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Autore Discussione: ENZO BIAGI...  (Letto 10257 volte)
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« inserito:: Agosto 06, 2007, 06:34:26 pm »

Lunedì, 6 Agosto 2007

BIAGI
 
Il ritorno in televisione lo ha affaticato, ma riprendere il lavoro è stato importante: ha ricominciato a pensare in prospettiva, a lavorare con gli altri e per gli altri. I telespettatori continuano a spedirgli lettere e telegrammi, molti con una sola parola: «Finalmente!».

Lui confessa: «Mi sono commosso, ma forse è colpa dell'età».

L'autunno del patriarca sarà in televisione. A fine ottobre riprenderà "R7", stessa formula, stessa squadra, stesso giorno (lunedì) e stessa ora (23,20 circa). Tutto nella casa milanese di Biagi trasformata in studio televisivo. Il regista e amico Loris Mazzetti snocciola i dati: «Una media di ascolti dell'11% in seconda serata, Rai3 ha raddoppiato gli ascolti. E c'era la concorrenza con "Porta a porta" e "Matrix" e anche il fatto che la rete non aveva mai avuto un rotocalco televisivo. Abbiamo ricevuto attestati da vero servizio pubblico».

Insomma, il vecchio Biagi funziona sempre e qualche giorno fa a Roma il suo programma è stato premiato col "Sigillo di qualità" al Festival della Radiotelevisione e dei media.

Chiede Mazzetti: «Chissà cosa avrebbe fatto se per anni non lo avessero fermato? Cosa avrebbe potuto rappresentare la sua voce per gli italiani, la sua coscienza critica? Ma è per questo che lo hanno fermato: lui è indipendente e il potere non accetta l'indipendenza». Molte risposte le troverete nel "Libro nero della Rai" che Mazzetti ha appena consegnato alla Rizzoli.

Dice Biagi: «Sono contento di essere ancora in televisione, di ritornare anche quest'autunno dopo un certo bando che mi aveva accusato di aver fatto un uso criminoso della tv. Mi guardavano molti milioni di italiani ogni sera, mi meraviglio che in questo Paese nessuno si fosse accorto di quell'uso criminoso. Tranne uno. È stata una specie di scomunica. Chi toglie il lavoro a un uomo gli toglie praticamente la possibilità di vivere»

Biagi, l'Italia di oggi?

«Da un certo punto di vista è come diceva Dante: "Itala gente dalle molte vite". Da un altro punto di vista è come diceva Flaiano: gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Da un terzo punto di vista vale quello che dicono i francesi, cioè che la politica è l'ultimo rifugio dei mascalzoni. Non sempre, qualche volta per fortuna. Predichiamo bene e razzoliamo male. Per quelli come me che non abbiamo disciplina di partito o ideologia, avendo pure le nostre idee, molte cose sembrano strane. Questa è gente che predica l'indissolubilità della famiglia e poi di famiglie ne ha due o tre, o ne ha avuto un paio. Altro che indissolubile, per certi le famiglie sono solubili in tazza, hanno anche funzioni da digestivo. Prendete la vicenda di quel deputato che è andato in albergo con due allegre fanciulle che aveva scambiato per signore per bene e poi una di loro è stata male per droga. Certo il signor Mele può fare quello che vuole della sua vita, ma siccome è anche un parlamentare della Repubblica deve rispondere anche di quello che fa come onorevole Mele. Nessuno lo condanna, sia chiaro: non credo alla giustizia fatta di sospetti, né ai processi di piazza. Ma qui è una questione di morale: in certe situazioni uno deve avere il coraggio di dimettersi dal Parlamento».

Anche attraverso storie simili passa l'indignazione per lo spreco di denaro pubblico.

«C'è del vero. I parlamentari qualche giorno fa si sono lamentati perché non avevano il gelato al ristorante della Camera. Chissà se a ottobre faranno la protesta per le caldarroste. Sembra che senza gelato ci possa essere un disagio molto forte a Montecitorio. Immagino che la gente abbia qualche problema in più, a incominciare da quelli che non ce la fanno nemmeno a coprire le spese della quarta settimana. Quelli il gelato ce lo avranno?».

La storia delle intercettazioni...

«È una vergogna e uno schifo. Fa venire in mente la spregevole Ovra che era la polizia segreta del fascismo. Non abbiamo perso l'abitudine e il vizio di registrare tutto. È un sistema italiano perché molti cercano di farsi i fatti degli altri. È dannoso prima di tutto per la morale, perché si seminano dubbi e si perde la fiducia e tutti sono uguali, tutti sporchi. E quando tutti sono sporchi nessuno può essere condannato».

C'è il pericolo di un ritorno delle Brigate Rosse.

«Andare in giro con la scorta è un'emozione che ho provato anch'io perchè le Brigate Rosse volevano uccidere anche me. Il questore mi telefonò e mi disse: "Lei per me sarebbe un morto scomodo". Uscivo e gli agenti erano diventati un po' di famiglia. Una volta non dissi niente e partii per la Romagna per un funerale, trovai i carabinieri davanti al cimitero, ebbi paura che volessero arrestarmi. Non sono stati certamente gli anni migliori dell'Italia, con stragi e troppi morti senza una ragione. Confesso che non ho capito bene le ragioni, ma forse è sbagliato chiamarle ragioni, che oggi possono spingere un giovane al terrorismo e al delitto. Anche se il nostro non è il mondo migliore possibile, credo sia tra i più vivibili. Sicuramente il nostro è un Paese che ha bisogno di speranze, si avverte una specie di vuoto. Ma questi vogliono riempirlo col terrore e con la morte».

Il caso Priebke?

«Si può dire che è volenteroso e che goda, credo, di una precaria salute di ferro. Io avevo intervistato Kappler che era il diretto responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine. Ma è diverso questi criminali di guerra vederli in carcere o vederli alla sbarra. Il carcere di Gaeta trasuda muffa e salsedine, odore di rancio militare, e anche i criminali lì ti possono sembrare dei poveretti. Come giudicare uno che tiene dei pesciolini dentro una vaschetta per avere un senso della vita?».

«Ho avuto anche un incontro cordiale con Dollman, l'interprete di tutti gli incontri tra Hitler e Mussolini e ricordava l'ultimo vicino a Feltre, nel luglio del 1943. Alle cinque del pomeriggio col tè fu servita una torta alla quale Vittorio Mussolini fece molto onore. Il Fuhrer disse: "Portate ancora della torta per il figlio del Duce". Ho incontrato anche Reder, quello della strage di Marzabotto e l'ho ascoltato con particolare partecipazione perché lì era stato ammazzato il prete di Pianaccio, figlio di contadini, don Fornasini. Era libero, ma è tornato indietro quando ha saputo che a Marzabotto stavano ammazzando donne e bambini. La madre è morta nei giorni in cui hanno assegnato la medaglia d'oro al valore e nel villaggio gli hanno intitolato la piazza. Ci sono poche decine di abitanti, ma è da qui che è uscito questo pretino che ha dato un esempio di generosità umana».

Dei valori di quella generazione cosa è rimasto?

«Posso parlare degli uomini di quella generazione. I Nenni, i De Gasperi, i La Pira. Ho avuto un rapporto amichevole con Sandro Pertini che ha incarnato a lungo i valori di quell'Italia e le tensioni dalle quali è nata l'Italia libera. Ho avuto buoni rapporti anche con gli altri Presidenti della Repubblica, buoni con Scalfaro al quale devo la Legione d'onore; buonissimi con Cossiga che è stato un Presidente con una grande passione e del quale apprezzo l'integrità. A Ciampi mi legano non soltanto rapporti generazionali, ma anche una grande stima. La moglie è la sorella di un mio compagno partigiano sull'Appennino. Napolitano mi sembra una persona che merita rispetto. Tutti hanno a che fare con gli italiani e Giolitti diceva che governare gli italiani non è difficile, è inutile. Ma peccava sicuramente di pessimismo».

Si ferma, prende le medicine per il cuore, le manda giù con un sorso di te. L'uomo ha qualche by-pass che lo aiuta ad andare avanti.

Parliamo di Berlusconi?

«Non ne voglio parlare. Ho avuto la mia scomunica e, per fortuna, anche la mia rinascita. Togliere cinque anni a uno che ha la mia età! Mi ha chiesto scusa. Devo anche dire che in passato ha avuto un atteggiamento generoso e gentile nei miei confronti. Quando stavo male si informava ogni giorno con una telefonata delle mie condizioni. Mi ha detto di aver mandato i cioccolatini alle zie monache perché pregassero per me. Mi è venuto il dubbio: mi hanno salvato i cardiochirurghi o le preghiere delle zie di Berlusconi?».

Parliamo di Prodi?

«Per me è un amico che ama la bicicletta, adesso ha molte occasioni per pedalare. Si dia da fare. Chi naviga in certi mari dicono che certi pesci prende. Compie gli anni nel mio stesso giorno, ci scambiamo sempre gli auguri».

Questa Italia ce la farà?

«Ce l'ha sempre fatta. Ce l'ha fatta nel 1943 e nel 1945. Ce l'ha fatta nel 1948 e nel 1956, quando succedevano tutti quei guai all'Est del mondo. Abbiamo avuto crisi di ogni genere. Io credo nell'umanità di questo Paese. Lo dico sempre, mi ripeto: questo è un popolo di contadini che si ammazzano per un paniere di ciliegie, ma quando brucia il pagliaio poi tutti corrono con un secchio d'acqua. Forse è il momento di spegnere qualche incendio. Questo è un Paese che ha sempre navigato senza affondare nella tragedia, un Paese che si esalta proprio nei momenti più drammatici».

Biagi, a 87 anni si fanno bilanci?

«Dico sempre che contano più i ricordi che le speranze. Ma si può anche guardare al futuro, magari limitandolo a domani mattina. Ho paura? Sì, ma non quella della fine. L'ho già messa nel conto. Io credo alla pietà di Dio che forse all'ultimo istante dà all'uomo l'idea di essere sollevato per lo meno da una grande fatica. Come tutte le avventure, si sa che hanno un inizio e nessuno vuole prevedere la conclusione. Il lieto fine non esiste nella storia dell'uomo. Quanto a me, posso dire di essere vissuto più per raccontare che per me».

Esiste oggi la vecchiaia?

«Credo che esista prima di tutto come stato anagrafico, poi come disponibilità delle proprie forze, infine come atteggiamento mentale. Uno ha l'impressione di averne già viste tante e qualche volta si sorprende quando c'è ancora del nuovo. Non guardi tanto avanti e ogni giorno è un regalo di Dio oppure anche delle medicine. All'inizio del secolo la vita durava quarant'anni più o meno, oggi io sono la dimostrazione che si raddoppia».

Com'era Biagi bambino?

«Ero un bambino ragionevolmente felice e infelice a seconda delle stagioni. È stata l'infanzia di una famiglia operaia, mio padre era magazziniere nello zuccherificio; con le restrizioni che a quei tempi erano più grandi di adesso, con i divertimenti che erano magari un cinema parrocchiale. Io ho visto il mare la prima volta nelle colonie marine del fascismo, mi ricordo che non provai nemmeno tanta gioia perché sono nato in un borgo di montagna. La volta che scrissi nel tema che mio padre era un impiegato, mia madre venne a scuola e volle che davanti alla classe chiedessi scusa al maestro e ai compagni perché avevo mentito: mio padre era solo un operaio e non c'era motivo per non esserne orgogliosi. È un uomo che credo sarà sempre andato al lavoro un'ora prima che cominciasse. Mi ha voluto molto bene, forse l'ho capito poco. È morto a 50 anni in piena guerra».

La guerra?

«La guerra è quella che ha distinto la mia generazione dalle molte altre che sono venute dopo. Avere avuto vent'anni nel 1940 segna certamente una tappa indelebile. Tutti soldati. Eppure bastava guardare me per capire che la guerra era perduta. Nessuno di quella generazione poteva uscire dalla guerra immutato. Molti non sono nemmeno riusciti a sopravvivere. Ho perso tanti amici da una parte e dall'altra. Distinguendo nettamente tra le cause e tra i motivi, tra quelli che secondo me erano nel giusto e quelli che non lo erano, e accordando a entrambe le parti la buonafede, nel mio rimpianto umano hanno la stessa parte. Nel mio giudizio politico evidentemente ne hanno un'altra. Avevo un amico del Guf, Eugenio Fachini che è morto da federale di Salò ed era andato volontario in Russia perché aveva attaccato i gerarchi. L'altro era Ferruccio Terzi, un medico che è morto impiccato nei giardini col fil di ferro perché non aveva abbandonato i partigiani feriti. Penso a loro con grande tristezza e rimpianto».

Il giornalismo?

«Alla professione devo tutto. Ho fatto il mestiere che volevo fare e per questo mi considero un uomo che ha avuto molta fortuna. Non è faticoso come fare il metalmeccanico, ma penso che in un certo rischio stia la possibile grandezza del mestiere: nel non essere creduti, nel diventare strumenti di certe propagande, nel servire poco il lettore che considero il vero padrone».

L'uomo che ha lasciato la traccia pià profonda in Biagi giornalista?

«È il dottor Sabin, lo scopritore del siero antipolio. Perché ha fatto una scoperta che ha rivoluzionato l'infanzia liberando i bambini dal rischio della poliomielite. Perché non ha preso un dollaro dalla sua scoperta. Perché ha avuto una vita tragica, una moglie suicida con la testa infilata in un sacchetto di plastica. Perché era come un vecchio patriarca biblico e parlava dei fiori, della musica, del cielo. Nel mio studio, con la fotografia dei miei cari, ho la fotografia con dedica di Sabin e per me vale più di qualunque laurea».

Il passato ritorna sempre in Biagi?

«Il passato non ritorna, il passato c'è. C'è quando cammini e ogni tanto, come accade a me, ti devi fermare per prendere fiato, per smaltire la fatica e dare tempo al cuore di fare il suo lavoro. C'è perchè è nei tuoi sogni quando ti addormenti e prima fai l'appello di quanti non ci sono più. La mia agenda inizia con la A e finisce con la Z. In mezzo ci sono tutti: mia madre che raccoglieva i miei articoli e li ritagliava e conservava in un cassetto tutte le cartoline; mia moglie Lucia con la quale siamo stati assieme 62 anni, la persona con la quale parlavo di tutto e mi diceva le cose giuste col realismo di una romagnola che non perdona la presunzione e la superficialità. Mia figlia Anna che è morta giovane e non c'è niente di più innaturale che seppellire i propri figli. Poi gli amici: Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Garinei e Giovannini».

Torniamo ai ricordi...

«Chissà perché in questo momento mi vengono in mente quelli di mio padre Dario che raccontava spesso le sue imprese di sergente addetto ai carriaggi durante la Grande Guerra. Un classico delle epiche memorie era la caduta dell'eroico aviatore Francesco Baracca sul Montello. Papà aveva la tendenza ad aggiungere sempre qualche particolare, così alla fine il racconto era straordinario e incredibile. Mia madre, invece, degli anni della Grande Guerra si limitava a ricordare quella volta che un disertore le chiese del latte da bere e la pregò di non denunciarlo: "Non dire niente se mi prendono, mi ammazzano". Ecco, i ricordi vengono fuori così, non devi cercarli in fondo al sacco, emergono come vogliono e quando vogliono.

Accade tutto qui attorno a Pianaccio, non lontano c'è anche un castello dove i Bolognesi tennero prigioniero re Enzo e per addolcirgli la prigionia non gli facevano mancare dame non proprio specchiate.

Ricordo che da bambino la domenica le donne del paese prendevano una seggiola e andavano a sedersi al cimitero, davanti ad una tomba. Raccontavano al defunto le cose successe durante la settimana. Pianaccio mi ha dato, spero, il senso del relativo e mi auguro anche il senso dei limiti. Ho avuto molta fortuna partendo da qui. E qui ritornerò al termine del mio viaggio. L'ho detto, sono vissuto più per raccontare che per me.

Aspetterò che ogni domenica qualcuno venga a raccontarmi cosa è successo durante la settimana».
 
 da gazzettino.quinordesr.it
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« Risposta #1 inserito:: Novembre 06, 2007, 09:25:25 am »

È morto Enzo Biagi a Milano Raccontò l'Italia per 60 anni

Tutta la famiglia al suo capezzale


Enzo Biagi è morto poco dopo le otto alla clinica Capitanio di Milano, dove era ricoverato da una decina di giorni.

Al momento del decesso del popolare giornalista e scrittore c'erano al capezzale le due figlie Bice e Carla, e i generi di Biagi. Contrariamente a quanto accaduto nelle sere passate, le due figlie avevano trascorso la notte nella propria abitazione.

Testimone del secolo che come pochi altri ha saputo declinare la sua vocazione al giornalismo in tutti i media - dalla carta stampata, ai libri, alla tv, Enzo Biagi nasce a Lizzano in Belvedere, un paese dell'Appennino tosco-emiliano in provincia di Bologna, il 9 agosto del 1920. Figlio di una famiglia non abbiente, inizia la carriera giornalistica appena diciottenne al Resto del Carlino, senza per questo interrompere gli studi. A 21 anni diventa professionista, poi viene richiamato alle armi e l'8 settembre 1943, per non aderire alla Repubblica di Salò, si unisce ai gruppi partigiani. Il 21 aprile del '45 entra a Bologna con le truppe alleate e annuncia dai microfoni della Pwb la fine della guerra.

Nel 1952 viene chiamato al settimanale «Epoca», di cui diventa direttore e in questi anni inizia la sua collaborazione con la Rai. Nel 1961 va a dirigere il Tg e l'anno seguente fonda il primo rotocalco televisivo. Lasciata la direzione del Tg passa a La Stampa come inviato dove rimarrà una decina di anni, poi in seguito la sua firma comparirà tra l'altro su La Repubblica, Il Corriere della sera e Panorama. Ma non abbandona la Rai a cui collabora dando vita a numerose trasmissioni - Dicono di lei, Proibito, Film dossier, Linea diretta, Spot, Il caso, per citarne solo alcune - in cui è soprattutto stato a colloquio con grandi personaggi del secolo.

Dal 1991 dà vita ad un programma ogni anno: il suo lavoro per la radiotelevisione pubblica si conclude il 31 maggio del 2002 con l'ultima puntata del programma 'Il Fattò, appuntamento quotidiano di grande ascolto in onda per oltre 700 puntate dal 1995. La trasmissione chiude dopo le polemiche legate alle accuse di faziosità che gli vengono rivolte dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi per l'intervista a Roberto Benigni.

Sino a quest'anno le sue apparizioni televisive sono state soltanto due su Raitre, come ospite a "Che tempo che fa" da Fabio Fazio e a "Primo piano". Quindi torna per l'ultima volta a avere una trasmissione in Rai nel 2007, che emblematicamente ha il titolo della sua prima: "Rt-Rotocalco televisivo".

È autore di una enorme bibliografia di carattere storico e documentaristico ma anche tra memoria e narrazione, che comprende oltre 80 titoli.

Pubblicato il: 06.11.07
Modificato il: 06.11.07 alle ore 8.39   
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« Risposta #2 inserito:: Novembre 06, 2007, 09:34:05 am »

L'ARTICOLO PUBBLICATO SUL CORRIERE DEL 22 APRILE 2007 PER IL SUO RITORNO IN TV

La mia Italia che non si arrende

di ENZO BIAGI


Torno in tv dopo un intervallo durato cinque anni: insormontabili ragioni che chiamerò tecniche mi hanno impedito di continuare il mio programma. Sono contento, perché alla mia rispettabile età c' è ancora chi mi dà una testimonianza di fiducia e mi offre lavoro. Ma non voglio portar via il posto a nessuno: non debbo far carriera, e non ho lezioni da dare. Voglio solo concludere un discorso interrotto con i telespettatori, ripartire da dove c' eravamo lasciati e guardare avanti.

Quante cose succedono intorno a noi. Cercheremo di raccontare che cosa manca agli italiani e di che cosa ha bisogno la gente. Fra poco sarà il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita. C' è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo a volte mi offende: in quei giorni ci sono state anche pagine poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate partigiane, erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c' è il riconoscimento di una grande dignità. Cosa sarebbe stata l' Italia agli occhi del mondo? Sono un vecchio cronista, testimone di tanti fatti. Alcuni anche terribili. E il mio pensiero va ai colleghi inviati speciali che non sono ritornati dal servizio, e a quelli che speciali non erano, ma rischiavano la vita per raccontare agli altri le pagine tristi della storia.

I protagonisti per me sono ancora i fatti, quelli che hanno segnato una generazione: partiremo da uno di questi, e faremo un passo indietro per farne un altro, piccolo, avanti. Senza intenzione di commemorarci.


02 novembre 2007(modificato il: 06 novembre 2007)

da corriere.it
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« Risposta #3 inserito:: Novembre 07, 2007, 07:55:20 am »

Cronache       LA SCHEDA

Le battute e gli aforismi di Biagi

Ecco una serie di aforismi usciti dalla penna di Enzo Biagi:


- La democrazia è fragile, e a piantarci sopra troppe bandiere si sgretola.

- È difficile non desiderare la donna d'altri, dato che quelle di nessuno, di solito, sono poco attraenti

- Quando sento dire che uno è considerato un innovatore perché decide di leggere il telegiornale in piedi, è come se ti chiedessero se scrivi con la biro o con la macchina, e quanto questo influisce.

- Ho sempre creduto che, se c'è un posto al mondo dove non esistono le razze, questo è proprio l'Italia: infatti le nostre antenate ebbero troppe occasioni di intrattenimento.

- La società è permissiva nelle cose che non costano nulla.

- Dopo tre apparizioni in video, qualunque coglione viene intervistato, dice la sua e anche quella degli altri.

- Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano sempre due o tre: quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino.

- A Milano gli affari si combinano con un colpo di telefono, a Palermo anche con un colpo di lupara.

- I giornali sarebbero ansiogeni? Ma la Bibbia non comincia forse con un delitto?

- Si può essere a sinistra di tutto, ma non del buon senso.

- La mia generazione trovava eccitante leggere un'edizione della Divina Commedia con le illustrazioni del Dorè. Adesso sui muri c'è scritto «Culo basso bye bye». Capisce che è un po' diverso?

- Era così ignorante che credeva che la cedrata fosse un'opera minore del Tassoni.

- Nel cinturone dei soldati del Fhuhrer c'era scritto «Gott mit uns», Dio è con noi. Hitler lo aveva arruolato; per fortuna disertò.

- Siamo tutti fratelli, ma è difficile stabilire chi è Caino e chi Abele.

- Siamo diventati gente che alterna le vacanze con le ferie.

- Se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l'annunciatrice!

- Il colera passa, i Gava restano. È dunque vero che se ne vanno sempre i migliori.

- Difficile capire un Paese, scrisse un libellista, dove la stessa cosa è chiamata al Nord uccello e al Sud pesce.

- Il denaro arriva sempre quando non si ha più fame.

- Se il ridicolo uccidesse, avremmo uno sterminio.

- La «devolution», una parola che sembra inventata da Celentano.

- Il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare.

- La vita è un rischio che non si può fare a meno di correre.


 - Qualche volta è scomodo sentirsi fratelli, ma è grave considerarsi figli unici.

- L'uomo, qualche volta, è come le scimmie: ha il gusto dell'imitazione.

- Nella storia dell'umanità non cala mai il sipario. Se solo ci si potesse allontanare dal teatro prima della fine dello spettacolo.


06 novembre 2007


da corriere.it
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« Risposta #4 inserito:: Novembre 07, 2007, 08:07:33 am »

Milano, addio a Enzo Biagi Il più grande cronista d'Italia


Enzo Biagi è morto poco dopo le otto alla clinica Capitanio di Milano, dove era ricoverato da una decina di giorni. Al momento del decesso del popolare giornalista e scrittore c'erano al capezzale le due figlie Bice e Carla, e i generi di Biagi. Contrariamente a quanto accaduto nelle sere passate, le due figlie avevano trascorso la notte nella propria abitazione.

I funerali del giornalista saranno celebrati giovedì a Pianazzo in provincia di Bologna: «Lo portiamo nel posto da dove lui diceva sempre di non essere mai partito», ha detto la figlia Bice.

Testimone del secolo che come pochi altri ha saputo declinare la sua vocazione al giornalismo in tutti i media - dalla carta stampata, ai libri, alla tv, Enzo Biagi nasce a Lizzano in Belvedere, un paese dell'Appennino tosco-emiliano in provincia di Bologna, il 9 agosto del 1920. Figlio di una famiglia non abbiente, inizia la carriera giornalistica appena diciottenne al Resto del Carlino, senza per questo interrompere gli studi. A 21 anni diventa professionista, poi viene richiamato alle armi e l'8 settembre 1943, per non aderire alla Repubblica di Salò, si unisce ai gruppi partigiani. Il 21 aprile del '45 entra a Bologna con le truppe alleate e annuncia dai microfoni della Pwb la fine della guerra.

Nel 1952 viene chiamato al settimanale «Epoca», di cui diventa direttore e in questi anni inizia la sua collaborazione con la Rai. Nel 1961 va a dirigere il Tg e l'anno seguente fonda il primo rotocalco televisivo. Lasciata la direzione del Tg passa a La Stampa come inviato dove rimarrà una decina di anni, poi in seguito la sua firma comparirà tra l'altro su La Repubblica, Il Corriere della sera e Panorama. Ma non abbandona la Rai a cui collabora dando vita a numerose trasmissioni - Dicono di lei, Proibito, Film dossier, Linea diretta, Spot, Il caso, per citarne solo alcune - in cui è soprattutto stato a colloquio con grandi personaggi del secolo.

Dal 1991 dà vita ad un programma ogni anno: il suo lavoro per la radiotelevisione pubblica si conclude il 31 maggio del 2002 con l'ultima puntata del programma 'Il Fattò, appuntamento quotidiano di grande ascolto in onda per oltre 700 puntate dal 1995. La trasmissione chiude dopo le polemiche legate alle accuse di faziosità che gli vengono rivolte dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi per l'intervista a Roberto Benigni.

Sino a quest'anno le sue apparizioni televisive sono state soltanto due su Raitre, come ospite a "Che tempo che fa" da Fabio Fazio e a "Primo piano". Quindi torna per l'ultima volta a avere una trasmissione in Rai nel 2007, che emblematicamente ha il titolo della sua prima: "Rt-Rotocalco televisivo".

È autore di un'enorme mole di studi a carattere storico e documentaristico, ma anche tra memoria e narrazione, che comprende oltre 80 titoli.

Pubblicato il: 06.11.07
Modificato il: 06.11.07 alle ore 19.15   
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« Risposta #5 inserito:: Novembre 07, 2007, 08:08:26 am »

CRONACA

La morte del giornalista: da Napolitano a Mieli il cordoglio del mondo della politica e della cultura per la scomparsa del giornalista.

Scalfari: "Una frase non basta"

"Biagi, una grande voce di libertà"

L'addio a un testimone del secolo

Prodi: "Si è battuto sempre per la salvaguardia della libertà dell'informazione e del paese"

Berlusconi: "Al di là delle vicende che ci hanno diviso, rendo omaggio a uno dei protagonisti del giornalismo"


 ROMA - Cordoglio unanime del mondo della politica, del giornalismo e della cultura per la morte di Enzo Biagi. Tra i primi messaggi ad arrivare alla famiglia quello del capo dello Stato. "Scompare con Enzo Biagi una grande voce di libertà", scrive Giorgio Napolitano ai familiari del giornalista, rendendo omaggio ad un "uomo di genuina ispirazione socialista e cristiana", che per il suo "profondo attaccamento, sempre orgogliosamente rivendicato, alla tradizione dell'antifascismo e della Resistenza", si era sempre schierato "in ogni momento in difesa dei principi e dei valori della Costituzione repubblicana".

"Una frase non basta per ricordare un giornalista della grandezza di Biagi", dice Eugenio Scalfari. Il fondatore di Repubblica aggiunge che "domani affiderò alle colonne del giornale un lungo ricordo dell'amico scomparso". Il presidente del Consiglio Romano Prodi ha inviato ai familiari di Biagi un telegramma per esprimere "sincera e commossa partecipazione al loro dolore". Prodi definisce Biagi "un grande maestro dell'informazione" e una "figura storica del giornalismo", che "si è battuto sempre per la salvaguardia della libertà dell'informazione e del paese".

"Al di là delle vicende che ci hanno qualche volta diviso - ricorda Silvio Berlusconi - rendo omaggio ad uno dei protagonisti del giornalismo italiano cui sono stato per lungo tempo legato da un rapporto di cordialità che nasceva dalla stima".

Per il direttore del Sole 24ore, "è andato via un maestro che ci ha insegnato molto", dice Ferruccio De Bortoli. "Credo sia rimasto il ragazzo di sempre - ha aggiunto - il cronista incuriosito che mette al centro di tutto la persona. Con lui muore uno dei testimoni del 900". "Dall'inizio degli anni '90, da quando cioè per la prima volta sono diventato direttore del Corriere della Sera - è il primo commento del direttore di Paolo Mieli - mi ha sempre tenuto una mano sulla spalla, gli devo moltissimo, e quella mano mai, neanche una volta, me l'ha fatta pesare". "Molte cose della fine di Enzo assomigliano alla morte di Federico Fellini", rileva Sergio Zavoli.

"Tutti gli italiani ricorderanno la sua voglia di libertà, la sua passione e il suo rigore nel raccontare la storia e i personaggi del nostro tempo recente. Enzo Biagi mancherà a tutti noi, anche perché insieme a lui siamo cresciuti, abbiamo capito fatti e storie, ci siamo emozionati e appassionati al nostro tempo", sottolinea il sindaco di Roma Walter Veltroni. "E' stato il maestro della mia generazione di giornalisti, scriveva e andava in onda sempre per il pubblico", afferma il direttore del Tg1 Gianni Riotta, intervenuto a "Uno mattina". "Diceva sempre - ha continuato - 'no ai tromboni e ai titoli incomprensibili'".

Nel ricordo di Bruno Vespa "Enzo Biagi è stato un grandissimo cronista, nel senso che mentre Montanelli ci ha insegnato la grande ritrattistica, Biagi è stato l'uomo dei particolari minuti, scavava forse meglio nell'animo, raccontava bene le piccole cose che riusciva a far diventare grandi".

"Quando uno come Enzo Biagi che amava tantissimo il proprio lavoro viene tolto di mezzo in quel modo così brutale che conosciamo, lo si ammazza a metà". E' il commento amaro di Dario Fo. Il premio Nobel definisce la morte di Biagi "un lutto nazionale" e aggiunge: "Ho provato situazioni di cacciata diretta e so cosa significa essere di colpo senza un lavoro che, come nel caso di Biagi, è la tua vita. E non voglio aggiungere altro".

Anche Emanuele Filiberto di Savoia ha voluto esprimere alla famiglia il proprio cordoglio e quello di Casa Savoia. "Biagi è stato un vero baluardo di civiltà e un difensore della libertà nella sua più pura essenza, nel costante rispetto di ogni opinione". Giorgio Armani è stato raggiunto dalla notizia a Tokyo. "Enzo Biagi è sempre stato nel mio cuore" ha detto lo stilista. "Con me è sempre stato particolarmente gentile, varie volte mi ha scritto, è anche venuto alle mie sfilate". Mentre monsignor Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, di Enzo Biagi ricorda che "aveva un'anima spontaneamente cristiana", e che ''nei suoi libri non mancava mai una dimensione spirituale".

"L'ho conosciuto qualche mese fa, in occasione dell'intervista che mi fece per il suo programma 'RT' e mi colpì moltissimo per un dato evidente del suo carattere: era un galantuomo, una persona integra". E' il ricordo di Daniele Luttazzi, che proprio partecipando al programma di Biagi, ha interrotto la sua lunga assenza dal video, terminata definitivamente sabato scorso con Decameron, in onda su La7. "Enzo Biagi, una volta mi raccontò che suo padre, che era ferroviere, lo chiamava 'sovversivo', perché si rendeva conto che suo figlio era molto avanti con le idee". E' uno degli aneddoti che il grande giornalista raccontò una volta a Pippo Baudo.

"Enzo Biagi è stato un grande opinion leader dei nostri tempi, interprete di un giornalismo libero e proprio per questo scomodo. Anche chi non lo ha amato deve oggi apprezzarlo e rendergli omaggio, come si deve a un grande che esce di scena", dice il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini. ''Perdiamo un grande giornalista, che, con il suo stile e il suo lavoro, ha segnato un'epoca di giornalismo sulla carta stampata e in televisione'', afferma il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Massimo D'Alema. ''Con lui scompare un italiano perbene e un grande giornalista, testimone dei profondi cambiamenti dell'Italia contemporanea, che non è mai venuto meno alla ricerca della verità", afferma il ministro Rosy Bindi.

"Con la scomparsa di Enzo Biagi la Rai perde un grandissimo giornalista che ha dato lustro negli anni all'azienda e a tutto il giornalismo italiano". E' quanto afferma il direttore generale della Rai, Claudio Cappon. "Enzo Biagi era straordinario, ma mentre per la carta stampata ci sono altri, pochi, pochissimi, che possono essere paragonati a Biagi, credo che per la televisione non ci sia nessuno come lui", ribadisce il presidente della Rai Claudio Petruccioli.

Un "protagonista della vita civile e culturale", uno "dei più importanti giornalisti" del dopoguerra: così il presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti. Mentre in un messaggio alla famiglia di Biagi il presidente del Senato Franco Marini definisce il giornalista un "testimone prezioso e insieme protagonista di molti decenni di storia italiana, ha saputo osservare, raccontare e spiegare come forse nessun altro la realtà di un paese in continuo cambiamento".

"Polemizzavamo spesso perché io prendevo in giro la sua retorica bolognese - racconta Giorgio Bocca - lui si arrabbiava. In politica però andavamo d'accordo, tutti e due di sinistra, siamo sempre stati dell'area socialisti e antiberlusconiani". "Mi dispiace molto, era una bella persona, un emiliano cui volevo molto bene", commenta il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo.

(6 novembre 2007)
da repubblica.it
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« Risposta #6 inserito:: Novembre 07, 2007, 08:09:28 am »

CRONACA

IL RICORDO

Sulla carta o in tv era "il cronista"

Contro di lui l'antigiornalismo

di MICHELE SERRA


Enzo Biagi era un cronista. Lo ripeteva sempre e pareva il vezzo di un giornalista famoso, popolarissimo, pluridirettore, che si rifugiava dietro un abito professionale ordinario. Ma non era un vezzo, era la sostanza viva del suo mestiere. Testimoniata da uno stile tutt'altro che letterario, scarno, efficace, che gli impedì (per sua fortuna) di diventare mai un opinionista o un elzevirista come ce ne sono tanti.

Anche i suoi commenti e le sue rubriche erano fatti di spunti di cronaca, di memorie personali, un montaggio "dal vivo" che raramente assumeva la forma tradizionale dell'editoriale in punta di penna. Era capace di lavorare solo sui materiali empirici, toccati con mano. La sua esperienza, i suoi incontri, i suoi appunti. Un giornalismo "di strada", anti-intellettuale, direttamente indirizzato alla sostanza delle vicende umane, al senso comune, a una "normalità" così rara nel mondo barocco dei media, che riusciva a toccare le corde del pubblico popolare e che gli aprì le porte di un clamoroso successo televisivo.

Il titolo del suo programma di maggiore impatto e di maggiore ascolto non per caso fu "Il fatto", una sorta di rivendicazione asciutta della materia prima del giornalismo. Usava la televisione come un foglio di carta, ovviamente conoscendone la potenza centuplicata, ma ignorandone ostentatamente tutto l'armamentario di effetti, il linguaggio pletorico e/o aggressivo, la rumorosità e la lucentezza eccessiva. In video era quasi monastico, una scrivania e poche parole, e quella mezza figura inquadrata - il famoso "mezzobusto" di Saviane - trovò attraverso l'understatement di Biagi una sorta di fantastico riscatto. Come se il tono basso, l'abito grigio, l'espressione pacata, servissero soprattutto a scardinare la presunzione televisiva e ridare centralità assoluta alla parola, alle facce e alle persone.

Nei primi anni Novanta, quando lui era uno dei primi tre giornalisti italiani (gli altri erano Bocca e Montanelli) e io poco più che un pivello, mi chiese se poteva venire nella redazione di "Cuore" per intervistarmi a proposito della satira. Si presentò con un impermeabile chiaro e una borsa di cuoio, tirò fuori penna e taccuino e cominciò a farmi domande. Poca conversazione informale, pochi convenevoli, quella era un'intervista e dunque una situazione professionale. Quello era mestiere. Rimasi sbalordito dallo spettacolo del vecchio gigante che appuntava diligentemente sul taccuino le parole di un ragazzo. Capii che Enzo Biagi era davvero un cronista, che quello voleva essere ed era sempre stato.

L'ostracismo da lui patito negli ultimi anni non è stato dunque rivolto contro una posizione culturale o politica. E' stato rivolto contro il giornalismo, che lui personificava come pochi altri.


(6 novembre 2007)
da repubblica.it
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« Risposta #7 inserito:: Novembre 07, 2007, 08:15:28 am »

CRONACA Aveva 87 anni, era ricoverato in una clinica di Milano

Accanto a lui, al momento del decesso, le figlie Carla e Bice

Italia in lutto, è morto Enzo Biagi maestro di libero giornalismo

La camera ardente aperta oggi e domani, i funerali giovedì a Pianaccio

La figlia Carla: "Ha sul petto il distintivo dei partigiani, voleva essere ricordato così"
 

MILANO - Enzo Biagi è morto questa mattina. Il decano dei giornalisti italiani, che aveva 87 anni, da oltre una settimana era ricoverato nella clinica Capitanio di Milano. Accanto a lui, al momento dell'addio, le due figlie, Carla e Bice. Il mondo dell'informazione perde così uno dei suoi personaggi più celebri e autorevoli: "Una grande voce di libertà", come ha commentato a caldo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. La camera ardente - vi si accede da via Quadronno, sul retro della casa di cura - è stata aperta alle 10, e sarà visitabile fino a domani. E tanta gente comune si è messa da subito in fila.

Ad annunciare per primo il decesso di Biagi è stato il medico Giorgio Massarotti, all'ingresso della clinica: "Per incarico della famiglia - ha detto ai cronisti presenti - e con estremo dolore, annuncio che il dottor Biagi si è spento alle 8 di questa mattina con serenità". Poi hanno parlato le figlie: "Si è addormentato sereno - ha raccontato Bice - le ultime parole che ha pronunciato sono state 'ho tanto bisogno di voi'. Ci ha fatto dormire qualche ora, a me e a mia sorella, e ci ha aspettate. Siamo stati insieme".

La figlia Carla invece ha sottolineato che suo padre avrebbe voluto essere ricordato per quello che era: "Una persona onesta". "Ha sul petto il distintivo di Giustizia e libertà - ha proseguito - perché era una delle cose più care di cui parlava di più, ossia dei partigiani, e anche questo mi piace ricordarlo".

Biagi, che aveva sei by-pass, era stato ricoverato per problemi cardiaci, ma venerdì scorso si erano manifestate anche complicazioni renali e polmonari. Sabato le sue condizioni sono apparse migliori. Stamattina presto, però, c'è stato il peggioramento. E poi la morte. Tra i primi ad accorrere in clinica, dopo la notizia del decesso, i colleghi Sergio Zavoli e Ferruccio De Bortoli (direttore del Sole 24 ore).

I funerali si svolgeranno giovedì a Pianaccio, il piccolo borgo di Lizzano in Belvedere, sull'Appennino bolognese, dove il giornalista era nato. Sarà seppellito accanto alla moglie Lucia. Intanto, questa mattina, la sua figura è stata ricordata anche nell'Aula del Senato: prima di riprendere l'esame della legge Finanziaria, tutti i gruppi parlamentari hanno espresso il loro cordoglio per il "grande giornalista". E il governo, con il ministro per gli Affari regionali Linda Lanzillotta si è associato alla celebrazione. Così come il presidente di turno di Palazzo Madama, Milziade Caprili.

(6 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #8 inserito:: Novembre 07, 2007, 11:23:47 am »

6/11/2007 (15:58) - ARTICOLO DEL 1° NOVEMBRE 1953

La signora Roosevelt ci parla di suo marito
 
Chiacchierata al caminetto con la "first lady" degli Stati Uniti - Tra riunioni e conferenze - Cari ricordi di undici anni alla Casa Bianca - Quello che il Presidente pensava di Stalin - Due severe note richieste senza risposta

ENZO BIAGI
(Nostro servizio particolare)


New York, dicembre

Elenora Roosevelt è sola. Anche Miss Thompson, la vecchia segretaria, se ne è andata. L’autista negro e una cameriera curano la casa e, forse, le fanno compagnia. L’appartamento è piccolo e non le consente di ricevere: ma la Sessantaduesima strada è tranquilla, e gli inquilini dello stabile non sono fastidiosi. I grandi faggi hanno coperto il marciapiede di foglie, e i rumori di New York si perdono lontani.

Dopo le elezioni, la signora Roosevelt ha dovuto rinunciare all’incarico che aveva alle Nazioni Unite. Al suo posto è andato un repubblicano. Era un lavoro che le piaceva: si occupava dei rapporti tra gli uomini. Ha rifiutato pure i cinquemila dollari che il governo assegna alle vedove dei presidenti: «Non ho bisogno di nulla», dice, «ogni giorno scrivo il diario per una catena di quotidiani, e sono spesso invitata a tenere conferenze. Ho anche qualcosa di mio».

E’ una donna molto alta, dagli occhi chiari, sorridente. I capelli che un tempo erano biondi, si sono fatti grigi. Porta un abito di taffettà scuro. Soltanto una spilla di brillanti e le unghie laccate di rosa svelano qualche ricercatezza. Serve il tè nel salotto, vicino al caminetto. Thomas, nipote di Falla, la cagnetta del Presidente, dorme sul tappeto, ai piedi della padrona. Sul pianoforte c’è un ritratto di Franklin Delano Roosevelt, un’immagine giovanile.

«Sono stata per undici anni alla Casa Bianca. Era una vita diversa, certo. Ma ho solo un rimpianto: lui. Non mi pare che abbia mai perso la calma; si, due o tre volte, ma si trattava di persone che avevano compiuto gesti spiacevoli. Lo ricordo nelle ore difficili. Il giorno che fu eletto per la prima volta, il giorno di Pearl Harbour. Lo chiamarono a guidare l’America, e molti lo credevano finito. Il Paese andava alla rovina. Era colpito dalla paralisi e vinse il male, vinse la crisi. Fece un grande discorso al Congresso, parlò in piedi, credo il più bel discorso di tutta la sua carriera. «Il giorno dell’attacco giapponese venne a cena tardi. Era stanco, taciturno. Io gli dissi: - E’ più facile vivere conoscendo il peggio che nell’incertezza. - Non ci avevo pensato – rispose – forse hai ragione. «Andammo a tavola».

Le pareti della stanza sono adorne di riproduzioni a colori di pitture italiane. Su un piccolo tavolo c’è un fonografo e un disco: Echos de Paris. «Questo mondo lo deluderebbe. Non sognava così. Aveva sempre pensato che le grandi Potenze, assieme, potevano controllare la Russia. Gli dispiaceva di dover ricorrere ad un interprete per discutere con Stalin: credeva nella forza della parola, nel calore umano. Ha detto Will Rogers, il nostro Will: “Ho amato ogni uomo che ho conosciuto”. Quando tornò da Teheran mio marito mi disse: “Stalin non ha stima di nessuno, ma noi faremo tutto quello che abbiamo promesso, e l’Inghilterra anche”. Dopo Yalta, invece, mi parve rasserenato: “Stalin è onesto, ma sospettoso”, mi disse. “Con Churchill è freddo, perché Churchill ha criticato diverse volte la rivoluzione. Ma credo che fra noi sia nata una maggiore fiducia”.

Il maresciallo era assai gentile con Ann, la mia figliola, che accompagnava sempre il padre: Ann era giovane e allegra. So che mio marito, prima di morire, inviò a Stalin due note, molto severe; non so se c’è mai stata risposta». Ho chiesto a diversi americani: «Chi è oggi la donna più importante degli Stati Uniti?». I giovanotti hanno risposto: “Marylin Monroe”, le persone serie: “Sempre Eleonora Roosevelt”. La First Lady ha mantenuto i contatti con la gente; scrive, parla, va in visita, viaggia. Risponde a tutti: dei vantaggi che le competono per il suo rango ne ha accettato solo uno: la franchigia.

«Quando mio marito fu eletto presidente io chiesi che la posta indirizzatagli dai cittadini fosse passata a me. Potevo dirgli, meglio di qualunque ufficio, di certe situazioni, di certi bisogni. Potevo aiutarlo a provvedere. Il primo anno ricevette trecentomila lettere, poi man mano che le cose si accomodavano la corrispondenza diminuiva, arrivammo a centomila. Aumentarono ancora all’inizio della guerra. Quando è morto ho ricevuto dieci casse di posta e molti, per farmi coraggio, mi raccontavano le loro storie».

Oltre la vetrata si vede un fanale avvolto nella nebbiolina azzurra. La donna di servizio accende il fuoco, Thomas la insegue abbaiando. «Ho diciannove nipoti, e ogni tanto vengono a trovarmi. Non mi annoio mai, ho tante cose da fare. Desidera conoscerei i miei impegni di questi ultimi tre giorni? Martedì sera ho parlato a Mount Vernon, mercoledì alle otto e trenta ho preso l’aereo e sono andata in una piccola città dello stato di New York, dove a mezzogiorno ho intrattenuto millecinquecento persone sull’attività dell’UNO. Poi, in macchina, sono corsa a Syracusa: conferenza stampa e discorso nell’aula magna dell’università. «A Syracusa c’è un poliziotto mio amico: scortava in motocicletta la vettura del Presidente. Cadde e si ruppe la spina dorsale. Lo portammo a New York per farlo curare, ma rimase paralizzato. Aveva ventitré anni. Adesso guida l’auto e tiene in ordine la casa. Sono andata a trovarlo.

«Alle undici di sera ho preso un treno per Chicago; ho viaggiato tutta la notte. Giovedì, a Chicago, conferenza stampa, poi colazione con un gruppo di signore che avevano preparato l’incontro, poi Adlay Stevenson mi ha accompagnata in un sobborgo e mi ha presentata a tremila elettori che avevano da rivolgermi delle domande su temi politici. «Sono rientrata in albergo, ho fatto un bagno, mi sono cambiata e via in un altro quartiere: un’associazione parrocchiale aveva organizzato una cena e subito dopo mi attendevano tremila ascoltatori. Venerdì alle otto e quindici ero già a Minneapolis: colazione, press conference, visita all’università, altro discorso. «Poi di corsa all’aeroporto perché nel pomeriggio mi aspettavano in North Dakota: conferenza e ricevimento dall’arcivescovo. Sono arrivata appena in tempo per prendere l’aereo che, stamattina alle sette e trenta, mi ha sbarcato a New York. Dovevo intervenire ad una cerimonia al palazzo delle Nazioni Unite. C’erano anche degli artisti negri che interpretavano “Porgy and Bass”, l’opera di Gershwin che io preferisco, e mi hanno fatto molte feste. Sarò andata ad ascoltarli almeno dieci volte. Mi piace molto il teatro. Adesso sto conversando con lei, ma prima ho dettato due colonne per i miei quotidiani, poi uscirò perché ho un invito a cena. Non mi sento troppo stanca».

S’interrompe, fissa per un poco la fiamma. Poi, come seguendo altri pensieri: «Era un grande realista. Avrebbe saputo adattarsi alla politica dei russi». Guarda l’orologio di acciaio che porta al polso: «Devo correre a prepararmi. Sono con i Truman. La voce di Margaret? Non è forte, ma bene educata». Sulla porta che si chiude sta scritto: Mrs. Roosevelt. L’inquilino del piano di sotto rientra fischiettando.


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6/11/2007 (15:54) - UOMINI DEI DUE FRONTI IN GUERRA - ARTICOLO DEL 18 DICEMBRE 1966

Vigilia di Natale a Saigon
 
 

Per quattro giorni, dalle ore 7 di sabato, ci sarà tregua: l'erario americano risparmierà 160 miliardi, i vietnamiti 400 morti, e tutti saranno liberi dall'incubo della morte e dell'agguato - Nelle basi americane si prepara una grande festa: sono arrivati gli ultimi film, i regali delle famiglie, rifornimenti speciali; anche i cani impiegati nei rastrellamenti riceveranno una razione in più - I guerriglieri potranno riposare, ed i contadini per breve tempo non si sentiranno come «mosche schiacciate tra due bufali» - Ma non c'è gioia - Troppe donne vietnamite portano la veste bianche del lutto; e ogni giorno un aereo da carico parte per gli Stati Uniti con nuove bare

ENZO BIAGI
(Dal nostro inviato speciale)


Saigon, dicembre.
Sono alla base di Nha Be: da qui partono le motobarche della Marina che pattugliano il fiume. E' giorno di festa e il cappellano ha appena finito di recitare il sermone. Nella baracca adibita a mensa degli ufficiali hanno ricoperto le pareti con le fanciulle di Play Boy: “Miss Ottobre”, ampia, fulgida, bionda, sembra riscuotere particolari consensi. Il reverendo Beale è molto occupato; sta organizzando, per la vigilia di Natale, un pranzo da offrire ai poveri del paese. Ha già raccolto trecento dollari. E' in programma anche un party meno benefico, e ogni G.I. potrà portare la sua ragazza.

E' supponibile che ci sarà un po' di confusione. Dagli States stanno arrivando camionette di pacchi: torte di mele fatte dalla mamma, orologi, transistors, cravatte da mettere in licenza a Manila. La posta è raddoppiata: e i figli raccontano a i padri che Gesù Bambino gli ha portato, quest'anno, strani e nuovi regali, aeroplani “Phantom”, con la mitragliatrice che spara davvero, jeeps, lancia granate, pupazzi che riproducono il bravo marine Joe, perché anche i giochi dei bambini sono cambiati: un tempi si divertivano a “uccidere” i giapponesi e i nazisti, ora tirano addosso al vietcong.
Il sergente addetto alla cucina ha già preparato il menù per la Notte Santa, ed è, più o meno, quello del Giorno del Ringraziamento. Taglierini in brodo, succo di pomodoro, consommé, tacchino arrosto con patate dolci e piselli al burro, succo di ananasso, granturco arrostito, dolce di zucca farcita, gelato, buffet vario, té freddo, caffé caldo, coppa di frutta, punch al latte.

La tregua comincerà alle ore sette del 24; dall'aeroporto di Than Son Nhat non si alzeranno né gli elicotteri né i bombardieri, né quei piccoli aerei che hanno nomi gentili, “Caribù”, “Albatros”, e che seminano la morte. Ai cani da pastore che sono usati per affrontare le pattuglie suicide dei guerriglieri, e che mandati all'attacco vanno rabbiosamente a farsi fulminare, distribuiranno una razione speciale. L'ultimo caduto si chiamava Rebel, era un grande lupo tedesco, ed è rimasto disteso nella sterpaglia, l'altro giorno, quando ci fu una lunga sparatoria lungo le piste, con uso di mortai. Le strisce di scotch che proteggono i vetri dagli scoppi, i sacchetti di sabbia, i cilindri di cemento messi davanti agli alberghi, agli uffici del governo, alle sedi dei militari, per una giornata appariranno superflui. In questa città, che ha il senso del provvisorio e la tensione dell'agguato, cesserà per un momento quella che l'ambasciatore Cabot Dodge, partito per le vacanze, ha chiamato «una guerra senza fronte, senza fianchi e senza spalle».

Il bilancio degli Stati Uniti risparmierà qualcosa sui quaranta miliardi che costa, ogni giorno, l'impresa del Vietnam; i cultori della statistica hanno calcolato che ogni “Viet” caduto pesa, sull'erario americano, per 365 mila dollari, ogni morto più di 200 milioni di lire. Che economia è la pace.

Sono andato a trovare alla pagoda di Han Quang il venerabile Tri Quang Thung Toa, il capo dei buddisti, di quei bonzi che si bruciavano per ricordare al mondo il dolore della loro gente, e mi ha detto: «Dica al Papa la mia gratitudine: ogni volta che si alza il sole muoiono cento vietnamiti e per la sua carità, durante quattro giorni, nessuno sarà ucciso: quattrocento creature gli debbono la vita. Io l'ho ricevuta solo per questo; lo dica al Papa, glielo faccia sapere».
Domenica prossima sarà tempo di letizia per milioni di uomini, per le vedette che fanno servizio sul Song Saigon, che forse potranno anche dormire, per le ottomila signorine che nei bar intrattengono gli americani, che riceveranno più confidenze e più dollari, ascolteranno malinconici discorsi, e berranno molte tazzine di té di menta, per i piccoli lustrascarpe che si aggirano petulanti sui marciapiedi di Tu Do, con le minuscole cassettine, per gli abitanti del Delta, che hanno scaricato una intera nave di birra, destinata ai “club” dei comandi, e che è finita invece al mercato nero, per quelli dei villaggi, per i vietcong. Non si vedranno, nella notte, le strane lucciole rosse che riempiono il cielo, e che indicano le ali delle “aquile volanti”; non si sentiranno gli altoparlanti che, da bordo delle “cicogne” della ricognizione, lanciano messaggi, e ripetono fino all'assurdo i motivi della propaganda, i sampan e le giunche potranno scivolare sui fiumi e sui laghi a pescare tinche o granchi, senza che ululino le sirene delle vedette. Il guerrigliero potrà, finalmente, riposare, non mangerà riso freddo, non vedrà bruciare le foreste, niente napalm, niente quelle brutte nuvole di nebbia nauseabonda che provocano il vomito, forse anche i contadini saranno più generosi, e divideranno con i ribelli un poco del maiale che sono riusciti a salvare dalle bombe o dalle razzie, la carne cotta con le noci, la manioca, il latte di capra, il pane di mais, gli scampi arrostiti, il vino di riso, la papaia.

I contadini dicono: «Siamo come mosche schiacciate tra due bufali», ma per Natale tanto il bufalo governativo come il bufalo ribelle resteranno al chiuso, e nelle risaie, nelle foreste, sarà pace per tutti, per gli alberi lacerati, per le foglie cadute, per le piante acquatiche e per i rampicanti dai colori splendenti, non si sentirà l'odore acre dell'esplosivo, ma solo quello greve delle erbe putride. Sarà pace per i fiori di loto e per i bambù, per le dalie rosse, per il gallo selvatico, il cervo, il porcospino, la scimmia, la tigre e la civetta, per tutti gli animali che si nascondono, non più protetti, nella giungla, non si sentiranno gli scoppi dei proiettili, ma solo i tamburi dei bonzi, e le loro cantilene, il ronzio degli insetti, il gorgoglio delle onde.

Le cartoline che si vendono sulle bancarelle si ispirano al tanto atteso momento; placide capanne sotto la luna, laghi azzurri, bananeti e piante del caucciù, c'è un soldato inginocchiato che prega, il fucile abbandonato per terra, e da una stella d'oro piove una grande luce, che illumina una palma, e il volto assorto del fante vietnamita. «Per un giorno», dice la gente, «i grandi nasi bianchi» (che è un modo colorito di dire gli americani), «non faranno sibilare l'occhio di serpente» (che è una bomba che va sull'obiettivo, planando), «né sguinzaglieranno il cane pigro» (che è un ordigno che esplode a cento metri dal punto preso di mira, e provoca una pioggia di frecce).
«Per un giorno», dicono, «non ci saranno mine vaganti che fanno saltare le navi, tubi di plastico sotto i ponti, non ci saranno agguati». Nei cinema con l'aria condizionata, impiantati in ogni base, si proietteranno gli ultimi film di Hollywood, arriveranno cantanti celebri e attrici prosperose, e perfino il nemico riceverà qualche segno della magnanimità e del pacifismo degli Usa.

I quaccheri di Filadelfia hanno spedito anche a quelli del Nord medicinali e scatole di chewing-gum, e le pattuglie distribuiscono alle popolazioni saponette degli alberghi, “Holiday's Inn”, avvolte in lasciapassare per le zone governative, caramelle, aspirine, pillole antimalariche. Ma la gente è silenziosa e triste, è anche se le ragazze, quando il cannone tace, si aggiustano i capelli con l'olio di cocco profumato, troppe donne portano la veste bianca, che è segno di lutto. Sarà un giorno diverso dagli altri anche per i cinquecentodue inviati che sono qui per raccontare questa “guerra fessa”; c'è il giovane Hearst, che ha ereditato una catena di quotidiani, e c'è John Steinbeck, premio Nobel, che è venuto a passare il Natale quaggiù, a cercare qualche storia per i lettori di un giornale di New York.

Chiacchiera con gli anziani, sulla terrazza del “Caravelle”, quelli che hanno già fatto, a suo tempo, il Pacifico o il Vallo Atlantico o magari la Spagna, quelli che hanno conosciuto Ernie Pyle, il cronista che raccontò col cuore, giorno per giorno, le avventure dei G.I. del secondo cataclisma, e ci lasciò la pelle, proprio come un qualsiasi sfottuto soldataccio. Ogni mattina, dall'aeroporto di Than Son Nhat, parte un «cargo» che porta nella stiva tante casse avvolte in una bandiera con le stelle e le strisce: sono i morti che tornano a casa. Le bollette hanno già segnato seimila nomi; per il venticinque dicembre il volo è sospeso.

Stars and Stripes, il giornale dei combattenti, non avrà, per una volta, bollettini di battaglie o proclami di generali; ci sarà più spazio per la presentazione degli incontri di calcio, per le pin-up girls da attaccare sulla branda, e per i fumetti. Nah Qué è una frase vietnamita che si sente ogni tanto pronunciare, come un sospiro. Vuol dire: «Domani felice». Parole che hanno, come non mai, un senso provvisorio.



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« Risposta #9 inserito:: Novembre 07, 2007, 11:25:44 am »

La lezione di Enzo Biagi

L'orgoglio di un cronista

Diceva: «Avrei fatto il giornalista anche gratis: meno male che i miei editori non se ne sono mai accorti»


«Avrei fatto il giornalista anche gratis: meno male che i miei editori non se ne sono mai accorti». Racchiudere la vita di Enzo Biagi in questa battuta, tra le predilette della sua ricchissima collezione di aneddoti, epigrafi, aforismi, sarebbe sciocco e riduttivo. In quelle poche parole, però, lui condensava davvero un mucchio di cose. La passione per un mestiere che coltivava da quando era un ragazzino sceso a Bologna dall'Appennino tosco-emiliano. La rivendicazione orgogliosa, alla larga dagli intellettualismi, di essere un cronista.

La leggerezza con cui sapeva affrontare tutto, anche i temi più gravi. L'autoironia, che l'aiutava a non prendersi troppo sul serio neppure dopo un percorso professionale unico. Aveva 87 anni e aveva scritto il suo primo articolo a 17. Eppure, a scorrere oggi la sua biografia, ti chiedi come sia riuscito a fare tante cose in tanto poco tempo. A tenere tante vite insieme. La resistenza nelle brigate «Giustizia e Libertà », la direzione di Epoca ottenuta giovanissimo, quella del telegiornale, l'invenzione di decine di trasmissioni tivù e poi migliaia di articoli e appuntamenti serali sul piccolo schermo e poi ancora romanzi, reportage, biografie, raccolte di interviste, volumi fotografici e perfino storie a fumetti per un totale di oltre un'ottantina di libri e una dozzina di milioni di copie vendute. Se lo chiedevi a lui, rideva: «Ho lavorato. Me l'ha insegnato mio papà che faceva l'operaio». Era stato dappertutto, aveva visto tutto, aveva incontrato tutti. Presidenti, divi del cinema, dittatori, re, donne fatali, boss mafiosi, fuoriclasse, tagliagole e guerriglieri. Aveva inseguito la notizia fino a cacciarsi a quasi ottant'anni, già malandato, sotto le bombe che cadevano su Belgrado. Aveva cenato con Enrico Fermi, preso un tè con Eleonora Roosevelt, messo a segno decine di scoop. Aveva inventato, un giorno che l'allora capo del governo Francesco Cossiga gli aveva cancellato l'incontro all'ultimo istante, l'intervista senza intervistato, in cui lui, devastante con quella sua cadenza tranquilla quasi piatta, faceva le domande al vuoto. Aveva avuto l'onore, dopo «I dieci comandamenti all'italiana », di essere ricevuto da Giovanni Paolo II, che gli aveva detto ammiccando: «La ringrazio anche a nome di Mosè».

 Eppure gli piaceva ricordare soprattutto certi servizi degli esordi. Come la scoperta di un finto fachiro indiano di nome Cadranel che richiamava le folle bolognesi o le avventure polesane dei ragazzini della «ganga dell'unghia lunga». «Cantastorie» straordinario e straordinario «adescatore di lettori» nel suo significato più nobile (bastava un'immagine, un'annotazione curiosa, un dettaglio sorprendente), ha fatto compagnia per decenni a milioni di italiani che l'hanno seguito fedeli dalla Settimana Incom alla Stampa, da Repubblica al Corriere. Uomo libero fino a essere talora impertinente, buttato fuori dalla Rai dopo l'«editto bulgaro» di Berlusconi, etichettato sbrigativamente come comunista (per definirsi in realtà citava Silone: «Sono un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa»), liquidato come vecchio dai nemici più volgari ignari della sua forza di volontà, era riuscito mesi fa a vincere anche la sua ultima battaglia: il ritorno in tv. «Dalla vita ho ricevuto più di quel che mi aspettavo. Ma in poco tempo ho dovuto pagare il prezzo di tutto», sospirava parlando della perdita della moglie e della figlia minore. Scriveva di avere smesso di cancellare il telefono degli amici morti dall'agenda: «Sono troppi. E poi mi fanno compagnia ». Via via che sentiva il carico degli anni, parlava dell'addio come di un appuntamento atteso. Invocato. Sul quale trovava la forza di sorridere citando Woody Allen: «Non è che ho paura della morte. Vorrei solo non esserci quando arriverà». Da oggi siamo tutti un po' più soli.

Gian Antonio Stella
07 novembre 2007

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IL CARDINALe MARTINI

Gli confidai: sceglierei lei come padre spirituale laico

Conservo un ricordo molto bello dei miei incontri con Enzo Biagi. Fui intervistato da lui in tante occasioni, sia mediante dialoghi quieti a tu per tu, preparati con calma, sia con richieste di interventi televisivi giunte all’ultimo momento per qualche evento urgente. Fin dal primo incontro mi trovai con lui a pieno mio agio e glielo espressi anche in una forma che gli piacque molto. Gli dissi, cioè, che se avessi dovuto scegliermi un padre spirituale laico avrei senz’altro scelto lui, che mi dava tanta fiducia e libertà di esprimermi. La formula lo colpì e me la ricordò anche in seguito.

Il suo dono era quello di una grande semplicità e insieme di un approccio da gran signore, che sapeva fare le domande giuste senza mettere mai in imbarazzo la persona interrogata. Quanto ascoltava lo scriveva con estrema sobrietà di linguaggio e senza forzare sui sentimenti. In realtà, benché non lo lasciasse intendere molto, guardava nel profondo e aveva sete di quelle certezze che ammirava in alcuni suoi interlocutori: certezze non derivate da ideologie o forzature del pensiero, ma dal semplice ascolto delle cose e di Dio.

 Talora evocava qualcuna di queste certezze nella loro forma più semplice, come la fedeltà sponsale o i valori di una volta. In fondo era uno spirito inquieto, teso in una ricerca non conclusa di ciò che potesse dargli pace profonda. Aveva una sua forte coerenza interiore ed era pronto a pagare per essa. Ma questo non mi colpiva tanto in lui come la nostalgia di cose più alte e più vere, quelle che ora appagano il suo spirito.

Carlo Maria Martini
07 novembre 2007

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l'ex capo dello stato ricorda il suo rapporto con il giornalista scomparso
La nostra idea dell'Italia
Il ricordo di Ciampi: «Una grave perdita per il Paese. un acuto senso di mutilazione per me»

Una grave perdita per il Paese, un acuto senso di mutilazione per me. Hanno questo doppio registro le mie riflessioni, oggi, dopo la scomparsa di Enzo Biagi. Con lui, infatti, oltre a un grande maestro di giornalismo se ne va anche un pezzo della mia stessa vita, dato che eravamo amici da molti, molti anni. Entrambi nati nel 1920, siamo passati attraverso le medesime esperienze: la dittatura, la guerra, la lotta per la libertà sotto le bandiere del Partito d'Azione, l'ansia per questa nostra Italia che è via via cresciuta pur tra mille difficoltà.

 Ricordo la gioia che mi dimostrò quando, da presidente della Repubblica, accettai di essere con lui a Lizzano in Belvedere, per onorare la Resistenza. Era l'ottobre 2001, e nei monti del piccolo borgo tosco-emiliano Biagi aveva combattuto al fianco di mio cognato Ferruccio Pilla (fratello di mia moglie Franca), agli ordini di un famoso capo partigiano, «capitan Toni» Giuriolo, un intellettuale che aveva comandato, dopo quella di Giustizia e Libertà, la Brigata Matteotti prima di cadere sotto il fuoco nazifascista. Tutti e due, quel giorno, ricostruimmo una comune idea della Resistenza. Tentando di uscire da interpretazioni imbalsamate, ma tenendo ferma la verità della storia, e mirando nel contempo ad una riconciliazione nazionale che andasse oltre la pietas dovuta a chi ha perso. Fu un momento importante. Che ricordo con la stessa grata emozione di quando, un paio d'anni prima, ero andato in visita al Corriere della Sera e nella Sala Albertini incontrai appunto Enzo assieme a due altre firme storiche, che hanno fatto del giornale di via Solferino «una sostanziale istituzione»: Indro Montanelli e Gaetano Afeltra. Parlammo della nostra cara Italia e, naturalmente, di come dev'essere il buon giornalismo. Improntato cioè a onestà, rigore, semplicità e chiarezza. Doti che Biagi ha avuto in dono già dagli esordi e che ha coltivato fino all'ultimo e che sono state — credo— anche il segreto del suo largo e costante successo. Doti che emergevano sia quando scriveva un articolo o un libro, sia quando lavorava alle sue trasmissioni televisive. Mancherà a tutti. E a me moltissimo.

Carlo Azeglio Ciampi
07 novembre 2007

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Da «Rotocalco» a «Il fatto»: interviste a grandi (e piccoli) della storia
La televisione prima dello spettacolo
Tanti i programmi in tv di Biagi, caratterizzati sempre da un linguaggio chiaro e da uno stile asciutto

«Se si vuole raccontare una storia è necessario, prima di tutto, che questa storia interessi alla gente; ma non si riescono a raccontare storie se non si ha un punto di vista». In questa semplice frase, si racchiude tutto il modo di fare tv di Enzo Biagi. In tanti anni, in mille trasmissioni, Biagi ha saputo creare uno stile inconfondibile, sobrio e asciutto. Tirati da tutte le parti, frastornati da tanti messaggi, rischiamo spesso di dimenticare il nitore della semplicità, la maestria di un linguaggio trasparente. Lui non lo ha mai dimenticato, fino alla fine, quando ormai faceva fatica a stare davanti a una telecamera.

La Rai deve molto a Biagi, fin dal settembre 1961 quando Ettore Bernabei lo chiamò alla direzione del telegiornale. Si pensò allora che l'arrivo di un professionista stimato potesse aprire una nuova epoca nell'informazione paludata della Rai. Biagi chiese solo di poter scegliere giornalisti svincolati dai partiti. Scelta impossibile, e il suo incarico durò pochi mesi. Nel '62 fonda «RT», il primo rotocalco tv d'attualità con la grafica e i contenuti della stampa periodica illustrata; nel '69 cura «Dicono di lei», una serie di interviste a personaggi famosi. Nel '78-'79 conduce «Made in England» e «Douce France », due grandi cicli di inchieste internazionali, quindi un'altra serie di servizi sul traffico d'armi, sulla mafia e sui più scottanti problemi della società italiana. Nell' 82 presenta il primo ciclo di «Film dossier » e l'anno dopo «Questo secolo: 1943 e dintorni», trasmissione che attraverso documenti, fotografie, filmati e ricordi cerca di ricostruire gli avvenimenti che avevano caratterizzato un periodo di radicali cambiamenti.

Negli anni seguenti le sue apparizioni tv sono sempre più frequenti: «1935 e dintorni», «Terza B, facciamo l'appello » ('84), «Linea diretta» ('85-'86), «Spot» ('86), «Il caso» ('88), «Il muro di Berlino» ('89), «I dieci comandamenti all'italiana » ('91, dove fa esordire mons. Ersilio Tonini), «Una storia» ('92), «La lunga marcia», un'inchiesta sul «gigante Cina » ('94) e dal '95 «Il fatto» appuntamento quotidiano interrotto nell'aprile 2002 dal famoso «editto bulgaro» di Berlusconi. Negli ultimi tempi è tornato sugli schermi con la riproposta di «RT», quasi a voler idealmente chiudere il cerchio della sua straordinaria presenza in video. Fra i molti programmi, realizzati sempre con il prezioso contributo di Franco Iseppi, il più importante rimane sicuramente «Linea diretta», approfondimento giornalistico di mezza sera, in seguito molto imitato, a partire dalla rassegna stampa.

Con «Linea diretta» Biagi ha inventato un nuovo spazio televisivo e soprattutto un linguaggio. Se oggi la tv italiana dispone di angoli di riflessione sulle notizie lo si deve a quel primo, metodico appuntamento, a quella discussione fuori degli schemi dei tg (tra l'altro, in quel periodo Biagi, Arbore e la Carrà, quasi da soli, salvarono la Rai dai vigorosi attacchi dell'allora Fininvest). Fra le molte interviste ai potenti della terra (li ha incontrati quasi tutti), fra i numerosi ricordi dei suoi incontri resta indimenticabile il documentario con cui Biagi nel '95 ha accompagnato, prima a Disneyland e poi a Lourdes, 270 bambini colpiti da gravi malattie: chi dalla distrofia, chi da traumi, chi dalla sindrome down, chi dalla leucemia. Come al solito, il grande merito di Biagi è stato quello di saperci proporre storie esemplari, scarne, significative. Saper trasformare fatti di cronaca in apologhi decisivi. E nei sorrisi rubati a quei figli, a quelle madri ci siamo accorti come la salute del corpo sia un fatto straordinario; e come la sua negazione ci appaia aberrante e intollerabile solo quando la proviamo su di noi o la vediamo riflessa sui volti dei più indifesi.

E come non ricordare l'intervista a Roberto Benigni del '97? Fra i due, che nel salutarsi si sono scambiati persino uno sfregamento di naso alla costumanza lappone, il più monello sembrava Biagi: imbeccava l'altro con sapienza, non nascondeva la voluttà di sentirsi provocato, arrossiva ma pareva quasi rallentare l'incontro per crogiolarsi nel divertimento. Benigni non si è risparmiato; via via, è diventato sempre più incontenibile (e incontinente) fino allo spogliarello finale. In realtà, la presenza tv di Biagi, così ben raffigurata da questo incontro, è stata insieme una lunga intimità con il dubbio e un forma particolare di indignazione. Il tono quasi dimesso, che rappresenta la cifra inconfondibile di ogni programma tv di Biagi, è in realtà il frutto di un ostinato lavoro di spoliazione. La sua prosa tv è sempre stata senza aggettivi, ha mirato all'essenziale, ha sfrondato ogni orpello inutile: questo significa buttare via immagini, prosciugare le sequenze, disadornare i servizi. Specie nelle inchieste, Biagi ha sempre avuto una particolare attenzione alla costruzione formale; per questo si è sempre avvalso della collaborazione di ottimi professionisti come Luciano Arancio, Vincenzo Gamna, Franco Campigotto: il documentario sull'Etiopia è anche un esempio di regia. Nell'epoca trionfante del giornalismo spettacolo, Biagi si è ostinato a proporre lo spettacolo di un giornalismo che tocca ancora una corda molto nascosta e raggiunge il sortilegio più raro, quello della sobrietà e dell'essenzialità.

 Uno stile ha anche un'anima quando sa esibire quella misteriosa qualità tv che si chiama credibilità: sensazione che nasce dai toni, delle parole, dai tratti fisionomici, da una fiducia conquistata. A dimostrazione che in video la faccia, i gesti, la voce, il rigore professionale hanno un valore cui non si può tanto facilmente rinunciare. È il momento in cui lo spettatore riconosce — per ripetere la frase di Biagi — un personale punto di vista. Per tante sere, con «Il fatto», Biagi ha rappresentato un appuntamento fisso, una sorta di bussola nel frastuono delle notizie. Non si limitava solo a esprimere un parere sugli avvenimenti più rilevanti della giornata; spesso l'avvenimento lo creava lui: «Buttar giù un parere, in fondo, sarebbe più facile; alla mia età me lo perdonerebbero in molti. Ma credo che la gente da me si aspetti altro: prima dei commenti, le certezze. E le sole certezze che può dare un giornalista sono i fatti. Niente è più dimostrato di ciò che è accaduto ». Per «durare», per raggiungere il successo in tv spesso si preferisce una certa dolce passività, un'ottusità tranquilla. Il grande insegnamento di Biagi è stato quello di forzare questa acquiescenza, di lasciarsi spingere dalla curiosità. Il buon cronista, diceva, non si accontenta mai di sostare sulla soglia degli edifici che vuole conoscere: ogni volta, instancabilmente, esige di visitarne tutte le più recondite stanze. È stato un buon cronista, ha svolto bene il suo compito, come suggeriva il profeta Isaia: «Colloca una vedetta notturna, che gridi quello che vede».

Aldo Grasso
07 novembre 2007

da corriere.it
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« Risposta #10 inserito:: Novembre 07, 2007, 06:06:23 pm »

2007-11-06 10:24

UNA VITA DA GIORNALISTA


 Testimone del secolo che come pochi altri ha saputo declinare la sua vocazione al giornalismo in tutti i media - dalla carta stampata, ai libri, alla tv - Enzo Biagi nasce a Lizzano in Belvedere, un paese dell'Appennino tosco-emiliano in provincia di Bologna, il 9 agosto del 1920. Figlio di una famiglia non abbiente, inizia la carriera giornalistica appena diciottenne al Resto del Carlino, senza per questo interrompere gli studi.

A 21 anni diventa professionista, poi viene richiamato alle armi e l'8 settembre 1943, per non aderire alla Repubblica di Salò, si unisce ai gruppi partigiani. Il 21 aprile del '45 entra a Bologna con le truppe alleate e annuncia dai microfoni della Pwb la fine della guerra. Nel 1952 viene chiamato al settimanale ''Epoca", di cui diventa direttore e in questi anni inizia la sua collaborazione con la Rai. Nel 1961 va a dirigere il Tg e l'anno seguente fonda il primo rotocalco televisivo.

Lasciata la direzione del Tg passa a La Stampa come inviato dove rimarrà una decina di anni, poi in seguito la sua firma comparirà tra l'altro su La Repubblica, Il Corriere della sera e Panorama. Ma non abbandona la Rai a cui collabora dando vita a numerose trasmissioni - Dicono di lei, Proibito, Film dossier, Linea diretta, Spot, Il caso, per citarne solo alcune - in cui è soprattutto stato a colloquio con grandi personaggi del secolo. Dal 1991 dà vita ad un programma ogni anno: il suo lavoro per la radiotelevisione pubblica si conclude il 31 maggio del 2002 con l'ultima puntata del programma 'Il Fatto', appuntamento quotidiano di grande ascolto in onda per oltre 700 puntate dal 1995.

La trasmissione chiude dopo le polemiche legate alle accuse di faziosità che gli vengono rivolte dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi per l'intervista a Roberto Benigni. Sino a quest'anno le sue apparizioni televisive sono state soltanto due su Raitre, come ospite a 'Che tempo che fa' da Fabio Fazio e a 'Primo piano'. Quindi torna per l'ultima volta a avere una trasmissione in Rai nel 2007, che emblematicamente ha il titolo della sua prima: Rt-Rotocalco televisivo. E' autore di una enorme bibliografia di carattere storico e documentaristico ma anche tra memoria e narrazione, che comprende oltre 80 titoli. 

da ansa.it
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« Risposta #11 inserito:: Novembre 07, 2007, 06:14:12 pm »

2007-11-06 10:28

LA PREFAZIONE ALL'ULTIMO LIBRO DI MAZZETTI


 Resterà l'ultimo scritto di Enzo Biagi la prefazione al nuovo libro del suo collaboratore storico Loris Mazzetti, Il libro nero della Rai, uscito proprio in questi giorni per la Biblioteca Universale Rizzoli. E' il racconto, dice l'autore, di "storie di vendette e di potere" che hanno fatto sì che la Rai abbandonasse negli anni la sua vocazione di servizio pubblico.

"Di questo libro - scrive Biagi nella prefazione - io sono in qualche modo un complice: con Loris ho diviso molte avventure e non solo televisive. Una volta, all'estero a Belgrado, durante la guerra, siamo finiti perfino in galera. Non pensate male: stavamo facendo solo quello per cui la Rai ci pagava, il nostro lavoro, e i poliziotti volevano controllare che cosa avevamo ripreso. Proprio un bel segno di libertà. A nostro merito, se lo è, debbo dire che in certi posti, anche considerati pericolosi, non abbiamo mai mandato, ma siamo andati. So che dovrei parlare di questo libro, ma è difficile, perché è come se lo avessi letto già tante e tante volte. In qualche modo, è nato anni fa quando, nei nostri viaggi intorno al mondo, Loris ed io, la sera, mentre la troupe andava in giro o a dormire, passavamo ore a chiacchierare, a commentare, a fare progetti o forse, molte volte, a sognare quello che avremmo voluto realizzare. Poi c'é stato il tempo delle nebbie e quanti dopocena a parlare. E difficile, lo capite, scrivere di qualcuno che si conosce così bene, come io conosco Loris Mazzetti e devo confessare che non sono stato di conforto per questo lavoro. Anzi, gliel'avevo sconsigliato e gli ripetevo un motto dei nostri antichi: Scripta manent, quello che scrivi resta e dunque, stai attento".

 "Loris però - scrive ancora Biagi - ha il suo carattere, meno male, e le decisioni, alla fine, le prende da solo; certo, a questo punto sono convinto che abbia fatto bene ma, cosa volete, avevo e ho per lui le preoccupazioni di un vecchio amico di fronte a un uomo più giovane che non sopporta le ingiustizie e non si preoccupa se a denunciarle poi, magari, ci rimetterà qualcosa... Posso però dire che oggi, dopo aver letto le pagine che qui seguono, sono contento che Mazzetti abbia raccontato una tv pubblica che pochi conoscono e possa così dare un contributo a rifondare quella Rai che tutti vogliamo".

"Questo - continua la prefazione - non è un libro di scoop: Loris ha messo in fila dei fatti, ha raccolto testimonianze, ha dato voce a tanti che hanno resistito e resistono a un potere che così oc culto poi non è. Io personalmente gli sono grato perché ha posticipato il mio congedo che, ovviamente, porta con sé molta malinconia. Queste pagine hanno fatto scorrere davanti ai miei occhi, in rapida sequenza, un lungo momento della mia vita che è durato cinque anni e siccome sto vi vendo una stagione che è fatta più di ricordi che di speranze, troverete non solo il racconto fedele di quanto è capitato a noi del Fatto, a Santoro, Luttazzi, Sabina Guzzanti, Oliviero Beha, Massimo Fini, Fabio Fazio, Gianluca Nicoletti e tanti altri, ma quanto è successo in que sto Paese. Mazzetti ha scritto questo libro non per denunciare qualcuno, ma per proteggere tutti i suoi colleghi che, come lui, amano l'azienda per la quale lavorano. Insomma, è un po' un atto d'amore". "Loris è convinto che, scrivendo queste righe, io gli abbia fatto un piacere. Sbaglia. Per me è una bella occasione, perché posso dire grazie a tutti i miei compagni di viaggio. Sono sicuro - conclude - che è più quello che ho ricevuto da loro di quello che ho dato".   


da ansa.it
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« Risposta #12 inserito:: Novembre 08, 2007, 07:33:49 am »

CRONACA

Il premier ricorda un colloquio con il grande giornalista sull'allontanamento dalla Rai ma Forza Italia attacca: "Impensabile una polemica nel giorno stesso della morte"

Biagi, scontro Prodi-Bondi sull'editto bulgaro

"Era sdegnato". "No, polemica artefatta"


ROMA - Nel coro unanime di cordoglio per la morte di Enzo Biagi c'è spazio anche per una dura polemica tra Romano Prodi e Forza Italia. "Non ci siamo visti, ma ci siamo sentiti al telefono - ha ricordato il presidente del Consiglio - in lui dominava lo sdegno, l'arrabbiatura forte. E anche il senso che era venuta meno una delle libertà fondamentali del paese". Il riferimento del premier è ovviamente al cosiddetto "editto bulgaro" di Silvio Berlusconi che portò all'allontanamento del giornalista dalla Rai. "Mi disse esplicitamente - ha rivelato ancora Prodi - 'attenzione, che questo è un attentato alla libertà, dopo un cronista quante altre voci saranno eliminate?'".

Ma il sottolineare questo capitolo doloroso proprio nel giorno della morte non è piaciuto al coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi, che ha replicato duramente a Prodi: "Mai avrei pensato - ha commentato Bondi - che il presidente del Consiglio potesse suscitare una polemica artefatta e immotivata il giorno stesso della morte di Enzo Biagi".

Ma a ricordare la ferita dell'editto bulgaro, ovvero la dura presa di posizione di Silvio Berlusconi durante una visita a Sofia dell'aprile 2002 contro Biagi, Santoro e Luttazzi, colpevoli a suo avviso di essere stati faziosi durante le trasmissioni condotte nel corso della precedente campagna elettorale, sono stati oggi anche alcuni parlamentari dell'Unione, lamentando l'assenza del tema nei servizi andati in onda sulla Rai.

"Chiediamo al Presidente e ai consiglieri della Rai, famosi per la loro sensibilità - scrivono i deputati Lusetti, Cento e Ceccuzzi - di valutare guardando i tg di oggi, se rende onore alla memoria di un giornalista libero e coraggioso come Biagi, non aver messo in evidenza il famoso episodio che causò il suo allontanamento dal servizio pubblico". "Senza voler rinfocolare la polemica, in un giorno doloroso e triste come quello di oggi - concludono i tre parlamentari di centrosinistra - sentiamo dichiarazioni su quanto si paghi cara la libertà, ma nessuno fa esplicito riferimento al noto editto bulgaro".

(6 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #13 inserito:: Novembre 09, 2007, 09:32:05 am »

Ricordo del giornalista scomparso

«Oggi salutiamo una grande persona»

Al Corriere della Sera l'ultimo omaggio dei colleghi e dei milanesi a Enzo Biagi


MILANO — Si chiude con un sorriso. Con una battuta, perché alla «commozione per la perdita di un capofamiglia», si accompagna un «senso di vita ancora presente ». Il Corriere della Sera aperto alla città, lettori e telespettatori in sala Buzzati. L'ultimo saluto a Enzo Biagi è «un'onoranza laica ». Racconti dei colleghi, parole degli amici. Ricordi, aneddoti. Ad ascoltare c'è Milano, la stessa gente comune che nei giorni scorsi è passata dalla camera ardente per lasciare un fiore o biglietto. Queste erano le famiglie allargate di Biagi: il suo giornale, la sua città.
In mattinata ci sono stati i funerali, a Pianaccio, «che si sono svolti in un'atmosfera commovente — racconta Mieli — ma anche lieta, non solo luttuosa ». È questa sensazione che si respira anche nell'ultimo ricordo al Corriere.
 
Il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e il presidente di Rcs Piergaetano Marchetti
La riunione è «un ringraziamento », come spiega il presidente di Rcs MediaGroup, Piergaetano Marchetti: «Biagi è stato come Montale, come Buzzati, personalità eccezionali che però hanno svolto con umiltà il lavoro della routine giornalistica». E Biagi lo ha sempre fatto «con parole semplici — continua Marchetti — parlando alla ragione e al cuore, ma mai all'istinto. Senza ammiccamenti e senza secondi o terzi fini, con onestà intellettuale. Così ha seminato nel profondo la sua lezione preziosa, la sua eredità ».

Niente retorica, toni semplici, la cordialità di una chiacchierata a tema, in quella che somiglia a una cerchia allargata di amici. Chi ha condiviso con Biagi anni di lavoro; chi, senza conoscerlo, lo ha considerato un punto di riferimento leggendo i suoi articoli o ascoltandolo in televisione. «È stato un precursore della moderna filosofia di un'impresa editoriale — aggiunge il presidente di Rcs — un giornalista multimediale che ha cavalcato il futuro conservando un sano cuore antico».

La Milano di Biagi erano lunghe giornate nel suo studio in Galleria, o nella sede Rai di corso Sempione. «Aveva una mentalità metalmeccanica del lavoro», sorride Gian Antonio Stella. E una disponibilità completa, quotidiana. Racconta Giangiacomo Schiavi, uno dei giornalisti del Corriere che è stato più vicino a Biagi: «La sua domanda ricorrente era: "Come va a bottega?". E ancora: "Posso essere utile? Dai passami a prendere, dobbiamo andare fuori" ». Il sogno degli ultimi anni, che non ha potuto realizzare a causa delle condizioni di salute, era di fare un viaggio in Italia: «Con la voglia di scoprire le piccole storie — continua Schiavi — di entusiasmarsi e commuoversi per fatti minimi ».

Biagi ha lasciato da direttore Epoca, il Resto del Carlino, il Telegiornale, sempre per contasti col potere. «Ma quei passaggi li ha vissuti in maniera costruttiva — racconta Mieli — con la voglia di tornare alla vita vera, alle storie degli esseri umani». «E anche per l'allontanamento dalla Rai — ricorda uno degli amici più cari, l'avvocato Cesare Rimini — non ha avuto una grande malinconia, ma semmai un senso di orgoglio». I racconti restituiscono il «grande affabulatore », l'uomo «ironico e autoironico », capace di grandi arrabbiature e di profonde tenerezze. Beppe Severgnini parla di «un maestro vero, come Indro Montanelli, che ha avuto la capacità di allevare i giovani e farli crescere».

Da ieri Biagi è sepolto nel suo paese sull'Appennino emiliano. Anche quel ritorno è simbolico: «Non ha mai dimenticato da dove veniva — conclude Stella — l'orgoglio della sua terra e delle sue origini».

Gianni Santucci
08 novembre 2007(modificato il: 09 novembre 2007)

 
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« Risposta #14 inserito:: Novembre 09, 2007, 05:42:50 pm »

Tonini all'attacco ad Annozero

"Biagi lo hanno ucciso"

 
ROMA - Nel giorno dei funerali di Enzo Biagi, nel giorno in cui la figlia Bice smentisce Silvio Berlusconi ricordando che "l'editto bulgaro c'è stato", parole pesantissime sugli ultimi anni del grande giornalista arrivano da uno dei suoi più cari amici, il cardinale Ersilio Tonini: "Lo hanno ucciso - dice, in collegamento con la trasmissione Annozero di Michele Santoro - è stato un ostracismo. Enzo Biagi dava fastidio, non era utile ed è stato cacciato".

"La Rai si è derubata - prosegue Tonini, nel corso del programma televisivo tutto dedicato alla vicenda del giornalista - c'era un tranello, una motivazione che non era degna. Ero suo amico e sono anche un uomo che conosce un po' la realtà. Biagi non è stato solo un uomo della tv, ma anche una persona che ha combattuto per la giustizia e la libertà, un uomo di una schiettezza piena. Non si possono trattare gli uomini come pezzi da giocare. Allora si torna alla Grecia, all'ostracismo. Non è una bella epoca".

Tonini ricordato poi la "coerenza, la sincerità e la schiettezza" dell'uomo con il quale, ricorda, "abbiamo girato l'Italia insieme. Biagi ha lottato, aveva dei forti convincimenti ed era molto modesto. Non è stato capito. Dava fastidio, non era utile ed è stato buttato fuori".

All'inizio della trasmissione, anche Santoro - altra vittima dell'editto bulgaro - ricorda la figura del giornalista: "Con Enzo Biagi abbiamo avuto dei momenti molto aspri, ma alla fine siamo diventati amici. Ma non per l'editto bulgaro, che è avvenuto dopo la nostra amicizia. Lo siamo diventati perchè abbiamo deciso di batterci, informando gli italiani del fatto che concentrare tanto potere nelle mani di una sola persona poteva costituire un pericolo per la democrazia".

(8 novembre 2007)

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