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Autore Discussione: Roberto GALULLO.  (Letto 29858 volte)
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« Risposta #60 inserito:: Giugno 28, 2013, 06:41:54 pm »

28 giugno 2013 - 9:25

I “riservati” della cosca De Stefano sempre a disposizione da Reggio a Roma: ecco come nascono le associazioni criminali e segrete

Roberto GALULLO

Cari amici di blog da ieri sto continuando un racconto che ho iniziato molti anni fa. Il racconto (per molti analisti, inquirenti e investigatori, ahinoi, è ancora una favola) dell’evoluzione della ‘ndrangheta in un sistema criminale – il “più” raffinato sistema criminale – che va oltre, molto oltre le cosche.

Un racconto che da alcuni giorni si è arricchito di un capitolo – tutto ancora da scrivere – in cui la fa da padrone una presunta associazione criminale dal “cuore” segreto.

Un cuore talmente segreto che – a mio modestissimo avviso - va oltre ma molto oltre i soggetti indagati dalla Procura di Reggio Calabria che, oltre alla firma del pm Giuseppe Lombardo, ha visto il gesto corale anche nel provvedimento di sequestro nei confronti di alcuni di essi, del capo della Procura Federico Cafiero De Raho e dell’applicato della Dna Francesco Curcio (rimando al mio post di ieri oltre che ai servizi scritti sul portale del Sole-24 Ore e sul quotidiano).

Ieri ho cominciato a introdurre – a dire il vero per l’ennesima volta in questi anni – il discorso relativo a quella “cintura” di “invisibili” che ruota secondo il pm Lombardo e ora, finalmente, anche secondo la Procura, intorno alla cosca De Stefano.

Una cintura di “invisibili” – da Lombardo in vero già scandagliata nei procedimenti Bellu Lavuru oltre che in Meta – che riserva nuovi riscontri ad ogni piè sospinto.

A questo punto dunque – al colto e all’inclita – giova ricordare quanto descrisse pochissimo tempo fa la “serpe in seno” della cosca De Stefano (secondo la loro visione), Nino Fiume.

Quel Nino Fiume il cui solo nome manda in bestia quel Peppe De Stefano al quale – suppongo – viene l’orticaria al solo sentirsi paragonato nelle aule di un Tribunale a un Don Mico Oppedisano qualunque.  E Fiume – guagliò – la cosca De Stefano la conosce dall’interno e uno sbaglio del genere non lo commetterà mai.

IL 14 FEBBRAIO 2013

Il “ballerino”, nell’aula bunker di Reggio Calabria, il 14 febbraio 2013, lo dimostrerà ancora una volta, di fronte al pm Giuseppe Lombardo che lo incalza e testimonierà, ancora una volta, che la cosca De Stefano è oltre ma molto oltre riti e santini. E che gli “invisibili” – di cui l’evoluzione della ‘ndrangheta 2.0 non può fare a meno da decenni – sono una realtà.

Le schermaglie tra Fiume e Lombardo, quel giorno di pochissimi mesi fa, sono da incorniciare. E partono da quel Giovanni Zumbo, soggetto borderline tra “noto” e “ignoto”, tra “servizi” e “disservizi”, tra “bene” e “male”, tra “Stato” e “antiStato”. La premessa è da urlo.

Lombardo: Lei può parlare liberamente della “Reggio bene”, per come la intende Lei. Adesso, Lei cerchi di inquadrarmi quello che sa su Zumbo Giovanni, senza alcun limite, Fiume.

Fiume. Va bene. Allora, Zumbo Giovanni già conosceva i fratelli De Stefano Giuseppe e Carmine e si frequentava con noi e in modo particolare con Carmine da quando era ragazzino.

Minchia Signor Tenente! Ma è niente rispetto a quello che dirà Fiume poco dopo, incalzato da Lombardo.

Lombardo. Bene. Lei prima cercava di spiegare che ci sono delle figure che stanno a metà.

Fiume. Quelle persone che son rimaste – come dire? – un po’ nell’ombra, ma che hanno mantenuto così... quelli che Giuseppe De Stefano, per certi aspetti, li chiamava ... le “persone riservate” – no? – quelle a lui vicine, che non doveva sapere nessuno, che potevano servire per determinate cose.

LE PERSONE “RISERVATE”

Eccoli li. Gli “invisibili”, sinonimo di “riservati”. E a chiamarli così era Peppe De Stefano, non un don Mico Oppedisano qualunque.

Ma andiamo avanti con la lettura di parti integrali di quell’udienza che – letta alla luce di quanto è accaduto tre giorni fa – è ancora più importante, senza dimenticare che, verosimilmente, a questo punto cambieranno anche alcuni capi di imputazione nel processo Meta e non solo.

Lombardo: Che cosa vuol dire che Giuseppe De Stefano aveva delle “persone riservate”?

Fiume: Ad esempio, un ragazzo che era uno che era sempre stato a disposizione e che aveva studiato con lui a Roma e che poi, credo, diverrà Avvocato e che lui lo riteneva sempre una persona valida da rispettare, che lui lo chiamava solo o per incontrarsi con qualcuno o per parlare di cose private era …omissis…(ometto il nome perché non so quali siano gli eventuali sviluppi e così mi comporterò con i successivi omissis ndr) quelli che – diciamo – per le persone non era un affiliato, ma per noi era come se fosse affiliato, perché era una di quelle persone a disposizione, sotto questo aspetto.

Avete letto guagliò: che fosse affiliato o meno ma chissene fotte! Altro che santini e piantine, altro che Polsi: l’importante è avere uomini sempre a disposizione. Ma andiamo avanti.

LA SECONDA CHE HAI DETTO!

Il pm Lombardo, che come diciamo noi romani è “un po’ de coccio”, vuole capire bene chi sono ‘sti “riservati”. Sono amici personali o un esercito ombra? Leggete qui.

Lombardo: Ma, Non ho capito, quando si fa riferimento a “persone riservate”, si fa riferimento ad amicizie personali, del tutto lecite, o a soggetti che invece erano “riservati”, perché operavano nell’ombra, a favore della cosca di ‘ndrangheta?

Fiume: Ha detto bene Lei: lavoravano nell’ombra e per... più che per... per – come dire? – costituirsi l’alibi, se Giuseppe De Stefano, ad esempio, si doveva incontrare con una persona molto conosciuta, invece di anche – che so? – con me o con uno che magari le Forze dell'Ordine già avevano puntato l’attenzione, preferiva accompagnarsi con …omissis…o con qualche altra persona.

Lombardo: Sì, ma...

Fiume: È questo che voglio dire.

Lombardo: ...a quali fini? Queste “persone riservate”, che tipo di compito dovevano avere, che compito hanno avuto?

Fiume: Lui ce l’aveva già su Roma, quando loro...Carmine si era già laureato e Giuseppe stava per laurearsi e loro andavano solo per dare le materie e non avevano mai studiato, perché erano quei contatti con quel famoso dottore di Roma del famoso studio, che... che poteva telefonare a casa di De Stefano liberamente ed erano questi contatti qua, dei cosiddetti – tra virgolette – “nobili”, ecco.

Lombardo: Chi c’era nella categoria dei “riservati”, che Lei conosce, oltre ai nomi che ha già fatto?

Fiume: Eh, Fabio, poi c’era questo …omissis… che c’era una amicizia che gli aveva già... Paolo De Stefano, che aveva una società con lo studio …omissis…di Cosenza, il commercialista, lo chiamavano “il compare”, che aveva appoggi anche su Catanzaro – no? – all’epoca, quando Paolo De Stefano aveva l’import-export, che faceva operazioni col commendator…omissis…., un industriale tessile, erano amicizie, vecchie amicizie che poi sono continuate con i figli, anche tra i giovani.

Lombardo: Poi...?

Fiume: …omissis…era pure uno di questi, però lui per cose di poco conto, magari per accompagnare qualcuno, però è rimasto sempre... E altri ragazzi che stavano a disposizione erano, ad esempio: …omissis…che si era cresciuto con noi e che era uno che si doveva appoggiare a un latitante o altro, era un ragazzo che proveniva da una famiglia di lavoratori –come – vi ho già detto – dov’ero io ed erano a disposizione... adesso...erano tanti a Reggio...

Lombardo: E chi Le parlò della presenza di soggetti “riservati”? Come lo ha appreso Lei?

Fiume: Era Giuseppe che diceva, sempre utilizzava...“Questo ‘ndi l’amu a tiniri ‘mmucciatu”: cioè, “Questo dobbiamo cercare sempre di tenerlo più... più... meno in vista possibile”, perché la forza di alcune persone della ‘ndrangheta sta proprio in questo: che c’erano quelli riconosciuti... che io dico sempre la parola ingenuo...che era conosciuto, “uomo d’onore”, “killer”, quello che vogliamo. E poi c’era – diciamo – quest’altra categoria di persone, che, anche se non sparavano, erano dentro lo stesso, perché aiutavano i De Stefano in tutti quelli che erano discorsi economici ed erano tanti altri.

Lombardo: Eh, e quindi quando io Le ho chiesto se queste persone riservate – poi lasciamo perdere, diciamo, le indicazioni soggettive: sono tutti approfondimenti che andranno fatti  ma queste “persone riservate”, quindi facevano parte della cosca De Stefano?

Fiume: Erano più che amici e Giuseppe De Stefano, addirittura alcuni (inc. pronuncia affrettata) il fatto di …omissis…lo diceva sempre lui: “Attenzione che lui per me è come un fratello!” come praticamente alcuni capi della ‘ndrangheta sapevano che io ero come un fratello per Peppe De Stefano.

MA COME FACEVANO…

Lombardo, che è proprio “de coccio” vuole capire come facevano ad essere “riservate” queste persone, se si accompagnavano ai De Stefano. Leggete la spiegazione.

Lombardo: ma, scusi... mi scusi, Fiume, l’obiezione che Le vado a fare: se Giuseppe De Stefano si faceva vedere in giro con queste persone, come potevano essere queste persone riservate, come dice Lei?

Fiume: Perché le persone vedevano un rag... una persona che si accompagna a una persona per bene e lui poteva gestire, fare determinate cose, pur rimanendo, pur avendo avuto quella carica del “crimine” e mantenendosi con le vecchie cariche e con le persone di ‘ndrangheta che contano e nello stesso tempo poter interagire con altre persone, avvalendosi di persone al di fuori di ogni sospetto. Non so se mi sono spiegato – no?

Lombardo: Sì, in maniera un po’ contorta, cioè, quindi era Giuseppe De Stefano che si avvaleva di queste persone per mostrarsi all’esterno in un certo modo?

Fiume: Esatto. Per non apparire più di tanto.

Lombardo: Mi faccia capire: ma queste persone “riservate” erano tutte persone di Reggio Calabria?

Fiume. No, ce ne erano anche da fuori.

Lombardo: E Lei le ha conosciute personalmente, o ne ha sentito solo parlare?

Fiume: Qualcuno l’avevo conosciuto, altri col tempo poi non li ho più visti. Ci sono delle cose della famiglia De Stefano che veramente hanno – ripeto – uno vale e può dire la sua quando può parlare che viene interpellato, se una persona si... entra dentro a determinati argomenti più di tanto già è visto male.

Tanto per dirle: quando Giuseppe De Stefano uscì dal carcere e davanti al carcere, a Reggio, c’era una persona anziana con un ragazzo che non solo salutò a Giuseppe De Stefano, ma gli disse: “Ora sei uscito tu e adesso vedremo come fare per fare uscire Carmine”, quando io chiesi – tra virgolette – a Giuseppe chi era, lui mi disse: “Questo è uno che comanda nel Tribunale a Reggio e dobbiamo fare come ci dice lui.” E suo figlio, il figlio di questa persona era un ragazzo che da ragazzino si era cresciuto con Giuseppe. Non ho chiesto il nome, lo conoscevo di vista. Succedevano anche queste cose. Perché – ripeto – loro – è una cosa che ho detto già all’inizio della mia collaborazione – loro hanno vissuto in una rete di protezione, che hanno sfidato – come dire? – le Forze dell'Ordine, perché loro hanno sempre sostenuto che a Reggio erano degli “intoccabili”, l’unico magistrato che loro odiavano – tra virgolette – e che temevano era il Procuratore Vigna, perché, a loro dire, aveva un qualcosa contro i De Stefano, relativo all’omicidio di Serraino o forse un omicidio che era stato coinvolto Paolo De Stefano o Giorgio De Stefano. Questo era il timore che avevano. Gli altri, sotto questi aspetti, hanno vissuto sempre in questa forma di protezione che – dice: “La spunteremo sempre!” Questa era la...

Non so se avete capito questo passaggio: la cosa De Stefano dei pm se ne fotteva, al massimo poteva avere paura di Vigna ma solo perché erano convinti che nei loro confronti aveva un fatto personale.

La rete di protezione, tutela e garanzia, la rete di “riservati” e “invisibili”, secondo voi, poteva avere paura della Procura di Reggio Calabria? Beh, forse ora sto cominciando a cambiare idea…

Alla prossima settimana con un nuovo approfondimento su questo tema

2 - to be continued (la precedente puntata è stata pubblicata ieri, 27 giugno)

r.galullo@ilsole24ore.com

da - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2013/06/i-riservati-della-cosca-de-stefano-sempre-a-disposizione-da-reggio-a-roma-ecco-come-nascono-le-associazioni-criminali.html
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« Risposta #61 inserito:: Agosto 08, 2013, 09:12:48 am »

7 agosto 2013 - 8:55

Commissione d’inchiesta sul caso Moro/1

L’allarme ignorato del parlamentare Cazora sul ruolo della ‘ndrangheta


Quando in Italia la politica non sa bene come impiegare il tempo in cose inutili (guai a farne di utili) propone commissioni d’inchiesta.
E così, pochi giorni fa tutti i partiti hanno firmato una proposta di legge per istituire una (nuova) commissione d’inchiesta parlamentare
sull’affaire Moro, il politico Dc trovato morto nel bagagliaio di una Renault 4 il 9 maggio 1978. Sono passati 35 anni. Ai più giovani quel nome dirà poco o nulla ma tutti quelli (almeno) della mia generazione ricordano perfettamente dov erano il giorno del rapimento e ricordano perfettamente la misura di quello statista. La sua morte fu (è) l’ennesimo mistero di Stato.

Sia chiaro, non che non ci sia da indagare su quel rapimento e sulla morte di Aldo Moro e degli uomini che gli facevano da scorta (trucidati il 16 marzo 1978). Anzi.

A differenza di alcuni commentatori politici che si sono dimostrati indifferenti alla necessità di provare almeno a fare un po’ di luce, credo che ci sia ancora moltissimo da capire.

La politica, oggi, scatta sull’abbrivio del racconto di un artificiere intervenuto sul posto, Vitantonio Raso, che ha scritto un libro, La bomba Umana, nel quale dà dettagli che modificano la storia, per come nota finora. Lui – che all’epoca era sergente maggiore – e il suo diretto superiore, Giovanni Chirchetta, spostano l’ora del ritrovamento dell’auto e del cadavere dello statista a prima delle 11, mentre era delle 12.30 la telefonata delle Br che annunciava l’uccisione di Moro e il luogo, Via Caetani, nel cuore di Roma, a due passi dalle sedi di Dc e Pci, dove trovarne il corpo. Torna inoltre d’attualità la presenza, sul posto, dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga.

Credo che questo libro – chissà perché i grandi misteri d’Italia vivono di racconti e memorie postume di decenni – sia una miccia necessaria per riaprire il caso in Parlamento ma – al contempo – penso che nulla verrà scoperto (qualora la Commissione davvero di insediasse), perché
quell’affaire deve restare sepolto nel pozzo cieco della democrazia italiana. A maggior ragione ora, momento in cui il compromesso storico – che batteva nel cuore dei partiti nel giorno in cui fu rapito Moro – è diventato a distanza di decenni altro, vale a dire un matrimonio dagli incerti interessi (non certo amore) tra Pd e Pdl.

L’INSIPIENZA DELLO STATO

Eppure a riaprire davvero il caso basterebbero due sole cose: 1) l’insipienza (voluta?) dello Stato nel cercare di giungere al covo in cui era recluso Moro e 2) alcuni memoriali, verbali, storie, interrogatori e dichiarazioni (precedenti a quello dell’artificiere Raso) in cui si insiste sulla presenza attiva della ‘ndrangheta nell’affaire Moro.

Non mi avventuro in ragionamenti politici per ragionare sull’incapacità dello Stato di liberare uno dei suoi uomini migliori ma ripropongo – tratto dalla relazione di minoranza in Parlamento della “Commissione Moro”, volume II, pagine 402 e 421, autore il grande scrittore Leonardo Sciascia eletto nel 1979 nel Parlamento tra le fila dei radicali – i numeri nudi e crudi delle indagini che portarono al flop delle ricerche : 72.460 posti di blocco (6.296 nei pressi di Roma); 37.702 perquisizioni domiciliari (6.933 a Roma); 6.413.713 persone controllate (167.409 a Roma); 3.383.123 ispezioni di autoveicoli (96.572 a Roma).

UNA COMMISSIONE CI FU

Molti dimenticano, dunque, che una Commissione parlamentare di inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, ci fu. Venne istituita nell’VIII legislatura con la legge 23 novembre 1979 n.597 e nel 1983 consegnò una relazione di maggioranza e ben quattro di minoranza (del Movimento sociale italiano, del Partito liberale italiano, del Partito Radicale e della Sinistra Indipendente) . La documentazione allegata alle relazioni – centinaia e centinaia di pagine - della Commissione consta di 130 volumi e 2 tomi di indici.

Pensate voi che opera monumentale che – di fatto – a nulla approdò. Misteriose furono le cause di quel rapimento e di quelle morti e tali rimasero.

Ma nella relazione di maggioranza si trova – all’interno del capitolo V – un interessantissimo paragrafo intitolato: “I contatti dell’onorevole Cazora” che, per la prima volta, chiama in causa il ruolo della ‘ndrangheta nell’affaire Moro.

Tra poche ore – in un nuovo articolo – tornerò sulla eventuale (e tutta da provare) mano delle mafie nel caso Moro ma partiamo proprio dalla ‘ndrangheta perché ad aprire questo scenario fu un parlamentare da tutti stimato che non aveva alcun bisogno di attirare su di sé riflettori.

L’INTERMEDIAZIONE

Benito Cazora, siciliano di nascita e romano di adozione, è il parlamentare morto nel 1999.

Cazora è stato sempre citato in relazione a due episodi: una segnalazione che ricevette con riferimento alla zona di via Gradoli indicata come "zona calda" nella quale concentrare le ricerche e la questione delle foto scattate dal meccanico Gerardo Nucci, che abitava in via Fani, subito dopo la fuga del commando, che avrebbero potuto immortalare persone riconducibili alla malavita calabrese (foto che, consegnate al magistrato Luciano Infelisi, non saranno mai più ritrovate).

Cazora fu intervistato nel giugno 1997 dalla rivista Area alla quale confermò di essere stato a un passo dalla svolta e di aver informato più persone del covo in cui Moro era segregato. Già il 15 ottobre 1993, però, intervistato dal Tg2 Cazora ricordò i contatti con la malavita calabrese, la quale gli preannunciò anche il falso del ritrovamento presso il Lago della Duchessa. Molte altre volte Cazora approfondì la questione con i media. Invano. A lui la liberazione di Moro stava davvero a cuore.

Marco Cazora, il figlio di Benito, il 16 febbraio 2011 scriverà: «Nel 1978 mio padre Benito Cazora relazionò tutti riguardo i suoi tentativi di salvare la vita di Aldo Moro come le carte dimostrano. Sulla base di quelle carte e sui racconti di mio padre, che dimostrò di essere stato il primo ad individuare il covo di Via Gradoli e come ultimo aver notiziato Cossiga della prevista morte di Moro 2 giorni dopo, come tristemente avvenne fu ascoltato allora dallo stesso Imposimato. Ciò detto chiedo come mai ascoltate tali verità non lo inserì nell'elenco dei testimoni? Fu un atto di malafede o sempre di totale incapacità? »

Solo per citare un altro esempio della credibilità di cui vantava Cazora, riporto uno stralcio di un articolo comparso il 12 marzo 2003 su Famiglia Cristiana, nel quale l’articolista riporta: «”Bene informato oppure no, l’onorevole Cazora fu protagonista di un episodio legato all’ultima fase del sequestro. «Domenica 7 maggio 1978», conclude Sergio Flamigni (parlamentare del Pci dal 1968 al 1987, membro delle Commissioni sul caso Moro, P2 e antimafia, tra i più seri analisti del caso Moro e autore nel 1988 di un libro base, La tela del ragno. Il delitto Moro, ndr) , «Cazora comunicò all’allora questore di Roma De Francesco che, secondo una sua fonte, due giorni dopo sarebbe stato fatto ritrovare il corpo di Aldo Moro. La reazione del questore fu tranquillizzante. A lui, infatti, risultava, invece, che il 9 maggio la vicenda si sarebbe sì conclusa, ma con la liberazione dell’ostaggio. So per certo», conclude Flamigni, «che anche Francesco Cossiga quel 9 maggio, al Viminale, aspettava una telefonata con la buona notizia. Che non arrivò mai”».

IL PARAGRAFO BOMBA

Vi riporto ora fedelmente il paragrafo “I contatti dell’onorevole Cazora” invitandovi, fin da subito, a soffermarvi sull’ultima frase ma invitandovi altresì a leggere con molta attenzione tutto.

«Tra i tentativi per stabilire un contatto con i rapitori dell'onorevole Moro anche attraverso criminali comuni ed esponenti della malavita, va ricordato quello che ha visto impegnato l'onorevole Cazora. Questi, sollecitato alcuni giorni dopo il sequestro dalla telefonata di uno sconosciuto che gli prometteva notizie utili alle indagini sul sequestro dell'onorevole Moro, si incontrava con l'autore della telefonata, che lo assicurava di voler collaborare per fini umanitari; a questo scopo gli avrebbe presentato un calabrese che aveva la possibilità di adoperarsi concretamente per salvare la vita di Moro. Lo stesso giorno l'onorevole Benito Cazora si incontrava con il calabrese, il quale si presentava come "Rocco" ed asseriva di poter contattare elementi della malavita milanese attraverso i quali si potevano attingere notizie utili sul sequestro e sulla prigione di Moro. Per fare questo il calabrese - che era venuto meno agli obblighi del confino - aveva bisogno di circolare liberamente senza il rischio di essere arrestato. Come contropartita, in caso di esito positivo, chiedeva solo che venisse regolata la sua posizione con la giustizia.
L'onorevole Cazora consultava alcuni funzionari del Ministero dell'interno, che però davano risposta negativa. Il calabrese si dichiarava disposto a collaborare lo stesso, ed indicava il nome di un detenuto di Rebibbia tale Barone - che era stato in contatto con Sante Notarnicola.
L'onorevole Cazora incontrava Barone a Rebibbia, e questi gli indicava una serie di persone alle quali rivolgersi. Cazora si rendeva allora conto della inutilità delle notizie ricevute in quanto, a suo avviso, le persone indicate non sarebbero state disposte a collaborare. Si rifiutò quindi di rispondere a successive telefonate del calabrese.
Gli rispose tuttavia il 6 maggio, e prese appuntamento per il giorno successivo. Nel luogo dell'appuntamento trovava altra persona sconosciuta, che gli espresse il rammarico per non aver potuto far niente per salvare la vita di Moro. Alla domanda di Cazora, tuttavia, lo sconosciuto indicò una serie di luoghi nei quali poteva trovarsi la prigione di Moro. La mattina dell'8 maggio, alla presenza del sottosegretario Lettieri, l'onorevole Cazora portò le indicazioni al Questore di Roma; ma non venne trovato nulla di consistente in quelle località.
Negli ultimi contatti con il calabrese, questi affermò, tra l'altro, che alcuni rappresentanti del Psi si erano messi in contatto con elementi di sua conoscenza per ottenerne la collaborazione per la liberazione del sequestrato.
Anche il dottor Freato ha fatto riferimento all'iniziativa dell'onorevole Cazora. Egli gli fece incontrare una persona la quale affermava che si sarebbero potute acquisire informazioni da alcuni detenuti, che però dovevano essere trasferiti. Furono interessati al provvedimento il Ministro Bonifacio e il sottosegretario Dell'Andro; ma sopravvenne il tragico epilogo, e non se ne fece più niente.
Tenuto conto che l'interessamento dell'onorevole Cazora si riferisce a circostanze tutte vagliate dagli inquirenti, e che le iniziative di esponenti del partito socialista sono state approfondite con la diretta collaborazione degli interessati, la Commissione non ha ritenuto necessario ascoltare l'onorevole Cazora».

Quindi anche la Commissione sul caso Moro decise di non ascoltare l’onorevole Cazora.

La Commissione decise di non ascoltare Cazora nonostante nella sterminata documentazione che arricchisce l’affaire Moro compaia anche la telefonata che potete leggere sotto, tra il segretario particolare di Aldo Moro, Sereno Freato e l’onorevole Cazora.

LA TELEFONATA

Ci sarebbe la foto di un uomo ripreso in via Fani la mattina del 16 marzo 1978 che non si ritrova negli atti dell'istruttoria.

Al numero 109 di Via Fani, uno spettatore casuale – secondo le ricostruzioni giornalistiche si tratta di Gherardo Nucci - scatta dal balcone di casa sua una dozzina di fotografie. Di quelle foto, consegnate quasi subito alla magistratura dalla moglie, una giornalista dell’agenzia Asca, non si saprà più nulla.

Però quelle foto sembrano entrare di prepotenza nella breve telefonata tra Freato (la cui utenza era sotto controllo) e Cazora.

Cazora: Un'altra questione, non so se posso dirtelo.

Freato: Si, si, capiamo.

Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo.

Freato: Quelle del posto, lì?

Cazora: Si, perchè loro... [nastro parzialmente cancellato]...perché uno stia proprio lì, mi è stato comunicato da giù.

Freato: E' che non ci sono... ah, le foto di quelli, dei nove

Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto quella mattina lì, si individua un personaggio... noto a loro.

Freato: Capito. E' un po’ un problema adesso.

Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare?

Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire.

Cazora: Dire al ministro.

Freato: Saran tante!

Le preoccupazioni, quel giorno, erano tante e anche un bambino capirebbe che i due parlavano delle foto scattate sul posto il giorno dell’agguato e di un personaggio fotografato che ai calabresi era noto.

IL TEMPO PASSA

Il tempo passò – dopo quella monumentale opera predisposta – ma il fantasma di Moro continuò ad aleggiare sulla politica italiana e mentre il fratello di Aldo, Alfredo Carlo, per anni presidente del Tribunale dei minorenni di Roma, continuava a dire che su quel delitto annunciato c’erano ombre e quasi nessuna luce, la stessa politica tormentata continuava (e, come possiamo vedere, continua) a girare intorno alla vicenda.

Il 26 aprile 2001 alle Presidenze delle due Camere, i commissari della “Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, presentano le decisioni adottate dalla Commissione nella seduta del 22 marzo 2001 in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti.

Nel Doc. XXIII, n. 64, volume primo, tomo VI, si legge: «Ricordiamo che nel 1978 alcuni calabresi accompagnarono l'onorevole Benito Cazora a fare un giro in macchina, poi si fermarono e gli dissero: «questa è la zona». Errore: non vi si trovava recluso Moro, ma in via Gradoli alloggiava però Mario Moretti. Sempre su via Gradoli: il 2 aprile 1978 nel corso di una famosa seduta spiritica in casa del professor Alberto Clò, a Bologna, in cui erano presenti persone del mondo universitario, emerse proprio la parola «Gradoli» e persino il numero 96. Le ricerche di Moro vennero dirottate non già nella strada romana ma nel paese di Gradoli, e per giunta vennero ampiamente pubblicizzate cosicchè Moretti apprende in tv che il suo covo era stato scoperto. Nessuno si accorse che a Roma esisteva una «via Gradoli», non gli uomini della Democrazia cristiana, non i servizi di sicurezza militari e civili, non le forze di polizia nè i Carabinieri. Per quanto ciò abbia la stessa credibilità della seduta spiritica, la Commissione prende atto di queste affermazioni.

Ma non basta: il capitano del Sid (gli allora Servizi di sicurezza della difesa, ndr) Antonio Labruna rivelò che un tale Mario Puccinelli, da Francoforte, gli telefonò per dirgli che «in via Gradoli c è chi ha ‘rapito Moro» (G.M. Bellu, Moro tenuto prigioniero nel «palazzo dei servizi», Repubblica 5 maggio 1998). Come Cazora, anche il signor Puccinelli e Labruna sono deceduti. Gli svantaggi di indagare venti anni dopo i fatti.

…………………..

Ancora al processo di primo grado, nel 1982, i coniugi che abitavano nell'appartamento adiacente al covo, dichiarano di aver sentito di notte un ticchettio, stavolta di macchina da scrivere. Ricordiamo ancora che il 10 aprile 1997, testimoniando al processo Pecorelli, a Perugia, l'ex parlamentare democristiano Benito Cazora racconta che già una settimana dopo il sequestro di Aldo Moro, indicò all'allora questore di Roma, Parlato, l'esistenza di un covo delle Br in via Gradoli; i controlli compiuti dalla polizia dettero però esito negativo».

Quindi, nel 2001, il racconto di Cazora torna alla ribalta e  -badate bene – quel nome “Gradoli” risalta prepotentemente alla ribalta per la sua importanza e quel nome e quella via è presente nel racconto di Cazora al netto di imperfezioni su chi fosse in quella via. Se – a distanza di 23 anni – una Commissione parlamentare dà credito al racconto di alcuni calabresi che portarono Cazora in Via Gradoli vuol allora dire che i contatti tesi alla salvezza di Moro, del parlamentare, non erano certo inattendibili.

ALTRA TAPPA

Il 20 gennaio 2006 alle presidenze dei due rami del Parlamento venne consegnato il Documento XXIII n.16 che altro non era che la relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare. Relatore era il senatore Roberto Centaro. Due tomi di oltre 2mila pagine complessive.

Nel secondo tomo, a pagina 881 si legge: «Un ulteriore tentativo di utilizzare la criminalità organizzata – in questo caso la ’ndrangheta – per liberare Moro era riferibile alle attività Benito Cazora, parlamentare della Dc e del suo referente Salvatore Varrone, che avrebbe promesso di fornire informazioni in cambio di agevolazioni per se´ e per i suoi familiari. Il Varrone avrebbe portato il Cazora sulla Cassia all’altezza di via Gradoli, dicendo che quella era l’area in cui si trovava il covo in cui era sequestrato l’on. Aldo Moro ma la notizia passata al questore De Francesco non aveva conseguito risultati utili.

Cazora aveva inoltre ricevuto la contrarietà dell’on. Francesco Cossiga a continuare nelle sue ricerche. Da talune testimonianze sembra che Frank Coppola si sia interessato anche di dissuadere uno dei fratelli Varone a collaborare nelle ricerche di Moro poiché quest’ultimo “doveva morire”».

E qui si aggiunge – alla consistenza del racconto – un fatto nuovo: la comunicazione (ignorata) delle informazioni alla Questura e la contrarietà dell’allora ministro Cossiga.

Per il momento mi fermo qui ma a breve torno con una nuova puntata sull’affaire Moro e l'eventuale ruolo delle mafie (che lasciano comunque il passo alla ‘ndrangheta)

1 – to be continued

r.galullo@ilsole24ore.com

da - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2013/08/commissione-dinchiesta-sul-caso-moro1-lallarme-ignorato-del-parlamentare-cazora-sul-ruolo-della-ndrangheta.html
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« Risposta #62 inserito:: Novembre 03, 2013, 06:30:39 pm »

31 ottobre 2013 - 14:16

Analisi Bcc  Mediocrati: la corruzione zavorra l’economia in Calabria ma essere puliti paga

Anche quest’anno arriva il Rapporto della Banca di credito cooperativo Mediocrati sull’economia in provincia di Cosenza. Questa volta è ancora più interessante perché l’oggetto di un approfondito focus è stato la «Corruzione, la zavorra dell’economia».


Se ne è parlato oggi a Rende (Cosenza), nel corso di un convegno che ha presentato i risultati dell’indagine continuativa congiunturale, svolta dall’Istituto Demoskopika su un campione rappresentativo di 400 imprese della provincia di Cosenza e dell’area Mediocrati. Il 2012 ha evidenziato una situazione di grande difficoltà per il tessuto imprenditoriale locale, stretto nella morsa della recessione economica ancora in atto. Nel 2012, con un trend ancora più negativo rispetto a quello del 2011, 8 imprese su 10 hanno denunciato una flessione del fatturato registrando un saldo pari a –76,5% in forte flessione rispetto al –59,3% del 2011.

In questo scenario appare, dunque, ancora più importante il focus sulla corruzione, alla luce del fatto che la provincia di Cosenza è da sempre considerata il “salotto” buono della Calabria e quella che, dal punto di vista economico, imprenditoriale e politico, ha forse il peso maggiore in regione. Non a caso gli stessi analisti di Demoskopika scrivono che i risultati, considerata la rappresentatività della provincia di Cosenza in termini demografici sociologici e territoriali, possono essere indicativi del fenomeno della corruzione per l’intera regione.

Percezione generale del fenomeno.

Il fenomeno è considerato come «uno dei principali problemi nel nostro Paese» dall’89,7% del campione degli imprenditori della provincia di Cosenza, mentre solo il 9,5% è in disaccordo. Per l’insieme delle istituzioni (media dei quattro livelli, locale, regionale, nazionale ed europeo) si evidenzia che un’elevata percentuale di imprenditori della provincia (81,4%) ritiene siano pervase dalla corruzione. L’86,9% del campione ritiene che ci sia corruzione nelle istituzioni regionali, l’83,2% in quelle locali e l’88,4% risponde che c’è corruzione nelle istituzioni nazionali. Non manca l’autocritica: il 58% degli imprenditori (somma della modalità “sono d’accordo” e “completamente d’accordo”) esprime la convinzione che il fenomeno sia una prassi comune della gestione aziendale. Il sentiment è maggiormente avvertito dalle imprese che operano nei servizi (65,4%) e nel settore delle costruzioni (64,9%); in misura minore tra gli imprenditori agricoli (51,4%) e dell’industria (51,4%).

A chiudere il paragrafo una domanda sui recenti cambiamenti del fenomeno, con la richiesta agli intervistati se il livello di corruzione è aumentato, diminuito o rimasto uguale. Il 36,6% ritiene che il fenomeno sia aumentato molto negli ultimi tre anni. Se si aggiunge il 17,4% di quanti ritengono che sia aumentato in modo lieve (poco), si arriva ad una percentuale del 54,4%. Il 41% è dell’avviso che sia rimasto costante mentre solo 1,5% afferma che «non c’è corruzione».

I motivi e la lotta alla corruzione.

La responsabilità del dilagare del fenomeno è attribuita principalmente alla politica, a causa dei suoi stretti legami con il mondo degli affari: un imprenditore su due è convinto che questo rapporto contribuisca ad alimentare la corruzione nella società e nel proprio contesto. Poco meno del 50% pensa che i politici non stiano facendo abbastanza per combattere la corruzione nel loro paese e un quinto degli intervistati denuncia la mancanza di trasparenza nel modo in cui viene speso il denaro pubblico. Minori le percentuali di quanti individuano quale causa scatenante del fenomeno la clemenza e la poca severità nelle pene inflitte nei confronti dei soggetti che compiono reati legati alla corruzione (12,6%) o la non efficace applicazione della legge da parte delle autorità preposte (10,1%) o ancora l’attribuzione di incarichi nella pubblica amministrazione non basati su criteri di merito (10,8%).

Per gli intervistati i governi non fanno abbastanza, se è vero che oltre il 70%  valuta come inefficace il loro operato nella lotta alla corruzione. Solo il 9% giudica come positive le azioni messe in campo dalle istituzioni governative mentre per il 16,2% non producono alcun effetto (né efficaci né inefficaci).

I settori di diffusione.

I settori maggiormente colpiti sono quello politico e la pubblica amministrazione. Rispettivamente il 92,8% e l’82,5% degli imprenditori intervistati li ritiene “abbastanza” e/o “molto” affetti da corruzione. Minore e al di sotto dell’indice medio di corruzione che riguarda l’intera società (65,7%) troviamo il settore privato e il mondo degli affari (63,4%), seguiti dalla società civile con il 47,7%. Non immune, infine, la magistratura giudicata corrotta da una quota rilevante degli intervistati (42,3%).

L’80% degli intervistati è convinto che la prassi di chiedere o accettare tangenti da parte dei funzionari pubblici sia “abbastanza/molto” diffusa. Il picco si registra tra le imprese dei servizi con l’86,2%, seguito dall’agricoltura (79,4%) e dal commercio (79,3%).

Tangenti e pulizia.

La maggioranza degli imprenditori (56,2%) ritiene che la corruzione e l’abuso di posizioni di potere per scopi personali siano più diffusi tra i politici nazionali,  regionali e locali e tra funzionari che gestiscono gli appalti pubblici (55,9%). Seguono a distanza nella graduatoria delle categorie più corrotte, i funzionari pubblici che rilasciano i permessi a costruire e, in generale, le autorizzazioni per lo svolgimento di attività di servizi e commerciali (17%) e le persone che lavorano nella sanità (12,9%).

Per circa la metà del campione intervistato (47%) vi è la quasi certezza, pagando una tangente, di poter ottenere facilmente il servizio richiesto o vedere risolto il proprio problema. Un terzo è del parere opposto, diffidando e non credendo nell’efficacia di tale pratica (è “estremamente incerto” il 10,1% e “incerto” il 23,5%) mentre il 20% “non sa o preferisce non rispondere”.

E’ stato inoltre chiesto al panel di intervistati se sarebbero disposti a pagare di più a una società che è pulita e libera dalla corruzione. Circa due terzi di coloro che hanno aderito all’indagine hanno risposto positivamente, lanciando un messaggio chiaro a quanti corrompono: essere puliti paga. Dunque le imprese pulite non soltanto creano condizioni di parità di concorrenza ma sostengono la crescita e la produttività nel lungo periodo.

Risultano maggiormente disponibili a pagare un prezzo superiore per acquistare prodotti di società trasparenti e responsabili, gli imprenditori del settore industriale (74,3%). A seguire troviamo le imprese commerciali (67,7%), quindi i servizi (63,4%) e quelle edili (63%). Minore la quota degli imprenditori agricoli disposta a pagare un prezzo più alto da imprese non corrotte (58,8%).

r.galullo@ilsole24ore.com

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2013/10/analisi-bcc-mediocrati-la-corruzione-zavorra-leconomia-in-calabria-ma-essere-puliti-paga.html
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« Risposta #63 inserito:: Febbraio 24, 2014, 06:54:38 pm »

24 febbraio 2014 - 10:25

Nicola Gratteri, amico dei potenti a sua insaputa: il contrario della sua straordinaria vita umana e professionale

Sarebbe bello se i giornalisti facessero solo i giornalisti.

Sarebbe bello se i magistrati sentissero il bisogno di non "cadere" in politica.

Sarebbe bello se i politici conoscessero la Costituzione scritta e quella materiale.

Sarebbe ancora più bello se i magistrati guardassero al proprio interno prima di parlare e agire.

SAREBBE BELLO SE…

Nel primo caso un’orda più o meno variegata e altamente (in)attendibile di colleghi (siamo purtroppo tutti iscritti nello stesso Albo) avrebbe evitato di spingere con un improvviso moto perpetuo Nicola Gratteri, straordinario pm antimafia della Procura di Reggio Calabria verso il più alto scranno della Giustizia. Questi colleghi dimenticano una regola aurea che i miei cattivi maestri (si impara più da loro che da quelli buoni) mi hanno insegnato: il giornalismo, come la magistratura e la Chiesa sono mestieri di “non ritorno”. Non si possono, neanche temporaneamente, abbandonare o tradire – sempre che tu li viva come una prima pelle e non come un taxi – e quando questo accade non sei più credibile. Né per quanto hai fatto prima né per quanto farai dopo. Il giornalismo, la magistratura, sono arti e funzioni sacre e spesso svillaneggiate. Basta. Già è altro il prezzo che si paga così.

Inoltre (sia ben chiaro: per come intendo io la professione, senza alcuna pretesa di aver ragione) non è compito di un Giornalista sponsorizzare in questi modi pacchiani e vistosi un magistrato.

SAREBBE BELLO SE…

Nel secondo caso, i magistrati non sentirebbero il richiamo della politica che ama utilizzare a fini propri le straordinarie virtù altrui e la politica starebbe lontana dalla magistratura, evitando così anche i più lontani rischi di contaminazioni virali. Un giudice “ragazzino” (come venne sprezzantemente definito) come Rosario Livatino, trucidato da Cosa nostra e la cui morte tracciò per sempre la mia crescita morale e professionale, più volte nei suoi scritti denunciò la deriva della magistratura e gridò (inascoltato) al suo mondo di tenere lontane e distinte, per sempre, le due cose.

SAREBBE BELLO SE…

Nel terzo caso i politici eviterebbero di fare belle figure davanti al popolo eccitato dall’idea di un pm come Gratteri candidato al ministero ed eviterebbero di incorrere (quanto volontariamente? Tanto non costa nulla dire: non è stata colpa nostra se non è diventato ministro) in figuracce come quelle vissute con il Capo dello Stato che ha impedito quella nomina. L’ha impedita con ragioni formali facendo la gioia della magistratura.

SAREBBE BELLO SE…

E qui veniamo al quarto ed ultimo “quanto sarebbe bello se…”. Già perché, come solarmente si è avuta riprova con la presa di posizione dei vertici dell’Anm, i primi a non volere Gratteri ministro erano proprio i suoi colleghi. Perché?

Beh, qui il popolo non ha bisogno di essere istruito. Può arrivarci da solo.

Io mi limito solo a dire a Nicola Gratteri, che mi onoro di conoscere da una vita ma nei confronti del quale non uso la parola “amico”, che sono felice che sia rimasto a Reggio Calabria a combattere (spesso in solitudine) le sue battaglie contro la ‘ndrangheta. Quella “visibile”, unitaria e verticistica e quella “invisibile” che ne cura la regia. Io – e lui lo sa – sarò sempre al suo fianco e per dimostrarlo ho un solo modo: scrivere e diffondere ciò che fa (come ho recentemente fatto con l’operazione “New Bridge” che lo ha visto protagonista). Libero di criticarlo quando lo riterrò opportuno, così come sono libero di esprimere la mio opinione sul suo mancato arrivo alla Giustizia...

Nei suoi confronti non uso la parola “amico” - come hanno fatto in questi giorni decine e decine di persone che gli hanno tirato la giacca prima e dopo la sua mancata nomina – per un banalissimo motivo: se mi dichiarassi pubblicamente amico di un qualunque magistrato verrei meno alla mia funzione primaria: essere super partes. Un giornalista non può e non deve essere nell’espletamento della sua (sacra) funzione amico di nessuno. Né dei magistrati, né degli investigatori, né di qualunque altra fonte: dagli avvocati ai pentiti, dai funzionari agli uscieri per finire con i politici. Io, l’ho scritto più volte su questo blog, non sono amico di nessuno e di nessuno voglio esserlo.

Allo stesso modo un magistrato (idem il giornalista) non può e non deve frequentare politici nell’espletamento delle sue funzioni. Altrimenti può capitare che – a sua insaputa – ne diventi amico. E le amicizie false, si sa, tradiscono. Lo insegna anche la storia di Livatino.

Gratteri ha una dote straordinaria in più rispetto a molti suoi colleghi: non frequenta politici (anche l’incarico che ricevette dal precedente Governo Letta gli fu preannunciato via cavo nella trasmissione di Fabio Fazio e ha dovuto penare non poco, lui come il suo meraviglioso collega Raffaele Cantone, per spingere il suo pacchetto di riforme sulla Giustizia che ora giace e continuerà a giacere nei cassetti di Palazzo Chigi) e non frequenta salotti. Neanche quelli – molti influenti e potenti – della sua categoria. Neanche quelli (a Reggio e Roma grandiosi) della massoneria. Insomma: la sua vita riservata e blindata cozzava e cozza con la platealità delle carovane di falsi amici pronti a spingerlo verso il carro ministeriale.

Buon lavoro a Reggio Calabria dott. Gratteri. Le voglio bene.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/02/nicola-gratteri-amico-dei-potenti-a-sua-insaputa-il-contrario-della-sua-straordinaria-vita-umana-e-professionale.html
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« Risposta #64 inserito:: Marzo 17, 2014, 12:08:28 pm »

17 marzo 2014 - 9:13

Dda Milano/1 Bruti Liberati e Boccassini alla Commissione parlamentare antimafia: «Ecco a voi il capitale sociale delle mafie»


Il 16 dicembre 2013 il capo della Procura di Milano Edmondo Bruti Liberati, il procuratore aggiunto Ilda Boccassini e il pm Alessandra Dolci, che cura il vitale settore delle misure di prevenzione, sono stati auditi dalla Commissione parlamentare antimafia in trasferta in quel che resta della capitale morale del Bel Paese.

Solo ora ho modo – in una congerie di episodi che si accavallano e che meritano tutti di essere affrontati – di analizzare con voi alcun passaggi delle 17 pagine di relazione firmata e consegnata da Bruti Liberati e Boccassini alla Commissione.

A pagina 4, nel paragrafo 6, i due magistrati descrivono la “Ndrangheta in Lombardia”.

Le loro riflessioni appaiono pacate e sorprendenti. Piacevolmente sorprendenti, intendo dire, perché alcuni eccessi auto elogiativi, colti nel passato, mi sembrano messi alle spalle e una lettura più aderente alla realtà si fa avanti.

Sia ben chiaro. Sono mie sensazioni, fallibili per definizione.

Ho intercalato, nei passaggi della bella relazione che ho ritenuto degni di maggiore attenzione, una parola secca ma poi, su alcune parti, ho fatto qualche riflessione in più.

L’EVOLUZIONE
Ebbene, è lo stesso “attacco” della relazione (come si direbbe in gergo giornalistico, che chiamerò incipit affinché nessuno equivochi) che mi ha sorpreso. «In primo luogo può dirsi ormai attestato che la ‘ndrangheta non è costituita da un insieme di ‘ndrine tra loro scollegate e scoordinate ma nemmeno da una “macro organizzazione”, cioè con un unico organismo dotato di unità di scopo». Sottoscrivibile.

«Tale visione ne sopravvaluterebbe la coesione e la coerenza interna – prosegue la relazione – si tratta piuttosto di un sistema di regole che crea vincoli tra gli aderenti e opportunità d’azione per gli stessi, di una configurazione reticolare, strumentale al perseguimento di differenti interessi individuali, con forme di forte solidarietà collettività e di stringente cooperazione». Condivisibile.



«Tra gli aderenti vi sono spesso forme di competizione, che però non portano al dissolversi dell’organizzazione – si legge ancora nella relazione – sia per la presenza di forme di cooperazione sia perché gli scopi sono spesso interdipendenti e tutti i partecipi hanno interesse a che l’organizzazione sopravviva, il che costituisce la pre-condizione perché i traffici illeciti possano continuare a prosperare». Storico.

 

L’ANARCHIA ORGANIZZATA
«Si è in proposito parlato, con espressione sintetica – si può ancora leggere nella relazione – di “anarchia organizzata”, di organizzazione unitaria su base federale, costituita da più “locali” secondo un modello di organizzazione-rete, non di carattere gerarchico verticistico dove il rimando alla ‘ndrangheta e alle sue tradizioni serve, all’interno, per garantire lealtà tra i membri e adesione agli scopi e, all’esterno, per sorreggere l’efficacia del metodo intimidatorio». Sempreverde.

«Ovviamente tale flessibilità garantisce maggiore capacità di diffusione in territori non tradizionali – continua la relazione – il che è tipico della ‘ndrangheta, dotata di moduli organizzativi più adattabili, di una struttura meno centralizzata e verticistica». Distensivo.

«Tali osservazioni conducono ad affermare che le singole “famiglie” non possono essere viste come monadi separate e autonome – si leggere sempre nella relazione – ma come fenomeno criminale unitario». Infinito.

IL CAPITALE SOCIALE
Dopo questa lunga e condivisibile disamina (sugli ultimi passaggi colgo qualche conciliazione concettuale tra posizioni e qualche cedimento interpretativo rispetto al recente passato ma di sicuro sbaglio) la relazione firmata da Bruti Liberati e Boccassini entra in quello che a mio modestissimo avviso è il volto della mafia 2.0. Quello che va “sfigurato”, attaccato, distrutto, quello di cui – secondo il giudizio di questo umile e umido blog – fanno parte quei profili che non rappresentano più un qualcosa di “avulso” rispetto alla mafia, ma ne costituiscono il collante, il cemento, il motore, l’unità di intenti.

«L’analisi delle relazioni esterne del sodalizio mafioso – scrivono il procuratore capo e l’aggiunto – ha condotto all’elaborazione del concetto di “capitale sociale” mafioso, quel bagaglio di relazioni che il mafioso intrattiene con il mondo politico, imprenditoriale, giudiziario, delle libere professioni». Timido.Timi

Spendo qualche parola in più, rispetto a quel semplice aggettivo, “do”.





Il “capitale sociale” della mafie è, a mio giudizio, molto ma molto più ampio e abbraccia servizi segreti, finanza, Chiesa, massoneria e mondo dell’informazione. Ma il “capitale sociale” – mi spingo oltre, visto che l’analisi giornalistica con la conseguente libertà di giudizio non coincidono spesso con le “istantanee” giudiziarie, con la clessidra dei processi e con i tempi della Giustizia – è destinato ad essere “concretamente” esso stesso mafia: non più un concorso esterno ma un concorso interno, intestino, intraneo allo stesso sistema criminale soavemente tratteggiato (senza successo e sbocco processuale con piena onestà intellettuale) quasi 20 anni fa dal pm palermitano Roberto Scarpinato.

«Il precipitato giuridico del tema delle relazioni esterne è quello del concorso esterno e di condotte in qualche modo “favoreggiatrici” e di contiguità – si legge ancora nella relazione – spesso affrontate dalla Dda di Milano con lo strumento delle misure di prevenzione che hanno consentito di accertare il collegamento della ‘ndrangheta con la cosiddetta società civile…La ‘ndrangheta è una realtà polivalente: organizzazione criminale violenta, impresa economica, apparato simbolico e struttura di potere in rapporto con il mondo istituzionale e con la società civile. Quest’ultimo aspetto ne costituisce uno dei tratti distintivi: l’associazione mafiosa si distingue dalla associazione per delinquere semplice, per la capacità di intrattenere rapporti con il mondo istituzionale, condizionandolo ai propri fini, intessendo alleanze.

Il dato organizzativo e il profilo del capitale sociale sono due temi connessi: descrivere la ‘ndrangheta come un universo frammentato tra molte famiglie, in cui l’unico legame è quello familiare, trascurando invece il dato organizzativo unitario, significa privilegiare un aspetto culturale, quasi esclusivamente regionale della ‘ndrangheta, inidoneo a valorizzare i rapporti tra la ‘ndrangheta e alcuni esponenti della società civile». Si può fare di più.

Mi spiego meglio anche in questo caso. La Giustizia deve restare ancorata alle prove e alle evidenze nonché alle risposte processuali fino a passaggio in giudicato, che cristallizzano una realtà e dunque, come sempre, con il massimo rispetto scrivo che l’analisi giornalistica degna di questo nome può e deve andare oltre. Ecco, dunque, spiegato quel “si può fare di più”. Non è un mancato ringraziamento ma è al, contrario un sentito grazie ma, al contempo, una spinta ad “attaccare”, tirando fili investigativi magari sopiti o involontariamente tralasciati, quei sistemi criminali, quella mafia 2.0 che, a giudizio sindacabile di chi scrive, non è in “rapporti” ma è “sinergico” alle cosche e ai clan, vere e proprie agenzie di servizio.

A meno che al termine “rapporto” non si voglia attribuire il significato matematico che, fra due grandezze, corrisponde al risultato della loro divisione esatta, vale a dire senza resto. Che poi, guarda caso, coincide con la “sinergia”, che nulla è se non l’integrazione di più elementi che perseguono un fine comune, allo scopo di ottenere un effetto complessivo più soddisfacente di quello che otterrebbero separatamente.

Da una parte dunque, la mafia “relazionale”, dall’altra la mafia delle “relazioni”, chiuse in una sola definizione: mafia 2.0, già forse vecchia per il mondo che verrà.

Seguitemi anche domani. Metterò in linea altre analisi di questa interessantissima relazione dei vertici della Procura di Milano

r.galullo@ilsole24ore.com

1 - to be continued

DA - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/03/dda-milano1-bruti-liberati-e-boccassini-alla-commissione-parlamentare-antimafia-ecco-a-voi-il-capita.html
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« Risposta #65 inserito:: Novembre 09, 2014, 11:23:05 am »

5 novembre 2014 - 10:00

Trattativa Stato-mafia/1 Il pentito Francesco Di Carlo da latitante incontrava i vertici dei servizi segreti e uomini della P2

Tra i testimoni che il pool palermitano (Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia) hanno chiamato nel processo penale sulla trattativa tra Stato e mafia c’è anche Francesco Di Carlo.

Costui, nell’ambito della famiglia mafiosa di Altofonte, è stato consigliere, sottocapo e anche capo famiglia. Due zii, due fratelli, un fratello e un cognato della mamma erano Cosa nostra. Insomma, una famiglia rodata. Poi, nel 1978 si è dimesso, senza perdere i contatti con i capimafia. Anzi. Si è dimesso per come andavano le cose ad Altofonte nella sua famiglia e perché, senza essere avvisato, avevano ucciso l’ex rappresentante di

Altofonte, che poi era diventato un soldato semplice, Salvatore La Barbera, ucciso nell’agosto ’78.

Di Carlo, dall’accusa, viene chiamato a riferire non solo della sua appartenenza alla mafia siciliana ma anche dei rapporti intrattenuti con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, di quanto a sua conoscenza sui rapporti tra l’imputato Antonio Subranni, i cugini Nino e Ignazio Salvo e l’onorevole Salvo Lima; sui suoi rapporti con Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri anche con riferimento ad investimenti operati da Cosa nostra in attività imprenditoriali riconducibili a Silvio Berlusconi.

Tutte cose (e molte altre ancora) delle quali riferirà nelle udienze del 30 gennaio, del 27 febbraio e del 6 marzo. Tutte cose delle quali ci occuperemo in una serie di servizi che ho deciso di dedicare alla sua lunghissima deposizione.

Prima, però, andremo a leggere insieme altre rivelazioni che costui ha fatto.

Non sta a me giudicare dell’attendibilità delle cose dichiarate da questo mafioso, diventato nel ’96 testimone di giustizia. Le prove si formano in un’aula di Tribunale e dunque la sua è una versione che dovrà reggere e affrontare ogni grado di giudizio ma quel che racconta è da brivido.

E’ da brivido una cosa fondamentale, che rappresenta il filo rosso (o nero) che lega tutta la sua deposizione: la familiarità che conclama con gli apparati dello Stato, quegli apparati dei quali avrebbe dovuto essere nemico e antagonista sociale e che invece, nei suoi racconti, quasi sempre dettagliati e raccontati parzialmente anche in altre occasioni processuali, diventano talvolta amici in affari.


LE RADICI LONTANE
Una familiarità tale che, ad un certo punto, ad una domanda del pm Nino Di Matteo risponde così: «una volta, non so chi è stato, mi ha chiesto, dice, in Cassazione come aggiustavate i processi? Io ho risposto: ma perché, quando arrivavano in Cassazione i processi di Cosa Nostra? Ma nemmeno in Appello. Questa era la realtà di quel periodo. Non di quel periodo, di una vita, almeno, da anni 60 in poi».

Di questa familiarità, per come lui stesso la descrive come testimone diretto, vi racconterò per come emerge da quelle tre udienze. Ne scrivo perché, se troverà continuità nelle altre deposizioni e nelle prove, testimonierebbe inequivocabilmente che le radici della trattativa affondano in tempi remoti, in periodi in cui la contiguità tra Stato deviato e Cosa nostra era già nei fatti, indipendentemente dagli attori. Nulla di nuovo sotto il sole, del resto. Attendiamo da sempre di sapere chi organizzò la strage di Portella della Ginestra o chi decise di uccidere il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (solo per citare due casi).

VITO MICELI
Una familiarità che lo farà entrare in contatto con Vito Miceli, generale, direttore del Sid (Servizio informazioni della Difesa) dal 18 ottobre 1970 al 30 luglio 1974 e poi parlamentare del Msi dal 1978 al 1987, morto il 1° dicembre 1990. Iscritto alla P2 di Licio Gelli e coinvolto in una grave vicenda giudiziaria (il tentato golpe Borghese del ’70) ne uscì assolto con formula piena. Per sua stessa ammissione, Di Carlo conosce Miceli alla fine degli anni Sessanta.

Ma non ne è amico e con una testardaggine che se sarà apprezzata non sta a me dirlo, riferirà a Di Matteo: «Mi scusi che faccio una differenza, frequentare quando uno si frequenta, ma conoscenza che due – tre volte, per occasioni che dovevano parlare gente di Cosa Nostra o, che ne so, per una cosa che dovevano sbrigare, l’accompagnavo o meno, non è una frequentazione, perché la frequentazione la interpreto come amicizia. Non si può chiamare amicizia, però una buona conoscenza perché… ».

GIUSEPPE SANTOVITO
Perché l’amicizia è una cosa seria e allora Di Carlo, sempre nell’udienza del 30 gennaio, dice di riservarla a Giuseppe Santovito, generale dell’Esercito anch’esso e capo del Sismi (il servizio di informazione militare) dal ’78 all’81, morto il 6 febbraio 1984. Anch’ egli risultava iscritto alla P2 ma da quello scandalo uscì con tutta la forza che aveva, smentendo ogni coinvolgimento.

Con Santovito c’è amicizia, «perché se io andavo a Roma lo incontravo, è capitato due – tre volte di andare a pranzo insieme, è capitato in una riunione che si è fatta nel 1980 mi sembra, sì, prima che si scoprisse la lista della P2 e cose, perché è stato nell’81 che si è scoperta la lista, la famosa lista della P2, perciò è stato prima, è stato nell’80, a fine 80, che c’è stata una riunione e io ero nell’ufficio di Lima a Roma intendo. Con Nino Salvo, io ero latitante, con Nino Salvo siamo andati a questa…E ci siamo frequentati. Ma anche con Santovito ci siamo frequentati a Palermo, mi veniva a trovare al castello. A Palermo siamo stati anche in una festa… ».


Tutti insieme appassionatamente: Cosa nostra e servitori dello Stato.

E su quella riunione dell’80 nel Lazio, quando lui era latitante, torna nell’udienza del 27 febbraio, quando specifica che «la riunione è stata in una villa vicino Latina, la montagna, c’è una montagna. Circeo, mi sembra così si chiamava. E c’era una grande villa che poi ho capito che questa villa era di proprietà di un petroliere, uno che commerciava con il petrolio, Ortolani, non mi ricordo più, Umberto Ortolani. Ma c’erano tante persone, io ho accompagnato a Lima e a Nino Salvo. Lima no, mi sembra che Lima non c’era, Nino Salvo, con Nino Salvo sono andato, e là c’era l’Avvocato Guarrasi, che hanno parlato, che erano tutti iscritti alla P2, per quello che ho capito. Ma c’eravamo tanta gente che aspettavamo anche fuori, di cui io ho conosciuto varie persone. In questa riunione ho conosciuto pure chi accompagnava Santovito, che era ai tempi, questo che lo accompagnava, era un… o era maggiore o era capitano dell’Esercito pure, come Santovito. E ci siamo messi poi a parlare anche noi, loro hanno avuto questa riunione, si parlava di quello che avevano intenzione di fare. Di quello che ho capito io, volevano ripetere quello che non si era fatto nel 1970, che non aveva potuto fare il Principe Borghese e altra gente».

MARIO FERRARO E L’ALLEGRA LATITANZA
Chi accompagnava in quella riunione Santovito era, secondo la ricostruzione di Di Carlo, Mario Ferraro, anch’egli dei servizi. Fu trovato morto il 16 luglio 1995 a casa sua, a Roma, impiccato con la corda dell’accappatoio al portasciugamani del bagno. L’inchiesta sulla sua morte fu archiviata dalla procura di Roma.

Ma torniamo al punto: Di Carlo era latitante. E, la domanda sorge spontanea, poteva il capo del Sismi Santovito incontrarsi deliberatamente con un latitante senza sapere della sua condizione? La domanda gliela pone anche Di Matteo e Di Carlo risponde così: «E con Santovito posso dire che eravamo… Frequentare, amici, perché poi quando sono stato latitante a Roma ci siamo visti, mi ha detto che se avevo bisogno di qualcosa, tutto quello che abbiamo bisogno, abbiamo  continuato». Di Matteo incalza: «Era consapevole, quando vi incontravate a Roma e lei era latitante, del suo stato di latitanza?». Disarmante Di Carlo: «Ma certo». Di Matteo vuol vederci chiaro fino in fondo ed essere certo delle risposte: «In quel periodo, però mi segua con le domande e se è possibile dia risposte precise, in quel periodo il Colonnello Santovito era in forza a qualche servizio segreto o ancora nell’esercito? Per quella che è la sua conoscenza, poi… ». Di Carlo risponde: «Dal 78, ma prima che andava a fare il direttore del Sismi, mi sembra che si chiamasse Sismi ai tempi, nel ‘78 già sapevo che doveva andare là a dirigere, perché prima era a Palermo e poi se ne è andato a Roma». E Di Matteo: «Quindi quando vi incontravate a Roma e lei era latitante, il Colonnello Santovito che cosa faceva?». Di Carlo ribadisce: «Era il direttore del Sismi».

Per ora mi fermo qui ma domani, solo domani, vi racconterò perché Di Carlo ha deciso solo adesso di raccontare molto, ma molto più di quanto finora ha raccontato nelle aule giudiziarie e nei suoi libri (uno è imminente).

r.galullo@ilsole24ore.com


1 – to be continued
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Da - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/11/05/trattativa-stato-mafia1-il-pentito-francesco-di-carlo-da-latitante-incontrava-i-vertici-dei-servizi-segreti-e-uomini-della-p2/
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« Risposta #66 inserito:: Novembre 09, 2014, 11:24:26 am »

6 novembre 2014 - 08:25

Trattativa Stato-mafia/2
Il pentito Francesco Di Carlo: «Parlo ora perché a Palermo e Caltanissetta avete riaperto tutto»

Tra i testimoni che il pool palermitano (Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia) hanno chiamato nel processo penale sulla trattativa tra Stato e mafia c’è anche Francesco Di Carlo.

Della sua deposizione, dal 30 gennaio 2014, ho cominciato da ieri a scrivere su questo umile e umido blog. Per la prima puntata, vale a dire quella della enorme familiarità di Di Carlo con i vertici dei servizi segreti con i quali si incontrava anche da latitante, rimando al post di ieri (si veda link a fondo pagina).

Di Carlo, dall’accusa, viene chiamato a riferire non solo della sua appartenenza alla mafia siciliana ma anche dei rapporti intrattenuti con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, di quanto a sua conoscenza sui rapporti tra l’imputato Antonio Subranni, i cugini Nino e Ignazio Salvo e l’onorevole Salvo Lima; sui suoi rapporti con Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri anche con riferimento ad investimenti operati da Cosa nostra in attività imprenditoriali riconducibili a Silvio Berlusconi.

Tutte cose (e molte altre ancora) delle quali riferirà nelle udienze del 30 gennaio, del 27 febbraio e del 6 marzo.

Oggi, come avevo promesso, vi spiego perché Di Carlo ha deciso di vuotare il sacco (Tutto? In maniera convincente? Non sta a me dirlo).

Lo spiega nella deposizione del 27 febbraio: «Dottore Di Matteo, non sono uno stupido, so guardare, mi so guardare pure la pelle, ci sono andato con i piedi di piombo. Adesso avete riaperto tutto… Sia a Caltanissetta, sia a Palermo, mi sembra che i tempi sono cambiati, ho visto pure…Perché io leggo, seguo, seguo la politica, seguo tutto. Visto che cominciate a volere mettere ogni cosa al suo posto, allora sono venuti i tempi, quello che so io lo dico… No, no, io tutto mi ricordo per fortuna, perché ho usato sempre il cervello e usandolo uno si ricorda sempre. Non è omissione perché non volevo omettere, un giorno lo dovevo dire. C’è stata l’occasione adesso, perché se uno lo diceva ai tempi, si chiudeva a quei tempi. Adesso sono qua per dire qualsiasi cosa che è la realtà, i fatti».

L’AEREO DI FALCONE
E torna ancora a battere sul ruolo dei servizi segreti deviati quando afferma: «Conoscendo tutti questi fatti e vedo poi come succede il fatto con il dottore Falcone, che con l’aereo dei servizi segreti, l’aereo di Stato, sapendo come pure avviene, perché giorni prima si deve dare il piano di volo, che cosa devono fare il giorno prima, che se lui deve tornare a Palermo e cose. Non può saperlo quei ragazzi che erano appostati a Capaci, devono saperlo prima».

Domani torno a raccontare della familiarità con i servitori dello Stato, così come viene raccontata da Di Carlo. Ripartiamo da quell’Antonio Subranni che è tra gli imputati del processo sulla trattativa.

r.galullo@ilsole24ore.com

2 – to be continued
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Da - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2014/11/06/trattativa-stato-mafia2-il-pentito-francesco-di-carlo-parlo-ora-perche-a-palermo-e-caltanissetta-avete-riaperto-tutto/
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« Risposta #67 inserito:: Ottobre 27, 2015, 04:27:00 pm »

27 ottobre 2015 - 08:54
Operazione Dama Nera: quando in alcuni uffici Anas il senso di impunità supera la fantasia (e diventa realtà)

Cari lettori, come sapete da venerdì scorso ho (ri)cominciato ad occuparmi di San Marino e del parallelismo con l’Italia essendo (da sempre) questo potentissimo (sul fronte tributario, finanziario e creditizio) Stato-condominio un’immagine riflessa dell’Italia. Lo faccio dopo che l’ennesima indagine sul Titano ha portato in carcere l’ennesimo potente locale e ha scoperchiato un verminaio di vasta portata.

Su questo umile e umido blog ieri ho analizzato la parte in cui, secondo la pubblica accusa sammarinese, negli anni e fino al momento in cui l’indagine ha portato all’arresto di un noto politico del Titano, una (presunta) associazione a delinquere ha svuotato lo Stato dall’interno piegando ampi strati di politica, imprenditoria, economia, professionisti e finanza ai propri interessi. Lo faceva, sempre secondo l’accusa, con un senso di impunità assoluto. Anzi: con reiterati tentativi di restaurazione di un disegno criminoso che sembrava fare anche a meno proprio dell’idea di colpevolezza.

E in Italia?
Beh, poche ore dopo l’indagine sammarinese, con l’operazione “Dama Nera” la Procura di Roma (che ha delegato l’indagine al gruppo Pt del Gico della Gdf di Roma agli ordini del colonnello Gerardo Mastrodomenico) portava alla luce una matassa di interessi pubblici piegati a fini privati. Anche qui con un assoluto (e apparente) senso di impunità.

Secondo l’ipotesi accusatoria una serie di dirigenti e funzionari dell’Anas (ergo statali) «si associavano tra loro, al fine di commettere più delitti di corruzione, tutti finalizzati a conseguire indebite utilità facendo mercimonio della loro funzione ed operando a vantaggio preponderante o esclusivo di terzi, imprenditori e privati e di se medesimi anziché dell’ente di appartenenza e, in definitiva dello Stato, realizzando: a) sistematiche condotte di asservimento della funzione svolta all’interno dell’Anas alle ragioni di terzi disposti a riconoscere loro denaro ed altre utilità; b) reiterati episodi di corruzione per specifici atti contrari, reciprocamente cooperando ciascuno per quanto di propria competenza, per ottenere profitti illeciti, determinati nel loro ammontare da una dirigente e dalla stessa gestiti, riscossi in contanti direttamente dai sodali e ripartiti proporzionalmente alle responsabilità assunte nella gestione dei singoli procedimenti amministrativi, concertando comuni iniziative di autoprotezione».

Ebbene a pagina 7 del provvedimento firmato il 10 ottobre dal Gip Giulia Proto, si legge che «grazie ad un serrato controllo sugli indagati è emerso – all’interno degli uffici Anas citati – un vero e proprio sistema corruttivo che…non è episodici e/o occasionale dal momento che tiene impegnata la dirigente per buona parte del suo tempo, coadiuvata dal suoi sodali; infatti nel corso di questi mesi di attività tecnica si è assistito ad una frenetica quanta continua operatività degli indagati per niente irretiti neanche a seguito di un controllo su strada (del 12 maggio 2015) da parte dei militari della Gdf, i quali fermavano il funzionario trovato in possesso di una provvista corruttiva pari ad € 25.000 euro in contanti già suddivisi in tre buste, pronti per la spartizione tra i corrotti. Le condotte poste in essere dagli indagati in maniera continua per l’intero periodo del monitoraggio (ancora in corso al momento della redazione della presente ordinanza) consentono di ritenere dimostrata l’esistenza di un ben consolidato sistema… alla continua ricerca/ individuazione di nuovi “clienti” per lo scambio di “favori” nell’ambito di una procedura amministrativa che di pubblico non ha più nulla in quanto gestita “privatamente” non certo per l’interesse dell’ente bensì per gli interessi personali degli accoliti».

Non so a voi ma a me quell’inciso «per niente irretiti neanche a seguito di un controllo» ha fatto venire i brividi perché è la testimonianza plastica (pur sempre in attesa del giudizio finale in un aula di Tribunale) che oggi l’Italia è una Repubblica fondata sulla corruzione e sul senso di impunità.

Mi fermo qui e domani riattacchiamo con un altro parallelismo tra San Marino e Italia.

r.galullo@ilsole24ore.com

3 – to be continued (per le precedenti puntate si vedano http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/10/23/indagini-per-riciclaggio-e-associazione-per-delinquere-e-san-marino-ma-sembra-litalia-o-se-preferite-il-contrario/ e

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/10/26/san-marino-svuotata-dallinterno-istituzioni-e-politica-piegate-a-interessi-privati-proprio-come-in-italia/)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/10/27/operazione-dama-nera-quando-in-alcuni-uffici-anas-il-senso-di-impunita-supera-la-fantasia-e-diventa-realta/
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« Risposta #68 inserito:: Maggio 26, 2016, 10:16:23 am »

24 anni da Capaci: antimafia sociale a pezzi, sentenze sul ring, mafie più forti e Messina Denaro sempre libero

    23 maggio 2016 Roberto Galullo

Un anno in più. E fanno 24. Esattamente 24 anni senza il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta.

A ricordarsene, anche oggi, saranno tanti, tutti. Compresi quelli – come ha affermato nelle scorse ore il pm palermitano Nino Di Matteo – che in vita lo avversarono.

Così come è facile riempirsi la bocca di Falcone e Borsellino è altrettanto facile riempirsela con la parola antimafia. Zero fatica e grande ritorno, soprattutto d’immagine. Senza dimenticare la carriera, che lievita se dietro la scrivania ci sono le foto dei due eroi morti per la nostra democrazia, oggi avvilita. Una foto appesa, che cosa costa?

Vale allora, forse, rompere un velo di ipocrisia e dire, chiaro e tondo, che le ricorrenze di un’ora, ogni giorno, lo stesso, il 23 maggio, da 24 anni a questa parte servono, soprattutto a Palermo e sotto quella stele che ricorda la strage di Capaci, solo per le foto sui giornali dei coccodrilli di varia natura, in posa per piangere. Presunti servitori dello Stato, presunti colleghi di quei magistrati e di quegli uomini e donne delle scorte, presunti politici, presunti giornalisti, presunti amministratori, tutti appassionatamente uniti col vestito della festa e il viso contrito ad uso di flash e telecamera. Con buona pace di chi a volte organizza, con tanta sensibilità, quei momenti di ricordo e memoria che dovrebbero diventare patrimonio di un’intera nazione e invece sono ricchezze di un pugno di persone.

Un’ora di contrizione a cottimo – per lor signori in posa – e passa la paura.

Le stesse scene si ripeteranno anche quest’anno e forse – anche se ogni volta ci ritroviamo a pensare e scrivere le stesse cose – mai come quest’anno sarebbe giusto fermarsi a riflettere su un mondo che la cultura mafiosa sta permeando a propria immagine e somiglianza.

Un anno, quello che sta trascorrendo, nel quale la grandezza di uomini come Falcone e Borsellino e degli uomini e delle donne che con loro hanno combattuto in vita nel nome di principi e ideali, si scontra con la pochezza di una società sull’orlo della frantumazione sociale.

Fermiamoci, dunque, un attimo a pensare su quattro-cose-quattro semplici semplici.

Partiamo allora con quella più d’impatto mediatico e che repelle le coscienze. Il signor (si fa per dire) Matteo Messina Denaro è latitante da appena 23 anni. Un anno dopo le stragi palermitane ma in piena stagione di stragi su per la Penisola, costui, criminale della peggior risma, nemico in vita di Falcone e della Sicilia e dell’Italia onesta, ha detto bye bye alla luce del sole e ha preferito nascondersi tra le tenebre del potere occulto. Ma vi pare, ci pare possibile che possano esistere in natura 23 anni di latitanza di una simile canaglia, senza coperture devastanti da parte di quegli apparati statali deviati e massonico-mafiosi che gli permettono di continuare giorno per giorno ora per ora, secondo per secondo, di pugnalare la memoria di Falcone e offendere le nostre coscienze?

Bene (anzi, male). Questo Stato, il nostro Stato, questa classe dirigente, la nostra classe dirigente, in 23 anni non è riuscita a stanare questo rifiuto della società e, badate bene che, se anche fosse catturato oggi, il ragionamento e le riflessioni non si sposterebbero di un millimetro. La prima domanda da porsi, infatti, sarebbe: chi, ora, ha preso il posto del boss di Castelvetrano nei salotti marci e occulti di questa nazione infetta?

Andiamo avanti, con la seconda riflessione. L’antimafia sociale, quella che vive di simboli – giornalisti, professionisti, imprenditori, politici – mai come quest’anno si è disgregata e ha fatto “puf puf”. Via, dissolta, volatilizzata, liofilizzata da polemiche, sceneggiate, botte da orbi, denunce, contro denunce e, infine, indagini della magistratura. Dobbiamo aggiungere altro? Si: che l’antimafia è una cosa troppo seria (e intima) per poterla affidare a chiunque altro che non sia le nostra personale coscienza. L’antimafia quotidiana dei fatti non si delega a movimenti, associazioni, ricchi portafogli o partite Iva.

Proseguiamo con la terza riflessione. Mai come quest’anno il volto giudiziario e processuale ha fatto, fa e farà da apripista, viatico e coda di questo anniversario. Il peggio è che le vicende che escono scosse dalle aule di giustizia – da ultima quella che ha visto per la seconda volta assolti il prefetto Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu – vengono stabilmente e indegnamente utilizzate come gabbie chiuse per allestire incontri a mani nude tra fazioni contrapposte, pronte a darsele di santa ragione con un solo obiettivo: non fare prigionieri e lasciare vittime sul campo della vera antimafia. Ovviamente la vera antimafia è quella di chi rimane in piedi nella gabbia, magari pesto, sanguinolento e a sua volta moribondo ma, tant’è, il vincitore prende tutto.

E veniamo, infine, alla quarta e ultima riflessione, che, come in un cane che si morde la coda, riconduce alla canaglia Messina Denaro di cui sopra e, soprattutto, al suo mondo lercio.

Ma vi pare – amati lettori di questo umile e umido blog – che in questi lunghissimi 24 anni senza il giudice Falcone e le vittime sacrificali della strage di Capaci e di via D’Amelio, la lotta alle mafie abbia fatto concreti e tangibili passi in avanti? E vi pare, ci sembra, che in questi ultimi 12 mesi la ‘ndrangheta – che ha preso dall’anno precedente alle stragi palermitane il posto di Cosa nostra nel cuore dello Stato deviato – abbia fatto sostanziali e visibili passi indietro nella sua strategia di assalto al cuore della società, grazie a quella cupola fatta di soggetti ipocritamente definiti “concorrenti esterni”?

Riflettiamo con calma. Avremo almeno un altro anno prima di rispondere “no”. E saranno 25. E dire che c’è ancora il coraggio spudorato di dire che la mafia ha perso e lo Stato ha vinto.

r.galullo@ilsole24ore.com

da - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/05/23/24-anni-da-capaci-antimafia-sociale-a-pezzi-sentenze-sul-ring-mafie-piu-forti-e-messina-denaro-sempre-libero/
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« Risposta #69 inserito:: Luglio 18, 2016, 12:24:10 pm »

Rapimento di Aldo Moro
C’era il boss di ‘ndrangheta Antonio Nirta: parola di Ris e commissione d’inchiesta

    15 luglio 2016 Roberto Galullo Senza categoria

Il 24 marzo 2015, alla fine dell’audizione del capo della Procura di Tivoli Luigi De Ficchy, il presidente della commissione parlamentare d’indagine sul rapimento e la morte di Aldo Moro, Giuseppe Fioroni (Pd) fu risoluto: «Credo che possiamo decidere, senza andare in ufficio di presidenza, di dare delega al dottor Donadio (Gianfranco Donadio, pm consulente, ex procuratore della Direzione nazionale antimafia, ndr) di seguire anche, oltre alla vicenda di Nirta e di tutti gli altri elementi della ’ndrangheta, anche le piste, che a me colpiscono molto, di Selis e della banda della Magliana, di Cutolo e della mafia, in relazione a quanto ci ha riferito il dottor De Ficchy circa la mancata reperibilità di coloro che erano interessati per la ricerca di Moro».

E’ stato di parola e, come ha raccontato questo blog nel corso degli anni precedenti all’insediamento della Commissione parlamentare e poi seguendone espressamente il profilo dell’eventuale presenza e/o gestione del rapimento da parte delle mafie, il  22 gennaio 2015, in trasferta a Genova, una delegazione della Commissione bicamerale di inchiesta sul sequestro e la morte di Moro aveva già incontrato il generale dei Carabinieri Nicolò Bozzo (si veda http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/10/07/esclusivo-il-generale-nicolo-bozzo-riapre-il-capitolo-della-presenza-della-ndrangheta-nel-sequestro-di-aldo-moro/) .

Il 4 febbraio 2015 Donadio ha presentato una prima relazione concernente possibili adempimenti istruttori riguardanti la strage di via Fani (verosimilmente anche per questo il 22 febbraio 2015 la polizia scientifica ha effettuato nuovi rilievi con tecniche all’epoca impensabili in Via Fani, con l’auspicio di trovare novità rilevanti, espresso dal vicepresidente della Commissione Gero Grassi) e l’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, nella riunione del 18 febbraio ha incaricato Donadio di effettuare due missioni, rispettivamente, a Trieste e a Reggio Calabria, per svolgere attività ricognitiva di documentazione e di risultanze di indagini (si legga http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2015/03/04/morte-aldo-moro-riesplode-il-mistero-sulla-ndrangheta-in-via-fani-donadio-in-missione-in-calabria-i-racconti-dei-pm-marini-e-ionta/).

Il 21 gennaio di quest’anno Il Messaggero di Roma, con un articolo di Italo Carmignani, ha pubblicato una foto che risale al 16 marzo 1978. Ritrae la Fiat 130 che ospita il presidente della Dc, l’Alfa Romeo della scorta, i corpi dei carabinieri uccisi dalle Br, i curiosi e un uomo con la sigaretta, dall’aria amletica tra l’indifferente e l’interessato. Quella foto del reporter Gherardo Nucci darà ancora più sprint alla commissione parlamentare, che decise di dare un’identità a quell’uomo misterioso comparandolo con la faccia di Antonio Nirta, esponente di spicco della ‘ndrangheta.

Di Nirta questo blog ha raccontato tanto negli anni e dunque rimando ai link a fondo pagina. Riassumo però brevemente: Nirta, nato a San Luca (Rc), l’8 luglio del ’46, è il nipote del capo clan suo omonimo, morto a 96 anni nel 2015. A tirarlo in ballo per il caso Moro fu inizialmente il pentito della ‘ndrangheta Saverio Morabito, secondo cui Nirta, detto” due nasi” per la sua confidenza con la doppietta, sarebbe stato confidente del generale dei carabinieri Francesco Delfino e uno degli esecutori materiali del sequestro di Aldo Moro.
Il 21 gennaio 2016, giorno del servizio del Messaggero, la Commissione parlamentare ascolta Ansoino Andreassi, che durante le settimane del sequestro Moro, dirigeva il commissariato del quartiere Montesacro di Roma. All’inizio del giugno del 1978 fu trasferito alla Digos di Roma, dove rimase fino al gennaio 1984. Ha seguìto varie indagini, anche in contatto con organi di polizia di altri Paesi europei, relative al sequestro e all’assassinio di Aldo Moro e alla strage della sua scorta.

Ad un certo punto il presidente Fioroni gli chiede: «Ha mai inteso parlare nella sua attività di passaggi di armi tra una parte della ’ndrangheta e le Br anche prima del sequestro Moro?». E Andreassi: «Ne ho sentito parlare, ma…». Fioroni: «Non se ne è mai occupato». Chiude Andreassi: «Non me ne sono mai occupato. Nirta, ma…».

La Commissione d’inchiesta va avanti su questa pista senza tentennamenti e il 22 aprile 2016 il colonnello dei Carabinieri Leonardo Pinnelli, consulente della Commissione, deposita una nota, riservata, con allegata fotografia di Antonio Nirta risalente al 1976-1977 (poco prima del rapimento e dunque confrontabile)

Il 13 maggio 2016 il colonnello Pinnelli deposita una nota, riservata, relativa ad Antonio Nirta, con allegata documentazione fotografica.

Il 17 maggio 2016 la Commissione incarica il Reparto investigazioni scientifiche dell’Arma dei carabinieri di svolgere una comparazione sulla documentazione fotografica relativa a Antonio Nirta.

Il 24 maggio 2016 il colonnello Pinnelli trasmette una nota, riservata, con allegata documentazione fotografica relativa a Antonio Nirta, che sarà trasmessa al Reparto investigazioni scientifiche dell’Arma dei carabinieri.

Infine il 13 luglio 2016 Fioroni dirà: «Grazie alla collaborazione del Ris dell’Arma dei carabinieri, possiamo affermare con ragionevole certezza che il 16 marzo del 1978 in via Fani c’era anche l’esponente della ‘ndrangheta Antonio Nirta. Il comandante del Ris, Luigi Ripani che ringrazio per la collaborazione, ha inviato in questi giorni l’esito degli accertamenti svolti su una foto di quel giorno, ritrovata nell’archivio del quotidiano romano Il Messaggero, nella quale compariva, sul muretto di via Fani, una persona molto somigliante al boss Nirta. Comparando quella foto con una del boss, gli esperti sostengono che la statura, la comparazione dei piani dei volti e le caratteristiche singole del volto mostrano una analogia sufficiente per far dire, in termini tecnici, che c’è l’assenza di elementi di netta dissomiglianza. E’ in corso una analoga perizia sul volto di un altro personaggio legato alla malavita e che comparve tra le foto segnaletiche dei possibili terroristi il giorno dopo il 16 marzo: si tratta di Antonio De Vuono, killer spietato, morto nel 1993 in un carcere italiano. Le informazioni che abbiamo fin qui acquisito – conclude Fioroni – ci consentono di dire che la relazione di fine anno sulla nostra attività sarà di grande interesse per tutti coloro che chiedono di conoscere la verità del delitto di via Fani».
Onore al merito della perseveranza di una Commissione che ha lavorato sottotraccia, senza clamore, con perseveranza e professionalità. Chi pensava (tantissimi) che il suo compito fosse inutile, è servito. E le soprese d’indagine e investigative non sono certo finite.

r.galullo@ilsole24ore.com

da - http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com/2016/07/15/rapimento-di-aldo-moro-cera-il-boss-di-ndrangheta-antonio-nirta-parola-di-ris-e-commissione-dinchiesta/
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« Risposta #70 inserito:: Luglio 30, 2016, 11:01:21 am »

Al vaglio dei PM la «connection» 'ndrangheta-P2

    –di Roberto Galullo 24 luglio 2016

Il pentito di ‘ndrangheta Nino Lo Giudice i colpi migliori li aveva lasciati in canna. Non sarà direttamente lui – che pure manderà alla storia due memoriali contraddittori, uno dei quali pieno zeppo di nomi di presunti massoni calabresi – a raccontare ai pm reggini parti del passato di Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. A raccontare dell'ex parlamentare Romeo, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e arrestato da poco con l'accusa di essere tra i vertici della cupola mafiosa di invisibili e riservati e del rampollo del “casato” De Stefano sarà infatti il 24 giugno 2011 l'altro pentito calabrese Consolato Villani che, con il pm Giuseppe Lombardo (che farà confluire l'interrogatorio nell'indagine Mammasantissima), si lascerà andare ad una rivelazione destinata a riaprire il caso della loggia P2 e degli elenchi da sempre ritenuti incompleti. «Tanto l'avvocato Paolo Romeo che l'avvocato Giorgio De Stefano facevano parte della P2 di Licio Gelli che spesso si recava a Reggio Calabria: ciò mi è stato detto da Nino Lo Giudice e Peppe Reliquato (cognato di Lo Giudice, ndr)», dirà Villani a Lombardo.

E il Gip Domenico Santoro, che firmerà l'ordinanza Mammasantissima, scriverà: «nell'integrazione depositata il 18 marzo 2016, il Pm ha fatto cenno ad ulteriori elementi di prova inerenti il legame corrente fra De Stefano Giorgio e Romeo Paolo e gli ambienti dell'eversione di destra e della massoneria. Il tutto prende le mosse da dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Consolato Villani, sulla credibilità del quale e sul livello della cui attendibilità intrinseca non resta che rinviare a quanto evidenziato, fra le altre, nella sentenza Meta, resa dal Tribunale di Reggio Calabria». Giorgio De Stefano, aggiungerà Villani, è la vera mente della cosca omonima ed è il soggetto più potente che oggi ci sia in quella zona di confine tra la ‘ndrangheta e quei centri di potere occulto che passano anche dagli ambienti massonici.

La Procura, ora, cercherà riscontri su una delle pagine più torbide della recente storia democratica del Paese e dovrà raccogliere anche sul punto citato da Villani le versioni di De Stefano e Romeo. Intanto tira fuori dal cassetto un altro interrogatorio, quello del 24 gennaio 1995 di uno storico pentito di ‘ndrangheta, Filippo Barreca, che riferirà dell'esistenza, sin dai «primi mesi dell'anno'79», di «una loggia segreta a Reggio Calabria… a cui appartenevano professionisti, rappresentanti delle istituzioni, politici e, come detto, ‘ndranghetisti». Barreca dichiarerà che la «loggia segreta di Reggio Calabria», era stata costituita inizialmente da «nel contesto di quel più ampio progetto nazionale» al quale avevano aderito «le più importanti personalità cittadine» tra cui anche «l'onorevole Paolo Romeo, l'avvocato Giorgio De Stefano… e taluni componenti della loggia appartenevano anche alla P2…la loggia, peraltro, aveva stretti rapporti con la massoneria ufficiale».

Continuando il collaboratore chiariva che: «Le competenze della loggia, come detto, si fondavano su una base eversiva. Ma, prevalentemente, la loggia mirava ad assicurarsi il controllo di tutte le principali attività economiche, compresi gli appalti, della provincia di Reggio Calabria; il controllo delle Istituzioni a cui capo venivano collocati persone di gradimento e facilmente avvicinabili; l'aggiustamento di tutti i processi a carico di appartenenti alla struttura; l'eliminazione, anche fisica, di persone “scomode” e non soltanto in ambito locale. In sostanza si era creato un gruppo di potere che gestiva tutto l'andamento della vita pubblica e economica in sintonia con altri gruppi costituitisi in altre città' italiane. Dopo l'arresto di Freda la loggia continuò ad operare a pieno regime, sotto la direzione di Paolo De Stefano, del cugino Giorgio e dell'avvocato Paolo Romeo; questi, nella qualità di esponenti di primo piano della ‘ndrangheta in stretto collegamento con i vertici di tutte le istituzioni del capoluogo reggino. Per quanto riguarda la ‘ndrangheta fu sempre la famiglia De Stefano a ricoprire con propri affiliati ruoli di vertice all'interno della loggia».

Non resta che ricongiungere – visto che la storia è fatta di anelli che bisogna avere la volontà di collegare al posto giusto – il memoriale fatto pervenire alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria nel 1984 da Giuseppe Albanese in cui sono inseriti chiarissimi riferimenti alla Società di Santa: «Reggio Calabria-Anno1968/1969 - Con l'arresto di centinaia di mafiosi riuniti in polsi Aspromonte (Rc) retata condotta dal questore Emilio Santillo, mettendo in luce codici e leggi della onorata società: ‘ndranghtista calabrese, alcuni degli anziani volevano mantenere quel tipo di organizzazione segreta, che di segreto non c'è più niente. In quanto molti di essi avevano svelato, rilevato le modalità della organizzazione e le sue leggi ecc. ecc. nel frattempo prendeva piede di formazione operativa una società “setta” denominata “A mamma Santissima” (a Santa). La prima formazione era a capo Santo Araniti con Paolo De Stefano e Domenico Libri. Araniti, è stato il primo a dichiarare guerra a Domenico Tripodi ecc. ecc. boss incontrastato sino a quel tempo della vecchia mafia.

Moltissimi si sono allontanati dai boss di vecchio stampo, riassociandosi ai Araniti, De Stefano, Libri, e “Santa”. Si sono associati a costoro in quanto la “Santa” aveva dei programmi delittuosi più vantaggiosi, più lucrosi, più industrializzati e meglio organizzati con promesse con maggior guadagno per tutti e maggior possibilità di controllare il processo. I loro programmi uscivano dalle vecchie regole dell'Onorata Società, in quanto la “Santa” aveva dei propositi come sequestri di persona, traffici di droga, traffico di tutto ciò che portava guadagno. Inoltre lo sterminio totale di chi non si informasse dei loro programmi con la vecchia ’ndrangheta. In quel tempo erano vietate severamente tutte queste cose, la “Santa” ci ride sopra a questi delitti e reati. L'importante è che si controlli che ciò che si vuole controllare con l'affiliazione, reclutamento in qualsiasi ceto sociale o professionale. Non esiste voto l'importante è che il nuovo fratellizzato alla “Santa” è a essi facile l'interesse di tutti e della “Santa”. Questa setta negli anni 1970 aveva dei doppi fini che col tempo perse un po’ di quella finalità che erano al servizio del potere occulto (P2) aveva compiti di squadrone della morte, diretti da Giorgio De Stefano ecc».

E cosi al capo della Procura di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho e al suo sostituto Lombardo, non resta che collegare, infine, il memoriale del collaboratore di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro dell'8 giugno 1995: «Esimi, concludo lasciando a Voi ogni altra domanda a chiarimento e di supporto a fatti e circostanze ancora non chiarite negli ultimi 30 anni del malaffare che si era istituzionalizzato in Reggio Calabria e provincia tanto da inquinare, io dico profondamente, le istituzioni ad ogni livello, coinvolgendo così tutta una generazione e pregiudicando in forma notevole ogni sforzo attuale che la magistratura reggina - palermitana e napoletana sta compiendo dagli anni ‘92 fino ad oggi. Ecco che spuntano fuori omicidi eccellenti come on. Lodovico Ligato (1989) - Giudice Scopelliti ‘91, on. Lima ‘92, giudice Falcone e giudice Borsellino. Questa è la realtà. Chi dice che si tratta di un “qui pro quo”, gioca alla restaurazione e fa il gioco di chi diceva che bisogna cambiare qualcosa affinché tutto resti eguale. Su questo tema oggi si gioca il futuro della democrazia italiana». E a proposito di quest'ultima affermazione di Giacomo Ubaldo Lauro, la Procura di Reggio Calabria lo ha capito.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-07-24/al-vaglio-pm-connection-ndrangheta-p2-102458.shtml?uuid=AD8UvIx
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« Risposta #71 inserito:: Ottobre 28, 2016, 06:30:03 pm »

Non solo favori e mazzette
Io corrompo, tu rubi, egli «escort»: ecco come cambia la corruzione

    –di Roberto Galullo 28 ottobre 2016

Deve essere perché la carne è debole e il portafoglio è gonfio se il sostantivo corruzione ha un sinonimo che, da neppure 10 anni, ha fatto irruzione nella vita sociale e politica. Già, perché se ancora vanno alla grande mazzette e bustarelle, viaggi e regali, assunzioni e promozioni, non c'è niente che vada più di moda di una bella escort – in lingua inglese, letteralmente, accompagnatrice, in italiano qualcosa di più – per piegare politici, dirigenti e funzionari pubblici o privati e persino giudici di gara a fini diversi da quelli per i quali, in teoria, dovrebbero prodigarsi.

Bene pubblico, trasparenza, imparzialità e terzietà vanno a farsi benedire quando c'è di mezzo una bella figliola pronta a concedere le proprie grazie. Il conto, tanto, in un modo o nell'altro lo pagano i cittadini, mica i beneficiari.
L'ultimo esempio arriva dall'indagine Arka di Noè della Procura di Genova sulla presunta corruzione nella realizzazione di alcune opere del cosiddetto Terzo Valico ferroviario che ha portato all'arresto anche di Giandomenico Monorchio, imprenditore 46enne figlio dell'ex Ragioniere di Stato Andrea e all'indagine su Giuseppe Lunardi, figlio dell'ex ministro dei Trasporti e delle infrastrutture Pietro. Tutti innocenti fino a eventuale sentenza di colpevolezza passata in giudicato.

Sembra che le serate con le escort – come merce di scambio per la corruzione – per alcuni degli indagati andassero più forte del panettone a Natale. Talvolta gli incontri riuscivano, talaltra fallivano per impossibilità di trovare una figliola all'altezza della prestazione. Tanto – è il caso di dire – paga la ditta. Interessata, in questo caso, a ottenere i lavori corrompendo, secondo l'accusa, alcuni funzionari di un Consorzio e trovando anche il tempo di disquisire sul colore della pelle: «Senti io conosco due amiche mie brasiliane nere, ti piacciono brasiliane nere?». La risposta negativa – «Mi fanno schifo» – darà il tempo necessario per cambiare carnagione.

Da Genova a Milano il viaggio è breve. Con o senza l'alta velocità ferroviaria. E così, nell'indagine Underground del 3 ottobre della Procura meneghina – costata il carcere a 11 persone e i domiciliari ad altri tre, accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati di corruzione diretta all'acquisizione di subappalti di opere pubbliche realizzate in Lombardia, reati di natura fiscale, per presunta utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti e indebite compensazioni e ancora truffa ai danni dello Stato, bancarotta fraudolenta, intestazione fittizia di beni e complessi societari e illecita concorrenza realizzata attraverso minaccia e violenza – si scopre che c'è chi, per accumulare appalti e lavori, è pronto a pagare in escort. La tariffa non sarebbe neppure così cara: 500 euro. Non è dato sapere, però, se all'ora o “a cottimo”.
Se l'ultimo mese ha dato il peggio di se è forse perché il fenomeno è in continua evoluzione e rapida crescita. Senza tener conto delle indagini di alcuni anni fa a Roma e Milano sulle vere o presunte escort che giravano intorno a Servitori dello Stato, dirigenti pubblici, imprenditori e capi di governo, la svolta era già apparsa chiara nelle indagini tra il 2013 e il 2015 nel corso delle quali, tra le altre, le Procure di Palermo, Torino e ancora Genova e Milano (forse per una particolare predisposizione ai piaceri della vita che si respira in Liguria e Lombardia) hanno avuto il loro bel daffare per rincorrere la scia di profumo rilasciato dalle accompagnatrici nelle stanze di politici più o meno noti e burocrati più o meno grigi.

In questo scenario ha le sue ragioni da spendere il criminologo e neuropsichiatria Francesco Bruno, docente di Criminologia e di psicopatologia forense all'università di Roma La Sapienza. Di fronte all'ormai massiccia regalia di prostitute di alto bordo a uomini d'affari e politici, già nel 2009 dichiarava che nel tempo «non c'è stato più bisogno della semplice meretrice come era ad esempio all'epoca delle case chiuse, ma si è iniziata ad avvertire l'esigenza di una donna che accompagnasse l'uomo d'affari nei viaggi. E dall'altro lato uomini molto timidi o al contrario assai spregiudicati, le hanno utilizzate per i loro interessi». Insomma, la società dell'immagine rinnova la sua immagine. Meglio se spregiudicata e di bella presenza.

Certo che, se questo è vero, appare difficile mandar giù anche – come come dire – le devianze. L'indagine Rent della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, questa settimana ha infatti portato alla luce un episodio che – se non fosse stato messo nero su bianco nel decreto di sequestro d'urgenza firmato dai pm della Dda Antonio De Bernardo e Luca Miceli – sarebbe degno di uno sceneggiatore cinematografico. Per carità, poca cosa rispetto a un'operazione che svela associazione di tipo mafioso, riciclaggio, estorsione, detenzione illecita di armi da fuoco, con l'aggravante del metodo mafioso e – ancora una volta – l'ombra della ‘ndrangheta sulle grandi opere e le grandi infrastrutture del nord. A partire da Expo.

Uno degli indagati in Rent è appassionato di cani tanto da avere nel Bergamasco un allevamento di esemplari addestrati per la difesa e l'attacco. Secondo l'accusa avrebbe reclutato, per farla prostituire, una donna da lui stesso stipendiata grazie ad un rapporto di lavoro simulato con la società di cui era proprietario occulto. L'indagato, nel giugno 2015, l'avrebbe indotta a concedersi ad un giudice della gara canina “World Dog” tenuta a Milano 2015, così agevolando, favorendo e sfruttando il meretricio in cambio del vantaggio (anche economico) della vittoria di un proprio cane nella classifica finale della gara. Con l'aggravante di aver commesso il fatto per agevolare l'attività della cosca Coluccio di Marina di Gioiosa Ionica (Reggio Calabria).
Ah, come erano lontani i tempi della Prima Repubblica quando bastava solo scendere in pista e dimenarsi sulle note della disco music per richiamare a frotte ragazze “affamate di fama”.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-10-27/io-corrompo-tu-rubi-egli-escort-221528.shtml?uuid=ADtaKqkB
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« Risposta #72 inserito:: Gennaio 26, 2017, 12:39:23 pm »


Operazione Dda e Gdf
Colpo ai narcos calabro-colombiani: cocaina in fumo per 1,6 miliardi

   Di Roberto Galullo 24 gennaio 2017

Questa volta il colpo lo sentiranno davvero: 1,6 miliardi sfumati per le cosche calabresi e per tutta la catena a loro legata che, dall'importazione allo spaccio sulle piazze delle città, traffica cocaina.
Una martellata sui forzieri della ‘ndrangheta messa a segno con l'operazione Stammer della Dda di Catanzaro (con a capo Nicola Gratteri, l'aggiunto Giovanni Bombardieri e il sostituto Camillo Falvo) che ha delegato le indagini al Nucleo di polizia tributaria/Gico della Guardia di Finanza di Catanzaro (alla testa il tenente colonnello Michele Di Nunno).

Narcos calabro-colombiani

Quattrocento uomini stanno procedendo al fermo di 54 soggetti tra Calabria, Sicilia, Campania, Lazio, Toscana, Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia e all'esecuzione di numerose perquisizioni, oltre che al sequestro di beni per otto milioni.
L'organizzazione mafiosa aveva pianificato l'importazione di 8 tonnellate di cocaina dal Sud America, sequestrate in Colombia. Il carico era già stato stoccato e nascosto in una piantagione di banane non distante dal porto di Turbo, mentre nel porto di Livorno le Fiamme Gialle hanno sequestrato il cosiddetto “carico di prova”: 63 chilogrammi di cocaina pura, occultata all'interno di cartoni di banane.

    Valore di tre miliardi di euro 30 giugno 2016

Undici tonnellate di coca sequestrate fra la Colombia e la Locride

Le indagini hanno consentito di disarticolare un'organizzazione estremamente complessa, composta da diversi sodalizi criminali, riconducibili alla ‘ndrina Fiarè di San Gregorio d'Ippona, alla ‘ndrina Pititto-Prostamo-Iannello di Mileto e al gruppo egemone su San Calogero, tutte organizzazioni satellite rispetto alla cosca Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia), con la sostanziale partecipazione delle ‘ndrine della Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria) e della provincia di Crotone.

Nel corso dell'indagine è stato ricostruito un progetto, poi non realizzato, di trasporto di ingenti quantitativi di cocaina utilizzando come scalo d'arrivo l'aeroporto di Lamezia Terme, oltre che l'impiego di motonavi con all'interno spazi opportunamente modificati per accogliere il carico, da svuotare una volta arrivato a destinazione mediante l'impiego di sommozzatori.

Operazione Due mari: sequestrate 11 tonnellate di cocaina

L'operazione antidroga che si è avvalsa della collaborazione della National crime agency inglese (Nca, oggi presente in conferenza stampa per sottolineare l'importanza delle attività di cooperazione internazionale), della Polizia colombiana e della Direzione centrale servizi antidroga (Dcsa) – ha dimostrato, ancora una volta, come i trafficanti calabresi ricevevano disponibilità liquide anche da soggetti insospettabili, incensurati, personaggi celati dietro una facciata di liceità, spesso legata ad attività commerciali che vanno dalla ristorazione alle strutture ricettive turistico-alberghiere, alle concessionarie di automobili, caseifici, bar e tabacchi, con partecipazioni anche in cantieri navali e aziende agricole, che non disdegnavano di fare affari con le potenti ‘ndrine vibonesi, tramite le “puntate” per l'acquisto all'ingrosso della cocaina.

    Le Intercettazioni 23 gennaio 2017

La sete d’affari della ‘ndrangheta su Roma e Milano

Il denaro destinato ai “cartelli” veniva consegnato dai calabresi direttamente a cittadini colombiani e libanesi da anni residenti in Italia, ai quali veniva affidato il recapito in Sudamerica. L'inchiesta ha dunque consentito di identificare tutti i soggetti coinvolti, ognuno con un ruolo ben preciso: dai finanziatori ai mediatori, dai traduttori a coloro che avevano il compito di ospitare gli emissari dei narcos colombiani, più volte giunti in Italia e ospitati per lunghi periodi nel vibonese.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-01-24/colpo-narcos-calabro-colombiani-cocaina-fumo-16-miliardi-084100.shtml?uuid=AEu9HdG
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« Risposta #73 inserito:: Gennaio 29, 2017, 08:50:11 pm »


Nuovo rapporto Dia
Il «kit di assistenza» delle mafie: professionisti e mani sulla Pa

    –di Roberto Galullo 27 gennaio 2017

Sinergie professionali cementate dalla corruzione: ecco la strategia delle mafie – non certo da oggi – che viene messa nero su bianco dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) che ha appena spedito al Parlamento la relazione sul primo semestre 2016. È proprio andando oltre l'arco temporale che la Direzione guidata dal generale Nunzio Antonio Ferla disegna le linee marcatamente evolutive del fenomeno mafioso.

Svelare e scardinare queste figure, si legge nella relazione, significa centrare gli obiettivi della moderna criminalità organizzata. Il problema, semmai, si pone rispetto ai profili di responsabilità dei singoli e alla qualificazione delle condotte, non sempre esattamente inquadrabili nell'associazione di stampo mafioso.

    ANTIMAFIA 11 gennaio 2017

La Dia sferra un altro colpo all’economia criminale in Toscana

Ce n'è per tutti e gli esempi che fa la Dia non lasciano dubbi sulla strada che le mafie hanno sempre percorso e che ora – appunto – pongono più che mai un problema anche alla politica e al legislatore. Il concorso esterno, in altre parole, sta stretto ed è comunque superato dagli eventi.

Cosa nostra può vantare su una vasta area grigia dentro i settori cruciali dell'economia nazionale, come l'edilizia (pubblica e privata), i trasporti, la distribuzione commerciale, il settore agroalimentare e quello assicurativo, tutti espressione di una managerialità mafiosa che – scrive la Dia – interessata a recuperare margini di competitività e ad abbattere i costi di produzione, diventa lo strumento per ampliare, apparentemente a norma di legge, il paniere degli investimenti dei clan.
La ‘ndrangheta non fa accezione. Anzi. È la mafia più duttile e più evoluta, che vive sempre più di commistioni tra le professionalità maturate nel nord del Paese, affiliati di nuova generazione e professionisti attratti consapevolmente dalle cosche. Un puzzle addirittura parziale perché per completarlo bisogna aggiungere anche le deviazioni della politica e dei servitori infedeli dello Stato.

    I 25 anni della Dia 23 novembre 2016

Oltre 29 miliardi sottratti ai portafogli mafiosi

La camorra – per quanto polverizzata – segue la scia. Significative, ricorda la Dia, le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, che avrebbe illustrato come chi vince un appalto, contemporaneamente acquisti dal clan una sorta di “pacchetto di assistenza”, che comprende la difesa da richieste estorsive da parte di altre famiglie camorriste e l'intervento nei confronti di funzionari e amministratori comunali nel caso dovessero tentare di rallentare, anche a seguito di legittimi controlli, l'esecuzione dei lavori. Un esempio, solo un esempio. Tra i tanti. In questa acclarata dimensione evolutiva sfugge ancora la Sacra corona unita, ancorata a dinamiche regionali e dipendente in larga parte dal matrimonio con le mafie più forti. Però le nuove leve hanno voglia di affrancarsi dai vecchi boss e, specie in provincia di Taranto, la volontà è quella di rinsaldare l'appartenenza al clan attraverso liturgie ‘ndranghetiste. Se così fosse, nel medio periodo anche questa mafia capirebbe ancor meglio che, grazie a quel “pacchetto di assistenza”, la strada verso il crimine è molto più in discesa.

r.galullo@ilsole24ore.com
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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-01-27/il-kit-assistenza-mafie-professionisti-e-mani-pa-090654.shtml?uuid=AE28u5I
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« Risposta #74 inserito:: Marzo 02, 2017, 12:42:41 pm »


L’INCHIESTA A ROMA
La Gdf a caccia dei fondi neri di Romeo
  di Roberto Galullo 02 marzo 2017

Il lavoro del Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Napoli, agli ordini del colonnello Giovanni Salerno, per capire se e dove sia nascosta la provvista dei fondi neri di Alfredo Romeo, utilizzata per corrompere, è solo all'inizio.
Lo si capisce scorrendo le ultime tre pagine dell'ordinanza firmata dal Gip di Roma Gaspare Sturzo, che riassume in sintesi quella che lo stesso giudice dell'indagine preliminare definisce «la dimensione dell'impegno corruttivo» dell'imprenditore napoletano arrestato ieri.

    L’inchiesta a Roma 1 marzo 2017

Consip, arrestato per corruzione Alfredo Romeo
Se il solo Marco Gasparri, dirigente della Consip, secondo l'accusa avallata dal Gip, avrebbe ricevuto in più occasioni circa 100mila euro tra il 2014 e il 2016 per farsi corrompere, oltre alla promessa di un bonus - vale a dire la promessa di diventare capo di una struttura presso un hotel inglese di Romeo per gestire la partecipazione a gare d'appalto - certamente c'è da riflettere, scrive il Gip, su quale sia l'importo stanziato per le altre corruttele alle quali Gasparri, Romeo e l'ex parlamentare Italo Bocchino, direttamente o indirettamente, hanno fatto riferimento nelle loro conversazioni intercettate dagli investigatori. Il Gip - sposando le tesi della Procura - si chiede dunque quali sono e dove sono allocati i fondi neri di Romeo atti alla corruzione e se e in che misura provengano da false fatturazioni all'interno della gestione delle società alberghiere dell'imprenditore napoletano.

Il Gip Sturzo sostiene con convinzione due cose: che Romeo abbia utilizzato i suoi hotel per fornire vantaggi gratuiti e che il “nero” proveniente dagli alberghi è la fonte utilizzata da Romeo per corrompere Gasparri. Quest'ultimo, nel verbale di interrogatorio ai pm reso il 16 dicembre 2016 dirà testualmente: «…poi mi versava due tranches a distanza di due settimane. In proposito preciso che la provvista di tali versamenti, per quanto dettomi dallo stesso Romeo, proveniva dal nero dell'Albergo Romeo di Napoli, nel senso che lo stesso Alfredo Romeo nel darmi i soldi mi diceva che non poteva programmare a priori e determinare tali dazioni dal momento che dipendeva dal nero che riusciva a fare dall'albergo».

    “Secondo il Gip Sturzo, il “nero” proveniente dagli alberghi è la fonte utilizzata da Romeo per corrompere Gasparri”

Romeo Hotel Napoli (come si legge sul sito) è un cinque stelle lusso, design eclettico e architettura contemporanea, progettato dallo studio giapponese Kenzo Tange & associates, impreziosito da oggetti di antiquariato e installazioni d'arte.

    Italia 19 febbraio 2017

I palazzi del potere nelle mire di Romeo
È un edificio del secolo scorso, sede storica della Flotta Lauro, ora ultramoderno, dalla facciata ondulata e interamente di cristallo, in cui si specchia il Golfo di Napoli, con le sagome del Vesuvio e Capri sulla linea dell'orizzonte. Fa capo a Romeo Alberghi srl, appartenente al “Gruppo Romeo partecipazioni - Romeo”, iscritto alla Camera di commercio di Napoli 31 ottobre 2010, con un capitale sociale di 376.200 euro completamente sottoscritto e versato. A fine 2015 (ultimo bilancio noto) ha fatturato 5.137.770 euro e ha registrato una perdita di 1.914.988 euro. Al 30 settembre 2016 contava 46 dipendenti. Non resta che attendere - oltre agli sviluppi investigativi - le repliche difensive di Romeo.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-03-01/la-gdf-caccia-fondi-neri-romeo-185321.shtml?uuid=AEteZ6f
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