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Autore Topic: MARCELLO PERA  (Letto 1255 volte)
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« il: Dicembre 30, 2008, 04:42:54 »

30/12/2008
 
Il parlamento prigioniero
 
 
 
 
 
MARCELLO PERA
 
La dichiarazione del presidente del Consiglio a favore del presidenzialismo è stata forse estemporanea, ma nessuno che avesse seguito con attenzione l’evolversi del nostro sistema politico e costituzionale negli ultimi anni dovrebbe stupirsene. In sostanza Berlusconi ha detto: «Io ho trasformato l’Italia in una repubblica presidenziale».

Epoi: «Io ho il consenso del popolo, e perciò io mi candido con elezione diretta alla presidenza della Repubblica. Perché non dovrei dare forma di diritto a ciò che già esiste, in gran parte per merito mio, in punto di fatto?».

Chi si stupisce non è stato attento a ciò che è accaduto. È in corso da tempo una crisi degenerativa che ha cambiato il nostro sistema, ne ha eroso la natura democratica, lo ha lasciato in sospeso, e ora lo espone persino ad avventure. Il federalismo, che darà un colpo d’accetta al bilancio statale e di martello all’unità d’Italia, sarà l’ultimo episodio.

Di questa degenerazione, i protagonisti e i cittadini percepiscono perlopiù i segni esteriori e li fraintendono, alla maniera di coloro che non capiscono che, guardando il dito, non si vede la luna. I parlamentari di maggioranza lamentano la loro riduzione a macchinette schiacciabottoni, il cui unico contributo intellettuale consiste nel ricordarsi che il bottone verde è il secondo da sinistra e quello rosso il primo da destra. I parlamentari di opposizione lamentano la loro trasformazione in spettatori di votazioni dall’esito scontato. Gli uni e gli altri lamentano che non possono emendare neppure una virgola dei decreti del governo, peraltro gli unici provvedimenti che sono portati in Aula, essendo da tempo scomparsa l’iniziativa parlamentare delle leggi. I presidenti delle assemblee lamentano che il governo non dia spazio al dibattito e li costringa, con i decreti, i voti di fiducia, i tempi contingentati, a fare da passacarte della sua volontà. I cittadini lamentano la distanza della politica e se la prendono con la «casta».

Ma tutto questo è colore, e comunque effetto, non causa. Le principali ragioni profonde della degenerazione consistono in due sequestri. Il primo è il sequestro della rappresentanza parlamentare. Esportata dalla Toscana, la legge elettorale su liste bloccate ha avuto due effetti immediati: il parlamentare eletto, dopo una campagna elettorale cui ha assistito da spettatore televisivo senza muovere un dito se non per fare zapping, ha perduto qualunque interesse al suo territorio di riferimento, e il cittadino elettore non ha più avuto suoi rappresentanti. Non solo costui non ha messo il naso nella loro elezione, non li ha mai visti né conosciuti, e non sa dove incontrarli. Così i gruppi parlamentari sono diventati solo la corte del leader del partito, da lui scelta in base all’affidamento personale verso sé medesimo, non a quello politico verso gli elettori. Chi oggi si lamenta della tanta piaggeria e cortigianeria che vede in giro dovrebbe anche riflettere che la legge toscana piace a tutti i capi partito, tanto che cercano di estenderla anche alle elezioni europee.

L’altro sequestro è quello, conseguente, del Parlamento. Quando, col sistema toscano, il capo del partito diventa presidente del Consiglio, il Parlamento, composto di sola gente al seguito, si trasforma in una sua propaggine esterna. E se per caso questa non risulta maneggevole e arrendevole come egli vorrebbe, ecco nascere la richiesta di riforme. Non ci è forse toccato di sentir dire che in Parlamento basterebbero una trentina di persone, oppure che si potrebbe votare solo nelle commissioni, oppure che potrebbero votare solo i capigruppo? Forse sono scherzi, ma hanno l’aria di essere freudiani. Dopotutto, a che serve il Parlamento se fa tutto il governo? E se deve fare tutto il governo, e per esso il suo capo, a che servono tante procedure?

Il sequestro del Parlamento da parte del governo ha anche altre cause. Quando il governo sigla un accordo con i sindacati, il Parlamento è chiamato solo a mettere il timbro. Quando il governo fa un’intesa con le Regioni, il Parlamento può solo ratificare. Quando il governo se la vede direttamente addirittura con alcuni pochi sindaci, il Parlamento appone la firma. E così via, con le associazioni, le categorie, i gruppi organizzati, eccetera. Per non parlare delle nomine negli enti o delle autorità.

Si obietterà che al Parlamento, anche sotto sequestro, resta pur sempre il potere di far cadere il governo. Ma non è vero. Quella minaccia è un’arma senza la punta: perché se cade il governo si rivota e i capibastone (qualifica che i capibastone danno a chi li disturba) eleggono un altro capo che ripeterà le orme del predecessore.

Solo che, di questo passo, sequestro dopo sequestro, il sistema degenera. Se poi si aggiunge la circostanza tragica che oggi in questo sistema non c’è neppure l’opposizione politica, per malattia grave sua propria e perché neanch’essa capisce le cause vere della crisi italiana, anzi le coltiva al pari della maggioranza, allora si deve concludere che, sempre di questo passo, degenera anche la democrazia. Già adesso siamo alle folle - «oceaniche» si sarebbe detto una volta - sotto i gazebo e sotto le tende delle primarie. Approfittando delle lunghe file, anziché spingere il poveretto che sta davanti, sarebbe il caso di soffermarsi a riflettere. Non certo sulla perduta «centralità del Parlamento», per metterci una toppa, come toppe sarebbero il presidenzialismo, il Senato federale, o un nuovo Csm, ma su una questione più importante e di sistema: la nostra Costituzione è ancora un patto che lega gli italiani? È ancora uno strumento efficiente e adeguato?

C’è stato un tempo in cui, soprattutto nel centrodestra, queste domande erano all’ordine del giorno. E ce ne fu un altro in cui un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, considerato matto perché dava il meglio di sé quando faceva il matto, le pose all’attenzione di tutti. Oggi è scena muta. Ed è un grave errore. C’è solo da sperare che non si trasformi in una tragedia, il giorno in cui la crisi costituzionale e politica si dovesse combinare con una economica e sociale.
 
da lastampa.it
« Ultima modifica: Marzo 28, 2009, 12:20:58 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Marzo 28, 2009, 12:21:29 »

«Una brutta legge. La Camera cambierà il ddl sul fine vita»

di Maria Zegarelli


Il suo dialogo umano e intellettuale con Benedetto XVI è costante, non c’è bisogno di intermediazione alcuna. Con l’attuale Papa nel 2004 ha scritto un libro “Senza radici”. La sua filosofia di vita, che suggerisce a tutti, arriva direttamente da Pascal e Kant. «Vivere come se Dio esistesse». Giovedì il suo discorso a Palazzo Madama ha lasciato il segno nella maggioranza. Probabilmente perché nessuno si aspettava che Marcello Pera facesse quell’intervento così netto contro il ddl sul testamento biologico. «Dopo quel voto l’Aula era sotto choc perché moltissimi sapevano di aver votato una brutta legge. Adesso, con freddezza, è il caso di ripensare con calma alle modifiche da apportare» - commenta con gentilezza e determinazione al telefono.

Un testo così brutto votato però da tutto il Pdl. Perché è andata così, allora?
«Le mie posizioni sono note: sono contrario alle dichiarazioni anticipate di trattamento. Forse sarebbe andata diversamente se Ignazio Marino e Umberto Veronesi non avessero presentato quei testi così eccessivi. Hanno fatto più danni della grandine, compattando i pasdaran di casa mia che si sono fatti condizionare. Sarebbero bastati due soli articoli».

Due articoli con quali contenuti?
«Articolo 1: vietata l’eutanasia, anche se non è semplice definire cosa sia eutanasia. Articolo 2: vietato l’accanimento terapeutico. Chi sarebbe stato contrario?».

Lei dice che se non ci fossero state posizioni così distanti si sarebbe fatto un lavoro migliore. Ma Marino e Veronesi avevano accettato il confronto e la mediazione. Le chiedo: se non ci fosse stata la lettera di Berlusconi ai senatori Pdl sarebbe andata diversamente?
«Penso che se ci fosse stato più coinvolgimento, se anche io avessi preso la parola più spesso, forse anche altri si sarebbero convinti dell’errore che si stava commettendo».

Perché lei non è intervenuto più volte? L’altro giorno è stato applaudito in maniera bipartisan...
«Perché non ho alcuna responsabilità nel partito, anche se fin dall’inizio ho cercato di far capire che non potevamo andare avanti in quel modo. Già durante il caso di Eluana Englaro intervenni, fui molto applaudito, ma non servì a nulla».

Quanto ha pesato l’appello del cardinal Bagnasco a fare questa legge e a farla subito?
«Gli appelli delle gerarchie ecclesiastiche hanno avuto influenza sia da una parte che dall’altra. È un problema di questo sistema politico, che è fragile, che tende a compiacere voci autorevoli esterne alla politica. L’altra sera in Senato ho visto cattolici del Pd che hanno votato «no» con grande fatica».

Il Pdl nasce oggi come partito liberale. Sicuri di aver avuto un approccio liberale al tema del testamento biologico?
«Non credo che sia determinante per la nascita del partito quello che è successo in Senato anche perché sono sicuro che questa legge avrà un iter lunghissimo, tanto quanto quello della legge 40 sulla Fecondazione assistita. Alla Camera verrà modificato, le opinioni sono così discordanti in ogni famiglia politica che non è possibile immaginare che fili tutto liscio come l’olio. Quello di giovedì è stato un voto provvisorio, da oggi tutti ripenseranno con maggiore freddezza a quello che è successo e a quello che è meglio accada in futuro. Sono stati in tanti, dopo il mio intervento, a dirmi che non erano convinti del loro voto».

Fini sostiene una libertà di coscienza vera. È in questo che vede una possibilità?
«Penso che la Camera farà una revisione profonda, mi dispiacerebbe molto se dovessimo assistere anche lì allo stesso spettacolo che si è verificato in Senato».

Lei è un laico. Lo è stato anche il legislatore nel suo complesso?
«Io mi considero un laico cristiano. Voglio evitare che i principi religiosi siano fatti valere per legge, tanto più quando non si sa come scriverli».

Non stiamo di fronte ad un «ticket» versato Oltretevere per poter procedere tranquilli su altri fronti, come sulla sicurezza?
«Non ci vedo questo fine. Penso, invece, che il Pdl ha fatto il tentativo di discutere una legge bioetica, ma l’ha fatto fortemente condizionato dal caso Englaro. Tutta la discussione che c’è stata con il decreto prima, con la mozione poi, non si è mai allontanata da quel caso, tanto è vero che si è scritto esplicitamente che è vietato sospendere alimentazione e idratazione artificiale. Dato che è il primo tentativo che ha fatto, spero che ora si conceda una pausa di riflessione e poi modifichi il testo».

Perché il premier si è sbilanciato così apertamente su un tema come questo?
«Aveva già detto la sua durante la fase finale della vita di Eluana. Era stato choccato, anche emotivamente, da quella ragazza. Ma devo riconoscere che nel Pdl c’è libertà di coscienza su questi temi».

Non si direbbe: nove distinguo...
«Elogio chi si è alzato per dire il suo “no”. Negli altri c’è stato molto conformismo, nel Pdl come nel Pd».
mzegarelli@unita.it

28 marzo 2009
da unita.it
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