LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: PRODI  (Letto 24810 volte)
Arlecchino
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« Risposta #120 il: Ottobre 03, 2016, 10:03:24 »

Romano Prodi: "Al Sud non si può parlare di industria 4.0, lì serve quella 1.0"
L'Huffington Post |

Di   Redazione
Pubblicato: 30/09/2016 11:36 CEST Aggiornato: 30/09/2016 11:36 CEST PRODI

"Il nodo del Mezzogiorno è la situazione di necessaria e assoluta ripartenza. Nella mia testa serve un quadro politico che dica cosa fare, ma il Mezzogiorno non ha più partiti politici; il riferimento sono solo le persone, come Emiliano, l'ex sindaco di Salerno e perfino il sindaco di Napoli. Che obiettivi quindi? Possono fare sistema?". Lo ha detto Romano Prodi, nel corso della presentazione del libro 'Lezioni sul meridionalismo', a cura di Sabino Cassese, nella sede di Nomisma a Bologna.

Per l'ex premier non si può "parlare di rivoluzione industriale 4.0 nel Mezzogiorno, serve la 1.0 - ha aggiunto - Occorre qualche vittoria per dare anima ad una zona così grande, occorre un progetto di successo".

Sul tema è intervenuto anche il giurista Cassese, secondo il quale "la causa di questa stasi nel Mezzogiorno deriva dal fatto che la questione era diventata nazionale negli anni '50, ma è passata poi nelle mani delle Regioni e questo ha prodotto una diminuzione dell'interesse nazionale - ha spiegato - Bisogna quindi che la questione meridionale ridiventi nazionale e non stia solo nelle mani delle Regioni, nei confronti di cui abbiamo avuto troppa fiducia".

Da - http://www.huffingtonpost.it/2016/09/30/romano-prodi-industria_n_12261192.html
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« Risposta #121 il: Ottobre 10, 2016, 11:43:12 »

"La mia Europa non c'è più"
Eugenio Scalfari intervista Romano Prodi
L’emergenza profughi. Gli egoismi nazionali. 
La crisi dell’Unione. E poi il terrorismo, la Libia,
lo sviluppo dell’Africa, la Cina. La storia, 
il presente e le prospettive future nell’intervista all'ex presidente del Consiglio

Di Eugenio Scalfari
17 giugno 2015

Romano Prodi. Una famiglia cattolica nella quale però ciascuno pensa come gli pare, una quantità di fratelli nati tra Bologna e Reggio, adesso tra figli, mogli, nipoti, cugini, famiglie delle mogli, pronipoti, sono diventati centinaia. Un giorno all’anno, Natale o Capodanno non me lo ricordo più, si riuniscono tutti insieme. Festeggiano. Che cosa? La fratellanza credo. Sì, festeggiamo la fratellanza (mi dice Romano) forse il più bello dei sentimenti perché quelli buoni li contiene tutti, l’amore, l’amicizia, la parità dei generi, l’amore del prossimo, l’alleanza, la pace, la gentilezza, la bontà.

Tutto ciò detto, non si creda che i Prodi siano stinchi di santi. Romano in particolare. Ha i suoi avversari, i suoi concorrenti, i suoi nemici. I torti che subisce li perdona ma non li dimentica e prima o poi pareggia il conto. Insomma è un uomo con le virtù e i difetti degli uomini, ma averlo come amico è una fortuna e io l’ho avuta.

Ci fu un periodo in cui ci vedevamo e ci telefonavamo almeno una volta alla settimana, poi il passare degli anni e degli affanni ha diradato gli incontri ma io ho sempre letto i suoi scritti e seguito le sue azioni nella vita pubblica italiana ed europea e lui ha fatto altrettanto con me. Abbiamo pochi ma fedeli amici comuni e parecchi comuni nemici. Soprattutto detestiamo gli ipocriti, i vanitosi, gli egoisti e i voltagabbana.

Un paio di mesi fa c’eravamo incontrati a pranzo in casa di Fabiano Fabiani e io avevo espresso il desiderio di intervistarlo. Gliene ho fatte molte di interviste nel corso degli anni, ma ora è gran tempo che non ne facciamo più: chiacchierate, incontri, analisi di problemi. Ed anche ora, per fare il punto in una fase dove fare il punto è la cosa più difficile.

Sono le undici e mezza del 12 giugno. Ci abbracciamo in una saletta dell’“Espresso”. Ci sono con noi il direttore Luigi Vicinanza, Marco Damilano, Gigi Riva, Marco Pratellesi e Leopoldo Fabiani, anch’essi dirigenti del settimanale che compirà il 2 ottobre prossimo sessant’anni di storia.
         
Prodi si è svegliato alle 5 e mezzo di questa mattina e ha corso per due ore. Lo fa sempre, ovunque si trovi. Una volta alla settimana percorre un centinaio di chilometri in bicicletta: un ragazzo, anche se non ha affatto l’aspetto di un atleta. Però è fatto così.

Cominciamo e la prima domanda è questa: «Dimmi per favore qual è il problema che ti tocca e ti colpisce più di tutti».
Risponde: «Ci sono nel mondo 250 milioni di persone che vivono in Paesi ed anzi in continenti diversi da quelli dove sono nati. Duecentocinquanta milioni di emigrati. Questo è il problema. Non è affatto detto che sia un male, anzi, il fatto che gli abitanti del pianeta si mescolino tra loro è un bene, biologico, economico, sociale, culturale. Ma suscita problemi a volte gravi e addirittura gravissimi: rivolte, guerre, terrorismo, mafia. Insomma il peggio del peggio invece del meglio del meglio come potrebbe e dovrebbe accadere».

Da qui siamo partiti per discutere insieme nientemeno che i problemi del mondo. Chiedo scusa ai lettori ma Romano ed io, quando ci incontriamo, facciamo così.

***

Tu sei uno che ha fatto carriera. Spero non ti dispiaccia se te lo dico.
«Perché dovrebbe dispiacermi? Sì, ho fatto carriera nel senso che ho ricoperto molti incarichi ma assai diversi uno dall’altro, quindi non è una carriera vera e propria. Molti incarichi».

Vuoi dirli, possibilmente in ordine cronologico?
«Il primo fu quello di ministro dell’Industria, ma durò solo pochi mesi. Quando non ci fu più bisogno di alcune mie competenze mi scaricarono».

Eri iscritto a qualche partito? Eri democristiano?
«No. Avevo molti buoni amici tra i democristiani, ma non ero un Dc in cerca di prebende. Sono stato di rado iscritto ad un partito. Qualcuno l’ho fondato, per esempio il Pd, nato dall’unione tra i Ds e la Margherita. Comunque non era quello il mio genere».

Che cosa facesti al ministero dell’Industria?
«Dovevo risolvere due problemi: la crisi della siderurgia di altoforno che era ormai dislocata in Paesi dove il costo di produzione era molto più basso che in Italia e la crisi della chimica petrolifera dove operavano Nino Rovelli della Sir e Raffaele Ursini della Liquichimica, in rotta di collisione con l’Eni e con la Montedison. Non fu un’impresa facile ma qualche risultato lo ottenni».

Quella crisi veniva da una lunga storia: cominciata dopo la morte di Enrico Mattei. Il suo successore alla guida dell’Eni, Eugenio Cefis, aveva conquistato la Montedison.
«Quella conquista cambiò le cose. Tu scrivesti allora col tuo amico Peppino Turani il libro intitolato “Razza padrona”, fu un classico dell’epoca, un attacco in grande stile contro Cefis».

Sì. Un attacco che si risolse positivamente, sia pure a distanza di anni. Si era formato un fronte: Cefis con Fanfani da un lato e dall’altro Rovelli, l’Anic del gruppo Eni e il presidente dell’ente petrolifero Raffaele Girotti dall’altro, con l’appoggio dell’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
«Ricordo benissimo. Ci fu anche lo scontro per la conquista della Bastogi che fu bloccato da Guido Carli, governatore della Banca d’Italia».

Qualche anno dopo tu diventasti presidente dell’Iri e ci restasti per parecchi anni. Ti ricordi come avvenne quell’incarico?
«Certo. Mi era stato offerto varie volte dalla Dc e anche da Craxi che era allora presidente del Consiglio, ma io avevo sempre rifiutato. Poi mi telefonasti tu, un amico giornalista ma non un politico. Fu una lunga telefonata e tu mi dicesti per quali ragioni solo io in quella fase potevo e anzi dovevo accettare quell’incarico nell’interesse del Paese. Ti risposi che ci avrei pensato e ci pensai. Infatti il giorno dopo accettai l’incarico. Il mio programma fu quello di trasformare l’Iri in un ente preposto agli investimenti pubblici capaci di rilanciare l’Italia industriale e soprattutto il Mezzogiorno, vendendo invece ai privati le aziende alimentari che non aveva nessun senso detenere in un ente pubblico. Infatti cominciai col vendere la Sme. Ma Craxi era contrario e così Berlusconi presentò un’offerta che ebbe l’effetto di bloccare quella vendita».

Però, dopo l’Iri, tu hai presieduto il governo dell’Ulivo dal 1996 al ’98 e fu uno dei migliori governi del dopoguerra.
«Ora esageri. Fu un buon governo, sì, buttato giù dagli stessi personaggi che ne avevano patrocinato la nascita».

In Italia capita spesso. Tu comunque, con Ciampi tuo ministro del Tesoro, hai portato l’Italia nell’euro. L’Italia, per merito di Ciampi e tuo, è stata tra i fondatori dell’euro. Ne parleremo tra poco. Tu facesti poi un secondo governo, ma prima fosti nominato presidente della Commissione europea.
«Sì. Ci rimasi sette anni e portai i membri dell’Ue da 15 a 25. E' stato molto discusso questo spostamento a Est delle frontiere europee. Io ho sempre pensato che fosse necessario e inevitabile».

Fu l’Italia a patrocinare la tua nomina a Bruxelles?
«Dicono che l’Italia ne fu soddisfatta ma chi volle realmente la mia nomina fu la Gran Bretagna di Tony Blair».

Questa è una notizia.
«Sì, ma è la verità anche perché il Paese di rilievo nell’Ue non era la Germania ma l’Inghilterra, punto di riferimento europeo degli Stati Uniti d’America».

***
      
Lo guardo fisso mentre ricorda la situazione di allora e penso quanto siano cambiate le cose: nuove alleanze, nuovi equilibri e nuove prospettive. A quell’epoca, che non è poi così remota, il modo corrente di chiamare quel paese era Inghilterra, adesso non sai più quale sia il suo vero nome: Regno Unito? Non è mai stato così diviso.

«A che cosa stai pensando?» domanda Romano. Glielo dico e lui sorride con quello sguardo e quel sorriso da parroco di campagna.

Ricordi il discorso di Winston Churchill a Zurigo nel 1946? Un anno prima aveva perso le elezioni dopo aver vinto la guerra. Sempre nel ’46 aveva pronunciato a Fulton il famoso discorso sulla “cortina di ferro” che divideva l’Europa in due. Quello di Zurigo fu una vera sorpresa.
«Infatti. Disse che il suo Paese non poteva più coltivare la sua indipendenza, la sua storia, considerarsi come l’ago della bilancia mondiale. Non c’era più quel ruolo, perciò doveva scegliere: diventare la cinquantesima stella della bandiera americana oppure partecipare alla costruzione di un’Europa unita di cui Londra sarebbe stata la vera capitale, la sterlina la sua moneta, l’inglese la sua lingua franca e l’America il partner che avrebbe tenuto unito tutto l’Occidente».

Allora la società globale non era ancora nata.
«Per certi aspetti sì: la Cina di Mao stava emergendo. L’Urss era addirittura a Berlino e aveva occupato mezza Germania, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Cecoslovacchia, i Paesi Baltici, la Polonia. Insomma due imperi contrapposti e uno emergente. Questo Churchill l’aveva capito ma i suoi conservatori no e i laburisti nemmeno».
Però non l’aveva capito nessuna delle nazioni europee. Solo alcuni visionari in Italia e in Francia. Mosche bianche. Purtroppo siamo ancora allo stesso punto. Puoi dirmi perché?
«Tu l’hai scritto varie volte: l’Europa è un continente di Nazioni. Ai popoli non interessa l’Europa, ma quello che accade nei loro Comuni. La classe dirigente economica è ancora protezionista e non parliamo di quella politica: vuole sì un’Unione europea, confederata non federata. Ogni Stato ha un potere di veto e la sua voce autonoma, la sua lingua, la sua cultura. I partiti e i loro capi non vogliono essere declassati. Perciò gli Stati Uniti d’Europa, che tu e anche io vorremmo, non si faranno».

L’Italia però fu tra i fondatori della Comunità, tra i fondatori dell’euro, avrebbe tutto l’interesse alla federazione del continente.
«Invece è quella che non lo vuole, come e più degli altri».

Renzi?
«Non faccio nomi e non voglio personalizzare una così evidente assenza di visione politica. Del resto la Francia è ostile alla federazione come l’Italia e non parliamo della Gran Bretagna».

Ma la Germania?
«Qui il discorso è più complicato».

Hai ragione. Perciò direi di farlo.

***
      
«Abbiamo cominciato con l’immigrazione. Vorrei ripartire da lì. Un anno fa per un incarico avuto dall’Onu mi incontrai con il presidente del Niger, uno dei Paesi più popolati dell’Africa. Esordì con una cifra: il Niger, mi disse, raddoppia ogni dieci anni la sua popolazione ma la vita media scende drammaticamente. Era di 28 anni, adesso è di 15. Lei si rende conto di che cosa significa? Se continua così, tra dieci anni saremo un paese con milioni e milioni di abitanti bambini, un paese di bambini. Una catastrofe immensa. E temo che non sia solo il Niger in queste condizioni».

E' spaventoso quanto mi dici. Però da quello che risulta, negli altri Paesi africani le cose demograficamente non stanno così.
«E' vero, nel senso che l’età media non diminuisce ma la popolazione comunque aumenta in mezzo ad epidemie, guerre civili, terrorismo».

Insomma mi vuoi dire che l’Africa nel bene e nel male è il continente del futuro.
«Sì, ma del futuro povero non di quello emergente. Comunque, Africa e Asia: quella è la società globale e noi non possiamo affrontare quel bene e quel male con i nostri Stati nazionali. Saremo barconi affidati alle onde, come quelli che oggi affrontano il mare per venire da noi. C’è un trasferimento d’interi popoli in atto e noi dobbiamo essere uniti per affrontarli».

Dovremo imporre a tutti gli europei di ripassarsi la storia della guerra di secessione americana e di Abramo Lincoln. Seicentomila morti costò quella guerra e con la sconfitta della Confederazione nacque la vera Federazione. E fu soltanto il primo passo. L’Europa ha vissuto in mezzo alle guerre per un millennio, quindi abbiamo già dato. Ma non vogliamo essere uniti. Ne parliamo, sta scritto perfino nel Trattato di Lisbona, ma giace ineseguito. Forse la Germania, forse la Merkel. Tu la conosci. Conosci anche Putin e gli africani e i cinesi. Dovrebbero affidare a te di dipanare questa matassa aggrovigliata.
«A volte ti scordi di essere un osservatore e prevale l’amicizia, ma io non sono la persona adatta come tu pensi. Non sono un protagonista e neppure mi va di esserlo. Posso dare qualche consiglio ma niente di più».

Allora, la Germania. La vedo in continua oscillazione, eppure Kohl non era così, Schröder neppure e tantomeno, prima di lui, Adenauer e Schmidt. Democristiani e socialdemocratici. E la Merkel?
«Vuoi conoscere il mio pensiero? Eccolo. La Merkel, di fatto, rappresenta la potenza egemone dell’Europa e questa sua funzione la esercita quando si tratta di far fronte alle emergenze. Ma il popolo tedesco è molto autoreferenziale. Vuole il proprio benessere; il muro di Berlino è caduto, i tedeschi hanno fatto ammenda del nazismo, ma i giovani non sanno neppure che cosa è stato quell’orribile partito. La memoria è stata rimossa, ma dal popolo non dai capi. In alto c’è ancora un complesso di colpa, infatti non c’è riarmo in Germania e non si partecipa a guerre guerreggiate. Ma, lo ripeto, il popolo è autoreferenziale, pensa al suo Paese ed è convinto che anche in una società globale la Germania avrà un ruolo, tanto più che è ormai il vero punto di riferimento in Europa da parte degli americani».

Io non credo che la Germania abbia un suo ruolo nella società globale.
«Forse hai ragione, ma loro la pensano così».

I movimenti antieuropei in Germania sono di modesta entità.
«Proprio perché la Germania c’è, ma l’Europa no».

Insomma tu non credi che la federazione europea ci sarà.
«Io lo spero. Vedo che una delle teste più lucide in materia è Mario Draghi. Lui sta lavorando in quella direzione».

E la Merkel lo incoraggia.
«Diciamo che lo utilizza. Ma lui va oltre, per nostra fortuna. Però arriverà un momento in cui la Merkel dovrà varcare il suo Rubicone. Speriamo che avvenga».

E la Francia? C’è ancora il direttorio franco-tedesco che dovrebbe guidare l’Europa?
«Non c’è più da un pezzo. C’era ancora con Mitterrand, poi è svanito anche se la Merkel fa finta che ci sia per pura gentilezza».

Infine: Draghi prepara ma Merkel deve concludere.
«E' così. Del resto una Banca centrale deve sempre avere un interlocutore politico e sempre è stato così».

Concludiamo con il problema libico, se sei d’accordo, che comprende le questioni del Califfato e del terrorismo islamico.
«Bisogna distinguere tra l’emergenza e il problema africano, ma di quello abbiamo già parlato. Dunque resta l’emergenza».

Qualche tempo fa tu parlasti d’un intervento di alcune potenze musulmane che agendo insieme avrebbero potuto ricostruire moralità e legalità in Libia e affrontare e battere il Califfato. Pensavi alla Turchia, all’Egitto, al Qatar e all’Arabia Saudita. Pensi ancora così?
«No. In questi ultimi due anni e in particolare negli ultimi mesi tutto è cambiato. Queste potenze sono ormai contrapposte. Gli interessi sono cambiati. L’Iraq è in totale disfacimento, altrettanto la Siria; l’Iran torna ad affacciarsi sulla scena. La Cina compra petrolio e si inserisce nell’Africa mediterranea, sunniti e sciiti si combattono ovunque. Affidarsi ad un eventuale accordo di queste potenze è diventato impossibile».

E allora?
«L’emergenza richiede che dopo Gheddafi torni la legalità politica in Libia e il Califfato venga sconfitto militarmente. Il terrorismo resterà più a lungo ma non aspirerà più ad essere anche una potenza politica e militare. A questo punto ci vuole dunque un intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, cioè dei suoi cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia. Gli ultimi due contano poco. I primi tre moltissimo. Un loro intervento, con l’appoggio locale di Tunisia, Algeria e Marocco, sarebbe decisivo. Se questo accordo ci sarà, un solo governo libico e la sua Banca centrale potrebbero ricostruire il Paese e predisporre un’accoglienza degli africani in cerca di imbarcarsi per l’Europa, via Italia. E spetterebbe all’Europa distribuire l’accoglienza con l’appoggio dell’Onu e delle Autorità europee. Naturalmente un coinvolgimento di Putin comporta una soluzione, che sia pacifica ed equa, della crisi ucraina».

Mi pare molto difficile che tutto questo avvenga.
«È difficile ma altra soluzione non c’è. Non ti sfugge che questo comporta anche un passo avanti dell’Europa verso una sua Federazione. Le cose si tengono».

Ci alziamo e ci stringiamo la mano. Abbiamo parlato per due ore e adesso sono un po’ stanco. Ma Prodi probabilmente si farà un altro giro in bicicletta.

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17 giugno 2015

Da - http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/06/17/news/la-mia-europa-non-c-e-piu-eugenio-scalfari-intervista-romano-prodi-1.217523
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« Risposta #122 il: Ottobre 21, 2016, 12:38:27 »

Prodi e Brexit: "L'incertezza sta sputtanando l'Europa in tutto il mondo"
L'ex premier a ruota libera al convegno delle Reti di carità: "La politica italiana ha abbandonato il Sud a se stesso.
La Germania sbaglia marcia, nessuna reazione all'uscita della Gran Bretagna dall'Ue"


Di EMILIO MARRESE
17 ottobre 2016

BOLOGNA - "L'incertezza dell'Unione Europea ci sta sputtanando in tutto il mondo". Così, testuale, si è espresso Romano Prodi rispondendo alle domande della platea del primo convegno nazionale delle Reti della carità in un cinema bolognese. Interrogato sugli effetti della Brexit l'ex premier è stato netto: "Durante la mia presidenza della Commissione Europea (1999-2004 ndr) siamo passati da 15 a 25 stati membri, e ne sono orgoglioso: pensate se adesso la Polonia fosse fuori, sarebbe un'altra Ucraina. Bene, su 25 stati il problema era sempre la Gran Bretagna: bisogna fare un'eccezione su tutto, sulle politiche sociali, sulla mobilità della manodopera eccetera. Si son sempre sentiti americani...  Potrei quindi essere tentato anche io di dire che la Brexit non sia poi un male assoluto, ma il punto è che mezzo mondo ci guarda con occhiali britannici, dagli Stati Uniti all'India al Canada. E nemmeno dobbiamo dimenticare che la Gran Bretagna ha il miglior esercito d'Europa. Quindi per me la Brexit è stata una grande sconfitta e se si poteva sperare che almeno servisse a dare la sveglia all'Unione europea, mi sono disilluso anche su questo punto vedendo la lentezza della reazione. A marzo iniziano i negoziati, che dureranno due anni e mezzo, e nessuno ancora reagisce. L'incertezza ci sputtana in giro per il mondo, la frammentazione e il populismo fanno progressi e la Germania rinvia e non decide. I tedeschi hanno sempre una marcia in più, ma stavolta è quella sbagliata".

Prodi è stato sollecitato anche su altri temi di politica nazionale e internazionale. Sulla paura della guerra, per esempio: "Non credo che ci sarà una guerra mondiale perché gli americani non hanno più voglia di morti, la Russia non è così potente e la mancanza di intesa tra Russia e Stati Uniti è riuscita nel capolavoro di avvicinare i nemici Russia e Cina. In questa situazione una guerra non interessa a nessuno, ma nemmeno si riusciranno a fermare quelle in corso nel Medio Oriente senza un'intesa tra russi e americani". E a proposito dell'Italia ha detto: "Il nostro sud è stato abbandonato a se stesso, spiace dirlo ma è uscito dall'agenda politica, si è rassegnato.

L'immigrazione verso il Nord Italia è ricominciata, basta entrate in un ospedale e sentire che tutti gli infermieri parlano meridionale. Le poche industrie che ci sono, nel barese e nel napoletano, vanno anche bene, ma l'economia del Mezzogiorno è rimasta a macchia di leopardo e io capisco che nessun manager se la sente di rischiare in una macchia di leopardo, piuttosto che investire in Serbia o Montenegro, per poi rischiare il licenziamento. Ovviamente grande parte di responsabilità ce l'ha la criminalità organizzata".

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17 ottobre 2016
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« Risposta #123 il: Dicembre 31, 2016, 02:43:01 »

Unità.tv      
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· 29 dicembre 2016
Prodi: “No alla logica di un sistema di voto anti Grillo”

In una intervista al Corriere della Sera, Romano Prodi mette in guardia di fronte all’ipotesi di fare una legge elettorale per fermare Grillo

Negli ultimi anni il Movimento 5 Stelle “si è rafforzato senza dubbio, come tutti i populismi del mondo occidentale. D’altronde, quando si sente dire che occorre fare una legge elettorale perchè tutti hanno paura di favorire Grillo, significa che il suo movimento va avanti; e che gli strumenti usati finora per fermarlo si sono rivelati inadeguati”.

E’ quanto afferma in una intervista a Il Corriere della Sera, Romano Prodi, che mette in guardia di fronte all’ipotesi di fare una legge elettorale per fermare Grillo. “Guai a muoversi in questa logica. Le leggi elettorali – aggiunge – debbono essere per sempre, comunque per un lungo periodo. La mia esperienza mi dice che approvarne una dettata da un interesse a breve termine di solito finisce per ritorcersi contro chi la fa”. E a proposito di una legge elettorale, si dice “favorevole a una rivisitazione del cosiddetto Mattarellum. Credo sia l’unica maniera per ricreare un minimo di rapporto tra elettori e eletti”.

Quanto alle possibili alleanze politiche, secondo Prodi “Ci può essere magari un’alleanza strumentale col Carroccio, ma il M5S per avere vera forza elettorale deve interpretare l’insoddisfazione in modo generale e esclusivo. Direi onnicomprensivo. E dunque andando al di là di categorie tradizionali come destra, sinistra e centro. La Lega è rimasta ancorata a una rappresentanza parziale, non ha capito il nuovo populismo. Esprime una forza specifica, certo con un’appartenenza forte; ma limitata.

Al contrario, il nuovo populismo europeo e statunitense allargano sempre di più l’orizzonte degli interlocutori, e incidono su una gamma sempre più vasta di sensibilità”. Quanto alle vicende del Monte Paschi di Siena e al loro potere di influire sulle inquietudini “La vicenda del Monte dei Paschi di Siena – aggiunge Prodi – è l’esempio tipico di quello che è successo e che sta accadendo. Sono fatti che alimentano la grande paura. Si tratti di Mps o di Banca Etruria, danno corpo a un’ansia nuova. Dieci anni fa chi temeva che mettendo i soldi in banca poteva perderli? Nessuno prima mi veniva a chiedere: professore, rischio se lascio i soldi in banca? Non è solo questione se si guadagna un po’ di più o di meno. La gente teme di perdere tutto quello che ha. In un momento di stagnazione economica domina la paura di vedere volar via i risparmi di una vita”.

Da - http://www.unita.tv/focus/prodi-no-alla-logica-di-un-sistema-di-voto-anti-grillo/    Focus

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« Risposta #124 il: Gennaio 24, 2017, 05:50:40 »

Prodi rilancia il modello Ulivo: “Un centrosinistra unito non è irripetibile”
L’ex premier: «C’è un naturale bisogno di stare insieme».
Bersani: «Parole sacrosante»

Pubblicato il 21/01/2017 - Ultima modifica il 21/01/2017 alle ore 16:06

Quella del centrosinistra unito «non penso sia un’esperienza irripetibile. Non penso sia irripetibile, soprattutto dopo quello che sta succedendo. Io vedo che la gente ha bisogno di sentirsi unita in questo mondo che si disgrega, con Trump, con la Brexit, con le crepe che arrivano dappertutto. Io vedo che c’è un naturale desiderio di riunirsi ma è uno sforzo che non mi sembra impossibile». L’ha detto Romano Prodi, a Bologna rispondendo a una domanda sul dibattito interno al Pd sulla necessità di `un nuovo Prodi´? 

Per Prodi, è però necessario «riunirsi su delle idee, su un rinnovamento. Perché riunirsi per riunirsi non serve e niente. Il grande problema è ricominciare a parlare di politica. Di problemi veri come la distribuzione del reddito, l’occupazione, la scuola, pensare nel lungo periodo e non nello scontro quotidiano per riformare una società che è diventata profondamente ingiusta. Perché le basi di queste tensioni - ha concluso - sono date dall’ingiustizia».

Per Bersani quelle di Prodi sono «parole sacrosante». Il Professore ha parlato di «centrosinistra unito» come esperienza «non irripetibile» e sulla necessità di ricominciare a ragionare su politica e riformismo di sinistra. «Penso che siano parole sacrosante e che sia l’ora, per chiunque la pensi così, di metterci impegno e generosità», sottolinea Bersani. 

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/01/21/italia/politica/prodi-rilancia-il-modello-ulivo-un-centrosinistra-unito-non-irripetibile-c4YBDqX4ScUazBHCKZbUpK/pagina.html
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« Risposta #125 il: Gennaio 29, 2017, 09:05:21 »

Prodi e l'elogio della Dc: «Quei giorni non tornano più»

Sala piena in ogni ordine di posti alla Società Dante Alighieri. Platea navigata e segnata dall'universo Dc. E al banco dei relatori, oltre all'ex ministro montiano Andrea Riccardi, c'è Romano Prodi. Da tempo il Professore non era al centro della scena politica come nei giorni che hanno segnato la fine dell'Italicum. Apparizioni, interviste, incursioni nell'attualità caratterizzano questo scorcio di gennaio dell'ex premier. E Prodi non si ritrae. Indicando in un sistema dai collegi uninominali inglesi quello più adeguato alla stabilità e dispensando pillole di saggezza per esortare a «ricomporre, con il cacciavite», una società «frammentata» dove neppure il sistema proporzionale uscito dalla Consulta potrà far tornare «la Prima Repubblica» di cui «non è rimasto più niente».

A quella fase è dedicata la prima parte del volume La repubblica degli italianì, di Agostino Giovagnoli, fulcro del rendez vous della sinistra Dc che va in scena a due passi da Montecitorio nel pomeriggio. Una Dc verso la quale Prodi non lesina elogi. «Non era affatto un partito conservatore, era quello della sanità per tutti, della scuola obbligatoria», ricorda il Professore mettendo più volte a confronto gli anni pre-Ulivo con l'attuale situazione politica e sociale. Una società dove alla gente «della storia non gliene importa nulla» dove magistratura, presidenti della Repubblica e Consulta hanno «sostituito» governo e Parlamento riempiendo «il vuoto della frammentazione».

Ad ascoltarlo ci sono esponenti della balena bianca come Angelo Sanza e Alessandro Forlani, membri di Sant'Egidio, deputati come Lorenzo Dellai ed ex ministri dell'ultimo governo Prodi come Alessandro Bianchi. Oltre ad una folla di cronisti. E Prodi non risparmia aneddoti, come quando, per esemplificare i drammatici cambi della politica italiana, racconta di un incontro con Helmut Kohl, che, nel «riaccompagnarmi verso l'elicottero mi disse: è stato un bell'incontro, chi viene la prossima volta?». Anche per questo, è il suo invito, «una legge elettorale deve essere forever». Ma, oggi, non basta. «Il nostro compito è quello di ricomporre queste tessere così frammentate in un momento in cui si sta demolendo l'Ue, arriva Trump, crescono i populismi. Ai tempi della Dc, c'era un dibattito politico d'elite ma diffuso e una struttura di partito. La democrazia deve venire da un lavoro collettivo», è l'amara constatazione del Professore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Venerdì 27 Gennaio 2017, 10:38

Da - http://www.ilgazzettino.it/italia/politica/romano_prodi_dc-2221632.html
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« Risposta #126 il: Febbraio 07, 2017, 04:09:44 »

Prodi: "Trump e Le Pen sono una minaccia. l’Europa a doppia velocità può dare finalmente la risposta"
L'ex presidente della Commissione sostiene Merkel su un'Unione dal duplice volto: "Prima reazione al populismo"

Di ANDREA BONANNI
06 febbraio 2017

"Dico solo una cosa: era ora". Forse Romano Prodi credeva di aver fatto il callo alle molte delusioni che gli sono arrivate dalla "sua" Europa. Ma il tono di voce con cui commenta le ultime dichiarazioni di Angela Merkel sulla necessità di formalizzare una Ue a due velocità, proprio quando l'Europa è sotto l'attacco concentrico di Trump e di Le Pen, lascia trasparire qualche bagliore del vecchio entusiasmo europeista.

Ha ragione la Merkel, allora?
"Sono due anni che lo ripeto: questa, in mancanza di una condivisa politica europea, è l'unica strada percorribile. Tutti insieme non si riesce a portare avanti il progetto europeo. La mossa della Cancelliera è benvenuta anche perché mi sembra che finalmente dia una prima risposta a Trump e a Le Pen".

In che senso?
"Ma come? Trump fa la rivoluzione, annuncia scompigli, attacca la Germania e cerca di dividerla dal resto d'Europa, mina la difesa europea. Le Pen predica la morte della Ue e perfino della Nato. Siamo di fronte ad un doppio attacco coordinato: dall'estero e dall'interno. Trump e Le Pen sono i due volti dello stesso pericolo: non capisco come mai non si siano ancora sposati. E finora non era arrivata nessuna reazione. Questa è la risposta che aspettavo, anche se avrei preferito che nascesse da un più ampio dibattito politico. Finalmente la Germania sembra cominciare ad assumersi quel ruolo di leadership che non aveva mai voluto esercitare. Va bene così".

Va sicuramente bene per l'Europa. E per l'Italia? Il nostro governo è entusiasta della svolta. Ma siamo sicuri di poter restare nel nocciolo duro? Non è che a Berlino qualcuno pensa di lasciarci fuori?
"Il pericolo esiste. Il fatto che la proposta venga dalla sola Germania e arrivi proprio adesso, lascia adito a qualche timore. L'Europa a due velocità non è e non deve diventare un'Europa di prima e di seconda classe. Soprattutto non un'Europa in cui i passeggeri della prima classe decidono chi deve stare in seconda. Sarà il caso che il governo italiano si prepari bene, perché il vertice di Roma, a marzo, escluda questa eventualità ".

Quello delle due velocità è un metodo. I contenuti verranno definiti dai nuovi governi che usciranno dalle elezioni in Francia e Germania. A questo punto non sarebbe meglio anticipare il voto anche in Italia per avere un governo forte quando la vera discussione si aprirà?
"Ho sempre considerato l'ipotesi di elezioni anticipate una prospettiva poco probabile e, in questa fase, politicamente sbagliata. A maggior ragione, ora, credo che il governo italiano debba avere la tranquillità necessaria per affrontare questi temi. La sfida delle due velocità interpella tutto il Paese e l'Italia deve tornare a diventare un protagonista attivo della politica europea"

Come?
"Il problema dell'Italia è la demoralizzazione della società, che non crede più in se stessa. Per aggiustare queste cose, ci vuole il cacciavite. E una politica di lungo periodo, che abbia una sua continuità"

Che Europa uscirà dal voto francese e tedesco?
"Escludendo l'ipotesi di una catastrofe, come la vittoria di Le Pen in Francia, mi sembra che sarà un'Europa comunque non peggiore di questa. La Merkel, che finora era passiva e immobile, si è lanciata in questa proposta. E il suo avversario, Martin Schulz, è sicuramente più europeista di lei. Quanto alla Francia, mi sembra che tutti e tre i candidati dell'area democratica siano più vicini all'Europa del presidente attuale. Fino a qualche tempo fa, come sono andato scrivendo su Il Messaggero, pensavo che questo anno elettorale non avrebbe portato novità sostanziali. Ora vedo possibilità di qualche progresso per l'Europa. E questo anche grazie all'effetto Trump".

In che senso?
"Lo scossone dato da Trump sta diventando un acceleratore della politica mondiale. Prima, l'America era il fratello maggiore e la Germania era il più grande dei fratelli minori che ubbidivano al primogenito. Con l'arrivo di Trump, l'America non è più un fratello maggiore, ma un cugino dispettoso. E i fratelli europei adesso si trovano a dover reagire".

In un'Europa a più velocità non tutti saranno insieme nei vagoni di testa. C'è chi condividerà la moneta e non la difesa, chi parteciperà allo spazio unico di sicurezza ma non all'Europa sociale.
Come definire questo nuovo perimetro?
"È chiaro che un'Europa a più velocità avrà partecipanti diversi a seconda degli specifici obiettivi. C'è chi è più pronto a mettere in comune la difesa, chi lo spazio unico di sicurezza e chi l'Europa sociale. È tuttavia essenziale che tutti però abbiano l'obiettivo di una integrazione sempre più forte. Chi non lo condivide, chi vuole restare all'Europa delle nazioni, si pone automaticamente al di fuori. Certo io avrei voluto un'Europa che si realizzasse in modo veloce e lineare, una specie di discesa libera mentre adesso dovremo andare avanti con un complicato slalom. L'importante però è che il traguardo sia lo stesso per tutti e che si vada finalmente avanti con valori condivisi ".

Lei parla di valori, e intanto Le Pen li fa a pezzi uno per uno...
"Proprio per questo è ancora più urgente ricostruire dei valori politici comuni. Tranne forse che in Germania, nel resto d'Europa il vecchio sistema dei partiti si sta slabbrando. La politica appare in stato confusionale. Senza partiti non si riesce certo a tenere saldi i nostri principi fondamentali, a meno che non si riesca a creare un rapporto di collaborazione tra i movimenti che stanno ovunque nascendo dal disfacimento dei partiti tradizionali, siano essi progressisti o conservatori. Senza questo rinnovamento della politica l'Europa non riuscirà a salvaguardare i valori da cui è nata e per cui deve continuare a vivere".

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06 febbraio 2017

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/02/06/news/prodi_trump_e_le_pen_sono_una_minaccia_l_europa_a_doppia_velocita_puo_dare_finalmente_la_risposta_-157666611/?ref=HREC1-5
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« Risposta #127 il: Febbraio 26, 2017, 12:20:02 »

Focus
Unità.tv   
@unitaonline
· 21 febbraio 2017

Scissione Pd, Prodi: “E’ un suicidio”

“La crisi di sistema va affrontata, combattuta, sconfitta. Io non mi rassegno affatto”.

“Faccio decine di telefonate, certo non sono indifferente alla scissione. Colloqui privati, tali rimangono”. E’ angosciato Romano Prodi, fondatore dell’Ulivo e del Partito democratico, che in un colloquio pubblicato su La Repubblica racconta: “Nella patologia umana c’è anche il suicidio”. E il riferimento è al progetto del Pd, ma aggiunge “la crisi di sistema va affrontata, combattuta, sconfitta. Io non mi rassegno affatto”.

Per questo Prodi ha fatto una serie di telefonate parlando con Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani, Paolo Gentiloni, Enrico Letta. E forse anche con Walter Veltroni e Massimo D’Alema.

Ma il contenuto dei colloqui “deve restare privato” dice il professore e la sua opinione su chi e come dovrebbe fare un passo indietro la confida solo agli interlocutori. Adesso il punto è salvare il Partito democratico. E non rassegnarsi al morbo della divisione: “La soluzione, per poi rimettersi insieme, non può certo essere la frammentazione”.

Da - http://www.unita.tv/focus/scissione-pd-prodi-e-un-suicidio/
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« Risposta #128 il: Marzo 05, 2017, 11:12:52 »

Care Amiche, Cari Amici,
dopo la conclusione della mia attività politica, ho pensato fosse utile far tesoro delle esperienze internazionali che ho avuto la possibilità e la fortuna di accumulare, come Presidente del Consiglio italiano e come Presidente della Commissione Europea, per continuare ad occuparmi di alcuni problemi che direttamente o indirettamente avranno influenza sulla politica e sull’economia internazionale.
Ho già avuto richieste, da alcune organizzazioni, di impegnarmi sul grande tema della pace e su quelli ad essa collegati dell’energia, della fame e su una, quella dell’ONU sul ‘Peace Keeping’ in Africa, sto già lavorando.
Per questo motivo e con questi obiettivi è nata nei mesi scorsi la “Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli”.
Lo scopo specifico della Fondazione, come recita lo Statuto, è perciò quello di “affrontare le problematiche sociali, culturali, economiche, politiche del mondo, al fine di favorirne la soluzione grazie alle elaborazioni di nuove proposte di collaborazione nel contesto internazionale” (cfr. Statuto). A partire dall’Europa come protagonista di un futuro mondo effettivamente multipolare in cui i nuovi protagonisti come la Cina, l’India, ecc. dovranno condividere più ampie responsabilità.
Una Europa che dovrà essere interlocutore privilegiato dei Paesi che la circondano (l’anello degli amici) e che dovrà svolgere azioni positive perché il Mediterraneo diventi sempre più porta per l’Oriente. Una Europa che è vicinissima all’Africa e che, in interazione con l’Onu, non può che occuparsene.
Le iniziative della Fondazione, si svilupperanno intorno a questi e ad altri temi e vorrà poterne far partecipi tutti coloro che ad essi sono interessati, promuovendo una rete di conoscenze e di idee utili a far maturare un clima culturale e politico coerente con le sfide che sono in campo.
Per rendere possibile questo impegno, anche se con una struttura organizzativa estremamente leggera, ritengo sia utile stabilire un rapporto diretto con tutti quelli che desiderano essere partecipi di questo lavoro.
Con loro manterremo un contatto continuo, iscrivendoli ad un nostro Forum per uno scambio di idee ed opinioni sui temi di interesse della Fondazione e tenendoli al corrente delle nostre attività.
Spero che tramite questa ‘partecipazione’ la Fondazione potrà essere aiutata a raggiungere i suoi obiettivi.
Se siete interessati a essere parte di questa rete vi preghiamo di comunicarcelo registrandovi presso il Forum della Fondazione.  Lo trovate qui.
Potrete così partecipare alle discussioni in corso sul Forum e ricevere informazioni, comunicati e notizie tramite la Newsletter della Fondazione (avremo cura di non inviarvi piu’ di un messaggio alla settimana).
Troverete sul sito della Fondazione il nostro Statuto e una prima serie di indicazioni sulle attività che intendiamo svolgere.
Con molta amicizia.
Romano Prodi

Da - http://www.fondazionepopoli.org/?p=79
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« Risposta #129 il: Marzo 23, 2017, 11:15:49 »

Romano Prodi contro l'abolizione dei voucher: "Il lavoro va sempre regolamentato"

Il Mattino
Pubblicato: 17/03/2017 08:24 CET Aggiornato: 1 ora fa ROMANO PRODI

Romano Prodi bolla come un errore l'abolizione dei voucher sui cui la maggioranza di governo ha trovato un accordo. Una mossa, quella dell'esecutivo, che farebbe saltare il referendum abrogativo del 28 maggio prossimo. L'ex premier, il cui governo proprio nel 2008 introdusse i voucher, parla in un'intervista al quotidiano il Mattino. E ricorda che vennero creati per garantire una copertura assicurativa a chi raccoglieva l'uva una ventina di giorni all'anno.

All'intervistatore che gli fa notare come l'utilizzo dei voucher nel corso del tempo sia cambiato, Prodi risponde:

Purtroppo è così. L'istituto era nato per ridurre il lavoro-nero e, appunto, assicurare una maggiore copertura assicurativa per occupazioni temporanee o saltuarie, ma è stato applicato molto oltre i suoi obiettivi. Al punto che spesso ha finito per raggiungere il risultato opposto, sostituendosi ai regolari contratti di lavoro.
Sull'eliminazione totale, chiesta dalla Cgil e ora anche nelle intenzioni del Governo.

Un'elementare saggezza avrebbe consigliato di mettersi attorno a un tavolo per cercare la soluzione concreta. Lo strumento resta certamente utile se condotto e regolato in linea con gli obiettivi che si proponeva quando fu introdotto. E sui quali, ricordo, vi era un accordo assai diffuso.

Sbagliato dunque abolirli, chiede l'intervistatore?
Io penso che i voucher non bisogna farli diventare uno strumento di politica del lavoro generale, ma abolirli completamente non mi sembra saggio: basta farli tornare, lo ripeto, al loro percorso originario, né più né meno.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2017/03/17/romano-prodi-voucher-abolizione_n_15420116.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #130 il: Maggio 17, 2017, 06:32:20 »

Romano Prodi: Le parlamentarie M5S distruggono la democrazia
Intervistato dal Corriere della Sera, il Professore dice la sua su Grillo, Pd, legge elettorale, banche e molto altro ancora

 17/05/2017 08:52 CEST | Aggiornato 1 ora fa

"Adesso si diventa parlamentare a 25 anni con 4 preferenze sul web o per la decisione del capo. Questa è la distruzione della democrazia. Quindi come si ricostruisce? Un po' con le primarie ma soprattutto con un sistema elettorale che obblighi il candidato a essere attivo sul territorio". Così, in un'intervista al Corriere della Sera, l'ex premier Romano Prodi punta il dito contro le parlamentarie M5S, ree di "distruggere la democrazia".

Nell'intervista Prodi ribadisce la sua proposta per la legge elettorale: un maggioritario puro. Quanto alla proposta di Renzi – 50% proporzionale e 50% maggioritario – risponde così: "Dico la stessa cosa che dissi per il mio sì al referendum: meglio succhiare un osso che un bastone". L'ex premier boccia completamente l'idea di una grande coalizione:

"Non capisco come si possa parlare di grande coalizione. I numeri indicano solo che si finirebbe in una grande confusione. Lo scenario sarebbe quello spagnolo: ripetere le elezioni e ripeterle ancora, ma, a differenza della Spagna, sotto l'assedio delle speculazioni internazionali".

Tornando ai Cinque Stelle, Prodi commenta così le affermazioni di Beppe Grillo sui cattolici che si riconoscono nel movimento:

"Non ho dubbi sul fatto che alcuni cattolici si riconoscano nelle critiche che questi movimenti avanzano, ma ben pochi poi si riconoscono nei rimedi che in modo incongruente vengono proposti. Come fa il mondo cattolico a non condividere la necessità di lottare contro l'ingiustizia su cui si fonda lo stesso Vangelo? Il problema è che quando poi arriva la proposta populista è indefinita, quindi inapplicabile perché sfocia nel qualunquismo".

Quanto al Pd, "non sono più iscritto da anni, simpatizzo per le idee su cui si è fondato. Diciamo che sono un senza casa ma vivo in una tenda vicina al Pd".

Sul capitolo banche – e Banca Etruria in particolare - il Professore afferma:

"Le banche italiane forniscono l'85 per cento delle necessità finanziarie delle nostre imprese. Negli altri Paesi siamo a meno della metà. È quindi chiaro che le nostre banche sono state travolte dalla crisi più che altrove. In Italia non ci sono altri potenti prestatori di denaro. E abbiamo una Borsa molto più debole. Se poi vi è un rischio sistemico e non esiste una alternativa possibile nel mercato, lo Stato deve intervenire [...].

Ho letto attentamente i giornali. L'ex ministro Boschi ha ribadito quanto aveva detto in Parlamento. Finché non si pronuncia Ghizzoni non si arriva a nessuna conclusione".

Infine, un passaggio sulla nuova leadership franco-tedesca inaugurata dal neopresidente francese Emmanuel Macron durante il suo viaggio a Berlino. L'Italia finirà nella tenaglia franco tedesca?

"A giudicare dalle dichiarazioni del presidente francese, no. Ha sempre richiamato un ruolo italiano pur in un quadro in cui la leadership è quella franco-tedesca. Comunque meglio che tedesca-tedesca. La Francia ha infatti bisogno di una politica simile a quella dell'Italia. Noi dobbiamo inserirci in questa cornice non con lamentele ma con proposte vantaggiose per Italia e Francia".

Da - http://www.huffingtonpost.it/2017/05/17/romano-prodi-le-parlamentarie-m5s-distruggono-la-democrazia_a_22094757/?utm_hp_ref=it-homepage
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« Risposta #131 il: Settembre 01, 2017, 05:36:04 »

Romano Prodi.

 Unione sempre più debole e divisa. Ora l’obbligo è quello di reagire

Romano Prodi Economista, accademico e politico, è stato Presidente del Consiglio per due volte (1996-1998 e 2006-2008)

Pubblicato il 23/03/2017

L’Europa è senza dubbio il laboratorio che ha prodotto i più grandi e concreti progressi politici: in quest’ormai lungo dopoguerra ha costruito pace, prosperità e sviluppo. Dare tutto ciò come scontato e garantito anche per il futuro è un errore. La storia ce lo insegna. Ben vengano quindi le celebrazioni dei Trattati di Roma se ci servono a ricordare che queste conquiste si difendono soprattutto con la volontà di far progredire un progetto futuro di un’Europa unita e forte. 

Un progetto che, dalla bocciatura francese e olandese del referendum costituzionale nel 2005, si è interrotto e, con esso, si è interrotto il processo di creazione di una federazione fra Stati uguali. L’entusiasmo genuino e popolare che aveva accompagnato ogni traguardo raggiunto, si è spento e si è trasformato in diffidenza e paura. La solidarietà che era il fondamento della casa comune europea, che ci ha consentito di vivere in pace per tre generazioni, che ha fatto dell’Europa la «casa delle minoranze», oggi arretra e abdica di fronte agli egoismi nazionali e alla paura che mina le fondamenta stesse della nostra Unione. 

Forti e isolati 
Siamo sempre più deboli e divisi: di fronte all’arretramento francese, alla recente uscita della Gran Bretagna, l’unica nazione alla quale tutti fanno oggi riferimento è la Germania. Forte per le sue virtù e per i suoi meriti, la Germania sta tuttavia esercitando la sua leadership senza quello sforzo di condivisione con gli altri Paesi membri che è necessario perché la leadership sia accettata in modo coesivo.

Si pensi alle tensioni che si sono accumulate intorno al problema greco per il fatto che esso è stato affrontato non in un dialogo tra Bruxelles e Atene ma, sostanzialmente, tra Berlino e Atene.

In conseguenza di questa nazionalizzazione dell’Unione, la Commissione Europea ha perduto progressivamente di potere. Ne è prova il fatto che, nel recente Libro bianco che prepara l’incontro di Roma, il presidente Juncker avanza ben 5 proposte di possibili scenari futuri ma non ne sceglie nemmeno una, manifestando così la grande difficoltà politica nella quale oggi si trova la Commissione.

 La sfida da oltreoceano 
Allo sfregio della Brexit, ai nazionalismi che corrodono l’idea stessa di Unione, al dilagare dei populismi che sanno solo distruggere, si aggiunge ora la sfida che Trump lancia da oltre oceano. 

Il Presidente americano rassicura la Cina riconoscendola come «una sola realtà politica», mentre sul fronte europeo plaude alla Brexit, auspica nuovi abbandoni, ridicolizza la nostra Unione definendola una gabbia che rinchiude i Paesi membri e accusa la Germania di abusare del proprio ruolo. Abbiamo bisogno di altre umiliazioni, di essere emarginati ancora di più per reagire? Eppure sappiamo tutti che nessuna nazione da sola, non la grande Germania, non la Francia, non l’Italia o la Spagna, potrà tenere il passo che gli Stati Uniti e la Cina stanno imprimendo al mondo in tutti i campi, da quello militare a quello economico fino a quello scientifico e tecnologico.

Credo che queste celebrazioni coincidano con un punto molto basso della storia dell’Europa ma resto convinto che gli avvenimenti indicati in precedenza ci offrano nuovi stimoli e quasi l’obbligo di reagire. Gli avvenimenti recenti ci mostrano con ancora maggiore evidenza che l’Europa è l’unica nostra possibilità di sopravvivenza. L’Europa a due velocità, che da anni sostengo, corrisponde ad una prima necessaria reazione e ci offre la possibilità di rimettere in moto energie e volontà: ci saranno Paesi pronti a mettere in comune la difesa o uno spazio unico di sicurezza, le politiche energetiche o l’Europa sociale. 

L’obiettivo necessario 
Ciò che deve restare essenziale è l’obiettivo di una integrazione sempre più forte. Non Paesi di serie A e Paesi di serie B e nessun divieto ai Paesi di aderire, quando si sentiranno pronti per farlo, ai progetti comuni.

Certo non è l’Europa che avevo sognato, ma questa soluzione corrisponde ad una possibilità concreta per il futuro della nostra Unione, anche perché sono convinto che in Francia e in Germania, così come accaduto in Olanda, prevarranno i partiti europeisti.

Accingiamoci quindi a celebrare senza riserve e senza reticenze le conquiste del passato, riflettiamo a fondo sulle difficoltà presenti e cerchiamo di ripartire, anche se non tutti alla stessa velocità. Verrà poi il tempo in cui ci rimetteremo a camminare tutti insieme: da soli siamo destinati a scomparire.

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Alcuni diritti riservati

Da - http://www.lastampa.it/2017/03/23/esteri/europa/unione-sempre-pi-debole-e-divisa-ora-lobbligo-quello-di-reagire-urMBrTgNRi6HBCjiFn3J6I/pagina.html
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« Risposta #132 il: Settembre 15, 2017, 06:12:36 »

POLITICA

Il Paese del cammello, la metafora di Prodi per descrivere l'incertezza decisionale in Italia
L'ex premier al Cammino di Francesco di Assisi difende lo ius soli: "Fermarsi è stato un errore"


 15/09/2017 08:55 CEST | Aggiornato 2 ore fa

Maria Antonietta Calabrò
Giornalista

Dallo ius soli alla ricostruzione post terremoto, quello che preoccupa Romano Prodi è che l'Italia sempre più si è trasformata nel Paese del cammello. Un cammello – racconta scherzando appena arrivato al Cammino di Francesco, l'evento che per quattro giorni organizzato dai frati di Assisi - è un cavallo disegnato da un comitato, da una commissione.

Per non sbagliare, anche legittimamente per la paura di sbagliare. Per la paura della reazione dell'opinione pubblica o dell'indeterminatezza delle leggi e quindi dei possibili interventi della magistratura, l'Italia è sprofondata nell'incertezza decisionale. E allora quando ci si mette tutti intorno a un tavolo a disegnare un cavallo, alla fine sul foglio rimane la sagoma di un cammello.

Prodi ne parla come di una vera e propria "tragedia, la tragedia della democrazia" in salsa italiana. La politica invece dovrebbe avere coraggio e visione, pensare non solo all'oggi, ma al domani e al dopo domani. Imboccando una strada precisa. Avendo coraggio.

La Chiesa superiore della Basilica di Assisi è strapiena e si è dovuto allestire un maxischermo nel piazzale inferiore. Gente attenta, che dopo un 'ora e mezza di intervento di Prodi (sollecitato dalle domande di Gerardo Greco), uscendo si "lamenta" che il pubblico non abbia avuto la possibilità di farle anch'esso le sue domande.

Nessun lamento invece per i controlli, stringenti, antiterrorismo, all'ingresso della Basilica, e agli accessi sulla piazza. Un doppio cerchio con i militari con i mitra spianati intorno alla Basilica del Poverello e sotto la lapide che ricorda il pellegrinaggio di Papa Giovanni XIII all'inizio del Concilio Vaticano II (Papa che del resto da pochi giorni è diventato il santo patrono dell'Esercito).

Sotto il cielo di Giotto, ridotto in poltiglie dal sisma di vent'anni fa (settembre 1997) e che risplende invece integro di bellezza, Prodi fa di quella ricostruzione l'emblema di un Paese che decide. "Grazie ad un aspetto corale di difesa della Basilica di San Francesco, un Santo caro a tutti, è stato possibile ricostruire così in fretta, in due anni: si potrebbe fare così in tutta l'Italia, perché San Francesco è protettore di tutta l'Italia".

Prima dell'incontro l'ex presidente del Consiglio si è inginocchiato, insieme alla moglie Flavia, in preghiera di fronte alla tomba del Santo. "Venti anni fa ricostruire è stato possibile perché il responsabile era una persona autorevolissima, l'allora Commissario straordinario Antonio Paolucci. Ricordo che quando visitai il cantiere, complessivamente lo visitai quattro volte, c'erano dappertutto pezzettini di macerie. Quando ripenso a cosa è stato fatto poi, ritengo che con grandi obiettivi si fanno i miracoli. Paolucci aveva il coraggio di decidere con senso di responsabilità. Così potemmo fare tutto in fretta". "Ma oggi, di fronte alla incertezza della legge e della giustizia - ha osservato ancora - noi abbiamo trasformato il Paese in una struttura di protezione reciproca. Tutti hanno paura, comprensibilmente, di prendere una decisione. E invece, per l'incertezza della legge, abbiamo moltiplicato i controlli e deresponsabilizzato coloro che prendono decisioni complesse".

CRESCITA DEL 5 PER CENTO ABOLENDO I TAR E IL CONSIGLIO DI STATO. "Noi siamo bloccati dalla paura di decidere – ha ripetuto - Se abolissimo il Tar o il Consiglio di Stato, cosa che non si può fare, noi cresceremmo subito del 5%. Lo dico con dolore, ma voglio far capire che non si può continuare così. L'incertezza della legge obbliga a non decidere». Le sue parole nel corso del suo intervento al 'Cortile di Francesco' ad Assisi, sul futuro dell'Europa, suonano come una provocazione per esortare le istituzioni italiane ad avere la "forza di volontà" per uscire dal guado e provare a entrare di nuovo "tra i primi della classe in Europa". Perché la ripresa economica c'è ma non è abbastanza. "Siamo sempre nell'ultimo quarto dei Paesi europei. La marea si è alzata dappertutto e anche noi ci stiamo alzando, ma l'incapacità decisionale e l'incertezza delle nostre leggi fanno in modo che a tutte le strutture sia quasi impedito decidere".

IUS SOLI. Indecisione e paura anche per la discussione accantonata in Senato sullo ius soli, "ma capisco che la si possa discutere per opportunità dopo la legge finanziaria". Una legge che va fatta, una legge che protegge il futuro del Paese a cominciare dalle pensioni, ancorando i giovani stranieri nati in Italia a stare da noi, dopo aver ricevuto istruzione ("negli istituti tecnici sono i migliori"). Non solo parlano l'italiano, "ma se cambiano "lingua", da me, parlano in dialetto reggiano". Avere troppo paura della reazione dell'opinione pubblica, sterzando a destra, peraltro rischia di essere inefficace ("perché semmai gli italiani votano l'originale").

IL REFERENDUM DI RENZI. A semplificare il sistema istituzionale italiano, Renzi ci aveva provato con i referendum del 2016, o no? Qui Prodi se la cava tirando fuori un esempio d'Oltralpe, quando la Francia bocciò il referendum sull'Europa, semplicemente per indebolire Chirac. "L'Europa non c'entrava nulla, furono i nemici di Chirac a bocciarlo, per colpire il presidente francese.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2017/09/15/il-paese-del-cammello-la-metafora-di-prodi-per-descrivere-lincertezza-decisionale-in-italia_a_23210096/?utm_hp_ref=it-homepage
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« Risposta #133 il: Dicembre 07, 2017, 06:29:27 »

Prodi su Pisapia: "Non tutte le frittate riescono bene"

L'ex premier commenta la situazione del centrosinistra dopo l'annuncio del leader di Campo progressista di ritirarsi dalla competizione elettorale

07 dicembre 2017

ROMA - "Non tutte le frittate finiscono con il venir bene...". Lo dice Romano Prodi, alla manifestazione Più libri più liberi a Roma, riferendosi alla situazione del centrosinistra dopo l'annuncio di Giuliano Pisapia, fondatore di Campo progressista, di ritirarsi dalle elezioni.

A chi gli chiede se l'ex sindaco di Milano abbia fatto bene, il fondatore dell'Ulivo risponde "non lo so".  Poi aggiunge: "Non è stata una defezione, perché Pisapia non aveva deciso. Aveva studiato il campo e poi ha concluso che non era cosa", comparando la situazione del leader di Cp con quella avvenuta tra lui e Matteo Renzi a giugno scorso, quando "la colla non ha funzionato".

Tuttavia per l'ex premier, che questa mattina ha incontrato il "pontiere" dem Piero Fassino, "il processo (di ricostruzione del centrosinistra, ndr.) va avanti. Si tenterà di nuovo perché è importante ed utile al Paese. Pisapia ha esplorato e non ha trovato in se stesso o nel gruppo di riferimento motivazioni per andare avanti. E questo mi dispiace", conclude.

"D'altra parte - afferma ancora Prodi - la stessa crisi c'è anche a destra. Il problema è che bisognerebbe ricominciare da capo. Io a suo tempo non ho inventato un granché ma c'era un disegno preciso di mettere insieme forze e contenuti. Mi criticarono per il programma di 400 pagine, ma quello di 140 lettere non è molto più soddisfacente. Un programma politico può anche essere di sei volumi... Ma con una coalizione ampia si deve scrivere. È senso di realismo. Perché i tedeschi ci mettono sei mesi a fare il programma di governo? Pensate non sappiano né leggere né scrivere?", conclude.

Per Prodi, dunque, non è detta l'ultima parola sul futuro della coalizione di centrosinistra: "I cambiamenti sono troppo recenti per dare un giudizio definitivo. Aspettiamo".

 © Riproduzione riservata 07 dicembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/12/07/news/prodi_su_pisapia_frittate-183364250/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1
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