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Autore Discussione: MATTEO RENZI  (Letto 52109 volte)
Arlecchino
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« Risposta #255 inserito:: Ottobre 21, 2018, 11:15:26 pm »

Renzi chiude la Leopolda: “Campagna d’odio contro di noi. Il governo finirà sul patibolo”

L’appello dell’ex segretario del Pd a Salvini e Di Maio: «Sulla manovra siete ancora in tempo, fermatevi»

Pubblicato il 21/10/2018 - Ultima modifica il 21/10/2018 alle ore 17:03

«Alla Leopolda siamo il doppio dell’anno scorso, quando eravamo al governo. L’opposizione fa bene alla Leopolda, ma male al Paese purtroppo», ha detto Matteo Renzi nel suo intervento di chiusura a Firenze. «La campagna di odio ricevuta in questi mesi è senza precedenti, sempre di più, pensavo si fermassero dopo le elezioni - ha aggiunto -. L’odio fa male, quintali di fango non ci hanno sporcato l’anima, ma non si risponde con l’odio, che si ritorcerà su di loro: i giacobini finiranno sul patibolo come sempre. Alla mistificazione costante contro di noi rispondiamo con i numeri, con la realtà».

“Falso che sento Salvini, lui e Di Maio si fermino” 
«Dicono che sentirei Salvini tutti i giorni, è una falsità. Sono mesi che non lo vedo in Senato. Ascolta i miei consigli? Non mi pare, dalla direzione che prende... Se Salvini mi ascoltasse, a Di Maio se mi capisse, darei un consiglio: caro Matteo, caro Luigi, fermatevi finché siete in tempo, ritirate la manovra, state sfasciando i conti e non mantenendo le promesse elettorali, seguite i consigli della contromanovra che abbiamo fatto con Padoan» dice.

“No al governo con i Cinque Stelle perché la politica non sono le poltrone” 
«Noi abbiamo detto di no» al governo Pd-M5s «non per i popcorn, ma perché pensiamo che la politica sia passione, idealità, valori, non poltrone» ha proseguito. 

«C’era un disegno - ha spiegato - sostenuto da personaggi di grande rilevanza, trasformarci in una sorta di piccoli alleati saggi del M5s e pensare che l’ala più razionale della destra dovesse fare altrettanto con Salvini, per arrivare a un bipolarismo populista».

“Contro di noi pezzi di establishment” 
«I barbari li avevano già romanizzati, pezzi importanti dell’establishment avevano già detto no al referendum, come pezzi del sistema economico e finanziario e l’Economist» ha aggiunto «Il guru di Di Maio si chiama Enzo Scotti, un ex ministro democristiano, lo chiamavano Tarzan per la facilità con cui passava da una corrente all’altra - ha aggiunto -, ha fondato la Link University, è il punto di riferimento di un pezzo della classe dirigente». 

 “Il mio carattere? Finché erano ministri nulla da dire” 
«Ci sono compagni di strada che non hanno avuto niente da dire sul mio carattere fintanto che grazie a quel carattere stavano a fare i ministri: quando è finito tutto, si sono accorti del problema del mio carattere» ha concluso Renzi. «L’ondata populista - ha aggiunto - non nasce dal carattere di uno di Rignano, ma da un fenomeno culturale che va affrontato, o non vinceremo mai più».

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Da - http://www.lastampa.it/2018/10/21/italia/renzi-leopolda-odio-governo-qkmrcKK3RakklnoUL9wayM/pagina.html
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« Risposta #256 inserito:: Dicembre 03, 2018, 04:03:48 pm »

Le mosse di Renzi mettono in ansia il Pd

Cresce il sospetto che l'ex premier voglia dare vita a un nuovo partito e tornare a stringere rapporti più stretti con Forza Italia

03 dicembre 2018, 07:13

Non è bastata la precisazione di Matteo Renzi sull'incontro con Romani di martedì scorso. L'ex premier ha bollato come bufala la tesi di voler costituire un soggetto politico con FI. Altra cosa è, invece, costruire in Parlamento, anche in prospettiva futura, una rete 'anti-sovranista. Ma nel Pd aumentano i sospetti sull'ex segretario e sulla sua tentazione di fare un proprio partito. "Il Pd non venga visto come una 'bad company'", la posizione di Zingaretti, espressa in più occasioni. Ma anche gli altri due candidati sono perplessi per le mosse dell'ex presidente del Consiglio. Sia per Martina che per Minniti, riferiscono fonti parlamentari dem, le manovre di Renzi alimentano confusione, danneggiano il Pd, concentrano l'attenzione di mass media ed elettori sul futuro di una singola persona e non sulla ricostruzione di una comunità.

Anche i fedelissimi dell'ex premier non nascondono dubbi sui comitati civici ma nessuno ovviamente prende le distanze. Tuttavia anche chi è più vicino all'ex premier non nasconde che Renzi non si straccerebbe le vesti qualora nessuno riesca a raggiungere il 51% alle primarie. Tra gli oppositori dell'ex segretario c'è chi è convinto che Renzi in realtà non voglia far partire 'una cosa nuova' per paura di un insuccesso; chi, invece, sostiene che in realtà in questo modo voglia fare pressioni su Minniti per imporre le sue condizioni in futuro. Ragionamenti respinti dai renziani secondo i quali Zingaretti e Martina temono più che altro di fare flop alle primarie.

Le colpe dei padri
Resta il fatto che nel Pd c'è fibrillazione a causa della volontà di Renzi di guardare nel campo del centrodestra. "Puntare al mondo berlusconiano è come mettere un dito nell'occhio del Pd", si lamenta un 'big' del Nazareno. Intanto i pentastellati, facendo riferimento ad un articolo della 'Verità', attaccano Renzi chiedendogli di rivolgere le sue scuse a Di Maio: "Siamo curiosi di sapere come adesso il Pd commenterà la vicenda venuta fuori sui lavoratori senza contratto gestiti da Matteo Renzi e suo padre, quando li mandavano a distribuire giornali a nero nella loro Firenze", si legge in una nota del Movimento.

Ieri mattina è arrivata subito la risposta di Tiziano Renzi: "Sostenere che il lavoro degli strilloni fosse un 'lavoro in nero per i Renzi e alle paghe ci pensava Matteo' è l'ennesima diffamazione. E dire che basterebbe conoscere le leggi per capire". Poi è intervenuto lo stesso ex presidente del Consiglio: "Ogni accostamento dei guai dei Di Maio alla mia famiglia fa fioccare le azioni civili per risarcimento danni".

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/politica/renzi_nuovo_partito-4697000/news/2018-12-03/
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« Risposta #257 inserito:: Gennaio 04, 2019, 06:18:00 pm »

Venerdì 4 gennaio 2019
Enews 559
 
 Buongiorno a tutti.
Vi scrivo dagli Stati Uniti dove passerò i prossimi giorni in attesa di riprendere l'attività in Senato.
E non potendo fare la nostra Top Ten da Palazzo Giustiniani ne faccio una via email utilizzando la prima enews dell'anno.
Il 2019 si apre all'insegna della cultura. Mentre il direttore degli Uffizi ha ufficialmente chiesto alla Germania la restituzione di alcune opere trafugate dai nazisti, il Sovrintendente di Pompei Osanna ha presentato il restauro della Schola Armaturarum, meglio nota come casa dei Gladiatori. Fino a qualche anno fa Pompei faceva notizia per i crolli, ora supera tutti i record di visitatori. Che orgoglio, evviva! E grazie a chi ci ha creduto.
Umberto Contarello è un uomo di cultura, sceneggiatore del film "La Grande Bellezza" di Paolo Sorrentino, premiato con l'Oscar nel 2014. Mi ha scritto questa lettera sul Foglio di un paio di giorni fa. Gli ho risposto con una lunga lettera– anche questa pubblicata sul Foglio – che è diventata poi un post Facebook. Questo nostro scambio ha suscitato un grande dibattito tra molti amici. Leggo volentieri le vostre considerazioni: matteo@matteorenzi.it Oggetto? Tutti a Itaca, leggendo si capisce perché.
Sempre sulla cultura: domani, sabato 5 gennaio, ore 21.25 sul Canale Nove ultima puntata di FirenzeSecondoMe. Siamo già alla fine della nostra camminata fiorentina, grazie a chi ci ha seguito e ci seguirà. Toccheremo Santa Croce, San Miniato, le piazze di Firenze da Santa Maria Novella al Carmine, il Museo Galileo e il Bargello parlando di tutto, dal calcio storico all'alluvione. Ho fatto una chiacchierata su Firenze Secondo Me anche sul settimanale OGGI. Attendo domani sera di conoscere le vostre ultime valutazioni, poi tireremo le somme di questa esperienza straordinaria.
Ancora tante polemiche sulla Legge di Bilancio. Il Governo Salvini-Di Maio è convinto di aver fatto ciò che serviva all'Italia. Secondo me non è così. Ma ormai non resta che attendere. Riuscirà questa Legge di Bilancio a proseguire il nostro percorso di crescita? Il 2019 sarà l'anno della verità. Anche e soprattutto per i populisti. Una cosa è certa: loro stanno rivendicando questa legge di bilancio, loro saranno i responsabili dei risultati economici. L'ho detto con forza in Aula, lo ribadisco qui: la realtà alla fine ti presenta il conto. E questi non possono ingannare tutti per sempre.
La foglia di Fico. Il Presidente della Camera si è detto dispiaciuto per la compressione dei tempi durante il dibattito parlamentare: ha detto che lui combatterà sempre per la centralità del Parlamento. Mi domando: fino a che punto può arrivare l'ipocrisia di un uomo che rappresenta la terza carica dello Stato? Pensavo che avesse raggiunto il limite con le sue dichiarazioni sul lavoro nero, invece rilancia sulla centralità del Parlamento dopo aver umiliato la Camera dei deputati. Ogni giorno un po' più in alto: Roberto Fico è il Sergei Bubka dell'ipocrisia (e questa la apprezzeranno solo gli amanti del Salto con l'Asta).
Sui costi della politica ho scritto un post impopolare. Lo trovate qui. Se avete coraggio e non temete le reazioni barbariche dei grillini, condividetelo su twitter, facebook, instagram. Loro non gradiranno ma credo sia giusto dire le cose come stanno.
E proseguiamo con le posizioni impopolari: la fatturazione elettronica. Sono felice del fatto che la fatturazione elettronica stia diventando sempre più una realtà in Italia. Nata da una proposta Leopolda del 2010 con Ernesto Maria Ruffini, attuata sotto il mio Governo, oggi viene estesa anche ai privati. Molte polemiche, moltissime. E sicuramente si potrà sempre migliorare l'attuazione. Ma l'idea di utilizzare la digitalizzazione per contrastare l'evasione è vincente come già lo era stata a dichiarazione precompilata e il canone in bolletta: proprio il canone è il simbolo perché se si paga tutti, si paga meno. Naturalmente questo è il contrario dell'approccio avuto da Di Maio e Salvini in questi mesi: si sono fatti un paio di condoni vergognosi. Con questo Governo chi non ha pagato le tasse, chi non ha pagato le multe è stato premiato, i furbetti hanno ricevuto il premio e vedremo se nell'elenco dei beneficiari spunterà casualmente qualche nome familiare. Con noi invece il meccanismo è stato semplice: semplificare, digitalizzare, pagare meno ma pagare tutti. La fatturazione elettronica può stare antipatica ma è utile. A fare i condoni si prendono i voti. A fare la fatturazione elettronica si combatte l'evasione.
Per tenersi in forma Salvini ha bloccato una nave con 49 persone al largo di Lampedusa perché notoriamente se teniamo 49 persone in mare per venti giorni si risolvono i problemi dell'immigrazione, ovvio no? Tra l'altro il numero 49 ha scatenato la fantasia dei vignettisti a cominciare dal maestro Makkox. La polemica si è spostata poi sulle dichiarazioni dei sindaci contrari al Decreto Sicurezza. Io la penso come il Sindaco Dario Nardella: il decreto Salvini è scritto male, creerà molti problemi e pasticci e forse sarà sanzionato dalla Corte Costituzionale. Ma in attesa della decisione della Consulta, le leggi si rispettano. Salvini tre anni fa invitava alla disobbedienza civile contro le nostre leggi sui diritti civili, sul canone Rai e su molto altro. Proprio perché noi non siamo come Salvini.
Nel frattempo tornano alla carica i comitati civici "Ritorno al Futuro". Qui un pezzo oggi su Repubblica, qui il link per creare un comitato. Vogliamo combattere la cialtroneria con idee, allegria e controproposte. Senza rabbia, senza rancore. Ci diamo una mano?
Gli auguri. Mi ha colpito molto un pensiero di B.H-Levy: "Innanzitutto esprimo l’augurio che sia possibile formularne; perché sembra che molti miei contemporanei abbiano deciso di unire le forze contro i fomentatori di desideri, i cospiratori della speranza, gli sperimentatori del futuro: sembra che abbia preso in odio l’oggi, ogni futuro, ogni progetto, ogni temporalità, ogni intensità...".
Io nel dubbio vi auguro il meglio per un 2019 meraviglioso.
Ci aspetta un 2019 in cui lavorare tanto, amici
Un sorriso
Matteo
App Matteo Renzi

P.S. mi spiace che il nuovo-vecchio direttore di Rai2 Freccero abbia cancellato la striscia di Luca e Paolo sul Tg2. Luca e Paolo mi hanno fatto morbido tante volte, sono stati loro a trasformare “Stai sereno” in un tormentone, durante il Sanremo 2014.
Dicono che la loro esclusione derivi dal fatto che facessero ironie su Toninelli. Non credo sia questo il motivo: Toninelli fa ridere anche da solo.
 
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« Risposta #258 inserito:: Gennaio 04, 2019, 06:26:25 pm »

La lettera a Renzi di Contarello
Caro Matteo, ti parlo della “vuotanza”, somma stupida di due parole regali: speranza e vuoto. Eccola la “vuotanza” che mi sussurra un punto implausibile della tua storia. Forse proprio un saluto non vissuto. Un ciao scivolato via così

Di Umberto Contarello

2 Gennaio 2019 alle 12:03
La lettera a Renzi di Contarello

Al direttore - Dunque, caro Matteo, hai indeciso. Lo so, “caro” è una parola delicata, che fugge via come le saponette, un figlio è caro, un partente natalizio è caro. Però è caro anche chi si conquista un sentimento dalla distanza. Certo, si dice nel trito logorio della parola moderna, che la politica può sollecitare grandi passioni, ma io non della passione ti voglio parlare. Non amo ciò che nasce dal patimento. Ti voglio parlare di un sentire che non riesco a scrollarmi di dosso. Ho cercato, ma non ho trovato una parola adeguata che lo definisse e quindi me ne sono inventata una. E’ la prima volta che invento una parola e già questo è un segnale che mi fa pensare. Se non possiedo una parola per definire la percezione di un fatto, è una percezione inedita, orfana di sinonimi. Ho provato a mischiare due parole ed è uscita la brutta parola “vuotanza”.

Lo so, non ha un bel suono, ma questa involontaria sgradevolezza potrebbe non essere un caso. E’ la somma stupidina di due parole regali: speranza e vuoto. Non è una parola maestosa, non è il “vuoto di una grande speranza”, non c’è enfasi nella vuotanza, non c’è melodramma né tragedia, non c’è scomparsa, non c’è addio, non c’è nemmeno la nostalgia per un biglietto d’aereo mai usato. Te la definisco così: “quel sentimento provocato da qualcosa che doveva succedere e che non è successa”.

Il fatto è che non mi sono care solo le persone, certe persone, ma anche le storie – perché di storie vivo – che sono solo bugie plausibili. Parlo delle storie classiche, con l’inizio, gli imprevisti, le fermate, gli evviva e i saluti. Eccola la vuotanza che mi sussurra un punto implausibile della tua storia. Forse proprio un saluto non vissuto. Un ciao scivolato via così. Prima di dirti a cuore aperto perché mi è uscito quel che cazzo vuol dire quel “farò il semplice senatore?”, esibisco una penosa dichiarazione “d’amor perduto”. Ho cominciato a seguirti perché mi hai piano piano liberato dalla mia gioventù iperidealizzata, dolciastra, epicizzata da quel coacervo asfissiante di pensieri certi che incerti erano. E’ successo proprio all’inizio, in quell’attimo, prima dello sfasciacarrozze, delle stazioni vivaci, dei referendum, dei gigli, delle direzioni ipnotiche. E’ la prima parola che hai pronunciato, l’inizio della tua storia. Hai semplicemente cambiato un pronome. Hai detto Io, non hai detto Noi. Questo mi ha accalappiato come un cane vagabondo che va sonnolento. Questa è stata la bestemmia che ho amato e che non ti hanno perdonato perché hai detto “Io” nella chiesa dove si officiava il Noi. Era infamia della presunzione, stimmate di chi vive per sé, non per gli altri.

Hai solo messo a disposizione il tuo tassì, che è nello stesso tempo un’auto privata e pubblica. Un posto incerto e libero, senza fisso galateo, nel quale si respirava un incanto promiscuo. Sapessi, per molti di noi che hai sedotto e convinto razionalmente, sapessi che spettacolo quella tracotanza vilipesa dagli zii acquattati in quel noi che tutto giustificava. Per questo mi sei diventato caro a distanza, perché in quella tua sillaba ho visto coraggio, impudenza, ingenuità, follia, affondi lucidi, difese avanzate. Ho visto una storia gonfia di fantasia. Ho rivisto finalmente una grande storia dentro alla politica. Ma questo Io abbondante conteneva un paradosso ineluttabile. Lo sai, Matteo, quel tuo Io estremo, adesso, non è ti appartiene più. Chi convince anime morte, bocche sfiatate, pomeriggi serali, mi spiace, non può dimettersi da quell’Io. Certo, ciascuno può tentare di andarsene da sé. Va bene, l’ho capito, non ce la fai a gettarti come un dado in un congresso con quelle facce, a rischiare anche di perderlo, e non ce la fai adesso a portarmi da qualche altra parte, dove guidare altrove il tuo tassì. Ma per annunciarlo, Matteo, te lo dico con quel caro davanti, non si elencano gli appuntamenti della tua agenda. No, non mi meritavo questo tuo svanire nella prosa. Perché non c’è calma, non c’è pace, non c’è bonaccia, non c’è il tempo della norma.

Dopo il Natale del pasticciaccio, dopo l’inaudita insipienza, dopo tutto questo che è avvenuto e che avverrà, l’opposizione oggetto di prece domenicale, è un sentimento che rimane inespresso, contratto, e ammala i sistemi nervosi irrorati di impotenza. Quell’opposizione rimane acquattata nel silenzioso sentire delle persone per bene: dispersa come la sabbia di Luglio. Perché non ha bocca a cui affidarla. Dimmelo. L’ingiuria, la disdicenza, l’orrore dell’idiozia, i tuoi passi incerti, i tuoi passi falliti, gli agguati, i tradimenti da coltellino svizzero, davvero, giustificano la dissolvenza in un’agenda di impegni? Bastava rileggersi quel” Non troverai nuove terre, non troverai altri mari… non c’è nave per te, non c'è altra via.” Oppure bastava un semplice, banale, autentico, “Non ce la faccio”, maestosamente impotente come era potente quel “Io ce faccio”, che fu sparo.
Umberto Contarello

Da - https://www.ilfoglio.it/politica/2019/01/02/news/la-lettera-a-renzi-di-contarello-231164/
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« Risposta #259 inserito:: Gennaio 08, 2019, 11:50:18 pm »

Renzi e il ritorno a Itaca

Come reagire alla “vuotanza”?
L’ex premier ci spiega perché non si può aver paura di rimettersi in marcia

Di Matteo Renzi
3 Gennaio 2019 alle 06:00

Renzi e il ritorno a Itaca
[Pubblichiamo la replica dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi alla lettera firmata da Umberto Contarello pubblicata dal Foglio mercoledì 2 gennaio].

Grazie, caro Umberto Contarello. Grazie del pensiero, grazie degli auguri, grazie anche del “caro” con cui inizi la tua lettera di ieri sul Foglio. Saper giocare con le parole non è da tutti. Utilizzarle per raccontare, emozionare, ispirare è un privilegio di pochi. E tu che hai questo talento ci fai un regalo condividendo i tuoi pensieri. Anche quando riesci a coniare espressioni come “vuotanza” neologismo per esplicitare il sentimento di tanti, in questi giorni carichi di inquietudine. Vero, verissimo: c'è tanta opposizione “acquattata nel silenzioso sentire delle persone per bene”. Anche perché scandalizzarsi per questo governo non va ancora di moda. Certo, un giorno ci ritroveremo a pensare quanto sia clamoroso che in Italia ci si scandalizzi solo se a ciò espressamente autorizzati dal pensiero unico. I costituzionalisti gridavano contro l’abolizione del Cnel ma nelle ore dello svuotamento del Parlamento erano – evidentemente – tutti a fare i regali di Natale. I sindacati che facevano sciopero generale contro tutte le nostre manovre espansive devono essere ancora in settimana bianca. I professori che manifestavano contro la Buona scuola oggi tacciono davanti ai tagli sull’alternanza scuola lavoro, sull’unità di missione dell’edilizia scolastica, sugli insegnanti di sostegno. In Italia sembra che scandalizzarsi sia consentito solo se va di moda. La protesta va bene solo se è à la page. Manca poco, però. Caro Umberto, manca poco alla fine dell’incantesimo.

Questo governo è un palloncino che sembra irraggiungibile ma può scoppiare all’improvviso. Tutta la loro maldestra arroganza, tutta la loro tracotante mediocrità non può reggere. Perché la realtà è implacabile, prima o poi ti presenta il conto. E già sono evidenti a occhio nudo le crepe dell’edificio gialloverde. Ma oggi nel tuo cuore, e non solo nel tuo, alberga la vuotanza. Manca la speranza, mancano leader in grado di incarnarla. Ed è vero: questa opposizione ha bisogno di politici che sappiano ritrovare la forza, il gusto di dire io. E io che faccio? Oggi dico io in modo diverso. Combatto una battaglia culturale, non solo con il documentario su Firenze ma con l'insistenza colpo su colpo nel complicato mondo dei social, nel dialogo con i ragazzi più giovani, nei discorsi in Parlamento. Dico io forte e chiaro ma gioco una partita diversa da quella che tanti si aspetterebbero. Non faccio falli di reazione contro chi mi ha scalciato da dietro. Finché la nostra priorità era cambiare l’Italia, le cose marciavano. Poi all’improvviso la sinistra ha cambiato obiettivo. I pensatori, i commentatori, i compagni di strada, i colleghi hanno deciso che cambiare il paese non fosse più la priorità, bisognava cambiare il carattere. Un carattere in particolare. Ok, forse quel leader aveva un caratteraccio. Ma pensando a cambiare carattere, stile, priorità ci siamo persi. E abbiamo perso. Succede, sono cose che capitano. Ora quella storia è storia. Cronaca, più probabilmente. Passato, comunque. Quando mi giro a guardarla, sempre più raramente, mi scappa un sorriso. Quante cose incredibili abbiamo fatto. Tutte cose che ci dicevano: “Questo non si può fare”.

E come bambini disobbedienti abbiamo toccato tutto quello che i grandi ci dicevano di non toccare, dalle banche popolari allo Statuto dei lavoratori, dalla parità di genere al merito nella scuola, dall’abbassamento delle tasse alla riforma del Titolo V. Abbiamo dato un scossa a questo paese. E lo abbiamo tolto dalla recessione in cui si trovava. Prima o poi ci verrà riconosciuto anche dai commentatori più implacabili. Ma la loro tardiva riconoscenza non ci appassionerà. Oggi tutte queste riforme, riuscite o fallite, sono ricordi. In politica la memoria è fondamentale, ma la nostalgia è inutile, forse persino dannosa. Oggi è tempo di scrivere una pagina nuova.

Davanti agli sciacalli e ai prestanome che guidano questo governo, la battaglia è culturale. Figurati se ho paura, Umberto. E certo non mi dimetto dall’Io. In questi anni ho sopportato il silenzio davanti a servitori dello stato che dicevano “Dammi le prove per arrivare a Renzi, devo arrestare Renzi”. Ho sopportato la calunnia sui bambini dell’Africa e sui voli di stato, sui regali di Natale e sui dati del Jobs Act. Ho sopportato i voltafaccia di chi per anni si stendeva adorante al mio passaggio e oggi finge di non avermi conosciuto e i tradimenti di chi ha ancora un presente in politica perché ho combattuto a mani nude per lui. Ti immagini se posso avere paura di mettermi in marcia?

Lo zaino è lì, sempre pronto, come ai tempi degli scout quando bastavano una bussola e una borraccia per renderci autonomi. Abbiamo tante storie “gonfie di fantasia” da raccontare e soprattutto da scrivere. Ma bisogna saper scegliere i tempi. La vuotanza serve soprattutto a questo, a capire i tempi giusti. La signoria del tempo sulla politica è implacabile. Tutto muta freneticamente, specie in queste ore. Quando arriverà il momento del viaggio, ci saremo. Però dobbiamo ancora chiarirci su un’ultima cosa: perché a me il “tuo” Kavafis – quello della Città – non piace granché. Non mi piace l’immagine del nostro cuore “come un morto sta sepolto”. Il “mio” Kavafis è quello di Itaca “Se per Itaca volgi il tuo viaggio, fai voti che ti sia lunga la via, e colma di vicende e conoscenze. Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi o Poseidone incollerito: mai troverai tali mostri sulla via, 
se resta il tuo pensiero alto e squisita
 è l’emozione che ci tocca il cuore
 e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi 
né Poseidone asprigno incontrerai, 
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
 se non li drizza il cuore innanzi a te. Fai voti che ti sia lunga la via.
 E siano tanti i mattini d’estate
 che ti vedano entrare (e con che gioia 
allegra) in porti sconosciuti prima. Fa scalo negli empori dei Fenici 
per acquistare bella mercanzia, 
madreperle e coralli, ebano e ambre, 
tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi, va’ in molte città egizie, impara una quantità di cose dai dotti. Sempre devi avere in mente Itaca. 
La tua sorte ti segna a quell’approdo.
 Ma non precipitare il tuo viaggio”.

Non possiamo precipitare il nostro viaggio, amico mio. Abbiamo tempo, entusiasmo, libertà. Abbiamo sogni e sappiamo come realizzarli. Abbiamo gambe e testa. Abbiamo voglia e un desiderio profondo di fare dell’Italia un giardino di opportunità anziché una gabbia di paure. Lo abbiamo iniziato a fare, continueremo a farlo. E lo faremo ancora meglio, facendo tesoro dei nostri errori.

Ma oggi precipitare il nostro viaggio significherebbe soltanto non partire proprio. E noi vogliamo partire, per arrivare. Per ritornare. Come a Itaca.

Buon 2019, caro Umberto.

Da - https://www.ilfoglio.it/politica/2019/01/03/news/renzi-e-il-ritorno-a-itaca-231276/
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« Risposta #260 inserito:: Febbraio 14, 2019, 07:12:27 pm »

TAV: LA VERITÀ DEI FATTI

Un super fact-checking in 35 domande e risposte sul più importante progetto infrastrutturale in Italia

Di PAGELLA POLITICA 13 febbraio 2019, 17:16

«Non esiste il partito delle grandi opere.
Non credo a quei movimenti di protesta che considerano dannose iniziative come la Torino-Lione. Per me è quasi peggio: non sono dannose, sono inutili. Sono soldi impiegati male».
Matteo Renzi, 2013

Articolo originale del 12 ottobre 2018 - aggiornato il 13 febbraio 2019.

Si discute di Tav da quasi trent’anni. La sigla indica, in generale, le ferrovie ad alta velocità, ma nel dibattito pubblico italiano vuol dire una cosa sola: il progetto che coinvolge il nuovo asse ferroviario tra Italia e Francia e, più nello specifico, tra Torino e Lione. Per questo, nelle pagine che seguiranno, con “Tav” si intenderà di solito “la linea Torino-Lione”.

A partire almeno dal 1991 – anno in cui la stampa parlava già dell’opera come particolarmente urgente – il progetto è stato al centro di un acceso dibattito tra chi ritiene l’opera una necessaria opportunità di sviluppo per il Paese[1] e chi la reputa inutile, costosa e dannosa.

Nello specifico, i principali obiettivi dei promotori della Tav sono economici, per rendere più competitivo il treno per il trasporto di persone e merci; ambientali, per ridurre il numero di Tir dalle strade; sociali, per connettere meglio e valorizzare aree diverse. I contrari all’opera pensano che questi obiettivi, seppur validi, non siano realizzabili con il progetto proposto, che viene visto inoltre come uno spreco di soldi pubblici.

In realtà, la divisione tra sostenitori e critici della linea – i cui lavori sono già iniziati da almeno dieci anni – è assai complessa. Come vedremo nel corso del testo, le posizioni sono molteplici, e non riconducibili a un solo dibattito polarizzato tra due schieramenti.

In queste pagine si proverà a fare il punto sul progetto, il suo stato di avanzamento, la sua storia, i pareri degli esponenti politici e le ragioni dei favorevoli e dei contrari. L’obiettivo è fornire un punto di vista il più possibile chiaro e imparziale sul tema della nuova linea ferroviaria Torino-Lione.

Una vera e propria “storia nella storia” è quella dei movimenti di protesta alla costruzione dell’infrastruttura, della risposta delle autorità, delle misure di sicurezza intorno ai cantieri e delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto molte persone negli ultimi vent’anni: per esigenze di spazio, questi temi saranno trattati solo in modo molto sintetico, preferendo concentrarsi sugli aspetti più legati al progetto in senso stretto.

1. Che cos’è (e che cosa non è) la Tav?
La sigla Tav sta per “Treno ad alta velocità”. Secondo un parere linguistico pubblicato nel 2015 dall’Accademia della Crusca, sarebbe corretto utilizzare l’articolo maschile, visto che la prima lettera della sigla sta per “treno”. L’articolo femminile fa riferimento alla linea ad alta velocità (“la linea del Tav”).

Il nome, però, è fuorviante. Anche se “Tav” – maschile o femminile – ricorre sempre nel dibattito e in quasi tutti gli articoli di giornale, la linea Torino-Lione di cui si discute, infatti, non è in senso stretto una linea ad alta velocità (Av).[2]

Lo ha confermato anche Paolo Foietta – attuale commissario di governo per il progetto – durante un’audizione alla Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati nel dicembre 2016.

L’opera è tecnicamente definita come «una linea mista con specifiche tecniche d’interoperabilità», specifiche conformi alle rete centrale europea di cui è parte: questo significa che permette il passaggio di treni passeggeri a una velocità massima di circa 220 km/h e treni merci a una velocità massima di circa 120 km/h.

Come già avviene per diversi importanti tunnel realizzati o in fase di realizzazione in Svizzera e in Austria, la linea di valico in progetto al confine tra Francia e Italia non consente di raggiungere la velocità di punta dell’Av propriamente detta per il trasporto viaggiatori, che è di 250 km/h, secondo le definizioni contenute nelle normative Ue.

A oggi le velocità consentite dall’attuale linea Torino-Modane variano a seconda delle tratte, ma sono comunque in generale inferiori, raggiungendo un massimo di 120-140 km/h per i passeggeri.

Per i promotori – che ritengono la riduzione dei tempi di percorrenza uno dei principali vantaggi ottenuti dalla realizzazione del progetto – l’opera proposta è comunque più concorrenziale e conveniente del trasporto su gomma, soprattutto per quanto riguarda le merci, anche senza raggiungere le velocità superiori a quelle dei treni ordinari.

La giustificazione: il traffico ferroviario delle merci non ha bisogno per forza di velocità elevate, ma di maggiori capacità di trasporto, ossia di treni più lunghi – oltre 750 metri – e pesanti – almeno 2 mila tonnellate. Secondo i promotori, il progetto della nuova linea Torino-Lione garantirà proprio queste caratteristiche, che invece non sono soddisfatte dalle infrastrutture attuali.

Il beneficio principale, in questo caso, si ottiene anche grazie a una riduzione sostanziale delle pendenze sulle Alpi: nella nuova tratta le pendenze sarebbero inferiori al 12 per mille, rispetto all’oltre 30 per mille di quella attuale, che richiede un utilizzo di trazioni doppie o triple per i vagoni.

Critici come Marco Ponti – professore ordinario, oggi in pensione, di Economia e pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano, nominato a luglio 2018 dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli consulente per la valutazione delle grandi opere – restano comunque dubbiosi sulla maggior convenienza dei treni rispetto alla strada, indipendentemente dalle questioni di velocità e capacità di una linea

L’analisi costi-benefici sulla Tav pubblicata il 12 febbraio 2019 dalla commissione del Ministero presieduta da Ponti arriva a una conclusione simile: a fronte dei costi per lo Stato, la ferrovia – in questo caso la Torino-Lione – non ha nel complesso un vantaggio competitivo favorevole rispetto alla strada.

2. Dove dovrebbe passare la Tav?
Il punto di partenza di ogni dibattito informato è il tracciato della nuova opera ferroviaria, da Torino a Lione. Quello di cui si discute oggi è stato definito il 30 gennaio 2012 a Roma, in un accordo tra Francia e Italia, con alcune modifiche successive. In precedenza, il tracciato prevedeva un percorso parecchio diverso, per esempio passando sulla riva sinistra del fiume Dora (quello attuale passa sulla riva destra).

Nella sua versione attuale il progetto parte dal nodo di Lione e arriva al nodo ferroviario di Torino in Piemonte. La tratta è suddivisa in tre parti: quella italiana – tra Susa/Bussoleno e Torino – è di competenza della società Rete Ferroviaria Italiana (Rfi); quella francese – tra Lione e Saint-Jean-de-Maurienne - è di competenza della società che gestisce la rete ferroviaria francese (Société Nationale des Chemins de fer Français, Sncf); quella transfrontaliera – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno – è di competenza di Telt (Tunnel Euralpin Lyon-Turin).

Telt è la società che nel 2015 ha sostituito Ltf (Lyon-Turin Ferroviaire) come promotrice pubblica dell’opera. È responsabile della realizzazione e della gestione della parte tra Francia e Italia, e le sue quote di partecipazione sono divise a metà tra i due Paesi.[3]

La parte di tracciato in comune – quella gestita da Telt, appunto – è lunga circa 65 chilometri e per l’89 per cento passa sotto terra. Comprende la realizzazione di diverse opere: quella più imponente e discussa è un tunnel a due canne – ossia con due fori separati per i binari – lungo 57,5 chilometri, tra le stazioni internazionali di Saint-Jean de Maurienne in Francia e Susa/Bussoleno in Italia.

L’imbocco del tunnel si trova al termine della Val Susa: dal punto di vista industriale, si tratta di una delle valli più sviluppate dell’intero arco alpino, già attraversata dall’autostrada A32 e da due strade principali che conducono ai valichi del Monginevro e del Moncenisio.

Rispetto alla tratta ferroviaria già esistente, il nuovo percorso della sezione transfrontaliera si presenta come più breve (circa 60 chilometri rispetto a 90), pianeggiante (con un risparmio di oltre 500 metri di dislivello) e rettilineo.

La linea ferroviaria attuale compie infatti un’ampia curva verso Oulx, per poi risalire verso nord e il traforo del Frejus. Questa curva verrebbe “tagliata” dal nuovo percorso, che a partire da Susa punterebbe direttamente verso il Moncenisio.

Se venisse realizzato, il traforo – noto con il nome di “tunnel di base del Moncenisio”, perché passa appunto alla base del colle – sarebbe uno dei tunnel ferroviari più lunghi al mondo, insieme a quello del Gottardo, per una curiosa coincidenza lungo anch’esso circa 57 km e inaugurato nel 2016 in Svizzera.

Scavato interamente sotto le Alpi e alla quota di pianura, il progetto del tunnel di base del Moncenisio – diviso tra 45 km in Francia e 12,5 km in Italia – comprende anche tre aree di sicurezza a La Praz, Modane e Clarea.

3. Quando e come è nato il progetto?
La storia della Torino-Lione è iniziata circa trent’anni fa. È scandita da numerosi vertici e accordi tra Francia e Italia, ratificati dai rispettivi parlamenti nazionali e supportati per anni da schieramenti politici lungo tutto l’arco parlamentare. Allo stesso tempo, ci sono da altrettanti anni proteste nei due Paesi, nelle zone di confine e non solo, e si sono susseguite numerose revisioni del progetto.[4]

Nel 1990, nasce il Comitato promotore per l’Av sulla direttrice est-ovest (Trieste-Torino-Lione) – presieduto per la parte privata da Umberto Agnelli, poi succeduto l’anno dopo da Sergio Pininfarina, e per quella pubblica dall’allora presidente della Regione Piemonte Vittorio Beltrami, della Democrazia Cristiana – che con il supporto delle ferrovie italiane e francesi inizia a promuovere l’opera come una scelta strategica per il Paese.

Nel 1991, il Comitato realizza i primi studi di fattibilità per la nuova linea e, contemporaneamente, la notizia arriva sui giornali: nascono così i primi movimenti di protesta nelle zone coinvolte, come il Comitato Habitat, composto da medici, tecnici, professionisti e docenti del Politecnico di Torino.

Tre anni più tardi, l’opera ottiene il sostegno ufficiale dell’Unione europea: nel Consiglio europeo di Essen (9-10 dicembre 1994) la Tav Torino-Lione è inserita nell’elenco dei 14 «progetti prioritari nel settore dei trasporti e dell’energia», peraltro con l’indicazione: «lavori già iniziati o che dovrebbero iniziare entro la fine del 1996».

Il 15 gennaio 1996, a Parigi, Giovanni Caravale – economista e ministro dei Trasporti del governo tecnico Dini – firma il primo accordo con la Francia, creando una Commissione intergovernativa, ossia un negoziato tra rappresentanti dei due Stati membri dell’Unione europea per gettare le basi della realizzazione della grande opera.

Cinque anni più tardi, il 29 gennaio 2001, con la firma del ministro dei Trasporti Pier Luigi Bersani, un vertice italo-francese propone la prima idea di tracciato della linea: l’ambizione generale del progetto era un nuovo percorso ferroviario che mettesse in comunicazione la larga vallata francese che corre per una sessantina di chilometri tra Albertville e Grenoble, il cosiddetto Sillon alpin, e il nodo ferroviario di Torino.

4. Che cosa c’entra la saturazione della linea?
Uno dei punti intorno a cui ruota il dibattito, ancora oggi, è una formulazione contenuta nel primo articolo dell’accordo italo-francese del 2001. I due governi, infatti, si impegnavano a costruire «le opere necessarie alla realizzazione di un nuovo collegamento ferroviario misto merci-viaggiatori», la cui «entrata in vigore dovrebbe aver luogo alla data di saturazione delle opere esistenti».

Veniva insomma collegata esplicitamente la nuova linea alla «saturazione» della precedente. Come analizzeremo nel dettaglio in seguito, il tema della saturazione della linea storica e delle previsioni di crescita dei traffici merci è da sempre uno dei punti centrali del dibattito sull’opera.

I promotori, nelle primissime fasi, davano quella saturazione come imminente e attesa al più tardi alla metà degli anni Novanta; in realtà, quelle previsioni iniziali si sono rivelate assai infondate. Alcune ragioni degli oppositori sono state in parte confermate dal governo negli ultimi anni, come avvenuto di recente in un documento del 2017.

Nel 2003, Ltf – società partecipata da Francia e Italia – iniziò le fasi di esplorazione, con i primi scavi ricognitivi. Nel frattempo, il movimento di protesta “No Tav” della Val di Susa otteneva sempre più attenzione a livello mediatico.

5. Perché le proteste del 2005 sono così importanti?
I movimenti di opposizione contro la Torino-Lione avevano già iniziato a contestare l’opera in manifestazioni pubbliche negli anni Novanta. La prima grande protesta avvenne infatti il 2 marzo 1996, nel paese di Sant’Ambrogio di Torino, quando – secondo i No Tav – sfilarono per le strade oltre 3 mila manifestanti. Negli anni seguenti arrivarono i primi arresti e le prime condanne contro gli attivisti.[5]

Ma è negli anni Duemila che gli oppositori alla grande opera aumentarono i loro consensi, soprattutto a causa dell’inizio vero e proprio dei lavori, con gli scavi e i conseguenti espropri dei terreni.

L’8 dicembre 2005, decine di migliaia di persone occuparono il cantiere di Venaus – nella Val Cenischia, in provincia di Torino – la cui realizzazione aveva richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. È una delle svolte più importanti nella storia dell’opera.

I lavori, di fatto, furono congelati. Così, il 1° marzo 2006, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi istituì l’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione. Questo organismo tecnico – con presidente Mario Virano, poi diventato nel 2015 direttore generale di Telt – si insediò ad aprile, con il nuovo governo presieduto da Romano Prodi, e diventò operativo a dicembre 2006.

6. Che cos’è l’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione?
L’obiettivo dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione – o più comunemente Osservatorio Torino-Lione – è quello di accompagnare «l’intero percorso di definizione, condivisione e realizzazione degli interventi di adeguamento» della linea.

L’Osservatorio non è un ente deliberativo, ovvero non prende decisioni vincolanti o con forza di legge, ma ha tra i suoi compiti – che sono stati definiti in una lunga serie di decreti a partire dal 2006 – quello di indicare linee di indirizzo per la realizzazione dell’opera.

Dopo l’istituzione, la sua composizione è stata modificata due volte, nel 2010 e nel 2017. Negli anni, all’Osservatorio hanno partecipato, tra gli altri, i comuni interessati dal tracciato – ma non tutti –, i ministeri di competenza, la città e la provincia di Torino, la regione Piemonte, il promotore pubblico Telt, Rete Ferroviaria Italiana, sindacati, associazioni professionali, oltre ad altri numerosi enti ed esperti.

Descritto dai suoi partecipanti come «un’esperienza di confronto unica e straordinaria nel panorama italiano», l’Osservatorio – la cui attività tecnica e di confronto tra le parti è raccolta nella pubblicazione di, finora, dieci «Quaderni» – è in realtà oggetto di forti critiche, ritenuto da alcuni una “trappola”, e non un vero luogo di condivisione e decisione comune sulla Tav.

Più in generale, l’operato di questo organismo è diventato un altro terreno di scontro. Per esempio, nel giugno 2008, l’Osservatorio sembrò raggiungere un importante traguardo grazie al cosiddetto “accordo” di Prà Catinat, con i quali i partecipanti dell’organismo tecnico trovarono un’intesa sulla fase di valutazione di nuovi tracciati e alternative progettuali.

Secondo i critici, questo accordo – definito «solo una relazione finale firmata dal commissario del governo» – contiene auspici e generiche indicazioni e non ha evitato l’esclusione dall’Osservatorio – considerata un’«autoesclusione» dal governo – di alcune amministrazioni locali non favorevoli all’opera – 17 sulle 50 aventi diritto a essere rappresentati nell’Osservatorio – avvenuta nel 2010.

Nello stesso 2010 arrivò al termine il lungo processo di revisione del tracciato della linea, deciso dopo le grandi proteste di fine 2005 e mediato dall’Osservatorio. Il 30 gennaio 2012, a Roma, le autorità politiche italiane e francesi ratificarono l’accordo sul progetto di adeguamento della Torino-Lione, con il tracciato che, al netto di qualche modifica di dettaglio, rimane quello di cui si discute ancora oggi.

7. Che cos’è il fasaggio dell’opera?
Oltre alle modifiche in seguito alle proteste, l’accordo del 2012 introduceva un’altra importante novità. L’articolo 4, infatti, diceva che le opere «saranno realizzate in diverse fasi funzionali».

Si inizia così a parlare di “fasaggio” dell’opera – termine fino ad allora inesistente nel vocabolario italiano, ma calco della parola francese phasage al posto della versione alternativa “fasizzazione”. In concreto, questo significa che la linea Torino-Lione non verrà costruita tutta insieme, ma in quattro tappe, con la Tappa 1 che prevede appunto la realizzazione e messa in opera del tunnel del Moncenisio e – per il lato Italia –  il potenziamento della linea storica fra Bussoleno e Avigliana e la realizzazione della variante Avigliana-Orbassano.

Gli interventi delle tappe successive (1 bis, 2 e 3) non hanno una programmazione temporale definita, ma saranno attivati alle condizioni di “saturazione” della linea.

Il senso di questa suddivisione in fasi è dunque economico e funzionale, ossia punta ad abbassare i costi dell’opera anticipando la realizzazione delle componenti indispensabili per ottenere i benefici più significativi e rinviando le parti meno urgenti.[6]

Il 24 febbraio 2015 venne firmato a Parigi l’accordo per «l’avvio dei lavori definitivi della sezione transfrontaliera della nuova linea ferroviaria Torino-Lione», integrato con un protocollo addizionale – per l’aggiornamento del piano finanziario, la certificazione dei costi e il contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata –, fatto a Venezia l’8 marzo 2016 tra l’allora presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi e l’allora presidente della Repubblica francese François Hollande.

8. Qual è lo stato di avanzamento dei lavori?
In totale, le tre parti della linea ferroviaria Torino-Lione compongono un tracciato lungo circa 270 km – di cui il 70 per cento (189 km) in territorio francese e il 30 per cento (81 km) in territorio italiano – che interessa complessivamente 112 comuni. Come abbiamo visto, quest’opera comporta molti interventi, sia sulle ferrovie nazionali sia in scavi geognostici, quest’ultimi fatti per analizzare il terreno e preparare i tunnel utilizzati per la manutenzione e la sicurezza a opera ultimata.

Lo stato di avanzamento dei lavori dipende dalla parte della linea di cui si sta parlando.

Una “tappa” preliminare e limitata, detta “Tappa 0”, già conclusa, ha previsto la messa in servizio della gronda merci Cfal Nord di Lione (Contournement Ferroviaire de l’Agglomération Lyonnaise), in Francia; in Italia, la realizzazione di interventi di potenziamento tecnologico nella tratta italiana tra Avigliana e il nodo di Torino, il quadruplicamento tra le stazioni Torino Porta Susa e Torino Stura e il potenziamento del servizio ferroviario metropolitano.

Prendiamo in considerazione ora la sezione transfrontaliera, la cui realizzazione, come abbiamo visto, costituisce la Tappa 1 dell’intera linea. Secondo i dati ufficiali di Telt, al 31 gennaio 2019 «è stato scavato oltre il 15,5 per cento delle gallerie previste per l’opera (tunnel geognostici, sondaggi, discenderie, ecc.)». Su un totale di circa 160 chilometri, si tratta di oltre 25 chilometri già realizzati.

Gli scavi ultimati comprendono, tra gli altri, la discenderia di  Villarodin-Bourget-Modane in Francia (iniziata nel 2002 e completata nel 2007); quella di Saint-Martin-la-Porte in Francia (iniziata nel 2003 e completata nel 2010); il cunicolo esplorativo della Maddalena di Chiomonte in Italia (iniziato nel novembre 2012 e terminato a febbraio 2017).

La prima funzione di queste discenderie è quella geognostica: cioè sono scavate per capire quali sono le caratteristiche del terreno e individuare i potenziali problemi di meccanica. Terminato questo scopo, questi tunnel costituiranno parte delle infrastrutture di supporto del tunnel di base, «in quanto essenziali alla sua ventilazione, a interventi di manutenzione e come uscite di sicurezza».

Tra i cantieri ancora in corso tra Francia e Italia, risulta invece ancora in costruzione il tunnel geognostico di Saint-Martin-La-Porte. Qui, al 13 febbraio 2019, sono stati scavati circa 6,7 km sui 9 km complessivi.

Sebbene questa galleria sia in asse e nel diametro del futuro tunnel di base, da un punto di vista formale non è il tunnel vero e proprio, i cui bandi per l’inizio ufficiale degli scavi sono stati rimandati. La funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», spiega Telt, in vista della realizzazione definitiva del tunnel di base e il passaggio dei primi treni (nel 2030, se saranno rispettati i tempi previsti).

Da un punto di vista sostanziale però, se il tunnel di base sarà costruito, i 9 chilometri scavati della galleria di Saint-Martin-La-Porte ne diventeranno una parte effettiva, dopo alcuni interventi.

A luglio 2017, è stato pubblicato un progetto di variante – poi approvato dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) a marzo 2018 – che prevede, tra le altre cose, lo spostamento per ragioni di sicurezza dell’area principale dei lavori da Susa al cantiere di Chiomonte, invertendo il senso di scavo rispetto a quello inizialmente previsto.

Il cantiere di Chiomonte, quindi, è diventato la sede dell’inizio degli scavi definitivi per il tunnel di base, per i quali nel 2017 Telt aveva annunciato l’apertura di 81 bandi di gara su 12 cantieri operativi – 9 per i lavori dell’attraversamento alpino; due per la valorizzazione dei materiali di scavo e uno per gli impianti tecnologici e di sicurezza. A febbraio 2019, però, Telt non ha ancora avviato le procedure per il lancio della gara da circa 2,5 miliardi di euro complessivi per la costruzione del tunnel di base.

I lavori per le due canne del tunnel di base – inizialmente previsti da Telt per il 2018, ma ancora da avviare, se non si conta il tunnel di Saint-Martin-La-Porte  – dovrebbero finire entro il 2029, con la messa in servizio pianificata per il 2030. Ma i ritardi dovuti all’incertezza sul futuro dell’opera causeranno probabilmente un spostamento in là di queste scadenze (sempre che si decida di fare la Tav).

Ad agosto 2018, il ministro delle Infrastrutture del governo Conte, Danilo Toninelli (M5S), ha infatti dichiarato che sarà considerato «atto ostile» ogni avanzamento dei lavori prima delle decisioni del governo sul proseguimento della Tav.

9. Quali sono le infrastrutture esistenti?
Esistono già alcune infrastrutture che mettono in comunicazione le città di Torino e Lione, o più in generale che attraversano il confine alpino tra Francia e Italia.

Nel dibattito pluriennale tra promotori e contrari alla Tav, i primi sostengono che i collegamenti attuali sono insufficienti, antiquati e inefficienti dal punto di vista economico e ambientale; i secondi, invece, ritengono che le linee presenti sono adeguate per gli obiettivi fissati dalle politiche infrastrutturali e per i volumi di traffico, e che – con cifre minori a quelle stanziate per la grande opera – possono essere potenziate e ammodernate.

Prima di analizzare nel Capitolo 3 le posizioni nel dettaglio, cerchiamo di capire quali sono le infrastrutture già esistenti.

Per quanto riguarda i treni, Torino è collegata al confine con la Francia dalla ferrovia del Frejus – o linea Torino-Modane-Chambéry-Culoz. Da quest’ultimo comune transalpino è possibile raggiungere Lione con una linea gestita dalle ferrovie francesi.

Questo tratto ferroviario è anche chiamato “linea storica” perché la prima tratta, tra Susa e Torino, è stata inaugurata nel 1854, e il traforo ferroviario del Frejus – lungo oltre 13,5 km e con un’altitudine massima di 1.324 m sul livello del mare – è stato aperto nel 1871: la sua costruzione ebbe il sostegno, tra gli altri, di Camillo Benso, conte di Cavour.

Durante tutto il Novecento, la tratta è stata oggetto di numerosi lavori di potenziamento e ammodernamento. Gli interventi recenti più importanti sono stati fatti tra il 2003 e il 2011, quando le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi più alti (fino a 3,75 metri).

Dal 2003, sulla linea storica Torino-Lione è anche attiva l’autostrada ferroviaria alpina (Afa), che permette, su un percorso di 175 km, il trasporto combinato delle merci, che vengono spostate in un container, posizionato prima su camion e poi su rotaia.

Secondo i critici della Tav, i lavori di ammodernamento – uniti ai dati sui traffici delle merci e dei passeggeri – dimostrano che la linea storica «non è vecchia», cioè non è ancora superata, e consente il passaggio della maggior parte degli autocarri e dei container.

Viceversa, i sostenitori della Tav criticano come non sufficiente per gli standard europei la nuova sagoma del traforo ferroviario del Frejus, definita P/C45 – una sigla che indica il trasporto intermodale di casse mobili e semirimorchi con un’altezza massima di 3.750 mm. Secondo il commissario Foietta,[7] «la vecchia tratta di valico» non sarebbe adeguata al trasporto moderno ed «è oggi considerata fuori dagli standard moderni di sicurezza dei tunnel ferroviari».

Per quanto riguarda il trasporto su gomma al confine alpino, in questa zona Italia e Francia sono collegate dall’autostrada A32, che – con una lunghezza di oltre 70 km – attraversa la Val di Susa e arriva al traforo autostradale del Frejus. Quest’area è attraversata anche da due strade statali che arrivano ai valichi del Monginevro e del Moncenisio.

 

Note
[1] Nel 1990, come vedremo, era nato il Comitato promotore per l’Alta velocità sulla direttrice est-ovest (Trieste-Torino-Lione).

[2] Per questo testo, abbiamo deciso di continuare a usare l’articolo femminile “la Tav” – anche se impreciso – perché a oggi resta di gran lunga quello più comune nell’uso.

[3] Il promotore pubblico Ltf era invece responsabile degli studi per i progetti preliminari dell’opera, terminati nel 2015.

[4] Rispetto all’Italia, il progetto della Torino-Lione resta comunque un tema meno presente nel dibattito pubblico francese. Nonostante la presenza di gruppi di protesta locali, questi non hanno raggiunto dimensioni e visibilità pari a quelli italiani.

[5] Una delle vicende più note riguarda gli arresti di Maria Soledad Rosa (“Sole”), Edoardo Massari (“Baleno”) e Silvano Pellissero avvenuti a inizio marzo 1998. I tre anarchici erano accusati di associazione sovversiva e terrorismo. Il 28 marzo dello stesso anno, Baleno si suicidò in carcere, e l’11 luglio la sua compagna Sole si tolse la vita in una comunità dove era tenuta agli arresti domiciliari. Nonostante i dissidi dell’epoca tra gli ambienti anarchici e una parte dei No Tav, oggi la storia viene ricordata dagli attivisti come esempio di «montatura» organizzata da media e magistratura per screditare i movimenti di protesta.

[6] Secondo il Controsservatorio della Valsusa – un’associazione nata nel 2013 – questa strategia è invece «palesemente non-funzionale», perché la capacità della sezione transfrontaliera – in assenza del resto della nuova linea – resterebbe comunque quella attuale.

[7] Paolo Foietta – nominato il 20 aprile 2015 commissario straordinario per l’asse ferroviario Torino-Lione – è anche presidente dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione e ricopre l’incarico di capo delegazione per l’Italia della Conferenza intergovernativa per la nuova linea.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.


Da - https://www.agi.it/saperetutto/tav_torino_lione_costi_effetti-4451507/longform/2018-10-12/
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« Risposta #261 inserito:: Febbraio 20, 2019, 11:09:03 pm »

Le vere ragioni della “antipatia” di Renzi

Appena Renzi ha pubblicato il suo nuovo libro si sono attivate le legioni di chi lo irride e gli imputa la grave sconfitta del marzo 2018. È una coazione a ripetere. Hanno evidentemente ancora paura di lui. E trascurano di capire le vere ragioni di quella sconfitta. Che è fatta certo di errori ma è fatta anche della reazione furibonda a riforme sacrosante, attese da anni, reazione che ha portato quella rete di interessi ramificati e diffusi colpiti a connettersi “pro domo loro” con le forze più populiste le cui vele erano già gonfiate da un vento mondiale che sta squassando le più antiche democrazie.

18 Febbraio 2019 Scritto da Enzo Puro Pubblicato in Politica
 
Basta che Matteo Renzi scriva un libro, faccia affollatissime presentazioni, rilasci interviste, vada in TV, che i suoi avversari dentro il suo stesso campo partano in quarta. Anche i più silenziosi (di solito) scrivono, irridono, gli intimano di tacere, gli rimproverano di aver portato il PD alla disfatta.

E fanno questo non analizzando davvero le vere ragioni per cui si è perso e per cui Matteo Renzi è considerato uomo antipatico ed arrogante (ragioni che a me, all’opposto, lo fanno sembrare simpatico ed empatico).

In un altro articolo che troverete QUI (La damnatio memoriae di Matteo Renzi. Il tentativo è quello di cancellarlo dalla nostra memoria patria) potrete leggere il perché a mio avviso, malgrado tante leggi positive, il risultato elettorale è stato molto negativo.

Di seguito invece descrivo perché tante categorie di cittadini italiani non hanno votato per Matteo Renzi e per il PD e descrivo gli interessi che il governo dei 1000 giorni ha toccato nel profondo.

Sicuramente non hanno votato per Renzi e per il PD le classi dirigenti meridionali che, con il sistema dei Patti territoriali creati da Renzi e Delrio, hanno visto molto limitato il loro potere di gestione delle risorse finanziarie fatto senza regole.

È noto a tutti che le regioni meridionali non solo hanno un utilizzo bassissimo delle risorse comunitarie ma che anche quelle risorse che riescono a portare a progetto ed a finanziamento incorrono, fino alla cantierizzazione e poi durante la stessa cantierizzazione, in numerosi intoppi (la vicenda della Salerno Reggio Calabria o della Bonifica di Bagnoli ne sono un esempio clamoroso).

Così come è noto a tutti che quelle risorse sono il miele per chi ama gestire il potere in maniera clientelare ma ancora di più per chi ha un rapporto perverso con le mafie.

Matteo Renzi, insieme a Delrio, aveva costruito un meccanismo per spezzare tutto ciò, garantire la correttezza delle procedure ma anche la velocità delle realizzazioni.

Era il sistema dei Patti territoriali. Un meccanismo molto semplice. Una cabina di regia centrale con tutti i soggetti interessati, un ruolo stringente dell’ANAC di Cantone nel controllo sugli appalti, un monitoraggio periodico degli avanzamenti, la possibilità dell’avocazione al centro se gli Enti locali e le Regioni marciavano male.

Ecco secondo voi quelle classi dirigenti (anche di centrosinistra) abituate a gestire soldi e progetti alla vecchia maniera lo hanno votato il PD oppure sono andati in giro a dire che Renzi era antipatico?

Sicuramente poi non hanno votato Renzi i caporali. Il caporalato non è un fenomeno folcloristico, non è un fatto di costume ma in molte parti del sud rappresenta un grumo di interessi molto diffusi e ramificati che coinvolge la stessa rete delle aziende che li usano. E questo sistema ramificato e diffuso svolge anche la funzione di raccoglitore di preferenze per i capi bastoni locali.

È questo il motivo per cui per decenni nessun governo ha mai fatto alcunché contro il caporalato. Anche a sinistra si sono fatti soltanto molti convegni ma anche nei periodi in cui la sinistra ha governato non c’è stata nessuna legge approvata.

Perché era chiaro probabilmente che colpire il caporalato significava anche colpire il sistema del consenso politico che ha fatto la fortuna di molti, fortuna economica grazie allo sfruttamento bestiale della manodopera ma anche fortuna politica (e su questo la Bellanova più volte ha insistito e raccontato questo intreccio).

Se questo è il sistema allora capiamo l’impatto che può aver avuto la legge sul caporalato voluta da Renzi dopo la morte per sfruttamento nei campi di una bracciante pugliese assoldata dai caporali.

E certamente quel sistema ha contribuito anch’esso ad alimentare l’immagine di un Renzi antipatico e addirittura “divisivo”!!!

Sicuramente non ha votato per Renzi quella parte del mondo cattolico conservatore che gliel’aveva giurata al momento della approvazione delle Unioni civili e poi quando fu approvato il testamento biologico.

Ci furono manifestazioni di questi cattolici contro Renzi e la sua legislazione dei diritti. E non l’hanno presa certo bene alcuni vescovi italiani quando il giovanotto di Firenze, cattolico esso stesso e boy scout, ha ricordato loro che lui aveva giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo. Odioso ed antipatico, certo!!

Sicuramente non ha votato Renzi tutta quella pletora di dirigenti pubblici a cui Renzi aveva messo un tetto per il loro stipendio e messo così fine a quello scandalo dei maxi stipendi su cui nessuno prima era mai intervenuto.

Sicuramente non ha votato Renzi tutta quella classe di insegnanti che ritengono di non dover essere valutata da soggetti terzi e che pensano di essere in grado loro stessi di autovalutarsi. Al netto degli errori commessi nel percorso di coinvolgimento sulla riforma della scuola molti insegnanti (cavalcati dalla CGIL) sono stati un veicolo fondamentale nella diffusione dell’immagine antipatica di Matteo Renzi.

Sicuramente non hanno votato Renzi i corrotti. Se è vero come è vero che il sistema della corruzione in Italia è molto diffuso è evidente che gli attori di questo sistema non potevano certo sostenere un premier che invece di parlare faceva cose concrete. A partire dal potenziamento dell’Autorità anticorruzione a capo della quale ci ha messo il giovane e brillante magistrato che aveva sconfitto i casalesi, dandogli nel contempo poteri e strumenti per esercitare realmente il ruolo che gli era stato affidato. Sono certo che l’insieme di quegli attori considerava Renzi un politico antipatico.

Sicuramente non hanno votato per Renzi le ecomafie contro le quali per la prima volta è stata approvata una legge molto rigida e che raccoglieva tutte le indicazioni del più serio pensiero ambientalista.

Sicuramente non hanno votato per Matteo Renzi tutti quegli imprenditori che avevano l’abitudine di far firmare al momento della assunzione, soprattutto alle donne, le dimissioni in bianco. Il tanto vituperato Jobs act contiene infatti una norma che ha colpito il perpetuarsi di questa enorme ingiustizia.

Potremmo continuare a lungo.

Il governo dei 1000 giorni ha rotto molti equilibri. È entrato a piè pari in situazioni che tutti davano per scontate. Forse lo ha fatto in maniera troppo ingenua non prevedendo, e non attrezzando perciò una risposta, la furibonda reazione delle consorterie colpite che sono riuscite, con la complicità del sistema dei media, vecchi e nuovi, a ribaltare in negativo l’immagine del giovane leader fiorentino.

La “character assassination” che è stata messa in atto sulle banche è ad esempio un capolavoro strategico.

Un premier che ha legiferato per eliminare tutte quelle porcherie che negli anni il sistema bancario territoriale aveva fatto (quanto accaduto con le banche venete ne è un esempio) è stato fatto passare per il suo opposto, l’amico dei banchieri e degli speculatori.

Come potevano votare per Renzi gli stakeholders territoriali delle banche popolari se il governo Renzi (rimettendo in carreggiata una vecchia proposta di Ciampi) ha approvato la riforma delle banche popolari, una riforma che ha fatto saltare quel meccanismo del voto capitario attraverso cui quegli stakeholders territoriali tenevano per le palle i manager delle diverse banche?

Stiamo parlando di interessi diffusissimi e ramificati quanto e più forse di quelli colpiti dalla legge sul caporalato. Interessi che si tramutavano nella concessione di prestiti e mutui a gogò che sono stati una delle cause per cui molte di quelle banche sono andate a gambe all’aria. Il voto capitario (per cui anche con una sola azione si aveva il diritto di veto e di decisione al pari di chi invece di azioni ne aveva tantissime) serviva a mantenere in piedi quel sistema malato.

Insomma una sconfitta è frutto di tante cose. Ci sono certo gli errori commessi. Ma c’è un vento complessivo che in tutto il mondo (lo ha detto il filosofo francese Bernard H. Levi ad una accigliata Annunziata) ha portato al potere forze populiste micidiali annichilendo la sinistra. E c’è però la reazione furibonda a riforme sacrosante attese da anni, che forse si è sottovalutata, reazione che ha portato quella rete di interessi ramificati e diffusi colpiti a connettersi “pro domo loro” con le forze più populiste le cui vele erano già gonfie da un vento mondiale che sta squassando le più antiche democrazie.

Da - https://manrico.social/politica/item/1157-le-vere-ragioni-della-antipatia-di-renzi.html?fbclid=IwAR0FWUgmVN67O5vdf6sFOFoJ7l5_jCPWLG866ZPPJUfjtQJKgk9etJJOz3U
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« Risposta #262 inserito:: Febbraio 28, 2019, 06:12:05 pm »

Evasione fiscale, Bonafede: “Via le soglie vergogna del governo Renzi”

Il ministro della Giustizia: “L’ex premier le alzò tutte La Lega? Non penso che a qualcuno nel governo piacciano quelle norme”


Di Luca De Carolis | 22 Febbraio 2019   

Sulla Diciotti si era detto “combattutissimo”, senza svelare il suo voto. Ma ora assicura che “era giusto negare l’autorizzazione a procedere per Matteo Salvini”. Però il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha soprattutto altro da dire: “Proporrò al governo di ritoccare verso il basso le soglie di punibilità per varie fattispecie di evasione fiscale. Il governo Renzi ha varato norme che sembravano consigli su come evadere, come scrissi in un mio post del 2015. E io vorrei che si tornasse alle soglie precedenti il suo esecutivo”.

Partiamo dalla Diciotti. Quel 41 per cento che ha votato a favore dell’autorizzazione a procedere a diversi, come il deputato Luigi Gallo, pare la base numerica di una minoranza interna.
La maggioranza e la minoranza sono fisiologiche quando c’è una consultazione. E sulle questioni più dibattute c’è maggiore equilibrio tra le opinioni.

Quel 41 per cento magari vi chiede di cambiare, innanzitutto nel rapporto con la Lega, no?
Non sono d’accordo. Il M5S ha una linea politica molto chiara, che consiste nell’andare avanti con questo governo, e su una questione nuova come quella della Diciotti ha consultato gli iscritti. Ma non si possono utilizzare le votazioni per valutazioni interne al Movimento.

Avete scoperto improvvisamente il garantismo, per salvare Salvini e il governo.
È falso. Noi non abbiamo mai fatto eccezioni per nessuno, e io ho firmato l’autorizzazione a procedere per vilipendio nei confronti proprio di Salvini. Ma la legalità è il rispetto di tutte le leggi, e tra queste c’è anche la norma costituzionale, che imponeva ai senatori di rispondere a una domanda, ossia se il ministro dell’Interno avesse agito per un interesse preminente dello Stato. E se avessero detto il contrario, avrebbero detto il falso.

Lei però ha ammesso di essere molto combattuto. Quindi non era così automatico, no?
No, la certezza assoluta non poteva averla nessuno. Ma alla fine ho scelto il criterio della verità.

Che ha prevalso su quello della vostra identità…
La nostra identità corrisponde al rispettare il criterio della verità.

Ora vi volete strutturare. Avete capito che il M5S leggero non funziona più.

Serve una struttura che faccia da garante delle qualità delle persone che si avvicinano al M5S.

Ha voglia di far parte della nuova segreteria politica?
(Sorride, ndr). La parola segreteria non mi piace. E io non mi sono mai offerto per incarichi.

Invece sul piano politico cosa offre? La lotta all’evasione fiscale è scomparsa dall’agenda del governo. Eppure voi 5Stelle avevate promesso “manette per gli evasori”.

Le manette agli evasori, cioè l’inasprimento delle pene, sono legate al varo di un sistema fiscale più equo, così come prevede il contratto di governo. Però ci sono stati alcuni interventi vergognosi del governo Renzi sull’evasione fiscale, per esempio l’aumento delle soglie di punibilità per alcune fattispecie di reato. E per questo proporrò all’esecutivo di abbassarle.

Faccia qualche esempio.
Renzi triplicò la soglia di punibilità per la dichiarazione infedele da 50 mila a 150 euro. Ecco, io voglio riportarla a 50 mila. E in generale, voglio ripristinare per alcune soglie il livello precedente.

Come pensa di intervenire, e quando?
Con un disegno di legge. E proporrò le modifiche molto presto.

Sarà. Ma il governo dell’ex segretario del Pd rivendicava risultati record nella lotta all’evasione, invece avete varato condoni e “saldi e stralci”.
Su quei temi abbiamo trovati soluzioni in linea con il contratto. Detto questo, il maggior recupero di risorse dall’evasione deriva dagli strumenti sempre più efficaci di cui dispongono la Guardia di Finanza e le altre autorità. Invece il Pd ha varato norme che secondo me favorivano gli evasori.

La Lega non le permetterà mai di intervenire su questo, ministro.
Io propongo di cancellare alcune soglie vergogna. E non posso pensare che nel governo qualcuno possa apprezzare quelle norme fatte da Renzi.
Di Luca De Carolis | 22 Febbraio 2019   

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Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/02/22/evasione-fiscale-via-le-soglie-vergogna-del-governo-renzi/4989268/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2019-02-22

LO SBERLEFFO
Ci vorrebbe Bartali al Tour

In zona Pd, è noto, l’affaire della famiglia Renzi non lo stanno prendendo benissimo. E se Maria Elena Boschi, intervistata da Il Foglio, solidarizza (“Io lo so cos’è la gogna”), c’è chi evoca ben altro affaire. È il caso dell’ex presidente Rai Claudio Petruccioli che twitta preoccupato: “Non mi sembra una esagerazione cominciare a fare un parallelo fra #affaireDreyfus e quello che si può ormai definire #AffareRenzi
E forse si può sperare che ci sia anche oggi un #EmileZola che scriva un #Jaccuse”. Il parallelo è tra la (falsa) accusa di tradimento e intelligenza con la Germania mossa tra il 1894 e il 1906 al capitano dell’esercito francese di origine ebraica Alfred Dreyfus e al celebre atto d’accusa in suo sostegno dello scrittore pubblicato nel 1898 sul quotidiano socialista L’Aurore.
La palma del più allarmato, tuttavia, va al giornalista Mario Lavia, secondo cui” Renzi dovrebbe dire ai suoi le parole di Togliatti dopo l’attentato: ‘Non perdete la testa’”, alludendo all’appello alla calma che il segretario del Pci lanciò dopo essere stato ferito in un attentato nel 1948 per placare le folle pronte alla rivoluzione.
In effetti è pieno di renziani che in questi giorni stanno dissotterrando armi. Disgraziatamente, però, non ci sarà Gino Bartali a calmare definitivamente le acque vincendo il Tour de France.
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« Risposta #263 inserito:: Giugno 03, 2019, 01:54:34 pm »

INTERVISTA A MATTEO RENZI
"Per Salvini è già iniziato il conto alla rovescia"

Di Oliver Meiler, corrispondete da Roma per il Tages Anzeiger

QUESTO CONTENUTO È STATO PUBBLICATO IL 25 MAGGIO 2019 9.00

Il governo populista italiano è alla frutta.
Lo dice l'ex presidente del consiglio Matteo Renzi, che sa su cosa inciamperà questo governo.

Palazzo Giustiniani, Roma. Matteo Renzi, 44 anni, entra in ufficio senza cravatta, anche se in questa dependance del Senato c'è l'obbligo per gli uomini di indossare giacca e cravatta. Porta la sua solita camicia bianca, aperta, il suo marchio di fabbrica. Per quasi tre anni, e fino alla fine del 2016, Renzi è stato il Presidente del consiglio, il più giovane nella storia della Repubblica. Un riformatore energico, un talento politico con un debole per il palcoscenico. Ora è senatore, membro del gruppo parlamentare di centrosinistra del Partito Democratico.

Vola in giro per il mondo, tiene conferenze, scrive libri e recentemente ha realizzato un documentario sulla sua città natale, Firenze. Da un po' di tempo ormai, quasi quotidianamente, si è ripreso la scena politica italiana. Deve essere la scadenza elettorale. Cinque anni fa, alle elezioni europee del 2014, Renzi da segretario ha portato il suo partito ad un risultato da sogno: 40,8 per cento. Una vetta mai raggiunta prima. Ora Matteo Salvini, vice-premier e ministro dell'interno della Lega, che i media chiamavano a volte "l'altro Matteo", potrebbe raggiungere un risultato elettorale altrettanto sorprendente.

Signor Renzi, da un Matteo a un altro totalmente diverso, dalla cultura dell’accoglienza dell'operazione “Mare Nostrum” alla politica della chiusura dei porti in così poco tempo: come è stato possibile?
"Salvini è arrivato velocemente e altrettanto velocemente se ne andrà".
Fine della citazione

Tutto sta cambiando rapidamente in politica, ovunque nel mondo, non solo in Italia. Chi avrebbe pensato all’elezione di Donald Trump solo pochi mesi prima che fosse effettivamente eletto? O la Brexit e tutto il caos che ne è seguito? O ancora in Francia: chi avrebbe mai pensato che l'intera struttura dei partiti tradizionali sarebbe implosa portando un outsider come Emmanuel Macron alla presidenza? Questi sono gli scherzi della democrazia.

Scherzi? Salvini non è particolarmente divertente.
È arrivato velocemente e altrettanto velocemente se ne andrà. Il conto alla rovescia per Salvini è già iniziato.

Ci crede davvero? Gli istituti di sondaggio lo vedono al 30 per cento, e in Europa è il faro di tutti i nazionalisti.
È come accendere una candela su entrambi i lati, si scioglie molto velocemente. Salvini ha puntato tutto sull'immigrazione e sulla sicurezza, non fa altro che suscitare odio e paura. Come programma è un po' povero, non dura a lungo.

Ma molti italiani lo applaudono.
"Il populismo funziona solo quando si è all'opposizione."
Fine della citazione
Ancora non per molto, forse per altri quattro o cinque mesi. Finirà al più tardi quest’autunno, quando il governo deve presentare la finanziaria per il prossimo anno e dovrà far ricorso alle tasche degli italiani. I populisti non pagano il conto, l'economia è stagnante, hanno fatto crollare il paese. Il populismo funziona solo quando si è all'opposizione. Gli italiani sono un popolo meraviglioso, ricco di valori, innamorato della bellezza, dell'arte e della cultura. Ma sono interessati alla politica soprattutto quando si tratta dei loro soldi. Allora diventano molto pragmatici e sensibili.

Perché Salvini non è stato danneggiato finora? Nemmeno il rompicapo sui 49 milioni di euro che la Lega ha ricevuto a titolo di risarcimento per la campagna elettorale, e che ha fatto scomparire, sembra preoccupare la gente.
Arriverà. La Lega ha messo parte di questo denaro nella sua macchina del consenso: nel centro nevralgico di controllo, da cui dipendono tutti i conti e i profili di Salvini nei social media. Il suo inventore chiama la macchina "la bestia", che separa costantemente le notizie false, che poi le diffonde senza filtro. È una strategia perversa. Ho chiesto pubblicamente a Salvini se fosse vero che aveva investito parte dei 49 milioni nella "Bestia". Non mi risponde. Potrebbe accusarmi di calunnia, ma non lo fa. Non è curioso? Chiederò ora l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta.

Una “bestia” di successo.
Devo ammetterlo: non ho visto arrivare l'onda che dalla rete ci ha travolto, un'ondata di populismo e notizie false. Ci ha spazzati via.

L'Italia è il primo paese in Europa ad avere un governo puramente populista. Perché proprio l'Italia?
Il nostro paese è sempre stato un laboratorio politico. Un mio amico una volta mi disse: "Se il populismo fosse una start-up, l'Italia sarebbe la sua Silicon Valley. Il “Berlusconismo" è stato un precursore del populismo. A posteriori però, rispetto ai populisti di oggi, Silvio Berlusconi sembra uno statista.

Cosa fanno di sbagliato Lega e Cinque stelle?
Stanno giocando tutta la credibilità internazionale che l'Italia ha faticato a guadagnarsi. In Libia improvvisamente non abbiamo quasi più nulla da dire, anche se, in una certa misura, è il nostro cortile di casa. Molti italiani vivono in Venezuela, ma il nostro governo non riesce nemmeno a far cadere il proprio appoggio a Nicolas Maduro.

"Se il populismo fosse una start-up, l'Italia sarebbe la sua Silicon Valley".
Fine della citazione
In Europa non contiamo più nulla, non parliamo più con essa. L'Italia è isolata e senza spina dorsale. Guardi il presidente del consiglio: Giuseppe Conte non conta nulla, e tutto ciò è imbarazzante. Recentemente si è svolta a Milano la grande fiera del mobile e del design, Conte avrebbe dovuto tenere il discorso di apertura. Era lì in attesa con altri ospiti quando una hostess gli ha detto di non toccare le opere esposte. Probabilmente pensava che fosse un turista. La scena è molto simbolica.

Salvini sfrutta la debolezza degli alleati inesperti e diventa sempre più potente. Un anno fa sarebbe stata possibile un'alleanza tra Partito Democratico e Cinque Stelle. Ma lei era decisamente contrario. Se ne pente oggi?
No. Gli italiani ci hanno votato contro, il segnale era chiaro. Se fossimo comunque rimasti al potere e avessimo mantenuto delle cariche ministeriali, ora saremmo morti.

Ma avreste potuto indirizzare i Cinque Stelle in una direzione diversa da quella di Salvini. Ora tutto sa di estrema destra.
Non prendiamoci in giro: Salvini e Luigi Di Maio provengono dallo stesso ambito culturale e utilizzano gli stessi metodi di propaganda. Sulla questione dell'immigrazione si sono sempre trovati d'accordo. Lo scorso anno Di Maio ha sostenuto tutto ciò che Salvini ha promosso. Di Maio intendeva anche unire le forze con l'ala oltranzista dei giubbotti gialli in Francia. E nel Parlamento europeo, i Cinque Stelle siedono nella stessa fazione di Nigel Farage. Come possiamo andare d’accordo?

Una parte del suo partito è di tutt’altra opinione.
Sì, ed è per questo che litighiamo. Ma per me i Cinque Stelle sono dei reazionari, incompetenti e nel loro intimo antidemocratici.

Antidemocratici?
Non dimentichiamo che questo partito è stato fondato da Beppe Grillo, il quale ha redatto uno statuto di cui è proprietario. I deputati che non sono simpatici ai vertici o che esprimono un'opinione dissenziente vengono semplicemente espulsi. Le votazioni interne del partito sono organizzate sulla piattaforma di una società privata di Internet, dei Casaleggio Associati. La piattaforma si chiama "Rousseau" ed è completamente incontrollabile. Questa è la quintessenza del confusione d’interessi.

Ma i Cinque Stelle e la Lega governano il paese, democraticamente eletti e quasi senza opposizione. Perché non si sente la sinistra?
Ruggire non serve a nulla, si deve combattere, passo dopo passo. La ruota gira velocemente. In Italia nessun governo è riuscito ad essere rieletto dal 1992. Viviamo un'alternanza perfetta e caotica: ad ogni legislatura una nuova maggioranza di governo. La prossima volta sarà di nuovo il nostro turno. Vedremo poi come e in quale composizione.

E su questa giostra lei rimane ben saldo?
Certamente.

Come deve essere la nuova Sinistra?
La Sinistra vince se conquista anche il centro, il cuore dei moderati.

Questo suona da terza via. Non è da tempo sorpassata?
Ovunque nel mondo c'è il conflitto tra l'estrema sinistra e la sinistra riformista. Credo, ad esempio, che i democratici possano vincere le elezioni negli Stati Uniti solo con Joe Biden, non con Bernie Sanders. E la Brexit sarebbe stata diversa con David Miliband alla guida dei laburisti al posto di Jeremy Corbyn. Nessuno può convincermi che si possono vincere le elezioni in Italia con un partito populista di sinistra.

"Se avessi davvero voluto fondare un nuovo partito, il momento giusto era il 2014 dopo le elezioni europee".
Fine della citazione
È vero che lei vuole fondare un nuovo partito, come Macron per intenderci?
Se avessi davvero voluto fondare un nuovo partito, il momento giusto era il 2014 dopo le elezioni europee. Vediamo se il Partito Democratico saprà guadagnarsi gli elettori moderati alle prossime elezioni parlamentari.

Le manca il potere?
In italiano, potere è una bella parola: "potere" è sia un sostantivo che un verbo. Come verbo significa "essere in grado", nel senso di: essere in grado di plasmare. Non mi manca il sostantivo, il palazzo con le insegne del potere non ha mai significato nulla per me. Mi manca solo il verbo, la gestualità, il "Yes we can". Per questo leggo molti più libri, vado al cinema, mi alleno per una maratona, guardo serie TV su Netflix. Ho riavuto indietro la mia vita, almeno fino al prossimo giro di giostra.
---
Qui l'intervista nella versione originale tedesca Link esterno. Intervista pubblicata su gentile concessione del gruppo Tamedia, Zurigo
Tradotto dal tedesco da Riccardo Franciolli

Da - https://www.tvsvizzera.it/tvs/scelti-per-voi/intervista-a-matteo-renzi_-per-salvini-%C3%A8-gi%C3%A0-iniziato-il-conto-alla-rovescia-/44986444?utm_campaign=swi-nl&utm_medium=email&utm_source=newsletter&utm_content=o
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« Risposta #264 inserito:: Giugno 04, 2019, 11:10:45 pm »

Ritrovare la democrazia
La democrazia non è solo un insieme di regole e di procedure.

La democrazia non è solo un insieme di regole e di procedure. E’, prima di tutto, l’idea che una comunità possa determinare il proprio destino, che non sia in balia degli eventi o di una qualche forza superiore. E’ questa idea che abbiamo smarrito negli ultimi tempi, tra spread e abusi della casta. Gli italiani non hanno più la sensazione di essere padroni del proprio destino. E, anziché rappresentare un fattore di chiarezza – lo strumento per valutare le opzioni e compiere una scelta – la politica è diventata un’ulteriore fonte di caos. Uno specchio deformante che rimanda agli italiani l’immagine peggiore e più confusa del nostro Paese. Ecco perché bisogna partire da lì. La politica non è credibile se continua a chiedere sacrifici senza mai farne. Non è demagogia: sono risparmi veri ed è il segnale che nessuno è al di sopra del rigore che la crisi ci impone. Soprattutto, è il modo per richiamare la politica alla sua missione: essere lo strumento attraverso il quale i cittadini decidono del proprio futuro.

BASTA CON IL BICAMERALISMO
Cominciamo dalla testa. Il Parlamento, la sede della rappresentanza in cui si riflette la sovranità popolare, è oggi tra le istituzioni più denigrate e screditate, anche perché è inefficiente. Quasi mille componenti e due camere che fanno lo stesso mestiere, entrambe titolate a dare e togliere la fiducia al Governo, con due serie di Commissioni che operano sulle stesse materie, due filiere dirigenziali, doppie letture su tutte le leggi, non hanno nessuna giustificazione. Una delle due camere va semplicemente abolita. Ne basta una sola, veramente autorevole, composta da non più di 500 persone. Al posto dell’attuale doppione serve un organo snello, composto da delegati delle Regioni e da sindaci, che possa proporre emendamenti alla legislazione statale su cui la Camera elettiva decide in ultima istanza, eventualmente a maggioranza qualificata.

UNA LEGGE ELETTORALE PER SCEGLIERE I PARLAMENTARI E IL GOVERNO
Adottiamo per il livello nazionale un modello istituzionale che consenta ai cittadini di scegliere chi governa, come già accade nelle nostre città, dove l’elezione diretta dei sindaci ha prodotto ottimi risultati. I deputati devono essere scelti tutti direttamente, nessuno escluso, dai cittadini. Allo stesso tempo, i cittadini devono poter scegliere un leader messo in condizione di governare per l’intera legislatura e di attuare il programma proposto alle elezioni, come in Gran Bretagna o in Spagna, dove non a caso i governi durano a lungo, i primi ministri entrano in carica abbastanza giovani e dopo al massimo dieci anni passano la mano ed escono di scena.

LA POLITICA NON SIA LA VIA BREVE PER AVERE PRIVILEGI
Aboliamo tutti i vitalizi. La politica torni a essere assolvimento di un dovere civico e non una forma di assicurazione economica. Le risorse spese per i singoli Parlamentari, inclusi i compensi, devono essere allineate alla media europea.

UN COSTO STANDARD PER I CONSIGLI REGIONALI, IN MODO DA IMPEDIRE ABUSI E SQUILIBRI
I consiglieri regionali devono avere un compenso e un budget per le attività di servizio uguale in tutte le regioni. Deve essere definito il “costo standard” per il complessivo funzionamento delle assemblee legislative regionali.

ABOLIZIONE DELLE PROVINCE
Le Province vanno abolite tutte. Nei territori con almeno 500 mila abitanti si può lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado, espressione dei Comuni, per la gestione dei servizi a rete.

ABOLIZIONE DEL FINANZIAMENTO PUBBLICO DEI PARTITI
Il finanziamento pubblico va abolito. Occorre favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private effettuate in maniera trasparente, tracciabile e pubblica. Siccome oggi, grazie a internet, chiunque può produrre a costo zero il proprio bollettino o il proprio house organ, i contributi alla stampa di partito vanno aboliti.

LA SUSSIDIARIETÀ E LA CHIAREZZA DELLE RESPONSABILITÀ COME PRINCIPI DI BASE
Il potere e la responsabilità di dare ai cittadini risposte concrete devono essere nitidamente distribuiti tra centro e periferia, superando le confusioni dei ruoli e abbandonando la retorica fumosa sul federalismo. Diamo responsabilità effettive dove servono, a chi le può esercitare sotto l’impulso e il controllo dei cittadini: al governo centrale, alle regioni e ai sindaci. Eliminiamo le strutture inutili, completando l’opera appena avviata dal Governo Monti di aggregazione degli enti intermedi. Riformiamo da subito il Patto di Stabilità, in coerenza con il sistema dei conti europeo, premiando i Comuni virtuosi che hanno i conti a posto e vogliono investire sul loro futuro.

Da - https://www.matteorenzi.it/ritrovare-la-democrazia/
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