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Autore Topic: PRODI  (Letto 31628 volte)
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« Risposta #15 il: Maggio 10, 2009, 11:44:27 »

L'Europa e i nostri figli: stando da soli si esce dalla storia
 
di Romano Prodi


ROMA (10 maggio) - Fra meno di un mese saremo chiamati a votare per le elezioni europee. Voteremo per il parlamento dell’Unione che rappresenta 500 milioni di cittadini distribuiti in 27 Stati. L’Unione europea è una grande potenza economica: numero uno nel mondo in termini di Prodotto Interno Lordo, numero uno in termini di esportazioni, numero uno in termini di stabilità nei prezzi.

Potremmo ancora continuare nell’elencare i punti di forza di questo grande protagonista del nuovo mondo globalizzato.

Eppure dobbiamo fermarci perché, in questo mondo, l’Europa non è attore ma, nonostante le cifre della sua economia, un semplice spettatore.

Le grandi decisioni internazionali ci vedono assenti o irrilevanti, anche quando si tratta di problemi che sono a noi vicini per geografia o per interessi, come è stato il caso del Kossovo. Per questo motivo, dopo infiniti dibattiti, è iniziato negli scorsi anni un processo di riforma delle istituzioni europee fondato sulla premessa fondamentale ed inconfutabile che l’Europa non può ottenere risultati ambiziosi se non passando attraverso riforme altrettanto ambiziose. Il processo è partito, ha dato vita ad una Costituzione, bocciata però dal referendum francese, e quindi al trattato di Lisbona, ora fermo a metà strada per il no dell’Irlanda.

Eppure il trattato di Lisbona contiene alcune ovvie indispensabili proposte innovative, come la fine di una ridicola rotazione semestrale della presidenza dell’Unione, un inizio di coordinamento della politica estera, un presidente della Commissione eletto dal Parlamento e una pur minima riduzione delle decisioni da prendere all’unanimità.

Si tratta di passi in avanti concreti ma ancora insufficienti per giocare un ruolo da protagonista perché in tutti i numerosi campi in cui è prevista l’unanimità, la paralisi europea è destinata a durare. Eppure il voto irlandese ci impedisce di compiere anche questi piccoli passi in avanti.

Sarebbe tuttavia ingiusto addossare le colpe solo all’Irlanda: lo spirito europeo si è ovunque affievolito e perfino i tre grandi protagonisti della prima Europa, cioè Germania, Francia e Italia pensano più ai loro problemi interni che non ai grandi risultati che potrebbero ottenere lavorando insieme.

Naturalmente non si tratta solo di mettersi d’accordo sulle nuove regole di decisione, ma di convenire su alcune priorità senza le quali l’Europa non può funzionare, come la dotazione di risorse adeguate per affrontare le sfide comuni quali la sufficienza energetica, i cambiamenti climatici e le disparità fra Paesi e Continenti. Per vincere queste sfide la dimensione nazionale è del tutto inadeguata. Per rendersi conto di tutto questo non occorre essere raffinati politologi o economisti: basta dare un’occhiata ad un mappamondo. Eppure stiamo andando a votare senza che si sia ancora aperto un minimo di dibattito sul ruolo che vogliamo dare all’Europa nel mondo.

La preparazione elettorale è esclusivamente dedicata alla politica nazionale e all’influenza che i risultati delle urne avranno sui futuri equilibri politici interni. Continuiamo correttamente a ripetere che senza una politica continentale usciremo solo per ultimi dalla crisi economica ma, nello stesso tempo, non vogliamo dare alle istituzioni comunitarie la forza per prendere le necessarie decisioni.

Ogni giorno assistiamo a gridi di allarme per lo strapotere europeo e non vogliamo ammettere che il costo di tutte le politiche dell’Unione (compresa la politica agricola, gli aiuti alle regioni più povere e il costo della burocrazia) è inferiore all’uno per cento del Prodotto Lordo Europeo.

Invece di ragionare sui fatti e di discutere quanto e come si deve spendere e si deve decidere a livello europeo, si preferisce usare Bruxelles come caprio espiatorio per tutte le cose che non vanno nel nostro Paese. Queste contraddizioni non sono certo solo italiane: esse sono comuni a quasi tutti i Paesi europei. Questi Paesi, tuttavia hanno almeno l’astuzia di inviare al parlamento di Strasburgo persone che, per esperienza, padronanza linguistica e conoscenze specifiche, difendono con continuità ed efficacia i propri interessi. Un primo sguardo alle liste dei candidati ci dice invece che i nostri partiti si sono solo marginalmente posto questo problema.

Per cui, se l’elettore non sarà abilissimo nelle sue scelte, non saremo nemmeno in grado di difendere i nostri elementari interessi nazionali.

Abbiamo ancora quattro settimane di tempo per prepararci a scrivere la nostra preferenza nel modo che riterremo più adatto a raggiungere i nostri obiettivi. Mi permetto tuttavia di consigliare agli elettori, prima di recarsi in cabina, di dare ancora un’occhiata al mappamondo per vedere quanto siamo piccoli noi e quanto sono grandi gli altri. Un altro esercizio utile, che noiosamente ripeto in ogni occasione in cui parlo dell’Europa, è quello di ripensare per un attimo alla storia dell’Italia. Ai tempi del Rinascimento (cioè al tempo della prima globalizzazione) gli Stati italiani primeggiavano in ogni campo, dall’arte della guerra, alle scienze, dalla tecnologia all’architettura, dalla filosofia alla finanza. Non abbiamo avuto la capacità politica di metterci assieme e l’Italia è per sempre scomparsa dai grandi protagonisti della storia mondiale. Oggi per i singoli Paesi europei (Francia, Germania e Gran Bretagna compresi) la situazione è del tutto identica. Rimanendo soli si esce dalla storia. Prima di andare a votare è quindi bene pensare anche a quello che succederà ai nostri figli. 

da ilmessaggero.it
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« Risposta #16 il: Maggio 22, 2009, 06:21:40 »

Prodi: «Berlusconi mina le basi della democrazia»

di Fabrizio Rizzi
 
 
BOLOGNA (22 maggio) - Il primo messaggio che manda a Berlusconi è di un maggiore «rispetto per il Parlamento. Perché a forza di strappi si contribuisce a minare «le basi della democrazia». Gli strappi, per ora, sono soltanto verbali, ma con affermazioni sull’inutilità del lavoro, o sul numero eccessivo di deputati e senatori, non si riconosce quel ruolo fondamentale che hanno le Camere. E’ per questo che Romano Prodi invita a non «ironizzare» o a «discriminare gli aspetti negativi» del Parlamento.

Dalla Johns Hopkins University, nel cuore di Bologna, l’ex premier, dialoga con gli studenti, assieme a Mario Monti, suo ex commissario quando era presidente della Commissione Ue. C’è identità di vedute, soprattutto sull’uscita dalla crisi. E sugli effetti futuri. Monti paventa un aumento delle tasse. Sarà difficile che gli Stati possano alleviare la morsa fiscale ed avviare politiche per aumenti salariali. Il presidente della Università Bocconi pensa che «nei prossimi anni, purtroppo, ma inevitabilmente, molti Paesi dovranno aumentare il carico fiscale per fare fronte al forte aumento dell’indebitamento pubblico che hanno messo in campo per cercare di reagire la crisi».

A sua volta, Prodi concorda nella sostanza, ma puntualizza. «In ogni Paese - ribatte - è stato necessario reperire risorse per reagire ai danni della crisi, per il salvataggio di banche e imprese». Non si sa ancora se «questo processo sia finito». Perché «la ristrutturazione dell’economia implica anche un forte impegno finanziario». Dunque, tutto lascerebbe intendere che i denari siano finiti e non siano possibili politiche di rilancio. Tuttavia, avverte: «Bisogna fare attenzione, perchè nonostante tutto, la più grande entità economica del mondo, resta l’Europa che ha un Pil più grande di quello degli Stati Uniti».

La conclusione è di estrema cautela. «Non parliamo dell’Europa come qualcosa di inesistente, ma come di un corpo in teoria fortissimo, che è invece fragile per la sua disunione». In ogni caso, per il Professore, «l’Europa ha tutte le armi per poter essere tra i grandi leader dell’economia mondiale, ma non esercita questo ruolo, perchè non ha l’unità e la forza comune che potrebbe avere».

Distante ormai dalla politica attiva, Prodi è a suo agio tra studenti che lo interrogano sul futuro del mondo, sul terremoto, sull’Africa. E sembra non dar retta a Monti quando, elencando quel lungo curriculum del Professore, sottolinea l’espressione «former president», ovvero ex presidente. Il moderatore, Stefano Zamagni, ironizza: se il significato deriva dal greco è proprio quello di «ex», ma se deriva dal latino, allora ha la valenza vichiana di corsi e ricorsi storici. Insomma, potrebbe tornare sulla scena. Ed il Professore, non risponde, se la ride. Per ora, pensa alle elezioni europee, che sono ancora tutte e troppo nazionali, non solo in Italia. «Bisogna arrivare - dice - in futuro a una mescolanza di candidati di diversi Paesi ed anche ad una piattaforma comune in tutti gli Stati. Solo in questo modo avremo la forza politica per eleggere dal basso delle cariche».
 
da ilmessaggero.it
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« Risposta #17 il: Maggio 25, 2009, 06:08:27 »

Ecco perchè non tornerà il dominio dello Stato
 
 
di Romano Prodi

ROMA (25 maggio) - La crisi economica non ha cambiato solo le cose ma ha cambiato anche le teste. A cominciare da quelle degli economisti e dei politici.

Per anni ci era toccato di leggere che il mercato era un regolatore perfetto, capace sempre di ritornare in equilibrio e che lo Stato non solo doveva essere meno invasivo possibile (cosa che ho sempre condiviso) ma che dovesse anche regolare il meno possibile (cosa che ho sempre combattuto). Poi è successo quello che è successo e i governi, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, hanno dovuto gettare palate di soldi nelle banche e nelle imprese in difficoltà. Molto privato è perciò diventato pubblico e mi sono trovato in dibattiti e discussioni nelle quali serpeggia la paura di uno sbandamento in senso opposto, verso uno Stato onnipresente.

A mio parere questo non avverrà perché non esiste nel mondo alcun Paese che abbia scelto in modo deliberato di ritornare verso un dominio dello Stato nell’economia. Persino nei sei o sette Paesi che ancora si definiscono comunisti il processo di affiancare alle imprese pubbliche un crescente numero di imprese private prosegue regolarmente, seppure rallentato dalla crisi economica.

Anche in Cina e in Vietnam, dove il grande sviluppo economico si è fondato soprattutto su un allargamento del mercato, non appaiono all’orizzonte cambiamenti nella politica economica adottata negli ultimi anni. Siamo cioè di fronte a fenomeni di pubblicizzazione avvenuti per necessità e non per dottrina: nessuno mette in discussione il ruolo del mercato come fondamento del sistema economico. Lo Stato è stato costretto ad intervenire per avere mancato alla sua funzione di regolatore e di controllore, rendendo quindi possibile una continua e grave violazione dell’etica degli affari.

Ed è proprio questa mancanza di etica che è alla base della profonda crisi economica in cui ci troviamo ora. Una mancanza di etica che è stata messa in rilievo soprattutto nei confronti di alcune banche internazionali senza scrupoli, che hanno inondato i mercati mondiali di titoli che esse sapevano essere senza valore, ma che è stata condivisa anche da chi aveva l’obbligo di sorvegliare il corretto funzionamento dei mercati. Le società di “rating”, che esistono solo per dare la garanzia che i titoli immessi nel mercato corrispondono a quanto viene dichiarato, hanno regolarmente dato la tripla A (che sarebbe il dieci e lode) anche alle banche che sono poi fallite poche settimane dopo.

E la stessa mancanza di senso della propria missione l’hanno dimostrata alcune banche centrali, a cominciare da quella degli Stati Uniti. La prima condizione perché lo Stato possa ritirarsi dalla proprietà delle imprese è quindi quella che esso eserciti la funzione di arbitro e regolatore del mercato, impedendone le deviazioni e gli eccessi che sono alla base dell’attuale disastro. Serve poco consolarci per il fatto che nel nostro Paese queste deviazioni siano state meno intense che in altri: il mercato è ormai globale e le sue malattie si diffondono ancora più rapidamente della febbre suina.

La seconda condizione per fare riprendere dignità al mercato è quindi quella di iniziare finalmente una stretta collaborazione fra le diverse autorità statuali aumentando in modo progressivo il ruolo e la forza degli organismi internazionali. La lotta contro gli Stati senza regole e i paradisi fiscali è la migliore difesa del mercato. Per fugare del tutto la paura di uno Stato onnipotente bisogna che si verifichi una terza condizione, che nascano nuovi e sani protagonisti della vita economica . Troppe volte le privatizzazioni sono state impedite, ritardate o sono state fatte male per la mancanza di sani ed efficienti protagonisti privati.

Passare dalle mani di uno Stato eccessivamente influente nell’economia per cadere nelle mani di imprenditori fasulli o di fondi di investimento pronti solo a fuggire non appena si presenti l’occasione di profitto non è certo un grande guadagno per noi e per i nostri figli. Cominciamo quindi a preparare la ripresa con nuovi contenuti etici, con nuove iniziative e con una nuova politica economica, senza paura dei comunisti, perché ormai non ci sono più.

da ilmessaggero.it
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« Risposta #18 il: Maggio 30, 2009, 10:03:04 »

30/5/2009 (7:35) - RETROSCENA

Appello per il Pd Prodi ritorna dopo sedici mesi
 
Nei prossimi giorni l’ex premier contro l’astensionismo

FABIO MARTINI
ROMA


Precisamente 13 anni fa. Era il 28 maggio del 1996, il fresco premier Romano Prodi era appena entrato nella Cancelleria tedesca a Bonn ed Helmut Kohl, abbracciandolo, gli disse: «Romano, hai vinto le elezioni perché sei l’unico italiano che parla a bassa voce!». Quelle parole scambiate in privato il Professore non le ha più dimenticate. Neanche nella cattiva sorte: dal giorno in cui è stato disarcionato per la seconda volta da palazzo Chigi - era il 28 gennaio 2008 - Prodi ha parlato raramente. E lo ha fatto sempre a voce bassissima, attento ad evitare qualsiasi intrusione nella politica domestica. Ma dopo sedici mesi di quasi ininterrotto mutismo, qualche giorno fa, Prodi ha deciso: «Ragazzi sia chiaro: io non torno a far politica, ma qualcosa sulle elezioni Europee voglio ben dirla».

E proprio perché il “ritorno” del Professore in piena campagna elettorale rappresenta a suo modo un evento, neanche lui ha deciso fino a dove si spingerà. Ancora per due, tre giorni l’esternazione prodiana è destinata a restare un’araba fenice, ma quel che Prodi pensa, bene lo sanno la moglie Flavia, gli amici di una vita che hanno chiacchierato con lui negli ultimi giorni. Sotto i portici di Strada Maggiore e nel piccolo, accogliente salotto di via Gerusalemme, il Prof parla spesso di politica italiana e lui, uomo così poco incline alle tenerezze, ogni tanto arriva a dire: «L’Ulivo e il Pd sono le cose più importanti che ho fatto nella mia vita politica». Nonostante la nascita stentata e un presente che lo preoccupa, Prodi resta convinto che quella del Pd rimanga «l’unica, vera speranza per questo Paese» e dunque sarebbe «una sciagura» se un risultato negativo facesse nascere in qualcuno la tentazione di una scissione, per tornare «alle caselle di partenza».

Con la ri-nascita di due partiti bonsai, uno di sinistra e uno cattolico-centrista. E’ anche per evitare questo scenario che Prodi intende lanciare nei prossimi giorni un appello ai potenziali elettori del Pd, perché escano dalla tentazione dell’astensionismo: «Il 6 e 7 giugno bisogna assolutamente andare a votare», «per l’Europa, ma non solo per l’Europa». Ma un “ritorno” di Prodi è più un incubo o una speranza per la maggioranza degli elettori di sinistra? Nei 16 mesi di quasi impenetrabile riserbo, il Professore ha finito per alimentare - seppur con minor pathos rispetto alla prima volta - il “mito” del leader tradito. Ne è una prova anche lo strepitoso sketch a lui dedicato da Corrado Guzzanti, un artista che come pochi altri sa cogliere l’aria che tira e l’”essenza” dei politici nostrani.

Nei giorni scorsi su RaiTre - e ora su Youtube - si vede un Prodi alla stazione di Bologna che dice di sé: «Passa un treno, ne passa un altro, ma io resto fermo, dietro la riga gialla, con la mia coerenza... La gente mi trova sempre lì e dice: professore ma sta bene? I piccioni mi cagano in testa, ma io fermo, non faccio polemiche..., una notte son venuti dei ragazzi con delle taniche di benzina, mi hanno dato fuoco e hanno detto “ma questo non strilla, non ci dà gusto”». E poi il finale, con i notabili del centrosinistra che vanno alla stazione e lo implorano: «Romano, ti chiediamo perdono, ti abbiamo fregato già due volte, ma tu solo puoi battere Berlusconi, stavolta sarai un monarca assoluto.

Sire ci inginocchiamo a te, perdonaci! Mica porterai rancore?». E Prodi-Guzzanti urla: «E allora zac...», col gesto di tagliare la testa ai Franceschini e ai D’Alema imploranti. Accantonando un passato di incomprensioni, Prodi ha stretto un buon rapporto con Dario Franceschini, migliore di quello con Walter Veltroni. All’inizio il Professore aveva consigliato ai suoi di «collaborare» con il segretario e una certa tendenza di Franceschini a fare «l’uomo solo al comando» ha leggermente raffreddato le simpatie iniziali. E Prodi lo ha confidato ai suoi: «Quel che dirò nei prossimi giorni, lo farò e lo dirò per il Partito democratico». Ieri sera, intervenendo a una manifestazione per sostenere la candidatura a sindaco di Bologna di Flavio Delbono, ha parlato a lungo di economia e tra l’altro, riferendosi ad alcuni aggiornamenti nelle posizioni di Giulio Tremonti su globalizzazione e Cina, ha scherzosamente chiosato: «Mi compiaccio per un “peccatore” redento». 
 
da lastampa.it
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« Risposta #19 il: Giugno 06, 2009, 06:01:50 »

Romano Prodi

 
Care amiche e cari amici,

nel momento in cui ribadisco la mia già provata volontà di rimanere al
di fuori della politica del nostro Paese,  sento il dovere, come
semplice cittadino, di sottolineare l'importanza del voto a cui noi
italiani siamo chiamati.

Anzitutto un voto per l'Europa . In questa linea richiamo la necessità
di rafforzare il Partito democratico ricordando come esso abbia sempre
con convinzione sostenuto le grandi scelte europee quali l'euro e
l'allargamento che , come si è dimostrato in questa fase di durissima
crisi , sono  la principale difesa per l'Europa e l'Italia.

La seconda ragione nasce dall'intensificarsi di numerosi segnali di
allarme e di interrogativi da parte di tanti amici ed osservatori
stranieri per la caduta di dignità e per  la qualità democratica del
nostro paese, segnali che ho colto con sofferenza  nella mia  attività
internazionale.
Di fronte a questo il Partito democratico, pur nel suo non facile
cammino, è l'unica concreta  risposta.

Non è tempo né di astensioni né di sofisticate distinzioni.
È il momento di dimostrare che l'Italia può essere diversa , che ha
profonde radici  etiche e che è ancora capace di contribuire alla
crescita democratica di una nuova Europa.

Con amicizia

Romano  Prodi

Bologna 3 giugno 2009
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« Risposta #20 il: Giugno 09, 2009, 10:26:32 »

«Caro Pd, ora hai l'ultima chance per rinnovarti davvero»

 
 di Romano Prodi


ROMA (9 giugno) - Due sono le lezioni che arrivano ai partiti di centrosinistra dalle recenti elezioni: una lezione per l’Europa ed una per l’Italia. Riguardo all’Europa la batosta complessiva dei socialisti è stata troppo ampia e diffusa per non obbligare a ripensare al semplice interrogativo se essi siano in grado di fare avanzare da soli il complesso compito del riformismo europeo.

I dubbi nascono anche dal fatto che questa diffusa disfatta avviene in un momento di grave crisi economica con profondi disagi concentrati soprattutto nelle categorie tradizionalmente rappresentate dagli stessi partiti socialisti, a partire dai lavoratori di più basso livello e dai precari.

Qualche anno fa l’idea di pensare ad una nuova alleanza fra i progressisti (chiamata forse troppo pomposamente ulivo mondiale) era stata scartata come una proposta fuori dalla storia. Ho paura che quest’idea nella storia ci debba ritornare, almeno per aiutare a rielaborare le proposte che i diversi partiti socialisti hanno presentato ai loro elettori. E ci debba ritornare con una forte e coraggiosa politica europea. Abbiamo infatti assistito ad elezioni europee nelle quali le tesi degli euroscettici erano chiarissime, mentre le voci dei filo-europei erano flebili e non si concretizzavano in proposte precise.

La lezione per il centrosinistra italiano è altrettanto chiara, anche se maggiormente scontata in quanto i danni della frammentazione si erano già resi evidenti nelle precedenti contese elettorali.

Per il Partito Democratico in particolare il risultato, soprattutto mettendolo a confronto con le cattive previsioni e con il relativo flop del Pdl,è stato abbastanza buono da garantire la durata del partito stesso. Ma è stato abbastanza cattivo per obbligare a quel grande dibattito ideologico e programmatico di cui un nuovo partito ha assolutamente bisogno. E che è finora mancato. Insomma la lezione europea e la lezione italiana si intrecciano fra di loro e rendono necessario un rinnovamento radicale.


da ilmessaggero.it
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« Risposta #21 il: Luglio 14, 2009, 11:34:08 »

Diplomazie parallele

Un legame nato durante gli anni alla presidenza della Commissione europea.

Il confronto sull’euro

Prodi allarga la rete cinese

L’ex premier coltiva amicizie e relazioni nel Paese guidato da Hu Jintao


Ci sono viaggi che non si possono fare una volta sola, e la Cina di Romano Prodi è così.

Dal primo luglio scorso, l’ex presidente del Consiglio ha trascorso una settimana a Pechino, dove l’invito a partecipare al primo Global Think Tank Summit ha fornito l’occasione per rilanciare antichi legami. La leadership di Pechino ha imparato a conoscere Prodi soprattutto durante la sua presidenza della Commissione europea, attenzione ricambiata. Visite a Pechino frequenti, dunque. Lo scorso novembre era stato invitato alla Scuola centrale del Partito comunista per un ciclo di conferenze, questo mese invece ha parlato alla Scuola di amministrazione pubblica. «Vogliono sapere, vogliono ascoltare», ha detto dell’attitudine dei suoi ascoltatori. Poi, al Global Think Tank Summit, Prodi ha ricevuto gli onori riservati a un ex presidente della Commissione di Bruxelles. Il quotidiano China Daily gli ha dedicato una grande fotografia di prima pagina, accanto al vicepremier Li Keqiang, in un contesto in cui il Think Thank sembrava, almeno sui temi della governance finanziaria, un contrappunto anticipato all’imminente G8.
Prodi a Pechino ha una rete solida di conoscenze. L’ambasciatore della Ue, il francese Serge Abou, già stretto collaboratore durante gli anni di Bruxelles, è un amico, mentre alcuni dei diplomatici europei in Cina facevano parte del suo staff. Gli incontri col premier Wen Jiabao, poi, sono regolari. Il Professore non dimentica l’interesse del presidente Hu Jintao e dello stesso Wen sia per l’euro sia per l’ambizione europea (ora appannata) di contare con autorevolezza in un mondo multipolare. Dal canto loro, i cinesi ricordano la visita di Stato dell’allora presidente del Consiglio Prodi, settembre 2006, insieme con uno stuolo di ministri. Nell’ultimo viaggio, invece, Prodi si è fatto accompagnare dal figlio Giorgio, economista. Giorgio è membro del comitato scientifico dell’Osservatorio Asia di Imola di cui è presidente Alberto Forchielli. Altro compagno di viaggio è stato Pietro Modiano, già vice di Corrado Passera nella banca Intesa Sanpaolo, che ha rappresentato anche nel fondo di private equity italo-cinese Mandarin Fund, nato nel 2006, con Prodi premier.

da corriere.it
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« Risposta #22 il: Agosto 30, 2009, 10:29:05 »

«Il paese ha una situazioni particolare, si inserisce in una svolta come quella americana»

Giappone, Prodi telefona a Hatoyama

«Ci lega una lunga amicizia. Mi fa estremamente piacere, ora però devono governare perché non basta vincere»

   

MILANO- Si conoscono da tanti anni. Almeno dodici. Cioè da quando i vertici del Partito Democratico giapponese, che ha stravinto le elezioni, sono andati a lezione da Romano Prodi.Già si sono ispirati all'Ulivo per creare il loro nuovo partito. «Con lui c’è una lunga amicizia - ha detto Prodi a Skytg24 - mi ha fatto piacere congratularmi, anche se poi mi ha ricordato la frase che gli dissi allora: non basta vincere ma bisogna poi governare. È certo che avranno una solida maggioranza rispetto a quella che ebbi io. Ma mi fa estremamente piacere».

LA SITUAZIONE- «Il Giappone ha una situazioni del tutto particolare, si inserisce in una svolta come quella americana. L’Europa è invece tardiva. Non ho però dubbi che problemi che si sono creati in passato faranno riflettere il governo del Giappone», ha spiegato l'ex presidente del Consiglio. Prodi ha poi sottolineato che il futuro premier giapponese ha ottimi rapporti con Obama e dunque la svolta giapponese si inserisce nel solco della svolta americana.


30 agosto 2009
da corriere.it
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« Risposta #23 il: Settembre 06, 2009, 04:51:31 »

Debito pubblico del mondo, dobbiamo aprire gli occhi
 
                 
 di Romano Prodi

ROMA (5 settembre) - Fra i sostegni all’economia, le risorse impiegate nei salvataggi bancari e l’aumento delle spese per fare fronte alla crisi, il debito pubblico sta crescendo in tutti i Paesi del mondo.

Esso sarà nell’anno prossimo intorno al 77% del Prodotto interno lordo negli Stati Uniti, l’86% in Francia, l’81,7% in Gran Bretagna, l’83,8% nella zona Euro, per arrivare non lontano dal 120% in Italia e al 177% in Giappone.

Non siamo ai livelli dell’immediato dopoguerra (in cui le finanze pubbliche erano in evidente dissesto), ma in qualche caso poco ci manca, se pensiamo che negli Stati Uniti nel 1946 il debito pubblico era intorno al 108% del Prodotto interno lordo, ed era più del doppio in Gran Bretagna e in altri Paesi europei.

Anche se il paragone con le economie post belliche è almeno in parte forzato, è tuttavia utile ricordare gli strumenti e le misure adottate in passato dai vari Paesi per alleviare il peso del debito in eccesso, indipendentemente dal fatto che esso sia stato accumulato in un’economia di pace o in un’economia di guerra.

Lasciando da parte il metodo brutale della bancarotta del Tesoro (che fece in passato fallire i banchieri genovesi che avevano prestato al regno d’Inghilterra poi divenuto inadempiente), possiamo ricordare come siano tre gli strumenti storicamente ricorrenti.

Il primo è quello di provocare il riequilibrio della finanza pubblica attraverso una diminuzione delle spese e un aumento delle entrate fiscali o una combinazione di tutte e due.

Il secondo è quello di adottare una politica di “inflazione guidata” in modo da aumentare il valore monetario del Prodotto interno lordo (cioè il denominatore) diminuendo così il peso relativo del debito (cioè il numeratore).

Il terzo è l’aumento della crescita dell’economia fino a rendere il debito pubblico sostenibile nel lungo periodo.

È vero che quest’ultimo è l’unico metodo sano per liberarsi del peso eccessivo del debito ma è altrettanto vero che non sarà facile per l’economia dei Paesi più industrializzati mantenere a lungo un elevato ritmo di sviluppo senza un aumento sostenuto della produttività.
Il che implica rivoltare come un calzino le regole e i modelli di vita dell’intero Paese.

Pur tentando di battere questa terza via i governi, una volta usciti dalla crisi, si divideranno tuttavia fra coloro che metteranno l’accento sul primo o sul secondo strumento, cioè si divideranno fra i sostenitori dell’equilibrio di bilancio e coloro che spingeranno invece sull’inflazione.

Possiamo già da oggi immaginarci le future discussioni fra la Germania, campione dell’austerità di bilancio, e altri Paesi meno ostili di fronte ad una inflazione guidata, tale da portare in un periodo di dieci-quindici anni il debito pubblico verso dimensioni ragionevoli. In linea generale, almeno in Europa, l’indipendenza della banca centrale costituisce un baluardo molto robusto per evitare gli errori del passato.

L’adozione di una politica non rigorosa nei confronti dell’inflazione è tuttavia una tentazione ancora assai forte nei paesi come gli Stati Uniti o l’Italia nei quali il debito pubblico è per molta parte in mano straniera.

È evidente infatti che, mentre il peso delle imposte e i sacrifici derivanti dalla diminuzione della spesa pubblica cadono interamente sulle spalle dei cittadini, la perdita di valore del debito pubblico si scarica anche sugli stranieri che hanno acquistato i titoli del debito pubblico stesso. E nel caso dell’Italia si calcola che almeno la metà di questi titoli sia in mani straniere.

La tentazione di liberarsi dal debito pubblico contando soprattutto sull’inflazione è inoltre ancora maggiore in un mondo in cui da un’intera generazione la lotta contro l’elevata fiscalità è diventata la priorità assoluta di ogni campagna elettorale.

Pur consapevole del fascino potente dell’inflazione non credo che questo sia il modo corretto per rimettere in equilibrio i conti e per aiutare la ripresa.

I danni dell’inflazione sono infatti molto superiori a quelli che derivano dall’adozione delle politiche alternative in precedenza elencate.
Nel nuovo quadro della concorrenza mondiale, in cui la crescita salariale è diventata solo un’ipotesi, l’inflazione sarebbe infatti un’insopportabile tassa non solo per i pensionati ma per tutti i lavoratori. Essa produrrebbe un ulteriore intollerabile peggioramento nella già iniqua distribuzione dei redditi.

Oltre a provocare distorsioni in tutta la vita economica (investimenti, ecc.) sarebbe insomma un aumento del peso fiscale riservato soprattutto alle categorie più povere.

Non credo che sarebbe una bella via d’uscita dalle presenti difficoltà.

Il fatto che, in piena crisi, nel momento in cui molte aziende rimangono chiuse anche dopo le ferie estive e la disoccupazione è in aumento sia negli Stati Uniti che in Europa, gli economisti stiano dibattendo su questi problemi può anche costituire una conferma della irrilevanza pratica della nostra categoria.

Ritengo tuttavia che aprire un dibattito su questi temi oggi possa essere utile ai politici per prendere sagge decisioni domani.
 
da ilmessaggero.it
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« Risposta #24 il: Settembre 10, 2009, 05:43:08 »

La lezione di Prodi: «Ci rubano gli ingegneri, l’Italia non innova più»


di Bianca Di Giovanni

Quando in Confindustria comincia a parlare Romano Prodi inizia un «film» sul mondo e sull’Italia radicalmente diverso da quello «proiettato» fino a un minuto prima da Maurizio Sacconi. Tutto cambia: analisi e prospettive. A cominciare da quelle ampie, che hanno per orizzonte gli equilibri geopolitici. Il ministro del lavoro parla di un «patto transpacifico» che gli Stati Uniti stanno imbastendo con la Cina. Per lui sarebbe la fine del patto Atlantico, e l’inizio per l’Europa di nuove alleanze. Quelle con Russia e arabi (leggi Libia). Il governo è «amico di Putin» (come il premier) e nemico degli «anglo-cinesi ». Per l’Italia è uno stravolgimento, un gioco pericoloso che isola la penisola del consesso occidentale.

Per Prodi invece proprio il rapporto con la Cina è la formula per battere la crisi. «State attenti che la Cina è inarrestabile - avverte Prodi – Meglio averla come alleata e prendere i vantaggi». Per aver detto questo, l’ex premier si è preso «molte legnate» in passato. Ma oggi quel messaggio è più vero che mai. Perché nella storia «si è usciti dalle crisi o con le guerre, o con le grandi innovazioni (tipo elettricità o telefonia), o con l’inflazione – osserva prodi - Stavolta abbiamo un solo strumento: che il miliardo e 300 milioni di consumatori diventino cinque miliardi». Serve l’espansione dei Paesi in via di sviluppo, servono nuove opportunità per miliardi di persone (il contrario di quel che fa il governo con i respingimenti). Servono buone relazioni internazionali. La conclusione è opposta, perché opposta è l’analisi su priorità e percorsi. Il ministro invita i giovani ad «andare a lavorare, a fare anche lavori umili. Basta con la retorica della precarietà, basta con quelle lauree forzate che arrivano a 30 anni». Su questo la reazione di Prodi e secca. «Quale genitore direbbe a suo figlio: fai il mungitore. E poi bisogna mungere tutte le mattine». L’ex premier parla di giovani ingegneri che «la Germania ci ruba perché costano quasi la metà dei colleghi tedeschi,ma sono bravissimi». Cervelli sottopagati, merito non riconosciuto, mobilità ferma. Questa la condizioni dei giovani, che meriterebbero una scuola diversa. «La riforma della scuola è quella più importante - dice Prodi - vale il 90%».

Visioni diverse anche sullo sviluppo del Paese. Per Sacconi è il terziario che avanza, per Prodi l’unico vero punto di forza dell’Italia è la struttura produttiva, la manifattura. Solo la Germania supera l’Italia in Europa quanto a peso della produzione industriale. per uscire dalla crisi non si può ignorare il tessuto produttivo,con le sue peculiarità di milioni di piccole imprese. Prodi lo sa, e decide di continuare a visitare, fabbrica per fabbrica, questo mondo del lavoro. Oggi è quasi una rarità per gli economisti, che producono più su modulistica astratta che su osservazione empirica. Studiare, analizzare, osservare. Un lavoro faticoso e «pericoloso». «Una volta - rivela il Professore - Cuccia mi disse: non vada tanto in giro per le industrie, perché ci si affeziona». «La manifattura è il sostegno dell’economia italiana - spiega - ed è l’unica voce che abbiamo ancora nel mondo». Per uscire dalla crisi serve una politica industriale che segua tutte le fasi: domanda, produzione e ricerca. Poi occorre puntare sui settori del futuro: le scienze della vita e l’ambiente. Su questi terreni c’è molta ricerca da fare, molto da investire, molto da creare. Il suo governo - ricorda - aveva iniziato creando la domanda nel settore dell’energia rinnovabile. Poi doveva seguire la produzione e la ricerca: ma il percorso è stato interrotto. Non si sta facendo molto, e l’Italia resta al palo: non ricerca più, non innova più, non inventa più. «Negli ultimi 20 anni non abbiamo creato neanche un prodotto innovativo - dichiara - eppure eravamo il Paese che con Olivetti ha fatto da battistrada sui computer».

10 settembre 2009
da unita.it
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« Risposta #25 il: Settembre 17, 2009, 04:58:13 »

Prodi: «Il mio sogno? Che l'Italia recuperi ruolo. Non torno in politica»

L'ex premier: «Se mi interessasse parteciperei a dibattito Pd, ma non lo faccio»

 
                   
MOSCA (16 settembre) - «Il mio sogno? Che l'Italia recuperi il ruolo che deve avere nel mondo». Lo ha detto l'ex premier Romano Prodi parlando con i giornalisti dopo aver ricevuto una laurea honoris causa alla Scuola superiore di economia Mirbis di Mosca. «Vorrei che tornasse la vecchia simpatia e fiducia che c'è sempre stata per il nostro Paese», ha aggiunto l'ex presidente della Commissione europea.

Prodi torna a escludere un suo ritorno in politica. All'ex pre»sidente del Consiglio è stato chiesto se sia più facile un suo ritorno alla politica o alla maratona: «Entrambe mi sono impedite da una sciatica psicologica o reale», ha risposto il Professore. Prodi ha detto di non avere «alcuna ambizione: ho fatto tante cose, sono stato presidente della Commissione europea e due volte presidente del Consiglio, quando il gioco è finito bisogna considerarlo finito».

L'ex premier si è detto soddisfatto della sua attività di conferenziere internazionale, del suo incarico Onu per l'Africa e delle sue docenze universitarie, una già in corso in America e l'altra alla Business School di Shangai dal prossimo febbraio. «Se uno fosse interessato alla politica italiana se ne starebbe in Italia e parteciperebbe al dibattito politico, in particolare a quello del Partito democratico, cosa che non faccio. Ho iniziato una nuova fase e spero che duri».

Rapporti Ue-Russia, Africa, crisi, situazione economica russa: sono gli argomenti che Prodi ha detto di aver affrontato ieri, in un «lungo e disteso» incontro di circa un'ora, con il capo del governo russo Vladimir Putin. «Appena ci siamo visti abbiamo detto entrambi: "Non parliamo di Italia"», ha riferito Prodi. «Abbiamo parlato di Africa e dei problemi di politica internazionale ad essa connessi su mia richiesta. Poi - ha proseguito Prodi - abbiamo affrontato le relazioni Ue-Russia: è assurdo che questi rapporti siano un giorno buoni, un giorno cattivi, non è questo il modo di operare tra realtà politiche che hanno molto in comune e debbono pensare a strategie di ampio respiro, non solo sul piano energetico. Infine, abbiamo parlato della crisi e mi sono fatto spiegare da Putin la situazione economica russa e le strategie del governo in materia».

da ilmessaggero.it
 
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« Risposta #26 il: Settembre 19, 2009, 06:36:00 »

19/9/2009 (14:37)  - ANALISI

Prodi: "Necessario parlare con tutti, la via è il dialogo"

L'ex premier: «Siamo là per aiutare a ricostruire, sarebbe sbagliato andarsene in questo momento»


FABIO MARTINI
ROMA

Non c’è verso, la politica italiana gli dà l’orticaria. Le ultime di Bossi? Berlusconi? Romano Prodi non ne vuol proprio parlare, ma invece la politica estera continua ad appassionarlo: si tiene aggiornato (tre giorni fa Vladimir Putin lo ha ricevuto per un’ora al Cremlino, quasi fosse un premier in carica) e dunque sulla questione afghana il Professore ha le idee chiare. Dice Prodi: «L’obiettivo della missione Isaf è quello di aiutare il nuovo Stato a stabilizzare le sue strutture, dando un futuro a quel popolo. E dunque all’indomani di un attentato ritirarsi - o dare anche soltanto l’impressione di allontanarsi - sarebbe un errore, oltretutto tatticamente anche pericoloso». Ma Prodi dice qualcosa in più: «Ho sempre pensato e continuo a pensare che, accanto alla presenza militare, la strada maestra sia quella della politica. Avendo la capacità di avviare contatti con tutti, anche là dove disperi di trovare ascolto. Bisogna parlare con tutte le forze in campo. Sapendo distinguere e isolare chi non è disposto a dialogare».

Romano Prodi vuol dire che a questo punto non bisogna farsi scrupoli nel dialogare con l’ala meno oltranzista dei Taleban. In Italia posizioni di questo tipo, nel passato, sono state sommerse da un diluvio di anatemi e ne sa qualcosa l’ex leader dei Ds Piero Fassino, che osò dirlo due anni fa. Ma Prodi sa bene che questo è lo schema utilizzato con successo in Iraq dal generale Petraeus e sa bene che esattamente questa è la posizione del Presidente degli Stati Uniti. E tra l’altro, i vertici militari statunitensi e inglesi, in un incontro riservato svolto due giorni fa a Londra, avrebbero valutato che proprio questo è l’approccio da perseguire. Seppur consapevoli delle difficoltà derivanti dalla differenza tra la struttura più compatta dei clan iracheni e quella più parcellizzata, per villaggi, dell’Afghanistan. Sostiene Prodi: «L’Afghanistan è stato a lungo usato come territorio di guerra dai Paesi circostanti, è stato luogo di commercio di droga, ma ora né gli Stati Uniti né i Paesi che partecipano alla missione, intendono colonizzare l’Afghanistan».

Sulla politica estera Romano Prodi si tiene in palla. A 70 anni ha ripreso a girare il mondo. Qualche mese fa, a Pechino, il primo ministro cinese Wen Jabao lo ha voluto a cena, tre ore di colloquio così informale che l’incontro si è svolto senza la presenza degli ambasciatori. Un anno fa, a Teheran, il Professore ha incontrato Ahmadinejad, tre giorni fa Prodi era al Cremlino con Putin, presto riprenderà le lezioni alla Brown University, una delle più prestigiose e selettive università americane. E fra qualche giorno il Professore inizierà una nuova, sorprendente attività: quella di commentatore alla televisione cinese.

Eppure, anche in Italia fioccano gli inviti. La scorsa settimana l’Ufficio Studi di Confindustria lo ha invitato ad un convegno sulle prospettive dell’economia. E in quella circostanza, alla presenza della presidente Emma Marcegaglia, parlando della sua passione da economista per le imprese, Prodi ha raccontato un aneddoto davvero gustoso: «Si è sempre detto di un mio rapporto difficile con Enrico Cuccia. In realtà ebbi un unico contrasto con lui. Una volta l’incontrai e mi disse: “Professore, ho sentito che lei va a visitare le imprese: non lo faccia perché ci si affeziona...”». Lì parlava il pragmatismo del banchiere, ma Prodi tiene il punto: «E invece io mi appassiono!».

da lastampa.it
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« Risposta #27 il: Ottobre 26, 2009, 09:39:19 »

Prodi: "Che meraviglia questa voglia di politica"


di Ninni Andriolo

Chiunque vinca, il partito deve schierarsi con lui...».
Ha votato on line, dagli Stati Uniti. «Ci sono riuscito, da solo, senza l’aiuto della Flavia», esulta il Professore, consapevole che «smanettare su internet» non è il suo mestiere. Da New York, adesso, alla vigilia dell’incontro in ambito Onu per discutere la sua proposta di riforma delle missioni di pace in Africa, Romano Prodi commenta il giorno delle primarie italiane. «Molto positivo - sottolinea l’ispiratore del Partito democratico - Tutta quella gente in fila davanti ai gazebo....una meraviglia, la dimostrazione di una grande voglia di politica».

IL PD GRANDE ALTERNATIVA Inutile ricordare al Professore le sue primarie, quelle del 2005. Non è giorno di paragoni. «I voto di oggi (ieri, ndr.) - spiega - dimostra che quando si dà spazio alla gente, anche se ci sono tensioni e difficoltà, la gente sceglie». Per l’ex premier, però, «l’affluenza straordinaria che si è registrata in tutta Italia è la dimostrazione che il Pd può rappresentare veramente una grande alternativa. Per questo la gente si mobilita, per renderla tale» .

LA NUOVA RIPARTENZA Alle 21.30 di ieri, da New York, «il Prof» non poteva conoscere ancora il responso delle urne democratiche. E manteneva assoluto riserbo sul suo voto dall’America. «Chi vincerà queste primarie, caratterizzata da tanta affluenza - spiegava - avrà la possibilità di agire con forza. Perché quella che serve al Partito democratico è una grande ripartenza. Diciamo, anzi, che bisogna partire davvero. Accidenti se non bisogna avviarsi, finalmente...» Prodi, in sostanza, è molto critico nei confronti della fase iniziale del Pd, nei confronti dei due anni che separano questo ottobre 2009 da quello che incoronò Veltroni. Non è un mistero, in sostanza, la freddezza del Professore nei confronti dell’ex segretario.

A CHE SERVE IL BALLOTTAGGIO? Ma le riserve di Prodi investono anche lo Statuto del Pd. Finché è questo, ovviamente, «va rispettato» . Ma il Professore ritiene indispensabile eliminare il ballottaggio dal meccanismo. La premessa è quella che le primarie dovrebbero servire per «decidere chi sarà il candidato alla guida del governo». Per il Professore, tuttavia, «se un partito come il nostro ha il coraggio di utilizzare quello strumento per scegliere il segretario deve farlo fino in fondo, senza passaggi intermedi».

PRESIDENTE? NON HO CAMBIATO IDEA Inevitabile, all’indomani di quella che il Professore definisce «la ripartenza del Partito democratico», chiedergli se le indiscrezioni che lo vorrebbero presidente di un Pd guidato - ad esempio - da Pierluigi Bersani hanno fondamento o meno. L’ex premier è categorico. «Mi dispiace - risponde il l’ex Presidente del Consiglio - Quando faccio una scelta la faccio fino in fondo. Non a caso rispondo da New York, dove mi trovo per le Nazioni Unite». Il Prof, vorrebbe dedicarsi soprattutto all’impegno per l’Africa che gli dovrebbe essere riconfermato in ambito Onu. «Ho dimostrato già che non sono uno che non tentenna quando prende una decisione - ricorda Prodi - Vale anche questa volta. Lo ripeto, però: chiunque vinca tutto il partito dovrà schierarsi con lui».

26 ottobre 2009
da unita.it
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« Risposta #28 il: Novembre 15, 2009, 10:43:08 »

«L'Europa non può diventare un museo»
 
               
di Romano Prodi


Durante uno dei tanti convegni sulla crisi europea mi sono sentito improvvisamente domandare se l’Unione Europea è un museo o un laboratorio. Una domanda secca, intelligente alla quale cercherò di dare una risposta chiara e utile. Se guardiamo al passato l’Unione Europea è stato il più grande laboratorio politico della storia contemporanea: dalla Comunità del Carbone e dell’Acciaio al Mercato Comune, fino al suo allargamento e alla creazione dell’Euro l’Europa è stata all’avanguardia delle trasformazioni dello Stato moderno verso principi di cooperazione internazionale e verso il progressivo mutamento del concetto di sovranità. Tutto ciò non ha precedenti nella storia e ha permesso di godere di un periodo di pace e di prosperità anch’essi senza precedenti.

Non per nulla l’Unione Europea è diventata la prima realtà al mondo in termini di reddito, e, ugualmente, il più grande esportatore del mondo. Insieme all’allargamento e all’Euro alcuni leader e la Commissione avevano pensato di costruire una vera e propria carta costituzionale per consolidare i rapporti di collaborazione fra i diversi Paesi e per rendere irreversibile il processo di unificazione del continente. A questo punto è cominciata la grande paura del nuovo. Timorosi dei cambiamenti e di fronte alle paure degli elettori per i fenomeni migratori e per i necessari mutamenti nei modelli di vita e in conseguenza dei risultati negativi dei referendum, i leader della maggior parte dei Paesi dell’Unione hanno cominciato a rallentare la marcia fino a frenarla del tutto. Hanno cioè chiuso il laboratorio. Come compromesso si è faticosamente arrivati alla firma del Trattato di Lisbona, anche questo ferito dal referendum irlandese e poi a fatica resuscitato dalla ripetizione del referendum stesso e dalla stentata firma del Presidente della Repubblica Ceca. Nessuna sorpresa quindi se nella gestione della crisi economica ogni Paese è andato per conto suo, chi aumentando a dismisura le spese pubbliche, chi attuando una severa politica di bilancio e tutti cercando di aiutare la propria industria nazionale a scapito delle altre. Quindi ancora nessuna sorpresa nel constatare che, mentre l’Asia è uscita dalla crisi e gli Stati Uniti danno qualche segno di vitalità, l’Europa si accontenta del fatto che la caduta non è più precipitosa come negli scorsi mesi e c’è un qualche incerto barlume di ripresa.

In poche parole il laboratorio europeo a poco a poco è diventato un museo, con delle bellissime opere d’arte, ma tutte riguardanti il passato. Ci godiamo i frutti del grande mercato unificato, ci sentiamo protetti dal grande ombrello dell’Euro, ma non abbiamo il coraggio di riaprire il laboratorio con nuovi progetti di ricerca. Eppure sarebbe il momento di farlo, perché, di fronte a quanto avviene nel resto del mondo, il rischio di diventare irrilevanti nel futuro della politica e dell’economia mondiale è davvero elevatissimo. Cerchiamo perciò di evitare questo rischio, a cominciare dai prossimi giorni, utilizzando i pur limitati spazi che il Trattato di Lisbona ci offre.

Pur essendo un compromesso al ribasso, esso prevede la nomina di un Presidente dell’Unione non più per sei mesi ma per un periodo di due anni e mezzo rinnovabili. E prevede anche, in parallelo, la figura di un ministro degli Esteri dell’Unione che è anche vice presidente della Commissione Europea e che può disporre di un vero e proprio servizio diplomatico.

Anche se tutto ciò avviene senza radicali mutamenti di potere rispetto al passato, non possiamo negare che la nomina di persone autorevoli e fornite di reale spirito comunitario può aiutare perlomeno a fornire il museo di un piccolo laboratorio di ricerca. Ripeto però che non basta che siano chiamati a coprire questi ruoli persone autorevoli e note nello scenario mondiale. Non basta infatti che il nuovo presidente sia conosciuto da Obama o da Hu Juntau, ma bisogna che si presenti a loro con la volontà di riaprire il laboratorio, guardando al futuro.

È incomprensibile come questa volontà possa essere espressa da chi ha mantenuto il proprio Paese fuori dall’Euro e che non ha voluto che nel Trattato di Lisbona si aprisse la porta né all’inno, né alla bandiera europea. E che, nello stesso tempo, lamenta la progressiva lontananza tra il popolo e le istituzioni europee. E nemmeno si può accettare, come si sussurra nei corridoi, che i grandi Paesi non gradiscano nominare uomini “forti e visibili”, per paura che il proprio paese entri in un cono d’ombra. Deve essere a tutti chiaro che i Paesi europei escono dal cono d’ombra solo tutti insieme e che, rallentando il cammino comune, rallentano anche la propria corsa.

Nel complicato gioco europeo dei prossimi giorni, i leader dei ventisette Paesi debbono quindi tener presente sia il criterio dell’autorevolezza personale che quello della volontà di riprendere il rafforzamento della politica europea. E l’Italia ha certamente persone che rispondono a questi criteri. Anche per donne e uomini capaci non sarà tuttavia un cammino facile, perché il Trattato di Lisbona prevede ancora un’Europa obbligata a prendere le sue grandi decisioni all’unanimità. Ma donne e uomini capaci e forniti di spirito comunitario non si accontenteranno certo di fare i custodi di un museo, anche se pieno di capolavori.

 
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« Risposta #29 il: Novembre 28, 2009, 04:01:43 »

28/11/2009 (7:32)  - SCENARI

"E' un' illusione saltare il Parlamento"

Romano Prodi
   
L'ex premier Romano Prodi al governo: «Così si disgrega la politica»

ANTONELLA RAMPINO
INVIATA A PARMA


Arriva mettendo le mani avanti, «non parlo dell'attualità italiana», finisce puntando il dito contro gli attacchi al Parlamento e l'incapacità del governo di avere una visione dell'Italia del futuro. C'è un prima e un dopo nella vita di Romano Prodi, economista, ex presidente europeo, ex premier italiano. «Non farò un programma di governo, non è più quel tempo, non ho più quell'età».

Scherza il professore giunto a Parma per ricordare il Professor Andreatta, e Giovanni Goria, e Andrea Borri, che cercavano equilibrio tra bilancio e sviluppo, e proprio negli anni in cui esplodeva quantomeno il primo. Scherza, ma grondando bonomia da tutti gli artigli, come di lui scriveva ai tempi Edmondo Berselli: «Non c'è l'onestà intellettuale, la forza degli obiettivi e lo sforzo verso soluzioni di lungo periodo per il Paese, oggi la democrazia si sta indebolendo enormemente». Del resto, aggiunge, siamo «in un'epoca televisiva», non in un'era di orizzonti lunghi, e io - anzi, «noi» - «noi per anni ci siamo sentiti dire che certi obiettivi non potevano essere raggiunti senza il Parlamento, e oggi invece l'illusione di bypassarlo produce la disgregazione del sistema politico».

Del presente non voglio assolutamente parlare, aveva detto Prodi ai cronisti cedendo solo al desiderio di commentare l'ultima crisi finanziaria, «quel che è successo a Dubai non credo avrà la forza di alimentare una nuova ondata di crisi, ma è come una tela che corre il rischio di strapparsi, perché fino a marzo-aprile il sistema era credibile, le reazioni sono state anche eticamente corrette, ma da allora in avanti la comunità internazionale è tornata al "business as usual"...». La politica, manca la politica mondiale, dice Mario Sarcinelli che gli è accanto. «Le risposte, le nuove regole devono essere globali, non nazionali» scuote la testa Prodi pensando anche «all'Europa che è ancora un'incompiuta». E poi «Cina e Stati Uniti cercano di correggere l'andamento, ma ogni giorno ce n'è una, ed è la turbolenza che mina il sistema economico».

Non a Dubai: in Italia. «Dicono che c'è la ripresa... ma guardate che quello 0,2 o 0,8 in più è calcolato rispetto alla bufera, rispetto allo scoppio della crisi finanziaria di ottobre scorso, non è mica risanamento». Vale per il mondo, ma vale ancora di più per l'Italia.

Intanto perché «quando i margini macroeconomici sono ristretti è la microeconomia che va in sofferenza, l'impresa piccola e media, tutto il mercato del lavoro». E poi perché «in tutto il mondo s'è aperto il dibattito sulla politica economica e sulla politica industriale, e in Italia invece no. Dobbiamo concentraci sul terziario, e la Cina fabbrica per tutti? Dobbiamo conservare o no l'industria? Questo ci si domanda, mentre in Italia nessuno riflette. Secondo me, se non conserviamo l'industria manifatturiera, l'Italia non avrà più nulla da dire nel mondo».

L'Italia si accontenta di essere «leggermente» meno in ripresa di altri, «come se quel leggermente rendesse più sopportabile essere in coda a tutte le classifiche mondiali, quando invece siamo nel fondo di un catino».

E non sappiamo nemmeno come uscirne. C'è urgenza, «un'assoluta necessità» di trovare una visione comune per il futuro, perché «l'Italia, con i suoi limiti di bilancio, non ritroverà il posto di un tempo», non recupererà automaticamente il livello di sviluppo e benessere.

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