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Autore Discussione: ENRICO FRANCESCHINI.  (Letto 7530 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Gennaio 23, 2011, 11:00:10 am »

STAMPA ESTERA

Berlusconi "come Caligola svergogna se stesso e il suo Paese"

Severi commenti e reportage sui quotidiani britannici a proposito degli scandali sessuali del premier.

Times: "Italiani troppo a lungo indulgenti, ora deve andarsene".

Il Guardian nota: "Il Papa fa sentire il suo peso"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI


LONDRA - Lo scandalo "si aggrava". Il pontefice "attacca Berlusconi". Il primo ministro "deve dimettersi". Sono alcuni dei commenti della stampa internazionale agli ultimi sviluppi di una vicenda seguita con crescente interesse da giornali, siti e televisioni di tutto il mondo. Un interrogativo accomuna la maggior parte degli articoli e dei servizi dall'estero su quanto sta accadendo in Italia: come è possibile che Berlusconi sia ancora al suo posto, come mai la Chiesa, l'opposizione, l'opinione pubblica ma anche i suoi stessi alleati non lo hanno ancora costretto ad andarsene. Ma la sensazione degli osservatori stranieri è che la situazione potrebbe presto giungere all'esito più giusto. "La rete comincia a chiudersi" attorno al premier, affermano.

Il giudizio più severo di oggi è un editoriale non firmato, dunque espressione dell'opinione della direzione del giornale, come usa nei paesi anglosassoni, sul Times di Londra. Intitolato "Opera buffa", l'articolo ha un sottotitolo che ne riassume concisamente il senso: "Berlusconi ha coperto di ridicolo se stesso e il suo Paese. Deve andarsene". L'articolo sostiene che "non sono soltanto i dettagli umilianti ad avere scioccato gli italiani, le feste in topless, le prostitute minorenni, le donne costrette a vestirsi da infermiere per gratificare la lussuria di un anziano seduttore". A scioccare è anche "lo spettacolo di un primo ministro che svergogna se stesso e il proprio paese con un comportamento
non solo di cattivo gusto e immorale, ma presumibilmente illegale, che ha finalmente iniziato a smuovere l'indifferenza di un'opinione pubblica troppo a lungo indulgente con le ipocrite buffonate di Silvio Berlusconi".

L'editoriale riassume gli ultimi avvenimenti, le smentite del premier, le conferme giunte dalle intercettazioni telefoniche, la richiesta di Ruby di 5 milioni di euro per tacere, "i dettagli scabrosi di party a base di sesso organizzati da un uomo che fa campagna elettorale difendendo il valore della famiglia". Perfino il Vaticano, uscito dalla sua "reticenza", solitamente pronto a sorreggere la coalizione di centro-destra di Berlusconi, ha denuncianto l'assenza di una "solida moralità" che sarebbe necessaria in chi fa politica, continua il Times. La domanda che si pongono sempre di più con meraviglia "i vicini dell'Italia" è perché "gli elettori tollerano un comportamento inappropriato per qualsiasi uomo di 74 anni ma completamente ripugnante in chi è stato eletto per occuparsi dei problemi economici e politici del paese". Non può certo essere, prosegue l'articolo, "che gli italiani siano così comprensivi dei peccatucci sessuali o che ammirino talmente tanto il diabolico machismo da non riuscire a vedere l'enorme danno che il loro primo ministro sta facendo al loro paese". Molti giovani italiani, specie le donne, si sono da tempo stancati dell'immagine frivola che il mondo ha di loro; molti, se non tutti, vorrebbero che l'Italia "fosse inclusa tra le democrazie sviluppate che mettono la parità trai sessi, i valori etici e la responsabilità personale al cuore della vita pubblica". Gli atteggiamenti di Berlusconi, al contrario, rappresentano "il genere di opera buffa che i detrattori equiparano alla politica italiana del dopoguerra".

Il Times conclude notando che finora Berlusconi ha dovuto la sua sopravvivenza a un insieme di fattori: la sua capacità di manipolare l'opinione pubblica attraverso il controllo dei media di sua proprietà o da lui influenzati; le leggi che la sua maggioranza di governo è riuscita a fare approvare per fermare indagini e processi sui suoi affari privati o sulla sua condotta pubblica; e l'incapacità di un'opposizione divisa di offrire un'alternativa coerente. "Ma il caso Ruby può essere la goccia che fa traboccare il vaso", avverte l'editoriale. "Elettori e politici devono fermare questo debilitante spettacolo. La soluzione migliore è che Berlusconi si compirti, per una volta, con onore e si dimetta".

Sempre il Times dedica due intere pagine all'interno del giornale al "caso Ruby", ricostruendo meticolosamente tutto quello che è successo, per concludere che, con le critiche sempre più manifeste del Vaticano e del papa in persona, "sembra che la rete si stia chiudendo" attorno a Berlusconi. Il giornale riferisce tra l'altro indiscrezioni secondo cui i servizi segreti italiani sarebbero preoccupati che lo spionaggio di paesi stranieri stia cercando di procurarsi fotografie e video di un party dato da Berlusconi in onore del primo ministro russo Vladimir Putin, nell'aprile scorso: un festino a cui avrebbero partecipato numerose "amiche" del premier italiano, inclusa Ruby, all'epoca ancora minorenne.

Il Times, di proprietà di Rupert Murdoch, è un quotidiano conservatore. Un altro grande quotidiano conservatore britannico, il Daily Telegraph, dedica a sua volta un ampio servizio alla vicenda, intitolato: "Il papa attacca Berlusconi, mentre le sue pupe vengono sfrattate di casa". Anche un quotidiano progressista, il Guardian, in una lunga corrispondenza da Roma, titola sul pontefice: "Il papa fa sentire il suo peso, mentre lo scandalo Berlusconi si aggrava". Nell'articolo riferisce le nuove testimonianze di una delle ragazze che andavano ai party di Arcore, Nadia Macrì, secondo cui Ruby Rubacuori "ballava in topless, un po' ubriaca" durante una festa a casa del premier "poi diventata un'orgia", con le ragazze vestite da infermiere, in fila davanti a una "sala dei massaggi", e Berlusconi che dall'interno diceva: "Avanti un'altra". Il Guardian concorda che l'atteggiamento del Vaticano "potrebbe essere cruciale per le possibilità di sopravvivenza politica di Berlusconi".

E il tabloid più popolare, il londinese Sun, dedica due pagine di fotografie al caso Berlusconi, con le foto di tutte le "consigliere speciali" del primo ministro, ciascuna titolare di un ironico ministero: Ruby è "la Lady della giarrettiera", Roberta Bonasia è la "ministra dell'ombelico", Nicole Minetti è "ministro per gli affari diplomatici" e così via. Un secondo articolo paragona Berlusconi a Caligola, ricordando che l'imperatore romano, inizialmente ammirato e molto popolare, finì per essere travoltoi da una vita a base di "perversioni sessuali e selvaggia lussuria, arrivando a nominare senatore il suo cavallo".

(22 gennaio 2011) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2011/01/22/news/stampa_estera-11530872/?ref=HREA-1
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« Risposta #16 inserito:: Ottobre 04, 2011, 04:52:12 pm »

La crisi

"Andiamo verso un'altra Grande depressione"

Ecco la ricetta di Soros per salvare l'Europa

Secondo il finanziere americano il Vecchio continente deve dotarsi di ministero del Tesoro unico e la Bce deve commissariare le banche.
Mentre Italia e Spagna devono essere messe in condizione di rifinanziarsi a basso costo

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI


LONDRA - Come evitare una seconda Grande Depressione, e salvare l'eurozona (Italia compresa, naturalmente). La cura per risolvere tutti questi problemi la suggerisce un "dottore" che se ne intende: George Soros, il grande imprenditore, finanziere e filantropo americano di origine ungherese, una delle voci più ascoltate dai mercati internazionali. In un editoriale pubblicato sul Financial Times, Soros lancia un'accusa e offre tre misure da intraprendere "subito": sono iniziative che equivalgono a una rivoluzione in Europa, e probabilmente non così facile da realizzare. Ma il presidente del Soros Fund Management raramente sbaglia previsioni e i suoi consigli come minimo meritano di essere considerati seriamente.

"I mercati finanziari stanno guidando il mondo verso un'altra Grande Depressione", comincia Soros: questa è la sua accusa. Seguita da una constatazione: "Le autorità, particolarmente in Europa, hanno perso il controllo della situazione". Ed ecco cosa è necessario fare: "Devono riprendere il controllo e hanno bisogno di farlo ora, subito". Perché ciò sia possibile, afferma Soros, "è necessario fare tre passi coraggiosi". Primo: i governo dell'eurozona devono raggiungere un accordo di principio su un nuovo trattato per creare un ministero del Tesoro comune per i paesi dell'eurozona". Secondo: nel frattempo, le principali banche devono essere messe sotto la direzione della Banca centrale europea (Bce), in cambio di una temporanea garanzia e una permanente ricapitalizzazione. La Bce ordinerebbe alle banche di mantenere aperte le linee di credito e i prestiti, monitorando strettamente al tempo stesso i rischi a cui sono esposti i loro conti. Terzo: la Bce dovrebbe permettere a paesi come l'Italia e la Spagna di rifinanziarsi temporaneamente entro determinati limiti a un costo molto basso. "Cio calmerebbe i mercati", osserva l'imprenditore, "e darebbe all'Europa il tempo per sviluppare una strategia di crescita, senza la quale il problema del debito non può essere risolto".

Soros ammette che sarebbe necessario molto tempo per concludere un nuovo trattato per i paesi dell'eurozona, al fine di creare un super-ministero del Tesoro europeo, nel periodo ad interim "i paesi membri dovrebbero affidarsi alla Bce per riempire il vuoto". Lo scopo immediato, sottolinea il finanziere, "è erigere barriere contro il contagio di un possibile default greco". Sia le banche che i titoli "di paesi come Italia e Spagna hanno bisogno di essere protetti". Per diminuire "la pressione sui titoli di stato di paesi come l'Italia", precisa, "la Bce dovrebbe abbassare il suo tasso di sconto". E per un periodo di emergenza Soros auspica un meccanismo che permetta "all'Italia e ad altri paesi" di rifinanziare il proprio debito di circa l'1 per cento l'anno.

Soros ritiene che tali misure consentirebbero il default della Grecia, "senza causare un terremoto globale". L'imprenditore afferma che "molte altre proppste vengono attualmente discusse" dietro le quinte, "a porte chiuse". E conclude riconoscendo che il suo piano, mirando a mettere le banche nazionali sotto il controllo della Banca centrale europea, sarebbe destinato a suscitare l'opposizione delle banche e delle autorità nazionali: "Soltanto la pressione pubblica può farlo approvare".
 

(01 ottobre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/economia/2011/10/01/news/andiamo_verso_un_altra_grande_depressione_ecco_la_ricetta_di_soros_per_salvare_l_europa-22510471/
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« Risposta #17 inserito:: Ottobre 06, 2011, 09:30:55 am »

5
ott
2011



Enrico FRANCESCHINI

“Bravo for Italy” scrive il columnist Timothy Egan sull’Herald Tribune, edizione internazionale del New York Times, lodando giudici e giurati del processo d’appello che ha assolto Amanda Knox  e Raffaele Sollecito per avere “fatto giustizia”, ossia per avere corretto gli errori plateali commessi nelle indagini che avevano condotto alla condanna dei due imputati in primo grado. E nel fare i complimenti al nostro paese per come si è conclusa la vicenda, il commentatore americano sottolinea che, se Amanda fosse stata processata negli Usa per un reato simile, avrebbe rischiato la pena di morte in una nazione dove certo non mancano gli errori giudiziari o le controversie procedurali: “Basta pensare al recente caso di Troy Davis, ucciso dallo stato della Georgia il mese scorso, nonostante la maggior parte dei testimoni avessero ritrattato le loro deposizioni”.

Brava Italia, dunque. Ma l’Italia andrebbe severamente bacchettata per il Guardian e il Times, autorevoli quotidiani inglesi, per “la lentezza del sistema giudiziario”, scrive il primo in un editoriale, notando non solo che Amanda e Raffaele, ora riconosciuti innocenti con formula piena (per “non avere commesso il fatto” – non per insufficienza di prove), sono stati in carcere quattro anni, ma pure che il procedimento di appello si è trascinato “per undici mesi con solo venti udienze”; mentre il Times definisce l’intera vicenda giudiziaria “una farsa”, perchè “quando un livello di giudizio contraddice così completamente il precedente, qualcosa è gravemente sbagliato”, per cui titola il suo editoriale “Giustizia negata”.

Non brava Italia, allora. L’unanime parere dei media stranieri, davanti al delitto di Perugia, è che il sistema giudiziario italiano andrebbe riformato.  Senonchè, osserva il Guardian, “gli attacchi gridati di Silvio Berlusconi alla magistratura, quando parla di un sistema malato, potrebbero non essere senza fondamento, ma lui è l’ultima persona per porvi rimedio e quando manda avanti delle riforme ne è il primo beneficiario”. Per cui se c’è una lezione da trarre dal questa brutta storia senza una chiara soluzione è che l’Italia dovrebbe nell’ordine: cambiare primo ministro; cambiare sistema giudiziario.

da - http://franceschini.blogautore.repubblica.it/2011/10/05/amanda-e-berlusconi/?ref=HREC1-1
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« Risposta #18 inserito:: Ottobre 28, 2011, 05:31:27 pm »

IL CASO

"La caduta dell'Italia" - Il Times su Berlusconi

“L’Italia farebbe bene a disfarsi di lui”, scrive il giornale inglese. "La sua incapacità di governare la terza maggiore economia d’Europa ha distrutto la sua credibilità politica e ora pone una minaccia esistenziale a tutti i partner dell’Italia nell’eurozona”


dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

  "La caduta dell'Italia" Il Times su Berlusconi La vignetta del Times su Berlusconi
LONDRA – “La caduta dell’Italia”. Si intitola così, senza mezzi termini, l’editoriale che apre la pagina dei commenti di oggi del Times di Londra. E così come il Financial Times qualche giorno or sono, ora anche un altro tra i più autorevoli quotidiani britannici e d’Europa descrive una situazione sempre più allarmante per il nostro paese, con conseguenze pericolose per tutta l’eurozona, suggerendo una soluzione urgente: le dimissioni immediate di Silvio Berlusconi.

   “L’Italia farebbe bene a disfarsi di Berlusconi”, comincia l’editoriale non firmato, dunque espressione della direzione del giornale. “Non sono semplicemente delle sue avventure sessuali, dell’ombra della corruzione e della volgarità dei suoi commenti machisti, ad avere fatto perdere la pazienza ai suoi compatrioti. E’ la sua totale incapacità, dopo un totale di otto anni al potere, di riformare il corpo politico e mantenere le promesse. La sua incapacità di governare la terza maggiore economia d’Europa ha distrutto la sua credibilità politica e ora pone una minaccia esistenziale a tutti i partner dell’Italia nell’eurozona”.

   Il Times ricorda i sorrisini di scherno scambiati tra la Merkel e Sarkozy al summit della Ue a proposito dell’impegno di Berlusconi per rimettere in ordine il suo paese: “Quegli sguardi dicono tutto. L’Europa non ne può più di questo pagliaccesco
primo ministro, la cui irresponsabilità e codardia politica hanno aggravato l’attuale crisi”. l’Italia, prosegue l’articolo, è oggi di conseguenza “sull’orlo del disastro finanziario, e se l’Italia non può essere salvata, non ci sarà salvezza nemmeno per l’euro”.

   L’editoriale afferma che, senza l’accordo dell’ultimo minuto con Bossi, Berlusconi si sarebbe dovuto dimettere, il presidente Napolitano avrebbe potuto assegnare un incarico a un governo tecnico ad interim in grado di apparovare le urgenti misure necessarie all’Italia e all’Europa. Ma il compromesso tra Berlusconi e Bossi è la “soluzione peggiore”, continua il Times, perché la Banca Centrale Europea, senza un calendario di riforme di austerità, non potrà acquistare i titoli di stato italiani nella quantità necessaria a evitare una bancarotta a causa del debito. E gli italiani perderanno tempo con una elezione anticipata senza avere prima risolto i problemi più gravi.

   “Tutto viene rinviato da un primo ministro spaventato dalla reazione degli elettori”, conclude il Times. “Due mesi fa questo giornaler avvertì che l’irresponsabilità di Berlusconi stava trasformando un problema locale in un disastro d’emergenza. Quel disastro ha ora avvolto l’Italia e i suoi vicini. Il miglior servizio che il primo ministro italiano potrebbe rendere adesso al proprio paese è dimettersi immediatamente”.
 

(27 ottobre 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2011/10/27/news/la_caduta_dell_italia_il_times_su_berlusconi-23961782/?ref=HRER1-1
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« Risposta #19 inserito:: Dicembre 06, 2011, 05:22:02 pm »

L'editoriale

Ft: Monti promosso con riserva "Ora misure per aprire i mercati"

Il quotidiano finanziario londinese saluta con favore la manovra dei tecnocrati e sostiene che "i giorni indulgenti del 'Forza Italia' di Berlusconi sono finiti per sempre". Ma a un ex commissario europeo per la Concorrenza sottolinea, è lecito chiedere di essere "più ardito"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA – C’era una volta “Forza Italia”, il partito di Silvio Berlusconi. Ora ce n’è un altro: “Salvare l’Italia”, non un partito, bensì un progetto, presentato in parlamento dal nuovo primo ministro Mario Monti. Così un editoriale del Financial Times riassume le iniziative introdotte in questi giorni dal governo “dei tecnocrati” nel nostro paese, definendo il pacchetto di misure di austerità “un primo passo a cui dare il benvenuto”, sulla “lunga strada per ridare credibilità fiscale all’Italia”.
L’articolo non firmato, dunque espressione dell’opinione della direzione del più autorevole quotidiano finanziario europeo, comincia col notare che il neo-premier ha scelto appunto “Save Italy” come nome per la sua manovra d’emergenza.

“I giorni indulgenti del ‘Forza Italia’ di Berlusconi sono finiti per sempre”, afferma il Ft, “ora il paese è entrato nell’era del Salva Italia”.
L’editoriale nota che Monti ha dato la precedenza ad aumenti delle imposte rispetto ai tagli alla spesa pubblica, e pur essendoci buone ragioni per ridurre le dimensione dell’enorme settore pubblico italiano, “l’incremento delle tasse ha il vantaggio di essere più credibile e immediato agli occhi dei mercati” finanziari, che infatti hanno reagito subito e bene alle misure annunciate dal governo italiano. Il primo ministro, prosegue il giornale della City, “ha anche fatto bene a scegliere un aumento delle tasse sulla proprietà”, perché in un paese dall’evasione fiscale rampante un aumento delle tasse sul reddito sarebbe stato visto come ingiusto, pesando maggiormente su coloro che le tasse le pagano.

Nell’ambito della spesa pubblica, continua l’articolo, la riforma delle pensioni introdotta dal nuovo ministro Elsa Fornero “merita elogi”, perché colpisce le regole che permettono di andare in pensione troppo presto ed era dunque “la cosa giusta da fare”. Le riforme portate avanti dal ministro Fornero, “una esperta di pensioni”, dimostrano che l’Italia ha “molto da guadagnare dall’avere un governo di donne competenti piuttosto che di ex-pin up” (ex-ballerine da avanspettacolo, più o meno).

Tuttavia, continua il Financial Times, l’austerità di per sé non è sufficiente. La sfida per Monti è far ripartire la crescita economica. Il suo pacchetto di misure include alcuni passi per “aprire a maggiore competizione alcune professioni”, ma il premier, che come ex-commissario europeo alla concorrenza si intende di queste cose, “deve essere più ardito”. Altrettanto importante è una riforma del mercato del lavoro, afferma l’editoriale, che al momento “favorisce gli insider”. E importante è l’equità sociale, per cui il governo dovrà “colpire l’evasione fiscale” e i “previlegi” della classe politica devono finire. “Se Monti può salvare l’Italia dipende in ultima istanza dalla possibilità che l’Europa riesca a salvarsi”, conclude l’articolo. “Questo suo primo budget dimostra che Roma sta facendo la sua parte. I leader europei, da tempo critici dell’Italia, dovrebbero prenderne nota”.

(06 dicembre 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/economia/2011/12/06/news/ft_monti_promosso_con_riserva_ora_misure_per_la_concorrenza-26173750/?ref=HREA-1
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« Risposta #20 inserito:: Marzo 26, 2012, 06:41:55 pm »

Regno Unito

Tories, consensi in calo Non piace "la tassa sui nonni"

Se si votasse ora, l’opposizione laburista vincerebbe 41 a 36 per cento sui conservatori.

L’opinione pubblica sembra così allinearsi con il verdetto espresso dalla maggior parte della stampa del Regno Unito, quella di destra come quella di sinistra, che ha aspramente criticato la nuova manovra finanziaria.

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI


LONDRA – Se il budget presentato questa settimana in parlamento dal ministro delle Finanze britannico George Osborne è “più politico che economico”, come sostengono vari commentatori, la politica per ora lo ha bocciato. Un sondaggio pubblicato oggi dal quotidiano Daily Telegraph  indica che, se si votasse ora, l’opposizione laburista vincerebbe 41 a 36 per cento sui conservatori. L’opinione pubblica sembra così allinearsi con il verdetto espresso dalla maggior parte della stampa del Regno Unito, quella di destra come quella di sinistra, che ha aspramente criticato la nuova manovra finanziaria. “Toglie ai poveri per dare ai ricchi” è il giudizio più frequente, motivato principalmente dal fatto che la coalizione di governo formata dai Tories e dai liberaldemocratici ha ridotto l’aliquota fiscale più alta dal 50 al 45 per cento, tagliato le tasse alle corporation dal 26 al 24 per cento (e scenderanno al 22 l’anno prossimo), mentre ha abolito i benefici fiscali per 4 milioni di pensionati, che pagheranno imposte più alte. La “tassa sui nonni” , come l’hanno ribattezzata i tabloid popolari”, rischia di diventare uno slogan che inseguirà il primo ministro David Cameron fino alle prossime elezioni, anticipate o meno che siano.

Qualche giornale fa anche i conti in tasca ai membri dell’esecutivo, calcolando che la riduzione dell’aliquota per i redditi più alti (al di sopra delle 150 mila sterline lorde,
circa 180 mila euro) farebbe risparmiare a Cameron 3-4 mila sterline di tasse all’anno: il suo salario è di 142 mila sterline annue, cui si aggiungono 70 mila sterline l’anno ricavate dall’affitto dell’appartamento in cui viveva prima di trasferirsi a Downing street. Un risparmio analogo sarebbe possibile per il ministro delle Finanze Osborne (132 mila sterline di salario), quando l’anno prossima affitterà la sua casa da 2 milioni di sterline a Notting Hill, uno dei quartieri più alla moda di Londra (anche lui ha diritto a una reisdenza di stato, all’11 di Downing street, la porta accanto alla casa&bottega di Cameron al numero 10). E il risparmio sarà ancora più grande, circa 10 mila sterline di tasse in meno all’anno, per il sindaco conservatore di Londra, Boris Johnson.

Ma non tutti accusano Osborne di avere combinato un disastro politico per il governo e per il suo partito, se non anche per l’economia nazionale. L’Economist per esempio loda il budget del ministro delle Finanze. L’autorevole settimanale afferma in un editoriale che la manovra, riducendo l’aliquota più alta e le tasse per le corporation, invia un potente segnale alla comunità internazionale degli affari e degli investimenti: “Londra è il posto giusto per fare business”. L’aliquota fu aumentata dal 40 al 50 per cento dal governo laburista di Gordon Brown nel 2010, per far pagare il prezzo più alto della crisi alle classi più abbienti e anche per rispondere alla crescente ostilità verso speculatori e banchieri da parte dell’elettorato, che li percepiva come i responsabili, almeno in parte, della recessione, per una cultura del rischio del bonus a tutti i costi senza un sufficiente senso di responsabilità sociale. L’Economist osserva che da un lato l’aumento ha portato molti meno soldi del previsto nelle casse dello stato, dall’altro ha sospinto il business ad andarsene da Londra, verso luoghi fiscalmente più favorevoli.  “La Gran Bretagna non è la Germania”, scrive il settimanale, “il nostro punto forte non è l’industria manifatturiera bensì sono i servizi finanziari. Recentemente il governo aveva datol’impressione che il capitalismo fosse una parolaccia e la City una fonte d’imbarazzo. Il budget contribuisce a cambiare tale impressione. E’ solo un simbolo, ma in economia i simboli sono importanti”.

Sul fatto che l’impatto delle varie misure del budget siano più politiche e simboliche che portatrici di radicali mutamenti concordano anche altri osservatori. La riduzione dell’aliquota più alta è compensata da un aumento delle imposte sulla compravendita di case di lusso, ad esempio. E il taglio dei benefici fiscali ai pensionati dovrebbe risultare in un aumento medio delle tasse di circa 80 sterline all’anno a famiglia. Lo studio di un istituto indipendente di aalisi fiscale conclude che nessuno è al momento in grado di dire quale sarà l’effetto concreto di simili provvedimenti. L’idea che mantenere l’aliquota fiscale più alta al 50 per cento colpisse veramente i grandi capitali, ironizza un columnist del Financial Times, è illusoria: al massimo colpiva chi ha un alto salario, come un ministro o un top manar, ma non certo imprenditori e investitori. “Chi la pensa diversamente dovrebbe parlare con i loro commercialisti”, suggerisce Samuel Brittani sul quotidiano della City, lasciando intendere che i veri ricchi conoscono sempre le scappatoie per pagare legalmente meno tasse.

(23 marzo 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/economia/2012/03/23/news/tories_consensi_in_calo_non_piace_la_tassa_sui_nonni-32081924/
   
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« Risposta #21 inserito:: Giugno 21, 2012, 06:38:09 pm »

La crisi

Tony Blair si candida a guidare l'Ue "Servono riforme e crescita economica"

L'ex leader dei Labour aspetta una chiamata da Bruxelles: "L'unico modo in cui possiamo trovare una soluzione sarebbe avere una combinazione delle due cose, con politiche che promuovano lo sviluppo e governi che varino riforme strutturali"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - Tony Blair, che non esclude di ricandidarsi in futuro al posto di presidente dell'Unione europea, offre sostegno alla Grecia e all'euro, ma dà ragione anche alla Germania, intervenendo nel dibattito sulla crisi del debito in Europa. L'ex-premier britannico, intervistato dalla Bbc, afferma che l'unica soluzione a lungo termine per risolvere la crisi europea è che Berlino appoggi risolutamente la moneta europea, facendo tutto quanto è necessario per proteggere l'Eurozona, e dunque di conseguenza per aiutare anche la Grecia a restarne parte. Ma Blair aggiunge che a suo parere i tedeschi sarebbero pronti a un'azione del genere solo se i governi europei approvassero le radicali riforme di cui l'Europa ha bisogno per rinnovarsi e per adeguarsi a un mondo sempre più globalizzato.

"La vera difficoltà che abbiamo oggi in Europa è che da un lato viene offerta una scelta tra rigida austerità con grandi riforme strutturali e dall'altro programmi di crescita economica ma senza riforme", afferma l'ex-leader del Labour. "Ma l'unico modo in cui possiamo trovare una soluzione sarebbe avere una combinazione delle due cose, con politiche che promuovano la crescita economica e al tempo stesso con governi che varino le profonde riforme strutturali. Questo è il dilemma. Non devono esserci dubbi sull'impegno della Germania a sostegno dell'Eurozona, perché senza tale impegno l'euro non può sopravvivere. Ma è completamente irragionevole chiedere ai tedeschi di fare questo, senza che in cambio vengano le riforme che la Germania vorrebbe e che in ogni caso servirebbero all'Europa".

Nell'intervista, Blair parla anche dell'ipotesi di un suo ritorno in politica in ambito europeo. Nel 2009, quando fu creato l'incarico di presidente dell'Unione europea, per qualche tempo sembrò che l'ex-premier britannico fosse il favorito. Ma poi il suo successore laburista Gordon Brown gli tolse il suo appoggio, citando resistenze vere o presunte di altri paesi europei, e la presidenza è andata a un politico meno carismatico e meno conosciuto di Blair, l'ex-primo ministro belga Herman van Rompuy, che non si è finora particolarmente distinto nell'incarico. Blair sarebbe pronto a ricandidarsi in futuro? "Penso che sia una questione molto, molto lontana", risponde l'unico leader laburista eletto per tre volte consecutive primo ministro. "Quando si parlò della presidenza europea (nel 2009, ndr.), avrei accettato l'incarico se mi fosse stato offerto, ma non ho considerato un ritorno alla politica europea, al momento". Ed è su questo "al momento" che si soffermano i media inglesi, titolando, come fa il Telegraph: "Voglio governare l'Europa  -  dice Tony Blair  -  ma non ora".

Di certo c'è che Blair voleva fare adottare l'euro alla Gran Bretagna e rimane un europeista convinto. E i suoi suggerimenti su cosa fare per risolvere la crisi attuale indicano che segue la questione con passione e che saprebbe che iniziative prendere per salvare l'euro, se ci fosse lui al posto di van Rompuy.
 

(18 giugno 2012) © Riproduzione riservata

  da - http://www.repubblica.it/economia/2012/06/18/news/blair_ue-37445119/

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« Risposta #22 inserito:: Novembre 19, 2012, 09:10:47 pm »

L'INIZIATIVA

Clinton: "Una nuova terza via per superare la grande crisi"

L'ex presidente Usa e Tony Blair schierati in campo per una risposta politico-economica alle difficoltà della sinistra europea di andare al potere. E offrono una ricetta che richiama il movimento degli anni '90 che portò la sinistra al governo in Gran Bretagna e Germania

dal corrispondente ENRICO FRANCESCHINI


LONDRA - Bill Clinton e Tony Blair tornano in campo, mettendo a disposizione la loro esperienza per aiutare una nuova generazione di leader a lanciare una nuova "Terza Via", come fu chiamata la svolta riformatrice che portò al potere le forze progressiste negli Stati Uniti e nella maggior parte d'Europa negli anni '90.

L'ex presidente americano e l'ex premier britannico hanno partecipato ieri e oggi a un convegno organizzato a Londra da Policy Network, la fondazione di studi politici fondata da Peter Mandelson, a lungo consigliere e ministro laburista negli anni del blairismo. Titolo dell'evento: "Dopo la rielezione di Obama, il futuro delle forze di centro-sinistra". Vi hanno preso parte rappresentanti di quasi tutti i partiti progressisti europei, tra cui l'onorevole Sandro Gozi del Partito Democratico italiano.

"E' tempo di costruire una nuova Terza Via", ha detto Clinton in un lungo dibattito con gli altri partecipanti. L'ex-capo della Casa Bianca e Blair (che ha limitato a un messaggio scritto la sua partecipazione a causa delle gravi condizioni di salute di suoi padre, che è spirato nel pomeriggio di oggi) si sono impegnati a mettere a disposizione dei partiti del centro-sinistra la loro esperienza al fine di creare una "nuova cultura di sinistra" sulle due sponde dell'Atlantico, capace di affrontare le nuove sfide del ventunesimo secolo e di riportare i progressisti al potere in Europa così come Barack Obama ha appena fatto negli Usa.

La Terza Via, un programma
elaborato dal sociologo Anthony Giddens e poi adottato con successo da Blair a Londra, da Gerard Schroeder in Germania e dai leader dei governi di centro-sinistra della maggioranza dei paesi dell'Unione Europea negli anni '90, rappresentò una svolta riformatrice, capace di coniugare la difesa del welfare e la promozione di opportunità per tutti in un diverso panorama sociale e demografico.

In cosa consisterebbe una "nuova" Terza Via? "Nel riconoscere che la situazione è cambiata rispetto agli anni '90", risponde l'onorevole Gozi al termine del convegno. "Oggi le priorità sono la lotta a un crescente gap ricchi-poveri, la risposta ai dolori della classe media, l'esigenza di dare maggiore regolamentazione ai mercati finanziari, l'efficienza energetica e una politica di investimenti e sviluppo. Sia Clinton che gli altri interventi hanno ribadito come non sia possibile rispondere alla crisi economica di questi anni soltanto con l'austerità, servono anche misure per dare speranza, serve una politica di micro crediti e prestiti per le piccole imprese, per uscire dal pensiero unico tedesco predicato dalla Germania della Merkel".

Oltre a un sostegno teorico, l'ex-presidente americano ha riferito ai suoi interlocutori europei l'importanza di costruire una politica del consenso in grado di riavvicinare la gente ai partiti con l'aiuto di nuove tecnologie e nuove tecniche, come quelle usate abilmente dal partito democratico nelle presidenziali Usa. L'uso dei social network, la politica del porta a porta, il targeting di precise categorie sociali, come le donne, i giovani, le minoranze, sono state tra le chiavi della vittoria di Obama, ha spiegato Clinton.

"Una lezione che anche noi in Italia dobbiamo studiare e apprendere", osserva l'onorevole Gozi, "individuando innanzi tutto chi sono gli elettori che vogliamo conquistare per poter vincere le prossime elezioni". Commenta Matt Browne, un ex-consigliere di Blair che oggi lavora con John Podestà, l'ex-capo di gabinetto di Clinton, in una fondazione di studi politici negli Stati Uniti: "L'approccio pragmatico che ci portò a vincere negli anni '90 può portare i progressisti di nuovo al potere in Europa con un messaggio aggiornato ai problemi del nostro tempo".

(16 novembre 2012) © Riproduzione riservata
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« Risposta #23 inserito:: Dicembre 10, 2012, 07:39:35 pm »

Monti, stampa estera dura e ironica "Con Berlusconi è tornato il Colosseo"

di ENRICO FRANCESCHINI


LONDRA - Riassume tutto una vignetta, nella pagina degli editoriali del Financial Times: da un lato Mario Monti con statistiche e calcolatore in mano, dall'altro Silvio Berlusconi che esce dal Colosseo a pollice verso, insieme a teste di donna e tentacoli di piovra. La stampa internazionale sembra avere un collettivo senso di deja vu: l'ennesimo ritorno in campo del "magnate" di Mediaset sembra ai commentatori e corrispondenti stranieri una storia di cui si conosce e si è visto già tutto. Ma la novità è che nel campo ci sono un paio di facce nuove, come il tecnocrate Monti e il riformista moderato Bersani, che già qualcuno (il settimanale Economist) immagina spartirsi Palazzo Chigi e il Quirinale dopo le elezioni.

Sul quotidiano della City, un editoriale di Bill Emmott, ex-direttore dell'Economist (fu lui a fare la famosa copertina su Berlusconi "inadatto a governare l'Italia"), invita gli investitori esteri "a imparare a vivere senza Monti", ipotizzando che a prenderne il posto sarà il vincitore delle primarie del Pd, Pier Luigi Bersani, una cui "vittoria netta è un requisito necessario per fare le riforme". Sempre sul Financial Times, un commento non firmato dal titolo "Lo sgarbato ritorno di Silvio", espressione della direzione del giornale finanziario, osserva che "se Berlusconi avesse un po' di pudore, smetterebbe di giocare con il presente del proprio Paese per proteggere il proprio futuro politico, ma sfortunatamente non è tipo da rimorsi". Il Guardian ironizza che il Cavaliere, "caduto in disgrazia e con tre controversi mandati alle spalle, sembrava politicamente finito, ma dice di essere tornato per senso di responsabilità verso l'Italia".  E il conservatore Telegraph parla di un "dramma" di cui il Pdl porta la responsabilità.

Toni analoghi in Germania, dove la Frankfurter Allgemenie titola che "Berlusconi vuole salvare l'Italia dal baratro" ma poi spiega che "le sue parole non sono più credibili per la maggior parte degli italiani". Il quotidiano Suddeutsche Zeitung, in un commento intitolato "Lo spirito maligno d'Italia", definisce la decisione dell'ex-premier di ricandidarsi "totalmente irresponsabile". Il giornale finanziario Handelsblatt taglia corto: "Berlusconi e i suoi segano la sedia di Monti". Per lo spagnolo El Pais, il leader del Pdl "è disposto a morire uccidendo" e si ricandida perché si sente "minacciato dalle riforme del governo Monti, che potrebbero lasciarlo alla mercè dei giudici", alludendo alla riforma della giustizia. In Francia, Le Figaro scrive che il partito di Berlusconi "minaccia la stabilità italiana", e Le Point osserva che il Cavaliere, "ieri pestifero", torna perché "senza di lui la destra sembra persa". In America il New York Times predice "di nuovo un futuro turbolento" per il nostro paese, ma il Wall Street Journal, quotidiano finanziario soprannominato la bibbia del capitalismo, stima "difficile che Berlusconi possa vincere questa nuova sfida". E allora chi la vincerà? In un editoriale intitolato "Life after Mario?" (Vita dopo Mario?), l'Economist elogia il professore bocconiano e si augura che possa ancora estendere la sua influenza sull'Italia: se non da Palazzo Chigi, dal Quirinale dopo Napolitano. "E se un governo Bersani fosse sospinto verso le riforme dal Quirinale, il mondo non dovrebbe preoccuparsi troppo" per l'Italia, conclude il settimanale.

(09 dicembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/12/09/news/berlusconi_monti_stampa_estera-48416463/?ref=HREA-1
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« Risposta #24 inserito:: Gennaio 24, 2013, 05:18:58 pm »

La struttura segreta del Vaticano

Immobili a Londra con i soldi di Mussolini

Una società off-shore custodisce un patrimonio da circa 650 milioni di euro. Per conto della Santa Sede, che ha raggranellato prestigiosi locali ed edifici nella capitale britannica. Grazie ai soldi che Mussolini diede al papato con i Patti Lateranensi

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - A chi appartiene il locale che ospita la gioielleria Bulgari a Bond street, più esclusiva via dello shopping nella capitale britannica? E di chi è l'edificio in cui ha sede la Altium Capital, una delle più ricche banche di investimenti di Londra, all'angolo super chic tra St. James Square e Pall Mall, la strada dei club per gentiluomini? La risposta alle due domande è la stessa: il proprietario è il Vaticano. Ma nessuno lo sa, perché i due investimenti fanno parte di un segretissimo impero immobiliare costruito nel corso del tempo dalla Santa Sede, attualmente nascosto dietro un'anonima società off-shore che rifiuta di identificare il vero possessore di un portfolio da 500 milioni di sterline, circa 650 milioni di euro. E come è nata questa attività commerciale dello Stato della Chiesa? Con i soldi che Benito Mussolini diede in contanti al papato, in cambio del riconoscimento del suo regime fascista, nel 1929, con i Patti Lateranensi.

A rivelare questo storia è il Guardian, con uno scoop che oggi occupa l'intera terza pagina. Il quotidiano londinese ha messo tre reporter sulle tracce di questo tesoro immobiliare del Vaticano ed è rimasto sorpreso, nel corso della sua inchiesta, dallo sforzo fatto dalla Santa Sede per mantenere l'assoluta segretezza sui suoi legami con la British Grolux Investment Ltd, la società formalmente titolare di tale cospicuo investimento internazionale. Due autorevoli banchieri inglesi, entrambi cattolici, John Varley e Robin Herbert, hanno rifiutato di divulgare alcunché e di rispondere alle domande del giornale in merito al vero intestatario della società.

Ma il Guardian è riuscito a scoprirlo lo stesso attraverso ricerche negli archivi di Stato, da cui è emerso non solo il legame con il Vaticano ma anche una storia più torbida che affonda nel passato. Il controllo della società inglese è di un'altra società, chiamata Profima, con sede presso la banca JP Morgan a New York e formata in Svizzera. I documenti d'archivio rivelano che la Profima appartiene al Vaticano sin dalla seconda guerra mondiale, quando i servizi segreti britannici la accusarono di "attività contrarie agli interessi degli Alleati". In particolare le accuse erano rivolte al finanziere del papa, Bernardino Nogara, l'uomo che aveva preso il controllo di un capitale di 65 milioni di euro (al valore attuale) ottenuto dalla Santa Sede in contanti, da parte di Mussolini, come contraccambio per il riconoscimento dello stato fascista, fin dai primi anni Trenta. Il Guardian ha chiesto commenti sulle sue rivelazioni all'ufficio del Nunzio Apostolico a Londra, ma ha ottenuto soltanto un "no comment" da un portavoce.

(22 gennaio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/economia/2013/01/22/news/vaticano_impero_immobiliare_segreto_a_londra-51046741/
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« Risposta #25 inserito:: Giugno 04, 2014, 12:14:04 pm »

Irlanda, la fossa comune dei bimbi perduti
Scoperto un serbatoio di cemento con ottocento corpi in un monastero di suore nel nord dell'isola.
Figli "illegittimi", uccisi da malattie e malnutrizione.
Una storica locale: "Le loro ossa sono ancora lì".
Solo tra il 1943 e il 1946 sono stati registrati 300 decessi

Dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
04 giugno 2014
   
LONDRA - A forza di scavare, dall'Irlanda del cattolicesimo integralista affiorano orrori nuovi e più grandi. Stavolta scavare non è una metafora: l'ultimo segreto dell'Irlanda cattolica viene fuori da una fossa che potrebbe contenere fino a 800 corpi di bambini. L'hanno localizzata vicino a dove sorgeva un centro gestito da un gruppo di suore, a Tuam, nella parte nord occidentale dell'Isola di Smeraldo. Ma la brillantezza dei sui prati bagnati dalla pioggia è ora oscurata da queste altre tenebre che emergono dal passato.

La chiamavano semplicemente "The House", la Casa. Era un istituto religioso in cui, tra il 1925 e il 1961, venivano ospitate le madri non sposate e i loro figli, considerati dunque illegittimi. Doveva essere un luogo di accoglienza e ristoro, in teoria, nella pratica era un luogo di soprusi e sofferenze, non dissimile dalle "lavanderie" delle Sorelle di Maddalena, l'ordine religioso al centro dello scandalo e dell'inchiesta che ha scosso l'isola, portando soltanto ora a fare giustizia e a indennizzare, perlomeno dal punto di vista monetario, le vittime che ci sono passate dentro. Ma i morti non si possono indennizzare.

Secondo il quotidiano britannico Daily Mail, che ha pubblicato ieri le indiscrezioni sulla scoperta della fossa comune, molti dei piccoli che vi vennero sepolti sarebbero morti per malattia e malnutrizione, nel più totale abbandono. I loro corpicini furono gettati all'interno di un serbatoio di cemento, senza nemmeno avere una bara e una lapide, e poi nascosti sotto terra. Poi un giorno la "Casa" è stata chiusa, è rimasta lì per un pezzo a sfracellarsi da sola, e alla fine l'hanno demolita. Da allora sono trascorsi decenni, ma solo ora si sta facendo finalmente luce su questa orrenda storia.

Di voci ne erano sempre girate, su quel luogo misterioso e maledetto, c'era chi diceva che sprigionasse odori velenosi e chi sosteneva perfino di sentire voci: ma era soltanto il vento. Adesso intorno alla fossa potrebbero presto arrivare le scavatrici del governo, per iniziare a riportare in superficie i resti dei corpi e le prove del misfatto. È cominciato tutto quando i familiari di una delle piccole vittime che sarebbero state sepolte nella fossa comune hanno denunciato la scomparsa del bambino: come se fosse una "missing person", svanita nel nulla.

Ora le autorità di Dublino potrebbero finalmente aprire un'inchiesta sulla vicenda, e la chiesa cattolica discute la costruzione di un monumento per ricordare i bimbi sepolti. Si calcola che migliaia di donne coi loro figli siano passate da lì. Era il loro unico modo per sopravvivere in una società che le detestava e le isolava, solo perché erano diventate madri al di fuori del matrimonio. Le suore non erano di certo comprensive. Le "ospiti" facevano i lavori più umili in una condizione di servitù, mentre i figli, come risulta anche da un'ispezione condotta durante gli anni Quaranta, erano malnutriti ed emaciati, soggetti a tutti i tipi di malattie. Molte donne riuscivano poi ad andarsene da quel luogo e a rifarsi una vita.

Ma per centinaia di bambini non è stato così. Circa 300 decessi vennero registrati soltanto fra il 1943 e il 1946, uno dei periodi più terribili per la Casa. "Le ossa sono ancora lì", afferma una storica locale, Catherine Corless, che ha scoperto i documenti sull'esistenza della fossa comune. Anche la gente del posto non risparmiava il suo odio per quelli che venivano chiamati con disprezzo "i bambini della Casa".
I piccoli venivano segregati perfino dai coetanei, additati come diversi, maltrattati nella totale indifferenza.
I sopravvissuti hanno continuato ad avere terribili incubi su quegli anni in cui vivevano in balia di una società crudele.

Ma ora l'ultimo orrore d'Irlanda è venuto alla luce.

© Riproduzione riservata 04 giugno 2014

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2014/06/04/news/irlanda_fossa_comune-87999303/?ref=HREC1-20
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« Risposta #26 inserito:: Luglio 03, 2014, 07:00:50 pm »

Ue, Cameron sconfitto rinfocola i sentimenti anti-europei
La nomina di Junker a guida della Commissione, candidato avversato dal premier britannico, scatena chi vuole la Gran Bretagna fuori dall'Europa.
La stampa: "Eventualità ora più vicina". Farage: "La sua una strategia fallimentare"

Dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA  -  "L'uscita della Gran Bretagna dalla Ue si avvicina". E' il titolo e il giudizio ricorrente della stampa di Londra, all'indomani della nomina di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione Europea. L'approvazione della decisione per 26 voti a 2 da parte dei leader dei paesi membri dell'Unione, dunque la sconfitta della ostinata opposizione di David Cameron, che ha ottenuto il sostegno soltanto del premier ungherese Orban, viene bollata come "un'umiliazione" dal Daily Mail, "il segno che all'Europa non interessa quello che pensa il Regno Unito" dal Times, e un segnale di "pericoloso isolamento" dal Financial Times. Tutti i commentatori britannici concordano che il primo ministro ha fallito e che la prospettiva di un divorzio del loro paese dalla Ue, nel referendum che Cameron vuole tenere nel 2017, è diventato più probabile alla luce dei risultati del summit.

"Siamo in guerra", sottinteso con la Ue, ha ammesso del resto lo stesso premier conservatore nella sua conferenza stampa a conclusione del vertice, definendone l'esito come "un triste giorno per l'Europa". Cameron ha difeso la sua scelta sostenendo che era importante manifestare dissenso su un candidato come Juncker, considerato un ostacolo a un'Unione più snella, meno burocratica e da riformare profondamente. "I miei colleghi non hanno voluto dare ascolto al voto di protesta emerso dalla recenti europee", ha aggiunto. E' evidente, osserva la stampa inglese, che vi ha voluto invece dare ascolto lui, cercando di recuperare almeno in parte i consensi persi a favore dei populisti dell'Ukip e per farlo ha dovuto perciò assumere una linea dura, intransigente, verso Bruxelles.

Ma Nigel Farage, il leader dell'Ukip, è il primo a criticarlo: "Se non è riuscito a convincere la Ue su Juncker, come può farci credere che riuscirà a ottenere le ben più vaste e importanti riforme che secondo lui sono la condizione necessaria per far restare la Gran Bretagna nella Ue? La sua strategia si è rivelata un completo fallimento". Dello stesso parere Ed Miliband, leader laburista: "Anche noi eravamo contrari a Juncker. Ma le soluzioni alternative si trovano cercando alleati e negoziando, mentre Cameron ha ottenuto soltanto di lasciare la Gran Bretagna isolata in Europa come non mai".

E così facendo, commenta la Bbc, il premier conservatore rischia di gettare benzina sul fuoco dei sentimenti anti-europei: sarà molto difficile per lui spegnerlo in seguito, quando si tratterà di votare sull'appartenenza all'Unione Europea nel referendum del 2017. Per questo i giornali inglesi scrivono che l'uscita della Gran Bretagna dalla Ue appare ora una possibilità più vicina. Naturalmente non è detto che accada. Anche perché Cameron deve essere rieletto tra meno di un anno per poter fare il referendum nel 2017: se le elezioni del 2015 le vincerà il Labour, il referendum invece non si farà, perché Miliband si è detto contrario, suscitando l'approvazione della City, della Confindustria, del Financial Times.

© Riproduzione riservata 28 giugno 2014

DA - http://www.repubblica.it/esteri/2014/06/28/news/gb_cameron_vertice_ue_europa-90212801/?ref=HREA-1
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« Risposta #27 inserito:: Gennaio 02, 2017, 06:40:44 pm »

Nuovi leaks imbarazzano Juncker: come premier del Lussemburgo si oppose alla lotta Ue sull'evasione fiscale
Documenti rivelati dal Guardian insieme al Cij e alla Ndr.
Ma non ci fu nessun atto illecito da parte del presidente della Commissione

Dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
01 gennaio 2017

LONDRA - Oggi si batte per chiudere le scappatoie fiscali che permettono alle aziende multinazionali di pagare meno o zero tasse, spostando la propria sede legale in qualche paese dell'Unione Europea. Ma Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, si è impegnato per anni in passato, nella posizione che allora occupava di primo ministro del Lussemburgo, per bloccare segretamente le riforme della Ue per combattere l'evasione fiscale legalizzata da parte delle grandi corporation.

Lo rivela una gigantesca soffiata di documenti riservati di un poco conosciuto comitato di Bruxelles, pubblicati dal Guardian insieme al Consortium of Investigative Journalists e alla stazione radio tedesca Ndr. Pur non facendo emergere atti illeciti da parte sua, la rivelazione è "altamente imbarazzante" per Juncker, scrive il quotidiano londinese, notando che l'attuale presidente della Commissione in quel periodo ricopriva, oltre all'incarico di premier, anche quello di ministro delle finanze lussemburghese, occupandosi a fondo delle questione relative alle imposte societarie.
 
I documenti, mai resi pubblici in precedenza, illustrano una serie di proposte prese in considerazione dal Comitato di Condotta sulla Tassazione delle Imprese, un organismo creato 19 anni fa dall'Unione Europea per impedire che i giganti del business possano usare uno Stato europeo contro l'altro al fine di trovare la sede più vantaggiosa dal punto di vista fiscale.

Almeno tre proposte valutate positivamente dal comitato (per sottoporre le norme sulla tassazione a una revisione esterna; per indagare sulle strategie usate dalle multinazionali per pagare meno tasse; per migliorare la coordinazione e lo scambio di informazioni in materia tra i paesi della Ue) vennero bocciate ogni volta con l'opposizione del Lussemburgo, in virtù del principio che richiedeva un voto unanime, e non a maggioranza, per ogni decisione.

Francia, Germania e Svezia proposero più volte di abolire tale principio, ma il Lussemburgo, con il sostegno della sola Olanda, ha sempre ottenuto che fosse confermato.
 
Nei suoi 18 anni alla guida del piccolo stato, con una popolazione di poco più di mezzo milione di persone, Juncker è riuscito a trasformarlo, e ne ha fatto uno dei paesi più ricchi del mondo attirando alcune fra le maggiori aziende del pianeta a portare il proprio quartier generale europeo in Lussemburgo, spesso grazie a imposte dell'1 per cento o meno.

Recentemente il nuovo governo lussemburghese sta dimostrando di voler collaborare con il resto della Ue per chiudere le scappatoie che permettono alle multinazionali di approfittare di una politica fiscale non uniforme all'interno della Ue.

Nel 2014 una precedente soffiata, denominata Luxleaks, aveva rivelato gli accordi segreti tra il governo lussemburghese e alcune grandi corporation e Juncker ha in seguito ammesso che lo scandalo ha danneggiato la sua reputazione. Ma non al punto da impedirgli di diventare presidente della Commissione Europea. Ora un suo portavoce, interpellato dal Guardian, afferma che non è suo compito commentare questioni riguardanti le posizioni prese in passato dal Lussemburgo in materia fiscale.

© Riproduzione riservata
01 gennaio 2017

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/01/news/nuovi_leaks_imbarazzano_juncker_evasione_fiscale-155247879/?ref=HREC1-6
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« Risposta #28 inserito:: Gennaio 18, 2017, 05:51:19 pm »

May sceglie 'hard Brexit': "Fuori da Ue e da mercato comune per una GB globale.
Voto finale del Parlamento “May sceglie 'hard Brexit': "Fuori da Ue e da mercato comune per una GB globale.
Il primo ministro inglese esclude qualunque parziale associazione con l'Europa e punta a un negoziato che punti a un rapporto "tra uguali, fra una Gran Bretagna Globale, indipendente e sovrana, e i nostri amici e alleati della Ue". E lancia una velata minaccia: "Se ci punirete abbasseremo imposte e attireremo investimenti"
   
Dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
17 gennaio 2017

LONDRA - Fuori dall'Unione Europea, fuori dal mercato comune, fuori da tutto. E' l'intenzione di Theresa May per il negoziato con la Ue che comincerà a fine marzo: una "hard Brexit", una Brexit dura, anzi durissima. "Non vogliamo nessuna parziale appartenenza alla Ue, nessuna associazione con la Ue, niente che ci lasci metà dentro, metà fuori", ha detto il primo ministro britannico nell'atteso discorso di oggi sui suoi obiettivi per la trattativa con Bruxelles.

"Non vogliamo adottare un modello già adottato da altri paesi", ha affermato: quindi niente modello Norvegia (fuori dalla Ue ma dentro il mercato comune), modello Svizzera (una forma di associazione al mercato comune) o modello Turchia (fuori dal mercato ma dentro l'unione tariffaria doganale). "Non vogliamo mantenere dei pezzi di Ue, nel momento in cui la lasciamo", ribadisce la premier una volta per tutte. Anche se poi, quasi all'ultimo lascia aperta la porta di un accordo sulle merci senza dogana, simile a quello turco. E il discorso contiene una notizia inattesa: l'impegno a sottoporre l'accordo finale con la Ue, prevedibilmente fra un paio d'anni, nella primavera 2019, al termine della trattativa, a un voto del parlamento britannico. Che, in teoria, potrebbe bocciare l'accordo e lasciare tutto com'è. Ma lei non è preoccupata: "Il parlamento ha votato per indire il referendum, ha votato per iniziare il negoziato sulla Brexit, sono certa che voterà anche per realizzare la volontà popolare di uscire dalla Ue".

Trump su Brexit: "Una gran cosa"
Ci sarà dunque la ricerca di un accordo con la Ue fatto su misura per il Regno Unito, la cui aspirazione è quella di creare una "Global Britain", una Gran Bretagna globale, "il migliore amico dei nostri partner europei, ma che cerca amici, rapporti e alleati oltre i confini dell'Europa, nel mondo". Questo, secondo Theresa May, è il mandato conferitole dal referendum del giugno scorso, in cui il popolo britannico ha votato "per il cambiamento, per uscire dall'Unione Europea e per abbracciare il mondo". E ha così votato, aggiunge la premier, "con gli occhi aperti, consapevole che la strada da fare sarà talvolta incerta, ma convinto che conduca a un brillante futuro per i nostri figli e i nostri nipoti". Compito del governo, osserva May, "è realizzare questa volontà e questo significa qualcosa di più che semplicemente negoziare una nuova relazione con la Ue, significa chiederci che tipo di paese vogliamo essere".

Merkel replica al presidente eletto Usa: "Noi europei padroni del nostro destino"
La sua risposta è priva di dubbi: "Un Regno Unito sicuro, prospero, tollerante, un magnete per i talenti internazionali e una casa per innovatori e pionieri". Il fatto che il voto per la Brexit abbia prevalso 52-48 per cento, riflettendo di fatto un paese diviso a metà, non pare avere troppo rilievo per la donna che ha preso il posto di David Cameron e considera Margaret Thatcher la sua eroina. La premier non vede le divisioni: "Il paese si sta unendo", sostiene. Di diverso avviso l'opposizione, i liberaldemocratici già protestano che il referendum non conteneva alcuna domanda sull'uscita dal mercato comune. "Il nostro voto per uscire dall'Unione Europea non è un rifiuto dei valori che condividiamo con l'Europa", prosegue May. "La decisione di andarcene dall'Europa non rappresenta un desiderio di essere più distanti da voi, che siete i nostri amici e i nostri vicini. Continueremo a essere partner affidabili alleati disponibili e buoni amici. Vogliamo comprare le vostre merci e che voi compriate le nostre, commerciando con voi nel modo più libero possibile". Ma perseguendo "una nuova partnership tra uguali, fra una Gran Bretagna Globale, indipendente e sovrana, e i nostri amici e alleati della Ue".
 
Nel discorso di stamane il primo ministro ha elencato 12 priorità per il negoziato con Bruxelles con cui realizzare "una nuova, costruttiva, equa partnership con la Ue", guidata da 4 principi chiave: certezza e chiarezza; una Gran Bretagna più forte; una Gran Bretagna più giusta; una Gran Bretagna veramente globale". Le priorità includono: controllo dell'immigrazione, uscita dalla Corte di Giustizia Europea, mantenimento dell'unità nazionale britannica e il diritto per i 3 milioni di europei residenti in Gran Bretagna di restarci a tempo indeterminato, così per il milione e mezzo di cittadini britannici residenti in Europa. E ha chiuso con una velata minaccia: "Se in Europa qualcuno vuole punirci per l'uscita dalla Ue, attenzione, sarebbe un errore innanzi tutto per l'Europa, noi cambieremmo modello economico, abbasseremmo le imposte, attireremmo investimenti". Quasi un ricatto all'Europa: se ci maltrattate, diventeremo un paradiso fiscale appena al di là della Manica.
 
Naturalmente, la "Global Britain" che non vuole mantenere neanche "un pezzetto" di Ue è solo la posizione iniziale di Downing Street in un negoziato che durerà due anni. Fattori esterni potranno modificarla: come la sentenza della Corte Suprema sul diritto del parlamento britannico di dire la sua (attesa per i prossimi giorni), l'ipotetico voto del parlamento medesimo, peraltro riaffermato da May, l'andamento dell'economia (in dicembre l'inflazione è salita all'1,5 per cento rispetto all'1,2 di novembre) possibili elezioni anticipate a livello nazionale. Intanto le elezioni anticipate ci saranno in Irlanda del Nord, il 2 marzo, e già quelle potrebbero influire sugli umori di Londra riguardo all'Europa. Ma per ora Theresa May pronuncia un addio alla Ue senza "se", senza ma" e senza rammarichi, fiduciosa di poter costruire una "nazione globale, forte, rispettata nel mondo e unita in casa propria". Vedremo se sarà ancora fiduciosa alla fine della trattativa.
 
© Riproduzione riservata 17 gennaio 2017

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/17/news/brexit_may_non_vogliamo_stare_meta_fuori_e_meta_dentro_ue_con_bruxelles_nuova_equa_partnership_-156177618/?ref=HREC1-4
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« Risposta #29 inserito:: Ottobre 01, 2017, 11:06:05 am »

Corbyn: "Basta col neoliberismo, il mio Labour è il nuovo centro"
Nel discorso a chiusura dell’annuale congresso laburista, il leader del centrosinistra britannico promette un “socialismo per il ventunesimo secolo”: "Oggi il centro è rappresentato dalla speranza di qualcosa di meglio".
E alla fine tutti cantano "Bandiera Rossa" col pugno chiuso

Dal nostro inviato ENRICO FRANCESCHINI
27 settembre 2017

BRIGHTON – Finisce con tutti che cantano “Red Flag”, Bandiera Rossa, l’inno del Labour, alzando il pugno chiuso. Nel discorso che chiude l’annuale congresso laburista, del resto, Jeremy Corbyn promette un “socialismo per il ventunesimo secolo”: una politica “per i tanti, non per i pochi”, come recita lo slogan alle sue spalle nell’aula della conferenza a Brighton, e un “nuovo modo di fare politica”, in cui il potere non è ristretto al parlamento di Westminster ma distribuito alle comunità e ai cittadini. Una rivoluzione, in sostanza, che il leader della sinistra britannica sente vicina: “Siamo alla soglia del potere”, afferma dal podio, alludendo alla crescita ottenuta dal suo partito alle elezioni del giugno scorso e ai conservatori divisi, senza più maggioranza assoluta, con Theresa May indebolita e a rischio dimissioni.
 
Per andare al potere, naturalmente, bisogna conquistare più consensi e Corbyn è consapevole che deve andare a prendere voti tra coloro che non ha ancora convertito la sua causa, insomma non fra i suoi abituali sostenitori. Ma è proprio questo il messaggio più importante del suo intervento, quello che più si presta a riflessioni che vanno al di fuori dei confini del Regno Unito: “Si dice che le elezioni si vincono al centro dello schieramento”, osserva il 67enne capo del Labour. Era un assioma ripetuto dal suo predecessore Tony Blair e suscita qualche risolino in sala. Ma lui li zittisce. “Sono d’accordo anch’io. Ma il centro di gravità politico di una nazione non è inamovibile e certamente non rimane per sempre dove vorrebbe l’establishment. Si muove con i bisogni e le aspettative della gente. Di sicuro non è nello stesso punto in cui era 20 o 30 anni fa. Il grande crollo finanziario del 2008 e il decennio di austerità che vi ha fatto seguito lo hanno spostato. Oggi il centro è rappresentato dalla speranza di qualcosa di meglio e qualcosa di diverso”.
 
Col pugno chiuso cantando Bandiera Rossa, i cori dei laburisti pro Corbyn
Per questo Corbyn sostiene che il partito laburista, da lui allineato su posizioni più di sinistra, “un moderno partito socialista progressista, che va contro le tendenze del resto d’Europa”, è ora diventato “mainstream”, cioè prevalente, convenzionale, dominante, in una parola vincente, in grado di portare dalla sua la maggioranza degli elettori e andare al governo. Un passo che è mancato nel voto di giugno, ma di poco: “Contro tutte le previsioni”, ricorda il leader nella sua orazione, “abbiamo registrato il più grande aumento di voti dal 1945 e il miglior risultato in una generazione”. Serve solo più tempo per fare arrivare il messaggio al popolo e alle prossime elezioni, fra cinque anni se la legislatura arriverà fino in fondo (ma ci credono in pochi), prima se ci sarà un altro voto anticipato, il Labour effettuerà il sorpasso sui Tories: “Siamo pronti”, assicura lui, “siamo un governo in attesa”.
 
Anche nei due precedenti congressi che ha organizzato da leader, Corbyn sapeva suscitare entusiasmo fra i militanti. Ma questo è il primo in cui arriva non solo dopo avere vinto le primarie interne (ne ha vinte due in due anni, per la precisione), bensì dopo avere quasi vinto le elezioni che tutti pronosticavano sarebbero state un disastro e lo avrebbero costretto a dimettersi. Attorno a lui il partito è unito. Blair e i blairiani tacciono. Un altro in passato critico della nuova linea, l’ex-leader Ed Miliband, che Corbyn forse non casualmente cita nel discorso, sarebbe pronto a rientrare nella sua squadra di consiglieri e nel suo governo ombra. Così il suo arrivo è un trionfo: in giacca a cravatta, la sua caratteristica cravatta rossa, il leader stringe mani e firma autografi entrando da solo, a piedi, fino al palazzo dei congressi che ospita la kermesse laburista. E una volta dentro ci sono cinque minuti buoni di battimani e cori, “oh Jeremy Corbyn” fa il ritornello, prima che possa parlare. Un’accoglienza da rock star, a cui ormai è abituato. E un’atmosfera di festa, al punto che, quando fa l’elogio della deputata nera e sua vecchia amica di tante battaglie Diane Abbott, difendendola “dagli abusi razzisti e sessisti che ha sofferto”, anche lui si mette a cantare con i delegati “happy birthday”, perché è il compleanno della parlamentare.
 
Nel discorso Corbyn promette investimenti pubblici, aumento dei salari, nazionalizzazione di imprese vitali come acqua, energie, trasporti, istruzione universitaria gratuita, e spiega che i soldi di tutto questo verranno dal “far pagare un po’ più tasse ai più ricchi e alle grandi corporation”, per il bene comune. Si fa beffe di Theresa May, “è lei che oggi guida una coalizione del caos”, l’accusa che la leader conservatrice lanciava a lui in campagna elettorale. Critica Donald Trump, avvertendo che la relazione speciale fra Usa e Gran Bretagna deve permettere di dire all’alleato americano: “La via che hai imboccato è la via sbagliata”. E affronta con chiarezza la questione della Brexit: rispettare “da socialisti democratici” il risultato del referendum, ma mantenere “accesso al mercato comune, proteggere i nostri posti di lavoro, cercare una nuova cooperazione con l’Unione Europea” e soprattutto “non dare agli immigrati la colpa dei mali della nostra società, non farne un capro espiatorio, non cedere al razzismo”. Ai 3 milioni di europei residenti in Gran Bretagna (fra cui ci sono 600 mila italiani) dice: “Siete i benvenuti! Se non sarà il governo May a darvi al più presto la garanzia di restare qui con tutti i vostri diritti inalterati, ve la daremo presto noi!” Forse potrebbe essere vero, come lui dice, che il Labour è ora “l’unico partito in grado di unire chi ha votato per Brexit e chi ha votato per rimanere nella Ue.
 
Ci sono condanne all’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen, all’Egitto per la repressione della democrazia, esortazioni a Aung San Suu Kyi per fermare le violenze contro la minoranza dei Rohingya e parole di sostegno al popolo palestinese, affinché finisca “un’oppressione durata 50 anni” da parte di Israele. Accenni al terrorismo e alla tragedia della Grenfell Tower, il grattacielo di Londra bruciato questa estate, “se volete vedere come muoiono i poveri, andate a vederlo”, nota citando i versi di una poesia scritta per l’occasione. E’ un discorso lunghissimo, un’ora e un quarto, ma nell’aula del congresso non pare che nessuno abbia fretta di vederlo finire. Verso la conclusione, Corbyn torna al messaggio principale: “Serve un nuovo senso comune per sostituire il modello fallimentare creato dalla Thatcher, per rimpiazzare il fallito dogma neoliberista”. Un altro messaggio su cui si capisce che sarebbe pronto ad aprire un dibattito anche oltre Manica, in tutta Europa. E poi basta, altri cinque minuti di applausi e “Bandiera rossa”: tutti a pugno chiuso, a cantare e sognare un futuro diverso.

© Riproduzione riservata 27 settembre 2017

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