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Autore Topic: MATTEO RENZI  (Letto 18566 volte)
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« Risposta #210 il: Luglio 10, 2017, 01:53:43 »

L’EDITORIALE

Italia-Europa, il grande strappo di Renzi

–di Guido Gentili @guidogentili1  09 luglio 2017

Era in gestazione da tempo, dall'autunno del 2016 e ben prima della bocciatura sul referendum costituzionale che lo portò a lasciare la guida del Governo tre anni dopo la fulminante vittoria alle elezioni europee nel 2014. E oggi l’ex premier Matteo Renzi, di nuovo leader di un Pd attraversato al suo interno da forti tensioni politiche sul tema delle alleanze, presenta il suo strappo. Quello più grande che investe il rapporto tra Italia e Europa.

Nero su bianco, in un capitolo del suo libro (“Avanti”) Renzi apre un fronte che sarà oggetto di discussioni e valutazioni nazionali e internazionali. “Sarà questo – scrive - il primo banco di prova del governo della prossima legislatura, chiunque lo guiderà”. Renzi vuole contrattare condizioni migliori per l’Italia e in cambio dell’impegno a ridurre il debito pubblico chiede un uso più flessibile del deficit. Cinque anni con il deficit in rapporto al Pil al 2,9%, appena sotto la fatidica soglia del 3%, in modo da disporre di 30 miliardi per il prossimo lustro da destinare esclusivamente alla riduzione della pressione fiscale in chiave pro-crescita che a sua volta è l’unica possibilità per tagliare il debito. Sulla carta, lo scambio perfetto.

Ma siamo già in campagna elettorale e, in attesa di chiarimenti sulla reale possibilità di scalare la montagna del debito, l’eco della propaganda si sente. Per almeno tre volte. 1) L’Italia che “alza la voce” contro gli euro-burocrati è uno slogan, e anche logoro. 2) Lo stare per anni con uno 0,1% sotto l’invalicabile 3% sa di un anche troppo sottile e astuto rispetto delle regole. 3) L’avvento, definito “scriteriato”, del Fiscal Compact (Renzi prospetta il veto alla sua introduzione nei Trattati europei) dovrà pure fare i conti con il fatto che il principio del pareggio di bilancio è stato inserito nel 2012 nella nostra Costituzione.

Tuttavia, lo strappo del leader del partito azionista di riferimento del Governo Gentiloni è un atto politico forte, comunque lo si giudichi. È evidente che di fatto finirà per pesare anche sull’attività del Governo in vista della legge di bilancio 2018. È un fatto che sarà all’attenzione della Commissione Ue con la quale l’Italia deve discutere la sua politica economica. È altrettanto un fatto che il senso della proposta e la netta critica di Renzi al centro-sinistra (“per cacciare Berlusconi ha fatto leva anche sull’Europa, permettendole di entrare in casa nostra”) prefigurano l’opzione per un possibile accordo di governo col centro-destra a trazione berlusconiana.

Renzi definisce il suo un “manifesto progressista”. Vedremo come sarà giudicato sotto questo profilo. Di sicuro è un’altra fortissima scommessa, personale e politica.

© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-07-08/italia-europa-grande-strappo-renzi--225344.shtml?uuid=AE2M9RuB
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« Risposta #211 il: Luglio 11, 2017, 09:37:49 »

Lunedì 10 luglio 2017

Personale, per una volta una enews personale.
Non resoconti sui numeri dell'Istat o condivisione di traguardi da raggiungere.
Ma una semplice chiacchierata informale, tra amici.
In questi mesi ho lavorato molto per scrivere un libro.
Uscirà tra mercoledì e giovedì in tutta Italia, si chiama "Avanti".
Spero ne sia valsa la pena, me lo direte voi se e quando lo leggerete.

L'email la conoscete: matteo@matteorenzi.it

Le prime anticipazioni già dimostrano che farà discutere. Perché ci sono diverse idee per il futuro del nostro Paese: raddoppiare i fondi per le periferie, ad esempio. O l'assegno universale per i figli perché la questione demografica sia affrontata anche sotto il profilo fiscale. O cambiare completamente l'approccio sul fisco (qui Il Foglio oggi anticipa un capitolo interessante di Avanti). Per non parlare dell'immigrazione o della proposta di ritornare a Maastricht su cui ieri ha aperto il Sole 24 Ore e di cui trovate eco nel numero 9 di Democratica che potete scaricare da qui   

Mi piace che si discuta delle idee. Anche perché altrimenti le polemiche sono tutte banali e stropicciate sulle coalizioni, sulle candidature, sul futuro degli addetti ai lavori.
Queste cose lasciamole fare ad altri.
Noi preoccupiamoci dell'Italia, noi occupiamoci dell'Italia.
E se dunque abbiamo da offrire risultati e proporre idee, bene: facciamolo.
Ascoltando gli altri, partendo dal presupposto che il loro contributo ci renda migliori. Ma senza rinunciare a una proposta: perché stare insieme nasce dal condividere idee, non dall'essere contro qualcuno. E questo è stato il più grande limite che talvolta ha caratterizzato la sinistra del passato: essere contro qualcuno, più che per qualcosa.
Ma il libro "Avanti" è qualcosa di profondamente diverso.
Le idee ci sono.
Gli aneddoti pure. Il patto del Nazareno e Berlusconi, lo Stai Sereno e Letta, le Banche e i veri scandali del mondo del credito. Gli appassionati di gossip politico andranno a nozze. Me li immagino a misurare gli aggettivi.

Ma il punto vero è umano, personale. Vorrei parlare di questo con voi che siete da anni i compagni di viaggio di questa avventura straordinaria. Che mi sopportate ogni settimana. E che mi riempite di suggestioni e proposte.
Scrivere serve, sempre. Fissa su carta ciò che il cuore non riesce fino in fondo a scandagliare.
Personalmente ho vissuto un periodo delicato e bellissimo. La cosa che ancora oggi fatico a comprendere non è la sconfitta al referendum o la pubblicazione di intercettazioni personali, non è la scissione o la polemica post-primarie quando uno sperava di poter finalmente parlare di politica anziché di polemica. La cosa che proprio fatico a digerire è la possibilità che pezzi delle istituzioni abbiano fabbricato prove false contro l'allora Presidente del Consiglio. Perché questa vicenda - su cui continuiamo a chiedere verità e giustizia - continua a sembrarmi enorme per la credibilità delle istituzioni.

Scrivere, in un periodo come questo, mi ha permesso allora di mettere in fila le cose.
Mi ha permesso di rispondere a commenti un po' superficiali di chi magari non ha seguito il tuo ragionamento ma ti giudica senza appello, come è accaduto per la frase sui migranti quando io ho detto - e ribadisco - che dobbiamo davvero aiutarli a casa loro. Davvero. Con la cooperazione internazionale, in primis. Con gli aiuti allo sviluppo. Con la prima legge in Europa sui minori migranti. Con l'investimento in cultura importante quanto l'investimento in sicurezza.
E voglio vedere se c'è una persona di buon senso che possa contestare questo davvero. Lo dice anche Salvini? Vero. Ma la Lega i soldi per la cooperazione internazionale li ha tagliati. Il PD in Africa ha mandato il Presidente del Consiglio, non i diamanti in Tanzania, come ha fatto qualche camicia verde. E se qualcuno avesse ancora dubbi può guardare questa intervista di ieri al Tg2.

Quando qualcuno indica la luna, guardare il dito non aiuta. Da tempo ogni mia/nostra parola viene vivisezionata in profondità cercando le contraddizioni, i limiti, gli errori.
Tutto naturale, fa parte delle regole del gioco. Però ti viene voglia di reagire. Non urlando, ma sussurrando quello che realmente sei.
Nel libro - questo è ciò che volevo condividere - c'è anche e soprattutto la piccola storia di una persona, la grande storia di un popolo, che semplicemente crede nella politica.
È un libro umano, tutto qui. C'è un'anima rinchiusa, non solo un'idea o un retroscena.
Ecco allora che nel libro troverete i miei dubbi, le mie incertezze, le mie cicatrici.
Non solo le mie idee, le mie battute, le mie rivendicazioni.
Troverete il momento in cui faccio fatica, umana fatica, a fare gli scatoloni. E troverete i commenti della mia famiglia. Troverete i miei errori, perché solo chi non fa nulla non sbaglia mai. Ma troverete anche l'incredibile serie di risultati ottenuti, un'altra storia rispetto a quella raccontata quotidianamente dal pensiero unico dei commentatori e degli oppositori.
E mentre il mondo fuori passa il tempo a provare a farmi cambiare carattere, noi proviamo a cambiare l'Italia. Che, con tutto il rispetto per il mio carattere, è decisamente più importante.

Troverete anche laggiù, in lontananza ma più vicino di quello che pensiamo, il futuro che vogliamo costruire, non solo aspettare. Dipende da noi, da ciascuno di noi. E più persone saremo in grado di coinvolgere, più sarà bello andare avanti, insieme.

L'ho scritto io, questo libro. Può sembrare un'aggravante, forse lo è. Ecco perché ci ho messo così tanto. Lo ribadisco per sottolineare che non è un'operazione commerciale per far discutere la gente nella stagione delle prossime Feste dell'Unità. È un modo per mettersi a nudo davanti alla propria gente. Tutto sommato se io sono ancora in cammino è perché ho incontrato gente più tenace e più ostinata di me che mi ha dato una scossa e mi ha detto, con il voto democratico di qualche milione di italiani, "Torna al tuo posto e lavora".

Non si è mai soli in politica. Mai. C'è un popolo che cammina con te anche quando gli addetti ai lavori non se ne accorgono. Questo libro - dedicato esplicitamente a chi mi ha permesso di non mollare - è un libro che mi piacerebbe fosse recensito, criticato, discusso insieme a voi.
C'è la ricostruzione di una parte del passato, c'è la visione di una parte del futuro.
Ma ci sono io e ci siete voi. Ci siamo noi, insomma. Ecco perché vi dico, prima di tutto, grazie.

Un sorriso,
Matteo

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« Risposta #212 il: Luglio 11, 2017, 09:59:50 »

Il nuovo libro di Renzi: “Quanti errori sulla Libia. In Italia ancora nessuno ha fatto vera autocritica”

Pubblicato il 09/07/2017
Ultima modifica il 09/07/2017 alle ore 11:41

MATTEO RENZI

Durante il G7 di Ise-Shima in Giappone del maggio 2016 apriamo i lavori con una cerimonia scintoista molto suggestiva. Nel silenzio della visita mi astraggo mentalmente per un momento dal rigido protocollo nipponico per ripassare tutti i particolari del G7 successivo, quello che abbiamo deciso di portare a Taormina contro tutto e contro tutti. Un autorevole leader internazionale due anni prima mi ha fatto una battutaccia sulla mafia e la Sicilia. E la mia reazione era stata secca: “Pensate questo del mio paese? Bene. Allora anziché a Firenze il G7 lo facciamo in Sicilia”». (...)
 
La Casa Bianca 
Proprio alla fine della cerimonia scintoista, mentre ci avviciniamo in un’altra area sacra per piantare degli alberi, mi si accosta Obama. “Ho un’idea per te.”
“Per me?” “Sì. Mi piacerebbe che l’Italia fosse l’ospite della mia ultima cena di stato alla Casa Bianca. Ci tengo molto, e ++vorrei organizzare una grande visita, magari tra settembre e ottobre.” Camminata finita. Io, ovviamente, entusiasta. “Non dire nulla, annunciamo tutto più in là. Ma se sei d’accordo, affare fatto: chiudiamo in bellezza, chiudiamo con l’Italia.” È un piccolo gesto, ma un grande riconoscimento. 
Tornato in Italia, rifletto sull’invito di Obama. Mi rendo conto che non è un omaggio al governo, ma al nostro paese. Così decido di non dare al viaggio un tono troppo istituzionale, spiegando a tutti i ministri cortesemente invitati dai loro interlocutori che possono restare a casa: niente di personale, ma non porto in gita il governo. Con me verrà solo il ministro degli Esteri, Gentiloni. Gli altri resteranno qui a lavorare.
Mi dedico quindi a comporre una delegazione rappresentativa del nostro paese, e parto dalle donne. (...)
 
Benigni e il “dittatore” 
Tornando alla delegazione, naturalmente siamo onorati della presenza delle grandi icone. Giorgio Armani è l’ospite d’eccellenza per la moda, e non potrebbe essere diversamente. John e Lavinia Elkann, che rappresentano l’azienda italiana che ha salvato un pezzo dell’industria automobilistica americana con l’operazione Fiat-Chrysler, siedono giustamente al tavolo d’onore. E poi c’è il mondo del cinema, con Nicoletta Braschi, Roberto Benigni e Paolo Sorrentino.
Che danno vita a un siparietto che purtroppo noi ci perdiamo e che nessuno – ahimè – ha filmato. Chi lo ha visto racconta sia degno di Amici miei, con Sorrentino che cerca di fumare nel giardino della Casa Bianca, forse il luogo più antitabagista del pianeta sotto la presidenza Obama, spalleggiato da Benigni nel dialogo con la sicurezza americana.
In compenso, appena rientrato dentro la Casa Bianca e portato alla stretta di mano col presidente, Benigni parte: “Stai attento, Barack, che questo che hai accanto,” dice indicandomi con sguardo truce e portando la mano all’orecchio del presidente, “è un pericolosissimo dittatore. Lo sappiamo tutti in Italia. Facciamo anche un referendum per questo. Ricordatelo: è un dittatore”». (...). 
 
Obama preoccupato 
Dell’ultimo incontro alla Casa Bianca non porto con me solo la gioia per un ritrovato prestigio internazionale dell’Italia o per la cerimonia ufficiale, durante la quale riconosco a Obama che la storia sarà generosa con lui perché lui ha provato a cambiarla. Porto con me anche alcune conversazioni strategiche. La grande preoccupazione per l’Europa del presidente americano uscente: “Paradossalmente, siete voi europei in questo momento la frontiera più inquieta,” mi dice.
Ed è vero. Obama capisce ciò che i leader riluttanti fingono di non vedere, e cioè che il progetto europeo ha bisogno di nuova linfa, altrimenti rischia di finire su un binario morto. E soprattutto rischia di diventare facile preda dei populisti e dei sovranisti. L’unico modo per rispondere all’offensiva non è difendere lo status quo, ma rilanciare l’ideale europeo. Obama lo ha chiaro, chiarissimo. Molto più chiaro di tanti leader continentali, compressi da una visione burocratica. (...).
 
Il referendum 
Mentre Obama mi parla, pregusto il momento in cui anche l’Italia finalmente avrà un sistema semplice. Basta un Sì al referendum, mi dico. Purtroppo è un Sì che non arriverà mai, e la speranza di conoscere anche in Italia la sera stessa delle elezioni chi governerà il paese andrà a infrangersi contro il risultato negativo del referendum costituzionale. Nei mesi dopo l’esito della consultazione del 4 dicembre in tanti si sono lamentati del rischio palude, dei difetti del proporzionale, della mancata possibilità di avere governi stabili. Ma piangere sul latte versato non serve, non basta.
 
La Consulta 
Il destino è non meno beffardo con il presidente Obama. Perché il passaggio di consegne sarà, sì, ordinato. La telefonata di concessione sarà, sì, effettuata con tutti i crismi. Ma il vincitore sarà Donald Trump, non Hillary Clinton. Nessun errore nei sondaggi: il voto popolare vedrà prevalere la candidata democratica per quasi tre milioni di voti. Ma il voto dei delegati dà un altro responso, facendo passare il voto popolare in secondo piano: sarebbe curioso conoscere la tesi della nostra Corte costituzionale in proposito, vista la giurisprudenza sulle leggi elettorali maturata negli ultimi anni. (...).
 
Obama e il clima 
Personalmente, considero straordinariamente positivi i risultati dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015, e ho visto con i miei occhi la tenacia di Obama nei confronti di cinesi e indiani, in primis, anche negli ultimi incontri con il primo ministro Narendra Modi direttamente a Parigi. Siglare all’Onu l’accordo sul clima è stata una delle emozioni più grandi della mia esperienza al governo. (...).
Sicuramente controverso il giudizio sul Mediterraneo del Sud, il Nord Africa. Dall’Egitto alla Libia, molte sono le questioni rimaste aperte. Ma Obama ha avuto il coraggio di ammettere – da presidente ancora in carica, in un’intervista a “The Atlantic”, ed è stata una prima volta – di aver sbagliato in Libia.
 
Libia, le colpe italiane 
L’intervento in Libia si è rivelato un dramma totale. Del quale dovrebbero scusarsi in tanti, a cominciare da Cameron e Sarkozy. Le foto dei due leader accerchiati dalla popolazione festante di Bengasi hanno avuto grande risonanza mediatica nei loro paesi, ma non hanno certo aiutato la composizione di un puzzle tribale difficilissimo. Forse anche in Italia è mancato un giudizio critico, e autocritico, sull'atteggiamento del paese e del governo in quel delicato passaggio. Nessuno tra gli autorevolissimi protagonisti istituzionali di quella scelta – a differenza di Obama – ha mai avvertito l’esigenza di una sana autocritica. Stiamo ancora pagando le conseguenze di quella scelta del 2011 in termini di ridimensionamento del nostro ruolo nel Mediterraneo, ma soprattutto di afflusso impressionante di migranti. Migranti che, complice un sistema statuale indebolito, arrivano in Libia da mezzo mondo e da Sabrata tentano l’approdo nel nostro paese, attraversando quel Mediterraneo che è frontiera ma anche collegamento tra Europa e Africa.

 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/07/09/italia/cronache/quanti-errori-sulla-libia-in-italia-ancora-nessuno-ha-fatto-vera-autocritica-cAYQt8UquqgE1nq29Qk9hO/pagina.html
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« Risposta #213 il: Luglio 11, 2017, 10:06:50 »

LO STRAPPO DEL LEADER PD

La sfida di Renzi alla Ue: deficit al 2,9% per cinque anni

di Matteo Renzi 09 luglio 2017

Dal 2018 l’Europa discuterà di come spendere i soldi del periodo 2020-2026. Noi ogni anno mettiamo sul tavolo più o meno 20 miliardi di euro e ne riprendiamo 12. Il saldo netto è dunque negativo. Bene, giusto così. Nessuna piccola polemica provinciale: siamo un grande paese, è giusto aiutare chi è in difficoltà. Si chiama solidarietà. La solidarietà però non si ferma alle questioni economiche

L’ANALISI
Italia-Europa, il grande strappo di Renzi
Se, davanti alla crisi migratoria, i paesi dell'Est – che beneficiano dei contributi nostri e degli altri paesi – non collaborano, non devono poi stupirsi se i criteri di bilancio cambiano. La solidarietà non sta solo nel prendere, ma anche nel dare. In mancanza di un diverso atteggiamento da parte loro sull’immigrazione, dovrà cambiare il nostro atteggiamento sui denari. Qualcuno lo chiama ricatto politico, io lo chiamo principio etico. E, quando tratterà questo punto, il prossimo governo dovrà farsi valere con determinazione e senza incertezze. Su questo punto forse sono un inguaribile romantico ma mi piacerebbe che tutte le forze politiche italiane, nessuna esclusa, per una volta remassero nella stessa direzione.

L’Italia chiede all’Europa di assumere la regola “un euro in cultura, un euro in sicurezza”.

L’Italia chiede all’Europa di rispettare le disposizioni sul surplus commerciale che sono oggi totalmente disattese dalla Germania, creando un danno all’intero continente.

Io ho combattuto contro una visione anti-italiana in Europa. Una visione fatta di pregiudizi più che di giudizi. La visione per la quale un semisconosciuto ministro olandese, per caso presidente dell’Eurogruppo, può dire che i paesi del Sud spendono i soldi per donne e alcol. Una considerazione che, prima ancora di essere sessista e razzista, è stupida. Il presidente della Commissione Barroso ha detto di aver salvato l’Italia in più di una circostanza. Non ho mai apprezzato molto lo stile di Barroso. Quando è stato assunto con superstipendio da Goldman Sachs, mi ha colpito l’attacco durissimo che gli ha rivolto François Hollande. Io ne sono rimasto fuori: più che di Barroso – che ha fatto benissimo ad accettare, dal suo punto di vista – l’errore è stato di Goldman Sachs. È proprio vero che non ci sono più le banche d’affari di una volta.

Non accetto che l’Italia sia trattata come una studentessa indisciplinata da rimettere in riga. È un atteggiamento che fa male all’Europa, che, da speranza politica, diventa guardiana antipatica. E il mio paese non lo merita.

Non sopporto nemmeno il provincialismo italiano, per cui una cosa diviene importante solo se rilanciata da un oscuro terzo portavoce del vicecommissario a Bruxelles. Su questo la nostra stampa si muove in modo provinciale. In Francia nessuno dedica così tanto spazio agli euroburocrati. Un po’ è colpa anche del centrosinistra – diciamo la verità –, che per cacciare Berlusconi ha fatto leva anche sull’Europa, permettendole di entrare in casa nostra. Negli altri paesi non accade così. Ma non è solo un problema legato a Berlusconi. Per anni una parte delle élite di questo paese ha considerato l’Europa come lo strumento per attuare in Italia riforme altrimenti irrealizzabili. Ci sono stati premier che sono andati in Europa come noi andavamo a scuola: con la giustificazione in mano. E poi tornavano a casa dicendo: “Ce lo chiede l’Europa”. Perché erano convinti che facendo così avrebbero “fatto capire” al popolo italiano le cose da fare. Quella stagione ha forse migliorato i conti pubblici ma ha disintegrato l’idea di Europa che i padri fondatori ci avevano consegnato.

Bene, quella stagione l'abbiamo messa in soffitta, spero per sempre. Adesso non è l’Europa che chiede all’Italia di cambiare, ma l’Italia che chiede all’Europa di tornare se stessa. Di riabbracciare quei valori che l’hanno fatta grande. Di recuperare la dimensione della sfida.

Chi ci sta, ci sta. Politica fiscale comune, sicurezza e politica estera unitaria, elezione diretta del governo europeo. Questo serve per fare ripartire di slancio l’Europa. È un orizzonte impegnativo. Ma è il nostro orizzonte. L’Europa deve tornare a scaldare i cuori. Ma per farlo non ci saranno nuove regole, nuovi trattati.

È inutile negarlo: per come stanno le cose nei ventisette paesi, è quasi impossibile scrivere nuove regole che siano universalmente accettate. A questo si somma il fatto che in molti paesi occorrerebbe un referendum di ratifica difficilissimo da vincere: gli ultimi esempi di referendum non sono stati incoraggianti, e noi ne sappiamo qualcosa, ma – pure su quesiti diversificati – dall’Olanda alla Francia fino a Regno Unito e Italia la classe dirigente ha sempre perso le sfide referendarie. L’unica eccezione, peraltro di misura, è la Turchia di Erdogan del 2017, ma è un esempio che fa storia a sé per decine di motivi e che sinceramente è fuori, in tutti i sensi, dalla cultura politica europea.

La nostra proposta, allora, è che per tornare credibile l’Europa torni simbolicamente in tre luoghi fisici: a Ventotene per quel che riguarda gli ideali; a Lisbona per la strategia; a Maastricht per la direzione economica.

A Ventotene perché quell’utopia, lanciata da personaggi che sembravano sconfitti e mandati al confino, ha superato ogni frontiera spaziale e temporale. Ed è viva, più che mai. Non siamo ancora agli Stati Uniti d’Europa, lo sappiamo. E probabilmente non ci arriveremo mai. Ma tornare all’Europa di Ventotene significa non limitarsi a fare delle istituzioni europee un condominio di buone pratiche in cui discutere di aspetti marginali. Significa riportare al centro della discussione la politica e non soltanto la tecnocrazia. E, simbolicamente, noi abbiamo offerto il progetto italiano per la creazione di una scuola europea che ospiti giovani del nostro continente e del Mediterraneo. Un progetto che coinvolga il vecchio carcere dell'Isola di Santo Stefano, diroccato e abbandonato, su cui il governo dei mille giorni ha investito 80 milioni di euro insieme alla Regione Lazio. E che faccia di quest’isola il centro della riflessione ideale e culturale dell’intero Mediterraneo.

L’Europa deve ritornare a Lisbona per ciò che attiene alla strategia e puntare a recuperare quel disegno proposto all’inizio del millennio e mai attuato: volevamo allora fare del nostro continente il luogo più avanzato nei settori della conoscenza e dell’innovazione. Le vicende di questi anni dimostrano che così non è stato. Dalla Silicon Valley al Sudest asiatico, molte altre regioni del mondo sono più competitive di noi in questo settore. Ma qui si gioca il futuro, e non possiamo lasciarlo solo agli altri. E sicuramente vale la pena prendere in considerazione la necessità di uno sforzo maggiore sull’alfabetizzazione digitale. L’Europa dovrebbe a mio giudizio farsi portatrice di una iniziativa coraggiosa che dia a tutti la capacità di essere protagonisti e non solo consumatori passivi del mondo nel quale stiamo entrando. Si tratta di effettuare una gigantesca campagna di alfabetizzazione digitale che, partendo dalle scuole dell’infanzia, introduca il coding tra le materie insegnate in tutte le scuole europee e permetta al nostro continente di cogliere fino in fondo le opportunità offerte dalla quarta rivoluzione industriale.

La società della conoscenza, della ricerca, dell’innovazione segna oggi in modo profondo il futuro anche economico delle nazioni. Le classifiche americane sulla ricchezza vedono sempre di più nelle prime posizioni realtà che hanno scommesso sull’innovazione, e lo stesso Prodotto interno lordo americano è costituito quasi per il 50% da attività nate, sviluppate e cresciute nell’ultimo quarto di secolo. Se a questo si aggiunge – come vedremo nel prossimo capitolo – che una sfida chiave per l’Italia e per l’Europa è quella culturale nel rapporto tra identità e sicurezza, ci rendiamo conto che tornare a Lisbona 2000 significa tornare a fare dell’Europa il luogo dove la globalizzazione può diventare gentile e civile.

Infine, tornare a Maastricht. Per la mia generazione questa cittadina olandese dal nome difficilmente pronunciabile era sinonimo di austerità. Stare dentro i parametri di Maastricht sembrava un’impresa quasi impossibile, al punto che quando l’Italia raggiunse quel traguardo per molti fu festa grande. Oggi Maastricht – paradossalmente – ha cambiato significato. L’avvento scriteriato del Fiscal compact nel 2012 fa del ritorno agli obiettivi di Maastricht (deficit al 3% per avere una crescita intorno al 2%) una sorta di manifesto progressista.

Noi pensiamo che l’Italia debba porre il veto all’introduzione del Fiscal compact nei trattati e stabilire un percorso a lungo termine. Un accordo forte con le istituzioni europee, rinegoziato ogni cinque anni e non ogni cinque mesi. Un accordo in cui l’Italia si impegna a ridurre il rapporto debito/Pil tramite sia una crescita più forte, sia un’operazione sul patrimonio che la Cassa depositi e prestiti e il ministero dell’Economia e delle Finanze hanno già studiato, sebbene debba essere perfezionata; essa potrà essere proposta all’Unione europea solo con un accordo di legislatura e in cambio del via libera al ritorno per almeno cinque anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%. Ciò permetterà al nostro paese di avere a disposizione una cifra di almeno 30 miliardi di euro per i prossimi cinque anni per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita. La mia proposta è semplice: questo spazio fiscale va utilizzato tutto, e soltanto per la riduzione delle tasse, per continuare l’operazione strutturale iniziata nei mille giorni. A chi legittimamente domanda: “E perché, se ne sei così convinto, non lo hai fatto prima?” rispondo semplicemente: “Perché non ce lo potevamo permettere”. Quando siamo arrivati, la parola d’ordine per l’Italia era reputazione.

Mostrarci capaci di fare le riforme. Il Jobs Act, il decreto sulle popolari, l’abbassamento delle tasse, la spending review, l’Expo, il rinnovamento anche generazionale hanno mostrato che l’Italia è in grado di farcela. Ma non basta, adesso. La prossima legislatura, qualunque sia il giorno in cui comincerà, dovrà mettere sul tavolo uno scambio chiaro in Europa: noi abbassiamo il debito, ma la strada maestra per farlo è la crescita. Quindi abbiamo bisogno di abbassare le tasse. Punto.

Questo obiettivo – che porterà il deficit italiano a essere comunque più basso di quello di Francia e Spagna e vedrà un'inversione strutturale della curva debito/Pil – sarà la base della proposta politica del Pd per le prossime elezioni. Ma è soprattutto un obiettivo ampiamente condiviso dai principali soggetti privati che operano sui mercati internazionali e intorno al quale c’è un consenso diffuso: senza una grande scommessa sulla crescita, l’Italia non ripartirà mai.

Per farlo occorre una visione di medio periodo, non limitata al giorno dopo giorno. Quando la prossima legislatura entrerà nel vivo dovremo uscire dallo stillicidio della trattativa mensile con Bruxelles e proporre al mondo finanziario ed economico un piano industriale degno di un paese solido e credibile. Noi siamo pronti, anche nei dettagli.

Aspettiamo solo le elezioni, adesso. Perché una sfida così grande ha bisogno di un governo di legislatura per negoziare un accordo duraturo a Bruxelles. Ma aspettiamo soprattutto che l’Europa torni a fare l'Europa. Torni a Ventotene, negli ideali; a Lisbona, nella strategia; a Maastricht, nella crescita. Non è un tour, non è un viaggio: è, più semplicemente, l’ultima possibilità che abbiamo.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-07-08/la-sfida-renzi-ue-deficit-29percento-cinque-anni-231710.shtml?uuid=AEaMTNuB
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« Risposta #214 il: Luglio 16, 2017, 04:50:59 »

Opinioni
Matteo Renzi  @matteorenzi  · 11 luglio 2017

“Ci fu una trattativa parallela D’Alema-Berlusconi per il Quirinale”

I giorni cruciali delle elezioni di Sergio Mattarella al Quirinale

 
Mattarella è alla sua prima crisi di governo, dopo due anni di mandato. La sua elezione ha costituito un punto di svolta importante nella vita della legislatura: il parlamento nel 2013 si era dimostrato incapace di trovare una soluzione alla scadenza del settennato e tale inconcludenza della politica aveva costretto Giorgio Napolitano ad accettare un secondo mandato, caso inedito nella storia repubblicana. La gestione parlamentare dell’elezione di Mattarella invece ha mostrato una novità rispetto all’epoca dei franchi tiratori, e il largo consenso da lui raccolto – in aula e nel paese – ha oggettivamente rafforzato la credibilità delle istituzioni. Scegliere Sergio Mattarella per il Quirinale ha provocato però una rottura con Berlusconi e i suoi. Tutto il pacchetto delle riforme era nato da un accordo istituzionale con Forza Italia, che si era impegnata a superare il Senato, impostare una legge elettorale sul modello di quella dei sindaci, ridurre il potere delle Regioni: in un incontro nella sede del Pd, in largo del Nazareno, avevamo concordato questo percorso, poi ribadito in quattro incontri successivi a Palazzo Chigi. Incontri piacevoli, mai polemici, sempre molto chiari e alla luce del sole: abbiamo idee diverse sulla politica, ma si lavora insieme per il cambio delle regole. Scrivere le regole insieme per me è un dovere civile e morale. Non è un caso se la riforma della legge elettorale denominata Italicum e la riforma costituzionale poi bocciata al referendum hanno visto il pieno apporto di Forza Italia alla redazione del testo e nelle prime votazioni parlamentari. Noi abbiamo sempre cercato di scrivere le regole insieme agli altri. Ci siamo sottoposti a snervanti riunioni pubbliche con i grillini – che con noi facevano lo spettacolino in streaming e poi andavano a decidere a porte chiuse nella sede della Casaleggio & Associati Srl – per coinvolgere anche loro.

Siamo rimasti fedeli a questo metodo anche quando – fallito il referendum – il Presidente della Repubblica ha chiesto a tutte le forze politiche uno sforzo di dialogo e di confronto. Scrivere le regole insieme agli altri impone flessibilità e capacità di ascolto. Non puoi fare come ti pare, mai.
E questa regola, che abbiamo sempre seguito, continuiamo a ritenerla più vera e necessaria che mai. Non siamo stati noi a tirarci indietro dalle riforme che avevamo scritto insieme all’altra parte politica. E, allo stesso modo, in questo scorcio finale di legislatura, non faremo leggi elettorali a maggioranza contro Berlusconi o contro Grillo.

Dopo la sconfitta del 4 dicembre, alcuni opinionisti mi hanno rinfacciato la rottura del Patto del Nazareno, commentando che, se solo fosse rimasto integro l’accordo istituzionale, il referendum avrebbe avuto un’altra storia. Ci rimugino mentre salgo per l’ultima volta al Colle. La verità mi appare allora molto più forte di ogni considerazione ex post: chi ha partecipato a quei tavoli sa perfettamente che è stata Forza Italia a rompere con noi.

Quando, a fine gennaio del 2015, si tratta di votare per il Quirinale, Berlusconi mi chiede un incontro, che resterà, ma io non posso ancora immaginarlo, l’ultimo per anni. Perché quando si siede – accompagnato da Gianni Letta e Denis Verdini – mi comunica di aver già concordato il nome del nuovo presidente con la minoranza del Pd. Mi spiega infatti di aver ricevuto una telefonata da Massimo D’Alema, di aver parlato a lungo con lui e che io adesso non devo preoccuparmi di niente, perché “la minoranza del Pd sta con noi, te lo garantisco”. Te lo garantisco? Lo stupore colora – o meglio sbianca – il volto di tutti i presenti. Berlusconi ha sempre un modo simpatico di raccontare la realtà. La sua ricostruzione della telefonata con D’Alema è divertente, ma lascia tutti i partecipanti al tavolo senza parole. Non solo non avevamo mai inserito l’elezione del capo dello stato nel Patto del Nazareno, ma l’idea che Berlusconi abbia già fatto una trattativa parallela con la minoranza del mio partito sorprende anche i suoi. In quel momento – sono più o meno le due di pomeriggio del 20 gennaio –, nel salotto del terzo piano di Palazzo Chigi, capisco che il Patto del Nazareno non esiste più: il reciproco affidamento si è rotto.

Non è un problema di nomi: la personalità su cui Berlusconi e D’Alema si sono accordati telefonicamente è di indubbio valore e qualità. Ma è anche difficile da far accettare ai gruppi parlamentari – sempre pronti a esercitare l’arte del franco tiratore – e all’opinione pubblica. E poi c’è un fatto di metodo, prima ancora che di merito. Io ho scelto un percorso trasparente e partecipato, con tanto di streaming, dentro il Pd e davanti al paese per evitare di tornare allo stallo del 2013. Sono impegnato in un iter parlamentare difficilissimo per condurre una maggioranza su un nome condiviso. E in una sala ovattata al terzo piano di Palazzo Chigi devo scoprire che si è già chiuso un accordo tra Berlusconi e D’Alema, prendere o lasciare? E, come se non bastasse, da questo prendere o lasciare dipende la scelta se continuare o meno con il percorso di riforme, che pure erano state scritte insieme.
Non ho mai capito perché Berlusconi nutrisse dubbi su Mattarella. Le sue qualità parlavano per lui: professore di diritto; giudice costituzionale serio e rispettato; ministro per i Rapporti con il parlamento, della Pubblica istruzione, della Difesa; uomo di rigore e legalità nella Dc siciliana e nazionale; parlamentare di comprovata esperienza. Forse la ruggine per le dimissioni di Mattarella dal governo Andreotti venticinque anni prima contro la legge voluta da Craxi sulle tv, la famosa legge Mammì, ostacolava ancora il Cavaliere. Fatto sta che, quando mi trovo a dover scegliere tra l’asse Berlusconi-D’Alema (non ricordo un solo accordo Berlusconi-D’Alema che alla fine sia stato utile per il paese) e la soluzione più logica per il parlamento e per l’Italia, non ho dubbi, con buona pace di tutti i retroscenisti. Del resto, come canterà Vasco Rossi qualche mese dopo: “Essere liberi costa soltanto qualche rimpianto”. Da quel momento Berlusconi mi dichiara guerra, vanificando l’approccio condiviso alle riforme che fino ad allora era stato strettissimo. Già, perché le riforme istituzionali le abbiamo votate insieme, specie nelle prime letture, e molti dei campioni della campagna per il No al referendum in realtà avevano votato Sì in parlamento. Questo dovrebbe far riflettere a lungo sulla natura politica del voto referendario.

Il mio rapporto con il Cavaliere è peculiare. Sono tra i pochi della sinistra che non ha mai voluto fargli la guerra sulle sue vicende giudiziarie. Ho sempre spronato i miei compagni di partito a portare avanti una proposta per l’Italia, non contro Berlusconi. Quando era premier ho fatto di tutto, nella mia veste di sindaco, per lavorarci insieme a livello istituzionale. Dopo lo strappo sull’elezione del presidente della Repubblica, i nostri rapporti si interrompono. Quando però, nel giugno del 2016, Berlusconi si sente male e viene ricoverato, lo chiamo per sincerarmi delle sue condizioni di salute. E, come sempre, il Cavaliere è simpatico e gentilissimo: “Caro Matteo, grazie per avermi chiamato, non dovevi disturbarti, sto bene”. Sono i giorni successivi al primo turno delle amministrative di Roma. Intervenendo a Ostia alla chiusura della campagna elettorale per Marchini, sfidante di Virginia Raggi e Roberto Giachetti, Berlusconi non aveva esitato a chiedere un voto per evitare di sfociare nella pericolosa “dittatura” del sottoscritto, parlando di “regime”, di “democrazia sospesa”, del “signor Renzi che occupa militarmente ovunque qualsiasi cosa”, di “bulimia smisurata di potere”. Un intervento pacato e sobrio, insomma. Durante la telefonata io ovviamente evito di parlare della mia “deriva autoritaria” e rimango sul piano strettamente personale, augurandogli pronta guarigione. Il finale di Berlusconi è un vero colpo da maestro, Ko tecnico alla prima ripresa: “E poi, caro Matteo, sappi che mi dispiace molto per quanto ti stanno attaccando, ce l’hanno tutti con te”. Ma come? Lo stesso che pubblicamente mi dà dell’aspirante dittatore a distanza di due giorni mi porta la sua solidarietà per gli attacchi? Mentre pigio il tasto rosso che mette fine alla telefonata, scoppio in una risata: è inutile, anche se mi sforzassi, Berlusconi non mi starà mai antipatico. Sul Quirinale però non potevo consentire né a lui né a D’Alema di sostituirsi al parlamento e decidere per tutti. La simpatia è una cosa, la politica è un’altra.*

*Tratto dal nuovo libro di Matteo Renzi in libreria da domani

Da  - http://www.unita.tv/opinioni/tutta-la-verita-sul-patto-del-nazareno/
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« Risposta #215 il: Luglio 16, 2017, 05:12:37 »

Parlamentari renziani in allarme dopo le anticipazioni del libro del segretario del pd

Il timore è per «l’eccesso di aggressività» di Matteo, per i «troppi fronti polemici che sta aprendo»

Pubblicato il 15/07/2017 - Ultima modifica il 15/07/2017 alle ore 19:57

ANDREA CARUGATI
ROMA

“Speriamo che Richetti riesca a farlo rinsavire almeno un po’, altrimenti si va a sbattere…”. Tra i parlamentari renziani l’allarme ormai è a livello di guardia. Le anticipazioni del libro di Renzi e il tour mediatico martellante del segretario, con relativa e lunghissima coda di polemiche, sta suscitando sempre più preoccupazione nella truppa di chi lo ha sostenuto alle primarie, anche tra alcuni renziani di lungo corso. Il timore è per “l’eccesso di aggressività” di Matteo, per i “troppi fronti polemici che sta aprendo”. 

Qualche sera fa a Roma un gruppo di senatori e deputati di area renziana si sono ritrovati, come spesso accade, a cena. E si sono scambiati dubbi e perplessità: “Ma fino a dove vuole arrivare?”. Preoccupano lo strappo con Prodi, la riapertura della ferita con Enrico Letta, il gelo con Franceschini. “Vuole mandare fuori anche Dario?”. “C’era davvero bisogno di offendere così Enrico dopo tre anni?”. “E se Prodi va con Pisapia?”. Sono tante le domande che sono circolate durante la cena, pochissime le risposte. “E’ il suo carattere, quando si sente sotto assedio reagisce così: vende cara la pelle”, spiega una senatrice chiedendo l’anonimato. “Ha stravinto le primarie, ora è il momento di unire, non può stare in tv 24 ore al giorno, rischia di stancare, come è successo il 4 dicembre”.
 
I nervi sono tesi. Nei giorni scorsi alla buvette del Senato altri conciliabili, così al ristorante di palazzo Madama. Senatori di area Renzi e vicini a Franceschini si scambiavano pensieri. Ansie. “In Emilia Romagna lo strappo con Prodi è devastante”, spiega uno di loro. “Molti dei nostri che hanno votato Sì al referendum e Matteo al congresso sono furiosi. Ci chiamano per dirci ‘ma come aveva detto che si passava dall’io al noi, e invece fa tutto come prima’…”.
 
LEGGI ANCHE - Pensioni, bollo auto e prima casa. Tre conigli dal cilindro del Cav (Magri) 
 
Matteo Richetti, portavoce della segreteria, è subissato di chiamate dai colleghi: “Pensaci tu, fallo ragionare”. Nei giorni scorsi lo stesso Richetti in un’intervista aveva detto di voler fare apprezzare al segretario “quanto rumore può fare il silenzio”. E quanto fosse opportuno parlare solo di cose concrete, senza aggredire questo o quello. “Sono d’accordo con Richetti, dobbiamo stare solo sui contenuti, e non possiamo limitarci a ripetere le cose fatte, quelle gli italiano le sanno già”, spiega il senatore renziano e cattodem Stefano Lepri. “Serve uno stile pacato e attento a costruire, che ci aiuti a ritrovare empatia con gli italiani, non è più il tempo di imitare l’aggressività dei 5 stelle””. 
 
Un alto dirigente del Pd, nel Transatlantico del Senato, alza le spalle: “Passo giornate intere a ricucire, fuori e dentro il partito. Se vogliamo andare avanti non si può insultare Alfano, dirgli che fa il ministro e non ha un voto, quello rischia di perdere senatori che tornano dal Cavaliere…”. “Matteo le cose non le manda a dire, ama gli eccessi”, sorride amaro Giorgio Tonini, presidente della commissione Bilancio del Senato: “Ma noi in autunno dovremo fare una manovra difficile e la scissione di Mdp ci sta rendendo la vita difficile. Vogliono spingerci a votare sempre più spesso con Forza Italia per poterci attaccare, questo ci danneggia”. Aggiunge Tonini: “La polemica con Franceschini ci mette in difficoltà. Qui in Senato in tanti sono a cavallo tra i due leader, già la situazione in maggioranza è pericolosa, bisogna lavorare per spegnere le polemiche dentro il Pd”. 
 
E invece nella minoranza tira sempre più il vento della scissione, nonostante gli sforzi di Andrea Orlando e Gianni Cuperlo per frenare. Richetti getta secchiate d’acqua sul fuoco, il rischio di nuovi addii (dopo quello di Elisa Simoni, deputata e parente di Renzi) allarma anche i seguaci del segretario. “Ma come facciamo a puntare al 40% se restiamo sempre in meno?”, sospira un deputato. Il sospetto è che Matteo “voglia rottamare il Pd e costruire un nuovo partito sul modello di Macron”. Ma in tanti, anche tra i suoi supporter, temono che stavolta l’azzardo finisca male. “L’uno contro tutti non ha funzionato il 4 dicembre, perché dovrebbe funzionare adesso?”.

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Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/07/15/italia/politica/parlamentari-renziani-in-allarme-dopo-le-anticipazioni-del-libro-del-segretario-del-pd-iB4B8nhMeVGntcrw3sJBrI/pagina.html
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« Risposta #216 il: Luglio 16, 2017, 05:22:06 »

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Unità.tv  @unitaonline  · 14 luglio 2017

Il voto contro Letta, Speranza ammette: “Ha ragione Renzi”

In un’intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera Roberto Speranza ripercorre i motivi sul perché il Pd decise di chiudere l’esperienza dell’esecutivo guidato da Enrico Letta

In un’intervista rilasciata oggi al Corriere della Sera Roberto Speranza ammette che la ricostruzione sul perché il Pd decise di chiudere l’esperienza dell’esecutivo guidato da Enrico Letta, fatta da Renzi nel suo libro “Avanti”, è assolutamente veritiera. Per il segretario del Pd non fu un complotto ma un’operazione politica alla luce del sole. In questi giorni le versioni su quanto accaduto e le letture si sono sovrapposte sollevando dei leciti dubbi. Inoltre la reazione dello stesso Letta non è stata per nulla pacata. Ora però viene fatta chiarezza. Ecco cosa chiede Monica Guerzoni e cosa risponde Speranza:

Fu lei, Roberto Speranza, a chiedere a Renzi di soffiare la poltrona di Palazzo Chigi a Letta?
«Ebbene sì, noi della allora minoranza del Pd lo costringemmo con tutte le nostre energie, perché lui proprio non ci voleva andare… Non sapevo che nel Pd fossero ai miei ordini. La cosa buffa è che ancora mi accusino di essere anti-renziano!».

 Scherzi a parte, Renzi rifarebbe quella staffetta domani. E lei, voterebbe di nuovo contro Letta in direzione?
«All’inizio del 2014 Renzi aveva una carica innovativa che offriva al Pd la possibilità di essere una diga più alta rispetto ai partiti anti-sistema. Poi le scelte di merito hanno rovesciato quell’energia, al punto che oggi Renzi non è più la diga, ma la garanzia per lo sfondamento delle forze antisistema e delle destre».
Per Letta, Renzi è un caso psicanalitico. Concorda?
«Dal 4 dicembre Renzi sta cercando disperatamente una rivincita e lo hanno capito tutti, perché gli italiani sanno distinguere tra verità e falsità. La mia sofferenza è che questo atteggiamento sui temi del lavoro, della scuola, o delle riforme ha portato alla rottura del Pd e poi del centrosinistra, che oggi è frammentato».
Dichiarazione che di certo non faranno piacere a Pier Luigi Bersani che invece ha sostenuto una versione differente attaccando Renzi: “Ma c’è ancora qualcuno in giro che può credergli a quest’uomo qui?”.

Il passaggio politico, per gli appassionati del genere, che viene ben spiegato qui: Quando Speranza e Cuperlo chiusero l’éra Letta.

Da - http://www.unita.tv/focus/il-voto-contro-letta-speranza-da-ragione-a-renzi/
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« Risposta #217 il: Luglio 18, 2017, 04:21:25 »

Lunedì 17 luglio 2017
Enews 483

Matteo Renzi
Buona settimana, amici delle E-News.

Avanti, insieme.
Il libro "Avanti" ha fatto molto discutere in questi giorni. Mi fa piacere. Un libro in fin dei conti serve a questo, a farti pensare: le polemiche lasciano il tempo che trovano, le idee entrano in circolo.
In "Avanti" ci sono tre cose:

1. Il racconto di alcuni fatti. Qualcuno mi ha scritto: "Ma perché hai ricordato il passato, Matteo? Adesso non serviva riaprire la pagina del Patto del Nazareno o della staffetta di febbraio 2014 o della nottata con Tsipras al Consiglio Europeo o delle banche". Non ho alcun interesse a riaprire le polemiche del passato. In un libro, tuttavia, la verità va scritta: i fatti sono fatti. La verità di ciò che è accaduto davvero deve essere salvaguardata, specie in questa epoca di post-verità. Poi ognuno si fa liberamente la sua opinione.

2. Le proposte per il futuro. Possiamo essere d'accordo o meno sull'assegno universale per i figli come sul raddoppio dei fondi delle periferie. Possiamo essere tifosi dell'austerity o della flessibilità. Ma quel che è certo è che adesso finalmente si discute di idee concrete. E per questo alla ripresa autunnale il PD organizzerà la propria conferenza programmatica, come proposta da tanti a cominciare da Andrea Orlando, nei giorni che vanno dal 12 al 15 ottobre. Proprio nel decennale della fondazione del PD. Insieme a Maurizio Martina e Tommaso Nannicini chiederemo a un piccolo team di cinque persone di coordinare i lavori della Conferenza perché sia davvero un'occasione utile di confronto sul futuro del Paese. Ci sta a cuore il futuro dell'Italia, non il futuro delle singole carriere personali.

3. La condivisione delle emozioni. Ve l'ho scritto nella scorsa enews. Il libro è pieno di impressioni personali, di emozioni anche intime. Perché fanno politica le persone in carne e ossa e non gli algoritmi. Fanno politica coloro che vivono di sangue e passione e non gli algidi esecutori di un programma burocratico. E quindi ho inserito molti momenti personali. Mostrare l'anima e il cuore del politico costa molto in termini personali, ma forse è giusto e necessario.

Su quest'ultimo punto - quello personale, che è anche il meno analizzato per adesso dai commenti - torneremo in futuro. Lasciatemi però segnalare un bellissimo articolo di Massimo Recalcati su Repubblica di oggi. Per chi di voi ha tempo e modo di leggerlo, mi farebbe piacere conoscere i vostri commenti: matteo@matteorenzi.it

Per parlare del libro e dei suoi contenuti sarò:

martedì 18 a Napoli, alle 16 al Mattino (dove parleremo anche di Bagnoli, di Scampia, di Pompei e della Reggia di Caserta e di molto altro)
mercoledì 19 a Milano, alle 18.30 al Teatro Parenti
giovedì 20 a Roma, alle 18.30 alla Libreria Nuova Europa i Granai, in Via Rigamonti 100
venerdì 21 a Firenze, in un posto bellissimo. Talmente bello che ancora non abbiamo deciso dove. Ma non temete, sarà davvero bellissimo. Altrimenti non sarebbe Firenze:-)
Nel frattempo tutti i giorni arriva sul telefonino di chi lo vuole un piccolo giornalino chiamato "Democratica": otto pagine di notizie utili, riflessioni, link, commenti.
La forza dei fatti e delle idee contro chi insegue scie chimiche e polemiche.
I dati dell'export, le procedure per il bonus asili nido, i dati delle pensioni, domani i numeri dell'edilizia scolastica (incredibili!). Lo inviamo tutti i giorni a chi è interessato, via sms, whatsapp, email. Per riceverlo basta mandare un messaggio al 3486409037

Stare tenacemente e allegramente dalla parte dei contenuti, delle idee, delle proposte. Lasciando ad altri il presidio delle polemiche quotidiane. Questo è il nostro compito, proviamoci insieme.

Un sorriso,
Matteo

blog.matteorenzi.it
matteo@matteorenzi.it

Pensierino della sera. Tantissimi i campioni sportivi di questa settimana che mi piacerebbe portare alla vostra attenzione nel pensierino della sera. A cominciare, ovviamente, da Roger Federer. Lo vedi giocare e pensi: e chi lo rottama quello lì? Campione senza tempo, strepitoso. Ho pensato però che il vero campione della settimana si chiama Valerio. Si tratta di un atleta paralimpico di nuoto, affetto dalla sindrome di Down. Mercoledì scorso a Sabaudia ha salvato una bambina di 10 anni che rischiava di annegare. Penso che l'Italia debba essere orgogliosa di concittadini come Valerio. Nel mio piccolo, io sono orgoglioso di essere concittadino di questo campione.
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