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Autore Topic: IL PD - Partito Democratico  (Letto 7308 volte)
Arlecchino
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« il: Agosto 05, 2007, 11:28:15 »

Chiti: «Fermiamo il verticismo o il Pd sarà un insuccesso»

Wladimiro Frulletti


Essere nuovi. «Un partito che ha l’ambizione di essere nuovo, di rappresentare la sinistra del XXI secolo non può essere vittima di meccanismi verticistici fatti a tavolino e calati dall’alto. Il Partito Democratico, lo stesso Veltroni, che io sostengo convintamente, ne uscirebbero mortificati». Per Vannino Chiti, ministro alle riforme, il Pd ha bisogno di una sterzata e di uno stop perché non può sbagliare partenza. Da qui la necessità di «cambiare rotta» nell’elezione dell’assemblea costituente dando realmente spazio alle energie della società civile e dei territori senza seguendo la logica spartitoria fra Ds e Dl. E poi la scelta di fermare qualsiasi ipotesi di un partito che nei suoi assetti da Roma fino alle sezioni (o come si chiameranno), sia precostituito. Parole che si incrociano con quelle, a tratti molto amare, che ieri il suo collega di governo e di partito Pier Luigi Bersani ha detto all’Unità.

Ministro Chiti, partiamo dal rischio che paventa Bersani e cioè di un Pd in cui la sinistra sia poco rappresentata. Lei che ne pensa?

«Condivido la preoccupazione di Bersani. E credo che questo potrebbe determinare un insuccesso del Partito democratico».

Perché?

«Perché meccanismi troppo verticistici, per così dire istituzionali, calati dall’alto non solo, come dice Bersani, possono non rappresentare per quello che è nel Paese, non per quello che si decide che sia a tavolino, il popolo della sinistra. Ma al tempo stesso perché ci fanno correre il rischio di non rappresentare il nuovo. Chi non è iscritto né ai Ds né alla Margherita e che guarda con interessa al Pd».

Lei cioè ritiene che andando avanti così si possa sprecare un’occasione?

«Dopo i congressi di Ds e Margherita e soprattutto dopo che Veltroni ha deciso di candidarsi alla segreteria nazionale del Pd, intorno a noi abbiamo sentito una grande attenzione e un grande entusiamo. È stata la prova che il Pd è stata la scelta giusta. Adesso tutto questo può venir mortificato. Le faccio un esempio».

Prego...

«In Toscana alle politiche l’Ulivo alla Camera ha preso il 43%. dentro c’era il popolo di sinistra che guarda ai Ds, gli elettori della Margherita e cittadini non iscritti né agli uni né agli altri. Se i meccanismi delle liste per l’assemblea costituente sono fatti a tavolino in modo verticistico e poi calati dall’alto per imbrigliare la realtà, quello che viene meno è la spinta propulsiva del Pd. Perché non dai cittadini, ma a tavolino la sinistra sarebbe sottorappresentata e così altre aree. C’è da cambiare strada se non vogliamo rischiare di perdere a causa di vecchi metodi la sfida del Pd».

Insomma ministro secondo lei il Pd potrebbe essere soffocato in culla da un verticismo burocratico che decide tutto a tavolino. Dove cioè i capi di Ds e Margherita si mettono d’accordo già ora per riempire tutte le caselle?

«Non so se qui sono capi o non capi. So che andando in giro per l’Italia da una parte si dice “qui il segretario regionale tocca a quell’area”, là dicono “qui è stato deciso che il segretario di quella federazione è di quell’area e quindi il vicesegretario è di quell’altra”, da un’altra parte gli equilibri magari riguardano i capigruppo. E come una gabbia che a cascata ricopre tutto. È anche peggio che se ci fosse un tavolo a Roma di capi che determina le candidature. Questo sarebbe già sbagliato, ma il rischio che corriamo oggi è ancora peggiore».

Ancora peggiore?

«Sì, qualcosa di più perverso. Gli equilibri decisi a tavolino e dettati sul territorio a cascata possono produrre un cortocircuito micidiale. Il 14 ottobre per far nascere bene il Pd occorre che ci sia una grande partecipazione di cittadini. E non può essere una sorta di consultazione per equilibri costruiti a tavolino. Perché la partecipazione, temo, sarebbe molto inferiore e alle aspettative, e poi la seconda volta la gente se ne starebbe a casa. È vero che il Pd non è ancora nato come partito con i suoi valori fondanti e le sue regole, ma non per questo possiamo tapparci gli occhi. Dobbiamo anzi lavorare perché le ombre che vediamo scompaiano. E abbiamo il dovere di dire che non nasce un partito nuovo per correnti personalistiche e verticistiche determinano la selezione dei suoi gruppi dirigenti e il suo modo di vivere. Non è questa la strada».

Lei cioè teme che le aspettative dei cittadini che possa nascere un partito veramente nuovo sarebbero deluse?

«Sì, perché non possiamo permetterci di costruire una facciata di regole che promettano di innovare la politica e poi dietro avere una gestione verticistica, burocratica e ristretta. L’esito sarebbe che gran parte del popolo della sinistra, quelli che fanno grandi feste, le campagne elettorali e i contatti e le iniziative politiche, ne sarebbe deluso. E sarebbero delusi altrettanto quelli che non hanno nessuna tessera in tasca ma vogliono scommettere sul Pd. E non sono pochi. In Toscana Ds e Margherita hanno iniziato delle pre-adesioni. Nei primi due fine settimana ne avevano raccolte oltre 18mila. Più della metà di persone che non hanno né la tessera dei Ds né quella della Margherita. È la prova delle grandi potenzialità che ha il Pd, ma anche che non possiamo procedere con metodi ristretti di sistemazione di caselle e di equilibri decisi a tavolini e poi calati sui territori. Se siamo già predeterminare i vicesegretari di federazione, il passo per arrivare a responsabili di quartiere è breve. Ma sarebbe un partito che delude i nuovi, delude il popolo della sinistra e non riuscirebbe a realizzare il suo obiettivo».

Quale obiettivo?

«Noi Ds e Margherita abbiamo deciso di bruciare le navi dietro di noi, ma non lo abbiamo fatto per costruire un partito che viva di correnti personalistiche. Ma per costruire qualcosa di radicalmente nuovo nel modo di nascere e nel modo di vivere. Un partito che sia la sinistra del XXI secolo».

Non è che questa preoccupazione è dettata dal timore che nell’assemblea costituente l’area della Margherita alla fine sarà più numerosa di quella proveniente dai Ds? E cioè Letta e la Bindi che corrono contro Veltroni porteranno in assemblea esponenti Dl, ma molti Dl saranno anche nel listone ufficiale che sostiene Veltroni perché la margherita vi dirà “se non siamo rappresentati adeguatamente i nostri elettori voteranno o Letta o Bindi“. E fatti i conti da tre strade diverse però gli esponenti Dl che entreranno nell’assemblea saranno più numerosi di quelli Ds.

«No, non è una questione di bottega. Bersani e io non vogliamo fare i sindacalisti dei Ds. Presto saremo tutti iscritti al Pd e la sigla “ex” dovrà scomparire per tutti. La questione è che se il meccanismo di costruzione delle liste è di di tipo verticistico che a piramide si riprodurrà sui territori e poi dai livelli regionali fino a quelli provinciali e comunali, sarà questo meccanismo a scegliere, non i cittadini. Il problema cioè non è se ci sono 7 Ds, 8 della Margherita o 3 iscritti a nessuno, ma che queste scelte siano costruite sui territori. Se no che vuol dire federalismo. Il Pd, abbiamo detto, dovrà nascere dal basso, dai cittadini che il 14 ottobre andranno a votare e si candideranno e dovrà essere un partito nazionale ma a struttura federale, dove i territori sono protagonisti. Il problema non è quanti Ds o Dl o non iscritti ci sono nelle liste, ma se queste liste sono fatte dall’alto o, come io credo sia necessario, nei territori, dal basso».

A quali soluzioni pensa?

«Va superato, lo dico per Veltroni, questo vincolo di una sola lista tra virgolette “ufficiale” la sola autorizzata a sostenere Veltroni. Per questo sono importanti novità la lista di Melandri, Passoni, Della Seta e altri, e dall’altra quella dell’ex terza mozione e della sinistra. Liste altrettanto “ufficiali” e autorizzate a sostenere Veltroni. E sarà bene che visto che bastano 100 firme per presentare liste in un collegio che ci sia sul territorio la capacità di far nascere liste rappresentative di quelle realtà a sostegno di Veltroni. Ed è una scelta che dovrebbero fare anche Bindi, Letta e gli altri candidati. Non ci sono avversari, perché tutti dobbiamo essere impegnati a costruire un partito davvero nuovo. Non devono essere i misurini e le spartizioni a farla da protagonisti. Protagonisti devono essere quelli che sul territorio hanno idee e voglia di impegnarsi sia che vengano dai Ds, che dalla Margherita che da nessun partito».

Però il sistema elettorale delle primarie premia le liste più grandi con soglie di sbarramento molto alte. Che speranze hanno le liste locali?

«Ma ci possono essere i collegamenti, niente impedisce che ci siano liste legate ai territori che sostengono Veltroni che si collegano a altre liste di altri collegi. Ma anche la lista “ufficiale” deve essere costruita guardando alle realtà dei singoli territori e non esclusivamente agli equilibri di appartenenza. Non so quanto sia possibile cambiare del tutto la rotta la nave per le primarie, ma una correzione può e deve essere fatta, ma già ora dobbiamo comunque porci il problema del dopo».

Di cosa sarà il Pd?

«Certo, c’è l’assemblea costituente che dovrà scrivere la carta dei valori e le regole e il 14 ottobre si eleggono anche i segretari regionali e le assemblee regionali. E non è obbligatorio che in tutte le regioni italiane ci sia un candidato segretario o addirittura dei ticket che si riferiscono a Veltroni, Letta o Bindi. E poi mettiamo uno stop forte, lo chiedo a Veltroni, ma anche a Bindi e Letta, perché i congressi che si dovranno fare per dar vita alle unità di base ai club, alle strutture regionali e provinciali, partano dal basso, ex novo, senza alcun vincolo precostituito, senza alcuna fotografia già scattata e poi appiccicata sui territori facendola obbligatoriamente aderire. Questa è condizione irrinunciabile».

Perché irrinunciabile?

«Perché garantisce che siano protagonisti i cittadini e che siano rappresentate tutte le sue culture fondamentali: da quella ambientalista alla riformista e laica, da quella di sinistra alla cattolica, dal pensiero femminile a chi si batte in difesa dei diritti umani. Culture rappresentate in base ai consensi che hanno nella società. È per questo che non mi potrei trovare a mio agio in un partito che facesse sentire marginale o subalterna la sinistra. Anche perché il Pd deve guardare anche a quelle compagne e compagni che hanno fatto un altra scelta. Sinistra democratica non ha prospettiva in una “cosa rossa”, che è si importante per la semplificazione del centrosinistra italiano, ma che non a nulla a che vedere col Socialismo europeo. Ci sono cioè ragioni culturali e politiche perché la parola sinistra nel Pd non sia messa fra parentesi».

Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 9.07   
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« Risposta #1 il: Agosto 05, 2007, 11:29:07 »

Primarie aspettando il dibattito

Furio Colombo


«Chi siete? Da dove venite?» chiede il gabelliere a Troisi e Benigni nell’indimenticabile film Non ci resta che piangere. «Siamo quelli di prima, siamo appena passati di qui» risponde l’ingenuo Troisi. «Un fiorino» esige il gabelliere che non voleva la risposta ma l’adempimento burocratico. Il buon Troisi ha già pagato tre volte. Ma il gabelliere è lì sul confine per applicare le regole. «Chi siete? Da dove venite? Un fiorino!», ripete subito dopo, implacabile.

Uno potrebbe dire che è un po’ quello che è successo quando alcuni sono passati di fronte al tavolo della segreteria tecnica del Partito democratico. Meno divertente di Troisi-Benigni, ma con lo stesso scatto di automatismo: o così o niente. Peccato, perché sarebbe stato utile rispondere alle domande se la prova fosse stata il dibattito e non il modulo. Peccato perché nel nascente Partito democratico ogni giorno, in tanti ormai, anche non partecipando alle primarie, descrivono nei dettagli le scelte politiche ed economiche, e lo fanno senza se e senza fax, come autorizzati da un “prima” che li esenta dal transitare di fronte al gabelliere.

Le elezioni del Partito democratico - specialmente se vi fossero stati dibattiti invece che moduli (ma speriamo ancora che ci siano, anche se sarebbero stati molto più ricchi e utili e aperti senza le preliminari, inspiegabili esclusioni politiche di Pannella e di Di Pietro) - devono per forza misurarsi con grandi questioni che non sono partitiche, non sono locali e non sono occasionali.

Penso al furibondo dibattito economico che sta lacerando il nostro Paese, tra una opposizione che non vuole niente tranne la liquidazione di Prodi e una pretesa linea del Piave che marcherebbe la differenza tra il saggio riformista e la sinistra sprecona. Teniamo presente che qui si parla di lavoro, non di sprechi della politica, dove la linea di confine è tra privilegio e cittadini. Dunque vediamo di non fare confusione.

Propongo un esempio americano. La Camera di quel Paese, a maggioranza democratica, ha appena votato (2 agosto) una legge definita “rivoluzionaria” (nel senso sovietico) e “pericolosa” (nel senso degli affari) dai più accaniti oppositori repubblicani. Però anche dieci repubblicani hanno votato quella legge, dimostrando che raccogli voti per le tue proposte se le tue proposte sono chiare, nette e alternative, non se cerchi di assomigliare un po’ di più all’altra parte, che ha già il suo programma. Dunque i democratici di Nancy Pelosi hanno conquistato l’assicurazione sanitaria che copre tutti i bambini degli Stati Uniti. Fino a ieri i bambini senza garanzie di cure mediche, nel Paese più ricco di mondo, erano milioni.

Dal 2 agosto la “legge comunista” sarà finanziata da una tassa sul tabacco e da una tassa sulle assicurazioni sanitarie private, che sono il fiore all’occhiello di George W. Bush, così come era stato il sogno di Clinton garantire la totale copertura sanitaria pubblica ai quaranta milioni di americani che ne sono tuttora esclusi.

Due mondi, dunque: tutto privato, e chi può se la goda. Oppure lo Stato partner e sostegno dei cittadini, quando i cittadini, che danno allo Stato tasse, lavoro e crescita, ne hanno bisogno (la garanzia delle cure mediche).

C’è un punto che vale la pena di essere ripetuto. La presidente democratica della Camera americana non ha scelto il percorso del venire incontro, almeno un po’, agli avversari repubblicani per cercare di conquistarne la simpatia. Ha scelto di drammatizzare il suo impegno per la salute chiamando i cittadini a testimoni delle posizioni opposte dei due partiti. E a quel punto un drappello di oppositori ha abbandonato la bandiera delle assicurazioni private per votare il demonio statalista della assicurazione pubblica.

Ma c’è un altro punto. Riformisti sono coloro che vogliono e ottengono le cure mediche per tutti. Conservatori sono coloro che si battono per gli interessi privati delle assicurazioni e del tabacco. Difficile dire dove si collocherebbero i “coraggiosi” nel partito italiano che nasce. Di certo spaccare le questioni in due invece che in quattro, otto, dieci parti (sperando che almeno una attiri la benevolenza degli elettori di destra) rende tutto più chiaro e imbarazza almeno un po’ gli avversari. È meglio tassare il tabacco o ignorare i bambini? A domanda chiara, risposta semplice. Non dovrebbe essere un buon esempio per tutti, in tutte le variegate sfumature della sinistra, e un interessante spunto per capire come si allarga il consenso nelle grandi democrazie bipolari?

* * *

Negli stessi giorni attira attenzione, nei quotidiani economici del mondo, la seguente notizia «Unilever taglia 20mila posti di lavoro». Vale la pena di guardare dentro questa notizia. Primo, Unilever è una grande multinazionale (Olanda, Stati Uniti, Inghilterra, Francia) che ha un immenso mercato nel mondo, dal sapone alla birra, dallo yogurt alle merendine. Secondo, Unilever non è in crisi. Ma i suoi esperti hanno notato che ha perso un po’ di terreno rispetto ai rivali. Perché? L’azienda risponde così: «Siamo lenti, indecisi, poco innovativi. Ma adesso, con le decisioni prese, saremo al passo».

Le "decisioni prese" sono ventimila licenziamenti. Sono il rito sacrificale per gli errori di guida di una delle aziende più solide e cariche di profitto del mondo. Infatti l’azienda stessa comunica: «Il profitto dell’ultimo quadrimestre è aumentato del 16 per cento, superando il bilione di euro (era di 900 milioni l’anno scorso), le azioni hanno avuto una impennata di quasi 4 punti, le vendite sono aumentate del 5 per cento». Alcuni manager (quelli «lenti, indecisi, poco innovativi») sono stati congedati con vertiginose liquidazioni. E 20mila lavoratori sono stati licenziati coinvolgendo nel loro destino non meno di centomila persone che non parteciperanno alla festa del rinnovato slancio di Unilever.

Erano quei 20mila il peso morto? No, ma licenziare produce ricchezza (salvo poi domanarsi perché ci sono tanti pensionati che mettono a rischio di insolvenza i sistemi previdenziali).

Infatti l’impennata in borsa delle azioni Unilever (una impennata di valore immenso per una azienda di quelle dimensioni) si deve ai licenziamenti. Sono decenni, ormai, che le borse del mondo salutano con acquisti generosi le azioni di ogni azienda che licenzia.

La lezione è semplice. È stata la lezione di Roosevelt e Kennedy, di Carter e Clinton. Ai nostri giorni la ripetono premi Nobel per l’Economia come Amartya Sen e Joseph Stieglitz: il mercato è come la meteorologia. I venti non soffiano tutti dalla stessa parte e ogni fenomeno è fatto di spinte diverse, con risposte (e interessi) che non sono gli stessi. Per questo non può essere assente lo Stato. Contro le turbolenze ambientali è nata la protezione civile. Ma la protezione civile di chi lavora sono i parlamenti come quello americano, che recupera alle cure mediche milioni di bambini esclusi, tassando, in cambio, ricchezze. E quei legislatori e governi che invece di adorare il mercato lo regolano. Rifiutano di trattare il lavoro come le scorie di un prodotto che a un certo punto si scaricano perché non è bene tenerle in casa dopo l’uso.

Riformisti e partito riformista sono coloro che puntano tutta la loro attenzione sulla parte debole del mercato rifiutando che diventi l’ultima della lista. Senza il lavoro al suo centro, un partito non è riformista. Imprese e mercato si riformano continuamente da sole secondo i propri interessi. Ma senza il partner del lavoro, nelle sue condizioni più civili, il mercato diventa Cina, separa gli esclusi, tende a farne la riserva del basso costo, la discarica delle scorie. Tende a diventare autosufficiente e autoritario.

* * *

Ma un altro fatto esemplare viene dalla notizia economica che sta sconvolgendo il mondo, dall’Asia a Francoforte, e che ha come epicentro Wall Street. È esploso il mercato del debito, soprattutto il debito per comprare una casa. Vuol dire che, a ondate successive, diversi gruppi e livelli del mondo bancario e finaziario si sono venduti e rivenduti i loro crediti, lungo una scala che va dai più solidi a quelli ad alto rischio di non rimborso, lungo un percorso che ha fatto il giro del mondo esportando debiti di Paese in Paese. L’idea geniale è stata di avere creato una cultura del debito (sempre più gente compra senza poter pagare) poi di avere fatto del debito un prodotto, vendendolo e rivendendolo e accumulando somme immense. Quando il cerino acceso resta in mano all’ultimo della fila - ovvero i debiti restano non pagati - quelle somme immense sono ormai lontane e al sicuro, sono il tesoro accumulato nei mari finanziari dai nuovi pirati. Ma “il mercato” (le borse) si accorgono del buco dei debiti non pagati e si affrettano a vendere. Si verifica una corsa precipitosa a disfarsi di tutte le azioni che sembrano pericolose perché in qualche modo collegate con l’industria dei debiti.

Per giorni e giorni le borse del mondo hanno subìto scossoni e chiuso in perdita sopratutto a danno degli investitori sempliciotti del mondo, coloro che investono il risparmio del lavoro per partecipare al grande gioco. Ma divampa l’incendio (fuori dai santuari) e si mangia i risparmi, da Singapore a Milano. Di questa storia sappiamo l’inizio ma non come va a finire. Purtroppo, predicono molti esperti, non sarà un lieto fine.

Proprio in quegli stessi giorni (Il Corriere della Sera, 4 agosto) il prof. Giavazzi, nel suo editoriale, ammonisce sinistre e sindacati a non tirare la corda con la solita esosità. Dice, in sostanza: ma non lo vedono questi estremisti antimercato che la festa è finita, che chi lavora o ha lavorato deve abbassare la cresta? Non lo capiscono che su salari e pensioni bisogna avere senso della misura, e la dovuta, volonterosa flessibilità nel lavoro da giovani? Non si rendono conto del rischio che creano con le loro pretese?

***

Mentre riflettiamo su come il mercato si cura di se stesso, arriva un’altra notizia drammatica e altrettanto esemplare quanto quella dei debiti: è crollato il ponte di Minneapolis sul fiume Mississippi.

L’evento dovrebbe diventare l’11 settembre della vita civile americana, di quello che una volta si chiamava «il fronte interno». Il ponte ha ceduto a decenni di trascuratezza, non un dollaro perché il ponte è di Stato. È lo stesso percorso che ha portato un grande Paese come gli Stati Uniti ad essere quasi del tutto privo di ferrovie. Il trasporto di massa non fa profitto e quando lo Stato si modella sul mercato (ovvero uno dei pilastri della complessa civiltà moderna provvede quasi soltanto a pagare il costo delle forze armate) il paesaggio si deforma e il numero di esclusi tende a crescere. Non è un buon "business", per la politica a meno che la politica sia esclusivamente e solo l’avvocato del mercato.

Per questo esistono i partiti che dicono no a nome dei cittadini e invece di tagliare le tasse, le usano per fare ciò che il "business" non fa: strade, ponti, scuole, ospedali, trasporti di massa. E quella implacabile sorveglianza sulla legalità che impedisce Parmalat, la mafia, il conflitto di interessi, il mercato dei debiti. Non dovrebbe essere questo il partito dei riformisti? Non dovrebbe svolgersi qui il dibattito?

furiocolombo@unita.it


Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 9.06   
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« Risposta #2 il: Agosto 16, 2007, 04:56:03 »

Polemiche sul filmato senza contraddittorio di Valentino Rossi «Una notizia, non potevamo rinunciare»

Così i direttori di Tg1 e Tg5.

Sandro Curzi, consigliere Rai ed ex direttore del Tg3. «Quella cassetta l'avrei buttata nel secchio» 


ROMA — Prendere (la cassetta) o lasciare: Tg1 e Tg5 ieri sera non avevano che due opzioni. Hanno scelto la stessa di far ascoltare quello che era comunque uno scoop. Valentino Rossi parlava per la prima volta. E anche se il modo era irrituale, e scorretto, rinunciarci era forse peggio. Questo il ragionamento strettamente giornalistico che ha guidato la redazione diretta da Gianni Riotta nel dare il via libera al filmato, spiegano dal maggiore telegiornale della Rai. Ma nella presentazione e nel commento successivo al servizio il corrispondente da Londra, Stefano Turi, fa capire che è una scelta obtorto collo: «L'appuntamento con Valentino Rossi è in un ufficio a Piccadilly Circus, alla Great White London, ma ad attenderci lui non c'è e ci comunicano che non ci sarà nemmeno alcuna sua dichiarazione di persona». Tradotto: ci ha ingannato, convocandoci qui con una bugia. «Per noi c'è soltanto una videocassetta registrata con la sua versione dei fatti».

Il Tg1 fa vedere il tentativo di parlare con il campione e il netto rifiuto del consigliere di Valentino («Questa è la prima e l'ultima volta che parlerà della vicenda fiscale, d'ora in poi risponderà solo a domande sulla attività sportiva»). Dopo il monologo del campione il cronista ha chiuso così: «Avremmo voluto chiedergli tante altre cose, non è stato possibile». Come a ribadire la forzatura imposta dal team Rossi e pure all'ultimo minuto. Una forzatura, secondo quanto ha detto Riotta ai suoi collaboratori, che non poteva però far rinunciare a un servizio giornalistico importante. Niente affatto pentito è Clemente Mimun: «Ogni giorno abbiamo mandato in onda tutte le notizie su Rossi, accuse e cifre dell'evasione. Senza alcuna reazione da parte sua. Nessun altro evasore, né io né lei, mi creda, verrebbe trattato così. Poi abbiamo ricevuto quella cassetta in cui lui per la prima volta espone le sue ragioni. Siamo nel 2007, non è irrituale».

Prassi regolamentare, secondo il direttore del Tg5: «Sia noi che il Tg1 gli abbiamo semplicemente dato una possibilità di parlare, 1 minuto e 40 secondi. Non è stato maleducato, anzi pacato, non ha offeso nessuno, non ha preso in giro nessuno, altrimenti sì che lo avrei cestinato. E domani siamo pronti a intervistare, se vuole, il suo omonimo Rossi dell'Agenzia delle Entrate. Se vogliono un faccia a faccia glielo daremo. Le polemiche? È estate, certa gente non ha niente da fare». Il Rossi che parla alla Nazione è uno scoop a cui invece avrebbe rinunciato Sandro Curzi, consigliere Rai ed ex direttore del Tg3. «Ho chiamato il Tg1 per protestare. Io quella cassetta l'avrei buttata nel secchio».

G. Ca.
15 agosto 2007
 
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« Risposta #3 il: Ottobre 15, 2007, 10:11:18 »

POLITICA

La nuova formazione nasce all'insegna di una netta cesura

Ma tanti frammenti di tradizione vivono in chi ieri ha votato

Dc e Pci, così muoiono le due chiese nel Pd non c'è posto per le reliquie

I capi comunisti amavano il latino. Il primo poster del Pd usava "party"per festa e partito

Il cappotto rovesciato di De Gasperi in Usa e Amendola che elogia lo studio "a tavolino"

di FILIPPO CECCARELLI


I comizi di Di Vittorio, i sandali di La Pira, il Quaderno dell'attivista, il manuale Cencelli, i silenzi di Longo, le sfumature lessicali di Moro, il centralismo democratico, i caminetti dei capi corrente, l'energia di Enrico Mattei, l'umorismo di Giancarlo Pajetta, le sigarette russe dal lungo bocchino, le sciarpette bianche al collo di Scalfaro, il fico che si arrampicava nel cortile di piazza del Gesù, il posto di guardia della Vigilanza alle Botteghe Oscure, i pallori di Dossetti, i rossori di Berlinguer...

Ma c'è traccia, di tutto questo, nel Partito democratico? Ecco: boh. Forse bisogna davvero raspare sotto la patina delle litanie, delle frasi fatte, delle citazioni ad effetto, dei video di circostanza; forse bisogna farsi coraggio e scoperchiare i sepolcri del cosiddetto Pantheon per trovare qualche vestigia o i rimasugli delle due chiese secolari che oggi si sono fuse in questa specie di partito un po' leaderistico, un po' oligarchico, ma nato anche sotto la spinta di una autentica partecipazione.

Così viene da chiedersi se gli elettori si sono recati ai seggi condizionati dal ricordo di un mondo, anzi di due mondi che non ci sono più. Don Camillo e Peppone, il cappotto rovesciato di De Gasperi in Usa e l'elogio dello studio "a tavolino" di Amendola, le mani tra i capelli di Zaccagnini e il saggio di Ingrao su Charlie Chaplin, il festival dell'Unità e l'archivio di Andreotti, la dignità di Scelba con l'ambasciatrice Usa e quella pagata a caro prezzo da Terracini nei confronti dell'Urss, il cadavere di Guido Rossa e il perdono dei Bachelet. Cose dell'altro secolo...

Perché già era difficile, dopo la crisi del partito di massa, all'indomani del tracollo della Prima Repubblica, riconoscere qualche residuo segno di vitalità nell'esperienza post-comunista e tardo-popolare o democristiana che sia. Ma l'impressione è che in questa domenica sta per essere abolito anche il compito minimo che quelle due culture politiche si erano assegnate: perpetuare simboli, nomi, tradizioni, memoria, immagini.

Qualche mese fa sui muri di Roma sono comparsi dei manifesti del Pd che mostravano un invitante bicchiere con liquido arancione e una fetta di limone ornamentale. Era il classico cocktail e la scritta reclamizzava: "Democratic party". I dirigenti comunisti, da Togliatti a Natta passando per Bufalini, amavano il latino; mentre ai capi tribù democristiani, dai veneti ai siciliani, capitava spesso e volentieri di parlare in dialetto. Ma di quel poster non colpiva solo l'intonazione orgogliosamente pubblicitaria o il ricorso all'inglese, che del resto si ripete nel modo in cui taluni nei media chiamano gli aderenti al nascente partito: "democrats". E' che "party", oltre che partito, vuol dire anche festa: e basti questa pretesa festevolezza a dimostrare come si sia rovesciata l'intera concezione della politica. E non si torna più indietro.

Dalle salamelle arrosto al cocktail gelato e virtuale si misura lo scarto tra il consumo gioioso delle tifoserie e l'impegno civico e penitenziale della militanza. Più o meno la stessa vertigine che separa la vecchia sezione dal volatile gazebo, la scuola-quadri dal talk-show o le antiche discussioni su laicità e confessionalismo dalle polemiche suscitate dall'intervento di qualche comico contro il Papa ai margini di un concerto.

C'è un salto culturale nel senso più epocale del termine. E' tutto più veloce, anzi più fast. C'è un baratro a suo modo tecnologico nella caccia al Vip sviluppatasi in modo così pervasivo, con tanto di Alba Parietti e Califano, che perfino Pippo Baudo ha sentito il bisogno di denunciare i "giullari" del Pd.

E si capisce - è umano e in certa misura anche giusto - come i protagonisti si sforzino di collegare fili nella storia, o cerchino di stabilire parentele ed eredità, cercandosele pure all'estero, coltivando a volte una vera e propria retorica dell'incontro fra riformismi all'insegna della indispensabile continuità. Ma anche senza arrivare all'impietosa immagine di Guido Ceronetti - il Pd come "una grande illuminatissima vetrina di moda per esporre due o tre camicette con buchi prese da una discarica e un paio di vecchie pantofole affezionate ai piedi di una pensionata che si circonda di consunto" - ecco, anche senza evocare questa esposizione di vane reliquie il sospetto è che tutto, intorno al nascente Partito democratico, sia troppo e irrimediabilmente mutato. E ancora una volta lo si capisce più dalle forme che dagli enigmatici ed evanescenti contenuti del messaggio "democrat": come se a travolgere e poi a seppellire le culture politiche dell'altro secolo, quelle che resero possibile l'anomalia italiana nell'aggrovigliatissimo contesto geopolitico della guerra fredda, fossero i volti stessi dei leader del Pd, i loro linguaggi, gli stili di vita. Così diversi, questi ultimi, non solo da quelli dei vecchi padri, ma anche dalle abitudini quotidiane dei loro odierni elettori, che però nel frattempo sono divenuti in massima parte contatti televisivi, pubblico non pagante, consumatori di spettacoli politici.

Perché sì, certo, le primarie. Ma "la politica ormai si fa così" diceva l'altro giorno alla presentazione in forma di talk-show della biografia veltroniana Il Piccolo Principe (autori: Marco Damilano, Maria Grazia Gerina e Fabio Martini per la Sperling&Kupfer) Massimo Micucci, uno che è cresciuto alla Fgci romana con Walter, ha lavorato con D'Alema a Palazzo Chigi e ora sta con Velardi a "Reti" e "Running". Ecco, sì: oggi la politica si fa (anche) rifiutando come Veltroni il faccia a faccia con gli altri candidati, ma andando a cena con Afef; o presentandosi, è il caso di Letta, come fan del Milan o giocatore di subbuteo; o smettendo come Rosi Bindi di vestirsi da novizia per indossare completini che la Stampa ha qualificato "look democrats".

Adinolfi si è preso lo sfizio di filmare col telefonino una riunione con Prodi; Gawronsky di presentare una lista tutta di cinesi. Cannoni spara-coriandoli e hostess sui palchi, aliscafi o catamarani ribattezzati "MotoPd", playlist giocherellone e a sorpresa, scioperi della fame, piacioni e lacrime a rotta di collo. Un ex comunista solitamente misurato come Sergio Chiamparino, sindaco di quella Torino che per quasi un secolo si è riconosciuta nella sobrietà operaia, si è augurato che il Partito democratico diventi "sexy".

Sono modalità che possono piacere o non piacere. Forse si adattano ai tempi, o forse esse stesse contribuiscono a costruirne lo spirito. Qualcuno le ritiene indispensabili e qualcun altro ha dei dubbi. Ma di certo non appartengono alla tradizione comunista o democristiana, quali milioni di italiani ancora le ricordano, sia pure a brandelli.

I funerali di Togliatti di Guttuso, la riforma agraria di Segni, l'asilo nido modello di Reggio Emilia, l'orologio donato dal Papa a Gedda dopo il 18 aprile. Senza sentirsene erede, il Partito democratico tributi onore alla Dc e al Pci che non ci sono più. "Onore a quanti in vita/ si ergono a difesa delle Termopili" recitano i versi di una poesia di Kavafis che il politologo Mauro Calise pose per primo a epigrafe della scomparsa dei partiti: "E un onore più grande gli è dovuto/ se prevedono (e molti lo prevedono)/ che spunterà da ultimo un Efialte/ e che i Medi finiranno per passare".

(15 ottobre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #4 il: Novembre 30, 2007, 06:26:11 »

Pd-Ds: i soldi e i fatti

Ugo Sposetti


Caro Direttore, poiché leggo notizie del tutto prive di fondamento, su cui si innestano a loro volta commenti e dichiarazioni improprie e ingenerose, voglio ribadire - come ho già avuto modo più volte di dichiarare - che non c’è, né può esserci alcuna lite su soldi e immobili tra i Ds e il Partito Democratico, un partito che i Ds hanno voluto con determinazione e convinzione, profondendo per la sua nascita e costruzione impegno e risorse con straordinaria generosità. Ed è, dunque, per noi assolutamente evidente che al Pd devono essere assicurate risorse e strumenti adeguati alle ambizioni e agli obiettivi che ci siamo dati. Per questo obiettivo i Ds stanno lavorando ogni giorno, come dimostrano i fatti che qui richiamo.

1. In questi mesi in cui il Pd ancora non esisteva abbiamo sostenuto - insieme alla Margherita - tutte le spese del “cantiere” del nuovo partito (in primo luogo l’organizzazione delle primarie). Per un ammontare che, a livello nazionale, è stato oltre 4 milioni di euro (2,5 la quota sostenuta dai Ds). Cifra a cui aggiungere l’impegno economico sostenuto dalle nostre organizzazioni in ogni realtà locale. Si tratta di uno sforzo finanziario, come ognuno può ben immaginare, di assoluto rilievo.

2. Con la nascita dei nuovi gruppi del Pd alla Camera e al Senato, i parlamentari Ds - dal primo novembre - devolvono i loro contributi, pari a 210.000 euro al mese, al Pd e così gradualmente sta avvenendo per tutti gli eletti ai vari livelli: regioni, province e comuni.

3. In tutta Italia le sedi dei Ds sono state messe a disposizione - a titolo del tutto gratuito - del Partito Democratico ed al nuovo partito stiamo trasferendo tutta la rete dei servizi (informatici, editoriali, ecc.) che fino ad ora erano riferiti ai Ds.

4. Il personale retribuito attualmente impegnato nelle nascenti strutture nazionali, regionali, provinciali e territoriali del Pd è carico dei Ds e della Margherita, fino a che il PD non abbia messo a regime la propria organizzazione e la propria autonomia finanziaria.

5. La riorganizzazione del patrimonio immobiliare che fin qui è stato nella disponibilità dei Ds è finalizzata all’unico obiettivo che tale patrimonio possa entrare nella piena disponibilità del Partito Democratico, con le stesse regole di autonomia gestionale e di forma giuridica adottate fin qui dai Ds. È dunque del tutto priva di fondamento che tale riorganizzazione sia estranea alla costruzione del Partito Democratico o addirittura che voglia sottrarre al nuovo partito la disponibilità di strutture e beni.

6. Contestualmente i Ds sono impegnati nel definire una ordinata sospensione della propria attività, onorando - come fa un partito di gente per bene - tutti gli impegni assunti verso terzi. È fuori discussione l’impegno dei Ds a garantire certezze a tutto il personale, sia a quello che si trasferirà al Pd, sia agli altri. Come è fuori discussione l’impegno a portare a conclusione il programma di rientro delle nostre esposizioni bancarie. Nel 2001, all’atto del mio insediamento come tesoriere dei Ds, ho trovato un’esposizione di 580 milioni di euro. Essa è stata nel corso di questi anni considerevolmente ridotta. Residuano oggi 150 milioni di euro in mutui bancari. Il programma di estinzione di tali mutui, che deve necessariamente concludersi nel 2010, non può quindi prescindere dall’utilizzo delle risorse dei rimborsi elettorali dei Ds. Fermo restando che ogni risorsa eccedente quelle necessarie al pagamento dei mutui sarà devoluta al Partito Democratico.

Questi sono i fatti e questo dovevo per chiarezza e verità.

Ugo Sposetti è tesoriere nazionale Ds

Pubblicato il: 30.11.07
Modificato il: 30.11.07 alle ore 9.47   
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« Risposta #5 il: Dicembre 30, 2007, 04:31:09 »

Il primo scoglio del 2008 resta la riforma elettorale

Bruno Miserendino


Bipartitismo con due forze al 40% come nel resto d´Europa? Apriti cielo. È bastato che Giuliano Amato evocasse l´esempio di altri paesi, come in Spagna, Germania, Gran Bretagna, Francia, che i «piccoli» partiti del centrosinistra sono scattati all´attacco: no a leggi truffa, il bipartitismo vagheggiato dal Pd è un´astrazione inadatta alla realtà italiana, dovrebbero trattare meglio gli alleati. E via discorrendo. La reazione indica quanto è complicata la strada della riforma elettorale, che è il primo scoglio del 2008, ma che rischia anche di essere l´ultimo. In realtà, parlando col Corriere della Sera, Amato, a quanto pare in piena sintonia con Veltroni, ha lanciato alcuni messaggi realistici.

Il primo riguarda il governo: se cade, dice il ministro dell´Interno, si va ad elezioni. Non c´è il clima per un governo istituzionale, un´intesa sulle riforme è possibile solo in parlamento, sul terreno delle regole del gioco. Musica per le orecchie di Prodi, anche se Amato, continua a essere indicato come uno dei candidati più probabili a un governo delle riforme, in caso di naufragio della maggioranza. Il secondo messaggio è a tutti gli alleati: sarà bene serrare i ranghi, il rischio di sfarinamento della maggioranza c´è e se si arriva a primavera, con la spada di Damocle del referendum sul Collo, lo scivolo verso elezioni anticipate diventerebbe molto ripido. In questo senso, Amato, come Veltroni stanno dando una mano a Prodi per circoscrivere il caso Dini, facendogli terra bruciata intorno. Per ora infatti con l´ex premier c´è solo il senatore Scalera. Ma nelle parole di Amato c´è anche un messaggio per Prodi, molto simile a quello già lanciato da Veltroni: ossia proseguire la legislatura ha senso se si fanno le riforme istituzionali. Indicazione peraltro condivisa dal capo dello stato, come si evincerà dal messaggio di capodanno, nonchè da Marini e Bertinotti.

Il punto, dunque, è come garantire il doppio equilibrio della stabilità del governo Prodi con un avanzamento sulle riforme. La Cdl dice che Veltroni non riesce a liberarsi dalla morsa del premier e dei piccoli, e i boatos degli ultimi giorni dicono che i veti avranno la meglio. La chiave di tutto è il referendum su cui la Corte Costituzionale deciderà intorno al 18 gennaio. Anche il vertice di maggioranza sulla legge elettorale potrebbe essere spostato a dopo la decisione della Consulta. Le voci che vogliono i giudici divisi e incerti sono considerate da molti inattendibili. L´opinione di Stefano Ceccanti, ad esempio, è che in caso di contrasti e forti e opposte pressioni politiche, l´Alta Corte si attesta sui precedenti e questi dicono che il referendum dovrebbe essere ammesso. Si entrerà in una strettoia in cui però, come fa capire Amato, il Pd non intende tirarsi indietro, soccombendo ai veti dei piccoli. In realtà, a quanto pare, le cose si stanno muovendo. Al vertice di maggioranza Veltroni potrebbe presentarsi con altre proposte oltre a quella già lanciata due mesi fa col Vassallum (mix di sistemi spagnolo e tedesco). Si parla anche del sistema francese con recupero proporzionale (nei termini in cui se ne sta parlando proprio in Francia) e di altre variazioni a cavallo tra Vassallum e bozza Bianco. L´impostazione del leader Pd è semplice: siamo aperti sugli strumenti, determinati negli obiettivi della riduzione della frammentazione e del bipolarismo. L´accenno di Amato al bipartitismo di tipo europeo, che tanto fa arrabbiare i piccoli, è indicativo in questo quadro. Tutti i sistemi europei garantiscono, chi più chi meno, in termini di seggi, un rafforzamento dei due partiti più grandi, e intorno a queste forze ruotano tutti gli altri. In realtà proprio il Pd, come la nuova creatura di Berlusconi hanno l´aspirazione di arrivare a consensi potenziali del 35-40%: perchè considerare irrealistico per l´Italia un quadro del genere? Tra l´altro coi «piccoli» partiti molte mediazioni sono già state studiate. L´Udeur di Mastella otterrebbe in ogni caso seggi grazie al Pd, o con l´aggiustamento delle soglie circoscrizionali, verdi e Pdci entreranno nella Cosa Rossa, restano Idv e Sdi che in ogni caso sono destinatgi a entrare nell´orbita del Pd. Gennaio poterebbe riservare sorprese o sfracelli. Però la via delle riforme non è ancora del tutto sbarrata.

Pubblicato il: 30.12.07
Modificato il: 30.12.07 alle ore 10.25   
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« Risposta #6 il: Febbraio 28, 2008, 03:39:27 »

27 Febbraio 2008

No a una corrente cattolica nel PD

Sull’incontro di oggi tra gli esponenti cattolici del PD ho manifestato agli amici promotori due preoccupazioni.

di Franco Monaco


Sull’incontro di oggi tra gli esponenti cattolici del PD ho manifestato agli amici promotori due preoccupazioni. La prima relativa al tempo e al contesto: quello di una campagna elettorale che, inesorabilmente, conferisce un sapore un po’ elettoralistico a una iniziativa che ambisce invece ad essere di approfondimento. La seconda sta nel rischio di accreditare l’idea che i cattolici di vario rito operino come una lobby, un sindacato dei valori e della rappresentanza, un corpo separato nel PD.
Modulo, questo, in contrasto con il principio di autonomia e di laicità e dunque di condivisione che sta nel DNA del cattolicesimo democratico e dei suoi corollari. Rammento alcuni di tali corollari: nel partito ci si sta lealmente, cordialmente, senza la mediazione di una sorta di “corrente cattolica”; ci si sta a modo di lievito e di fermento; ci si sta con le proprie convinzioni etiche e con le proprie opinioni politiche. Plurali anche tra noi. Le mie sensibilmente diverse, per esempio, da quelle dei teodem.

Uniti sulla fede, diversi nella mediazione politica. E la mediazione è la sostanza stessa del pensiero e dell’azione politica! Infine, se mi è consentito, diversi anche nel costume: io non mi azzarderei mai a parlare in nome e per conto “dei cattolici”. So di non averne titolo. Così si legge al par. 43 della Gaudium et Spes: “a nessun cristiano è lecito invocare a sostegno delle proprie opinioni l’autorità della Chiesa”.

La settimana scorsa, il nuovo direttore dell’Osservatore Romano ha fatto una limpida messa a punto, ha fissato distinzioni che un tempo, in verità, erano ovvie, scontate, superflue, ma, ahimè, oggi non più. Le richiamo: 1) il pluralismo politico tra i cattolici in Italia è un dato acquisito ed è un guadagno sia per la Chiesa, per la sua libertà e universalità, finalmente al riparo dal rischio di figurare parte tra le parti politiche; sia per la politica e la sua positiva deideologizzazione; 2) a tutti i cristiani è richiesta coerenza con la visione cristiana del mondo; 3) le scelte politiche concrete, i programmi, le opzioni di partito o di schieramento sono affidati al discernimento e all’autonoma responsabilità dei laici cristiani.

Su queste basi noi cattolici abbiamo il diritto e il dovere di declinare le ragioni per le quali volentieri e cordialmente ci riconosciamo nel PD e di far valere laicamente e democraticamente, in esso, tali buone ragioni. Ragioni, sottolineo, politiche. Leggo invece che persino il buon Castagnetti attribuisce a se stesso, in quanto ex segretario del PP, il compito di custode e garante della coerenza cattolica dentro il PD. Francamente, un po’ troppo e, insieme, un po’ poco.

Ci sono già il Papa e i vescovi che non lesinano moniti e ci sono le nostre coscienze formate. Ai cattolici democratici compete un’ambizione più grande e impegnativa: quella di esercitare in positivo e creativamente un protagonismo culturale e politico, se ci si riesce. Non ci si può limitare ai “non ci sto”. Questo, a mio avviso, l’approccio giusto che ci è suggerito dalla lezione insuperata del Concilio e dalla tradizione alta del cattolicesimo democratico, naturaliter di centrosinistra.

Due rilievi per concludere. Primo: la scommessa del PD, che tutti ci impegna, laici e cattolici, è quella di elaborare e praticare insieme sintesi avanzate ispirate a una equilibrata, matura laicità. È sbagliato opporre a una corrente laicista una corrente clericale, ciascuna con i propri candidati: i “supercattolici” per compensare i Radicali. Non è la via giusta. Il PD e il paese hanno bisogno di uomini e donne versati nell’arte della mediazione alta, cioè di veri laici, siano essi credenti, non credenti o diversamente credenti. Questi sono i veri costruttori del PD e della sua unità messa a servizio dell’unità del paese che di tutto ha bisogno meno che di motivi di ulteriore lacerazione delle coscienze.

Secondo rilievo: proprio la nostra intimità con la comunità cristiana e l’affetto che le portiamo dovrebbero suggerirci una misura di rispetto e di umiltà. L’opposto della pretesa di accreditarci come i primi della classe, i figli prediletti. Sul modello, che non riguarda noi, di chi passa dal “family day” alla carriera politica. Gli ideali più alti e i sentimenti più profondi sono circondati da pudore, misura, discrezione, che largamente difettano a destra ma che, confessiamolo umilmente e con onestà, non sempre si rinvengono anche dalle nostre parti e persino in noi stessi.

da www.scelgorosy.it
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« Risposta #7 il: Febbraio 29, 2008, 03:15:21 »

Laici e cattolici, basta muri

Walter Veltroni


Un anno e mezzo fa, un nostro grande amico, un maestro come Pietro Scoppola, si domandava, e domandava alla platea che lo ascoltava, cosa dovesse essere il nuovo Partito democratico che allora stava iniziando il suo cammino, quale dovesse essere il suo retroterra sociale e culturale, a quali riserve dovesse attingere e come si potesse riuscire a metterle in circolo. Storicamente, sottolineava Scoppola, i partiti nascono per rappresentare interessi e valori emergenti che non hanno spazio nella realtà sociale e politica e vogliono conquistarlo.

Così il partito liberale, così il partito socialista, così il partito popolare e poi i comunisti, la Democrazia cristiana, e più tardi gli ambientalisti, i verdi.

Passando all’oggi, da storico Scoppola partiva dalle domande inevase lasciate dal tempo, dai problemi irrisolti lasciati dal secolo scorso, legati tutti a un intreccio di beni e interessi materiali e immateriali. In sostanza, diceva, il XX secolo ha segnato il fallimento delle ideologie di liberazione dell’uomo legate al mito dell’uomo nuovo costruito dal potere politico o dallo Stato. Ma ha segnato anche il fallimento del mito di una democrazia spontaneamente capace di assicurare le risposte giuste alle sfide della modernità. La nostra democrazia, diceva Scoppola, è riuscita a integrare le masse popolari nello Stato, ha prodotto maggiore benessere, ha distribuito in modo più equo la ricchezza. Ma non ha risposto fino in fondo alle domande, alle paure provocate dalla modernità...

Una mancata risposta legata anche a due rischi costanti, a due tendenze nemiche della ricerca capace di condurre alle soluzioni: da una parte la tentazione della rinuncia alla difesa della laicità dello Stato, dall’altra l’idea di escludere l’apporto dell’esperienza religiosa alla formazione del tessuto etico della società. Trascorso un anno e mezzo, questi rischi non sembrano essersi allontanati da noi. Al contrario.

Affiora in particolare, in queste settimane, in questi giorni, la tentazione di dare per scontata nel nostro Paese una netta separazione e una nuova contrapposizione tra laici e cattolici. Unico caso in Europa, dove tutti i partiti a vocazione maggioritaria, a destra come a sinistra, sono "misti", per ispirazioni religiose e non, L’Italia sarebbe condannata a ripetere all’infinito la divisione di Porta Pia, superando all’indietro le stesse collaborazioni che si sono avute nella Prima Repubblica.

Dovremmo ricadere, così, proprio in ciò che si era voluto evitare alla Costituente, quando si ricercavano sempre intese alte tra le forze politiche. Dovremmo rassegnarci a quei muri divisori, a quelle autosufficienze non comunicanti, che uomini come De Gasperi avevano già inteso superare, nelle forme allora possibili. Dovremmo essere costretti da una parte a minimizzare le conquiste ottenute dal movimento dei lavoratori o dalla rivoluzione femminile o ancora i passi avanti compiuti sui grandi temi legati ai diritti civili. E dovremmo, dall’altra, non considerare, dimenticare, espungere dalla storia, il carattere grande e speciale del cattolicesimo politico italiano, che è stato quello di perseguire un disegno democratico al cui interno far valere l’apporto che la fede religiosa poteva fornire alla realizzazione di un paese più unito e aperto.

Dovremmo, dovrebbe in particolare chi non è credente, ritenere di non aver nulla da imparare dall’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, dalla grande esperienza di libertà del Concilio, dall’esortazione della Gaudium et Spes affinché la Chiesa aprisse "porte e finestre", dall’inizio del lungo cammino dell’opzione per i poveri, per gli sfruttati, per ciò che la Chiesa chiamò un impegnarsi nel mondo e nella società a partire dagli ultimi.

Dovremmo considerare prive di fondamento le preoccupazioni di quanti nella Chiesa si interrogano, e interrogano l’umanità contemporanea, sul valore della vita e su quello della famiglia, sul tema dell’educazione e sul valore della ricerca scientifica e i limiti alle sue applicazioni tecnologiche, limiti che l’uomo deve avere la saggezza di porsi.

Si tratta di interrogativi profondi, che rendono inquiete le coscienze di credenti e non credenti. Solo una visione superficiale può ridurle a ingerenze o interferenze. "La società giusta - ha scritto Benedetto XVI nella sua prima enciclica dedicata alla carità cristiana - non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia, l’adoperarsi per la giustizia, lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente"

Sono parole come queste, così chiare nella distinzione dei piani, che aprono la via del dialogo, che affermano nel modo più alto il valore della laicità, che allontano il rischio della separazione e rendono possibile la ricerca di un terreno su cui muoversi e incontrarsi in nome del bene comune.

Uno dei rischi più grandi che oggi possiamo correre è quello di rinchiuderci in certezze assolute, dentro identità chiuse, esclusive ed escludenti. L’identità fa parte della vita degli uomini e dei popoli, che devono sapere dove affondano le proprie radici. Guai, però, se l’identità diventa un muro precario dietro il quale trincerarsi con ansia e preoccupazione, e non il terreno solido sul quale poggiare per potersi sporgere tranquillamente verso l’altro da sé.

Si tratta dunque di superare la contrapposizione secca che divide, che bolla gli uni come "oscurantisti" e gli altri come "laicisti esasperati", per arrivare a una reciproca considerazione.

È proprio l’importanza e la complessità dei grandi temi che la modernità ci pone di fronte, a rendere essenziale la tensione verso una laicità eticamente esigente, una laicità che sappia sostituire al paradigma dell’ "aut-aut" quello dell’ "et-et".

Nei momenti migliori della nostra storia è stato così. Ed è così che l’Italia è sempre andata avanti, ha superato i momenti più difficili, è cresciuta.

Pensiamo proprio all’esempio della Costituente, a quando tra quei banchi si discusse se la nuova Costituzione dovesse avere un presupposto ideologico e un punto di incontro, e questo punto di incontro fu trovato nell’idea della dignità della persona umana.

Ecco un esempio di sintesi, di reciproco arricchimento, di perseguimento concreto del bene comune: era una idea di matrice cristiana che, laicamente declinata, ha ispirato largamente il testo costituzionale.

Allora io mi chiedo cosa debba mai impedire che quella straordinaria intuizione, il primato della dignità della persona umana, sia oggi principio animatore della vita associata. Mi domando cosa debba mai impedire che essa ispiri, ad esempio, una laicità e una libertà di coscienza e di religione che non neghino, anzi valorizzino, l’apporto delle esperienze religiose alla vita sociale.

Sono domande che io credo sia giusto porsi soprattutto oggi, in un tempo così denso di cambiamenti e così insicuro...

Oggi la grande questione di fronte a noi è quella dei valori. Valori consumati dalla cultura predominante del nostro tempo, che è, "ingannevolmente, quella dello ’star bene’ come principio assoluto", per riprendere le parole scelte in occasione della scorsa Pasqua dal Cardinal Martini. Valori senza i quali una società non può stare insieme, non è nemmeno più tale, e un individuo rischia di essere solo un viandante privo di meta, privo del senso stesso del suo cammino.

Eppure. Eppure resta vero che le persone vogliono, ancora oggi, sentire di avere uno scopo. E’ vero che vogliono essere riconosciute nella loro individualità e al tempo stesso sentirsi parte di qualcosa di più grande. Vogliono poter credere di non essere semplicemente destinate a percorrere una lunga strada verso il nulla.

Non è, questa, una cosa che riguarda solo chi crede. E la politica non può chiamarsi fuori, non può essere indifferente. Il terreno degli ideali e dei valori morali che servono per tenere insieme una società è grandissimo. Le convinzioni di fede di ciascuno si possono e si devono conciliare con il bene di tutti, superando i reciproci sospetti, cercando un punto di incontro virtuoso, che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri.

Vedete, a volte le idee e le posizioni politiche vengono semplificate, a volte la comprensione profonda viene sacrificata sull’altare della notizia che fa colore e viene letta sui giornali con più facilità. Tutto si riduce, ad esempio, a identificare l’uno o l’altro dei candidati delle primarie americane con questo o quello degli esponenti politici del nostro Paese, cercando somiglianze o facili affinità.

Ma se di Barack Obama, delle sue idee, io devo sottolineare una delle cose su cui più mi trovo d’accordo, anzi in piena sintonia, è proprio la novità del suo approccio, la capacità di superare gli schemi "classici" che separano rigidamente sfera privata e sfera pubblica. "Dire che uomini e donne non dovrebbero far confluire la loro morale personale, la loro fede, nel dibattito pubblico, è un assurdo pratico", dice Obama, che aggiunge: "se noi progressisti riuscissimo a disfarci dei pregiudizi, potremmo riconoscere l’esistenza di valori convergenti, condivisi da credenti e laici, quando si tratta della direzione morale e materiale del nostro Paese". Obama esprime con queste parole, in modo molto chiaro, una cosa molto profonda e preziosa: i laici sbagliano quando chiedono ai credenti di lasciare fuori dalla porta la religione prima di entrare nell’agone politico. Allo stesso modo, alle persone motivate dalla fede, una democrazia pluralista chiede di tradurre le proprie preoccupazioni in valori universali piuttosto che esclusivamente religiosi, e in proposte sottoposte alla discussione, aperte alla ragione.

Io sono convinto che questi siano davvero temi alti, decisivi, oggi forse più di ieri. Di fronte ad essi una politica che non sia altrettanto alta e grande, che non sappia superare la separazione e ricercare la sintesi, è condannata a rimanere muta, senza risposte.... Il Partito democratico ha il suo fondamento nel portare con sé, nella sua stessa identità, due idee precise: quella di un Paese non più separato da muri, da cortine di ferro, e quella di una politica non più ideologica. Una politica, cioè, che non sceglie di far suo un unico principio, un unico interesse, come se in una decisione si dovesse considerare un solo aspetto, un solo sguardo sul mondo, in un gioco a somma zero. Una politica che sceglie invece di equilibrare tutto questo, con ragionevolezza e potremmo dire con saggezza. La politica, per come la intendiamo noi, è questo....

Voglio rifarmi ancora a Pietro Scoppola, a un articolo che scrisse il giorno della visita di Papa Giovanni Paolo II al Parlamento italiano, perché non saprei dir meglio: "La laicità dello Stato italiano non è indifferenza dello Stato al fattore religioso, non è ideologia di Stato alternativa a singole fedi religiose, ma riconoscimento del ruolo e degli spazi di ogni fede religiosa, come fattore che contribuisce al formarsi di un’etica collettiva nel quadro di un pluralismo e di una libertà a tutti garantiti".

"I cattolici sanno - continuava Scoppola - quanto è difficile, in una società secolarizzata come la nostra, una testimonianza coerente al Vangelo; sanno di potere e dover concorrere democraticamente, come tutti i cittadini, a far sì che le leggi dello stato siano ispirate ai valori di cui sono portatori, ma sanno di non poter esigere la piena rispondenza delle leggi a questi valori: il formarsi della legge è necessariamente legato alla dialettica democratica fra posizioni diverse, talvolta contrastanti".

La politica è questo. E’ lo spazio della convivenza con altri che hanno diversi valori etici. Ed è tentativo di argomentare e convincere gli altri della bontà di un’idea, di una proposta, di una scelta. E’ ricerca comune di soluzioni buone e condivisibili ai problemi di tutti. Altrimenti il confronto resta fermo allo scontro tra visioni incomponibili e inconciliabili, e la democrazia si riduce a registrazione dei rapporti di forza numerici.

Il Partito democratico è nato con questa consapevolezza. E’ nato per guardare in avanti anziché indietro, alla storia del XXI secolo anziché a quella del Novecento. Ed è per questo che tra le sue ambizioni e i suoi obiettivi ha quello di ripensare in modo nuovo, serio e adeguato ai problemi di oggi, la laicità e il rapporto tra etica e politica.

E’ stato scritto ieri, e io sono d’accordo: ci sono realtà sociali, culturali, confessionali, che possono, e che talora devono, rappresentare ottiche più parziali, esporre le proprie motivazioni in un modo assertivo, anche per lanciare messaggi di riconoscimento e di carattere educativo ai propri aderenti e nella società. Ma la politica che vuol far camminare un Paese ha un dovere in più, anche scontando il fatto di non poter ogni volta accontentare tutti: andare oltre ogni anacronistico steccato e costruire ponti. I ponti culturali su cui il Paese può correre.



La laicità delle istituzioni, valore che accomuna credenti e non credenti, non va invocata a parole, più o meno polemiche, ma fatta vivere ogni giorno.

La laicità si difende e si afferma rilanciando il ruolo della politica, che tutti deve ascoltare, da tutti deve raccogliere, per poi esercitare un prima persona il proprio inderogabile dovere di sintesi. E di responsabile decisione.

Come noi faremo anche sui temi più sensibili e importanti, dal testamento biologico ai diritti delle persone che convivono stabilmente. Temi delicati, da sottrarre all’incendio della polemica elettorale.

Perché ha ragione il direttore dell’Osservatore Romano quando dice, come ha fatto ancora ieri, che i temi etici non devono "diventare dei mezzi per raccogliere voti" e che "se si riesce a tenerli fuori dell’agone elettorale allora c’è qualche possibilità in più che su alcune questioni fondame si crei del consenso".

Parole sagge. Anche perché chiunque abbia a cuore la dignità della persona umana sa che le grandi domande che il nostro tempo porta con sé sono uguali per tutti, sono spesso nuove e richiedono risposte ugualmente comuni e nuove.

Non mi convince, in questo senso, l’idea che ci sarebbero domande costitutivamente diverse tra laici e cattolici.

Pensiamo proprio alle questioni ormai definite "eticamente sensibili", pensiamo a tutto ciò che ha a che fare con la vita, il suo inizio, la sua fine, la sua trasmissione.

Ma pensiamo anche al tema della democrazia, della crisi democratica di cui oggi soffre il nostro Paese, cosa che come sapete è uno degli "assilli" del Pd. Ricorderete certo tutti i molti interventi fatti ad esempio proprio dal Cardinal Martini, che da Arcivescovo da Milano, nelle sue lettere pastorali per la festa di Sant’Ambrogio chiedeva ai cattolici di farsi carico in politica non solo delle questioni di immediata rilevanza etica ma anche del buon funzionamento della democrazia e delle istituzioni.

Usciamo allora dai vecchi cliché, dalle separazioni di comodo, dai compartimenti stagni che per alcuni dovrebbero continuare a dividere la politica. Ripeto: le domande sono le stesse per tutti. Non costruiamo caricature speculari e che si alimentano a vicenda: non ci sono da una parte i cosiddetti "laici" che si occuperebbero in modo semplicistico e ideologico dei diritti volendo affermare una neutralità ideologica assoluta dello Stato e dall’altra parte dei credenti che sarebbero contrari alla crescita dei diritti perché avversari della libertà della persona.

Il Partito democratico, laici e cattolici insieme, come si vede da Statuto, Manifesto e Codice Etico, non ha mai assunto un approccio puramente individualistico, perché sappiamo bene che la singola persona è inserita in ambienti culturali e sociali che non le consentono di scegliere liberamente anche contro la volontà del gruppo o la sensibilità altrui. A volte si può e si deve limitare un diritto non solo perché ciò interagisce coi diritti altrui, ma anche a tutela della persona stessa.

Questa mattina ho sentito che il leader dello schieramento a noi avverso ha definito il suo un partito "monarchico", e questo è innegabile, e al tempo stesso "anarchico", nel senso di indifferente rispetto alle questioni di "etica e morale", che si potrebbero risolvere esclusivamente con la libertà di coscienza. E’ chiaro che la coscienza di ognuno è incomprimibile. Ma lo sforzo deve essere cercare la sintesi. Non l’agnosticismo. E’ una visione che non ci appartiene. Per noi il rapporto tra etica e politica è un rapporto forte e vitale. Implica un rigore che si deve poter riconoscere anche nel momento della scelta delle donne e degli uomini chiamati a portare in Parlamento le nostre idee e i nostri programmi. Nei giorni scorsi autorevoli voci si sono levate dal mondo cattolico per chiedere una selezione attenta delle candidature. Sono preoccupazioni giuste, e sono anche le nostre, quelle che hanno dato vita al codice etico del Partito democratico, quelle che ci hanno spinto ad arricchire le nostre liste con figure rappresentative di una visione eticamente esigente della politica come quelle, che sono lieto di annunciare oggi, del professor Mauro Ceruti e del giornalista,e conduttore del programma "A sua immagine", Andrea Sarubbi.

La proposta del Partito democratico è la proposta di chi sa che non è certo compito di un partito produrre catechismi laici, ma sa altrettanto bene che la politica non può dare soluzioni ai problemi senza farsi guidare da un sistema di valori e senza interpellare in profondità le coscienze.

E’ un equilibrio delicato, ma indispensabile. Quando nei giorni scorsi abbiamo scritto il nostro programma non abbiamo prodotto un punto a parte sui diritti, proponendo un elenco deduttivo e astorico di priorità tra valori e principi. Non è questa la via per coniugare etica e politica. Lo sforzo, continuo, deve essere quello della sintesi.

Se affronto un valore alla volta è ovvio che io, prendendolo isolatamente, lo possa affermare come intangibile, incomprimbile, non negoziabile. Tuttavia quando il politico è chiamato a fare scelte e opera direttamente sulla complessità della realtà si trova di fronte, per fare alcuni esempi, al dovere di coniugare la difesa della vita e il rifiuto dell’accanimento terapeutico; la valorizzazione della particolare dignità della famiglia fondata sul matrimonio e i diritti delle persone che convivono stabilmente; gli obblighi di servizio del personale sanitario e l’obiezione di coscienza; la tutela della salute fisica e psichica della donna e quella della vita umana dal suo inizio.

E a proposito della legge 194: dov’è la contraddizione tra la difesa di una legge che ha dimezzato il numero degli aborti e fatto uscire le donne dal buio della clandestinità e la volontà nostra di applicarla integralmente, valorizzandone gli aspetti di prevenzione e facendo leva sui progressi della scienza per rafforzare la tutela della vita e allontanare dalle donne quello che resta comunque un dramma? Dov’è la contraddizione?

E’ a partire da questi convincimenti profondi che abbiamo risposto alla richiesta dei radicali di schierarsi con noi. Se abbiamo detto loro non di apparentarsi con la nostra lista, come con insistenza ci hanno chiesto, ma di entrarci dentro, rinunciando a presentarsi col loro simbolo accanto al nostro, impegnandosi a sottoscrivere il nostro programma e a formare un unico gruppo parlamentare all’indomani delle elezioni, è perché anche a loro abbiamo chiesto di superare la pura cultura delle identità separate e autosufficienti e di mettersi in gioco e in discussione, a confronto con gli altri, assumendo il rischio e abbracciando l’opportunità di una ricerca comune.

Noi abbiamo fatto, così, una grande operazione di coinvolgimento. Abbiamo portato dentro il nostro grande progetto, dentro la nostra visione politica e culturale, una forza che rimanendo sola, allora sì avrebbe finito per esprimere posizioni esasperatamente laiciste, per rimarcare il suo ruolo, per sottolineare i suoi obiettivi, per guadagnare un consenso di tipo esclusivamente identitario.

Invece abbiamo chiesto, e abbiamo ottenuto, molto. Ad un partito che si chiama "radicale" e che quindi ha sempre fatto della nettezza delle sue posizioni la sua identità, abbiamo chiesto di accettare la cultura del dialogo e della mediazione.

L’abbiamo fatto perché chi vuole venire con noi deve accettare di condividere questo nostro impegno. E perché, semplicemente, questo è quel che serve all’Italia, al nostro Paese.

Il mondo sta cambiando attorno a noi. E l’Italia non ha a che fare con una crisi congiunturale, dalla quale potrà uscire più o meno come è entrata. Solo se sapremo chiamare a raccolta tutte le risorse intellettuali e morali del Paese, le straordinarie energie oggi sottoutilizzate, a cominciare dal talento delle donne e da quello dei giovani, potremo dare all’Italia un futuro di ripresa, di rilancio, di speranza.

Solo se sapremo ascoltare le domande che arrivano dalle famiglie italiane, se sapremo sostenerle concretamente e farle essere serenamente quel luogo d’amore e di solidarietà che sono, proteggendo i bambini con leggi che puniscano nel modo più severo chi si macchia del più orrendo dei crimini; e ancora moltiplicando i posti negli asili nido e rendendo più flessibili gli orari e i tempi di lavoro, aiutando in modo significativo attraverso l’introduzione di una "Dote fiscale" le famiglie con figli. Ribaltando, in poche parole, l’attuale circolo vizioso tra bassi tassi di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi di povertà minorile, facendolo diventare un circolo virtuoso fatto di più donne occupate, più nascite e famiglie economicamente più sicure.

Per tutto questo è nato il Partito Democratico: non per affiancare forze che restano divise, magari accomunate solo dal nemico da sconfiggere. Tutto il contrario: il Partito Democratico è nato per unire il Paese, per abbattere muri e steccati, per aprire porte e costruire ponti: tra impresa e lavoro, tra lavoratori dipendenti e autonomi, tra Nord e Sud, tra padri e figli, tra laici e cattolici. Perché solo insieme, lavorando insieme, pensando insieme, cercando insieme, ce la possiamo fare.

Insieme, laici e cattolici del Partito democratico, noi rivendichiamo il valore della nostra responsabilità. Dell’etica della responsabilità.

Alcide De Gasperi, pochi mesi dopo la fine della guerra, alla prima Settimana Sociale dei Cattolici italiani, richiamava il carattere inevitabilmente diverso dei due punti di vista: "Avvicinarsi a questa assise", disse, "è come eseguire una grande ascensione montana. Ci si trova in un’atmosfera ossigenata. Non sempre quando si scende dall’alta montagna è possibile mantenere la stessa atmosfera, e direi non sempre la stessa prospettiva può essere attuata quando si tratti di dover fissare una pratica di convivenza civile che tiene conto delle opinioni altrui e che deve cercare una via di mezzo fra quelle che possono essere le aspirazioni di principio e le possibilità di azione." Sono parole che testimoniano la grandezza dello statista e dell’uomo, del credente e del laico insieme. E che sono l’esempio di come larga parte della storia dell’impegno dei cattolici sia stata segnata, in Italia, da momenti in cui ad una astratta etica della testimonianza è stata privilegiata un’etica della responsabilità, per garantire la coesione sociale e culturale del Paese.

Come non ripensare, ad esempio, all’atteggiamento di Aldo Moro, che ricorderemo domani, sul referendum sul divorzio e sulla solidarietà nazionale. Come non andare con la mente e col cuore a uno degli uomini che tra i primi ha indicato il cammino e ha lavorato per aprire la strada. "Aveva un fortissimo pudore e riserbo sulle cose intime e personali", ha detto Giovanni Bazoli ricordando Beniamino Andreatta, "ma è altrettanto vero che i valori del cattolicesimo informavano le sue scelte e i suoi comportamenti privati e pubblici".

C’è un grande patrimonio che vive, attraverso le persone animate da fede vera e profonda, dentro il Partito democratico, e che contribuisce a dargli identità e forza. E’ anche grazie a questa ricchezza che proseguiremo il nostro cammino e che cambieremo l’Italia. Insieme.

*Questo è il discorso di Walter Veltroni al convegno dei cattolici del Pd

Pubblicato il: 28.02.08
Modificato il: 28.02.08 alle ore 8.21   
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« Risposta #8 il: Maggio 24, 2008, 12:50:44 »

POLITICA  IL RETROSCENA.

Frequenze tv, il Pd all'attacco riflette sulla "strategia della disponibilità"

Letta: "Non si può fare finta di niente". D'Alema critico sul governo Berlusconi

"Così il dialogo va in crisi"

Sorpresa e irritazione nel Pd

di GOFFREDO DE MARCHIS


 ROMA - "Non possiamo ricominciare come nel 2001. L'emendamento che salva Rete4 e la partita della Rai non sono banalità. Se questo è l'atteggiamento di Berlusconi, non dobbiamo fare finta di niente. Anche il dialogo complessivo sulle regole rischia di andare in crisi". Per Enrico Letta il primo vero scontro tra maggioranza e opposizione racconta di un Cavaliere che in sostanza è sempre lo stesso, di un'immagine soft che appartiene alla scenografia ma non alla realtà.

"L'ostruzionismo di oggi è una risposta chiara, ci voleva. Pronti, via e il governo si presenta con un provvedimento che difende gli interessi del premier: non è possibile. Così l'ipoteca sul confronto è troppo grande", insiste il ministro ombra del Welfare.
La lettura dell'ex sottosegretario non è isolata. "Io sono per il dialogo, penso che si debba andare avanti, la linea giusta è questa - dice Andrea Martella, titolare delle Infastrutture nel governo Pd - . Ma evidentemente Berlusconi non è cambiato". Però si può leggere anche in un altro modo. L'offensiva del Partito democratico contro l'emendamento sulle frequenze "mette fine a un equivoco", dice Paolo Gentiloni. "Noi siamo opposizione ed esercitiamo fino in fondo il nostro ruolo, con tutti i mezzi", spiega l'ex ministro delle Comunicazioni.

Questo non significa mettere in discussione la linea che Walter Veltroni ha presentato in campagna elettorale ai cittadini e che continua a perseguire in un dialogo diretto con Silvio Berlusconi. Anzi. "Che il Cavaliere avrebbe fatto di tutto per salvare le sue televisioni non è una sorpresa per noi. Potevamo aspettarci qualcosa di più sulla Rai, ma ci ha chiuso la porta in faccia - ammette Gentiloni - . Il confronto tra Pd e Pdl però si poggia su due pilastri: le regole e il no alla delegittimazione reciproca". E il Berlusconi che non perde il vizio di curare gli interessi personali non ferma il tentativo di cambiare l'assetto istituzionale.

Certo, ora il Pd è chiamato ad abituarsi alla politica del doppio binario, così difficile da gestire in un Paese da anni diviso a metà. "Non c'è nessun imbarazzo da parte mia - dice Veltroni - . Siamo sconfitti, ma abbiamo preso anche un certo numero di voti su un programma chiaro: dialogo sulle regole senza guardare alle convenienze di parte ma perché conviene al Paese. E opposizione ferma sui provvedimenti del governo. L'emendamento sulle frequenze è uno di questi". Marco Follini però avverte: "La televisione è la parte più complicata del dialogo politico-istituzionale. Antica saggezza consiglia di metterla in coda e non al principio". Si riferisce, il neopresidente della giunta delle elezioni del Senato, all'incontro Veltroni-Berlusconi di venerdì che invece si è giocato anche sulla questione Rai. "Sulla tv pubblica abbiamo preso il due di picche", sentenzia il dalemiano Nicola Latorre. Questo esito è ben chiaro anche al settimo piano di Viale Mazzini, il piano dei vertici. Dove sentono allungarsi la mano di Berlusconi "perché sul suo core business lui non fa sconti". Dove la poltrona del direttore generale è in bilico e Claudio Cappon ne è perfettamente consapevole, tanto da studiare le contromosse, senza escludere la possibilità di farsi da parte prima della "bufera". "Berlusconi - spiega Follini - è sospeso tra le sue intenzioni e il suo passato. Non possiamo dare per scontato che vincano le prime. Perciò è doveroso aprire il tavolo, ma è ingenuo pensare di non incontrare delle difficoltà".

Latorre difende il dialogo. "Non dipende dall'affidabilità dell'interlocutore. È necessario, punto e basta. Ma non dobbiamo scambiare l'opposizione dura per un atteggiamento antiberlusconiano". Del resto, Massimo D'Alema sull'Unità di ieri ha usato parole pesantissime contro il governo: "Il reato d'immigrazione clandestina è criminogeno". Anche per lui però dal confronto non si scappa. Il dilemma è come non farsi schiacciare da un Berlusconi molto forte, in grado di iniziare una "vera luna di miele con il Paese" (D'Alema). Al loft hanno ben presente il sondaggio che attribuisce una crescita a Di Pietro e un calo al Pd, dopo il voto. "Al Cavaliere non bisogna toccare il portafoglio - dice Andrea Orlando, responsabile organizzativo del partito -. Bisogna vedere se sul resto è più disponibile. È un tavolo difficile, non c'è dubbio".

(23 maggio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #9 il: Settembre 22, 2008, 06:40:13 »

Pd, popolo delle primarie: «Farle sempre»
Alessia Grossi


«Berlusconi sembra deciso ad eliminare le preferenze anche dalle elezioni europee e i democratici che fanno?». Quelli delle primarie del Pd, quelli che il 14 ottobre 2007 hanno eletto Walter Veltroni segretario del partito, chiedono che lo strumento delle primarie «vere» venga applicato dal Partito democratico a tutte le elezioni a cominciare quelle locali e dalle prossime europee. Nasce così la campagna per raccogliere adesioni per le «primarie vere, primarie sempre»
«Noi rinnoviamo il nostro mandato al segretario - si legge sul sito della campagna - perché prosegua sulla strada che porta ad un partito a vocazione maggioritaria anche al suo interno, dove il dibattito sia libero ma le indicazioni date dai suoi sostenitori, attraverso il meccanismo delle primarie, vengano sempre rispettate. Noi chiediamo che il Partito Democratico si strutturi attorno a questo meccanismo - proseguono - che è stato la novità più importante ed apprezzata degli ultimi anni - in modo da poterlo utilizzare per tutte le candidature a cariche pubbliche. Primarie vere, in cui si confrontino non solo i candidati, ma anche i programmi, in modo che noi elettori possiamo fare scelte consapevoli».

Sul sito di «primarie vere, primarie sempre» sono già aperte le adesioni perché - scrivono - Walter Veltroni non è stato eletto in previsione di elezioni a breve termine, ma per guidare la fondazione del Partito Democratico. Ora che abbiamo perso queste elezioni anticipate, che non volevamo, ora che non ci sono più emergenze da inseguire, vogliamo che il nostro segretario concluda l'opera cominciata. Poi, alla vigilia delle prossime elezioni politiche, si sottoponga a nuove, vere primarie, in cui i sostenitori del Pd - e non i dirigenti di partito - decideranno da chi vorranno essere guidati nelle prossime elezioni politiche».

Ad oggi sono 906 le adesioni «per le primarie sempre» e 23 i circoli del Pd che appoggiano l'inizativa. Ma subito sotto le adesioni si apre il dibattito. Per qualcuno va bene l'idea delle primarie ma «vere e democratiche primarie….non le antidemocratiche liste bloccate…..». A qualcuno non va invece l'idea di definirsi «popolo delle primarie», definizione che «ricorda il “popolo di Grillo”, i girotondi, etc.. Esistono cittadini, sostenitori del progetto del PD. Esistono persone, il popolo è un termine che può essere equivoco, se non interpretato correttamente, in modo democratico». Qualcuno lancia un appello al segreatario Veltroni perché si ricordi di chi «ha fodato di fatto la prassi delle primarie, l'Ulivo». C'è anche chi - un po' deluso propone «subito le primarie, e non fra cinque anni». Insomma, il «popolo delle primarie» fa sentire davvero la sua voce.

Anche se a leggere alcuni nomi dei firmatari dell'appello ci si imbatte anche in quelli di alcuni sfidanti di Walter Veltroni il 14 ottobre, che, chissà, forse votando per nuove elezioni interne questa volta potrebbero essere più fortunati.



Pubblicato il: 22.09.08
Modificato il: 22.09.08 alle ore 14.29   
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« Risposta #10 il: Gennaio 12, 2017, 12:51:04 »

   Opinioni
Emiliano Biraku - · 10 gennaio 2017

Quattro idee per rilanciare il Partito
Ripartire dai circoli per essere ancora il punto di riferimento delle fasce più deboli della popolazione

Il risultato del referendum del 4 dicembre ci ha fatto capire che il PD ha perso i legami storici con le fasce più deboli, lavoratori, disoccupati, giovani e con le periferie. Non siamo più il loro punto di riferimento. Secondo la mia opinione, tutto questo è il risultato di una gestione liquida del partito.

Negli ultimi 2 anni c’è stata meno politica e più politici. Gli iscritti e i circoli non contano nelle decisioni locali e nazionali. Credo che, anche in questi tempi difficili, sia necessario non cedere a nuove ingegnerie politiche e sociali, rivendicando come prima cosa l’orgoglio di chiamarci “Partito democratico”, l’unico vero rimasto sulla scena e, del resto, ogni campagna elettorale ci ricorda l’importanza della rete strutturale dei circoli.

Il progetto del Pd è sempre valido e destinato a durare, al di là di vittorie e sconfitte, che in politica tendono ad alternarsi piuttosto spesso. Di fronte ad una evoluzione continua della società, penso che occorra avviare una discussione su alcune modifiche possibili al nostro statuto, che possano andare di pari passo con tali cambiamenti.

Da febbraio 2016 sono stato eletto segretario del Circolo PD “A. Vivian partigiano” di Venezia Centro Storico. Assieme agli iscritti, simpatizzanti, associazioni e categorie economiche del territorio abbiamo sempre contribuito, grazie alla disponibilità della segreteria comunale del PD, a tener vivo l’interesse sulle problematiche della città e non sono mancate le nostre proposte che hanno trovato riscontro positivo nei cittadini.

Venezia è una città unica e speciale e le proposte che riguardano il suo futuro, devono trovare la voce dei residenti: di chi ci vive e la ama.

Gli iscritti e i simpatizzanti si impegnano, si danno da fare, si mettono in gioco. Come possiamo fare capire alla città che lo statuto attuale limita i poteri decisionali dei circoli? Ci sono ancora tanti giovani, lavoratori, disoccupati, rappresentanti delle categorie economiche che hanno voglia di contribuire alla ripresa del nostro partito, che credono ancora in noi.
Non vogliamo perderli, e per questo motivo vorremmo rilanciare assieme delle proposte che riguardano la riorganizzazione del PD:

1. Dare nuovo impulso ai circoli, investire sulla loro funzione, praticando le forme nuove che il contesto sociale ci impone e ci chiede. Avere accesso alla comunicazione web, giornali, portali online ecc…. che possano fare vedere al territorio di riferimento i lavori e le proposte che escono dai circoli.

2. Allargare l’invito di discussione e di proposte, ai nostri elettori, sui temi di forte impatto sociale. In questo senso, per la comunicazione, si potrebbe utilizzare il registro delle primarie.

3. Incentivare gli iscritti con percorsi di formazione, pratica, esperienza, gratificazione.

4. Modificare lo statuto, rilanciando un rapporto diretto tra circoli e organi dirigenziali nazionali. Purtroppo, in passato, il lavoro della base è stata sempre oscurato dalle gerarchie provinciali e regionali.

Questa è la nostra idea e visione futura del PD, ovviamente nata dal contributo del circolo e dalle realtà fuori dal partito, che hanno sempre creduto nel progetto della sinistra. Abbiamo accolto con molto ottimismo la campagna di ascolto rilanciato nell’ultima assemblea nazionale, e noi ci saremo.

Ci rivolgeremo prima a quelli che non credono a noi, ai dimenticati, andando con i gazebi nelle università per i giovani, nelle fabbriche per i lavoratori, nei centri d’impieghi per i disoccupati, e nelle zone degradate per le periferie.

Colgo l’occasione di rilanciare un appello a tutti: noi torneremo dove siamo mancati fino ad oggi. Attualmente, una campagna di ascolto organizzato dai circoli può essere efficace solo se si crea una connessione diretta con il nazionale. E se veramente vogliamo dare una scossa al nostro partito, serve un messaggio forte e chiaro dalla nuova segreteria nazionale. Occorre ribadire la necessità di un collegamento diretto con i circoli e limitare le barriere logistiche degli organi dirigenziali locali, quali provinciali e regionali.

Riusciremo a dimostrare ai giovani e ai dimenticati che la politica è un luogo di ritrovo, di discussione, di proposte che possano migliorare il nostro futuro e portare all’attenzione di tutti i contributi, le energie e i valori che emergono dalla nostra comunità?

Da - http://www.unita.tv/opinioni/quattro-idee-per-rilanciare-il-partito/
« Ultima modifica: Gennaio 12, 2017, 05:27:25 da Arlecchino » Loggato
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« Risposta #11 il: Gennaio 12, 2017, 05:28:25 »

Renzi, la strategia del rientro. Sfida sulla legge elettorale
L’ex premier a Roma avvia i colloqui per evitare il rinvio del voto.
Gentiloni parte per il tour europeo e teme lo scoppio della guerra nel Pd

Pubblicato il 09/01/2017 - Ultima modifica il 09/01/2017 alle ore 11:09

CARLO BERTINI   
ROMA

Per Matteo Renzi e Paolo Gentiloni oggi è il giorno della ripresa: il premier si prepara al giro delle capitali europee che comincerà domani a Parigi e l’ex premier tornerà nella capitale dopo la sua uscita dalla scena capitolina prima della pausa natalizia. 
 
I loro destini sono strettamente incrociati e quello che in questa fase li lega forse è un timore - se pur inespresso da entrambi - che questo governo arrivi al 2018. Un timore che aleggia come una spada di Damocle nei conversari tra Renzi e i suoi. Così come nei pensieri del premier in carica - costretto dalle regole d’ingaggio a far bene ma non troppo - c’è di sicuro la domanda che corre sulla bocca di tutti nel Pd: cosa succederebbe negli equilibri del partito e nei rapporti con il suo segretario se la forza delle cose impedisse il voto per un anno e mezzo? Nel Pd la fibrillazione è enorme, nessuno sa quale sarà il suo destino e il tasso di litigiosità sale. Dalle parti di Bersani sono sconcertati per l’intervista di Giachetti a questo giornale, da cui «esce allo scoperto l’idea dei falchi. Che il vicepresidente della Camera dica che si deve votare senza fare una legge in Parlamento fa specie», si indigna Federico Fornaro. Il quale dà voce a tutti quelli che temono il blitz più hard, ipotesi non esclusa affatto dai renziani. Ovvero, un decreto che recepisca le correzioni della Consulta ai sistemi elettorali per il Senato e per la Camera, «sul quale porre la fiducia per far venire allo scoperto chi vuole votare e chi no». E poi una corsa verso le urne. 
 
Renzi vuole capire se invece è percorribile la strada maestra, ovvero un accordo con Berlusconi su un sistema elettorale, visto che con i 5stelle non c’è dialogo. E per questo vuole riprendere le redini della situazione. Già oggi comincerà un ventaglio di colloqui con il “giglio magico”, poi vedrà i due capigruppo Ettore Rosato e Luigi Zanda, mercoledì riunirà la segreteria: ma deciderà la prossima settimana come rimaneggiarla. Cioè se fare entrare, oltre a Tommaso Nannicini come responsabile del programma, anche Piero Fassino e alcuni sindaci. 
 
Sulla legge elettorale la partita prenderà corpo alla fine della settimana quando Gianni Letta dovrebbe far sapere le intenzioni di Berlusconi sulla proposta del Pd di un proporzionale con una soglia di sbarramento alta. «Loro hanno un interesse vero di essere autonomi da Salvini, il problema è che non sono pronti per giugno», ammettono gli uomini del segretario. 
 
L’agenda del premier ruota tutta intorno alla parola «lavoro», anche se le prossime due settimane saranno contrappuntate dai viaggi a Parigi, Londra, Berlino e Madrid. Domani parte la prima grana, ovvero la procedura del voto di sfiducia al ministro Giuliano Poletti. Al Senato si terrà un’informativa del ministro e poi la capigruppo deciderà quando calendarizzare la mozione di sfiducia di 5stelle, Sel e Lega. Gentiloni ancora non ha deciso se chiedergli di dimettersi o meno, anche se il voto non è a rischio in quanto la minoranza del Pd non farà scherzi, perché «certo non faremo a Renzi il regalo di far cadere il governo su questo», dicono i bersaniani. 
 
Per Gentiloni poi non sarà indifferente, per usare un eufemismo, la sentenza della consulta attesa mercoledì sul referendum Cgil sul jobs act. Una sentenza da cui dipenderà l’intervento del governo sui voucher, ma anche - altro fattore che lega Renzi e Gentiloni a doppio filo - un rimescolio degli equilibri nel Pd. Perché se non sarà incostituzionale il referendum sull’articolo 18, anche i più restii al voto anticipato si convinceranno che conviene votare presto piuttosto che sottoporsi a questa prova.

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/01/09/italia/politica/renzi-la-strategia-del-rientro-sfida-sulla-legge-elettorale-KYD6lWTMrJRKYssLxnJ40N/pagina.html
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« Risposta #12 il: Gennaio 12, 2017, 05:30:38 »

Ci manca la bella politica
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Dal 5 dicembre ad oggi abbiamo assistito a un teatrino assurdo, ora smettiamola di perdere ulteriormente tempo, torniamo seri, ripartiamo

Basta vecchia politica, basta vecchi nomi presenti da decenni riproposti per cariche istituzionali, basta tornare indietro! Voglio un futuro, voglio politici che sappiano cosa vuol dire fare politica per il Paese!

Dal 5 dicembre sembra si sia fermato tutto…entusiasmo, positività, voglia di fare, le tante discussioni di bella politica sembrano essere state cancellate, non esiste più quella carica in rete, parlando direttamente con chi era al governo. Manca qualcosa, qualcuno, manca quell’intesa e quella fiducia nata un paio di anni fa che aveva portato la politica ad essere di nuovo protagonista. La bella politica ci manca e ci manca tanto.

Sono sicura che chi ha scommesso sull’Italia e sulla forza e coraggio degli italiani tornerà presto, spero prestissimo. Abbiamo tutti avuto un periodo di riflessione, analisi, ricerca di soluzioni ma ora è arrivato il momento di ripartire perché il nostro Paese non può indietreggiare! Si deve andare #avantitutta iniziando da ogni territorio. L’anima di una Nazione nasce dai suoi territori e sono i cittadini che devono prendere il coraggio a due mani, metterci la faccia e il cuore e aiutare a dare una bella svolta.

Mi direte ma esistono i circoli e io vi dico lo so, va bene ma questi circoli facciamoli vivere!!! Non basta dire abbiamo un circolo, non serve a nulla se questi circoli stanno chiusi o seguono ancora vecchie ideologie.

E’ ora di cambiare! Coinvolgere la gente, i tanti giovani che dovranno poi prendere in mano loro futuro. Let’s open! Che si organizzino serate a tema, discussioni su problemi odierni, anche feste, spettacoli. Riportiamo le persone ad amare la politica, che non è solo fatta di bandiere e colori, ma di anima e cuore occupandosi della vita vera della gente.

Sì lo scrivo qui e lo ripeterò a gran voce manca un leader, un vero leader. Manca Matteo Renzi, colui che è riuscito in 2 anni a fare ciò che altri in oltre 40 anni non sono riusciti a fare: tante riforme, ma non ancora abbastanza. E non sarà l’odio verso di lui e l’egoismo e mania di protagonismo di altri a fermare l’Italia.

Dal 5 dicembre ad oggi abbiamo assistito a un teatrino assurdo e ridicolo di varie forze politiche. Ora per favore smettiamola di perdere ulteriormente tempo, torniamo seri, ripartiamo.

Mi auguro di leggere o sentire a breve Matteo, anzi glielo chiedo qui: Matteo fatti sentire, perché il meglio deve ancora venire! Noi #Siamopronti!

Da - http://www.unita.tv/opinioni/ci-manca-la-bella-politica/
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« Risposta #13 il: Gennaio 12, 2017, 05:39:24 »

La partecipazione al Pd crescerà solo aiutando i circoli
Samuele Marco Degradi
   
Investire nei territori e nelle forme di confronto e adesione on line è fondamentale per aprire maggiormente il partito al contributo di tutti i soggetti progressisti

Torna nel dibattito interno al Partito democratico la questione di quanto il partito debba essere aperto e delle modalità di questa eventuale apertura.

Esiste già una comunità dem più ampia del partito e con cui il partito ha già iniziato da tempo un confronto, comunità fatta di persone e organizzazioni vicine ai valori progressisti e riformisti, che portano avanti cercando di migliorare il Paese nei diversi ambiti in cui operano, dalla scuola al welfare, dall’ambiente ai diritti. L’apertura, l’essere un soggetto progressista che mette in campo strumenti e modalità organizzative che vanno a dialogare, coinvolgere e puntano a far aderire anche al partito chi fa parte di questa comunità ampia, deve essere secondo me uno degli obiettivi di un partito aperto, moderno, scalabile e democratico.

Il partito da un lato deve sviluppare idee di policy e formare la propria classe dirigente: Classe democratica, la scuola di formazione del Pd e anche #GenerazioneSì dei FutureDem, associazione di giovani iscritti e no al Pd, di cui faccio parte, sono l’esempio di questa direzione. Dall’altro lato, deve poter essere un incubatore di idee, esperienze territoriali e comunitarie che però hanno anche la capacità di mettersi in rete, dove ogni soggetto o persona della comunità dem possa sentirsi coinvolto nel dare il proprio contributo alla visione che ci accomuna.

Per continuare a fare questo in modo strutturato, le sezioni locali assumono un ruolo centrale. Un investimento, anche di aiuto economico nei territori dove le sezioni fanno più fatica è, secondo me, utile allo sviluppo di tale progettualità e all’ulteriore apertura del partito. Si possono poi pensare strumenti che facilitano la partecipazione sia online che offline, formare all’uso degli strumenti, alle tecniche di facilitazione, far diventare le sezioni locali degli incubatori della comunità dem.

I comitati per il Sì al referendum costituzionale possono rappresentare uno dei momenti più importanti di prosecuzione di questo percorso di medio/lungo periodo. Parlando di un tema importante come la riforma dell’assetto istituzionale dello Stato, la comunità dem può saldarsi ulteriormente e molte persone potranno iscriversi anche al partito.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/la-partecipazione-al-pd-crescera-solo-aiutando-i-circoli/
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« Risposta #14 il: Febbraio 07, 2017, 06:33:35 »

   Focus
Mario Lavia   @mariolavia
· 3 febbraio 2017

Perché il Renzi mediatore può avvicinare le urne a giugno
Le reazioni positive delle componenti alle aperture del segretario

L’apertura di Matteo Renzi è duplice: ad una gestione non più “solitaria” del partito e delle sue scelte («So che non posso più dettare la linea da solo»), e ad un ripristino del premio elettorale “alla coalizione” e non più “alla lista”. Questa è la ciccia. L’offerta alle minoranze.

Il resto, pur importante, è contorno: le primarie di coalizione (se si vota a giugno), il Congresso (se si vota a febbraio 2018)… Renzi è disponibile a tutto. Persino a far balenare l’idea di un incarico a Gentiloni o a Delrio. Ma per come ha messo le cose (al Tg1 e al Corriere della Sera, l’intervista dell’ “ho tirato malissimo un rigore”) paradossalmente la “sua” ipotesi, le elezioni a giungo, si rafforza. Perché?

Perché con la duplice offerta il segretario viene pienamente incontro alla richiesta di una conduzione del Pd più aperta e plurale – non diciamo unitaria, che è aggettivo di un’altra fase – in chiara discontinuità con il Renzi che abbiamo visto sin qui. Ha risposto indirettamente a Matteo Richetti, che alla Verità, aveva detto: “Matteo è un leader. Ma deve aprire una fase di coinvolgimento e dialogo vero. Confronto, ascolto e decisioni. Non può essere tutto concentrato su di lui”. Un concetto – fra parentesi – condiviso da tanti parlamentari e dirigenti che pure sostengono Renzi.

Fra alcuni renziani doc trapela un certo smarrimento per le continue novità che vengono dal segretario. Ma Alessia Morani non ha dubbi: “Renzi ha fatto la prima vera uscita da segretario del Pd. Oggi ha messo in pratica ciò che aveva detto all’assemblea di Rimini, ha alzato lo sguardo lasciandosi alle spalle le beghe di partito e puntando invece alla sua unità, che è un valore per il destino di tutti. sappiamo che la carta vincente è un Pd  forte e unito e il segretario oggi si è preso sulle spalle la responsabilità di portare avanti il progetto democratico”.

Da leader del Giglio magico a leader del partito. Un salto non facile, per uno come lui: eppure nei suoi conciliaboli c’è traccia di andare alle decisioni “tutto insieme, tutto il gruppo dirigente”. Si è parlato persino di “caminetti” (ne abbiamo scritto un po’ provocatoriamente qui), e in effetti al Nazareno in questi giorni c’è stata una girandola di incontri. Una gestione più collegiale – inutile dirlo – semplifica anche il problema della composizione delle liste: tutte le aree vogliono questa assicurazione, che le liste non le farà il segretario da solo.

Solo con Bersani il filo non è stato personalmente ancora riannodato, sebbene non manchino i contatti fra Guerini e Orfini con Speranza e i bersaniani. Ma anche per l’ex segretario c’è una notevole apertura di Renzi: “Non ho problemi a fare il Congresso – ha detto a Massimo Franco – volevo farlo a dicembre ma me l’hanno impedito. E adesso lo invocano…”.

E poi c’è l’altra novità, che sarà gradita dai bersaniani e da Dario Franceschini (qui la sintesi dell’intervista al Corriere) la disponibilità a modificare la legge elettorale inserendo il premio alla coalizione. Una mossa che accende i riflettori sia su Pisapia che su Alfano e che in un certo senso “tranquillizza” gli “amici” del primo e del secondo.

Sul premio alla coalizione Renzi mette d’accordo le componenti del Pd e in più spera in Berlusconi, così che non c’è più bisogno di un Grillo peraltro in tutt’altre faccende affacendato (il caso Raggi) o della Lega. Niente assi strani, su questa ipotesi la maggioranza di governo c’è, e se arriva Forza Italia tanto meglio.

Un quadro più ordinato, dunque, potrebbe agevolare le urne e il ritorno del centro sinistra, vincere e convincere. Lo nota Beppe Fioroni: “Renzi ha fatto uno sforzo notevole di apertura, che può consentire di tenete unito il Pd, dal progetto politico, alla coalizione da costruire, alla composizione delle migliori liste possibili. Se questo clima si realizza, il voto a giugno non è un tabù”.

Non che ora i dissensi rientrino. Ma almeno ci può essere un clima diverso: Renzi ne ha bisogno, in questa fase. Un oppositore forte del segretario come Francesco Boccia afferma: “In queste ore percepisco passi in avanti, si è passati dalla corsa forsennata al ‘voto subito’ al buon senso che mette davanti i problemi degli italiani”.

Persino un competitor come Enrico Rossi coglie positivamente le novità: “Renzi ha fatto bene a fare dichiarazioni distensive sul voto e sul congresso. Ora, più che fare caminetti con i big del partito, Renzi ci sfidi tutti ad avanzare proposte per i problemi del Paese”.

Ecco, il tema torna ad essere quello dei contenuti. Del messaggio. Dice infatti Gianni Cuperlo (che domani terrà un’assemblea della sua area – in diretta streaming su Unità.tv dalle 10,30): “Domani spiegherò perché bisogna che ricominciamo a discutere bene. Io considero assurdo che non si sia mai aperta una vera riflessione sulla sconfitta del 4 dicembre, senza capire dove abbiamo sbagliato non potremo mai correggere la rotta”.

La “rotta” verrà decisa dalla Direzione del 13 febbraio, senza spargimenti di sangue o rese dei conti. Sembra, almeno.

Da - http://www.unita.tv/focus/perche-il-renzi-mediatore-puo-avvicinare-le-urne-a-giugno/
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