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Autore Discussione: I grandi cimiteri sotto i papaveri  (Letto 2663 volte)
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« inserito:: Giugno 08, 2007, 05:17:00 pm »

I grandi cimiteri sotto i papaveri

Stefania Scateni


Un mare d’erba, si potrebbe dire con una frase fatta. In realtà il paesaggio predominante della regione francese Champagne è una piatta distesa infinita di campi coltivati, un mare grafico composto da enormi blocchi di colore, rettangoli di diverse sfumature di verde - scuro se è grano, chiaro se è orzo, verde salvia per la colza - che tagliano l’orizzonte in sintonia perfetta con le proporzioni della sezione aurea per fare spazio a un uniforme cielo grigio. Camminare nella Champagne è come entrare in una foto di Franco Fontana. Campi abitati solo dai corvi e da qualche falco in cerca di cibo. Chilometri quadrati di cereali che si attraversano come un deserto. Ogni tanto, invece di un’oasi, si preannuncia un paesino, tetti alti e giardinetti curati, case francesi dai giardini all’inglese abitate solo dai cani che abbaiono ai pellegrini che passano. Dopo la calma e la fissità del verde appena attraversato, avvistare un centro «abitato» è un gradito diversivo. Ma nel nostro caso ha un sapore inquietante, perché delude l’attesa di una qualche presenza umana grazie alla quale resettare lo sguardo. Nessuno. Non c’è un’anima. Qui, nel profondo nord est della Francia, si pensa ai romanzi di Stephen King e alle Strade blu di William Least Heat Moon. Si pensa, cioè, alla provincia americana. Eppure siamo nella terra del vino frizzante più famoso del mondo (ma le vigne, dove saranno?), delle cattedrali gotiche, di Carlo Magno, di Giovanna d’Arco, di Robespierre, di Napoleone, di Abelardo... e di Sigerico.

Se ho attraversato queste terre, insieme al compagno di cammino Alessandro Cannavò, è per ripercorrere parte del viaggio che Sigerico segnò, intorno all’anno 990, di ritorno da Roma dopo aver ricevuto l’investitura di Arcivescovo di Canterbury dal Papa. Questo lungo tratto «all’estero» della via Francigena è il cammino della terza edizione del programma quotidiano di Rai RadioTre, da tre anni appuntamento consolidato con il «radiopellegrinaggio» sulle antiche vie della spiritualità d’Occidente e di Oriente, partito - letteralmente - il 21 aprile scorso dal passo del San Bernardo, che si concluderà venerdì a Canterbury. La formula, ormai collaudata, prevede cinque coppie di conduttori che raccontano per cinque settimane in diretta il loro cammino a piedi, dalle 18 alle 18,45. La tappa percorsa insieme al collega Cannavò del Corriere della Sera, penultima delle cinque settimane di cammino, ci ha portato da Fontaine sur Coole (Champagne) a Arras (Pas-de-Calais).

Gran parte del tratto francese della Francigena non è segnato (Sigerico scrisse in un foglio solo le tappe, i luoghi nei quali si fermò a dormire); le regioni attraversate da questa strada non sono attrezzate con ostelli e posti di ristoro a prezzi contenuti, né gli autoctoni sono abituati ad aver a che fare con i pellegrini. Lungo il cammino abbiamo incontrato sei pellegrini di Reggio Emilia disperati perché neanche le chiese aprivano loro le porte per farli dormire. Il paesaggio, inoltre, è profondamente cambiato dal 990 a oggi (dove ora attraversiamo sterminati campi coltivati c’erano foreste) e il progresso ha fatto la sua parte nel cancellare l’antica strada con edifici, asfalto, ponti, laghi artificiali e paesi. Indispensabile una guida (il fidato montanaro svizzero Jean-Pierre Bilsex), esperte guide locali e l’assistenza di uno staff eccezionale che ci ha reso possibile il cammino, composto da Chiara Galli, Giovanna Savignano e Maurizio Lepri.

Da privilegiati, quindi, abbiamo attraversato campi e foreste, paesi e distese di vigne (vivement le vigne! e lo champagne!, che qui producono egregiamente anche molti piccoli produttori, compresa la nostra guida François che con orgoglio ci mostra il suo «champagne del pellegrino»), abbiamo visitato città medioevali e castelli abbandonati, visto splendide cattedrali gotiche, chiesette, resti archeologici e faggi misteriosi che invece di innalzarsi verso il cielo si avvoltolano su se stessi formando delle cupole di foglie. Abbiamo ascoltato storie di miracoli e di re, di santi, cavalieri e dame, abbiamo letto numerosi capitoli del romanzo della vita, un romanzo di pietra narrato dalle statue e dalle gargolle sulle facciate delle abbazie. E abbiamo calpestato un territorio che, come una torta millefoglie, stratifica e conserva la memoria del passaggio della storia e dell’uomo, dai romani a oggi, paesaggi segnati dalla mano della natura e da quella dell’uomo.

E se i piccoli paesi di campagna abbandonati hanno sollevato una qualche inquietudine, nulla è paragonabile allo sgomento che suscita, superato la Champagne ed entrati in Picardie, la vista di ciò che la guerra ha lasciato su queste terre. Ettari ed ettari di croci bianche - i morti della Prima guerra mondiale -, file e file di nomi sulle pareti delle cappelle, memoriali, «monumenti» ai caduti in ogni paesino, musei, e obici che ancora spuntano dal terreno, nei campi arati, nelle buche scavate dai muratori. Ogni luogo di memoria è segnato da un piccolo cartello bianco con un papavero rosso. Papaveri rossi sono disseminati dappertutto, sotto forma di posacenere, ombrelli, segnalibri e cartoline nei negozi della zona. «Perché tutti questi papaveri?», chiedo alla signora che sta alla cassa. «Perché sono stati gli unici fiori a crescere sui campi si battaglia». Qui c’era la linea del fronte. I boschi conservano ancora le trincee scavate tra il 1914 e il 1918. La Terra metabolizza le sue ferite: ora quelle fosse dove i soldati combattevano, vivevano e morivano assomigliano a letti asciutti di ruscelli. Ma ci vuole tempo. «Ci vorranno ancora sei-settecento anni perché questo territorio sia bonificato», ci dice la guida della Cave du Dragon (la Caverna del Drago), antiche cave di calcare che sia i tedeschi che i francesi usarono alternativamente come rifugi. Le grotte si trovano a venti metri sottoterra, sopra si snoda lo Chemin de Dames (la Strada delle Dame), nome lezioso per un luogo terribile, che si trovava nel settore del fronte occidentale tenuto dalle truppe francesi e che fu teatro di sanguinose battaglie tra il ’16 e il ’18. La più tremenda e scandalosa fu la Seconda battaglia dell’Aisne, che ebbe luogo fra il 16 e il 25 aprile 1917. Il generale Nivelle, dopo aver accumulato ingenti forze, lanciò sconsideratamente l’attacco alla linea tedesca che si stendeva sul crinale percorso dallo Chemin des Dames. Solo il primo giorno l’esercito francese perse 40mila uomini; durante l’intera battaglia le perdite francesi furono circa 160mila (80.000 quelle tedesche). In queste terre sono morti un milione e settecentomila soldati. «Fu un vero e proprio choc anagrafico - aggiunge la guida -, interi paesi erano scomparsi e con essi i loro abitanti, le città rase al suolo. Un paesaggio lunare, da fine del mondo, usciva dalla guerra. Le città vennero riformate unendo i sopravvissuti, abitanti di paesi diversi. In ogni metro quadro di terreno giacevano 400 obici.

A Peronne l’antico castello merovingio ospita dal ’92 l’Historial de la Grande Guerre, un museo trilingue (francese, tedesco e inglese) dedicato alla vita dei civili e dei soldati tra il 1914 e il 1918. Conserva ed espone 50mila oggetti d’uso quotidiano. Simulacri di un’esistenza «normale» nonostante le granate, il fango, il freddo, i fucili e i proiettili. Un’installazione che piacerebbe a Christian Boltanski, dove il pettine, il tubetto del sapone da barba, la baionetta, la sciarpa di lana, l’elmetto, i bottoni, le scarpe, la gavetta, la vanga, il badile, il vermifugo, il mandolino, la gamba di legno, le stampelle, la macchina fotografica, la lampada per l’alfabeto morse, i guanti, le posate da campo hanno pari dignità.

Vicino Arras, città della regione Pas-de-Calais, c’è il più grande cimitero militare dell’Artois, Nôtre Dame de Lorette. Le pareti della grande cappella contengono a stento i nomi dei morti dei quali è segnata solo la data di morte; il terreno intorno, 31 ettari, ospita 53.662 soldati francesi, 19.998 soldati non identificati, un belga, un romeno, 64 russi e 28 inglesi. Remi, Charles, Joseph, Raoul, Jean, Fernand, Etienne, Gustave, Henri, Eugéne, Narcisse, Leonard, André, Lucien, Victor... provate a elencare, ad alta voce, ottantamila nomi. È un ottimo rimedio contro la guerra.

Pubblicato il: 23.05.07
Modificato il: 23.05.07 alle ore 11.59   
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« Risposta #1 inserito:: Ottobre 17, 2020, 02:26:35 pm »

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ggiannig <ggianni41@gmail.com>
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https://www.theguardian.com/news/2020/oct/15/dangerous-rise-of-military-ai-drone-swarm-autonomous-weapons
 
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