecchi interessi di sempre. Presto faremo il terzo VDay. Tenetevi pronti». Niente alleanze, radicalità «rivoluzionaria ma non violenta», e tenetevi comunque pronti a elezioni, anche se ora sembrano improbabili: «Il M5S - scriveva Grillo - è condannato dalla sua stessa natura a vincere la partita o a perderla irrimediabilmente. I pezzi bianchi non possono allearsi con quelli neri. A differenza degli scacchi in questa partita non è previsto il pari, ma solo lo scacco matto». Citava anche Kasparov; pazienza se negli scacchi, in realtà, esiste anche lo stallo. 
Ecco: paradossalmente, pur trovandosi in uno stallo politico di fatto - e dopo la clamorosa sconfessione fatta da Grillo e Casaleggio dei loro senatori che avevano fatto passare un emendamento che aboliva il reato di immigrazione clandestina - il Movimento viene dato in risalita. E poiché i suoi fondatori non danno la situazione politica per stabilizzata, e giudicano le elezioni sempre dietro l’angolo, Grillo e i suoi stanno lavorando per tornare sul terreno su cui da sempre si sono mossi meglio: la piazza. La notizia circola tra alcuni parlamentari fedelissimi: il terzo Vday si dovrebbe tenere a Genova, la città di Grillo. 
La data: sabato 30 novembre, a una settimana dal voto del Pd su chi sarà il nuovo segretario. Insomma, se il partito democratico prova in qualche modo un recupero di voti dal M5S, gli altri non se ne stanno fermi con le mani in mano. Anzi: cercano di rilanciare con un happening la vera vocazione originaria, che unisce la rete a una partecipazione anche fisica dal basso. Ieri s’è saputo che per ora Grillo e Casaleggio rimandano la visita a Roma di domani. Molti parlamentari hanno messo avanti i loro impegni già presi, altri non volevano l’effetto-scolaresca dell’altra volta. Pesa soprattutto il fatto che le posizioni sull’immigrazione, rispetto ai due fondatori, restino distanti.

La piazza, in questo quadro, è sempre stata per Grillo un toccasana. È forse utile ricordare che l’ultimo Vday si era tenuto cinque anni e mezzo fa, il 25 aprile 2008 a Torino (data non casuale, fu scelto il giorno della Liberazione), e ebbe a tema l’informazione e lo stato dei media italiani, mentre il primo, quello di Bologna, ci fu l’8 settembre del 2007 e puntò il fuoco sulla moralità della classe politica, i requisiti per l’eleggibilità, e quindi sul no al finanziamento pubblico ai partiti. 

I primi due Vday avvengono quando il Movimento cinque stelle non è ancora ufficialmente nato (è stato fondato il 4 ottobre del 2009, sulla scia di una serie di esperienze che dai meet up arrivano alle liste civiche del 2008). Di fatto si può dire che i Vday sono sempre stati dei momenti di svolta e di passaggio, una fase in cui l’organizzazione di Grillo ha fatto un passaggio in avanti. Sarà così anche stavolta?

Fu proprio Grillo, quando l’anno scorso cominciò a parlare della possibilità di «una nuova grande manifestazione», a dire: «Le piazze sono cambiate, da allora. Il Vday non ero io in piazza, abbiamo parlato in ventidue persone, ingegneri, mamme, ex poliziotti, sindacalisti, scienziati, dottori... ma sui giornali non è stato menzionato nessuno. L’idea era quella, far parlare i cittadini». Il risultato fu di quasi totale silenzio sui media. Ora il M5S rilancia. 

Non si conoscono ancora gli ospiti, e il tema (anche se è certo che l’informazione, e soprattutto la situazione della Rai, saranno al centro). Se zoppica nel rapporto tra parlamentari e blog, il Movimento sa che nella protesta contro l’establishment e le larghe intese ha la sua assicurazione sulla vita. E in piazza può osservarsi allo specchio per capire cos’è diventata la sua militanza, e il suo elettorato.

http://lastampa.it/2013/10/17/italia/politica/grillo-terzo-vday-si-lavora-per-genova-il-novembre-sO8jsSNEKPzUIxJ82TEbAK/pagina.html
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« Risposta #10 il: Novembre 19, 2013, 05:33:35 »

Cronache
15/11/2013

Tutti (nemici) sul carro di Matteo

La carica degli “anti-renziani devoti”

D’Alema lo avvisa: “Il partito ti osteggia”. Il sindaco: ride bene chi ride ultimo

Jacopo Iacoboni

Dice: tutti salgono sul carro di Renzi; e in apparenza è vero. Lui non li ha chiamati, anzi («sul carro non si sale, il carro si spinge»), è spettatore di questa comédie humaine. Nel miglior discorso della Leopolda Alessandro Baricco lo avvisò: «Matteo stia attento, sono tutti abbastanza renziani perché hanno capito che questo un po’ li terrà vivi, ma nella testa la distanza dal cambiamento è sempre quella. Le pile sono scariche». 

Davanti allo scrittore torinese passeggiavano Dario Franceschini assediato (ancora?) dalle telecamere, si scorgeva l’antico teorico del proporzionale Stefano Passigli, il dalemiano Latorre dava suggerimenti in sala (curiosamente, s’era collocato davanti a una porta con su la scritta: «Apparati»). Il giorno prima avevano fatto capolino Piero Fassino e anche - cosa mai vista alla Leopolda - il segretario del Pd, Guglielmo Epifani, che aveva voluto dare un cenno di ascolto. I fenomeni minori ma rivelatori sono tanti, da Milano, dove l’ex capo bersaniano del Pd milanese, Francesco Laforgia, si era presentato in prima fila a sentire Renzi a Sesto, al caso Bonaccini, ex bersaniano passato alla macchina del sindaco. Per citarne solo due.

Si potrebbe insomma credere che Renzi, prima ancora dell’esito delle primarie, abbia già vinto culturalmente. La verità è che non è affatto così. Nella pancia, nel cuore, in tanta macchina del partito resta, se non l’alieno, un oggetto da guardare con estrema diffidenza. È come se lo stessero già lavorando ai fianchi in vari modi: mandandogli sul carro gente con la tecnica del cavallo di Troia, contaminandone la vittoria (se il congresso si offusca in storiacce di tessere, peggio per chi vincerà), preparandogli Letta come candidato-premier alternativo, oppure direttamente denigrandolo.

Mettete insieme i pezzi. Domenica, intervistato da Maria Latella, il segretario Epifani, che pure potrebbe imbracciare una linea di pura garanzia da traghettatore, dice invece: «Letta candidato premier anche lui? È una cosa che può essere. Vorrei che assumessimo questo come un percorso fisiologico». Pierluigi Bersani, così esposto appena nel recente passato, non si comporta come in Inghilterra farebbero un Kinnock o un Brown, non osserva da lontano: va dalla Annunziata e fa sapere «Renzi non mi ha ancora convinto, dà l’idea che il partito sia solo le salmerie del leader». E ieri D’Alema, mega-intervistato come ai bei tempi, risultava il più rivelatore di tutti: «Se Renzi dovesse diventare segretario si troverà a gestire un partito che in buona parte dovrà convincere. Non potrà pensare di impadronirsi di un partito che in una certa misura lo osteggia». «In certa misura», che eufemismo (D’Alema, commentando il voto di De Benedetti per Renzi, accenna anche «al potere economico» che starebbe col sindaco; salvo non aver detto nulla quando analogo endorsement arrivò a Bersani nel 2012).

 

Renzi li avvisa, «ride bene chi ride ultimo, anche nei congressi siamo avanti». Denuncia il rischio degli «accordicchi». Ma gli anti-renziani sono in attività elettrica. Come se non fosse successo nulla da febbraio. Stefano Di Traglia, ex portavoce di Bersani, questa battaglia la fa apertamente: «Renzi rischia di vincere le primarie ma non i congressi, e così sarà un’anatra zoppa. Doveva stracciare tutti con l’80%, ma al momento la notizia è che non ha la maggioranza nei congressi. Dunque, se vincerà, dovrà garantire legittimità, agibilità politica (usa proprio questa parola, nda) a tutti gli altri che sommati hanno più voti di lui».

E Letta? L’altra sera, proprio presentando il libro di Di Traglia-Geloni, il premier ha formulato una frase che ha fatto sobbalzare: cercare il M5S, come fece Bersani, servì oggettivamente (al di là delle volontà dell’interessato) a «far mandare giù» ai nostri elettori le larghe intese (Bersani «si immolò»). Di Traglia sa che le parole di Letta lasciano basiti; ma minimizza, «lui e Bersani hanno un ottimo rapporto, non si può pensare che ci fosse un disegno, semmai la conferma che il tentativo di Bersani con Grillo è stato onesto». Nell’ottica di questi anti-renziani devoti, per la corsa a premier «c’è sempre il presidente del Consiglio, e proprio il regolamento del Pd dà ad altri dirigenti del partito la possibilità di concorrere alle primarie di coalizione per il futuro posto di candidato premier». Dicono: tutti sul carro di Renzi. Sì, per sfondarglielo.

Da - http://lastampa.it/2013/11/15/italia/cronache/tutti-nemici-sul-carro-di-matteo-la-carica-degli-antirenziani-devoti-039e7cHbC2Z6zePUERE90N/pagina.html
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« Risposta #11 il: Dicembre 11, 2013, 11:28:59 »

08/12/2013
Un voto contro l'apparato
E una sfida di fatto a Letta

Con un'affluenza intorno ai tre milioni nelle primarie (ancor più che con la sua percentuale molto alta, intorno al 70 per cento) Matteo Renzi ha ottenuto un successo innegabile anche per i suoi nemici; ha mostrato che esiste eccome un effetto-Renzi in un voto popolare; ha dato la prova che gli elettori democratici non ne possono più dell'apparato D'Alema-Finocchiaro (ma, occhio, anche dei Franceschini e dei Boccia, che si sono cammellati - non per volontà del sindaco - sul suo carro). Civati è andato piuttosto bene, senza fare sfracelli ma dando segno di vitalità. Cuperlo molto male e, a nostro giudizio, non perché non fosse un uomo di valore: semplicemente perché è apparso totalmente schiacciato e legato all'abbraccio mortale della burocrazia del partito (e della Cgil): un tandem micidiale che farebbe perdere una partita anche a Maradona, se esistesse, nell'Italia 2013.

Non è sconfitta la sinistra: è sconfitto l'apparato; non è infondata (andrà verificata) l'ipotesi che esista molta più potenziale sinistra con Renzi, che con gli asseriti campioni del dalemismo. D'Alema magari potrebbe riflettere sull'invito di Prodi: "E' tempo di fare spazio alle nuove generazioni". Non lo farà, naturalmente.
 
Il difficile per Renzi comincia ora. Si delineano già stasera due scene stridenti, e totalmente incompatibili: oggi c'è un uomo non ancora quarantenne che conquista la guida del partito con una campagna aperta, popolare, e chiedendo un voto agli italiani. Una foto in mezzo alla gente (tutta la gente, non "la nostra gente", come dice con supponenza il vecchio birignao democratico). Mercoledì c'è un altro voto: in stanze divenute grigie, purtroppo, il Parlamento delle larve intese (neanche più larghe). Mentre Renzi riceve i voti di milioni di elettori democratici, il premier del Pd, Enrico Letta, riceverà una fiducia scontata con i voti di Alfano, Formigoni, Schifani. E' molto difficle pensare che queste scene possano stare insieme. Così come è lecito chiedersi: Letta è davvero contento, tra sé, di questo exploit renziano? 

twitter @jacopo_iacoboni

da - http://www.lastampa.it/2013/12/08/blogs/arcitaliana/un-voto-contro-lapparato-e-una-sfida-di-fatto-a-letta-xecCkdsMnkO4Vb4KvF5wfM/pagina.html
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« Risposta #12 il: Dicembre 24, 2013, 06:16:37 »

21/12/2013 - FOTOGALLERY

Quei politici segnati a vita dalla foto-icona

di JACOPO IACOBONI

Un’icona, scriveva il mistico russo Pavel Florenskij in Porte regali, è appunto una porta, «confine fra il mondo visibile e il mondo invisibile». È al tempo stesso un’immagine e non lo è (più), nel senso che apre significati che sarebbero impensabili per una semplice immagine, figuriamoci per una fotografia giornalistica. Per bizzarro che possa sembrare nel più prosaico dei mondi che c’è - la politica italiana dell’anno di grazia 2013, che sta ormai per chiudersi - le foto sono ormai diventate icone sanguinanti di un potere che stenta sempre più a essere accettato, a legittimarsi agli occhi degli elettori. Nel totale discredito delle élités e delle classi dirigenti, basta che una foto, magari rubata sul settimanale Chi, paparazzata con un teleobiettivo, o scattata nella concitazione di una manifestazione di piazza, appaia e si fissi nell’immaginario diffuso, e il soggetto che ritrae ne risulterà bollato per sempre. Azzerata la sua storia, condannato inesorabilmente. L’icona ha anche, implacabile, un che di sacrificale. Accade sempre più spesso, giusto o sbagliato che sia. L’ultimo è stato il leader della protesta dei forconi, Danilo Calvani, fotografato e dunque totalmente screditato su una Jaguar. Da allora chi gli può credere più? (e pazienza che la Jaguar usata si compri a 4mila euro). Ma prima è toccato in questi anni a tanti altri personaggi pubblici, politici, soprattutto, di cui non ricordiamo altro che quell’immagine, Finocchiaro che fa la spesa all’Ikea facendosela portare dagli uomini della scorta, il «militante di sinistra» D’Alema sulla barca a vela Ikarus o a braccetto col ministro di Hezbollah, l’ex premier Monti col cagnolino Empy in braccio in tv da Daria Bignardi, ovviamente Berlusconi a Villa Certosa mano nella mano con le ragazze, Formigoni che si tuffa dalla barca di Daccò, il sindaco di Bari Emiliano che cena con «cozze pelose», la Polverini che per santificare la pace con Bossi si fa immortalare a imboccarlo di spaghetti all’amatriciana a Roma... Non sono neanche più politici: coincidono con quelle fotografie, SONO quelle fotografie.

Sono scatti ferini, e nello stesso tempo tristi; condanne definitive. Da quel momento in poi il fotografato non è neanche più un umano: è ricacciato indietro, nel mondo soprasensibile dei nuovi mostri, bersaglio di un’opinione pubblica divenuta famelica e implacabile.

Da  - http://www.lastampa.it/2013/12/21/multimedia/italia/quei-politici-segnati-a-vita-dalla-fotoicona-T5iBYRSmSIqanH9S7h8yyL/pagina.html
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« Risposta #13 il: Gennaio 18, 2014, 05:14:55 »

17/01/2014

L'Italia dell'ultimo giapponese

E' morto ieri pomeriggio. L'ultimo giapponese. L'ex ufficiale Hiroo Onoda continuò a combattere per decenni sull'isola filippina di Lubang, credette fino al 1974 che il Giappone imperiale non poteva esser stato sconfitto. La guerra la vinciamo noi, pensò fino a quasi trent'anni dopo la fine. Come in un film di Kusturica, ma era la sua realtà, non il sotterraneo immaginato da un grande regista. I suoi compagni li ha lasciati a combattere in Italia.

Siamo un paese pieno di "ultimi giapponesi"; personaggi pubblici, a volte ragguardevoli, in qualche caso antiche eccellenze, più prosaicamente vecchie glorie - della politica, dei media, dello spettacolo, dell'avanspettacolo - che continuano a combattere battaglie di un mondo che non esiste più. Ne incontriamo tantissimi, ogni giorno. Occupano ancora stabilmente la vita pubblica. Si fanno sentire nel dibattito, scrivono o si fanno intervistare sui giornali, peraltro disponibili. Spesso, dotati come sono di autentica simpatia, coloriscono cronache lievemente in affanno, complice la crisi mondiale dell'editoria; del resto loro, gli ultimi giapponesi, nulla ne sanno, convinti come sono di vivere all'indomani della caduta del muro di Berlino; in qualche caso anche più indietro - altro che seconda guerra mondiale - nel mondo del pennino e dell'inchiostro della signorina Felicita e delle zie coi biscottini del tè avariati da regalare ai poveri nipotini. Gozzano è vivo e lotta insieme a noi. Fogazzaro ci fa un baffo. I nostri ultimi giapponesi, in definitiva, non se ne stanno nello scantinato di Underground.

"Ormai siamo alle comiche", dice Massimo D'Alema uscendo dalla direzione del Pd nella quale Renzi ha invitato il partito a cambiare altrimenti "saremo spazzati via", ha avvisato il segretario. No, il giapponese D'Alema è convinto che le riforme se non le ha fatte lui, non le deve fare nessuno; e anzi magari tornerà il suo momento, la guerra è ancora in corso, chissà, il fronte sudorientale, la bomba atomica, l'aiuto dei sottomarini... Combattere combattere combattere; anche se là fuori non c'è più nessuno. Uscito dalla direzione, per non sbagliarsi corre a telefonare a Andropov. Eugenio Scalfari scrive sull'Espresso che Internet ha a che fare con non poche nequizie della vita contemporanea, "la conoscenza artificiale esonera i frequentatori della Rete da ogni responsabilità", "il pensiero si è anchilosato come il linguaggio". Titolo dell'articolo, "E' Internet la causa dell'ignoranza". Daniela Santanchè afferma che "il leader il centrodestra ce l'ha, è Silvio Berlusconi". Chi le è intorno le tace qualunque informazione sensibile dal 1996 a oggi. Anna Finocchiaro, al voto sulla mozione Giachetti, dichiara "del tutto intempestivo" quel testo per tornare al Mattarellum. D'altra parte non siamo nel maggio 2013 quando questo avviene, ma in un mondo senza tempo dove si sa, le riforme devono ancora essere ben riflettute maturate e ponderate. Hai visto mai che facessimo qualcosa di affrettato. E dunque si combatta ancora. Mastella dice "non c'entro niente con le nomine alle Asl". Anzi no, era Nunzia De Girolamo. Combattono ancora, entrambi.
 
L'elenco sarebbe lunghissimo, colorito, impossibile non dico esaurirlo, anche solo tratteggiarlo; ci si scusi quindi l'arbitrarietà di questi accenni che pur meriterebbero enciclopedica trattazione. Ogni giorno un ultimo giapponese, maggiore o minore che sia, spara il suo colpo o colpetto di fucile nella foresta, dà un'oliatina alle armi, si assicura di essere ancora in battaglia. Sulle scogliere di marmo.
Silvio Berlusconi, vent'anni dopo aver fregato D'Alema sulle riforme (1998), ci riprova con Renzi. Occhio che forse il Cavaliere non è un ultimo giapponese e la sua è una battaglia del 2014. Anche con l'ultimo giapponese bisogna distinguere chi lo è davvero, da chi si mimetizza per colpire meglio.
twitter @jacopo_iacoboni

da - http://www.lastampa.it/2014/01/17/blogs/arcitaliana/litalia-dellultimo-giapponese-9GflHycCRL59YeuoyKhqeP/pagina.html
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« Risposta #14 il: Gennaio 19, 2014, 12:15:15 »

18/01/2014

La scelta di Renzi, l'errore del M5S
"Si rianima Berlusconi"? Sarà il tempo a dirlo.
Mentre è possibile ricostruire come si è arrivati allo schema attuale

Jacopo Iacoboni

E' vero, Berlusconi è il padre del Porcellum. Berlusconi è, anche un pregiudicato, fatto decadere dal Senato perché condannato in via definitiva per frode fiscale. In questa rubrica raramente si è parlato bene di lui. Che senso ha allora andare da lui a discutere la legge elettorale da fare?

E' questa l'obiezione principale che si sente fare in queste ore alla scelta di Matteo Renzi di tentare un dialogo - massimamente rischioso - col baro di Arcore. Un'obiezione che viene non solo dal mondo del Movimento cinque stelle - l'unica forza politica che ha dei titoli per farla, essendo stati loro, più di tutti, ad aver spinto per ottenere la rapida calendarizzazione della decadenza del Cavaliere - ma anche (e questo è assai più discutibile) da una minoranza Pd che per vent'anni (in tutte le sue versioni, dalemian-veltroniane-bersaniane) non solo col Cavaliere ha dialogato, ha fatto di più: ha tentato accordi mediocri, molte volte non alla luce del sole, per di più sempre fallimentari. Mentre la critica dei secondi (gli ultimi giapponesi del Pd) a Renzi è palesemente strumentale e ipocrita, quella dei primi (i cinque stelle) va almeno ascoltata, e ricostruita, cercando una spiegazione.
 
La legge elettorale chiamata Porcellum fu approvata dalla maggioranza di centrodestra nel dicembre 2005, con l'obiettivo, poi parso palese, di sporcare alle elezioni del 2006 la vittoria prevedibile del candidato del centrosinistra Romano Prodi. La responsabilità maggiore ricade, storicamente, su quella parte politica (che è quella di Berlusconi). Questo è un fatto. Non date retta a chi darà le colpe dell'universo mondo "ai grillini". E' propaganda, anche male argomentata. In seguito il centrosinistra non è riuscito a cambiare la legge (non ha voluto?) neanche nei due anni in cui ha goduto di una sia pur fragile maggioranza parlamentare: perché? Quella legge stava forse bene a entrambi gli schieramenti, poiché consentiva ai leader di partito di nominare, in modi poi sentenziati incostituzionali, i parlamentari? Certo se sono vere alcune ricostruzioni - guardate per esempio le non rare denunce del democratico Roberto Giachetti - per lungo tempo Anna Finocchiaro e Gaetano Quagliariello, vecchio Pd e Pdl (ora Ncd), i due "ambasciatori" della riforma della legge, hanno "brigato" per incardinare la riforma al Senato (dove si sapeva che non c'era alcuna maggioranza) o per tenere sostanzialmente celati - in arcane stanze - lavori totalmente incomprensibili ai più. Quando, il 28 maggio del 2013, Giachetti propose una "mozione di salvaguardia", cioè un testo che - in assenza di riforma elettorale - impegnasse l'aula a tornare al Mattarellum (un sistema un po' meno peggiore del Porcellum, a giudizio convidiso) i renziani inizialmente appoggiarono la mozione; Letta salì però al Colle e segnalò che - se questo testo fosse stato votato da Pd e M5S insieme - il governo delle larghe intese Pd-Caimano sarebbe caduto nella culla. Morale: il Pd non votò il ritorno al Mattarellum (escluso Giachetti), Finocchiaro definì in tv  tutta l'operazione "intempestiva", e fu solo il M5S a impegnarsi in tal senso e votare. Questo solo per ricordare le principali nequizie dei due schieramenti principali.
 

Nel frattempo Beppe Grillo, che inizialmente era favorevole a un ripristino del Mattarellum - lo disse anche in un'intervista, l'unica concessa, alla Stampa - sei mesi dopo spiegò di non creder più che questa classe politica l'avrebbe mai approvato, e dunque si espresse a favore di un ritorno alle urne anche con la legge vigente (il Porcellum). 

Dopo l'8 dicembre, il neosegretario del Pd Matteo Renzi ha molto accelerato sulla riforma, proponendo le sue celebri tre idee di fondo (spagnolo, Mattarellum rivisto, doppio turno). Le ha avanzate in maniera irrituale, più sui media che nelle aule; ma le ha proposte con molta forza, e non si può dire che non siano arrivate ai destinatari. La risposta del M5S è stata questa: prima Grillo, poi Casaleggio, hanno spiegato che la proposta ufficiale del M5S arriverà a fine febbraio, e sarà formulata attraverso il voto on line. In ogni caso - postilla decisiva - Grillo stabilisce che questa proposta sarà comunque valutata dal futuro Parlamento, perché questo è illegittimo. Può sembrare curioso o paradossale, il M5S sarebbe peraltro l'unica forza che ha prodotto in aula un testo concreto per la riforma elettorale - basato oltretutto su un sistema spagnolo, con circoscrizioni piccole, dunque non così dissimile da quello che in queste ore starebbe uscendo dall'incontro tra Renzi e Berlusconi. Ma questo non fa che aggiungere un altro elemento di beffarda e amara ironia della storia.
 
E' questo il cul de sac in cui legittimamente - ma sbagliando, a mio giudizio - si è infilato il M5S. I suoi fondatori non hanno colto una differenza politica di scenario notevole: Bersani cercava un'alleanza (già impossibile per statuto del M5S, chi scrive lo disse e scrisse in ogni sede, allora) con l'acquisto politico di una decina di parlamentari M5S, mentre Renzi non chiedeva un'alleanza, solo un dialogo su una riforma condivisa. Il no di Grillo ha lasciato di fatto solo un paio di interlocutori reali al neo segretario Pd: il pregiudicato Berlusconi e Alfano, che pregiudicato non è ma è il più classico rappresentante del partito delle piccole intese, dello status quo permanente, dei partitini pronti a voltar gabbana sempre e comunque, assicurando a se stessi poltrone, e all'Italia inutili e inefficienti governi non eletti; vita natural durante. Un doppio turno (come vuole Alfano) magari di coalizione, assicura l'esistenza di partitini poi sempre decisivi nelle frittate delle larghe intese.
 
La scelta di Renzi è caduta su chi sapete, almeno in prima battuta (il leader del Pd sta vedendo tutte le forze politiche, naturalmente, ma è decisivo lo schema con il Cavaliere). Una scelta difficile e assai rischiosa, che sarà il tempo a valutare, e certo contiene in sé l'enorme pericolo di rianimare il Cavaliere; una scelta che poteva anche non essere sigillata con l'espressione "profonda sintonia", pronunciata nella conferenza stampa dopo l'incontro con Berlusconi, ma la cui alternativa - questo è bene saperlo - era lo status quo, i non governi permanenti, o almeno, i governi permanentemente decisi in alto colle.

Non si può pensare che sia questo il desiderio dei cinque stelle; e se è comprensibile l'amaro in bocca di veder protagonista il Caimano, ci si è arrivati nel modo che si è qui descritto. Ovviamente, si deve sperare che il finale non sia il solito, Berlusconi che in qualche modo frega tutti.

twitter@jacopo@iacoboni

da - http://www.lastampa.it/2014/01/18/blogs/arcitaliana/la-scelta-di-renzi-lerrore-del-ms-VXA7nHwt9G6Wiwkv9FwkQK/pagina.html
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