LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: GUSTAVO ZAGREBELSKY  (Letto 6431 volte)
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« il: Febbraio 09, 2009, 04:59:19 »

LE IDEE

Il veleno nichilista che anima il regime

di GUSTAVO ZAGREBELSKY



Viviamo un momento politico-costituzionale certamente particolare. Questo non è in discussione, sia presso i fautori, sia presso i detrattori del regime attuale. Non sarà fuori luogo precisare che, in questo contesto, la parola regime vale semplicemente a dire - secondo il significato neutro per cui si parla di regime liberale, democratico, autoritario, parlamentare, presidenziale, eccetera - "modo di reggimento politico" e non ha alcun significato valutativo, come ha invece quando ci si chiede, con intenti denigratori espliciti o impliciti, se in Italia c'è "il regime". Ma che tipo di regime? Questa è la domanda davvero interessante.

Alla certezza - viviamo in "un" regime che ha suoi caratteri particolari - non si accompagna però una definizione che dia risposta a quella domanda. Sfugge il carattere fondamentale, il "principio" o (secondo l'immagine di Montesquieu) il ressort, molla o energia spirituale che lo fa vivere secondo la sua essenza. Un concetto semplice, una definizione illuminante, una parola penetrante, sarebbero invece importanti per afferrarne l'intima natura e per prendere posizione.

Le definizioni, per la verità, non mancano, spesso fantasiose e suggestive. Anzi sovrabbondano, a dimostrazione che, forse, nessuna arriva al nocciolo, ma tutte gli girano intorno: autocrazia; signoria moderna; egoarchia; governo padronale o aziendale; dominio mediatico; grande seduzione; regime dell'unto del Signore; populismo o unzione del popolo; videocrazia; plutocrazia, governo demoscopico. Si potrebbe andare avanti. Si noterà che queste espressioni, a parte genericità ed esagerazioni, colgono (se li colgono) aspetti parziali e, soprattutto, sono legate a caratteri e proprietà personali di chi il regime attuale ha incarnato e tuttora incarna.

Ed è una visione riduttiva, come se si trattasse soltanto di un affare di persone; come se, cambiando le persone, potesse cambiare d'un tratto e del tutto la trama della politica. Invece, prassi, mentalità e costumi nuovi si sono introdotti partendo da lontano; sistemi di potere e metodi di governo sono stati istituiti. Un regime non nasce di colpo, va consolidandosi e forse andrà lontano. È un'illusione pensare che ciò che è stato ed è possa poi passare senza lasciare l'orma del suo piede. La questione che ci interroga è quella di cogliere con un concetto essenziale, comprensivo ed esplicativo di ciò che di oggettivo è venuto a stabilizzarsi e a sedimentare nella vita pubblica e che opera e opererà in noi, attorno a noi e, forse, contro di noi. Se, parlando di regime oggi, è inevitabile che il pensiero corra a ciò che si denomina genericamente "berlusconismo", dobbiamo tenere presente che qui non si tratta di vizi o virtù personali ma di una concezione generale del potere che si irraggia più in là.

Colpisce che tutti i tentativi per arrivare a cogliere un'essenza - giusti o sbagliati che siano - si fermino comunque ai mezzi: denaro, televisione, blandizie e minacce, corruzione, seduzione, confusione del pubblico nel privato e viceversa, impunità, sondaggi, eccetera. Ma tutto ciò in vista di quale fine? Proprio il fine dovrebbe essere ciò che qualifica l'essenza di un regime politico, ciò che gli dà senso e ne rende comprensibile la natura. Se non c'è un fine, è puro potere, potere per il potere, tautologia. Ma qui il fine, distinto dai mezzi, è introvabile.

A meno di credere a parole d'ordine tanto generiche da non significare nulla o da poter significare qualunque cosa - libertà, identità nazionale, difesa dell'Occidente, innovazione, sviluppo, o altre cose di questo genere - il fine non si vede affatto, forse perché non c'è. O, più precisamente, il fine c'è ma coincide con i mezzi: è proteggere e potenziare i mezzi. Una constatazione davvero sbalorditiva: un'aberrazione contro-natura, una volta che la politica sia intesa come rapporto tra mezzi e fini, rapporto necessario affinché il governo delle società sia dotato di senso e il potere e la sua pretesa d'essere riconosciuto come legittimo possano giustificarsi su qualcosa di diverso dallo stesso puro potere.

A parte forse l'autore della massima "il potere logora chi non ce l'ha", nessuno, nemmeno il Principe machiavelliano, ha mai attribuito al potere un valore in sé e per sé stesso. "Il fine giustifica i mezzi" è uno dei motti del machiavellismo politico; ma che succede se "i mezzi giustificano i mezzi"? È la crisi della ragion politica, o della politica tout court. È il trionfo della "ragione strumentale" nella politica.

Siamo di fronte a qualcosa di incomprensibile, inafferrabile, incontrollabile, qualcosa all'occorrenza capace di tutto, come in effetti vediamo accadere sotto i nostri occhi: un giorno dialogo, un altro scomuniche; un giorno benevolenza, un altro minacce; un giorno legalità, un altro illegalità; ciò che è detto un giorno è contraddetto il giorno dopo. La coerenza non riguarda i fini ma i mezzi, cioè i mezzi come fini: si tratta di operare, non importa come e con quale coerenza, allo scopo di incrementare risorse, influenza, consenso.

Il politico adatto a questa corruzione della vita pubblica è l'uomo senza passato e senza radici, che sa spiegare le vele al vento del momento; oppure l'uomo che crede di avere un passato da dimenticare, anzi da rinnegare, per presentarsi anch'egli come uomo nuovo. È colui che proclama la fine delle distinzioni che obbligherebbero a stare o di qua o di là.

Così, si può fingere di essere contemporaneamente di destra e di sinistra o di stare in un "centro" senza contorni; si può avere un'idea, ma anche un'altra contraria; ci si può presentare come imprenditori e operai; si può essere atei o agnostici ma dire che, comunque, "si è alla ricerca"; si può dare esempio pubblico della più ampia libertà nei rapporti sessuali e farsi paladini della famiglia fondata sul santo matrimonio; si può essere amico del nemico del proprio amico, eccetera, eccetera. Insomma: il "politico" di successo, in questo regime, è il profittatore, è l'uomo "di circostanza" in ogni senso dell'espressione, è colui che "crede" in tutto e nel suo contrario.

Questo tipo di politico conosce un solo criterio di legittimità del suo potere, lo stare a galla ed espandere la sua influenza. Il suo fallimento non sta nella mancata realizzazione di un qualche progetto politico. Se egli vive di potere che cresce, anche una piccola battuta d'arresto può essere l'inizio della sua fine. Non sarà più creduto. Per questo ogni indecisione, obbiettivo mancato o fallimento deve essere nascosto o mascherato e propagandato come un successo.

La corruzione e la mistificazione della dura realtà dei fatti e della loro verità è nell'essenza di questo regime. Il rapporto col mondo esterno corre il rischio di essere "disturbato". L'uomo di potere, di questo tipo di potere, non vede di fronte a sé alcuna natura esterna, poiché diventa ai suoi occhi egli stesso natura (naturalmente, lo si sarà compreso, si sta parlando di "tipo ideale", cioè di un modello che, nella sua perfezione, esiste solo in teoria).

Abbiamo iniziato queste considerazioni col proposito di cercare una definizione che, in una parola, condensi tutto questo. L'abbiamo trovata? Forse sì. Non ci voleva tanto: nichilismo, inteso come trasformazione dei fatti e delle idee in nulla, scetticismo circa tutto ciò che supera l'ambito (sia esso pure un ambito smisurato) del proprio interesse. Chi conosce la storia di questo concetto sa di quale veleno, potenzialmente totalitario, esso abbia mostrato d'essere intriso. Ciò che, invece, si fa fatica a comprendere è come chi tuona tutti i giorni contro il famigerato "relativismo" non abbia nessun ritegno, addirittura, a tendergli la mano.

(9 febbraio 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #1 il: Luglio 17, 2009, 05:14:43 »

COMMENTO

Quando il potere teme la verità

di GUSTAVO ZAGREBELSKY


SONO venute a galla, finalmente, due questioni che riguardano, l'una, la verità e, l'altra, la moralità nella vita pubblica. Sono questioni che oggi particolarmente toccano un uomo alle prese con l'affannosa gestione davanti alla pubblica opinione di uno sdoppiamento, tra la realtà di ciò che effettivamente egli è e fa e la rappresentazione fittizia che ne dà, a uso del suo pubblico. Siamo di fronte a una novità? Possiamo credere sia un caso isolato? Via! La menzogna e l'ipocrisia, alla fine la schizofrenia, sono sempre state compagne del potere.

Questa constatazione realistica può chiudere il discorso solo per i nichilisti, i quali pensano a un eterno nudo potere, che volta a volta, si presenta in forme esteriori diverse, ma sempre e solo per coprire la sua immutabile, disgustosa, realtà. Per gli altri, quelli che credono che il potere non necessariamente sia sempre solo quella cosa lì, ma che si possa agire, oltre che per conquistarlo, anche per cambiarlo; per quelli, in breve, che credono che vi siano diversi possibili modi di concepire e gestire le relazioni politiche, verità e menzogna, moralità e ipocrisia sono dilemmi su cui si può e si deve prendere posizione.

Vizi e virtù cambiano, anzi si scambiano le vesti, a seconda di quali siano le concezioni del vivere comune. I vizi possono diventare virtù e le virtù, vizi. Onde possiamo dire che da come li si concepisce capiamo che idea abbiamo della nostra convivenza. C'è qui una spia che permette di guardare nello strato profondo, magari inconscio, delle nostre concezioni politiche. Nelle Istorie fiorentine (III, 13), Machiavelli dice che i mezzi del potere sono "frode e forza" e che "quelli che per poca prudenza o per troppa sciocchezza, fuggono questi modi, nella servitù sempre e nella povertà affogano; perché i fedeli servi sempre sono servi, e gli uomini buoni sempre sono poveri; né mai escono di servitù se non gli infedeli e audaci, e di povertà se non i rapaci e fraudolenti". Buone massime di comportamento, ma per il Principe in società di servi e padroni: qui davvero le virtù diventano vizi e i vizi, virtù.

La verità, il rispetto dei "bruti fatti", è la virtù di coloro che si intendono e vogliono intendersi tra loro; al contrario, quando il proposito non è l'intesa ma la sopraffazione, la virtù non è più la verità ma è la menzogna, la simulazione di quel che è e la dissimulazione di quel che non è. La verità predispone al dialogo in cui ciascuno onestamente fa valere i propri punti di vista; la menzogna prepara inganni e, in risposta, giustifica altre simulazioni e dissimulazioni (Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta - 1641), come arma di legittima difesa. Ne vengono società di maschere, mascheramenti e mascherate che nascondono violenza, come erano le società di cortigiani, venefici e tradimenti del 5 e '600 in cui l'elogio della malafede dei governanti ha trovato il suo terreno di coltura.

Gesù di Nazareth impartisce ai discepoli due comandamenti, all'apparenza contraddittori: "Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno" (Mt 5, 36) e "siate avveduti (phronimòi) come serpenti" (Mt 10, 16). Da un lato, dunque, rispecchiare la verità, né più né meno; dall'altro, usare la lingua biforcuta del "più astuto tra tutti gli animali" (Gn 3, 1). Come si scioglie la contraddizione? In un modo molto interessante per la nostra questione. Il primo comandamento vale nei rapporti tra leali appartenenti alla stessa cerchia, in quel caso i credenti nella medesima parola di Dio ("avete inteso che fu detto ..., ma io vi dico"). Il secondo vale quando le pecore (i discepoli) sono inviati in mezzo ai lupi, gli uomini dai quali devono "guardarsi" con accortezza.
Ecco, dunque. La verità vale tra amici; tra nemici è dissennatezza. Se riteniamo di non essere vincolati alla mutua obbligazione al vero, se riteniamo legittima la frode, la menzogna, l'inganno è perché viviamo nell'ostilità e i regimi dell'ostilità sono quelli inclini alla sopraffazione. Noi comprendiamo perciò lo scandalo che, purtroppo in altri Paesi e non nel nostro, dà l'uomo pubblico che è scoperto avere mentito, per questo solo fatto, magari su una questioncella da niente: uno scandalo non di natura morale o moralistica ma politico, che può portare alla rovina d'una carriera. Chi mente, non importa su che cosa, è un pericolo per la libertà e la democrazia. Oggi, da noi, si moltiplicano assennati appelli alla concordia e al dialogo, ma senza il parallelo, anzi preliminare, appello alla chiarezza della verità, sono parole destinate al vento.

* * *

Anche la questione della moralità conduce a un problema politico di democrazia. Si dice: il giudizio morale non deve influire sul giudizio politico. La politica si giudica con criteri politici; la moralità, con criteri morali. Un ottimo uomo pubblico può essere un pessimo individuo nel privato, col quale non si vorrebbe avere nulla da spartire. O viceversa: una persona dabbene può essere un pessimo politico, cui non vorremmo affidate responsabilità pubbliche. Gli ambiti sono diversi e devono essere tenuti separati. Lo Stato moderno è il prodotto della scissione dell'ufficio pubblico dalla persona fisica che lo ricopre. Il funzionario è, come tale, soggetto a particolari e stringenti doveri di moralità pubblica, della cui osservanza risponde pubblicamente. Ma la stessa persona, nel momento in cui è spogliato della sua funzione ritorna a essere uno come tutti, ha il diritto di essere lasciato in pace come un qualunque altro cittadino. La sua moralità è in questione solo di fronte alla sua coscienza, a Dio o al confessore.
Tutto questo è chiaro ma troppo semplice. I punti di interferenza sono numerosi, in un senso e nell'altro. Quando c'è interferenza, non si può negare l'esigenza di verità. Può accadere che la posizione pubblica sia spesa nella vita privata, oppure che i comportamenti privati si riverberino sulla posizione pubblica. Talora queste commistioni hanno rilievo per il codice penale. Ma molto spesso no. Non per questo non hanno rilievo politico. Esempio del primo tipo: la strumentalizzazione del "fascino del potere" per ottenere vantaggi nella vita privata. I favori sessuali attengono certamente alla vita privata. Ma altrettanto certamente ciò non basta a escludere il diritto dell'opinione pubblica di sapere se questi si ottengono facendo balenare o distribuendo favori, come solo chi occupa posizioni di pubblico potere può fare. Oppure, esempio del secondo tipo, lo stile di vita personale attiene certamente all'ambito privato che chiunque ha il diritto di definire come vuole. Ma se questo stile di vita contraddice i valori sociali e politici che si professano pubblicamente e si vogliono imporre agli altri, possiamo dire che questa ipocrisia sia irrilevante per un giudizio politico da parte dell'opinione pubblica?
Non è affatto questione di moralismo. Nessuno, meno che mai quella cosa che si denomina opinione pubblica, ha diritto di pronunciare sentenze morali, condannare peccati e peccatori. Chi mai gradirebbe un giudizio di questo genere sulle piazze o sui giornali? Non è questo il punto. Il punto è che in democrazia i cittadini hanno diritto di conoscere chi sono i propri rappresentanti, perché questi, senza che nessuno li obblighi, chiedono ai primi un voto e instaurano con loro un rapporto che vuol essere di fiducia. Devono poterli conoscere sotto tutti i profili rilevanti in questo rapporto. Ora, entrambe le interferenze tra pubblico e privato di cui si è detto convergono nel creare divisioni castali in cui la disponibilità del potere crea disuguaglianze, privilegi e immunità, perfino codici morali diversi, che discriminano chi sta su da chi sta giù. E questo non ha a che vedere con la democrazia? Non deve entrare nel dibattito pubblico? Così siamo ritornati al punto di partenza, il rapporto verità menzogna. Che questa immoralità tema la verità è naturale ed evidente. Anzi, proprio il rifiuto ostinato di renderla disponibile a tutti in un pubblico dibattito, motivato dalle temute ripercussioni sul rapporto di fiducia tra l'eletto e gli elettori, è la riprova che questa è materia di etica politica, non (solo) di moralità privata; è questione che tocca tutti, non (solo) famigliari, famigli, amici, clienti.

(17 luglio 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #2 il: Gennaio 20, 2010, 05:42:18 »

L'ANALISI

Il sospetto

di GUSTAVO ZAGREBELSKY

C'è una gran voglia di voltare pagina e guardare avanti. Quello che è stato un Paese riconosciuto e rispettato per la sua politica, la sua cultura, la civiltà dei rapporti sociali, è ormai identificato con l'impasse in cui è caduto a causa di un conflitto di principio al quale, finora, non si è trovata soluzione. Sono quasi vent'anni che il nodo si stringe, dalla fine della cosiddetta prima repubblica a questa situazione, che rischia d'essere la fine della seconda. La terza che si preannuncia ha tratti tutt'altro che rassicuranti.
Siamo probabilmente al punto di una sorta di redde rationem, il cui momento culminante si avvicina. Sarà subito dopo le prossime elezioni regionali. A meno che si trovi una soluzione condivisa, che si addivenga cioè a un compromesso. È possibile? E quale ne sarebbe il prezzo? Se consideriamo i termini del conflitto - la politica contro la legalità; un uomo politico legittimato dal voto contro i giudici legittimati dal diritto - l'impresa è ardua, quasi come la quadratura del cerchio. Per progressivi cedimenti che ora hanno fatto massa anche nell'opinione pubblica, dividendo gli elettori in opposti schieramenti, i due fattori su cui si basa lo stato di diritto democratico, il voto e la legge, sono venuti a collisione.

Questa è la rappresentazione oggettiva della situazione, che deliberatamente trascura le ragioni e i torti. Trascura cioè le reciproche e opposte accuse, che ciascuna parte ritiene fondate: che la magistratura sia mossa da accanimento preconcetto, da un lato; che l'uomo politico si sia fatto strada con mezzi d'ogni genere, inclusi quelli illeciti, dall'altro. Se si guarda la situazione con distacco, questo è ciò che appare come dato di fatto e le discussioni sui torti e le ragioni, come ormai l'esperienza dovrebbe avere insegnato, sono senza costrutto.

I negoziatori che sono all'opera si riconosceranno, forse, nelle indicazioni che precedono. Ma, probabilmente, non altrettanto nelle controindicazioni che seguono.

Per raggiungere un accordo, si è disposti a "diluire" il problema pressante in una riforma ad ampio raggio della Costituzione. Per ora, la disponibilità dell'opposizione al dialogo o, come si dice ora, al confronto, è tenuta nel vago (no a norme ad personam, ma sì a interventi "di sistema" per "riequilibrare" i rapporti tra politica e giustizia), è coperta dalla reticenza (partire da dove s'era arrivati nella passata legislatura, ma per arrivare dove?) o è nascosta col silenzio (la separazione tra potere politico, economico e mediatico, cioè il conflitto d'interessi, è o non è questione ancora da porsi?).

Vaghezza, reticenza e silenzio sono il peggior avvio d'un negoziato costituzionale onesto. La materia costituzionale ha questa proprietà: quando la si lascia tranquilla, alimenta fiducia; quando la si scuote, alimenta sospetti. Per questo, può diventare pericolosa se non la si maneggia con precauzione. Tocca convinzioni etiche e interessi materiali profondi. Non c'è bisogno di evocare gli antichi, che conoscevano il rischio di disfacimento, di discordia, di "stasi", insito già nella proposta di mutamento costituzionale. Per questo lo circondavano d'ogni precauzione. Chi si esponeva avventatamente correva il rischio della pena capitale. Per quale motivo? Prevenire il sospetto di secondi fini, di tradimento delle promesse, di combutta con l'avversario. Quando si tratta di "regole del gioco", tutti i giocatori hanno motivo di diffidare degli altri. La riforma è come un momento di sospensione e d'incertezza tra il vecchio, destinato a non valere più, e il nuovo che ancora non c'è e non si sa come sarà. In questo momento, speranze e timori si mescolano in modo tale che le speranze degli uni sono i timori degli altri. È perciò che non si gioca a carte scoperte. Ma sul sospetto, sentimento tra tutti il più corrosivo, non si costruisce nulla, anzi tutto si distrugge.

Il veleno del sospetto non circola solo tra le forze politiche, ma anche tra i cittadini e i partiti che li rappresentano. Nell'opposizione, che subisce l'iniziativa della maggioranza, si fronteggiano, per ora sordamente, due atteggiamenti dalle radici profonde. L'uno è considerato troppo "politico", cioè troppo incline all'accordo, purchessia; l'altro, troppo poco, cioè pregiudizialmente contrario. Sullo sfondo c'è l'idea, per gli uni, che in materia costituzionale l'imperativo è di evitare l'isolamento, compromettendosi anche, quando è necessario; per gli altri, l'imperativo è, al contrario, difendere principi irrinunciabili senza compromessi, disposti anche a stare per conto proprio. La divisione, a dimostrazione della sua profondità, è stata spiegata ricorrendo alla storia della sinistra: da un lato la duttilità togliattiana (che permise il compromesso tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana sui Patti Lateranensi), dall'altro l'intransigenza azionista (che condusse il Partito d'azione all'isolamento).

Tali paragoni, indipendentemente dalla temerarietà, sono significativi. Corrispondono a due paradigmi politici, rispettivamente, la convenienza e la coerenza: una riedizione del perenne contrasto tra l'etica delle conseguenze e l'etica delle convinzioni. L'uomo politico degno della sua professione - colui che rifugge tanto dall'opportunismo quanto dal fanatismo e cerca di conciliare responsabilmente realtà e idealità - conosce questo conflitto e sa che esistono i momenti delle decisioni difficili. Sono i momenti della grande politica.

Ma da noi ora non è così. Ciò che è nobile nei concetti, è spregevole nella realtà. La buona convenienza appare cattiva connivenza. Il sospetto è che, dietro un gioco delle parti, sia in atto la coscientemente perseguita assimilazione in un "giro" di potere unico e autoreferenziale, una sorta di nuovo blocco o "arco costituzionale", desiderando appartenere al quale si guarda ai propri elettori, che non ci stanno, come pericolo da neutralizzare e non come risorsa da mobilitare. Vaghezza, silenzi, e reticenze sono gl'ingredienti di questo rapporto sbagliato, basato sulla sfiducia reciproca. È banale dirlo, ma spesso le cose ovvie sono quelle che sfuggono agli strateghi delle battaglie perdute: in democrazia, occorrono i voti e la fiducia li fa crescere; la sfiducia, svanire.

Il sospetto si dissipa in un solo modo: con la chiarezza delle posizioni e la risolutezza nel difenderle. La chiarezza si fa distinguendo, secondo un ordine logico e pratico, le cose su cui l'accordo c'è, quelle su cui potrebbe esserci a determinate condizioni e quelle su cui non c'è e non ci potrà essere. La risolutezza si dimostra nella convinzione con cui si difendono le proprie ragioni. Manca l'una e l'altra. Manca soprattutto l'idea generale che darebbe un senso al confronto costituzionale che si preannuncia. Così si procede nell'ordine sparso delle idee, preludio di sfaldamento e sconfitta. Per esempio, sulla difesa del sistema parlamentare contro i propositi presidenzialisti, la posizione è ferma? Sulle istituzioni di garanzia, magistratura e Corte costituzionale, fino a dove ci si vuol spingere? Sul ripristino dell'immunità parlamentare c'è una posizione, o ci sono ammiccamenti?

Quest'ultimo è il caso che si può assumere come esemplare della confusione. Nella strategia della maggioranza, è il tassello di un disegno che richiede stabilità della coalizione e immunità di chi la tiene insieme, per procedere alla riscrittura della Costituzione su punti essenziali: l'elezione diretta del capo del governo, la riduzione del presidente della Repubblica a un ruolo di rappresentanza, la soggezione della giustizia alla politica, eccetera, eccetera. L'opposizione? Incertezze e contraddizioni che non possono che significare implicite aperture, come quando si dice che "il problema c'è", anche se non si dice come lo si risolve. Ci si accorge ora di quello che allora, nel 1993, fu un errore: invece del buon uso dell'immunità parlamentare, si preferì abolirla del tutto. Fu il cedimento d'una classe politica che non credeva più in se stessa. Ma il ripristino oggi suonerebbe non come la correzione dell'errore, ma come la presunzione d'una classe politica che non ama la legalità. Occorrerebbe spiegare le ragioni del rischio che si corre, nell'appoggiare questo ritorno; rischio doppio, perché una volta reintrodotta l'immunità con norma generale, la si dovrà poi concedere all'interessato, con provvedimento ad personam. Due forche caudine per l'opposizione. Ma allora, perché?
Perché, si dice, se non ci sono aperture, il confronto non inizia nemmeno e la maggioranza andrà avanti per conto proprio. Appunto: dove non c'è il consenso, avendo i voti, vada avanti e poi, senza l'apporto dell'opposizione, ci potrà essere il referendum, dove ognuno apertamente giocherà le sue carte. Ne riparleremo.

© Riproduzione riservata (20 gennaio 2010)
da repubblica.it
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« Risposta #3 il: Marzo 01, 2010, 01:13:24 »

LE IDEE

La colpa di chi fa le leggi per se stesso

di GUSTAVO ZAGREBELSKY

"Un dio o un uomo, presso di voi, è ritenuto autore delle leggi?" chiede l'Ateniese ai suoi ospiti venuti da Creta e da Sparta. "Un dio, ospite, un Dio!  -  così come è perfettamente giusto". Queste parole aprono il grande trattato che Platone dedica alle Leggi, i Nòmoi. Il problema dei problemi  -  perché si dovrebbe obbedire alle leggi  -  è in tal modo risolto in partenza: per il timor degli Dei. Le leggi sono sacre.

Chi le viola è sacrilego. Tra la religione e la legge non c'è divisione. I giudici sono sacerdoti e i sacerdoti sono giudici, al medesimo titolo. Oggi non è più così. Per quanto si sia suggestionati dalla parola che viene dal profondo della sapienza antica, possiamo dire: non è più così, per nostra fortuna. Abbiamo conosciuto a sufficienza l'intolleranza e la violenza insite nella legge, quando il legislatore pretende di parlare in nome di Dio. Ma, da quella scissione, nasce la difficoltà. Se la legge ha perduto il suo fondamento mistico perché non viene (più) da un Dio, ma è fatta da uomini, perché dovremmo prestarle obbedienza? Perché uomini devono obbedire ad altri uomini? Domande semplici e risposte difficili.

Forse perché abbiamo paura di chi comanda con forza di legge? Paura delle pene, dei giudici, dei carabinieri, delle prigioni? Se così fosse, dovremmo concludere che gli esseri umani meritano solo di esseri guidati con la sferza e sono indegni della libertà. In parte, tuttavia, può essere così. In parte soltanto però, perché nessuno è mai abbastanza forte da essere in ogni circostanza padrone della volontà altrui, se non riesce a trasformare la propria volontà in diritto e l'ubbidienza in dovere. Ma dov'anche regnasse la pura forza, dove regna il terrore, dove il terrorismo è legge dello Stato, anche in questo caso ci dovrà pur essere qualcuno che, in ultima istanza, applica la legge senza essere costretto dalla minaccia della pena, perché è lui stesso l'amministratore delle pene. In breve, molti possono essere costretti a obbedire alla legge: molti, ma non tutti. Ci dovranno necessariamente essere dei costrittori che costringono senza essere costretti. Ci dovrà essere qualcuno, pochi o tanti a seconda del carattere più o meno chiuso della società, per il quale la legge vale per adesione e non per costrizione. In una società democratica, questo "qualcuno" dovrebbe essere il "maggior numero possibile".

Che cosa è, dove sta, da che cosa dipende quest'adesione? Qui, ciascuno di noi, in una società libera, è interpellato direttamente, uno per uno. Se non sappiamo dare una risposta, allora dobbiamo ammettere che seguiamo la legge solo per forza, come degli schiavi, solo perché la forza fa paura. Ma, appena esistono le condizioni per violare la legge impunemente o appena si sia riusciti a impadronirsi e a controllare le procedure legislative e si possa fare della legge quel che ci piace e così legalizzare quel che ci pare, come Semiramìs, che "a vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta" (Inferno, V), allora della legge e di coloro che ancora l'invocano ci si farà beffe.

Possiamo dire, allora, che la forza della legge, se non si basa  -  sia permesso il banale gioco di parole  -  sulla legge della forza, si basa sull'interesse? Quale interesse? La moralità della legge come tale, indipendentemente da ciò che prescrive, dovrebbe stare nell'uguaglianza di tutti, nel fatto che ciascuno di noi può rispecchiarvisi come uguale all'altro. "La legge è uguale per tutti" non è soltanto un ovvio imperativo, per così dire, di "giustizia distributiva del diritto". È anche la condizione prima della nostra dignità d'esseri umani. Io rispetto la legge comune perché anche tu la rispetterai e così saremo entrambi sul medesimo piano di fronte alla legge e ciascuno di noi di fronte all'altro. Ci potremo guardare reciprocamente con lealtà, diritto negli occhi, perché non ci sarà il forte e il debole, il furbo e l'ingenuo, il serpente e la colomba, ma ci saranno leali concittadini nella repubblica delle leggi.

Questa risposta alla domanda circa la forza della legge è destinata, per lo più, ad apparire una pia illusione che solo le "anime belle", quelle che credono a cose come la dignità, possono coltivare. È pieno di anime che belle non sono, che si credono al di sopra della legge  -  basta guardarsi intorno, anche solo molto vicino a noi  -  e che proprio dall'esistenza di leggi che valgono per tutti (tutti gli altri), traggono motivo e strumenti supplementari per le proprie fortune, economiche e politiche. Sono questi gli approfittatori della legge, free riders, particolarmente odiosi perché approfittano (della debolezza o della virtù civica) degli altri: per loro, "le leggi sono simili alle ragnatele; se vi cade dentro qualcosa di leggero e debole, lo trattengono; ma se è più pesante, le strappa e scappa via" (parole di Solone; in versione popolare: "La legge è come la ragnatela; trattiene la mosca, ma il moscone ci fa un bucone"). Anche per loro c'è interesse alla legalità, ma la legalità degli altri. Poiché gli altri pagano le tasse, io, che posso, le evado. Poiché gli altri rispettano le procedure per gli appalti, io che ho le giuste conoscenze, vinco la gara a dispetto di chi rispetta le regole; io, che ho agganci, approfitto del fatto che gli altri devono attendere il loro turno, per passare per primo alla visita medica che, forse, salva la mia vita, ma condanna quella d'un altro; io, che posso manovrare un concorso pubblico, faccio assumere mio figlio, al posto del figlio di nessuno che, poveretto, è però più bravo del mio; io, che ho il macchinone, per far gli affari miei sulla strada, approfitto dei divieti che chi ha la macchinina rispetta; io, che posso farmi le leggi su misura, preparo la mia impunità nei casi in cui, altrui, vale la responsabilità.

L'ultimo episodio della vita di Socrate, alle soglie dell'autoesecuzione (la cicuta) della sentenza dell'Areopago che l'aveva condannato a morte, è l'incontro con Le Leggi. Le Leggi gli parlano. Qual è il loro argomento? Sei nato e hai condotto la tua vita con noi, sotto la nostra protezione nella città. Noi ti abbiamo fatto nascere, ti abbiamo cresciuto, nutrito ed educato, noi ti abbiamo permesso d'avere moglie e figli che cresceranno come te con noi. Tutto questo con tua soddisfazione. Infatti, non te ne sei andato altrove, come ben avresti potuto. E ora, vorresti ucciderci, violandoci, quando non ti fa più comodo? Così romperesti il patto che ci ha unito e questo sarebbe l'inizio della rovina della città, le cui leggi sarebbero messe nel nulla proprio da coloro che ne sono stati beneficiati.

Le Leggi platoniche, parlando così, chiedono ubbidienza a Socrate in nome non della paura né dell'interesse, ma per un terzo motivo, la riconoscenza. Il loro discorso, però, ha un presupposto: noi siamo state leggi benigne con te. Ma se Le Leggi fossero state maligne? Se avessero permesso o promosso l'iniquità e non avessero impedito la sopraffazione, avrebbero potuto parlare così? Il caso non poteva porsi in quel tempo, quando le leggi  -  l'abbiamo visto all'inizio  -  erano opera degli Dei. Oggi, sono opera degli uomini. Dagli uomini esse dipendono e dagli uomini dipende quindi se possano o non possano chiedere ubbidienza in nome della riconoscenza.

Certo: abbiamo visto che l'esistenza delle leggi non esclude che vi sia chi le sfrutta e viola per il proprio interesse, a danno degli altri. Ma il compito della legge, per poter pretendere obbedienza, è di contrastare l'arroganza di chi le infrange impunemente e di chi, quando non gli riesce, se ne fa una per se stesso. Se la legge non contrasta quest'arroganza o, peggio, la favorisce, allora non può più pretendere né riconoscenza né ubbidienza. Il disprezzo delle leggi da parte dei potenti giustifica analogo disprezzo da parte di tutti gli altri. L'illegalità, anche se all'inizio circoscritta, è diffusiva di se stessa e distruttiva della vita della città. Tollerarla nell'interesse di qualcuno non significa metterla come in una parentesi sperando così che resti un'eccezione, ma significa farne l'inizio di un'infezione che si diffonde tra tutti.

Qui è la grande responsabilità, o meglio la grande colpa, che si assumono coloro che fanno leggi solo per se stessi o che, avendo violate quelle comuni, pretendono impunità. Contrastare costoro con ogni mezzo non è persecuzione o, come si dice oggi, "giustizialismo", ma è semplicemente legittima difesa di un ordine di vita tra tutti noi, di cui non ci si debba vergognare.


Questo testo sarà letto stasera da Gustavo Zagrebelsky al Teatro della Corte di Genova, nel corso del primo incontro del ciclo "Fare gli italiani  -  Grandi Parole alla ricerca dell'identità nazionale"
 

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« Ultima modifica: Marzo 07, 2010, 06:44:53 da Admin » Loggato
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« Risposta #4 il: Marzo 07, 2010, 06:45:20 »

Il costituzionalista Zagrebelsky: così si apre la strada a nuove intimidazioni

Il presidente Napolitano opera per evitare la violenza

"Una corruzione della legge che viola uguaglianza e imparzialità"

di LIANA MILELLA


ROMA - Non critica Napolitano, dissente da Di Pietro, benedice le proteste, boccia un decreto inconcepibile in uno Stato di diritto. Gustavo Zagrebelsky inizia citando un episodio che, "nel suo piccolo", indica lo stravolgimento dell'informazione. Al Tg1 di venerdì sera va in onda la foto di Hans Kelsen, uno dei massimi giuristi del secolo scorso. "Gli fanno dire che la sostanza deve prevalere sulla forma: a lui, che ha sempre sostenuto che, in democrazia, le forme sono sostanza. Una disonestà, tra tante. Gli uomini di cultura dovrebbero protestare per l'arroganza di chi crede di potersi permettere di tutto".

Professore, che succede?
"Apparentemente, un conflitto tra forma e sostanza".

Apparentemente?
"Se guardiamo più a fondo, è un abuso, una corruzione della forza della legge per violare insieme uguaglianza e imparzialità".

Perché? Non si trattava invece proprio di permettere a tutti di partecipare alle elezioni?
"Il diritto di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende partecipare all'elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole. L'esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia "offerta elettorale" è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato".

E con ciò?
"Con ciò si violano l'uguaglianza e l'imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L'uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l'uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del "principale contendente". Il tarlo sta proprio in quel "principale". Nelle elezioni non ci sono "principali" a priori. Come devono sentirsi i "secondari"? L'argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti".


E l'imparzialità?
"Il "principale contendente" è il beneficiario del decreto ch'esso stesso si è fatto. Le pare imparzialità? Forse, penseremmo diversamente se il beneficiario fosse una forza d'opposizione. Ma la politica non è il terreno dell'altruismo. Ci accontenteremmo allora dell'imparzialità".

Anche lei, come l'ex presidente Onida, considera il dl una legge ad personam?
"Questa vicenda è il degno risultato di un atteggiamento sbagliato che per anni è stato tollerato. Abbiamo perso il significato della legge. Vorrei dire: della Legge con la maiuscola. Le leggi sono state piegate a interessi partigiani perché chi dispone della forza dei numeri ritiene di poter piegare a fini propri, anche privati, il più pubblico di tutti gli atti: la legge, appunto. Si è troppo tollerato e la somma degli abusi ha quasi creato una mentalità: che la legge possa rendere lecito ciò che più ci piace".

Torniamo al decreto. Si poteva fare?
"La legge 400 dell'88 regola la decretazione d'urgenza. L'articolo 15, al comma 2, fa divieto di usare il decreto "in materia elettorale". C'è stata innanzitutto la violazione di questa norma, dettata non per capriccio, ma per ragioni sostanziali: la materia elettorale è delicatissima, è la più refrattaria agli interventi d'urgenza e, soprattutto, non è materia del governo in carica, cioè del primo potenziale interessato a modificarla a suo vantaggio. Mi pare ovvio".

Quindi, nel merito, il decreto viola la Costituzione?
"Se fosse stato adottato indipendentemente dalla tornata elettorale e non dal governo, le valutazioni sarebbero del tutto diverse. Dire che il termine utile è quello non della "presentazione" delle liste, ma quello della "presenza dei presentatori" nei locali a ciò adibiti, può essere addirittura ragionevole. Non è questo il punto. È che la modifica non è fatta nell'interesse di tutti, ma nell'interesse di alcuni, ben noti, e, per di più, a partita in corso. È un intervento fintamente generale, è una "norma fotografia"".

Siamo di fronte a una semplice norma interpretativa?
"Quando si sostituisce la presentazione delle liste con la presenza dei presentatori non possiamo parlare di interpretazione. È un'innovazione bella e buona".

E la soluzione trovata per Milano?
"Qui si trattava dell'autenticazione. Le formule usate per risolvere il problema milanese sono talmente generiche da permettere ai giudici, in caso di difetti nella certificazione, di fare quello che vogliono. Così, li si espone a tutte le possibili pressioni. Nell'attuale clima di tensione, questa pessima legislazione è un pericolo per tutti; è la via aperta alle intimidazioni".

Lei boccia del tutto il decreto?
"Primo: un decreto in questa materia non si poteva fare. Secondo: soggetti politici interessati modificano unilateralmente la legislazione elettorale a proprio favore. Terzo: si finge che sia un interpretazione, laddove è evidente l'innovazione. Quarto: l'innovazione avviene con formule del tutto generiche che espongono l'autorità giudiziaria, quale che sia la sua decisione, all'accusa di partigianeria".

Di Pietro e Napolitano. È giusta la critica dell'ex pm al Colle?
"Le reazioni di Di Pietro, quando accusa il Capo dello Stato di essere venuto meno ai suoi doveri, mi sembrano del tutto fuori luogo. Ciascuno di noi è libero di preferire un comportamento a un altro. Ma è facile, da fuori, pronunciare sentenze. La politica è l'arte di agire per i giusti principi nelle condizioni politiche date. Queste condizioni non sempre consentono ciò che ci aspetteremmo. Quali sono le condizioni cui alludo? Sono una sorta di violenza latente che talora viene anche minacciata. La violenza è la fine della democrazia. Il Capo dello Stato fa benissimo a operare affinché non abbia mai a scoppiare".

Ma Di Pietro, nella firma del Presidente, vede un attentato.
"La vita politica non si svolge nel vuoto delle tensioni, ma nel campo del possibile. Il presidente ha agito usando l'etica della responsabilità, mentre evocare iniziative come l'impeachment significa agire secondo l'etica dell'irresponsabilità".

Lei è preoccupato da tutto questo?
"Sì, è anche molto. Perché vedo il tentativo di far prevalere le ragioni della forza sul quelle del diritto. Bisogna dire basta alla prepotenza dei numeri e chiamare tutte le persone responsabili a riflettere sulla violenza che la mera logica dei numeri porta in sé".

L'opposizione è in rivolta. Le prossime manifestazioni e le centinaia di messaggi sul web non rischiano di produrre una spirale inarrestabile?
"Ogni forma di mobilitazione contro gli abusi del potere è da approvare. L'unica cautela è far sì che l'obiettivo sia difendere la Costituzione e non alimentare solo la rissa. C'è chi cerca di provocare lo scontro. Per evitarlo non si può rinunciare a difendere i principi fondamentali. Speriamo che ci si riesca. La mobilitazione dell'opposizione responsabile e di quella che si chiama la società civile può servire proprio a far aprire gli occhi ai molti che finora non vedono". 

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« Risposta #5 il: Giugno 11, 2010, 12:08:11 »

IL COMMENTO

Se la norma infrange il diritto

di GUSTAVO ZAGREBELSKY

È ADEGUATO alla serietà delle questioni sollevate dal disegno di legge del Governo sulle intercettazioni telefoniche e sulle limitazioni alla libertà di stampa il dibattito, anzi la rivolta, che ne è seguita. Siamo alle fasi finali della procedura parlamentare ma la procedura parlamentare non chiuderà la partita, anche se l'impostazione della legge è ormai definita. I poteri d'indagine penale risulteranno ridotti e, parallelamente, l'impunità della criminalità sarà allargata; i vincoli procedurali, organizzativi e disciplinari saranno moltiplicati a tal punto che i magistrati inquirenti ai quali venisse ancora in mente, pur nei casi ammessi, di ricorrere a intercettazioni saranno scoraggiati: a non fare non sbaglieranno; a fare correranno rischi a ogni piè sospinto. La libertà degli organi d'informazione d'attingere ai contenuti delle intercettazioni disposte nelle indagini penali sarà ridotta fortemente e la violazione dei divieti sarà sanzionata pesantemente. Tutto in proposito è stato ormai detto. Nulla potrebbe ancora aggiungersi e nulla potrebbe togliersi.

Al di là delle valutazioni circa le singole disposizioni, è stato anche colto il significato che una legge di questo genere non può non assumere presso l'opinione pubblica avvertita, nel momento attuale della vita pubblica del nostro Paese, mai come ora intaccata dalla corruzione: l'auto-immunizzazione con forza di legge di "giri di potere" oligarchico che intendono governare i propri interessi al riparo dai controlli, siano quelli della legge o siano quelli dell'opinione pubblica.
Tutto è stato detto per ora, ma la partita non si chiuderà di certo in Parlamento, nella dialettica tra la maggioranza e l'opposizione. La prima potrà sconfiggere la seconda con gli strumenti parlamentari di cui può far uso e abuso (la questione di fiducia in materia di diritti fondamentali) e così mettere per iscritto la volontà di chi comanda e fare la legge. Ma al di là della legge c'è pur sempre il diritto, e col diritto la legge deve fare i conti. Forse mai come in questo caso legge e diritto, lex e ius, queste due componenti dell'esperienza giuridica, sono apparsi così nettamente distinti, anzi, contrapposti. Quando ciò accade, la forza della legge è debole perché è avvertita come arbitrio e, prima o poi, anche se con costi e sofferenze, l'equilibrio sarà ristabilito.
Che cosa sia la legge, basta guardarne il testo. Che cosa sia il diritto, è cosa meno semplice ma più profonda. Innanzitutto, la legge dovrà passare alla promulgazione del Presidente della Repubblica, il cui potere di rinvio alle Camere è un'espressione non del capriccio personale ma del diritto. Poi la legge sarà sottoposta all'interpretazione, entro le coordinate dei principi del diritto; poi sarà sottoposta al controllo della Corte costituzionale, nel nome del diritto più profondo, su cui ogni legge deve appoggiarsi; poi sarà forse sottoposta a una valutazione popolare, in nome di quel diritto legale di resistenza che è il referendum abrogativo. Questo, nell'insieme, è il diritto con il quale questa legge dovrà fare i conti e questi sono i suoi strumenti. A ciò oggi si aggiunge il diritto dell'Europa, da cui la validità della legislazione degli Stati che ne fanno parte è condizionata.

* * *

Alla luce di questo quadro complesso, la legge che il Parlamento s'accinge a varare non supera il vaglio del diritto, soprattutto per quanto riguarda quello che a me pare il vizio macroscopico, che macroscopicamente tradisce una mentalità illiberale, o meglio autoritaria, di chi l'ha impostata, presumibilmente senza nemmeno rendersene conto (poiché altrimenti, pronunciando ogni giorno parole di libertà, certamente avrebbe evitato...). In ogni regime libero, l'informazione è un delicatissimo sistema di diritti e di doveri, in cui l'interesse dei cittadini a essere informati e il connesso diritto-dovere dei giornalisti di fare cronaca, onesta e completa, dei fatti di rilevanza pubblica incontra i soli limiti che derivano dal rispetto dell'onore e della riservatezza delle persone. Sono le persone offese che, ricorrendo al giudice, in un rapporto per così dire, paritario con il giornalista o il giornale, possono chiedere la riparazione del loro diritto violato. Il potere politico, governo o parlamento, non c'entrano per niente. Non possono prendere provvedimenti o stabilire per legge quel che i giornali, gli organi d'informazione in genere, possono o non possono pubblicare. Possono certo stabilire casi di segretezza o di riservatezza, per proteggere l'interesse al buon andamento di funzioni pubbliche (ad esempio, trattative diplomatiche, operazioni dei servizi di sicurezza, svolgimento di indagini giudiziarie, ecc.) e, a questo fine, possono prevedere sanzioni a carico dei funzionari infedeli che violano il segreto e la riservatezza. Ma non possono estendere il divieto e la sanzione agli organi dell'informazione i quali, quale che sia stato il modo, siano venuti in possesso di informazioni rilevanti e le abbiano portate alla conoscenza della pubblica opinione. In breve: il potere politico può proteggersi, ma non può farlo imbavagliando un potere  -  il potere dell'informazione  -  che ha la sua ragion d'essere nel controllo del potere. Potrà sembrare un'anomalia che la lecita auto-tutela della politica non si estenda fino alle estreme conseguenze, non investa la stampa. Ma in ogni regime libero un'anomalia non è, perché l'informazione appartiene a un'altra sfera e non può diventare un'appendice, una funzione servente, un organo della politica e del governo (come avviene nei momenti eccezionali della guerra o del pericolo per la sicurezza nazionale). È la separazione dei poteri  (e l'informazione è un potere) a richiederlo e a determinare la possibilità della contraddizione. Sono i regimi autoritari, quelli in cui non vi sono contraddizioni. Ma allora, lì, la stampa vive delle informazioni che il potere politico, caso per caso o per legge non fa differenza, l'autorizza a rendere pubbliche; vive degli ossi che il padrone le butta.
Da dove traiamo questo principio d'autonomia e libertà della stampa? Innanzitutto dalla cultura e dalla civiltà costituzionale, cioè dal quadro di sfondo che dà un senso alla democrazia. Poi dall'art. 21 della Costituzione, che proclama il diritto alla libertà d'informazione senza limiti diversi dal buon costume, vietando per sovrapprezzo, e come rafforzamento, le autorizzazioni e le censure, cioè gli strumenti di asservimento della stampa conosciuti sotto il fascismo. Oggi poi è la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, da quando, nel 2001, è assurta a livello costituzionale e al medesimo livello si collocano le interpretazioni che ne dà la Corte di Strasburgo, altra base sicura del diritto alla libertà della stampa. L'art. 10 § 2 della Convenzione ammette bensì "formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni", ma solo quando siano "misure necessarie in una società democratica" per tutelare certe esigenze di sicurezza, ordine pubblico, ecc., che nel caso della legge italiana certamente non ricorrono in generale.  La Corte europea ha precisato che le limitazioni possono derivare solo da "bisogni sociali imperativi" (non esigenze di funzionamento di pubblici poteri), che le misure prese "non devono essere di natura tale da dissuadere la stampa dal partecipare alla discussione di problemi di legittimo interesse generale" e, nel celebre caso Dupuis contro Francia (7 giugno 2007), riguardante la pubblicazione di notizie coperte dal segreto processuale, che quando c'è di mezzo il diritto all'informazione, "il potere di apprezzamento degli Stati si arresta di fronte all'interesse delle società democratiche ad assicurare e mantenere la libertà di stampa". Si trattava, per l'appunto, di giornalisti che si erano documentati attraverso fughe di notizie o documenti e conversazioni confidenziali: tutte cose che le società libere non demonizzano affatto (pur cercando di impedirle da parte dei funzionari pubblici), quando vengono nelle mani di giornalisti.

* * *
Il disegno di legge che sta per essere trasformato in legge non tiene conto di tutto questo, anzi lo contraddice. A carico dei giornalisti e degli editori sono stabiliti divieti tassativi di pubblicazione. Sanzioni penali, disciplinari e amministrative li collocano in una ragnatela di condizionamenti, esterni e interni alle imprese giornalistiche, certamente incompatibile con la libertà della stampa di fare il proprio dovere "in una società democratica". Questi condizionamenti, altrettanto certamente, sono tali (si pensi a che cosa rappresenta per le piccole imprese giornalistiche la sanzione in denaro che può raggiungere diverse centinaia di migliaia di euro) da "dissuadere la stampa dal partecipare alla discussione dei problemi di interesse generale" come, tanto per fare un esempio di fantasia, la pubblica corruzione. Ci sono tutte, e sono evidenti, le ragioni per le quali questa legge finirà col cozzare contro quel diritto.

(11 giugno 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #6 il: Giugno 19, 2010, 09:26:30 »

Intervista

Zagrebelsky: 'L'Italia dica no'

di Marco Damilano

La mobilitazione di questi giorni dimostra che si sta muovendo qualcosa di profondo. Per fermare chi sta svuotando la democrazia dall'interno. Parla l'ex presidente della Corte costituzionale

(16 giugno 2010)

In Italia le leggi ad personam e gli strappi continui del governo Berlusconi sembrano svuotare di senso la Costituzione. Eppure le istituzioni non vengono formalmente toccate e gli italiani continuano a votare ogni anno. La sovranità appartiene al popolo: ma possiamo smettere di essere una democrazia senza neppure accorgercene? "Lei mi chiede se la democrazia può essere svuotata dall'interno, senza un cambiamento formale delle regole. E la mia risposta è: sì", afferma Gustavo Zagrebelsky, docente di Diritto costituzionale a Torino, già presidente della Consulta, che da anni dedica appassionati interventi a questo tema. "Gli ultimi decenni, non solo in Italia, ci consegnano un paradosso. Storicamente la democrazia è stata l'aspirazione di chi voleva essere incluso: l'obiettivo degli esclusi dal potere per accedere al potere. Oggi, invece, nessuno si proclama più democratico di chi è già al potere. E accusa gli altri, coloro che gli si oppongono, di essere anti-democratici. Chi un tempo chiedeva più democrazia oggi è disincantato e ciò si manifesta in molti modi, dall'astensionismo a quell'atteggiamento, "tanto sono tutti uguali!", che esprime un grave distacco dalla democrazia. Mentre chi è al potere rivendica per sé la democrazia".
Perché questo capovolgimento?
"Perché la democrazia possiede una caratteristica meravigliosa, dal punto di vista dei governanti. Prima delle rivoluzioni liberali il re non governava in nome suo ma in nome di Dio. La legittimazione del suo potere era trascendente. Con la secolarizzazione della politica, il potere è stato reso del tutto immanente e chi governa ha dovuto trovare una nuova forma di legittimazione. Chi governa, in democrazia deve giurare di farlo in nome del popolo. Una volta si sarebbe detto: "Non lo faccio per amore mio, ma per amore di Dio". Oggi la formula è stata corretta dai governanti: ciò che essi fanno, lo fanno "per amore del popolo". Anche le leggi ad personam sono proposte e sostenute in nome di interessi generali, non del proprio: la "governabilità", la privacy dei cittadini, la rapidità della giustizia, ecc. Non sono io che lo voglio. Sono i cittadini che lo chiedono. Proclamarsi democratici conviene".
Come si può definire questo nuovo sistema se la regola della democrazia si è invertita?
"La scienza costituzionale e politologica meno ingenua ha preso atto che le difficoltà odierne della democrazia non sono più interpretabili semplicemente alla stregua di "promesse non mantenute", secondo una celebre espressione di Norberto Bobbio: non mantenute ma che rientrano pur sempre nell'orizzonte del possibile, secondo le categorie classiche della democrazia. Bobbio, concludeva la sua analisi amara con un "ciononostante": cioè, malgrado tutto le difficoltà non contraddicono il paradigma, che resta sempre nell'ambito del possibile. Oggi stanno mutando proprio i paradigmi. C'è chi come Colin Crouch parla di post-democrazia, l'esule serbo Predrag Matvejevic ha coniato la parola "democratura", che è la contrazione di democrazia e dittatura. Sono sintomi di un fenomeno nuovo: la convivenza di forme democratiche e sostanze non democratiche. Ovunque, le democrazie sono esposte a tendenze oligarchiche: concentrazione dei poteri, insofferenza verso i controlli, nascondimento del potere reale e rappresentazione pubblica di un potere fasullo. In democrazia, il potere ha bisogno di esibirsi in pubblico, trasformandola in "teatrocrazia". Con i veri autori che, come in una rappresentazione teatrale, restano dietro le quinte".
L'Italia di Berlusconi è un laboratorio?
"La particolarità italiana è che questa tendenza politica si è innestata su una concentrazione di potere economico e mediatico che l'espressione "conflitto di interessi" non registra. Proporrei di cambiarla con "sommatoria di interessi" che convergono in una concentrazione personale che nessuna democrazia effettiva potrebbe tollerare. L'Italia di oggi è un sistema oligarchico accentuatamente personalizzato. Non c'è solo Berlusconi. Sarebbe un errore non considerare che attorno a lui si è formato un sistema d'interessi, di gruppi di potere che per ora lo sorreggono ma lo limitano anche. Ma tutto dietro le quinte".

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« Risposta #7 il: Novembre 16, 2010, 05:29:59 »

IL COMMENTO

La Costituzione privatizzata

di GUSTAVO ZAGREBELSKY

ALCUNI "fantasisti della Costituzione" immaginano e auspicano che, dalla situazione d'impasse politica che potrebbe nascere da un voto contraddittorio sulla fiducia al Governo espresso dalla Camera e dal Senato, si possa uscire semplicemente e immediatamente con lo scioglimento di quel ramo del Parlamento (nel nostro caso, la Camera dei Deputati) che ha votato la sfiducia. Ma la Costituzione dice tutt'altro. Purtroppo per il lettore, occorrono riferimenti tecnici.

I seguenti.

Secondo l'articolo 94, "il Governo deve avere la fiducia delle due Camere". Se la fiducia viene meno, anche solo in una delle due, deve dimettersi. L'obbligo è tassativo. Solo nell'immaginazione di qualche fantasista della costituzione, si può pensare che nel Governo vi sia chi ragiona così: questa Camera, in questa composizione, mi è ostile, ma forse, in un'altra composizione, non lo sarebbe: dunque non mi dimetto (o mi dimetto solo pro forma, restando per  l'intanto in carica), ne chiedo lo scioglimento e mi dimetterò effettivamente, se mai, solo dopo le nuove elezioni, nel caso in cui l'esito non mi sia favorevole. Avremmo così un Governo (non dimissionario) che resta in carica con la fiducia di una sola Camera.

Dopo un esplicito voto di sfiducia di una Camera (irrilevante è che l'altra abbia, prima o dopo, votato la fiducia), il Governo deve dunque "rassegnare" le dimissioni nella mani del Presidente della Repubblica: dimissioni che quest'ultimo non può respingere. Un Governo che restasse in carica contro la volontà del Parlamento (anche solo di una sola Camera), sostenuto dalla volontà del Presidente (quello che nella storia costituzionale si chiama "governo di lotta" antiparlamentare) sarebbe un sovvertimento della Costituzione e della democrazia. Nel solo caso di crisi di governo "extraparlamentare", cioè in assenza di un voto, il Presidente può (o forse deve) rinviare il Governo alle Camere perché si pronuncino sulla fiducia con un voto. Ma se vi è un voto è negativo, le dimissioni non possono essere respinte.

Una volta date le dimissioni, entra in gioco il Presidente della Repubblica, il cui compito non è quello di favorire o di ostacolare i disegni di questo o di quel raggruppamento politico, ma di garantire l'integrità e la funzionalità del sistema. Qui si aprono diverse possibilità. Non c'è una strada obbligata. La scelta non è dettata dall'arbitrio o dal capriccio, ma dipende dal fine costituzionale che è - si ripete - l'integrità e la funzionalità del sistema.

La prima possibilità è la formazione di un nuovo governo che disponga del sostegno della maggioranza in entrambe le Camere. "Prima possibilità" sia in senso temporale, sia in senso logico. Se esiste questa possibilità, da verificare per prima, non deve potersi passare alla seconda, lo scioglimento delle Camere. Sarebbe una prevaricazione politica anticostituzionale sciogliere Camere che siano in condizione d'esprimere maggioranze a sostegno di un governo. La legislatura ha una durata prefissata costituzionalmente, che non può essere accorciata se non quando siano le Camere stesse a darne motivo.

Solo dopo avere constatato l'impossibilità per le Camere di portare a termine la legislatura tramite la formazione d'un nuovo governo, dopo quello dimissionario  -  constatazione che spetta al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi politici presenti in Parlamento - si apre lo scenario dello scioglimento anticipato e delle nuove elezioni. Solo a questo punto, ove vi si arrivi e non prima, si può porre la questione dello scioglimento di entrambe le Camere o di una sola. Potrà piacere o non piacere, ma è la logica del governo parlamentare che è previsto dalla Costituzione.

Lo scioglimento "anche di una sola Camera", invece che di entrambe, è espressamente previsto dall'art. 88 della Costituzione. Anche qui, dunque, si aprono possibilità, ma anche qui la scelta tra l'una e l'altra non dipende dall'arbitrio o dal desiderio di favorire o danneggiare questa o quella forza politica: deve dipendere, ancora una volta, dall'obbiettivo di garantire imparzialmente l'integrità del sistema. Ora, lo scioglimento della sola Camera che abbia espresso la sfiducia al Governo sarebbe un atto palesemente partigiano, che discrimina tra le due Camere, cioè tra le eventuali diverse maggioranze che esistano nell'una o nell'altra. Sarebbe una sorta di abnorme sanzione costituzionale contro la Camera indocile al Governo e, all'opposto, di avallo politico della Camera docile. Ma la docilità parlamentare non è un valore costituzionale. In effetti, quando tra le due Camere si manifesti un così radicale conflitto politico, non si saprebbe quale delle due sciogliere. Il fatto che vi sia un Governo sostenuto dalla fiducia di una non è un motivo per sciogliere l'altra, se questa è in condizione di sostenerne uno diverso. Una scelta del Presidente tra questa o quella sarebbe palesemente una discriminazione, in un sistema in cui il "bicameralismo" è "paritario".

Inoltre, lo scioglimento di una sola Camera, nelle condizioni date, rischia di contraddire la finalità dello scioglimento, finalità che - si ripete ancora una volta - è l'integrità e la funzionalità del sistema. Che succederebbe se la Camera nella nuova composizione fosse disomogenea rispetto all'altra? Bisognerebbe ricorrere ancora alla scioglimento, ma di quale delle due? O forse di tutte due? Ci si potrebbe permettere di entrare in questo percorso da incubo? Ma, anche l'ipotesi fortunata che le elezioni ristabilissero l'omogeneità non sarebbe senza insolubili problemi. La nuova Camera dovrebbe durare cinque anni, ricreandosi quella sfasatura nel tempo rispetto all'altra, che la riforma costituzionale del 1963 ha inteso eliminare per prevenire i rischi d'instabilità politica  -  cioè di disintegrazione e d'inefficienza - insiti nell'elezione distanziata nel tempo. Oppure, si dovrebbe pensare che la Camera sciolta una prima volta anticipatamente nasca col destino segnato d'essere sciolta una seconda volta prima della scadenza naturale, in concomitanza con la scadenza dell'altra. Un'evidente aberrazione, contraria alla pari posizione costituzionale delle due Camere.

Eppure, si dirà, la possibilità dello scioglimento d'una Camera e non dell'altra è ben prevista dalla Costituzione. Si, ma è stata pensata quando era stabilita una durata diversa delle due Camere e se ne è sempre e solo fatto uso (nel 1953, nel 1958 e nel 1963; mai dopo l'equiparazione delle durate) per rendere contemporaneo il rinnovo dei due rami del Parlamento, non per il contrario. Cioè, se ne è fatto sempre uso per equipararne, non per differenziarne le durate. Nel contesto originario, lo scioglimento "anche di una sola Camera" serviva dunque alla coerenza del sistema; oggi, servirebbe all'incoerenza.

Si diceva all'inizio dei fantasisti della Costituzione. Sono coloro che fondano le loro richieste su una costituzione che, per ora, non c'è: una costituzione nella quale un capo eletto direttamente dal popolo sia autorizzato a passare sopra le prerogative degli altri organi costituzionali per assicurarsi a ogni costo la perduranza del potere. La costituzione che hanno in mente è anch'essa ad personam. La bizzarria della richiesta di scioglimento d'una sola Camera, oltretutto senza passare attraverso vere dimissioni e senza l'esplorazione delle possibilità di formare un diverso governo, si spiega con la speciale e triste condizione costituzionale materiale del nostro Paese. Siamo un Paese dove al governo c'è gente che altrove sarebbe politicamente nulla; dove il Governo è tenuto insieme da un uomo solo e dove questa persona è uno che, per ragioni di natura giudiziaria, per non perdere la protezione di cui gode non può permettersi di allontanarsene nemmeno per un pò, facendosi da parte quando le condizioni politiche generali lo richiederebbero. Come l'ostrica allo scoglio. Gran parte delle perturbazioni istituzionali di questi tempi dipende da questa semplice, abnorme e disonorevole per tutti, condizione in cui viviamo.   

(16 novembre 2010) © Riproduzione riservata
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« Risposta #8 il: Febbraio 04, 2011, 06:09:04 »


L'APPELLO

Le notti di Arcore e la notte italiana

di GUSTAVO ZAGREBELSKY

Pubblichiamo una sintesi del discorso che terrà domani alla manifestazione di Libertà e Giustizia a Milano

Perché siamo qui? Che cosa abbiamo da dire, da chiedere? Niente e tutto. Niente per ciascuno di noi, tutto per tutti. Non siamo qui nemmeno come appartenenti a questo o quel partito, a questo o quel sindacato, a questa o quella associazione. Ciò che chiediamo, lo chiediamo come cittadini. Chi è qui presente non rappresenta che se stesso. Per questo, il nostro è un incontro altamente politico, come tutte le volte in cui, nei casi straordinari della vita democratica, tacciono le differenze e le appartenenze particolari e parlano le ragioni che accomunano i nudi cittadini, interessati alle sorti non mie o tue, ma comuni a tutti. Non siamo qui, perciò, per sostenere interessi di parte. Ma non siamo affatto contro i partiti. Anzi, ci rivolgiamo a loro, di maggioranza e di opposizione, affinché raccolgano il malessere che sale sempre più forte da un Paese in cui il disgusto cresce nei confronti di chi e di come governa; affinché i cittadini possano rispecchiarsi in chi li rappresenta e sia rinsaldato il rapporto di democrazia tra i primi e i secondi, un rapporto che oggi visibilmente è molto allentato.

Nulla abbiamo da chiedere per noi. Non chiediamo né posti, né danaro. Non siamo sul mercato. È corruzione delle istituzioni l'elargizione di posti in cambio di fedeltà. E' corruzione delle persone l'elargizione di danaro in cambio di sottomissione
e servizi. Crediamo nella politica di persone libere, non asservite, mosse dalle proprie idee e non da meschini interessi personali per i quali si sacrifica la dignità al carro del potente che distribuisce vantaggi e protezione. Anzi, chiediamo che cessi questo sistema di corruzione delle coscienze e di avvilimento della democrazia, un sistema che ha invaso la vita pubblica e l'ha squalificata agli occhi dei cittadini, come regime delle clientele. I cittadini che ne sono fuori e vogliono restarne fuori chiedono diritti e non favori, legalità e non connivenze, sicurezza e non protezione. Non accettano doversi legare a nessuno per ottenere quello che è dovuto. Vogliono, in una parola, essere cittadini, non clienti e non ne possono più di vedersi scavalcati, nella politica, negli affari, nelle professioni, nelle Università, nelle gerarchie delle burocrazie pubbliche, a ogni livello, dal dirigente all'usciere, non da chi merita di più, ma da chi gode di maggiori appoggi e tutele.

Chiediamoci, in questo quadro, perché le notti di Arcore  -  non parlo di reati, perché per ora è un capitolo di ipotesi ancora da verificare  -  sono esplose come una bomba nel dibattito politico, pur in un Paese non puritano come il nostro, dove in fatto di morale sessuale si è sempre stati molto tolleranti, soprattutto rispetto ai potenti. Dicono che il moralismo deve restare fuori della politica, che ognuno a casa propria deve poter fare quel che gli aggrada (sempre che non violi il codice penale), che il pettegolezzo non deve mescolarsi con gli affari pubblici. È vero, ma non è questo il caso. Se si trattasse soltanto della forza compulsiva e irresistibile del richiamo sessuale nell'età del tramonto della vita, non avremmo nulla da dire. Forse deploreremmo, ma non giudicheremmo per non dover poi essere, eventualmente, noi stessi giudicati. Proveremmo semmai, probabilmente, compassione e magari perfino simpatia per questa prova di senile, fragile e ridicola condizione di umana solitudine. Ma non avremmo nulla da dire dal punto di vista politico.

Ma la verità non si lascia dipingere in questi termini. La domanda non è se piace o no lo stile di vita di una persona ricca e potente che passa le sue notti come sappiamo. Questa potrebbe essere una domanda che mette in campo categorie morali. La domanda, molto semplicemente, è invece: ci piace o no essere governati da quella persona. E questa è una domanda politica.

La risposta dipende dalla constatazione che tra le mura di residenze principesche, per quanto sappiamo, viene messo in scena, una scena in miniatura, esattamente ciò che avviene sul grande palcoscenico della politica nazionale. Le notti di Arcore assurgono a simbolo facilmente riconoscibile, in versione postribolare, di una realtà più vasta che ci riguarda tutti. È un simbolo che ci mostra in sintesi i caratteri ripugnanti di un certo modo di concepire i rapporti tra le persone, nello scambio tra chi può dare e chi può ottenere. È lo stesso modo che impera e nelle stanze d'una certa villa privata e in certi palazzi del potere. Questo, credo, è ciò che preoccupa da un lato, indigna dall'altro.

Non troviamo forse qui (nella villa) e là (nel Paese), gli stessi ingredienti? Innanzitutto, un'enorme disponibilità discrezionale di mezzi  -  danaro e posti - per cambiare l'esistenza degli altri attraverso l'elargizione di favori: qui, buste paga in nero, bigiotteria, promozioni in impensabili ruoli politici distribuiti come se fossero proprietà privata; là, finanziamenti, commesse, protezioni, carriere nelle istituzioni costituzionali (la legge elettorale attuale sembra fatta apposta per questo), nell'amministrazione pubblica, nelle aziende controllate. Dall'altra parte, troviamo la disponibilità a offrire se stessi, sapendo che la mano che offre può in qualunque momento ritrarsi o colpirti se vieni meno ai patti. Cambia la materia che sei disposto a dare in riconoscenza al potente: qui, corpi e sesso; là, voti, delibere, pressioni, corruzione. Ma il meccanismo è lo stesso: benefici e protezione in cambio di prove di sottomissione e fedeltà, cioè di prostituzione. Ed è un meccanismo omnipervasivo che supera la distinzione tra pubblico e privato, perché funziona ogni volta che hai qualcosa da offrire che piaccia a chi ha i mezzi per acquisirlo.

Qui e là questo sistema alimenta un mondo contiguo fatto di gente alla ricerca di chi "ci sta" e possa piacere a quello che è stato brillantemente definito "l'utilizzatore finale": lenoni e faccendieri, gli uni per selezionare e reclutare corpi da concorsi di bellezza e luoghi di malaffare e organizzarne il flusso, gli altri per sondare disponibilità e acquisire fedeltà nei luoghi delle istituzioni dove possono essere utili. Analogo, poi, è il rapporto che si instaura tra i partecipanti a questi giri del potere. Poiché la legge uguale per tutti sarebbe incompatibile con un tal modo di concepire il potere, i rapporti di connivenza, molto spesso, anzi quasi sempre, si basano sull'illegalità e, a loro volta, la producono. Tutti cascano così nelle mani l'uno dell'altro e il giro si avviluppa nella reciprocità dei ricatti. Così, chi se ne è messo a capo è destinato, prima o poi, a diventare succubo, a trasformarsi in una vuota maschera che parla, vuole, magari fa la faccia feroce ma in nome altrui, il suo unico interesse riducendosi progressivamente a non essere rovinato dai sodali. A quel punto, è pronto a tutto.
Ritorniamo all'inizio. Non chiediamo nulla per noi ma tutto per tutti. Il "tutto per tutti" è lo stato di diritto e l'uguaglianza di fronte alla legge; il rispetto delle istituzioni e della dignità delle persone, soprattutto quelle più esposte ai soprusi dei prepotenti: le donne, i lavoratori a rischio del posto di lavoro, gli immigrati che noi bolliamo come "clandestini"; la disciplina e l'onore di chi ricopre cariche di governo; l'autonomia della politica dall'ipoteca del denaro e dell'interesse privato nell'uso dei poteri pubblici; l'indipendenza dei poteri di garanzia e controllo; l'equità sociale; la liberazione dall'oppressione delle clientele. Un elenco penoso di doglianze e un vastissimo programma di ricostruzione che è precisamente ciò che sta scritto a chiare lettere e per esteso nella Costituzione: la Costituzione che per questa ragione è diventata segno di divisione tra opposte concezioni della politica.

La richiesta di dimissioni del Presidente del Consiglio non è accanimento contro una persona. Sappiamo bene che la concezione del potere ch'egli rappresenta ha, nella nostra società, radici lontane e profonde, di natura perfino antropologica, e che perciò ha buone possibilità di sopravvivergli in quelli che si preparano a raccoglierne la successione, per il momento in cui si sentiranno pronti ad abbandonarlo. Ma sappiamo anche che, per ora, quel sistema di potere è incarnato, e in modo eminente, proprio da lui. Onde è da lui che occorre incominciare, non per fermarsi a lui ma per guardare oltre, al sistema di potere che l'ha espresso e di cui egli è, finché gli sarà possibile, l'interprete più in vista. 

(04 febbraio 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica/2011/02/04/news
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« Risposta #9 il: Novembre 28, 2011, 08:58:52 »

25 novembre 2011, 17:23

Zagrebelsky     

"Di fronte a catastrofi" tecnologiche, ambientali, finanziarie, può accadere "che la politica nella sua versione democratica o demagogica soccomba". Secondo il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zabrelsky - che parla davanti al presidente Napolitano - è allora possibile che la politica si "autosospenda" e lasci il posto "ai sapienti" per "tempi brevi". Una affermazione che sembra riferirsi alla vicenda politica attuale, anche se Zagrebelsky non ha mai citato esplicitamente il governo


"La prospettiva che si apre è quella di una tutela tecnocratica del potere e della politica". Parole fosche quelle di Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale che oggi, in un convegno al Palazzo della Consulta sul tema 'Dallo Statuto Albertino alla Costituzione Repubblicana', ha tenuto una relazione sul costituzionalismo e il rapporto tra diritti e doveri in una società, quella moderna, che non pensa al futuro delle prossime generazioni e che sembra votata ad autofagocitarsi. Presente il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Siamo in una situazione in cui la politica, per vocazione più interessata a ragionare sui "tempi brevi" scanditi da "elezioni e rilevazioni demoscopiche", si "autosospende", sostiene il costituzionalista. La sua è un'analisi anche cinica sul quadro attuale: "Perchè è poco probabile che nell'interesse della politica rientri anche la preoccupazione per le generazioni future". Prevale, insomma, un "interesse momentaneo", una "miopia", la tendenza "a essere cicala, mentre invece va recuperata la virtù della presbiopia".

Zagrebelsky ha usato il paragone tra la società attuale e quella dell'Isola di Pasqua, dove "ogni generazione si è comportata come se fosse l'ultima" e l'uomo ha agito "libero da ogni debito nei confronti della generazione successiva".
"Il costituzionalismo - ha spiegato - non può più ignorare tutto questo" e accanto ai "diritti soggettivi" va utilizzata "la categoria dei doveri".

"Il costituzionalismo - ha detto il presidente emerito della Consulta - ha prodotto la democrazia, e oggi abbiamo bisogno di elementi di tecnocrazia" e "la dimensione scientifica della decisioni politiche è l'ultima metamorfosi cui il costituzionalismo è chiamato".
"Oggi abbiamo bisogno di elementi di tecnocrazia", è la tesi che ben si accompagna alla fase attuale, in particolare alla nascita del governo Monti. Certo, aggiunge Zagrebelsky, "doveri e tecnocrazia fanno paura, ma sono necessari per il costituzionalismo qualora lo si intenda senza egoismi". Nella convinzione che questa sia una fase in cui è indispensabile inculcare più una cultura dei doveri (verso l'ambiente, le future generazioni, il pianeta, ecc.) che dei diritti, Zagrebelsky conclude che "il costituzionalismo continuerà ad avere una storia se verranno incorporati nella democrazia nozioni scientifiche capaci di guardare al futuro".

da - http://www.paneacqua.eu/notizia.php?id=19167
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« Risposta #10 il: Gennaio 31, 2012, 11:26:16 »

Scalfaro, la Costituzione come bandiera

di Gustavo Zagrebelsky, da Repubblica, 30 gennaio 2012

Poche parole, a poche ore dalla morte del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: un uomo politico e un servitore della Costituzione rigoroso, roccioso e intransigente e, proprio per questo, molto amato e anche molto osteggiato.
“Non c'è da temere mai di fronte alle pressioni esterne. L'unico che può temerle è chi è ricattabile”: sono parole sue, rivolte ai giudici ma valide con riguardo a qualunque magistratura e tanto più valide in quanto riferite alle più alte cariche della Repubblica. Di queste, la prima e fondamentale “prestazione” costituzionale che si ha necessità e diritto di pretendere, soprattutto nei tempi di incertezza o di crisi, è la rassicurazione che viene dalla serenità e dalla forza, cioè dalla certezza che non vi possono essere cedimenti e deviazioni.

Altri, col tempo e con la riflessione necessari, scriveranno di lui e della sua opera nella storia della Repubblica, una storia che la copre dall'inizio all'altro ieri. Allora si faranno bilanci. Nella commozione del momento, vorrei ricordarlo con parole nelle quali egli probabilmente si riconoscerebbe volentieri, quasi come in un suo motto: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37).

Una delle cause del degrado e della corruzione della vita pubblica nel nostro Paese, egli l'imputava ai troppi sì che si dicono da parte di chi avrebbe il dovere di dire di no, in modo di stabilire il confine del lecito e dell'illecito e quindi il territorio entro il quale può legittimamente valere il gioco democratico. Quelle che seguono sono sue parole: «Il compito del Capo dello Stato non è quello di essere equidistante tra due parti politiche. Sarebbe fin troppo facile. Si dà ragione una volta all'uno e una volta all'altro e si sta a posto con la coscienza. No, il compito del Capo dello Stato è quello di garantire il rispetto della Costituzione su cui ha giurato. Di difenderla a ogni costo, senza guardare in faccia nessuno. Tra il ladro e il carabiniere non si può essere equidistanti: se qualcuno dice di esserlo vuol dire che ha già deciso di stare con il ladro». L'imparzialità di cui la Costituzione ha bisogno non è dunque un'equidistanza senza carattere, ma presuppone che si stabilisca quali sono le parti le cui pretese sono legittime e che da queste siano tenute separate quelle che non lo sono. Soprattutto nei momenti di turbolenza e di tentativi di forzatura, il Capo dello Stato non può esimersi dal compito – un compito che nell'ordinaria vita costituzionale gli è risparmiato – di stabilire i confini tra il lecito e l'illecito costituzionale. Tra questi due poli non può esservi imparzialità. In una Costituzione pluralista e inclusiva com'è la nostra, il terreno dell'inclusione costituzionale è assai ampio ma non è certo illimitato. Una Costituzione che “costituzionalizzasse” tutto e il contrario di tutto sarebbe non una costituzione ma il caos.

È perfino superfluo ricordare che gli anni del settennato presidenziale di Scalfaro furono un periodo di accesissime polemiche e non infondati timori per la “tenuta” delle istituzioni costituzionali. Al centro delle tensioni si trovò proprio la Presidenza della Repubblica e la sua interpretazione della Costituzione. Non furono solo polemiche verbali ma anche attacchi personali il cui obbiettivo era trasparente. Il drammatico discorso televisivo delle 9 della sera del 3 novembre 1993, il discorso del “non ci sto”, fu al tempo stesso una denuncia e una risposta. La reazione dell'opinione pubblica non iniziata alle segrete cose fu, inizialmente, di sconcerto. Non si comprendeva che cosa stesse accadendo, anche se si avvertiva l'eccezionalità del momento e delle parole appena udite, che alludevano a manovre tanto più inquietanti quanto meno limpide. Col senno di poi, comprendiamo che quelle tre parole dicevano a chi doveva intendere: “ho compreso” e un “sappiate che cedimenti non sono alle viste”. Che cosa “ho compreso”? Si dice che fosse in atto un attacco, un ricatto al Capo dello Stato da parte di uomini della maggioranza d'allora, che non lo consideravano malleabile. La parte finale del discorso allude certamente a ciò. Ma la parte iniziale è quella che deve essere riascoltata oggi. Vi si parla non di un atto grande e conclamato, contro la Costituzione e le sue istituzioni. Si parla di degrado e corruzione attraverso piccoli cedimenti, di per sé poco evidenti, ma tali da sommarsi l'uno all'altro e di fare massa, fino al momento in cui, quando ci se ne fosse accorti e si fosse voluto reagire, sarebbe stato troppo tardi. Qui, nel “bel paese là dove il sì suona” troppo frequentemente, i “no” scalfariani sono stati una scossa salutare. Egli stesso ne era orgoglioso. Nelle sue numerose e generose interviste, conferenze, lezioni degli ultimi anni, usava ricordare agli uditori, che avevano evidentemente bisogno di parole di rigore e le salutavano con entusiasmo, i tre rotondi “no” (senza “il di più” satanico) che seguirono alla richiesta di elezioni anticipate dopo la rottura dell'alleanza Lega-Forza Italia nel 1994. Quei “no” hanno salvato la Costituzione da quella che sarebbe stata una prima interpretazione anti-parlamentare destinata a fare scuola, secondo la quale il presidente del Consiglio può pretendere nuove elezioni per essere “plebiscitato” contro un Parlamento che non sta alle sue volontà. Scalfaro è stato la prima pietra d'inciampo nella marcia verso qualcosa d'inquietante, una sorta di “democrazia d'investitura” personalistica che non sappiamo dove ci avrebbe portato. Se, oggi, il presidente della Repubblica ha potuto resistere alle pressioni per elezioni anticipate, a seguito delle dimissioni del governo Berlusconi, lo dobbiamo anche alla fermezza mostrata allora dal presidente Scalfaro.

Ma altri, importantissimi “no” sono stati pronunciati. Non possiamo dimenticare con quale alto senso della laicità delle istituzioni repubblicane, egli – cattolicissimo – rivendicò davanti al Papa il suo essere presidente di tutti gli italiani, credenti e non credenti, cattolici e non cattolici, quando è tanto facile acquisire meriti e farsi belli agli occhi della gerarchia ecclesiastica, appellandosi alla tradizione cattolica, maggioritaria in Italia. Così, le questioni di fede o non fede, con lui, non erano mai motivi di divisione. Ciò che mi pare contasse davvero era l'evangelica rettitudine del sentire e dell'agire. Questo spiega l'ottimo rapporto personale – ch'egli soleva ricordare – con tanti galantuomini d'altri partiti, talora lontani politicamente dal suo e, al contrario, il pessimo rapporto con chi galantuomo non era, ancorché del suo stesso partito.
Infine, il suo impegno per la difesa della Costituzione, nel quale fino all'ultimo non risparmiò le sue energie. Presiedette il comitato Salviamo la Costituzione, al quale si deve un contributo decisivo alla vittoria nel referendum del 2006, che impedì una trasformazione profonda e ambigua delle nostre istituzioni. Ecco un altro no. Alla Costituzione andavano costantemente i suoi pensieri, consapevole ch'essa rappresenta uno dei frutti più elevati della cultura e della politica del nostro Paese. E insieme alla Costituzione, la Resistenza che ne è la radice storica e morale. Nel discorso alle Camere riunite, in occasione del giuramento, il 28 maggio 1992, rese omaggio agli uomini e alle donne che parteciparono alla lotta di Liberazione. La Costituzione “io non l'ho pagata nella Resistenza […] Altri non la votarono ma la pagarono con la vita. Non dimentichiamolo mai”. Retorica, diranno coloro ai quali questa Costituzione non aggrada. Parole profonde, diranno invece coloro che hanno consapevolezza del valore storico di quel periodo della nostra storia e del suo frutto più importante. E questi ti saranno per sempre in debito di affetto e di riconoscenza, presidente Scalfaro.

(30 gennaio 2012)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/scalfaro-la-costituzione-come-bandiera/
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« Risposta #11 il: Marzo 07, 2012, 05:28:06 »

Dipende da noi

Dissociarsi per riconciliarci

di Gustavo Zagrebelsky per tutta Libertà e Giustizia

Nell’anno in corso, Libertà e Giustizia festeggerà i suoi dieci anni di vita. Faremo il bilancio
del passato. Ma ora è urgente progettare l’avvenire e chiarire i nostri compiti, in continuità
con l’impostazione originaria dell’Associazione. Si annunciano tempi nuovi e incerti per il
nostro Paese. Speranza e preoccupazione s’intrecciano. Il nostro compito è capire le
ragioni dell’una e dell’altra e agire di conseguenza, sapendo che la posta in gioco è alta.

1. Il “governo tecnico” è un segno dei tempi: tempi di debolezza della politica e
d’inettitudine dei partiti politici. Tra di loro si deve distinguere ma certo, nell’insieme, in
Italia il sistema politico e la sua “classe dirigente” hanno fallito, arretrando di fronte alle
loro responsabilità. Il governo che oggi abbiamo è frutto dell’iniziativa del Presidente della
Repubblica che ha esercitato una difficile supplenza in stato di necessità. LeG ha salutato
con sollievo la svolta, anche perché non si dimentica il timore che le forzature
costituzionali accumulate negli anni potessero, nel momento decisivo, fare massa e
indurre qualcuno a tentare una forzatura finale.

2. Nello stallo della politica, l’ascesa della tecnica al governo è apparsa l’unica alternativa
al disastro finanziario, economico e sociale. La dobbiamo accettare come pharmakon. Ma
la medicina che guarisce può diventare il veleno che uccide. Dobbiamo sapere che un
governo può essere tecnico nelle premesse, ma non nelle conseguenze delle sue azioni. Il
nostro è tecnico-esecutivo per le decisioni rese necessarie dal malgoverno del passato e
dalla pressione di eventi maturati altrove, in sedi democraticamente incontrollabili, ma è
altamente politico per l’incidenza delle sue misure sulla vita dei cittadini. Dire “tecnico”,
significa privare la politica della libertà. LeG, che ha in passato denunciato i pericoli del
populismo, cioè della neutralizzazione e dell’occultamento della politica dietro pratiche di
seduzione demagogica, non può ignorare che la tecnica esercita anch’essa una forza
ideologica che può diventare anti-politica. Allora, quello che inizialmente è farmaco diventa
veleno: senza politica, non ci può essere libertà e democrazia; senza democrazia, alla fine
ci aspettano soluzioni basate non sul libero consenso ma sull’imposizione.

3. Che si tratti di medicina o di veleno, non sappiamo. Sappiamo invece che dipende da
noi. LeG, associazione di cultura politica, ha sempre operato per la difesa della dignità
della politica e, proprio per questo, ha denunciato i casi di svilimento, di corruzione e di
asservimento a interessi privati, di chiusura corporativa e autodifesa di casta. Oggi,
quando la distanza tra i cittadini e i partiti non è mai stata così grande, proprio oggi è
urgente un’opera di riconciliazione nazionale con la politica. Forse, il maggiore tradimento
perpetrato dalla nostra “classe dirigente” nei confronti della democrazia, è consistito
nell’aver reso la politica un’attività non solo non attrattiva ma addirittura repulsiva e di
aver respinto nell’apatia soprattutto le generazioni più giovani, proprio quelle dove si trova
la riserva potenziale di moralità e impegno politico di cui il nostro stanco Paese ha
bisogno.

4. Siamo persuasi che la rifondazione della politica debba partire dalla sua
decontaminazione dalla corruzione che, tra tutte le cause, è quella che più ha contribuito a
imbrattarne la figura. Ormai, non si fanno più differenze, in una generale chiamata in
correità. Gli scandali e le ruberie in un partito si riverberano in colpe di tutti i partiti. La
percezione è che nel tempo si sia creato un sistema di connivenze e omertà, rotto
occasionalmente solo dall’esterno, dalle inchieste giudiziarie o giornalistiche (da qui, la
diffusa insofferenza per l’indipendenza della giustizia e dell’informazione). Questo sistema,
prima che con le riforme legislative, può essere incrinato solo dall’interno. La connivenza
può rompersi solo con la dissociazione e la denuncia. Le tante persone che, nei partiti e
nella pubblica amministrazione avvertono la nobiltà della loro attività, escano allo
scoperto, ripuliscano le loro stanze, si rifiutino di avallare, anche solo col silenzio, il
degrado della politica. Acquisterebbero meriti e ne sarebbero ricompensati. LeG è convinta
che questa sia la premessa e la condizione d’ogni riforma credibile della politica e della
grande riconciliazione di cui abbiamo parlato. La legge sui partiti è una necessità di cui si
parla da troppo tempo. Oggi, gli scandali quotidiani, l’hanno resa urgente. “Subito la legge
ecc.”, si è detto. Ma possiamo crederci, se prima non cambiano coloro che la legge
dovrebbero farla?

5. L’anno che ci separa dalle elezioni si annuncia ricco di propositi riformatori delle
istituzioni. Non è una novità, ma l’auto-riforma si è dimostrata finora un’auto-illusione.
Può essere che sia la volta buona per contrastare la caduta di consenso ed evitare lo
“sciopero elettorale” che da diverse parti si minaccia. Ma si vorrebbe sapere con chiarezza
che cosa ci viene promesso. Chiusura o apertura? L’alternativa è nelle cose, anzi nelle
azioni. Non si può nasconderla con le parole. LeG ritiene di rappresentare un’elementare
esigenza democratica, chiedendo di conoscere, in pubblico dibattito, se i contatti e gli
accordi preliminari che si vanno stringendo tra partiti mirano a corazzare il sistema politico
esistente, chiudendolo su se stesso, oppure se finalmente si avverte l’esigenza di aprirlo
alle istanze diffuse dei cittadini, d’ogni ceto e d’ogni orientamento politico; se la “società
politica” ritiene di fare a meno della tanto disprezzata “società civile”, oppure se ritiene di
dover mettersi in discussione; se pensa che sia legittima la sua pretesa di difendersi dai
controlli, oppure se sia disposta alla trasparenza e alla responsabilità; se il governo sia un
problema di mera efficienza decisionale, oppure se la questione sia come, che cosa
decidere e con quale consenso; se si vuole una democrazia decidente a scapito d’una
democrazia partecipativa. Sono tante le domande che, finora, restano senza risposta.

6. Sulla riforma della legge elettorale: quale che sia il meccanismo prescelto, esso non
deve essere pensato come strumento dei maggiori partiti e della loro dirigenza per
“dividersi le spoglie”. Se c’è una legge nell’interesse primario dei cittadini, non dei politici,
questa è proprio la legge elettorale. Finora, tutte le riforme, e forse anche quella in
cantiere, hanno in comune l’essere concepite nell’interesse dei partiti che la fanno. LeG
chiede che si ragioni di “giustizia elettorale” e non di “interessi elettorali”: si scelga dunque
una formula chiara e coerente che metta i cittadini in condizione di controllare com'è
utilizzato il loro voto e di entrare in rapporto con i loro rappresentanti, senza interessate
distorsioni.

7. La riforma elettorale, anzi le elezioni con la nuova legge elettorale devono precedere
ogni altra riforma. Come possiamo accettare che un parlamento tanto screditato qual è
quello scaturito dalla legge elettorale attuale possa mettere mano alla Costituzione? I
frutti sono il prodotto dell’albero. Nessuna speranza può esserci che i frutti siano buoni se
l’albero è malato. In ogni caso, LeG chiede, come elementare esigenza, che le eventuali
riforme possano essere sottoposte al controllo del corpo elettorale in un referendum di
particolare significato: come difesa d’una democrazia aperta contro i possibili tentativi
d’ulteriore involuzione autoreferenziale dell’attuale sistema politico.
8. LeG è un’associazione di cultura politica, ma non un’associazione politica,
fiancheggiatrice di questo o quel partito. Essa si rivolge ai cittadini che vorrebbero amare
la politica e, per questo, la desiderano più dignitosa e rispettata. Poiché in questo
momento la società italiana è ricca di energie che chiedono rinnovamento e desiderano
essere rappresentate, l’invito a tutti è a non disperdersi nella sterile protesta e a non
dividersi nell’infecondo protagonismo, geloso di se stesso, ma a unire le forze perché il
difficile momento che vive il nostro Paese possa essere superato nel segno della
democrazia, della libertà e della giustizia.

da - http://download.repubblica.it/pdf/2012/politica/manifesto_2012.pdf
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« Risposta #12 il: Marzo 12, 2012, 04:30:06 »

L'INIZIATIVA

Libertà e Giustizia rilancia "Partiti più aperti e ripuliti"

Gustavo Zagrebelsky spiega l'appello "Dipende da noi", che ha raccolto 35mila firme.

Stasera la manifestazione al teatro Smeraldo di Milano. Sul palco anche Roberto Saviano.

Diretta su RepubblicaTv e su Repubblica.it

di ANNALISA CUZZOCREA


ROMA - Una serata per spiegare che "Dipende da noi". Che la politica deve rifondarsi, e rioccupare il suo campo. Che i partiti devono decontaminarsi, da autoreferenzialità e corruzione. E poi aprirsi, finalmente: all'aria nuova, a volti nuovi. Libertà e Giustizia ci riprova stasera alle otto e mezza al teatro Smeraldo di Milano.

Non sarà una manifestazione "di piazza" come quelle del Palasharp o dell'Arco della pace. L'orario non lo consente, il momento è diverso. Quello che si chiede oggi è di non perdere una possibilità. I momenti di crisi - economica, politica, sociale - servono a cambiare.
Deve farlo il Paese, devono farlo coloro che aspirano a rappresentarlo.

Sul palco ci saranno Gustavo Zagrebelsky e Roberto Saviano, il costituzionalista e lo scrittore. Il primo spiegherà il senso del manifesto che ha già superato le 35mila firme. Il secondo ricorderà che, per "rifondare" l'Italia, bisognerà cominciare ad affrontare in modo nuovo, e forte, la corruzione. Ad aprire l'incontro sarà la presidente di Libertà e Giustizia Sandra Bonsanti, a condurlo Concita De Gregorio. Insieme a loro, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, Umberto Eco, Lella Costa. Ci saranno anche collegamenti con la trasmissione di Gad Lerner L'infedele. Diretta streaming su RepubblicaTv e a Radio Popolare.

"C'è stato un tentativo di spingerci nell'angolo dell'antipolitica cui vogliamo reagire - dice Sandra Bonsanti -. La
nostra associazione si batte per la "buona politica", che è cosa diversa". Dissociarsi per riconciliarci è lo slogan dell'iniziativa, "ci rivolgiamo ai partiti perché pensiamo che facciano ancora in tempo a cambiare, non come dice D'Alema però. Non chiudendosi ancora, e di più".

I promotori vogliono parlare a chi non trova spazio, a chi si sente ripetere sempre che il suo momento non è arrivato. "Il desiderio è che Bersani, Di Pietro, colgano l'esigenza del rinnovamento". Il manifesto parte dal momento che il Paese sta vivendo, "tempi di debolezza della politica e d'inettitudine dei partiti politici". E parla di un governo tecnico da "accettare come pharmakon", anche se "la medicina che guarisce può diventare il veleno che uccide".

"La ratio - spiega Zagrebelsky - è che questo governo è benvenuto per il momento in cui è stato formato, poiché si dovevano affrontare argomenti che il sistema dei partiti non era in grado di affrontare. Non si può però immaginare che la tecnica sostituisca stabilmente la politica". Il presidente emerito della Consulta si chiede quel che tutto questo significhi "per l'avvenire della politica e della democrazia".

Ed esorta: "I partiti si rendano conto che non possono - se non tradendo il loro compito - stare a balia troppo a lungo di un potere tutelare. Devono stabilire, e subito, un contatto nuovo con quel che è fuori da loro".
 

(12 marzo 2012) © Riproduzione riservata

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« Risposta #13 il: Marzo 14, 2012, 11:22:26 »


L'INIZIATIVA

Libertà e giustizia ai partiti "Riformare la politica per salvare l'Italia"

LeG ha presenta il documento "Dipende da noi" contro l'autoreferenzialità e il malcostume dei partiti che ha raccolto 35mila firme.

Saviano: "Fondamentale fare subito la legge contro la corruzione".

Zagrebelsky: "Le primarie una grande risorsa"


MILANO - Entra nel vivo la campagna per rifondare l'Italia spingendo i partiti a decontaminarsi da autoreferenzialità e corruzione. A Milano, in un Teatro Smeraldo gremito di persone, Libertà e Giustizia 1 ha spiegato il senso di "Dipende da noi", il manifesto 2promosso dall'associazione che ha già superato le 35mila firme.

Ad aprire la serata è stata l'attrice Lella Costa, leggendo il manifesto, interrotta da continui applausi, punto per punto. La parola è passata quindi a Concita De Gregorio, che ha introdotto gli interventi. I più attesi, quelli di Gustavo Zagrebelsky e Roberto Saviano, che nei giorni scorsi ha infiammato con il suo appello 3 la discussione sulla necessità di combattere la corruzione. Insieme a loro, anche Sandra Bonsanti, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia e Umberto Eco.

"La riforma della classe politica è prioritaria, insieme alle riforme istituzionali. Ma questa è un'esigenza che non sembra avvertita e anzi accantonata", ha detto Zagrebelsky. "Non siamo apolitici o antipolitici, come sostengono
alcuni, siamo ultrapolitici", ha proseguito. "Identificare chi critica i partiti come nemico della politica - ha sottolineato - è una strumentalizzazione. Noi non facciamo di tutta un'erba un fascio, non siamo qualunquisti". Parlando del atteggiamento di riconoscenza verso il governo Monti, il costituzionalista ha chiarito che ciò "non deve e non può significare censura nel dibattito politico", in quanto questo governo "è chiamato a operare scelte gravose per tutti, soprattutto per i ceti deboli"  e "dove ci sono scelte ci sono opinioni, non verità". Citando poi uno dei primi atti del governo Monti, il decreto "salva Italia", Zagrebelsky ha spiegato che "riformare la politica è salvare l'Italia". Quanto al rapporto tra tecnici e politici, secondo il presidente emerito della Consulta, il rischio è che alla fine "la balia piaccia più dei bambini".

E poi un passaggio sulle primarie: "Nessuna riforma si fa dall'alto le primarie possono essere una grande risorsa e noi chiediamo a tutti i partiti che questo metodo trovi una disciplina, una estensione e una generalizzazione".

Dopo Zagrebelsky e Pisapia, sul palco è salito Saviano. "La legge sulla corruzione è fondamentale, si è atteso fino troppo, questo governo deve farla, questo governo è prezioso perché porta via il berlusconismo e ci salva dal default, ma per questo è fondamentale che faccia la legge anti corruzione", ha esordito. "Le leggi antimafia sono declinate sulle persone più che sui capitali e quando c'è crisi le mafie vincono perché hanno liquidità", ha aggiunto Saviano ribadendo l'urgenza di rivedere la normativa contro il riciclaggio di denaro sporco. "Questo governo ha un'occasione incredibile, ma deve considereare il problema mafioso non UN problema, ma IL problema", ha proseguito. "Le mafie non si contrastano solo con i maxi blitz, l'organizzazione è molto più vasta di chi spara", ha detto ancora. "Masse di denaro date senza possibilità di controllo" e "la possibilità di infiltrare le primarie" sono stati quindi due degli aspetti citati da Saviano per ribadire la necessità di una riforma della legge sul finanziamento dei partiti. "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, non sul privilegio", ha detto lo scrittore citando il presidente Sandro Pertini.

Ma Saviano ha parlato anche, più in generale, del governo Monti: "C'è una grande ansia che il governo sia sotto ricatto del Pdl e che possa fare tutto, tranne toccare giustizia e Rai". E di un eventuale ritorno in politica di Silvio Berlusconi: "Se i processi non si chiuderanno con condanne saranno trampolini per il ritorno politico". "Il paese nuovo non ha cacciato Berlusconi: deve ancora cominciare il percorso che romperà con la vecchia Repubblica per iniziare la nuova". Un percorso che, a suo giudizio, "dovrà passare per la riforma del finanziamento pubblico ai partiti".

Umberto Eco, conversando con i giornalisti prima dell'inizio del dibattito, ha commentato: "I partiti imbarazzati nel fare la politica hanno chiesto la supplenza", a Monti. "La gente - ha aggiunto - si è messa in testa che gli intellettuali hanno risposte per ogni cosa mentre hanno solo domande".

In platea, ad ascoltare la discussione, anche l'ingegner Carlo De Benedetti. 
"Nel 2013 speriamo ritorni la politica, i partiti e la democrazia che è stata messa di lato per l'emergenza", ha affermato prima dell'inizio di 'Dipende da noi'. "Credo che il presidente della Repubblica abbia fatto un capolavoro politico nel riuscire a mettere il miglior primo ministro che ci sia", ha proseguito De Benedetti che si è poi augurato che Mario Monti arrivi "fino al 2013 nonostante la destra vorrebbe fosse un ragioniere e che si occupasse solo di conti, ma si deve occupare anche di politica".

La formazione del governo tecnico sarebbe poi per i partiti "un'occasione, circa 15 mesi per riaccreditarsi agli occhi dell'opinione pubblica - ha proseguito l'ingegnere - perché ora non sono più accettati da nessuno. Ora dovrebbero ridare un orizzonte a questo paese in cui si riducano le disuguaglianze e si metta al centro il lavoro".

In chiusura, Sandra Bonsanti ha elencato alcune proposte concrete su cui stanno lavorando i comitati di Libertà e giustizia: liste degli elettori per le primarie; no al cumulo delle cariche per chi ha ruoli pubblici; stop al finanziamento di partiti morti. Ma la riflessione, c'è da giurarci, è appena cominciata.

(12 marzo 2012) © Riproduzione riservata

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« Risposta #14 il: Aprile 18, 2012, 03:54:35 »

L'INTERVISTA

Zagrebelsky: "I partiti sono essenziali ma se non cambiano vincerà la demagogia"

Il presidente emerito della Corte costituzionale: "I tagli servono ma, se si limiteranno a ridurre i fondi, i politici sembreranno approfittatori colti con le mani nel sacco. Serve un rinnovamento della democrazia interna, della gestione dei soldi e delle candidature.
E la critica non è delegittimazione"

di TIZIANA TESTA


TORINO - "Un tempo, quando scoppiava uno scandalo in un partito, gli altri quasi si rallegravano. Oggi non è più così. Ora ogni scandalo, per l'opinione pubblica, riguarda l'intero sistema politico. Tutti uguali! Ciò che succede in un partito, è imputato a tutti i partiti. Una specie di responsabilità oggettiva di sistema. Nessuno è immune dal discredito". Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, accetta di rispondere a qualche domanda sul finanziamento pubblico alle forze politiche. Lo fa a quasi due mesi da 'Dipende da noi' 1, il manifesto-appello di Libertà e giustizia che lanciava un allarme in nome della politica e della democrazia. E lo fa partendo dall'antipolitica.

Gli ultimi sondaggi danno in grande ascesa il movimento di Grillo. E dicono che è probabile un fortissimo astensionismo. Come interpreta questi dati? 

"Sono molto preoccupato. Sono due sintomi di declino, di distacco, in cui, alla ragionata indignazione, possono sommarsi pulsioni e sentimenti sociali elementari e distruttivi: disprezzo, invidia, semplificazione, dileggio; il terreno ideale per la demagogia. Sa com'è nata l'idea del manifesto che lei ha ricordato? Ero stato a tenere delle lezioni in quattro licei e a tutti i ragazzi avevo rivolto la stessa domanda: dopo la maturità, quanti di voi sono disposti a dedicare un po' delle proprie energie a qualcosa che abbia a che fare con la politica? In ogni scuola avevo davanti 150-200 studenti e in tutto solo due, due eroi, hanno alzato la mano. Le cause? Sempre due: la corruzione e la mancanza di punti di riferimento ideale. Non si dovrebbe generalizzare; sempre bisognerebbe distinguere. Ma un errore, quando è diffuso fino a diventare senso comune, non è solo un errore: diventa un fatto politico. E chi deve dare motivi per distinguere, se non i partiti stessi? Il Manifesto che lei ha citato è un invito ai partiti a guardare in faccia la realtà e a prendere contromisure, prima che la situazione sfugga di mano. Chi saprà farlo si salverà e ci salverà dalla demagogia".

Nei giorni scorsi, dalle colonne dell'Unità, Alfredo Reichlin si è rivolto anche a lei dicendo sostanzialmente: stiamo attenti a criticare i partiti come se fossero tutti uguali...

"Ma io non ho mai detto questo. L'esperienza del governo tecnico è per sua natura temporanea. Ci sarà bisogno della ripresa di una normalità politica, della quale i partiti, in democrazia, sono condicio sine qua non. Non esiste democrazia senza strutture sociali che diano forma e sostanza alla partecipazione. Le chiamiamo partiti. Le modalità cambiano, anzi devono cambiare in accordo con le nuove forme di comunicazione e comunanza politica. Ma l'esigenza resta. C'è chi pensa a una democrazia senza partiti, per esempio alla cosiddetta democrazia telematica, che a me pare un'illusione. Il web ha due difetti: è atomistico e mobilitante. Può accendere gli animi, che poi si spengono. Può convocare le piazze  -  il che, qualche volta è un bene - ma non costruire politiche (vedi le rivolte in nord-Africa). La democrazia, diciamo così, è invece un fuoco lento ma costante che si alimenta di socialità e partecipazione. Ora, la critica ai partiti è antipolitica, se è indirizzata a farne a meno; è altamente politica, se è rivolta a chiedere loro, a incalzarli, a farli arrabbiare perfino, affinché si scuotano, si aprano, congedino coloro che non hanno più nulla da dire, diano un segno ideale della loro presenza, ritornino a essere attrattivi. Per non essere accusati di anti-politica dovremmo dire, mentendo, che tutto va bene? Questa sì sarebbe una pretesa anti-politica."

Ora i partiti stanno provando, faticosamente, ad affrontare il problema del finanziamento della politica. C'è una proposta di legge che porta la firma di Alfano, Bersani e Casini 2. Cosa ne pensa?

"Il finanziamento pubblico è il classico tema su cui è facilissimo fare demagogia. A me pare che lo si dovrebbe collocare entro una riflessione d'insieme sulla politica e sulle sue forme. Tante cose si tengono insieme. Per esempio il sistema elettorale. Il finanziamento, così com'è, è funzionale all'organizzazione oligarchica, centralizzata e priva di controlli dei partiti; a sua volta, il sistema elettorale è diventato un sistema legale di cooptazione: finanziamento ed elezioni, così come sono organizzati, convergono in un esito comune, lo svuotamento della democrazia in basso e la concentrazione del controllo politico in alto. Chi decide della gestione dei fondi e della distribuzione dei posti sta nel cuore del potere: vorremmo vederci chiaro. Se la democrazia è il sistema politico che si basa sulla diffusione del potere, allora la gestione centralizzata delle risorse e delle candidature devono essere messi in discussione. Il sistema attuale sembra fatto apposta per spegnere le energie, promuovere il conformismo, premiare l'ubbidienza. C'è da stupirsi se nei partiti si formano giri di potere per il potere? E Se il distacco, e qualche volta il disgusto nei loro confronti cresce?".

Dunque no alla gestione centralizzata dei soldi. Ma c'è poi la questione dell'entità dei finanziamenti. Sono troppi?

"La domanda è: che cosa si deve finanziare? Una risposta seria e non demagogica a questa domanda dipende dalla risposta a un'altra domanda: che cosa ci aspettiamo dai partiti? Certo, ci sono le attività legate alle scadenze elettorali, quelle tutto sommato che pongono minori problemi, perché sarebbero più facilmente controllabili e, in buona parte, sostenibili non con denaro pubblico, ma con servizi pubblici, messi a disposizione in condizioni di parità. Ma i partiti non sono solo macchine elettorali. Sono associazioni politiche, il che è molto di più. Il loro compito è tenere insieme la società, attraverso una presenza costante e capillare, a contatto con le tante realtà territoriali e con i tanti problemi sociali che, affrontati in solitudine, diventano drammi o tragedie e, affrontati insieme in questo genere di associazioni, possono diventare domande politiche. Inutile dire quanto questa funzione sia importante, soprattutto nel tempo della crisi sociale che è tra noi. Ma tutto questo costa. Mi par di dire cose per un verso ovvie e, per un altro, lontane mille miglia dalla realtà".

Torniamo ai soldi.

"Si fa un gran parlare di quest'ultima tranche di finanziamento, quasi 180 milioni di euro. Ci sono iniziative per congelarli, per devolverli. Ma se ci si limitasse a questo la reazione dei cittadini sarebbe: sono stati colti con le mani nel sacco e ora fanno un piccolo gesto. Solo perché sono stati scoperti, però. Se non lo fossero stati... Così, in futuro, saranno più accorti! Direi così: non si può far finta di niente, ma la semplice rinuncia alla riscossione significa riconoscere d'essere stati degli approfittatori. Invece, questa sarebbe l'occasione buona per farne non solo una questione di soldi, ma per mettersi in discussione, chiarire che cosa si vuol essere e che cosa si vuol fare, prendere le distanze, dissociandosi, da coloro che hanno usato denaro pubblico per fini privati, fare luce e pulizia. Non si dica che nessuno sapeva dei Lusi e dei Belsito. Chi li ha voluti lì, e perché li ha voluti? Troppo facile chiamarsi fuori. Ora i tagli sono certo necessari, se è vero che per attività istituzionali, i partiti nel loro insieme (non generalizziamo nemmeno qui) usano poco più di un quinto di quanto hanno ricevuto, e tanto più in un momento in cui i costi della politica devono essere ridotti. Ma il finanziamento è la coda, non la testa del problema".

E le donazioni dei privati che ruolo possono avere?

"Vanno bene quelle micro, diffuse sul territorio. Queste sono forme di partecipazione disinteressata. Ma è difficile credere che, in questo momento, possano essere abbondanti. I grandi finanziamenti, invece, che provengono da imprese e gruppi economici sono sempre dei do ut des. Quindi devono avvenire nella massima trasparenza. Qui, la veridicità dei bilanci, non solo dei partiti, ma anche delle imprese è essenziale. Ma il reato di falso in bilancio è stato svuotato".

E' ottimista sul futuro? O crede che sia troppo tardi per il rinnovamento dei partiti?

"Certo, il tempo stringe. Questo è sicuro. Spero che ci sia una scossa, che si levino voci autorevoli, che non ci si illuda che basti glissare, perché tutto poi passa. Ora vedo un futuro difficile, che è un impasto di crisi sociale, di insofferenza nei confronti della politica, di demagogia, di frustrazione. Ma abbiamo il dovere di credere che non sia troppo tardi. Non c'è altro".

(17 aprile 2012) © Riproduzione riservata

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