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Autore Discussione: PRODI  (Letto 36601 volte)
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« Risposta #105 inserito:: Agosto 26, 2015, 05:39:11 pm »

Crisi cinese, Romano Prodi: "Serve un accordo tra le potenze mondiali come Bretton Woods altrimenti il mondo rischia"

Il Messaggero, Il Sole 24 Ore
Pubblicato: 26/08/2015 08:39 CEST Aggiornato: 17 minuti fa

Per uscire dalla tempesta finanziaria che si è abbattuta su Pechino e, con un effetto domino, su tutti i mercati borsistici, bisogna sedersi intorno a un tavolo, un accordo tra le potenze mondiali. Altrimenti il mondo rischia. È questo in sintesi il pensiero di Romano Prodi che in un'intervista al Messaggero e con un intervento su Il Sole 24 Ore esprime il suo punto di vista sulla crisi finanziaria cinese, dopo che il Black Monday ha resuscitato i fantasmi della Lehman Brothers. Il problema della Cina sta nelle difficoltà di attuare "il passaggio da un'economia basata su export e investimenti ad una alimentata dai consumi interni", dice al Messaggero: "si sta rivelando più complicato del previsto". "

    Anche perché il contesto non aiuta. Sono in affanno i Paesi in cui la Cina esportava ed, all'interno, sono aumentati i costi: un saldatore che qualche anno fa a Shangai costava 150 dollari al mesi oggi ne costa 800. Poi c'è lo yuan che nel corso dell'anno si era rivalutato di oltre il 15% rispetto alla media delle valute dei paesi con cui la Cina commercia".

Secondo l'ex presidente del Consiglio la crisi dell'export "è arrivata troppo presto, in un momento in cui non è ancora possibile rimpiazzare questa componente con la domanda interna, sia per la fase di bolla immobiliare sia per la mancata costruzione di sistemi sanitari e pensionistici, senza i quali è difficile convincere la gente a spendere". Pechino ha annunciato "una sorta di quantitative easing, che sembra aver tranquillizzato i mercati internazionali. Restano da fare tutte le grandi cose per le quali servirà però più tempo: risanare i bilanci delle imprese pubbliche e delle provincie, riformare il sistema bancario, regolare la bolla immobiliare".

Prodi propone quindi una strada per tentare di uscire dalla crisi.
    "Io dico di fare attenzione perché se non c'è una risposta economica coordinata si rischia una deflazione globale. La crisi del 2008 è stata provocata dagli Stati Uniti, la prossima potrebbe venire dalla Cina. Il che paradossalmente vuol dire che Pechino è protagonista nel mondo. Noi europei non siamo nemmeno capaci di provocare le crisi. Ci limitiamo a subirle e a prolungarle facendoci del male da soli. Lo dico sul filo dell'ironia ma c'è del vero". Servirebbe "una conferenza mondiale, una nuova Bretton Woods o come ci pare. Sicuramente è desiderabile, ma non credo sia realistica, probabile. Non mi pare che l'Europa sia in grado di organizzarla, non so se gli Stati Uniti la vogliano davvero. Certo non aiutano le tensioni con la Russia e quelle che vi sono anche tra Usa e la stessa Cina. Però non si può lasciare fuori dal tavolo un giocatore così importante".

La crisi cinese secondo Prodi danneggia tutti, principalmente l'export della Germania, meno l'Italia: "Ma se si esportano meno auto tedesche sono penalizzate anche le imprese del nostro Paese che fanno i componenti. Tutto è legato. E poi c'è la volatilità dei mercati finanziari che qualche problema in termini di spread lo può dare, anche se per ora fortunatamente non è successo

Nel suo intervento sul Sole 24 Ore Prodi scrive che "il vero pericolo è che la crisi cinese, che è insieme crisi della sua economia reale e della sua finanza, non infetti tutta l'economia mondiale che è già debole di per sé stessa. Gli Stati Uniti crescono meno del dovuto, i Brics, ad eccezione dell'India, sono in fase calante l'Europa non riesce proprio ad uscire bene dalla crisi".

    Non illudiamoci: nessun problema sarà risolto (con gli idonei strumenti da inventare) la Cina non sarà stabilmente inserita nel sistema economico e finanziario mondiale. Date le tensioni politiche che montano ogni giorno vedo molto difficile questo percorso - ribadisce - perché questi grandi accordi internazionali si riescono ad attuare o quando domina un solo Paese o quando si riesce a creare una minima armonia tra i paesi dominanti. Oggi non vedo nessuna di queste due condizioni ma mi accontento di sperare che in futuro si possano realizzare.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2015/08/26/romano-prodi-crisi-cina_n_8041188.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #106 inserito:: Ottobre 08, 2015, 11:39:24 am »

Romano Prodi a In mezz'ora: "Il potere tedesco è arrogante.
Da Corbyn segnale di cambiamento. L'Italia? Non ha un ruolo"

Redazione, L'Huffington Post
Pubblicato: 27/09/2015 14:34 CEST Aggiornato: 27/09/2015 15:35 CEST

"Il potere tedesco è arrogante". L'ex presidente del Consiglio Romano Prodi è intervenuto a In mezz'ora, su Rai Tre. Il Professore ha parlato di questioni internazionali. Dal dialogo ripreso tra Stati Uniti e Russia alla guerra in Siria fino alla lotta al terrorismo. E ovviamente del caso di questi giorni sulle emissioni Volkswagen: "Quando arrivi a un livello di sicurezza, chiamiamola anche di arroganza, così forte, i freni inibitori sono a rischio". "In Germania - dice Prodi a proposito del 'sistema tedesco' e dello scandalo che ha riguardato la Volkswagen - non c'è contraddittorio" tra i vari attori sociali, "c'è un sistema molto compatto". Oggi il caso Dieselgate emerge "una crisi di un sistema, molto più complicata" di una crisi politica che interessa solo la Merkel. "Non a caso le irregolarità legate alla Volkswagen sono state scoperte da un'autorità americana. La cosa è stata messa fuori da una struttura non europea".

"E' ricominciato, ed era ora, il dialogo tra Stati Uniti e Russia, contro l'Isis. E Fa francia non vuole stare fuori da questo gioco. Un pò come Cavour con la guerra di Crimea, ha detto Romano Prodi a proposito dei primi raid di Parigi in Siria. "Se il colloquio iniziale tra americani e russi va avanti il terrorismo è davvero finalmente in difficoltà". "Non capisco a tutt'oggi perchè l'Italia si sia fatta trascinare dalla Francia a fare una guerra contro se stessa", aggiunge Prodi sulla guerra in Libia. "Oggi dobbiamo fare in modo che tutte le fazioni si siedano attorno a un tavolo", aggiunge Prodi riferendosi alla situazione attuale. Tuttavia, dice l'ex presidente del Consiglio, oggi l'Italia non ha un ruolo in Ue.

"La Siria è sempre stata una 'figlia' della Francia, Chirac era il papà, il confessore dei siriani. Un rapporto profondissimo. Il punto è che è ricominciato, ed era ora, il dialogo Usa-Russia contro l'Isis e la Francia non vuole stare dietro di questo gioco", ha sottolineato l'ex premier.

"L'unico esercito che può contrastare l'Isis è l'esercito di Assad, amico di Putin ma non di Obama. Se il colloquio Usa-Russia va avanti il terrorismo va davvero in difficoltà -ha spiegato ancora Prodi-. Rinforzano Assad, non hanno alternativa, sono gli unici scarponi che sono sul terreno. Il nemico comune è l'Isis".

A proposito del nuovo leader dei laburisti inglesi Jeremy Corbyn, Romano Prodi dichiara che dalla sua scalata al partito arriva un "segnale di novità, di cambiamento. Non so se sarà anche un segnale di rinascita, ma certamente un cambiamento lo porterà".

Sulle questioni interne, Prodi afferma che la fiducia in Italia "è migliorata, c'è stata una certa ripresa" e "abbiamo tanti fattori favorevoli come il petrolio basso e dollaro alto. Ma il lavoro è la mia grande preoccupazione". "Tutte le nuove tecnologie spingono per una ripresa senza lavoro, con un lavoro scarso o con occupazioni di altissimo livello, c'è una espulsione della classe media", ha aggiunto l'ex premier: "Senza crescita il lavoro non aumenta. Dobbiamo spingere la crescita, c'è una situazione migliore della precedente, vedo che continua un andamento leggermente positivo, se questo prosegue per qualche altro mese il discorso occupazione può muoversi".

DA - http://www.huffingtonpost.it/2015/09/27/prodi-in-mezzora_n_8202780.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #107 inserito:: Ottobre 08, 2015, 11:59:23 am »

Romano Prodi: "Barack Obama rafforzi l'esercito di Assad contro l'Is.
Singolare la collera di Renzi contro la Commissione Ue"

Repubblica
Pubblicato: 02/10/2015 08:56 CEST Aggiornato: 2 ore fa

Romano Prodi auspica un sostegno degli Stati Uniti direttamente al governo di Assad, rafforzando le sue truppe, per sconfiggere l'Is. Lo ha spiegato in una intervista a Eugenio Scalfari su Repubblica. "La mia sensazione è che Obama e Putin Vadano verso un accordo sulla Siria. All`assemblea dell`Onu hanno sostenuto tesi totalmente contrastanti tra loro, ma poi hanno avuto un colloquio a quattrocchi di un`ora e mezzo e qualche effetto si è già visto".

"Putin - ha spiegato - è d`accordo di attaccare l`Is ma si tratta d`una guerra per procura, nessuna delle due potenze invierà truppe sul terreno. Aerei sì, truppe no. Quindi quel malandato esercito di Assad va rafforzato e ben armato perché quello soltanto dispone di truppe sul terreno. Putin appoggia Assad, Obama no, ma dovrà rassegnarsi perché con i soli bombardamenti aerei l`Is non sarà battuto. La cosa singolare è che la Russia versa in acque economiche molto tempestose ma nonostante ciò Putin dimostra una forza politica ancora determinante sullo scacchiere occidentale".

Prodi ha parlato anche di Europa, sottolineando il ruolo di Mario Draghi. Secondo l'ex premier, l'unico che in questo momento sta spingendo per una ulteriore integrazione europea.

"Draghi è uno dei pochissimi che vuole gli Stati Uniti d`Europa e che utilizza gli strumenti a sua disposizione per spingere su quella strada"., ha detto. "La ripresa - ha aggiunto- comincia a manifestarsi anche da noi. È ancora poco percepibile ma segnali di miglioramento ci sono e Renzi è molto bravo nel trasformarli in consenso. Naturalmente è una ripresa economica che non dipende soltanto dalla politica del nostro governo, molto dipende ancora una volta da draghi. Renzi lo sa e sia pure a mezza bocca lo dice"

Sul presidente del Consiglio, Prodi non risparmia anche qualche attacco. "La posizione di Renzi che non mi è chiara è il suo atteggiamento verso l`ipotesi di un’Europa federale. Quando parla delle emigrazioni sembra auspicarlo" ma "mi è sembrata molto singolare la collera di Renzi verso la Commissione europea quando, di fronte ad alcune osservazioni critiche sulla sua politica fiscale, ha respinto con irruenza che l’Europa non può comandare a casa nostra e non può incidere sulle nostre decisioni economiche. È strano che dica questo perché il 'Fiscal compact' è addirittura diventato una legge italiana dopo la ratifica del nostro Parlamento".

Da - http://www.huffingtonpost.it/2015/10/02/prodi-assad-obama_n_8231156.html
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« Risposta #108 inserito:: Novembre 30, 2015, 03:07:54 pm »

L’INTERVISTA ROMANO PRODI
Siria, Prodi: «Vicini alla Francia senza ripetere l’errore della Libia»
L’ex premier commenta la possibilità che l'Italia si impegni maggiormente sul fronte siriano: «Lasciamo a Parigi il compito che si è assunta»

Di Maurizio Caprara

«Da un anno sostengo che senza un grande accordo tra Stati Uniti e Russia non si può uscire dal buco. Sia dal buco siriano sia da quello libico. L’intesa tra Francois Hollande e Vladimir Putin può favorire questo, però va studiata, approfondita in tutti i particolari. È stato un cambiamento improvviso. Certo, se prepara un forte impegno russo e americano contro l’autoproclamato Califfato è l’ideale. È benedetto», dice Romano Prodi. Ma si capisce presto che su questo ha più di un dubbio.
Il cattolico di centrosinistra ex presidente della Commissione europea ed ex presidente del Consiglio italiano ha girato in ruoli non defilati tra Washington, Mosca, Europa e Medio Oriente almeno da quando era ministro dell’Industria nel 1978 e ‘79. Per l’Onu si è occupato delle missioni di pace in Africa. Dopo il viaggio di giovedì del presidente francese Hollande al Cremlino da Putin, Prodi guarda ai movimenti in corso in campo internazionale come se molto si sia messo in movimento potendo dare alla fase successiva alle stragi del 13 novembre a Parigi sbocchi molteplici e diversi tra loro. Tali da suggerire all’Italia di non compiere mosse affrettate, soprattutto militari, pur di essere protagonista. E di tenersi in raccordo con un altro Paese assai prudente sul bombardare direttamente in Siria: la Germania.

Il «cambiamento improvviso» in corso, professore, sarebbe la svolta della Francia da nemica a quasi alleata del presidente siriano Bashar el Assad, insidiato dai guerriglieri integralisti islamici?
«È un mutamento a 180° gradi che rafforza la posizione russa, presente militarmente in Siria, e cambia lo scenario del Medio Oriente. Prima a raccomandare cautela sul cacciare subito Assad eravamo noi».
Comprensibile che l’Italia non si affretti a bombardare l’autoproclamato Califfato se non vede progetti chiari su come poi stabilizzare Iraq e Siria. Ma basterà fornire appoggi ai francesi su altri versanti, compensare i loro trasferimenti di soldati dalla missione internazionale in Libano e fare da tramite con interlocutori difficili per l’Occidente? Uno era la Russia, adesso ci parla Hollande.
«Noi siamo già impegnati con truppe in mantenimenti di pace. Trovo saggio il comportamento tedesco, simile al nostro. Noi abbiamo Tornado nello scacchiere del Califfato e siamo impegnati in altri nei quali i tedeschi non lo sono. Possiamo aiutare i francesi in Libano. Però siamo già lì, in Afghanistan, Iraq, Kosovo. E rispetto a Berlino abbiamo una priorità, scontri in Libia ai quali prestare attenzione».
Quindi?
«Dobbiamo essere vicini alla Francia, ma lasciando alla Francia il compito principale che si è assunta».
Ossia bombardare in Siria e tirare le fila di una coalizione per questo. L’incandescenza della Libia e l’attesa di un accordo tra le fazioni in lotta suggerisce all’Italia di tener pronti altri militari oltre ai seimila già all’estero?
«Per lo meno di tenere massima attenzione verso il fronte più vicino a noi e di favorire un accordo tra tutte le fazioni. Conosciamo quel Paese e la sua complessità meglio di altri».
Non è difficile capire che pensa alla Francia, la prima ad attaccare Tripoli nel 2011.
«La solidarietà alla Francia per le stragi subite va data, però non possiamo negare che c’è stato un suo cambiamento di fronte immediato: Assad, da nemico assoluto, è diventato alleato. Il nostro nemico, l’Isis o Daesh, è comune. Tuttavia su un’entrata in guerra non è che si possa aderire a cambiamenti neppure comunicati prima che avvengano con fatti compiuti. La strategia va meditata».
Pesa tanto la scottatura libica, l’aver scardinato gli assetti dell’era Gheddafi senza prepararne di migliori?
«La scottatura libica pesa tantissimo. Peserebbe forse anche di più se l’Italia non avesse aderito, benché dopo, alla linea francese. Chiaro che l’attuale governo, diverso da quello di allora, non si identifichi con la guerra del 2011».
Sull’intesa Putin-Hollande come si comporteranno Stati Uniti e Turchia, diffidenti in modi diversi verso Mosca?
«C’è chi dice che gli americani temano un’Europa che si mette d’accordo con Turchia e Russia. Perciò adesso c’è movimento. Gli americani saranno favorevoli a costruire la grande alleanza anti Isis tenendo conto anche dell’Ucraina?».
Intende dire se appoggeranno intese con Mosca fino a chiudere un occhio sull’offensiva russa cominciata in Crimea?
«Diciamo fino a essere più flessibili sulle sanzioni a Mosca. È da vedere. La Francia può ricevere gratitudine statunitense perché oggi obbedisce alla dottrina di Barack Obama, secondo la quale i Paesi interessati devono farsi carico dei problemi delle rispettive zone e gli Stati Uniti se ne devono alleggerire. Però l’alleanza di Europa e Russia non è nello schema strategico americano».
C’è da sperare che non siano fatti traumatici a decidere l’orientamento degli eventi.
«Appunto, occorre dialogare con la Turchia per abbassare le tensioni. Anche per evitare l’episodio drammatico».
C’è stato già l’abbattimento turco dell’aereo russo. Ma per l’Unione Europea ha senso tenere aperta la porta alla Turchia mentre Recep Tayyip Erdogan resta così allergico ad appartenenze a famiglie diverse dalla sua?
«Il negoziato con la Turchia è destinato a durare a lungo. Va tenuto aperto. Ma da presidente della Commissione favorevole ad aprirlo dissi ai turchi: “Ci vorranno 30 anni”. Mi chiesero: perché? Io: “Perché quando c’era qualcosa di spaventoso mia nonna diceva: ‘Mamma li turchi’“. Sentimenti cancellabili con la fiducia dovuta solo a lunga vicinanza».

28 novembre 2015 (modifica il 28 novembre 2015 | 12:21)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/politica/15_novembre_28/siria-prodi-vicini-francia-senza-ripetere-l-errore-libia-63e529a8-95bd-11e5-92c5-a69ccd937ac8.shtml
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« Risposta #109 inserito:: Dicembre 02, 2015, 07:44:19 pm »

L’INTERVISTA ROMANO PRODI
Siria, Prodi: «Vicini alla Francia senza ripetere l’errore della Libia»
L’ex premier commenta la possibilità che l'Italia si impegni maggiormente sul fronte siriano: «Lasciamo a Parigi il compito che si è assunta»

Di Maurizio Caprara

«Da un anno sostengo che senza un grande accordo tra Stati Uniti e Russia non si può uscire dal buco. Sia dal buco siriano sia da quello libico. L’intesa tra Francois Hollande e Vladimir Putin può favorire questo, però va studiata, approfondita in tutti i particolari. È stato un cambiamento improvviso. Certo, se prepara un forte impegno russo e americano contro l’autoproclamato Califfato è l’ideale. È benedetto», dice Romano Prodi. Ma si capisce presto che su questo ha più di un dubbio.
Il cattolico di centrosinistra ex presidente della Commissione europea ed ex presidente del Consiglio italiano ha girato in ruoli non defilati tra Washington, Mosca, Europa e Medio Oriente almeno da quando era ministro dell’Industria nel 1978 e ‘79. Per l’Onu si è occupato delle missioni di pace in Africa. Dopo il viaggio di giovedì del presidente francese Hollande al Cremlino da Putin, Prodi guarda ai movimenti in corso in campo internazionale come se molto si sia messo in movimento potendo dare alla fase successiva alle stragi del 13 novembre a Parigi sbocchi molteplici e diversi tra loro. Tali da suggerire all’Italia di non compiere mosse affrettate, soprattutto militari, pur di essere protagonista. E di tenersi in raccordo con un altro Paese assai prudente sul bombardare direttamente in Siria: la Germania.

Il «cambiamento improvviso» in corso, professore, sarebbe la svolta della Francia da nemica a quasi alleata del presidente siriano Bashar el Assad, insidiato dai guerriglieri integralisti islamici?
«È un mutamento a 180° gradi che rafforza la posizione russa, presente militarmente in Siria, e cambia lo scenario del Medio Oriente. Prima a raccomandare cautela sul cacciare subito Assad eravamo noi».
Comprensibile che l’Italia non si affretti a bombardare l’autoproclamato Califfato se non vede progetti chiari su come poi stabilizzare Iraq e Siria. Ma basterà fornire appoggi ai francesi su altri versanti, compensare i loro trasferimenti di soldati dalla missione internazionale in Libano e fare da tramite con interlocutori difficili per l’Occidente? Uno era la Russia, adesso ci parla Hollande.
«Noi siamo già impegnati con truppe in mantenimenti di pace. Trovo saggio il comportamento tedesco, simile al nostro. Noi abbiamo Tornado nello scacchiere del Califfato e siamo impegnati in altri nei quali i tedeschi non lo sono. Possiamo aiutare i francesi in Libano. Però siamo già lì, in Afghanistan, Iraq, Kosovo. E rispetto a Berlino abbiamo una priorità, scontri in Libia ai quali prestare attenzione».
Quindi?
«Dobbiamo essere vicini alla Francia, ma lasciando alla Francia il compito principale che si è assunta».
Ossia bombardare in Siria e tirare le fila di una coalizione per questo. L’incandescenza della Libia e l’attesa di un accordo tra le fazioni in lotta suggerisce all’Italia di tener pronti altri militari oltre ai seimila già all’estero?
«Per lo meno di tenere massima attenzione verso il fronte più vicino a noi e di favorire un accordo tra tutte le fazioni. Conosciamo quel Paese e la sua complessità meglio di altri».
Non è difficile capire che pensa alla Francia, la prima ad attaccare Tripoli nel 2011.
«La solidarietà alla Francia per le stragi subite va data, però non possiamo negare che c’è stato un suo cambiamento di fronte immediato: Assad, da nemico assoluto, è diventato alleato. Il nostro nemico, l’Isis o Daesh, è comune. Tuttavia su un’entrata in guerra non è che si possa aderire a cambiamenti neppure comunicati prima che avvengano con fatti compiuti. La strategia va meditata».
Pesa tanto la scottatura libica, l’aver scardinato gli assetti dell’era Gheddafi senza prepararne di migliori?
«La scottatura libica pesa tantissimo. Peserebbe forse anche di più se l’Italia non avesse aderito, benché dopo, alla linea francese. Chiaro che l’attuale governo, diverso da quello di allora, non si identifichi con la guerra del 2011».
Sull’intesa Putin-Hollande come si comporteranno Stati Uniti e Turchia, diffidenti in modi diversi verso Mosca?
«C’è chi dice che gli americani temano un’Europa che si mette d’accordo con Turchia e Russia. Perciò adesso c’è movimento. Gli americani saranno favorevoli a costruire la grande alleanza anti Isis tenendo conto anche dell’Ucraina?».
Intende dire se appoggeranno intese con Mosca fino a chiudere un occhio sull’offensiva russa cominciata in Crimea?
«Diciamo fino a essere più flessibili sulle sanzioni a Mosca. È da vedere. La Francia può ricevere gratitudine statunitense perché oggi obbedisce alla dottrina di Barack Obama, secondo la quale i Paesi interessati devono farsi carico dei problemi delle rispettive zone e gli Stati Uniti se ne devono alleggerire. Però l’alleanza di Europa e Russia non è nello schema strategico americano».
C’è da sperare che non siano fatti traumatici a decidere l’orientamento degli eventi.
«Appunto, occorre dialogare con la Turchia per abbassare le tensioni. Anche per evitare l’episodio drammatico».
C’è stato già l’abbattimento turco dell’aereo russo. Ma per l’Unione Europea ha senso tenere aperta la porta alla Turchia mentre Recep Tayyip Erdogan resta così allergico ad appartenenze a famiglie diverse dalla sua?
«Il negoziato con la Turchia è destinato a durare a lungo. Va tenuto aperto. Ma da presidente della Commissione favorevole ad aprirlo dissi ai turchi: “Ci vorranno 30 anni”. Mi chiesero: perché? Io: “Perché quando c’era qualcosa di spaventoso mia nonna diceva: ‘Mamma li turchi’“. Sentimenti cancellabili con la fiducia dovuta solo a lunga vicinanza».

28 novembre 2015 (modifica il 28 novembre 2015 | 12:21)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_novembre_28/siria-prodi-vicini-francia-senza-ripetere-l-errore-libia-63e529a8-95bd-11e5-92c5-a69ccd937ac8.shtml
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« Risposta #110 inserito:: Marzo 19, 2016, 04:23:10 pm »

Romano Prodi in Russia: il sottile lavorio del Professore per favorire il disgelo con l'Europa

L'Huffington Post | Di Andrea Carugati

Pubblicato: 18/03/2016 18:05 CET Aggiornato: 18/03/2016 18:05 CET

Non si ferma la diplomazia parallela di Romano Prodi per favorire il disgelo tra Russia e occidente, a partire da un programma per lo stop alle sanzioni europee contro Mosca. “Dobbiamo tornare alla cooperazione fra Russia e Ue, è una necessità e un elemento di convenienza per entrambe le parti”, ha insistito l’ex premier nel suo viaggio di due giorni a Mosca in cui ha incontrato Putin. "L’Europa e la Russia sono complementari come whisky e soda. L’Ue ha bisogno della Russia per l’energia, la Russia ha bisogno dell'Ue per la sua esigenza di modernizzazione, di trasformazione del paese. Questa cooperazione non è più un’opzione. Se non lo facciamo, sprechiamo il nostro futuro", ha aggiunto Prodi, ricordando le tappe di una partnership che si è deteriorata e poi trasformata in tensione con la crisi Ucraina. Giovedì pomeriggio il faccia a faccia con il capo del Cremlino, con cui il Prof coltiva da tempo buoni rapporti: una “visita riservata” in cui i due uomini politici hanno discusso di rapporti tra Russia e Ue, del complicato scenario mediorientale, a partire da Siria e Libia e di energia. Un “incontro di carattere privato” secondo fonti russe, durato 45 minuti, definito di “grandissima utilità” da Prodi che, da tempo, ritiene indispensabile il dialogo tra Usa, Russia, Ue e Cina per poter affrontare la lotta al terrorismo e le crisi in Libia e Siria.

Prodi ha parlato un nesso “indiretto” tra lo scenario siriano e la crisi ucraina che "non può essere separata dalla politica mondiale". Dunque il parziale ritiro russo dalla Siria “puo’ essere d'aiuto anche per la soluzione del problema ucraino" e in modo “indiretto” portare alla fine delle sanzioni contro Mosca. "La creazione di un'atmosfera di comprensione e avvicinamento - ha spiegato - può essere d'aiuto anche per la soluzione del problema ucraino e può preparare l'annullamento delle sanzioni". Prodi e Putin hanno quindi registrato un “comune interesse perché le divergenze tra Russia e Ue diminuiscano progressivamente". "L'ultimo Consiglio europeo – ha detto - ha aperto un piccolo spiraglio, ma concreto, su un inizio di dialogo con la Russia, anche se rimangono divergenze profonde". Secondo l’ex premier, in questo contesto è centrale la posizione della Germania, per iniziare una mediazione che porti ad un “programma di rientro delle sanzioni” contro Mosca.

La Russia, dal canto suo, secondo il Professore (che dopo l’incontro con Putin a una conferenza del think tank Vallai a Mosca), deve stare molto attenta a “non dividere l’Europa”, come nel caso di raddoppio del gasdotto Nord Stream che collega la Germania alla Russia passando dal Mar Baltico e che rischia di “dividere l'Europa in nord e sud nel lungo termine”, spingendo "i paesi meridionali un’alternativa al gas russo”. Una “pericolosa tentazione”, quella di dividere l’Europa, a cui Mosca secondo Prodi “non deve cedere”. L’Europa, a sua volta, deve stare attenta perché con la politica delle sanzioni corre il rischio di “demonizzare la Russia". "Se la tendenza continua - ha avvertito l’ex premier - vi è un pericolo di incomprensione e di sentimento anti-russo".

Nel corso della sua visita in Russia, Prodi ha parlato anche del Consiglio europeo sui migranti, tema a suo avviso molto più pericoloso per la tenuta della Ue rispetto al Brexit. Sul tema dei migranti, ha avvertito che il “prezzo da pagare sarà alto” ma l’obiettivo deve essere perseguito perché “davanti a una tale tragedia umanitaria si è obbligati a trovare un accordo per alleviare le sofferenze dei migranti”. Finora - ha spiegato a margine della conferenza al Club Valdai - i problemi dell'Europa, come la crisi greca, "hanno riguardato principalmente i governi, mentre la questione migranti ora tocca l’identità dei popoli, ne sta cambiando la sensibilità e riguarda il futuro dell'Europa più che il referendum della Gran Bretagna”. L’ex presidente Ue ha detto di augurarsi che Londra non esca dall’Unione, “ma anche se vincesse il No le cose non cambieranno moltissimo”.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2016/03/18/romano-prodi_n_9499440.html
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« Risposta #111 inserito:: Aprile 06, 2016, 11:27:42 pm »

Prodi: “La governance dell’Europa è in crisi. I partiti tradizionali non danno risposte”
L’ex presidente della Commissione Ue: gli anti-sistema hanno creato una rottura


ANSA

Romano Prodi, classe 1939, ha guidato l’Iri dal 1982 al 1989.
Nel 1995 ha fondato l’Ulivo. È stato premier e presidente della Commissione europea

05/04/2016
Alberto Simoni
Torino

Per capire quanto siano oggi farraginosi gli ingranaggi europei, si può anche scegliere un punto di osservazione lontano, quello di Pechino e parlare con un interlocutore che conosce bene sia le dinamiche cinesi sia quelle europee. Il professore Romano Prodi, già leader della Commissione europea, ieri a Torino ha partecipato al convegno sulla nuova «Via della Seta cinese» che per mare e terra approda nel Mediterraneo e nel cuore del Vecchio Continente. Al suo fianco c’è l’ambasciatore della Repubblica popolare di Cina Li Ruiyu, che continua a etichettare il suo Paese come «in via di sviluppo», nonostante parametri e cifre dicano che ben metà dei cinesi vive con standard europei. 

Professor Prodi, almeno con Pechino l’Europa riesce a parlare con una sola voce? 
«No, i Paesi europei si muovono come singoli. Il flusso commerciale sulla rotta Europa e Cina è il più grande del mondo, eppure se lo dividiamo a fette abbiamo comportamenti diversi. I tedeschi hanno un equilibrio commerciale con Pechino. La cancelliera Merkel ha mostrato leadership e compiuto almeno sette missioni in Cina con importanti delegazioni imprenditoriali. Gli altri no».

Che conclusioni ne trae? 
«Preoccupazione per il futuro dell’Europa».

Perché? 
«Perché questo squilibrio mette la Germania in una condizione psicologica di “felicità” per non usare un termine aggressivo. Uno squilibrio che si riflette su tutta l’Europa».

I tedeschi e Angela Merkel saranno anche, prendiamo a prestito la sua espressione, «felici», eppure c’è qualche dossier in cui i problemi sono evidenti. Come sui migranti. Merkel era partita con un «ce la facciamo» e ora siamo quasi al «non ce la facciamo più»... 

«Vero, la Germania ora si trova ad avere problemi europei. Mi sono sempre chiesto come mai in Germania non ci fosse un partito populista, e la spiegazione era abbastanza banale: la leadership tedesca soddisfaceva il suo elettore con la sua identità germano-europea. Ma una volta che questa è andata in crisi con i migranti ecco è arrivata la paura e, con essa, la crescita dei populisti. Oggi la Germania da questo punto di vista è entrata in una fase politica nuova. Anche se il governo Merkel non è andato in crisi c’è la possibilità che con l’ascesa populista la Grande Alleanza non basti».

Populisti o partiti anti-sistema? 
«Forse è più giusto definirli anti-sistema Per contrastarli non basta più l’appello dei partiti tradizionali, questo è il fatto nuovo per l’Europa. Le grandi coalizioni restano una grande riserva della tradizione europea, ma adesso sono messe a rischio». 

Perché? Qual è la debolezza di partiti tradizionali? 
«È una domanda da cento milioni. La verità è che la risposta varia da Paese a Paese. In genere, e questo vale per tutti, i partiti non riescono più a dare soluzioni ai problemi e alle domande dei giovani e questo ha accelerato la crisi».

I giovani inglesi sono filo-europei in maggioranza, ma i sondaggi ci dicono che uno su due non voterà lasciando campo libero alla Brexit, eppure sono loro che hanno portato Jeremy Corbyn alla guida del Labour: non vede contraddizioni? 
«No, e proprio perché Corbyn è una forma di rottura con il partito tradizionale. I giovani, quel tipo di marxismo di cui Corbyn parla, non l’hanno mai vissuto, quindi Corbyn per loro è una rottura, è un anti-sistema. Come Ciudadanos in Spagna». 

Professore, la lista dei guai dell’Europa è piuttosto lunga: i migranti, la Brexit che si profila, crisi di politica estera. Non crede che l’attuale forma di governance sia parte del problema? 
«Assolutamente sì. Non c’è un problema di politica estera sul quale ci siamo trovati d’accordo. Pensavo che la crisi economica degli ultimi anni avrebbe generato uno spirito di solidarietà. E invece non ha creato nulla».

Cameron ha chiesto riforme per evitare che Londra uscisse dalla Ue. Oggi il referendum è appeso a un filo e i pro-Brexit sono in testa nei sondaggi. Non poteva essere l’occasione per l’Europa di riformarsi indipendente dalla sfida interna dei britannici? 

«Gli inglesi, e me lo ricordo da quando ero io a guidare la Commissione, sono sempre stati qualcosa a sé».

L’Europa non ha una politica estera comune sui dossier internazionali, ma la Cina che partita sta giocando? Clinton nel 1997 disse che avrebbe voluto portare Pechino nella stanza dei bottoni del mondo coinvolgendola di più. Missione compiuta? 
«Come ha detto poco fa l’ambasciatore cinese, la Cina continua a riferirsi a sé come un Paese in via di sviluppo. E continua ad astenersi dai grandi conflitti internazionali. Siano la Libia oggi, o come in passato l’Afghanistan e l’Iraq. Credo che continuerà ancora per il prevedibile futuro ad astenersi dal recitare un ruolo di rilievo».

E le azioni aggressive per il controllo delle isole nel Mar Meridionale Cinese come le giudica? 
«Possiamo, almeno per ora, dire che si tratta di una difesa del territorio. Anche se questi giochi sono sempre rischiosi». 

Da - http://www.lastampa.it/2016/04/05/esteri/prodi-la-governance-delleuropa-in-crisi-i-partiti-tradizionali-non-danno-risposte-EREEiynLPhRJVrz4BHm5KM/pagina.html
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« Risposta #112 inserito:: Aprile 21, 2016, 05:44:15 pm »

19 aprile 2016
Migranti, Prodi: "Proposta Italia? Per i tedeschi eurobond sono una specie di demonio"

Così l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi in merito alla proposta italiana all'Unione Europea di finanziare le politiche sull'immigrazione attraverso l'emissione di eurobond. "La proposta degli eurobond rende isterici i tedeschi. Si deve insistere, anche se sono poco speranzoso che si riesca a vincere - ha detto Prodi al margine della presentazione del rapporto sui migranti del Centro Astalli - In Germania ogni azione di solidarietà economica viene sopportata a mala pena. Ma è chiaro che prima o poi si debba arrivare agli eurobond". Il Migration Compact avanzato dall'Italia è una "prova di lungimiranza strategica del nostro Paese e auspico che le istituzioni e i Paesi membri dell'Unione sappiano cogliere l'urgenza che è imposta dalla situazione", ha aggiunto il presidente del Senato Pietro Grasso

Da - http://video.repubblica.it/politica/migranti-prodi-proposta-italia-per-i-tedeschi-eurobond-sono-una-specie-di-demonio/236305/236031?ref=tbl
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« Risposta #113 inserito:: Aprile 23, 2016, 12:03:31 pm »

Romano Prodi al Corriere della Sera: "La Germania sbaglia ma Draghi ha finito le munizioni"

Corriere della Sera
Pubblicato: 22/04/2016 08:35 CEST Aggiornato: 22/04/2016 08:35 CEST

"La Bce ha evitato il disastro ma ora ha finito le munizioni". Questa l'analisi dello scenario politico-economico disegnato da Romano Prodi. In un'intervista al Corriere della Sera, a firma di Marco Ascione, l'ex presidente del Consiglio nota che nonostante la parziale ripresa dell'Europa, "noi (l'Italia, ndr) rimaniamo tuttavia ancora nel gruppo di coda, dopo avere perso quasi il 20% della nostra capacità produttiva". E con questo trend - sottolinea Prodi - "non è possibile risolvere il problema dell'occupazione".

Nell'intervista, Prodi riconosce il lavoro di Mario Draghi, presidente della Bce.

    La Banca centrale ha capito il pericolo di una stagnazione prolungata e fa di tutto per evitarla. Ha evitato il disastro, ma ha esaurito le sue munizioni. Il pericolo della stagnazione è ancora di fronte a noi: se continuiamo con la distruzione della classe media e l’accumulazione della ricchezza nella classe più elevata, che non consuma, costruiamo la stagnazione secolare

Prodi sottolinea la necessità di una "politica europea diversa". Che, per adesso, non esiste. Ma "non è colpa dei trattati ma di una politica sbagliata".

    La Germania ormai da molti anni applica e fa applicare una politica di austerità che non è adatta alla situazione di depressione in cui ci troviamo. Cresce poco lei e fa crescere ancor meno noi. Francia, Italia, Spagna che hanno interessi comuni per una politica diversa non riescono a mettersi d’accordo tra loro. Tant’è vero che l’unica struttura europea che funziona come tale, la Banca centrale europea, sta facendo una politica alternativa.

In relazione all'intenzione dell'Austria di alzare le barriere al Brennero, Prodi non si dice stupito perché "su questi temi tutti i governi inseguono le punte estreme dei propri Paesi". L'Italia, invece, ha scelto la strada dell'immigration compact.

    È la via giusta. Inoltre l’Italia ha tutto l’interesse a europeizzare il problema. Interesse nazionale e dovere etico coincidono

L'Europa valuta gli eurobond per il piano immigrazione. Ma la Germania continua a fare opposizione.

    Per i tedeschi gli eurobond sono ancora il simbolo del demonio. Sono state proposte mille diverse soluzioni in proposito ma un minimo di solidarietà nella gestione del debito pubblico viene ugualmente ritenuto un fatto demoniaco. Vi sono periodi storici nei quali bisogna mettere una nuova energia nel motore. Perché gli americani hanno superato la crisi più velocemente di noi?

Da - http://www.huffingtonpost.it/2016/04/22/prodi-draghi-intervista_n_9755534.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #114 inserito:: Giugno 22, 2016, 06:35:06 pm »

Prodi, messaggio al governo: “Due anni bastano per logorarsi, necessario cambiare politiche”
L'ex premier e il terremoto elettorale: "I populisti crescono perché c'è troppa ingiustizia. L'ascensore sociale è bloccato e dentro si soffoca"

Di MICHELE SMARGIASSI
22 giugno 2016

BOLOGNA. “Cambiare politiche, non solo politici. Se non cambiano le politiche, il politico cambiato si logora anche in due anni". Quasi uno scioglilingua, ma condito con un sorriso ammiccante. Dal suo ufficio di Bologna Romano Prodi, padre fondatore del Pd in ritiro politico, osserva le elezioni di domenica, le maggiori città del paese governate da partiti che non esistevano fino a pochi anni fa, e manda un messaggio a Palazzo Chigi.

Esplode il mappamondo politico. Cosa sta succedendo?
"Non basta guardare il voto di questa o di quella città. C'è un'ondata mondiale, partita in Francia, ora in America. Lo chiamano populismo perché pur nell'indecifrabilità delle soluzioni interpreta un problema centrale della gente nel mondo contemporaneo: l'insicurezza economica, la paura sociale e identitaria".

I populismi sono figli solamente di una crisi di paura?
"La paura di non farcela è tremenda ma non immaginaria. La chiami iniqua distribuzione del reddito, ma per capirci è ingiustizia crescente. Quando chiedo ai direttori di banca: quanti dipendenti avrete fra dieci anni? mi rispondono: meno della metà. L'iniquità post-Thatcher e post-Reagan si è sommata alla dissoluzione della classe media, terribile tendenza di tutte le economie sviluppate e di mercato, e sotto tutti i regimi".

Cos'è classe media?
"Nel senso più ampio possibile, chiunque avesse una sicurezza anche modesta sulla propria vecchiaia e sul futuro dei figli. Ma il pensionato che diceva orgoglioso "io non ce l'ho fatta, ma mio figlio è laureato", ora non lo dice più. L'ascensore sociale si è bloccato a metà piano e dentro si soffoca".

I Cinquestelle gridano "onestà- onestà", sembra soprattutto una rivolta morale...
"La disonestà pubblica peggiora le cose, ma la radice è la diseguaglianza. Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga... Ma alla fine la mancanza di tutela nel bisogno scatena un fortissimo senso di ingiustizia e paura che porta verso forze capaci di predicare un generico cambiamento radicale".
La rabbia poteva avere altri sbocchi politici, non crede?
"Quando il socialismo era all'opposizione appariva come la grande alternativa. Ma cos'è successo poi? Una fortissima omologazione delle politiche, da Clinton alle grandi coalizioni tedesche all'Italia... Non mi faccia dire del "partito della nazione", ma è chiaro che qualcosa del genere è accaduto anche qui".

Una politica uniformata fa nascere i populismi?
"No, lo fa una politica uniformata quando occupa tutto il campo, ma non sa dare soluzioni. Allora la rabbia della gente crea un altro campo. Se il voto diventa liquido, è per questo. Quando tu vedi che solo il centro storico delle città è rimasto ai partiti della sinistra... Vogliamo chiederci perché Trump è odiato a Wall Street e osannato dai metalmeccanici del Michigan? È un leader più europeo di quel che pensiamo, non è semplicemente reazionario ma tocca, certo in modo sbagliato, le paure reali del ceto medo".

Ma anche quando la politica tradizionale dà soluzioni, perde. Piero Fassino amareggiato dice che non basta più governare bene.
"Fassino ha governato bene, nessuno ne dubita, ma chiunque governi oggi viene identificato col potere costituito, ed è un bersaglio. Il gioco è molto più grande di un municipio, il problema è che alle grandi forze politiche nazionali manca un'interpretazione della storia e del presente".

Un problema di questa classe politica di governo?
"Non si tratta di cambiare i politici ma di cambiare politiche. Cambiare i politici è condizione necessaria ma non sufficiente".

Be', i politici di governo li abbiamo cambiati da poco.
"Se non cambi le politiche, il politico cambiato invecchia anche in un paio d'anni... C'è sempre un'usura, e corre veloce. La mancanza di risposte efficaci logora. E al momento si sente la mancanza di risposte che affrontino il problema delle paure e delle cause reali delle paure".

È un Pd de-ideologizzato che non ha queste risposte?
"Rifiutare le strettoie delle ideologie è diverso dal non avere radici e risposte fortemente orientate. Non abbiamo un Keynes, un progetto per uscire in modo collettivo dalla crisi. Quando governi, devi dare operativamente il messaggio che sai affrontare i problemi, e questo non lo puoi fare senza il coinvolgimento di una forte base popolare nel cambiamento delle politiche. Devi dimostrare di capire e di andare incontro ai problemi. Il rinnovamento per il rinnovamento non è una risposta sufficiente".

C'entra anche la personalizzazione della politica? Paradossalmente, quando Grillo si eclissa i Cinquestelle vincono, mentre il Pd, dove Renzi "pone la fiducia", soffre...
"Di fronte alla crisi la prima risposta è sempre quella della forte personalizzazione, sia da parte dei governi che dei populismi. Ma dura poco, perché la realtà la mette alla prova dei fatti. La gente vota i politici perché spera che cambino le cose, la personalizzazione è un riflesso. Infatti in queste elezioni hanno vinto dei volti sconosciuti. La personalizzazione non regge se non cambia le cose, o non dà almeno la speranza concreta di poterle cambiare".

I trionfatori di queste elezioni vincono perché danno questa speranza?
"Hanno risposte emotive e confuse, semplici motti specifici su angosce specifiche, via gli immigrati, punire le banche, ma neanche una riga che spieghi come potrebbero fare. Ma il loro vantaggio è un altro: sanno adattarsi alle paure. Questi movimenti nascono in genere molto di parte, orientati, partigiani. Hanno un certo successo poi si fermano, perché le loro soluzioni mostrano un limite ideologico. E allora si allargano da destra a sinistra e da sinistra a destra. Marine Le Pen è stata la prima a capire i limiti di un populismo di parte, e ha "ucciso il padre". In quel momento è diventata una potenziale presidente della Repubblica francese. In Italia sta succedendo la stessa cosa".

È il limite che ha cercato di superare Salvini?
"Ma prima di lui è arrivato il Movimento Cinquestelle. Hanno capito per primi che bisogna cavalcare la protesta, non una protesta. Guardi il loro atteggiamento sull'immigrazione: prese di posizione così inafferrabili da poter essere interpretate sia in senso di destra che di sinistra. E dalle analisi che leggo, ha funzionato: prendono voti anche fra gli anziani delle periferie metropolitane, i ceti deboli tra i quali la paura dell'immigrato è più forte".

Professore, lei si tiene lontano dalla politica italiana, ma qui c'è una morale, no?
"Progetto e radicamento popolare. Il cambiamento possibile, fatto entrare nel cuore della gente. Il solo ad averlo capito è papa Francesco".

© Riproduzione riservata
22 giugno 2016

Da  - http://www.repubblica.it/politica/2016/06/22/news/prodi_messaggio_al_governo_due_anni_bastano_per_logorarsi_necessario_cambiare_politiche_-142541909/?ref=HREA-1
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« Risposta #115 inserito:: Giugno 26, 2016, 11:54:13 am »

Prodi: “Decisivo il vertice di Berlino l’Ue può rinascere o fallire”
L’ex presidente della Commissione: i cittadini odiano l’Europa “burocratizzata”

25/06/2016
Fabio Martini
Bologna

Al primo piano di via Gerusalemme 7, nella casa bolognese di Romano Prodi, telefoni e telefonini squillano senza sosta, politici, accademici e media di mezzo mondo cercano il Professore, l’ultimo presidente di Commissione di un’Europa «felice», o quantomeno proiettata sul futuro. Prodi lasciò Bruxelles alla fine del 2005, in una stagione nella quale l’Europa era in crisi di crescita, mentre oggi c’è una crisi di identità: cosa è accaduto in questi 10 anni? «Da allora ad oggi all’Europa della speranza è succeduta l’Europa della paura. Ed è intervenuto un processo di ri-nazionalizzazione. Con l’uscita di Kohl, si sono l’avvicendati leader per i quali il prevalere degli interessi nazionali non si è accompagnato con una forte visione europeista». 

Ma oramai le alchimie dei leader non lasciano più il segno: come spiega queste folate di opinione pubblica sempre più incontrollabili? 

«I cittadini non odiano l’Europa, odiano questa Europa, la gestione di questi anni: una politica che non capiscono, che li danneggia. Una politica che ha distrutto il ceto medio».

Ma ora la palla torna ai leader: il futuro dell’Europa si decide più nel vertice a quattro di Berlino o nei giorni successivi al Consiglio europeo di tutti i capi di governo? 

«Non ci sono dubbi: nell’incontro di Berlino».

Lei ci crede? 

«Lo spero. Confido che la nuova Europa possa nascere lunedì a Berlino. Sennò l’Europa finisce».

 Gli altri Paesi seguiranno? 

«Di solito, nei grandi passaggi politici, funziona così: l’accordo lo fanno i Paesi “guida”. L’ultima volta accadde con l’euro. Furono decisivi, anche nella fase finale, i contatti diretti tra Germania e Francia, tra Germania e Italia. Se c’è una forte regia, il Consiglio segue. Al massimo può bloccare, ma le decisioni le prendono i Paesi più forti»

In queste ore i mercati ballano e lo spread sale: sarà escalation? 

«No. Tutto questo mi preoccupa fino a un certo punto, credo che le turbolenze finanziarie dureranno poco, perché non c’è una forte sostanza che possa alimentarle. Anche se lo spread in queste ore è salito non poco».

Ma l’anello debole delle banche? Gli italiani potrebbero mettersi molta paura, non pensa? 

«Gli italiani - e non solo loro - è naturale che siano angosciati, ma rischiano di mettersi paura più per il tambureggiare dell’allarmismo che per motivazioni reali. Ma occorre dire a tutti quel che è vero: che esiste un piano “B”, governo e Banca d’Italia faranno bene a ripeterlo. Naturalmente occorre vigilare onde evitare che il sistema bancario entri in crisi, a quel punto rischiando di andare in pezzi».

Ma se la crisi finanziaria sui mercati dovesse perdurare, non pensa che la spinta a rompere il patto di Stabilità diventerebbe una tentazione per Paesi come l’Italia? E a quel punto non si rischierebbe la rottura con la Germania? 

«In questi giorni nessuno può rischiare di rompere il patto di Stabilità. Bisogna cambiare politica, ma attenzione, io non toccherei i Trattati. Non è quella la strada. Perché occorre evitare di tornare a politiche di bilancio senza controllo. Al tempo stesso però urge una svolta. Avviando una politica economica di espansione, che cambi la direzione e la quantità della spesa».

Serve una svolta anche nella governance dell’Europa? 

«E’ vero che la Commissione fa spesso cose del tutto inutili, ma sono le sole cose che le lasciano fare. È ovvio che non potendosi occupare del futuro dell’Europa, perché è passato in mano agli Stati, finisca per occuparsi anche del rosmarino».

 
Finora la Germania ha resistito alle richieste di cambiare dottrina economica e oltretutto la Merkel ha l’appuntamento elettorale del 2017: un circolo vizioso? 

«Fino a due sere fa pensavo che quella scadenza potesse essere condizionante e dunque che nessuna decisione potesse essere presa prima di quella data. Ma a questo punto è diventato troppo rischioso aspettare. Anche per la Germania». 

Cameron? 

«Alla base di tutto c’è stata una sua scelta sbagliata. Il referendum ha indebolito la posizione della Gran Bretagna a Bruxelles, ha confuso gli elettori, è stato impostato da Cameron solo per interessi personali. E in questo senso, si potrebbe dire: ben gli sta».

Nel 2005 Tony Blair mise il veto alla sua conferma a Bruxelles: c’erano già preannunci di un marcato euroscetticismo inglese? 

«Tra me e Blair c’erano state divergenze sulla guerra in Iraq, ma nel suo atteggiamento c’erano anche tracce euroscettiche nel senso che una Commissione forte e indipendente non piaceva a nessuno!».

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2016/06/25/esteri/prodi-decisivo-il-vertice-di-berlino-lue-pu-rinascere-o-fallire-N2lKuvVZtGOC6KK87vHaWL/pagina.html
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« Risposta #116 inserito:: Giugno 26, 2016, 12:23:09 pm »

Brexit, Romano Prodi: "Austerità tedesca sta rovinando l'Ue".
Napolitano e Monti danno la colpa a Cameron

L'Huffington Post  |  Di Redazione

Pubblicato: 24/06/2016 11:27 CEST Aggiornato: 24/06/2016 11:32 CEST

“La politica europea dell’austerità tedesca sta rovinando l’Ue”. È il giudizio di Romano Prodi sui ‘responsabili’ della Brexit, espresso durante un’intervista a Voci del mattino, su Radio1 Rai. Per l’ex presidente del Consiglio, “alla base di tutto c'è stata una scelta sbagliata” del premier britannico David Cameron, che ha impostato il referendum “solo per interessi personali”. Per l’ex presidente della Commissione Ue, i cittadini del Regno Unito hanno respinto l’idea di “un’Europa ferma, che rinvia le decisioni e non si occupa di capire le tensioni e i problemi delle popolazioni dei singoli stati”.

"L'esito del referendum britannico – afferma Prodi – è indubbiamente clamoroso ma io oggi dico: calma e gesso. La riflessione importante da fare è che le classi abbienti hanno votato per il Remain e le classi povere invece per il Leave. Nel mondo, non solo in Inghilterra, le proteste si stanno condensando nei ceti che soffrono per la globalizzazione e l'Europa è vista come una parte di questo processo".

    "Stiamo attuando una politica economica non inclusiva e questo dà linfa ai partiti populisti, che infatti stanno facendo proseliti in Italia, Francia, Spagna e nella stessa Germania. Nel caso inglese, tale malcontento si è espresso nella rabbia verso l'Europa. Certo, alla base di tutto c'è stata una scelta sbagliata di Cameron, anche se avesse prevalso il Remain. Indire un referendum ha indebolito la posizione della Gran Bretagna a Bruxelles, ha confuso gli elettori, ha mostrato chiaramente come fosse soltanto una mossa strategica per restare al comando del governo britannico. E l'insieme di questi elementi ha fatto sì che quello di ieri fosse un voto anti Europa ma anche anti Cameron. Il referendum è stato impostato da Cameron solo per interessi personali. E in questo senso, si potrebbe dire: ben gli sta".

    Prodi aggiunge di essere personalmente "rimasto sdegnato dalle trattative svoltesi fra l'Europa e la Gran Bretagna per scongiurare la Brexit. Il governo britannico veniva autorizzato a stare fuori da ogni progresso che l'Unione avrebbe compiuto, configurando pertanto una Europa a due velocità, cambiando la stessa natura dell'Unione. D'altronde – prosegue l’ex presidente del Consiglio - i referendum spesso hanno valenze politiche ben diverse da quelle che si evincerebbero dai quesiti posti agli elettori. In Francia, quando venne bocciata la costituzione europea, in realtà incise molto l'atteggiamento anti Chirac, che all'epoca era al governo del Paese. Ma quella britannica se vogliamo è anche una bocciatura dell'idea stessa di Europa così com'è, perché la gente se vede un'Europa ferma, che rinvia le decisioni, che non si occupa di capire le tensioni e i problemi delle popolazioni dei singoli stati, inevitabilmente, si allontana. Da anni ormai diciamo che questa politica europea dell'austerità tedesca non ci piace e sta rovinando l'Unione".

    Prodi conclude: "la bocciatura britannica dimostra come questo malessere sia radicato non nei centri delle città, ma nelle periferie, dove appunto si soffre questa paralisi europea. La decisione britannica – spiega l’ex premier - potrebbe avere anche forti conseguenze interne, visto che in Scozia e Irlanda del Nord la vittoria del sì all'Europa ha assunto dimensioni cosi elevate da far pensare che possa fungere da trampolino per rivendicazioni autonomiste. Rivendicazioni che potrebbero coinvolgere anche altre realtà europee, come la Catalogna in Spagna".

Mario Monti, intervistato da Radio anch'io su Radiorai, accusa Cameron di “abuso di democrazia”:

    "Cameron ha compiuto un abuso di democrazia. Il referendum è stato convocato non per l'interesse generale dell'Ue o del Regno Unito o anche del Partito Conservatore, ma nell'interesse proprio all'interno del Partito Conservatore. Un uso egoistico dello strumento democratico che gli è esploso in mano, gli ha fatto perdere tutto, come è giusto". "Ci vuole più serietà - prosegue Monti - tra le autorità nazionali e quelle europee. Cameron ha fatto in massimo grado ciò che fanno altri capi di governo: stanno in Europa pensando ai sondaggi e alle questioni interne, ma così l'Europa si spacca". "Io da presidente del Consiglio - ricorda Monti - quando ho preso delle decisioni come quella sulle pensioni, non ho mai detto 'lo dobbiamo fare perché l'Europa ce lo chiede’. Oggi nessun Parlamento nazionale - conclude - è in grado di decidere per il bene del proprio Paese su questioni che richiedono la cooperazione internazionale. Su questo ci sono anche dei miti".

Un’analisi su cui concorda anche l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo cui “promuovere il referendum è stato incauto”:

    "È stato incauto promuovere questo referendum e affidare a un no o a un sì problemi tanto complessi. Hanno quindi prevalso elementi emotivi" come le preoccupazioni legate al problema dell'immigrazione. "È un colpo molto duro - aggiunge Napolitano - con elementi di destabilizzazione economica e politica". L’ex presidente della Repubblica contesta la tesi che il referendum rappresenti di per sé un momento di democrazia: "La democrazia, innanzitutto, e la Gran Bretagna ce lo ha insegnato già da secoli, è il popolo che si esprime anche affidando ai rappresentanti le scelte e le decisioni. Sono i Parlamenti eletti che lavorano sotto il controllo dell'opinione pubblica. I referendum sono strumenti e nella nostra Costituzione non possono essere convocati sui trattati internazionali, perché temi così complessi non possono essere affidati a un voto superficiale e impulsivo".

L’ex premier Enrico Letta invita tutti ad “allacciare le cinture di sicurezza”:

    "I britannici hanno scelto e va accettata la decisione. Ma le conseguenze saranno pensanti. Si apre una fase di incertezza giuridica, perché l'applicazione dell'articolo 50 del trattato di Lisbona è inedita e complicata". Secondo Letta, “si apre anche una fase di instabilità politica e di difficoltà economiche. Bisogna allacciare le cinture di sicurezza. Ora è il momento per le leadership dei Paesi dell'Europa continentale di reagire all'altezza della sfida. La reazione deve essere politica e alta".

Da - http://www.huffingtonpost.it/2016/06/24/brexit-romano-prodi_n_10651234.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001
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« Risposta #117 inserito:: Luglio 18, 2016, 11:53:35 am »

La forza della libertà
Ricostruire la rete sociale per battere il terrorismo

Di Romano Prodi

La strage di Nizza ci ha colpito non solo per la sua tragica crudeltà, che le doverose ma impietose immagini ci hanno mostrato, ma anche per lo strumento con cui questa strage è stata provocata e per il luogo in cui è avvenuto. Niente fucili kalashnikov, niente cinture esplosive, niente granate, ma un semplice autocarro costruito per portare gelati: uno strumento quotidiano e naturale per venire incontro alle richieste di tanta gente che si stava godendo serenamente la conclusione della festa nazionale. Non ho potuto evitare di pensare che per provocare una tragedia di questo tipo non vi è nemmeno bisogno di molto denaro e nemmeno di un’organizzazione complessa: basta una persona ed un camion. Ed è proprio questa terribile normalità dello strumento (e quanti altri simili ne possiamo immaginare?) che mi fa sentire inutili tutte le future indagini sulle possibili negligenze del controllo della polizia e degli altri organi preposti a garantire che la festa nazionale francese potesse concludersi in tutta serenità. Da molti decenni siamo infatti abituati a vivere senza tenere conto della possibilità di questi eventi e nulla sfugge ai controlli come la normalità. Quando il terrorismo ha cominciato a colpire abbiamo iniziato giustamente a proteggere i luoghi più vulnerabili, a partire dagli aeroporti. Tuttavia ciascuno di noi, mentre pazientemente si toglieva le scarpe di fronte ai controlli dei cancelli di partenza, rifletteva su altri aspetti. Ad esempio sul fatto che nessuno ti avrebbe poi protetto quando prendevi il treno o entravi in un supermercato.

Col progredire del pericolo si sono naturalmente moltiplicati anche gli apparati di sicurezza, che comprendono ora alcune stazioni ferroviarie e centri commerciali. E quindi gli stadi dei campionati di calcio e le più grandi manifestazioni religiose. Ma li possiamo estendere a tutte le scuole, a tutte le strade, a tutti i teatri e a tutte le chiese? Tra i Paesi minacciati dal terrorismo lo ha fatto soltanto Israele che tuttavia, pur pagando un elevatissimo prezzo in termini di normalità della vita quotidiana (saremmo in grado di farlo anche noi?) è riuscito a ridurre ma non certo ad eliminare gli attentati sanguinosi contro la propria popolazione. Con queste osservazioni non voglio certo invitare a limitare gli sforzi specifici per proteggere la nostra sicurezza, anche perché essi sono uno strumento indispensabile per diminuire i pericoli e per garantire lo svolgimento della vita normale dei cittadini. Dobbiamo tuttavia avere coscienza che tutto ciò è una condizione necessaria ma non sufficiente, soprattutto da quando gli attentati e gli attentatori si vestono con gli abiti delle persone normali e fanno uso degli strumenti normali e indispensabili della nostra vita quotidiana.

È la nostra società intera che deve difendersi, con tutti gli strumenti di prevenzione che essa possiede. Cominciando dall’alto, è inammissibile che strutture statali o parastatali di Paesi a noi amici continuino a finanziare in modo diretto o indiretto (acquistando ad esempio il petrolio) le reti del terrorismo internazionale. Gli interessi di qualcuno non possono mettere a rischio la sicurezza dell’intera società. Non è nemmeno ammissibile che i predicatori dell’odio religioso siano liberi di esprimerlo in modo sistematico. È vero che molti degli ultimi attentatori non frequentavano le moschee radicali e nemmeno avevano stretti legami religiosi ma è tuttavia altrettanto vero che da essi ne erano e ne sono indirettamente e profondamente influenzati. Non può essere inoltre permesso che le nuove reti di informazione vengano utilizzate come strumento di incitazione alla violenza. È chiaro che con questo entriamo nel delicato campo della libertà di espressione ma anche questa libertà deve essere riportata sotto la maestà della legge.

Questo tuttavia non basta se non si mette in atto una paziente opera di ricostruzione dei fili della nostra società che sono stati troppo spesso spezzati dalla caduta dei rapporti di vicinato e dall’isolamento prodotto da strutture urbane e da modelli di vita che allentano quel minimo controllo sociale che è il più importante elemento di prevenzione degli atti criminali. Oggi tutta la nostra comunità è a rischio: all’azione repressiva deve essere affiancata un’azione preventiva capace di coinvolgere tutta la comunità, dalle amministrazioni locali alle scuole, dalle associazioni sportive alle parrocchie, ma soprattutto i rapporti di vicinato che diventano forzatamente inesistenti negli immensi quartieri periferici. Contro un terrorismo che diventa ancora più pericoloso, proprio perché usa gli strumenti “normali”, dobbiamo affiancare agli strumenti straordinari gli strumenti “normali” della nostra vita sociale. Sarà una guerra lunga e ci saranno altre inaspettate tragedie ma, se lavoreremo insieme all’interno dei nostri Paesi e collaborando fra i diversi Paesi, riusciremo a vincere anche questa guerra. La libertà e la democrazia riescono a prevalere solo se si usano anche quegli strumenti che hanno reso forte sia la libertà che la democrazia.

Domenica 17 Luglio 2016 - Ultimo aggiornamento: 10:34
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Da - http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/strage_nizza_battere_terrorismo-1859877.html
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« Risposta #118 inserito:: Agosto 23, 2016, 11:28:24 pm »

L'Ulivo è forte, resistente, ben radicato nella sua terra.

È l'albero di un'Europa mediterranea, che conosce il mare e la montagna, la pianura, i laghi e le colline.

Ama il sole e... resiste all'inverno.

(Romano Prodi - 6 marzo 1995)
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« Risposta #119 inserito:: Settembre 17, 2016, 10:56:35 am »

Prodi: “Noi due assieme al governo con un solo obiettivo: l’Europa”
L’ex premier: “Mi aiutò tanto in un momento difficile. Non imponeva mai la sua autorità, lui persuadeva”
Era il primo gennaio 2002 quando la nuova moneta dell’Unione Europea fece il suo esordio. In qualità di presidente della Repubblica, ma anche da ministro del governo Prodi, Ciampi fu uno dei principali fautori di questo storico cambiamento


17/09/2016
Stefano Lepri
Roma

Presidente Prodi, Carlo Azeglio Ciampi era il suo ministro del Tesoro quando avete deciso di imporre agli italiani una tassa speciale per entrare nell’euro. Ci racconti come andò. 

«Fu Ciampi a definire la quantità di risorse che occorreva raccogliere se volevamo farcela. Mettergli il nome “eurotassa” fu una idea mia, lui era meno propenso a usare termini così esplicativi. Il contenuto della misura ovviamente fu condiviso: c’era allora, autunno 1996, il sentire che l’Europa fosse il nostro comune destino».

Oggi, a vent’anni di distanza, quel clima pare lontanissimo. Il 60% dell’eurotassa fu restituito negli anni successivi, ma su Internet circola indisturbata la bufala che non lo fu. 

«Eh già, oggi non è più cosa… Mentre allora c’era una concordia nazionale, la avvertivamo, su quell’obiettivo di entrare nell’euro, di far parte dell’Europa a pieno titolo. Anche le opposizioni di allora lo condividevano».

Ciampi aveva fatto fare sondaggi di opinione riservati: favorevoli anche a un sacrificio aggiuntivo come quello dell’eurotassa. 

«L’euro era la ragion d’essere di quel governo. Anzi, la forza del nostro governo stava proprio nell’avere quell’obiettivo».

 In più sostenuto da un ministro del Tesoro eccezionalmente autorevole, come Ciampi. 

«Ricordo appunto un certo mio imbarazzo quando gli telefonai per chiedergli di far parte del governo. C’erano già affetto e stima reciproca, ma lui era assai più anziano di me ed era già stato presidente del Consiglio. Dovevo chiedergli di scendere un gradino, di fare un sacrificio. Fu subito disponibile, e poi conquistò tutti con la sua carica umana. Non lo potrò mai dimenticare. Anche per questo mi pesa tanto la sua perdita. Ci aiutò tantissimo, in quel momento difficile».

 Come era nei consigli dei ministri? 

«Mai che cercasse di imporre la sua autorità: lui persuadeva. Discuteva a fondo con tutti, senza stancarsi, ragionando. Erano riunioni anche molto lunghe. Ovviamente le preparavamo prima, a fondo, noi due con i nostri collaboratori, mettendo a posto le cifre; un modo di lavorare credo assai diverso da quello di oggi. Non ricordo mai riunioni drammatiche, neanche più tardi, quando Rifondazione comunista voleva che il governo cadesse».

 Però nei primi mesi, secondo una versione diffusa, non foste completamente d’accordo. Nell’estate del 1996 Ciampi voleva l’ingresso immediato nell’euro, lei esplorava se fosse possibile un percorso più graduale. Poi la svolta, dopo il vertice di settembre con la Spagna a Valencia. 

«No, è falso. La voce di uno sfasamento tra noi nacque dalla furbata dell’allora primo ministro spagnolo, José Maria Aznar, che per farsi bello, per fare l’“hidalgo”, disse che io esitavo. Ma ci sono i documenti. Fin dalla prima riunione del nostro governo, dal primo giorno, l’obiettivo dell’ingresso immediato nell’euro era centrale, irrinunciabile. E ci entrammo, in modo trionfale».

 Alla condizione di sottoscrivere un patto severo sul graduale azzeramento dei deficit pubblici che poi lei stesso, qualche anno più tardi, da presidente della Commissione europea, definì «stupido». 

«Certo. Era troppo rigido, non adattabile alle variabili esigenze del ciclo economico. Ma Ciampi ed io l’avevamo accettato sperando che si trattasse solo di un primo passo. Allora il nostro interlocutore in Germania era il cancelliere Helmut Kohl. Ricordo che ci disse: “I tedeschi non vogliono l’euro, preferirebbero tenersi il marco, ma il mio governo lo farà, perché pensiamo che sia giusto”. Gli avevo posto il problema dei limiti del Patto di stabilità, sostenendo che occorreva aggiungergli una politica economica comune».

Altrimenti l’euro resta zoppo, per usare le parole di Ciampi. 

«Sì, appunto. Kohl mi aveva risposto “vedrai che la faremo”. Poi non è andata così, sono venuti governi con altre priorità».
Il «decadimento morale» deprecato da Ciampi. E così siamo oggi a questo poco esaltante vertice di Bratislava. 

«Ciampi aveva ragione, l’Europa resta il futuro, perché gli Stati nazionali sono troppo piccoli per reggere alla globalizzazione. Sono ancora ottimista: spero che sull’orlo del baratro si riuscirà a recuperare. Altrimenti, noi europei ci ridurremo a dire, invece di “o Francia o Spagna purché se magna”, “o Stati Uniti o Cina…».

 LEGGI ANCHE - Quelle lacrime alla coniazione del primo euro (di STEFANO LEPRI) 

 LEGGI ANCHE - L’orgoglio di essere italiani: l’eredità di Ciampi (di ANTONELLA RAMPINO) 

 ARCHIVIO - L’ultima intervista a La Stampa: “In Europa decadimento morale” 
 
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