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Autore Discussione: IL PD - Partito Democratico  (Letto 13563 volte)
Arlecchino
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« Risposta #15 inserito:: Febbraio 11, 2017, 12:00:19 pm »

Opinioni
Salvatore Vassallo - @sal_vassallo
· 10 febbraio 2017

Non tiriamo a campare, serve un Pd forte e unito
Per noi, in questo quadro, il problema non è solo vincere in Italia

Il documento sottoscritto da 40 senatori Pd e pubblicato ieri su l’Unità chiede giustamente «una riflessione profonda» sul contesto globale nel quale si inserisce anche la vicenda italiana prima di trarre conclusioni sui prossimi passi.

L’indebolimento dei confini nazionali e la grande recessione hanno ridefinito dappertutto il tradizionale conflitto politico tra destra e sinistra, che però non è affatto scomparso. Le appartenenze religiose o di classe che avevano contrapposto socialdemocratici, democristiani, liberali o conservatori si erano abbondantemente allentate già nella seconda metà del secolo scorso.

Ma dall’inizio dell’attuale decennio sta capitando qualcosa di inusitato, con un tratto comune ben evidente in molte democrazie: la crescita dei consensi per leader e forze politiche che, sfruttando il disagio di categorie che sono o si sentono penalizzate dalla globalizzazione, vendono facili ricette neo-nazionaliste. Alla base di questa svolta c’è un dato di fatto reale. I vantaggi maggiori dell’integrazione economica e della parallela rivoluzione digitale, sono andati ai Paesi meno sviluppati.

Mentre nei Paesi occidentali sono andati a chi ha capitali mobili o ha capitalizzato sulle economie di scala nei nuovi oligopoli. I vincitori sono per ora la Cina e Amazon. Ci hanno perso i lavoratori meno specializzati e meno istruiti con aspirazioni frustrate o espulsi dal mercato del lavoro, i giovani rimasti ai margini o che non ci sono mai entrati, tutte le filiere dell’intermediazione divenute obsolete, nel settore bancario, nel commercio o nella pubblica amministrazione. La crescita fisiologica delle migrazioni, con i suoi picchi del 2004 (allargamento ad Est) e del 2015 (crisi dei rifugiati da Siria, Afghanistan e Somalia), preoccupa soprattutto chi ha meno strumenti culturali e si sente minacciato dai diversi, chi compete con gli immigrati o più spesso immagina di competere con loro per l’occupazione, per i benefici delle politiche sociali, per un posto in autobus o negli alloggi pubblici.

Il populismo neo-nazionalista offre loro capri espiatori su cui scaricare il biasimo (gli immigrati, i complotti delle élites cosmopolite, la classe politica incapace o collusa) e soluzioni semplici (il muro con il Messico, il bando per i musulmani e la cancellazione del Nafta; il reddito di cittadinanza, il superamento di Schengen, il ritorno alle monete nazionali o l’uscita dell’Ue). Offre ricette inconsistenti ad un pubblico esasperato, impacchettate insieme a teorie economiche fantasiose e spudorate menzogne che prima o poi verranno a galla.

Il punto è: quando? E cosa succederà prima, dove hanno già vinto o potrebbero farlo? I possibili danni collaterali sono molti. Nel frattempo dobbiamo prendere atto che il populismo neonazionalista ha cambiato la struttura della competizione politica interna e minaccia di avere un impatto sull’ordine globale. Ha già vinto dove si è saldato alla destra tradizionale radicalizzandone le posizioni. Il caso Trump non è il primo ma il salto di scala è impressionante. In Gran Bretagna la vena anti-immigrati e anti-europea è stata incorporata, attenuandola, nell’agenda politica dei conservatori, che si preparano così, fino a che non ci saranno cambiamenti rilevanti a sinistra, a rimanere dominanti ancora per molto tempo. Per noi, in questo quadro, il problema non è solo vincere in Italia.

Ma rafforzare al più presto l’intesa tra un nocciolo duro di Paesi guida per rinnovare e rilanciare il progetto europeo. Dobbiamo sperare che all’interno di ciascuno di essi prevalgano governi coerenti con questo progetto e forse dovremo prendere in qualche modo esempio da loro. In Germania il governo potrebbe rimanere nelle mani di grandi coalizioni rese stabili dalla forza istituzionale del Cancelliere e dalla collaudata capacità dei partiti tradizionali di intendersi dopo che gli elettori avranno deciso chi lo guida. In Spagna, dove la cultura della coalizione non è mai stata appresa, c’è una coalizione di fatto, con il leader del primo partito a capo di un governo di minoranza. In Francia, con il semipresidenzialismo e il maggioritario a due turni, saranno gli elettori a decidere l’antagonista della Le Pen.

Se vincerà Macron potrebbe essere costretto anche lui a formare governi di coalizione, perché difficilmente i candidati parlamentari di En Marche avranno le sue stesse fortune. L’Italia avrebbe potuto avere un percorso più lineare con il Sì al Referendum. Ora lo scenario è diverso e dobbiamo prenderne atto. È certo però che anche le coalizioni, se necessarie, funzionano con leader, partiti e progetti forti. E quindi, che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è prendere tempo, tirare a campare, dividere il Pd o indebolirne la leadership.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/non-tiriamo-a-campare-serve-un-pd-forte-e-unito/

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« Risposta #16 inserito:: Febbraio 11, 2017, 12:04:40 pm »

I renziani invocano il congresso.
E su twitter parte l'hashtag #congressosubito

l'Huffington post
Pubblicato: 09/02/2017 11:44 CET Aggiornato: 25 minuti fa

Dopo l'appello della minoranza a convocare il congresso del Partito Democratico per evitare la scissione ora l'invito a indire l'assise del partito arriva al segretario Matteo Renzi direttamente dai suoi fedelissimi. Da Andrea Marcucci a Alessia Morani passando per Stefano Esposito e Pina Picierno. La richiesta all'ex premier è una sola: congresso subito. Sancito anche con un hashtag su twitter.

"Mi auguro - dice Marcucci a Radio Anch'io su Radio 1 - che nel Pd si vada a convocare velocemente un congresso, per uscire dalle secche di un confronto troppo polemico e del tutto virtuale. Sono certo che Matteo Renzi sia il candidato più in sintonia con il nostro elettorato". Parole precedute da un tweet della vice capogruppo del Pd alla Camera Alessia Morani
"Ehi Matteo Renzi ma perchè non facciamo davvero il congresso? e vediamo con chi sta la nostra gente #congressosubito”. Tweet a cui ha subito risposto il senatore dem Stefano Esposito: #famostocongresso. Sempre sui social è l'europarlamentare Pina Picierno "Leggo - scrive - di D’Alema & co., Vogliono logorare il Pd? facciamo subito il congresso e vediamo con chi stanno iscritti e militanti".

Da - http://www.huffingtonpost.it/2017/02/09/renziani-congresso-twitte_n_14653212.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #17 inserito:: Febbraio 14, 2017, 05:25:43 pm »

DOPO LA DIREZIONE
Primarie Pd, una conta in due tempi. Ecco regole e variabili

Di Roberto D'Alimonte 14 febbraio 2017

Con la convocazione dell’assemblea nazionale e le dimissioni di Matteo Renzi si riapre la partita della leadership dentro il Pd. Una partita che si giocherà in due tempi, regolati da uno statuto complicato che pare non verrà cambiato, come qualcuno invece vorrebbe. La chiave saranno le primarie. Ma il primo tempo è dedicato alla scelta dei candidati che vi parteciperanno.

Questa è questione che riguarda esclusivamente gli iscritti del Pd. Chiunque raccolga il sostegno del 10% dell’attuale assemblea nazionale del partito o le firme di 1.500 iscritti potrà presentare la sua candidatura a segretario. Nelle prossime settimane si riuniranno i circoli del partito e gli iscritti voteranno. Tutti i candidati che avranno raccolto il 15% dei voti a livello nazionale saranno ammessi alle primarie. In ogni caso verranno ammessi tre candidati, a condizione che abbiano preso almeno il 5% dei voti. Per essere ancora più chiari: se due candidati raccogliessero singolarmente il 15% dei voti e il terzo più votato ne avesse il 5%, tutti e tre farebbero le primarie.

Pd, passa mozione Renzi. Assemblea sabato o domenica, poi Congresso
Se quattro candidati avessero raccolto ciascuno il 15% tutti e quattro sarebbero ammessi. Nel 2013, i candidati ammessi alle primarie furono tre: Renzi, Pippo Civati e Gianni Cuperlo. Renzi ottenne il 45%, Cuperlo il 39% e Civati il 9 per cento. Il voto nei circoli è il momento della conta. Ogni candidato avrà una o più liste che lo sosterranno. In teoria Renzi potrebbe presentarsi da solo, con una sua lista e basta. Il 15% dei voti degli iscritti è largamente alla sua portata. Ma non lo farà. La sua candidatura sarà sostenuta da più liste con l’obiettivo di essere lui il candidato più votato anche dentro il partito, come è già successo nel 2013. È in questo tempo della partita che le fazioni del Pd si conteranno. E così si saprà quanto effettivamente valgono tra gli iscritti i vari Andrea Orlando, Dario Franceschini, Maurizio Martina, Roberto Speranza, Enrico Rossi, Michele Emiliano ecc. Sarà una radiografia interessante.

Le mosse di Orlando, l’assemblea e il voto: i punti in sospeso della direzione
Il secondo tempo è rappresentato dalle primarie. Qui entrano in gioco gli elettori. Infatti, si tratta di primarie aperte cui possono partecipare tutti i cittadini italiani, i cittadini di paesi membri della Unione europea e residenti in Italia e i cittadini di altri paesi muniti di permesso di soggiorno. Basta dichiararsi sostenitori del Pd e versare una quota modesta a copertura delle spese organizzative. Con le primarie si eleggono il segretario e i mille membri dell’assemblea nazionale. La distribuzione dei seggi dell’assemblea viene fatta con sistema proporzionale sulla base di collegi plurinominali (4-9 seggi) sub-regionali. Una cosa importante di cui tener conto è che i seggi spettanti alle regioni sono parametrati non solo sulla popolazione, ma anche sui voti ottenuti dal partito nelle più recenti elezioni per la Camera dei deputati. Gli esiti possibili del voto sono due. Se uno dei candidati-segretario riesce a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in assemblea con la sua lista o coalizione di liste è proclamato eletto senza passaggi ulteriori. Non è quindi una elezione diretta vera e propria.

Si badi bene: è la maggioranza dei seggi in assemblea che garantisce l’elezione e non i voti raccolti, anche se il sistema proporzionale con cui vengono eletti i delegati stabilisce un rapporto stretto tra voti e seggi. Nel 2013 in questa fase Renzi ottenne il 68% dei voti (e 657 delegati), Cuperlo il 18% (194), Civati il 14 % (149). Gli elettori furono circa 2,8 milioni. Se invece nessun candidato conquista la maggioranza assoluta si gioca un tempo supplementare. In questo caso la scelta del segretario viene fatta dalla assemblea attraverso un ballottaggio tra i due candidati più forti.

Bersani: «Se Renzi forza, finisce Pd e nasce nuovo Ulivo»
Questa assemblea non è più quella eletta con le primarie ma comprende, oltre i mille eletti con le primarie, 21 segretari regionali, trecento rappresentanti eletti nelle primarie regionali, cento rappresentanti eletti dai parlamentari nazionali ed europei del partito, 44 rappresentanti provenienti dalla circoscrizione estero e un numero variabile di rappresentanti delle candidature minori non ammesse alle primarie. Se non ci saranno modifiche regolamentari, si tratterà di una specie di convention all'americana, con delegati e superdelegati, dove riuscire a vincere il ballottaggio richiederà accordi trasversali e probabilmente costosi. Finora non è mai successo che un segretario del Pd sia stato eletto dalla assemblea. La partita si è sempre chiusa nei tempi regolari. Ma è chiaro che per fermare Renzi, i suoi avversari dovranno impedirgli di ottenere alle primarie la maggioranza assoluta dei seggi. In questo modo la sfida si sposterebbe dentro l’assemblea, su un terreno scivoloso per lui, e non si potrebbero escludere del tutto delle sorprese. Ma con o senza sorprese, un segretario eletto in assemblea non è la stessa cosa di un segretario scelto direttamente dai cittadini con le primarie. Renzi deve vincere il giorno delle primarie. Questa è la sua nuova sfida. E deve vincere portando a votare un numero importante di elettori. I sondaggi che circolano in questi giorni dicono che i probabili sfidanti di Renzi, e cioè Speranza, Emiliano e Rossi, non solo non sono competitivi singolarmente presi, ma non dovrebbero nemmeno riuscire a impedirgli di arrivare alla soglia del 50% alle primarie. Ma la partita è appena iniziata.

© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-02-14/primarie-dem-conta-due-tempi-072912.shtml?uuid=AEeDGMV

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« Risposta #18 inserito:: Febbraio 14, 2017, 05:59:42 pm »

Opinioni

Aldo Amati   
· 8 febbraio 2017

Bisogna tornare al Pd originario

Veltroni ebbe la grande ispirazione: costruire “un’altra cosa”. E invece di riunire i due gruppi dirigenti “fondenti”, il 14 ottobre 2007 chiamò più di tre milioni di italiani “fondanti” che con le primarie diedero vita ad una cosa nuova

Nel bailamme delle tendenze, dei gruppi distinti e contrapposti, delle correnti e delle minacce di scissione che tarlano il futuro del Pd, rischiando, come dice Orfini, di rottamare il PD, credo che sia opportuno fondare il correntone dei “democratici puri e duri”, che dia stabilità e serenità a questo partito, che raccolga quelli del “PD originario”, quello che nacque come non lo intendevano ne D’Alema, ne Fassino, ne Rutelli, ne Marini, e forse nemmeno Prodi.

Loro volevano semplicemente incollare due partiti che erano in crisi, non avevano più un senso per tanta gente, soprattutto per i giovani e per il ceto medio. Con gli stessi gruppi dirigenti di sempre, spompati e senza respiro. Anche un po’ sputtanati. Tanto che dopo poche settimane dai congressi che deliberarono la fusione di DS e Margherita, gettarono la spugna e si rivolsero a Walter Veltroni pregandolo di prendere in mano lui la cosa.

Miracolo della storia, Veltroni ebbe la grande ispirazione: costruire “un’altra cosa”. E invece di riunire i due gruppi dirigenti “fondenti”, il 14 ottobre 2007 chiamò più di tre milioni di italiani “fondanti” che con le primarie diedero vita ad una cosa nuova. Tre milioni di persone, con o senza storia politica alle spalle, non di sinistra o di centro o di destra, ma semplicemente “democratici”. Questa fu la più grande novità: non si era mai visto prima, nella storia del mondo, un partito fondato da più di tre milioni di persone.

Gli altri volevano continuare le storie di prima sotto mutate spoglie, con l’idea che bastasse l’unione per fare la forza; col PD invece si iniziò dichiaratamente una storia nuova a cui dare un abito nuovo. Insomma, un partito che più che una storia alle spalle, avesse una storia davanti a se.

Si dirà: sì però i valori del passato non andavano buttati via! Buttati via no, ma nemmeno riscaldati come la proverbiale minestra. I migliori valori che avevano ispirato nel novecento l’azione di comunisti, socialisti, democristiani, laici e liberali erano solo dei semi selezionati da piantare sul terreno della società del nuovo millennio per far nascere i fiori dei valori democratici. Che poi questi valori erano tutti racchiusi nella Costituzione repubblicana.

Ecco: il 14 ottobre del 2007 erano nati “i democratici”, quelli che guardano avanti consci che alle storie passate non basta cambiare i nomi, ma anche i contenuti; quelli che si riconoscono nella Costituzione e pensano di poter unire nell’impegno riformatore la maggioranza della nazione che in quei valori si riconosce.

Purtroppo, visto il successo di quelle primarie, i galletti che avevano perso voce e stavano in un cantone del pollaio, ricominciarono a cantare. Rivendicarono paternità e maternità esibendo il loro DNA; rivendicarono i loro diritti di azionariato e l’inseminazione con i loro geni sulla nuova creatura. Insomma, tutto era cambiato ma nulla doveva cambiare. Il Partito era Democratico, ma si doveva intendere di Sinistra (cioè DS, anzi PDS). Chi comandava? Non potevano essere 1500 persone elette da tre milioni di persone! (e chi li controlla tre milioni di persone!). Dovevano decidere gli iscritti (cioè in gran parte gli iscritti ai vecchi partiti che essendo poche centinaia di migliaia erano controllabili e controllati dai capi).

E si dovevano fare “i caminetti” fra i dieci/quindici capi che contano. In altre parole “il morente soffocò nella culla il neonato” e dopo pochi mesi, pur con un risultato elettorale senza precedenti, il babbo Veltroni (un grande uomo e un grande politico moderno) che non aveva il “pelo sullo stomaco” sufficiente per sbaraccare le resistenze, piuttosto che piegarsi, lasciò.

Sono seguiti cinque anni in cui il PD andò sempre più somigliando ai DS (con zone di Margherita). Lo spirito originario del partito dei democratici andò scemando e un soggetto che doveva avere milioni di cuori e di cervelli pulsanti si ritrasformò, richiamando i vecchi valori e finendo per approdare alla “ditta” con pochi azionisti. Il cerchio attorno al “PD originario” si era chiuso.

A quel punto era chiaro che solo una leadership capace di strappare, di tirare diritto con il consenso di milioni di “obbligazionisti”, senza ascoltare sempre quelle decine di azionisti recalcitranti e reclamanti i loro utili, capace di decidere anche in solitudine (dentro il mandato ricevuto democraticamente), poteva riportare in alto il PD originario.

Quella leadership democratica è arrivata con Renzi, sorretta da un ampio consenso alle primarie 2013. Ha provato a marciare senza farsi impressionare dagli strilli e dalle resistenze imbastite al grido di “se non mi ascolti e non fai come dice la minoranza noi ce ne andiamo”. Questa leadership ha portato il PD al governo senza inciuci o intese larghe e spurie. Un governo che in tre anni ha messo mano a riforme sacrosante che aspettavano da decenni. E gli errori commessi qua e la non inficiano la grandezza di questo lavoro.

Adesso facciamo i conti con un referendum perso grazie all’azione sconsiderata di CGIL, Anpi, una parte del PD e i partitini di sinistra sempre all’avanguardia nel lavorare per far perdere le forze progressiste. Si, perché il grosso dei voti NO è dovuto a FI, Lega, Fratelli d’Italia e 5 stelle, ma tutto il beneficio politico è andato a Berlusconi, Salvini, Meloni e Grillo. E quel 15% di SI che avrebbero dato al PD una forza di cambiamento e un prestigio straordinari, è mancato grazie ai suddetti “nostri”. Nessuno può negare che con quel 15% in più la storia politica dell’Italia, attuale e dei prossimi anni, sarebbe stata tutta un’altra storia.

Ora bisogna riprendere il cammino del PD originario e i democratici fedeli a quel progetto di PD è ora che si facciano sentire, difendano le loro idee e lavorino per far definitivamente emergere la sua natura di partito di “tutti i democratici”, partito pluralista, ma con una sola linea politica di riforme e di governo, democraticamente approvata.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/bisogna-tornare-al-pd-originario/
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« Risposta #19 inserito:: Febbraio 25, 2017, 05:20:32 pm »

Pd, lo strappo di Errani: "Lascio questo partito". L’addio sarà a Ravenna
L’ex governatore: "Non ci sono più le condizioni. C’è spazio per fare tanta politica". Seguirà Bersani

Di GIOVANNI EGIDIO
22 febbraio 2017

"Sì, se le cose non cambiano vado via. E sabato pomeriggio spiegherò perché a Ravenna, nella mia sezione, com’è giusto che sia". Le cose non cambieranno da qui a sabato. Lo sa anche Vasco Errani, che usa quella formula dubitativa per pudore, o forse per far fronte alla sua stessa incredulità nello spiegare che lascerà il Pd. Che il suo destino fosse legato a quello di Pierluigi Bersani, lo si sa da sempre. Che i due dovessero seguire lo stesso percorso politico, pure. Ma che Errani avesse deciso di agire con questa tempistica — cioè immediatamente dopo l’uscita di Bersani — , è stata in qualche modo una sorpresa. Non solo e non tanto in virtù della natura moderata e mediatrice dell’ex governatore, ma anche perché da quando è stato nominato dal governo commissario straordinario per il terremoto, le sue uscite politiche erano state pari allo zero.
 
Invece no, invece Errani se ne va, lascia "il partito", fa un passo che non più tardi di un anno fa sarebbe stato quasi impensabile. E per la storia politica di questa regione, è un passo che fa e farà molto rumore. "Non ci sono più le condizioni, vado a cercarle altrove, ci vorrà un po’ di tempo ma ci arriveremo". La vecchia guardia, da tempo ribattezzata la "ditta", non tornerà indietro, come ha fatto ieri pomeriggio Emiliano, governatore della Puglia. Renzi per loro è sempre stato un’altra cosa, un’altra politica, un’altra visione. Finché hanno resistito, ci hanno fatto i conti, quasi sempre a malincuore. Ora è finita. Non è servito nemmeno l’appello di Prodi all’unità, quel fantasma del rischio di un "suicidio" evocato dal Professore in un’intervista a "Repubblica", a far rientrare Errani, che pure col Professore ci parla spesso e volentieri. "Ci siamo sentiti, certo, sempre in questi anni ci siamo sentiti. Anche quando lui decise di non iscriversi più al Pd ci sentimmo, perché è da tre anni che Prodi non prende più la tessera del Pd, se non sbaglio".
 
No, non sbaglia, è proprio così. Le parole di Prodi arrivano da un padre separato, in effetti. Del Pd il Professore padre lo è stato a tutti gli effetti, ricoprendo anche la carica di primo presidente del partito. E separato lo è da tre anni, da quando disse che di tessere in tasca non ne voleva più sapere. Ma Prodi è una cosa, Errani un’altra. Errani è stato a lungo l’uomo più emblematico dell’Emilia rossa, governatore di lunghissimo corso e primo referente anche agli occhi dello stesso Renzi, come l’ex premier ha sempre tenuto a sottolineare. Ora sappiamo che non lo sarà più, anche se ancora non sappiamo cosa sarà. "Ci sarà modo per spiegare bene, c’è spazio per fare molta politica, sabato lo spiegherò a Ravenna. Qualcosa bisognava pur fare...". Errani una cosa l’ha fatta, ha deciso di andarsene, al fianco di Bersani. La "ditta" questa volta ha traslocato.

© Riproduzione riservata
22 febbraio 2017

Da - http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/02/22/news/pd_lo_strappo_di_errani_lascio_questo_partito_l_addio_sara_a_ravenna-158917400/?ref=HREC1-1
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« Risposta #20 inserito:: Febbraio 25, 2017, 09:07:36 pm »


Intervista a Epifani: “Renzi ha rottamato anche il rispetto, restare nel Pd era impossibile”
“Non avrei mai pensato di lasciare”, dice l’ex sindacalista
Pubblicato il 25/02/2017 - Ultima modifica il 25/02/2017 alle ore 17:30

Andrea Carugati
Roma

«Restare nel Pd era davvero impossibile...». Domenica scorsa è toccato a Guglielmo Epifani il discorso della scissione all’assemblea nazionale Pd. Un discorso dai toni bassi, ma dal contenuto molto duro, tutto incentrato sull’incompatibilità tra le politiche renziane su lavoro e scuola e una certa idea di sinistra. Sei giorni dopo, alla Città dell’Altra economia di Testaccio, c’è il battesimo della nuova forza “Articolo 1 -Movimento democratico e progressista”, che richiama il lavoro e la Costituzione già nel nome. L’ex segretario della Cgil e del Pd se ne sta lontano dai riflettori. Fuori dalla saletta dove Roberto Speranza, Enrico Rossi e l’ex Sel Arturo Scotto presentano il movimento alla stampa. Epifani chiacchiera con militanti di ieri e di domani. “Si parte, mi sembra di tornare giovane, in questi giorni sto rivedendo tante persone che avevo perso di vista”.

Avrebbe mai immaginato di arrivare a lasciare il Pd? 
«Sinceramente no. Ma riflettendoci bene quello che è successo risponde a una legge di natura: una forza politica grande e complessa la tieni insieme solo se hai regole che tutelano le minoranze. Se questo non c’è si arriva a una scomposizione. Più un partito è grande, più ha bisogno di regole democratiche. Solo quelli piccoli possono sopravvivere con le regole di un partito personale».

Renzi e i suoi le risponderebbero che nel Pd le minoranze non sono state discriminate. 
«Io non ho mai fatto polemiche o interviste contro. E di organizzazioni complesse me ne intendo. Ricordo nella Cgil il tempo e la pazienza con cui si lavorava per tenere conto dei punti di vista e dei diritti delle minoranze. Questo avveniva anche nella Dc: per stare insieme ci vuole il rispetto reciproco, e nel Pd di Renzi non c’era. E’ riuscito a rottamare anche questo principio. Rispetto è un concetto molto diverso da premiare chi è fedele al capo. Abbiamo provato a restare fino all’ultimo, poi abbiamo capito che proprio non era possibile». 

Nel suo discorso all’assemblea Pd lei ha citato scuola e lavoro come esempi di politiche renziane che hanno reso impossibile stare nello stesso partito. Si tratta di riforme che risalgono ad alcuni anni fa. Non le pare una scissione a scoppio ritardato? 

«Si tratta di errori e di ferite che si sono accumulate. Probabilmente sarebbe stato precipitoso rompere su una di queste riforme. Oggi abbiamo la possibilità di fare un bilancio complessivo di quella stagione».

D’Alema dice che se Andrea Orlando vincesse le primarie anche per voi le cose potrebbero cambiare… 
«Non credo che il problema si risolva con le persone, perché riguarda gli spazi di vita democratica interna. Cosa cambierà su questo dopo le primarie? E sulle scelte politiche? Io temo che cambi poco. Le regole del Pd sono sbagliate fin dall’inizio, pensate per favorire la proliferazione delle correnti, con il segretario alle primarie si elegge una filiera di dirigenti scelti per la loro fedeltà. Sono cose che dicevo già nel 2007». 

Come vi rapporterete con il fronte antirenziano che resta nel Pd? 
«La nostra scelta aiuta tutti a fare chiarezza nel dibattito interno ai dem. Fino a qualche giorno fa eravamo solo noi a fare delle critiche, ora questa battaglia passa nelle mani di qualcun altro. Vengono meno gli alibi. E mi riferisco anche ai due candidati alle primarie Orlando ed Emiliano».

Una forza che si ispira al lavoro sembra fatta apposta per parlare al mondo della Cgil, da tempo orfano di un partito amico… 

«Non spetta a me interpretare le opinioni dei compagni della Cgil. Posso dire però che in questi anni si sono sentiti soli e maltrattati, hanno patito una solitudine sociale e politica. Non si può dimenticare quello che Renzi ha detto della Cgil. E il nostro movimento ha idee sul lavoro distanti da quelle praticate dal Pd in questi ultimi anni».

Lei sosterrà il referendum sui voucher? 
«Ho sempre detto che, se le norme sui voucher non cambieranno, sosterrò il Sì». 

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/02/25/italia/politica/intervista-a-epifani-renzi-ha-rottamato-anche-il-rispetto-restare-nel-pd-era-impossibile-9sEIxsW8ueqcERTtQeIEiK/pagina.html
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« Risposta #21 inserito:: Marzo 26, 2017, 11:34:52 pm »

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Carmine Fotia   - @CarmineFotia
· 26 marzo 2017

Cinque considerazioni sul Pd, pensando a Reichlin
Una lettura politica di alcuni fatti avvenuti negli ultimi giorni attraverso il fil rouge della scomparsa di uno degli ultimi grandi padri della sinistra italiana, Alfredo Reichlin

Alcuni fatti, nella settimana appena trascorsa, possono sollecitare qualche utile riflessione sul momento politico, sul congresso del Pd (con tutte le preoccupazioni lucidamente analizzate da Mario Lavia) e lo stato delle cose nella sinistra italiana, sull'Europa. Sono argomenti connessi tra di loro da vari punti di vista, ma che io vorrei provare a leggere attraverso il fil rouge della scomparsa di uno degli ultimi grandi padri della sinistra italiana, Alfredo Reichlin. O meglio delle lezioni che possono essere tratte dal suo pensiero e dalla sua lunga militanza politica. Si tratta di riflessioni che possono accomunare persone che la vicenda politica contingente divide e che non vogliono avere intenti polemici.

Anzitutto, direi una riflessione non banale sul populismo. Non credo si possa immaginare una personalità più lontana da esso della sua. La caparbia difesa della complessità della politica contro la semplificazione populista, l’idea che senza una propria visione dell’Italia e del mondo la sinistra non sarebbe sopravvissuta alla fine del comunismo dal quale pure sentì la necessità di un distacco radicale. E tuttavia, quel suo ragionare così articolato, denso di cultura, di economia, di storia quell’invito “a volare alto”, non gli fece mai perdere la connessione sentimentale con quel popolo fatto di persone semplici, braccianti e contadini pugliesi oppure operai o disoccupati, che furono il nerbo del Pci, ma al tempo stesso egli non rinunciò mai a presentare anche idee e pensieri difficili. Lui, come tutti i grandi dirigenti della sinistra italiana, non pensava che la politica dovesse ridursi solo a difendere gli interessi materiali del popolo o, peggio, a vellicarne gli istinti ribellistici e suscitarne la rabbia; anzi, pensava che il compito del partito fosse proprio quello di “innalzare” il popolo a una funzione di classe dirigente. Fu così che tanti e tante di estrazione proletaria divennero dirigenti politici e sindacali, parlamentari. Per questo doveva essere un partito dove connettere l’alto e il basso, cioè il popolo con gli intellettuali, la lotta per l’eguaglianza e la modernità, la critica al capitalismo con il realismo del riformismo. Non il popolo contro l’élite, ma un partito popolare nel quale le classi subalterne potessero diventare esse stesse élite.  Dunque, si può essere popolari senza essere populisti. Quel che non si può fare è lisciare il pelo ai populisti, proponendo improbabili alleanze.

Da qui discende una seconda considerazione. Fu proprio Reichlin a coniare la definizione di Partito della Nazione per descrive quel che avrebbe dovuto essere il Pd. Un’idea totalmente fraintesa, come egli stesso si lamentò nell’ultimo articolo scritto per l’Unità: non voleva assolutamente essere l’idea di un partito che abbracciasse anche una parte del centrodestra, come venne deformata dalla polemica politico-giornalistica. Piuttosto l’idea di un partito che, pur rappresentando gli interessi di una parte, i ceti popolari e più svantaggiati, non rinunciasse a pensarli in chiave “nazionale”, cioè a interpretare secondo quel punto di vista gli interessi dell’Italia. E che dunque si facesse garante di un patto tra governati e governanti in grado di tenere unito il paese, di non perdere la coesione sociale, territoriale e l’identità di nazione.

E questo ci porta alla terza questione: l’ottica di governo. Se ci fu un dirigente che, pur non avendo mai fatto il ministro, sviluppò questa vocazione, anche dall’opposizione, questo fu proprio Reichlin. La globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia, spostando le decisioni sul piano tecnocratico e sovranazionale, favoriscono naturaliter i poteri forti. La conquista del governo per poter influire sulle decisioni essenziali è dunque imprescindibile proprio per chi vuole difendere gli interessi popolari. Ciò non vuol dire assolutamente andare al governo ad ogni costo e con chiunque. Tuttavia, rinchiudersi in una deriva minoritaria, per cui l’opposizione diventa il lavacro per tornare a una immaginata età della purezza, significherebbe destinarsi a sicura sconfitta. Certo, per troppo tempo la sinistra ha pensato che si possa governare solo dall’alto, accentuando il distacco dal disagio dei ceti popolari esclusi dalla globalizzazione. Un partito popolare, democratico, moderno, radicato nel paese rappresenta l’unico mezzo per colmare quel distacco e realizzare un riformismo che proceda insieme dall’alto e dal basso. Non potranno certo farlo piccole formazioni identitarie.

La quarta considerazione riguarda il sistema politico. Un partito come quello che ho descritto non può accettare la deriva proporzionale, che esalta il particolarismo e la frammentazione, spingendo poi, è l’inevitabile conseguenza, ad accordi innaturali dopo il voto. Esso dovrebbe invece riproporre, nelle condizioni possibili oggi, un sistema elettorale che consenta governi scelti dai cittadini e fondati su programmi alternativi che si confrontano nella sfida elettorale. Un partito senza timore di stare all’opposizione se sconfitto dal voto popolare, ma che deve avere la vocazione a conquistare un consenso maggioritario.

La quinta e ultima considerazione concerne l’orizzonte in cui deve iscriversi una moderna forza progressista. Proprio ieri Roma, nel sessantesimo anniversario della sottoscrizione degli accordi che diedero il via all’Unione Europea, è stata attraversata da contrapposti cortei pro o contro l’Europa. La sinistra oggi non può che essere europeista, sia pure con un forte programma di cambiamento di un’Unione che troppo spesso coincide con tecnocrazie senza consenso e un’austerità di bilancio cieca dinnanzi alla necessità di un’Europa sociale e politica che abbia come primo obiettivo la crescita e il lavoro come antidoto alla crescita delle diseguaglianze e dell’esclusione. Schulz in Germania e Macron in Francia rappresentano un’opportunità per rilanciare una diversa idea dell’Europa, dove collocare la difesa degli interessi più deboli. La risposta nazionalista, sovranista e populista è illusoria. L’Europa, come ci ricorda un bel volume di Vera Zamagni, (“Perché L’Europa ha cambiato il mondo”) è il luogo dove sono nati e possono svilupparsi i diritti sociali, la libertà, la democrazia, la convivenza pacifica. Fuori da questo orizzonte non c’è altro che una deriva pericolosa, come ha osservato proprio Macron in una bellissima intervista a Repubblica.

Sarebbe grave se le primarie del Pd, ha scritto Lavia, si riducessero a una pura conta tra seguaci di questo o quel candidato. Il rischio c’è, perché spesso prevale la polemica spicciola. “Volare alto”, come amava dire Reichlin, è oggi un imperativo che dovrebbe valere non solo per i candidati alla leadership, ma per tutto il vasto campo del centrosinistra. Le primarie non possono essere solo una conta di tessere, ma il luogo dove un popolo si riconnette con una visione, dove un moderno partito democratico e popolare esercita la propria funzione di guida della nazione e di soggetto del cambiamento in Europa. Dove si costruisce una vera partecipazione, che non può fermarsi alla scelta del leader ma che deve esercitarsi anche sulle principali scelte politiche, inverando una democrazia dal basso che non si contrapponga ma accompagni l’esercizio della leadership con uno scambio continuo. Una nuova forma politica, un partito-movimento di cittadini consapevoli, l’esatto contrario della finta democrazia del click, schermo all’autoritarismo del capo solitario che non deve rispondere a nessuno. C’è ancora il tempo per fare delle primarie una grande Agorà. Una festa della democrazia.

Da - http://www.unita.tv/focus/cinque-considerazioni-sul-pd-pensando-a-reichlin/
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« Risposta #22 inserito:: Marzo 26, 2017, 11:39:33 pm »

Opinioni

Giuseppe Vitiello   
· 25 marzo 2017

Il Pd si è infilato in una strada complicata
Se ci fosse un attimo di ripensamento e riflessione si potrebbe essere ancora in tempo per fare ciò che occorre al PD ed all’ Italia ?

L’articolo di Mario Lavia ”La grande paura di un partito che … “ apparso sul sito di Unita.tv fotografa alla perfezione la situazione nella quale ci siamo infilati. Si può dire, però, che i segnali di questa situazione erano lì da diversi mesi, almeno dalle Amministrative scorse?

Si può dire, però, che vi è una evidente responsabilità di un intero gruppo dirigente, Segretario e Presidente in testa, che non ha avuto la capacità di cogliere la deriva che si andava profilando?

Si può dire, però, che dopo il 4 dicembre questa inadeguatezza è emersa in modo clamoroso e che non hanno fatto bene, ma male assai, le semplificazioni e le opportunistiche omissioni dei tifosi e di quelli che ”meno male che Renzi c’è”?

Si può dire, però, che all’ orrore della scissione si è sovrapposto l’errore di quelli che la scissione non l’hanno saputa e voluta evitare?

Si può dire, però, che quando alcuni come Orlando e Cuperlo ( e non solo ) hanno proposto qualcosa di diverso e discontinuo rispetto all’ ennesima ” Gazebata ” che ci aspetta, sono stati isolati e quasi derisi ?

Si può dire, però, che il ” Lingotto 2017″ è stato un errore perché il segnale è stato che si ricominciava dalla corrente di Renzi e non da tutto il PD ? Si può gridare, allora, che abbiamo bisogno di un Congresso vero con tanto di analisi, confronto e decisioni collegiali?

Si può gridare, allora, che, se ci fosse un attimo ( solo un attimo ) di ripensamento e riflessione si potrebbe essere ancora in tempo per fare ciò che occorre al PD ed all’ Italia ?

Da - http://www.unita.tv/opinioni/il-pd-si-e-infilato-in-una-strada-complicata/
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« Risposta #23 inserito:: Aprile 03, 2017, 04:40:18 pm »

Renzi e la riconquista del Partito Democratico: “Stavolta hanno capito, sono con me”
Orlando e il rischio flop ai gazebo: Sotto i due milioni un male per tutti
Pubblicato il 03/04/2017 - Ultima modifica il 03/04/2017 alle ore 00:43

CARLO BERTINI
ROMA

«Siamo riusciti a farci capire, comprendere e apprezzare dalla “Ditta”, in posti storicamente difficili come Bologna e Roma». Matteo Renzi coglie il senso politico di quanto successo ieri nella partita tutta interna al Pd e come al suo solito, nelle chiacchiere con i suoi colonnelli, guarda già oltre, ai gazebo del 30 aprile. «Ora dobbiamo riuscire in poco tempo a fare sapere agli italiani come partecipare a questa che è l’unica e vera festa della democrazia». Un’esortazione che svela quanto l’ex premier voglia impegnarsi per la riuscita dell’appuntamento per lui più importante nella logica di legittimazione della sua leadership, ma puntando sul nuovo corso di un gioco di squadra, senza sovraesporsi a senso unico. Del resto, nel giorno in cui per la prima volta può davvero dire di aver conquistato la «Ditta», con iscritti e dirigenti di ogni ordine e grado che lo acclamano come capo del partito, perfino nella Liguria di Orlando e nella Puglia di Emiliano, Renzi passa il tempo a twittare su Equitalia e le tasse tenendosi fuori dalle beghe congressuali. Il nuovo profilo, poche uscite tv, Martina in campo alla pari, continuerà a caratterizzare la sua campagna congressuale, che si chiuderà il 26 aprile con un duello su Sky costruito con luci e palco stile XFactor: una sola uscita che a sentire i suoi strateghi garantirà tre giorni di primo piano su giornali, siti e tv, in modo da costruire una specie di manifesto «per l’invito a votare, perchè la gente non sa ancora delle primarie».

Dalle Alpi alle Piramidi 
A urne appena chiuse, i cellulari dei colonnelli renziani impegnati a sminare l’infido terreno del voto tra gli iscritti, sono già bollenti: e diffondono nel quartier generale una musica soave, dove il titolo dello spartito è «la paura di non prendere il 50% dei voti il 30 aprile alle primarie aperte oggi è svanita». Forse, visto che non c’è partita, va esorcizzata quella di primarie del 30 aprile con scarsa partecipazione, anche se a drammatizzare il rischio flop è Andrea Orlando, «sotto i due milioni di votanti sarebbe un problema enorme», avverte. Denunciando pure scarsa partecipazione tra gli iscritti. Ma a infiammare il clima facendo da traino alla partecipazione ci penserà Emiliano, che nelle previsioni «alzerà il tiro e dunque è meglio che sia in campo anche lui», tirano il fiato i renziani. Che nelle loro telefonate si scambiano le note dolenti per gli avversari del loro leader. «Emilia?» «Siamo al 64-65 per cento». «Dai e allora la storiella che i compagni della sinistra votavano Orlando è finita». «Vinciamo pure in Puglia dove stacchiamo Emiliano dieci punti, che perde pure nella Taranto dell’Ilva». «E qui a Roma Orlando prende una botta...E con lui Zingaretti, Bettini, tutti quelli lì». Con i cronisti i big faticano a contenere il trionfalismo: «Il dato è che tra gli iscritti Matteo stravince», esulta Guerini, quasi incredulo per i venti punti in più incassati nella base rispetto all’altra volta, quando Renzi prese il 46%. 
 
LEGGI ANCHE - I circoli Pd incoronano Renzi, Emiliano passa sul filo del rasoio 
 
Il test nella capitale 
Un risultato conquistato ovunque nelle grandi città. Perfino a Roma, quella che davvero preoccupava il leader Pd: avvertito dalle sue sonde capitoline che la capitale potesse essere espugnata dal Guardasigilli con l’aiuto di tutto il vecchio apparato ostile a Orfini. Eppure anche a Roma vince Renzi col 60%, anche se Orlando esulta per il suo miglior risultato, un 36% tondo, che avrebbe voluto prendere in tutta Italia per poter eguagliare Cuperlo del 2013. E invece Orlando si ritrova a duellare con Bersani e compagni, incolpandoli di aver portato via la sua base elettorale, «Speranza e co. tifano per Renzi». E loro lo accusano di aver attaccato Renzi solo in zona Cesarini.

 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/04/03/italia/politica/renzi-e-la-riconquista-del-partito-democratico-stavolta-hanno-capito-sono-con-me-duVLXJB7c5lSnVCbCNxAHO/pagina.html
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« Risposta #24 inserito:: Aprile 07, 2017, 01:01:45 pm »

Senato, Affari Costituzionali: Pd battuto.
Guerini: "Tradito patto maggioranza, legge elettorale a rischio "
Eletto come presidente il senatore di Ap Torrisi, contro il candidato del Pd Pagliari. I renziani parlano di 'inedito patto della conservazione' che unisce anche M5S, Forza Italia e Mdp.
Pressioni su Alfano che chiede al suo senatore di lasciare l'incarico.
Chiesto incontro a Mattarella.
Orlando: "Crisi? Speriamo si riesca a evitarla"

05 aprile 2017

ROMA - Il candidato del Pd alla presidenza della commissione Affari del Senato viene silurato da un'inedita alleanza che raggruppa tutte le opposizioni e, dicono, i senatori di Ap (che però smentiscono decisamente: "Noi leali") e Lorenzo Guerini sbotta: "Tradito il patto di maggioranza, siamo preoccupati. Ora la legge elettorale è a rischio". E sembrerebbe non solo quella, tanto che il ministro della Giustizia Andrea Orlando a chi gli chiede se si va verso la crisi risponde: "Spero si riesca ad evitarlo ma è un fatto grave".

Tutto nasce dall'elezione dell'alfaniano Salvatore Torrisi con 16 voti e dalla bocciatura del dem Giorgio Pagliari (11 voti) a capo dell'organismo che ha in mano le leve della gestione della legge elettorale. Uno snodo cruciale per affrettare o rallentare il dibattito in Aula e soprattutto per decidere quale modello di legge elettorale presentare. Tanto che alcuni senatori del Pd si fanno scappare: "E' la vittoria dei proporzionalisti, a questo punto la legge elettorale non si tocca più".

I capigruppo del Pd Luigi Zanda e Ettore Rosato sparano alzo zero. "Siamo da tempo abituati all'uso del voto segreto non più su questioni di coscienza, quanto per manovre politiche sempre più volgari e ipocrite. Questa volta si è superato il limite", dice con irritazione il primo. Che poi spiega: "Il fronte politico che oggi si è formato per l'elezione del nuovo presidente della Commissione Affari Costituzionali al Senato riunisce in una singolare unità tutta l'opposizione, da Forza Italia ai Cinque Stelle passando per la Lega Nord. A voto palese litigano e si insultano, a voto segreto si muovono insieme. Oggi a questo inedito nuovo fronte si sono aggiunti, lo dicono i numeri, pezzi di maggioranza. Certamente non del Pd". "La lealtà in maggioranza non è un optional e gli accordi vanno rispettati sempre. Basta capirsi...", minaccia il secondo.

Il Pd prova a correre ai ripari e oltre a fare pressioni su Angelino Alfano ed il suo partito perché faccia dimettere il neopresidente della commissione chiede un incontro al premier Paolo Gentiloni e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.  "Vogliamo confrontarci sulla maggioranza di governo. Fare una valutazione sulla situazione politica e sui fatti politici", spiega l'iniziativa Matteo Orfini. Alfano intanto parla con Gentiloni, entrambi esprimono "preoccupazione", e chiede ufficialmente al suo senatore di rinunciare all'incarico senza rinunciare ad una stoccata all'alleato di governo. "Le modalità della elezione del senatore Torrisi - dice il ministro degli Esteri - espressione in larga misura del voto delle opposizioni, ci inducono a chiedere all'interessato la rinuncia all'incarico. L'elezione di Torrisi a presidente della commissione Affari Costituzionali è senz'altro un segno di stima da parte dei colleghi per il lavoro svolto in questi anni. A questa elezione, però, noi di Alternativa Popolare non abbiamo contribuito perché leali agli accordi di maggioranza cui abbiamo sempre corrisposto". Lasciando intendere: "E' stato eletto con i voti del Pd".

E mentre Mdp con Roberto Speranza invita il Pd a guardare in casa sua lasciando capire che franchi tiratori potrebbero essere arrivati dal partito di Renzi, M5s esulta: "Con 16 voti Torrisi, senatore Ap (contro gli 11 al candidato Pd), è stato eletto nuovo presidente della commissione Affari Costituzionali al Senato, che dovrà, vedremo però in che tempi, approvare la legge elettorale. Fatto fuori il Pd dalla guida della commissione, speriamo la stessa sorte per gli ultimi seguaci autoritari renziani. L’Italia il 4 dicembre si è espressa, è ora di dare seguito a quel mandato".

© Riproduzione riservata 05 aprile 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/04/05/news/senato_renzi_battuto_in_commissione_affari_costituzionali_guerini_tradito_patto_maggioranza_pd_preoccupato_-162273147/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1
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« Risposta #25 inserito:: Aprile 08, 2017, 05:23:05 pm »

Politica

Pd, le primarie allegramente inutili   

Di Andrea Scanzi | 4 aprile 2017

Il Pd può andare fiero di due aspetti. Il primo è che è l’unico a fare le primarie. Il secondo è che, per quanto scesi, i numeri degli iscritti che hanno votato la scontatissima nuova incoronazione di Renzi sono comunque molto più alti dei click con cui il M5S “decide” questo candidato o quel decreto. Quelle del Pd sono primarie discutibili, spesso pilotate, con regole assurde e non di rado inutili. Ma sono primarie: loro le fanno, gli altri al massimo le sognano. Da qui a celebrare la rinascita del Triplomentico Mannaro, però, ce ne passa.

1. Nelle sezioni in cui votavano fino a ieri in 100 o più iscritti, oggi votano in 10 o 20. Se la cantano e se la suonano. Renzi vince sulle macerie di un solipsismo politico senza precedenti.

2. “Sulle macerie di un solipsismo politico” è molto bella come immagine. Scusate, mi alzo un attimo e mi complimento con me stesso.

3. D’accordo, ho finito di complimentarmi. Continuiamo.

4. Sento e leggo: “Come fanno ancora a votare Renzi?”. Ve lo spiego io. Chi è iscritto al Pd, in nome del partito, farebbe di tutto. Leggerebbe perfino L’Unità di Staino, Rondolino e Romano (a proposito: complimenti per vendite, coerenza e salvataggio dei posti di lavoro). La leggerebbe e ci crederebbe pure. Renzi vince grazie a quei 50-60-70enni che ieri sognavano Berlinguer e oggi la Morani. E’ gente che non cambierà mai idea. Per loro votare “il partito” è come andare in Chiesa. E in Chiesa ci vai anche se il parroco ti fa schifo.

5. Appunto: magari il parroco gli fa schifo, ma è comunque il loro capo. Devono crederci. Devono votarlo. Ritengono Renzi il meno peggio, l’unico che può vincere (anche se dal 2014 le perde tutte) e l’unico argine al populismo bla bla bla. Renzi è ancora lì perché è un bugiardo (non doveva smettere?), perché ha un’informazione che lo tratta come un politico vero (addirittura bravo) e perché ha il voto di chi ieri serviva gnocco fritto e oggi idee fritte.

6. Se alle elezioni votassero solo gli under 30, Renzi arriverebbe come il Pescara in serie A. Un bel trionfo, per un rottamatore.

7. Renzi stravincerà le primarie perché è opposto a un rivale finto e a un ribelle scioltosi sul più bello. Non solo: gli oppositori veri si sono scissi. In questi casi, dalle mie parti, si direbbe: grazie al cazzo che vince (cit).

8. Orlando è un Renzi meno antipatico. Una stampella garbata del renzismo, infatti è appoggiato da politici come Napolitano o Finocchiaro. Orlando è un Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo. Quanto a Emiliano, il suo è uno dei suicidi più plateali degli ultimi anni. Poteva essere il leader di Articolo 1, ma ha preferito implodere. Se poi resterà dentro il partito persino dopo la gogna, la delusione da lui generata raggiungerà il parossismo.

9. Anche “Orlando è un Jack Pisapia che non è uscito dal gruppo” è buona. Oggi sei in forma, old boy.

10. Renzi stravincerà le Primarie del 30 aprile perché non accadrà quello che i suoi temevano: trasformare le primarie in un nuovo referendum pro/contro di lui. Perché ciò accadesse, servirebbe che grillini e delusi di sinistra (spesso la stessa cosa) votassero in massa ai gazebo. Macché: non accadrà. Per due motivi. A) Il Pd è da loro percepito come una forza distante e irredimibile. B) Renzi, per i grillini, è l’avversario perfetto. Sta antipatico anche al poro schifoso: più c’è Renzi, più il M5S cresce. La vittoria di Renzi, ai 5 Stelle, fa benissimo. Chi glielo fa fare di pagare per votare chi, alle elezioni, li metterebbe molto più in difficoltà?

11. Renzi vincerà Primarie, elezioni del 2018, short track a Lillehammer 1994 (le vittorie di Renzi sono anche retroattive), Pallone d’Oro e fascia di capitano nella nuova Fiorentina. Lotti allenatore, Nardella in porta e Carrai fluidificante. Farinetti al Quirinale e Madia nuova Tina Anselmi. Agili, in scioltezza e fischiettando La vie en rose.

Considerazioni finali.  Quello che renziani e osservatori (spesso la stessa cosa) fingono di non vedere è che queste, più che Primarie, sono una mera conta interna. Un dirsi da soli, una volta di più, che Renzi è il mejo figo del bigoncio. Un illudersi di essere vincenti. Un trionfare senza avversari, rinchiusi nel proprio bunker e sordi a quel che accade davvero nel mondo. Renzi ha dilapidato in neanche tre anni un consenso abnorme, ma dentro “il partito” si illudono ancora che basti un po’ di candeggina per spacciare per nuovo un pullover (regalato da Marchionne) già infeltrito e con le tarme. Il 30 aprile non vincerà Renzi: vinceranno i 5 Stelle, vincerà il centrodestra. Vinceranno tutti tranne Renzi, più gonfio e bollito di una festa a Carrù. Ma loro niente: vanno avanti, dritti verso il disastro, come una locomotiva non più guidata da Guccini, ma al massimo da Baricco. Ecco quel che è diventato il Pd renziano: un partito malato di personalismo e autoreferenzialità, che prima si incorona da solo e poi si stupisce di come il mondo là fuori non sia come credevano. Complimenti. E condoglianze.

P.S. “Come una locomotiva non più guidata da Guccini ma al massimo da Baricco”: ve l’avevo detto che oggi sono in forma. L’esatto contrario del Pd.

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/04/pd-le-primarie-allegramente-inutili/3497542/
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« Risposta #26 inserito:: Aprile 11, 2017, 06:17:16 pm »

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Giuliano Gasparotti @ggasparotti , Angelo Sério
· 9 aprile 2017

Solo con Matteo Renzi si può andare avanti sui diritti

Il congresso del Partito Democratico deve essere un’occasione vera per rilanciare non solo proposte ed idee ma anche spazi di confronto e di discussione


L’approccio ideologico con il quale sono stati trattati i temi delle libertà e dei diritti civili ha impedito per trent’anni l’avvio di una stagione di riforme: grazie alla volontà del governo di Matteo Renzi quel muro è stato finalmente abbattuto, consentendo l’approvazione della legge sulle Unioni civili.

A partire da questa considerazione, ogni appello al confronto ed alla necessità di una sintesi condivisa da tutti, all’interno e all’esterno del Pd, è sempre ben accetto poiché tende a creare finestre di dialogo su questioni fondamentali della vita quotidiana di ogni persona.

Tutto questo anche a dispetto di chi li considera una bandiera da usare a piacimento: i diritti sono un patrimonio di tutti a prescindere dai partiti o dalle opinioni politiche di ciascuno.

La crescita dell’Italia è, infatti, al contempo civile ed economica proprio perché le società inclusive sono anche quelle che creano le maggiori opportunità di lavoro e di progresso. Il Partito Democratico, che è partito “pensante”, ha nel proprio Dna il confronto tra culture differenti e dalla cui sintesi devono risultare innovazioni sociali pragmaticamente rispondenti ai bisogni di tutti i cittadini.

Con il chiaro orizzonte di un’Europa che non dimentica le proprie radici culturali che, invece, forniscono una risposta di senso di appartenenza ad una vera grande comunità: dallo “ius soli” alla riforma della filiazione e delle adozioni, concepita nell’esclusivo interesse superiore del figlio o del minore – soggetto e mai oggetto di diritti – , da una equilibrata legge sul fine vita alla gestazione per altri sino alla lotta contro ogni forma di odio e di violenza motivati dal genere, dalla razza, dalla fede, dalla lingua, dall’orientamento sessuale o da qualsiasi altra condizione personale.

Abbiamo ragionato – come “Diritti in cammino” – nei termini di un riformismo che unisse queste necessità, proponendo il superamento di strumenti amministrativi consumati dal tempo e dalle polemiche – come il caso dell’Unar – per rilanciare, attraverso un’Agenzia indipendente per le libertà ed i diritti, politiche attive di contrasto ad ogni forma di discriminazione e di garanzia di pari opportunità per ciascuno, con un approccio europeo e pragmatico.

Il congresso del Partito Democratico deve, perciò, essere un’occasione vera per rilanciare non solo proposte ed idee ma anche spazi di confronto e di discussione. L’obiettivo di questa agorà è di dare forza all’articolo 3 della Costituzione, allargando le libertà e fortificando la dignità delle singole persone, portando non solo l’Italia nell’Europa dei diritti ma rilanciando, al contempo, il fondamento ideale dell’Unione.

Quei valori di libertà, eguaglianza e solidarietà scritti nella Storia del vecchio continente che, oggi più che mai, ha bisogno di costruire il proprio futuro.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/solo-con-matteo-renzi-si-puo-andare-avanti-sui-diritti/
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« Risposta #27 inserito:: Aprile 11, 2017, 06:18:27 pm »

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Marco D'Angelo   
· 9 aprile 2017

Nel 2013 sostenni Renzi, vi spiego perché oggi scelgo Orlando
Scelgo Orlando per riportare il Pd nel suo alveo naturale di sinistra

Io nelle primarie del 2013 ho sostenuto in maniera convinta Matteo Renzi, che gareggiò per la segreteria con Gianni Cuperlo, che tuttavia non sembrò portare grandi ricette, ma sembrò essere il candidato dell’apparato. Matteo Renzi sembrava dare un alternativa a una sinistra per me non più credibile nella quale allora e tutt’ora non mi sento rappresentato. Tuttavia allora Renzi parlava di una nuova sinistra.

Dopo la sua elezione il termine “sinistra” è scomparso abbastanza presto dal vocabolario di Matteo Renzi. L’ex premier ha effettivamente presentato un’alternativa a quella sinistra di cui mi riferivo prima ma è stata sostanzialmente un’alternativa centrista, questa linea politica è stata attuata sia al governo del Paese sia alla segreteria del Partito democratico.

Tendo a giustificare di più la linea centrista del governo, che può essere stata dettata dalle consuete logiche delle larghe intese. Matteo Renzi al governo ha fatto molte cose criticabili da sinistra: abolizione articolo 18, Buona scuola, taglio per tutti dell’Imu, ecc…

Se dovessi dare un giudizio al governo Renzi tutto sommato quel giudizio sarebbe positivo, ritengo che Renzi abbia il merito, se pur con risultati non eccellenti, di aver sbloccato un sistema paralizzato. Renzi nonostante tutto ha avuto il merito di far dibattere gli italiani sulla nostra bellissima Costituzione e di approvare riforme con un forte spirito sociale: unioni civili, politica dei bonus. Secondo me ha avuto anche il merito di ridare una certa credibilità alla politica nonostante la partita della legge elettorale miseramente persa.

Per quanto riguarda il partito ritengo che Renzi ha dato una spolverata, rottamando quella consuetudine del dare il “contentino” ai capi-corrente. Tutto questo l’ha fatto spostando l’asse del PD sempre più al centro delineando il cosiddetto “Partito della Nazione”, facendo entrare nel complesso dibattito all’interno del PD anche personaggi esterni alla sinistra.

Questo da un lato ha fatto perdere la fiducia nel PD a una parte della sinistra, dall’altra anche coloro che sono rimasti nel partito, compreso io, si sono molto preoccupati da questa nuova collocazione nello scacchiere politico italiano, fatto secondo molti per accaparrarsi i voti dagli elettori di centro-destra delusi dai propri leader, tattica neanche pienamente riuscita soprattutto a livello locale.

E’ per questo che sostengo Andrea Orlando per riportare il Pd nella sua collocazione naturale, Andrea Orlando ha il profilo giusto per riunificare tutte le anime di sinistra all’interno del PD, perchè tutte le anime della Sinistra devono stare aldìdentro del Partito Democratico. Contemporaneamente Orlando ha dimostrato che si può essere non renziani e allo stesso tempo restare nel Partito non alzando le barricate e contribuendo con lo stesso Renzi per migliorare il PD e il paese.

Orlando ha il potere di ammorbidire il clima politico, lo stesso Emiliano usa toni molto accesi. Allo stesso tempo mettendo in discussione la politica degli ultimi decenni basata sul leaderismo sia di destra sia di sinistra, dando più importanza al partito, riportando un pluralismo all’interno del partito egemonicamente di sinistra. Orlando fin dall’inizio è sembrato il più disposto ad aprirsi al Campo Progressista di Giuliano Pisapia, che guardo con molto interesse, questo per aprire un largo raggio di centrosinistra mettendo dei rigidi paletti tra la sinistra e la destra, e in un ipotetico caso di ingovernabilità parlamentare queste alleanze faciliterebbe il Pd a formare una coalizione di sinistra non alleandosi più col centro-destra, cosa che con Renzi sarebbe più probabile.

Concludo dicendo che votare Orlando non significa per me scagliarsi brutalmente contro Renzi, facendo così si polarizza e inasprisce ancor di più il dibattito all’interno del Partito Democratico, così facendo si voterà o per Renzi o contro Renzi, questo qualcuno lo sta cercando di fare.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/nel-2013-sostenni-renzi-vi-spiego-perche-oggi-scelgo-orlando/
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« Risposta #28 inserito:: Aprile 28, 2017, 12:38:52 pm »

Un po’ Grillo un po’ Silvio, tra pistole e rapper
Le pagelle del confronto Renzi-Emiliano-Orlando
Pubblicato il 27/04/2017 - Ultima modifica il 27/04/2017 alle ore 07:19

A CURA DI MATTIA FELTRI

MATTEO RENZI 
Simpatia 4,5 
E di colpo la vita gli ha messo addosso un malumore irrimediabile. Si presenta in studio con l’espressione di uno seccato di esserci. Perché Orlando ed Emiliano e non Kennedy e De Gaulle, accidenti? I due rivali siedono più vicini, sulla destra dei nostri teleschermi. Ma è più probabile che si sia allontanato lui, verso sinistra, stranamente.
 
Berlusconismo 8 
Come il vecchio Silvio, non si capacita che il mondo non riconosca la portata dei suoi successi. Un vero disastro, perché ogni volta è costretto all’elenco: Jobs Act, 80 euro, petto in fuori in Europa, battaglie perdute per le riforme. Fortuna è stato al governo solo tre anni: il suo elenco dura dieci minuti, quello di Silvio durava un’ora e mezzo. 
 
Pazienza 7,5 
Deve sottostare a brillanti domande che servono per valutare la vicinanza del leader al popolo, tipo qual è il video più visto su YouTube. Ma quando chiede a Emiliano se, perse le primarie, smetterebbe di criticare il segretario ogni mattina, e quello risponde «assolutamente no», si affloscia sconsolato. Grande self control.
 
MICHELE EMILIANO 
Fascino 6.5 
Porta in studio una stupenda faccia da Quella casa nella prateria. Ricorda di quando girava con la pistola nei pantaloni e, che guaio, i pantaloni gli si bucavano. Se avesse 15 anni appenderebbe il poster di Yuri Chechi (che nessun quindicenne sa chi sia). Arriva a un’ampia sufficienza perché è il Teddy Bear delle primarie. 
 
Grillismo 9 
Ha una motivazione fortissima per diventare segretario del Pd: quello attuale è un po’ peggio di Nosferatu. Ha aiutato le banche, ha aiutato i potenti, i petrolieri, le lobby, tutte denunce che non significano nulla, e quindi vengono benissimo. Con un po’ d’allenamento arriverà al 10 come il maestro, Beppe Grillo.
 
Cultura 6,5 
Ogni volta che parla cita la Resistenza e il Movimento operaio come fari della sua vicenda politica. Un po’ vago. Non fa neanche una citazione, neanche un Flaiano facile facile. Dice «primarie di rito abbreviato», un orrore penalistico da pm. Quando la prestazione sembra fallimentare, salva tutto tirando fuori il rapper J-Ax. 
 
ANDREA ORLANDO 
Agonismo 1 
Gli chiedono: vuole replicare? Risposta: no, no, no, no, no, no (sei no, li abbiamo contati). Quando lo tirano in ballo, può indignarsi fino a supporre un mezzo sorriso ironico. Quando vuole caricare di significato un argomento che lo accende di furore, si spinge sino ad alzare l’indice destro. Non proprio uno degli Avengers.
 
Papismo 5,5 
Dopo una mezz’ora di altissima compunzione, si scioglie e gioca il jolly: quando ho incontrato il Papa, mi ha chiesto soltanto di occuparmi dei carcerati, e la cosa mi ha commosso molto. Non si aspettava che anche quella faina di Emiliano avesse il suo Papa personale: a me ha chiesto di occuparmi dei bambini. Tracollo. 
 
Sinistrismo 6+ 
Come ultimo reduce del Pci, che frequentò giovanissimo, ammette di aver avuto in camera il poster di Enrico Berlinguer (Renzi aveva quello dei Duran Duran). Un colpaccio. A quel punto il resto è in discesa: Salvador Allende e i figli di immigrati che saranno classe dirigente. Renzi capisce e colpisce: eri al governo con Berlusconi. Ed è tracollo.
 
 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/04/27/italia/politica/un-po-grillo-un-po-silvio-tra-pistole-e-rapper-Ia6rFH7CAYvxZM9sSuncVK/pagina.html
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« Risposta #29 inserito:: Maggio 01, 2017, 05:06:03 pm »

ECONOMIA E SOCIETÀ

Rivoluzione su misura

di Alberto Mingardi 28 aprile 2017

«Affrontare la realtà del mondo ci farà ritrovare la speranza». L’incipit del libro di Emmanuel Macron non è di quelli che incollano il lettore alla pagina, ma riassume bene le aspettative e le speranze di chi guarda al 23,75% del candidato di En Marche come a una semina già fruttuosa. In una Francia dove più del 40% degli elettori si appassiona alle promesse di chiusura delle frontiere e più redistribuzione, nella versione nera di Le Pen o in quella rossa di Mélenchon, Macron è il candidato della serietà. Quello che anziché urlare che «un altro mondo è possibile» pensa a come scongiurare il collasso del mondo che c’è.

È attentissimo, Macron, a cucirsi addosso quest’immagine. Nato ad Amiens in una famiglia di medici ospedalieri, tiene a specificare che si tratta di «una famiglia borghese di recente data». Il biglietto d’ingresso alla classe media è stato lo studio: la nonna insegnante, i genitori e i fratelli dottori, il giovane Emmanuel è una sorta di pecora nera, ma del genere docile, anziché fare medicina s’iscrive all’Ena. Il fondatore di En Marche è secchione e fiero di esserlo. Il che sa come di bucato, in una politica dove ormai vince solo chi urla di più.

La Rivoluzione di Macron vorrebbe allora essere la rivoluzione della normalità e del pragmatismo, delle persone competenti e per bene che arrivano, per merito, dove le persone competenti e per bene, per merito, dovrebbero arrivare. Questa serietà, però, si concretizza in una studiata refrattarietà alle idee forti, evidentemente pensata come la più persuasiva risposta agli avventurismi politici. Rivoluzione è una sinfonia dei “ma anche”. Ci sono tutti i luoghi comuni delle nostre classi dirigenti, diligentemente messi in fila, senza perder tempo a chiedersi in che misura siano coerenti gli uni con gli altri.

«Se per liberismo s’intende fiducia nell'individuo - spiega Macron - sono (…) liberale». Ma se «essere di sinistra significa pensare che il denaro non conceda tutti i diritti, che l’accumulo del capitale non debba essere considerato l’unico orizzonte vitale, che le libertà del cittadino non debbano essere sacrificate a un imperativo di sicurezza assoluta e inattingibile, che i più poveri e i più deboli debbano essere tutelati e non discriminati», allora è “di sinistra” «con altrettanta convinzione». Macron è contro l’ugualitarismo se implica appiattimento, ma vede come uno scandalo «le nuove diseguaglianze». Vuole ridurre le tasse sulle imprese, semplificare gli oneri amministrativi ma anche «agire in sede europea contro i “giganti” americani o asiatici che ci fanno concorrenza sleale» (locuzione dove l’aggettivo è tipicamente pleonastico). Ritiene che la riduzione dei deficit di bilancio è stata necessaria per «far fronte all'emergenza, quando l'euro è stato minacciato» ma anche che «l’austerità non è un progetto». Immagina una rivoluzione della scuola e la fa coincidere col «rimettere il mestiere di professore al centro della vita della Repubblica». Ammette che il sistema delle 35 ore è troppo rigido ma suggerisce che «per alcune imprese le 35 ore vanno benissimo».

Propone non senza coraggio di ridurre la spesa pubblica, ben consapevole del carattere intrinsecamente conservatore della burocrazia, e ha paura che a un certo punto il paese finisca per «vivere per l’amministrazione, e non l’amministrazione per il paese». E tuttavia vuole grandi investimenti con un orizzonte almeno quinquennale: a cominciare dalle energie verdi.

La politica, per carità, è un esercizio di sintesi. E tuttavia non è sbagliato chiedersi: sintesi di che cosa? Macron mette sullo stesso piano “dottrinari” colbertisti e liberisti, proponendosi di collocare prudentemente la verità nel mezzo. Il non trascurabile dettaglio è che se liberisti vi sono in Francia, essi esercitano un’influenza risibile, mentre Colbert ha eredi a destra e a sinistra, e tutt’ora a lui s’ispira la politica economica francese. L’equidistanza fra liberismo e politica industriale è già preferenza per la politica industriale.

Per l’enarca Macron «innovare per innovare è come camminare senza una meta». L’innovazione andrebbe diretta, indirizzata, canalizzata in una direzione o in un’altra. Parole che suonano benissimo, in un manifesto garbato: e che tuttavia trascurano un altro dettaglio, l’ostinazione con cui le novità non si fanno pianificare.

Sarebbe sbagliato immaginare che un aspirante Presidente della Repubblica francese s’ispiri a modelli che francesi non sono. Macron non ha pensatori di riferimento ma sa che «la nostra storia ha fatto di noi dei figli dello stato, e non del diritto, come negli Stati Uniti, o del commercio come in Inghilterra» Di quella storia intuisce i pericoli, il rischio di un orizzonte nel quale lo Stato sia tutto e l’individuo invece nulla.

Se un ripensamento dev’esserci, non sono queste combattutissime elezioni il momento più propizio. Macron cita con rispetto il generale De Gaulle, tocca tutte le corde del patriottismo eppure dove il suo manifesto è davvero rassicurante per noi tutti è nella convinzione che si possa essere e rimanere francesi senza rinunciare a stare nel mondo.

Mentre è impegnato a mescolare efficienza e buoni sentimenti, a Macron sfugge un’osservazione solo all’apparenza banale: «Dire che uscire dal modello globale significherebbe vivere meglio è una menzogna». Se la globalizzazione ha prodotto alcune categorie di “sconfitti”, la chiusura protezionista può produrne molte di più.

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