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Autore Discussione: Fiorenza SARZANINI.  (Letto 102694 volte)
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« Risposta #15 inserito:: Luglio 27, 2009, 05:01:44 pm »

Retroscena

I giudici indagano sui mezzi militari e sui mutati impegni in campo

Inchieste partite dopo le ultime vittime


ROMA — Nelle informative arriva­te al comando dei carabinieri del Ros di Roma viene definito il «punto de­bole degli armamenti». E sono gli stessi generali della Difesa a confer­mare come la «ralla» non sia suffi­ciente a proteggere il militare addet­to alla mitragliatrice sui blindati Lin­ce. Perché chi si trova sulla torretta rimane completamente «scoperto» mentre il mezzo è in movimento, dunque esposto all’attacco del nemi­co.

È proprio su questo aspetto della missione in Afghanistan che si sta concentrando l’attività dei magistrati - procura penale e militare - dopo la morte del caporalmaggiore Alessan­dro di Lisio e il ferimento degli altri soldati che in questi ultimi giorni so­no finiti sotto attacco.

Dopo la modifica delle regole di in­gaggio, con il contingente sempre più spesso coinvolto in vere e pro­prie battaglie, si deve stabilire se gli equipaggiamenti siano adeguati al­l’impegno richiesto. Anche perché in vista delle elezioni del prossimo 20 agosto, i servizi di intelligence oc­cidentali sono concordi nel ritenere che il livello di rischio si alzerà ulte­riormente e le pattuglie che escono in ricognizione saranno obiettivo pri­vilegiato dei talebani e delle formazio­ni terroristiche che mirano a ottene­re il controllo delle aree. Come hanno dimostrato gli ultimi episodi, i reparti italiani partecipano attivamente al conflitto e quindi è in­dispensabile garantire loro un dispo­sitivo di sicurezza che tenga conto della modifica della missione. Il peri­colo più alto è quello per il «rallista», proprio come ha dimostrato la morte di Di Lisio - rimasto schiacciato dopo il ribaltamento del mezzo blindato ­e dunque si stanno studiando le pos­sibili modifiche per creare una sorta di calotta protettiva. Ma non viene esclusa l’eventualità di utilizzare an­che un altro tipo di carro armato.

Lo Stato maggiore pensa al «Frec­cia » che esternamente è quasi identi­co al Lince, però ha una blindatura più potente e soprattutto possiede un apparato tecnologicamente avan­zato che lo tiene in contatto costante con gli aerei o con i droni, in modo che i militari possano avere la situa­zione sempre sotto controllo attraver­so i monitor. Il pregio sarebbe quello di garantire maggiore capacità di ma­novra durante eventuali conflitti e più alta protezione di fronte ad atten­tati con le micidiali bombe utilizzate dai combattenti afgani.

I magistrati hanno acquisito l’elen­co dei mezzi e delle armi a disposizio­ne del contingente e nei prossimi giorni riceveranno le informative su­gli ultimi episodi che in Afghanistan hanno coinvolto i soldati italiani. Obiettivo dell’indagine rimane infat­ti quello di accertare se, sia pur in una situazione di guerra come quella che vede coinvolto il contingente, sia­no stati omessi comportamenti o di­sposizioni che avrebbero potuto evi­tare vittime e feriti. E di verificare in base a quali criteri siano stati modifi­cati i cosiddetti «caveat» - vale a dire i limiti alle regole di ingaggio che ogni Paese pone ai propri soldati ­che adesso consentono la partecipa­zione alle azioni di guerra. Missioni di difesa, ma anche di attacco, come confermano i vertici del Comando.

Era stato proprio un comunicato ufficiale dei vertici del contingente italiano a specificare che il caporal­maggiore Di Lisio e i suoi colleghi era­no stati impegnati «a eliminare ulte­riori sacche di resistenza presenti nel­l’area di Bala Morghab, 200 chilome­tri a nord di Herat», considerata «sno­do strategico fondamentale». E due giorni fa il comandante Rosario Ca­stellano ha spiegato che «è lecito im­maginarsi una escalation di tensione anche in vista delle elezioni», di fatto avvalorando la previsione che pro­prio ad agosto ci sarà un «picco di at­ti ostili».

Una situazione di pericolo che ani­ma il dibattito politico e convince i magistrati sulla necessità - come del resto era avvenuto in passato anche durante la missione in Iraq e dopo gli attacchi subiti in Afghanistan - di sta­bilire se si tratti di attività che rientra­no nel mandato affidato ai militari e che rispettano le regole stabilite al momento di finanziare la missione.


Fiorenza Sarzanini

27 luglio 2009
da corriere.it
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« Risposta #16 inserito:: Agosto 01, 2009, 04:22:25 pm »

L'INCHIESTA DI BARI

Tarantini «in azione» anche dopo l’avviso dei pm

E spuntano le intercettazioni dell’ex assessore: piano sanitario corretto d’accordo con un’azienda


L’attività di Gianpaolo Tarantini nel settore della sanità barese non si è mai fermata. Anche dopo essersi trasferito a Roma per mettersi di fatto a disposizione del premier Silvio Berlusconi, l’imprenditore pugliese avrebbe continuato a gestire la sua Tecno Hospital, società specializzata nella fornitura di protesi, che negli ultimi anni navigava in acque tutt’altro che tranquille. Mentre reclutava prostitute e ragazze immagine da portare alle feste di palazzo Grazioli e Villa Certosa, facendo la spola tra Bari, Roma, Cortina, Milano e le località di vacanza più esclusive, Tarantini avrebbe trovato il modo e il tempo di curare i propri affari. E questo nonostante abbia più volte assicurato di non aver più alcun ruolo nelle aziende di famiglia.

Nel nuovo avviso di garanzia per corruzione che gli è stato notificato due giorni fa, il pubblico ministero Giuseppe Scelsi gli contesta proprio di aver agito «dal luglio 2008, sino all’attualità », dunque anche dopo aver saputo di essere sotto inchiesta per altri episodi di corruzione, per favoreggiamento della prostituzione e per detenzione di cocaina ai fini di spaccio. E poi il magistrato aggiunge: «In concorso con il fratello Claudio, Tarantini è indagato per essersi accordato con Pasqualino Ciappetta, il quale, in cambio della concessione di beni, regalie o premi, e imponendo l’acquisto dei prodotti forniti dalle ditte di fatto gestite dai fratelli Tarantini (Tecno Hospital di Tattoli, Tgs Service, System Medical, G,S,H,, Global System Hospital), favoriva l’incremento degli affari commerciali riferiti alle citate società». Ciappetta è il primario di neurochirurgia al policlinico di Bari e professore ordinario all’Università.

I metodi utilizzati da Tarantini, erano evidentemente abitudine diffusa in Puglia, almeno a leggere gli atti dell’altra inchiesta che ha portato i carabinieri nelle sedi dei partiti del centrosinistra per acquisire documenti e così verificare se, in cambio di voti e finanziamenti, alcuni assessori abbiano concesso appalti e commesse. Nell’informativa che gli investigatori dell’Arma hanno consegnato il 30 aprile, viene evidenziata l’attività di Alberto Tedesco, responsabile regionale della Sanità per il Partito democratico fino al 6 febbraio scorso quando il governatore Nichi Vendola lo costrinse alle dimissioni proprio per il suo coinvolgimento nell’indagine. E ora approdato al Senato dopo la nomina al parlamento europeo di Paolo De Castro.

Le intercettazioni ambientali e telefoniche disposte nel 2008 rivelano, secondo i carabinieri, «le pressioni che il vertice politico- sanitario esercita sulle Asl per favorire gli imprenditori amici». Una «ristretta élite» di industriali pronti a mettersi a disposizione. Come Diego Rana, titolare tra l’altro di un’azienda specializzata nello smaltimento dei rifiuti sanitari che si dimostra molto legato a Tedesco. Il 30 giugno 2008, durante un incontro «fa rilevare all’assessore alcuni passaggi da inserire all’interno del piano sanitario in maniera da agevolare, in particolare, il trattamento assistenziale convenzionato di strutture sanitarie gestite da privati. La circostanza - si sottolinea nell’informativa - assume particolare importanza in quanto è lo stesso assessore che su sollecitazione dell’imprenditore, richiede a quest’ultimo di apporre le modifiche». E infatti nelle registrazioni si sente Tedesco affermare: «Non c’è bisogno che mi prepari un appuntino. Basta chemi dici gli errori dove stanno».

Quattro mesi fa, durante un interrogatorio come testimone, è stato invece Alessandro Calasso, direttore sanitario della Asl Bari, a raccontare che «Tedesco esercitava pressioni per far rimuovere i direttori dell’area gestione Patrimonio e dell’area Tecnica ritenuti responsabili di frapporre ostacoli all’assegnazione di alcuni lavori alla Ati della famiglia Matarrese e alla Draeger Medical spa».

Fiorenza Sarzanini

01 agosto 2009
da corriere.it
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« Risposta #17 inserito:: Settembre 02, 2009, 03:57:34 pm »

 IL CASO BOFFO - Il mistero sul documento anonimo spedito ai prelati

Il pm e le telefonate del direttore

Il pm indagò sui tabulati e si convinse che le chiamate erano state fatte dal giornalista


La lettera anonima contro Dino Boffo spedita tre mesi fa ai vescovi italiani riferiva fatti e circostanze che non sono contenuti nel fascicolo del tribunale di Terni.
Le carte ricostruiscono la vicenda che ha portato alla condanna per molestie del direttore di Avvenire.

Ma le stesse carte non entrano mai nei det­tagli della vita privata di Dino Boffo. Tanto che non chiariscono nemmeno per quale mo­tivo, con telefonate effettuate per quasi cin­que mesi, avrebbe ingiuriato una ragazza che poi presentò denuncia ai carabinieri. Docu­mentano però la certezza, da parte di chi inda­gava, che fosse proprio lui l’autore di quelle chiamate e non — come adesso sostiene lo stesso Boffo — un suo collaboratore. L’esame dei contatti avvenuti subito prima e subito do­po le chiamate piene di insulti ricevute dalla donna avrebbe consentito di verificare che gli interlocutori avevano parlato personalmente con Boffo; dunque — hanno concluso gli in­quirenti — in quei frangenti era lui ad utilizza­re il cellulare. La storia risale all’agosto del 2001. Le telefo­nate ingiuriose vanno avanti fino al gennaio 2002.

Nel suo esposto la ragazza precisa gli orari, racconta il contenuto, sottolinea come l’anonimo interlocutore faccia riferimento an­che ai rapporti sessuali che la donna ha con il fidanzato. Viene acquisito il suo tabulato, si ri­cava il numero del chiamante. Si scopre così che il cellulare è intestato alla società che edi­ta il quotidiano della Cei. Le ulteriori verifiche consentono di scoprire che l’apparecchio è stato concesso in uso al direttore. Boffo viene convocato al palazzo di Giusti­zia della città umbra per fornire chiarimenti. Non può negare che il telefono sia effettiva­mente suo, ma spiega di lasciarlo spesso incu­stodito. «E dunque — evidenzia — quelle tele­fonate può averle fatte chiunque». Una tesi che però non convince appieno i pubblici mi­nisteri. Anche perché lui stesso ammette di co­noscere la ragazza. «Ci siamo incontrati in oc­casione di un evento pubblico organizzato dal­la Curia», afferma. E poi chiarisce che il trami­te sarebbe stato il vescovo di Terni, monsi­gnor Paglia. Si decide così di interrogare le persone che il giornalista ha contattato a ridosso delle chia­mate fatte alla ragazza. Si tratta di quattro o cinque testimoni. Tra loro c’è il titolare di una libreria e soprattutto uno dei segretari della Cei che con Boffo ha contatti assidui. Nessuno ricorda di aver mai parlato su quell’utenza con qualcuno che non fosse il direttore di Av­venire.

Quindi i magistrati si convincono che possa essere lui l’autore delle molestie. L’iscrizione nel registro degli indagati, co­me risulta dagli atti processuali, avviene il 14 ottobre 2003. Sei mesi dopo, esattamente l’8 aprile 2004, il pubblico ministero chiede «l’emissione di un decreto di condanna». C’è un solo reato contestato, quello di molestie, per il quale si procede d’ufficio. L'accusa di in­giurie è infatti caduta perché la ragazza ha de­ciso di ritirare la querela. Nel fascicolo non vengono specificati i motivi di questa scelta. I giudici ne prendono atto, Boffo non si oppo­ne al decreto e paga l’ammenda di 516 euro che certifica la sua condanna.

Qui finisce la storia ricostruita dalle carte processuali. Ma proprio da qui comincia il mi­stero sul documento anonimo spedito ai ve­scovi e poi raccontato venerdì scorso da Il Giornale che l’aveva invece presentato come un atto giudiziario. La circostanza che si tratti di un appunto ufficiale, sia pur «riservato», sembra smentita dall’esame dello scritto che contiene numerosi errori di ortografia e di bat­titura. E anche circostanze false. Non è vero che «Boffo è stato querelato da una signora di Terni»: la denuncia era contro ignoti. Non è vero che «a seguito di intercetta­zioni telefoniche disposte dall’Autorità giudi­ziaria si è constatato il reato»: per le molestie non è possibile disporre il controllo delle con­versazioni. Viene poi specificato che «Boffo ha tacitato la parte offesa con un notevole ri­sarcimento finanziario», ma è una circostanza che non risulta agli atti. Quanto alle inclinazio­ni sessuali dell’indagato, nel fascicolo non se ne fa mai cenno.

Fiorenza Sarzanini
02 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #18 inserito:: Settembre 10, 2009, 11:00:33 am »

L'INCHIESTA DI BARI - LE CARTE

L’estate di Tarantini: «Droga e affari nella mia villa»

I verbali: in Sardegna con cocaina nella cassaforte

 
BARI — Le feste in Sardegna, la cocaina per gli ospiti, i rapporti con Sabina Began e con Eva Cavalli, le liti al Billionaire. Ma anche i contatti con Finmeccanica per cercare di chiudere alcu­ni affari legati al settore sanitario. C’è pure que­sto nei verbali di Gianpaolo Tarantini, l’impren­ditore pugliese che ha ammesso di aver recluta­to una trentina di donne da portare nelle resi­denze del premier Silvio Berlusconi. Ragazze italiane e straniere, «alcune disponibili ad ave­re rapporti sessuali», che venivano retribuite con 1.000 euro. Il 28 luglio scorso l’uomo — in­dagato per corruzione, favoreggiamento della prostituzione e cessione di stupefacenti — vie­ne convocato nella caserma della Guardia di Fi­nanza di Bari. Il pubblico ministero e gli investi­gatori gli contestano quanto emerge dalle tele­fonate intercettate nell’estate del 2008, quella che fu poi segnata dall’incontro tra Tarantini e il premier avvenuto durante una cena a Villa Certosa. Un ruolo chiave lo gioca Massimo Ver­doscia, l’uomo che presentò Patrizia D’Addario a Tarantini, arrestato agli inizi dello scorso ago­sto pure lui perché avrebbe ceduto droga ad amici e conoscenti.

La coca in cassaforte
Il verbale comincia proprio dalla scelta della casa a Porto Cervo: «Nel giugno insieme a mia moglie ed a Massimo Verdoscia e famiglia deci­demmo di prendere in affitto una villa in Sarde­gna per un importo di circa 70.000,00 euro, che pagammo io, per un importo maggiore, e Mas­simo Verdoscia. Prima di andare in Sardegna, io, Massimo Verdoscia e Alessandro Mannarini (anche lui iscritto nel registro degli indagati per cessione di droga, ndr ) decidemmo di ac­quistare un quantitativo di circa 50-70 grammi di cocaina ed un quantitativo più ridotto di 'MD' (una droga sintetica simile all’ecstasy, ndr ). Lo stupefacente fu acquistato alla fine di giugno in circostanze diverse da me, da Ver­doscia e da Mannarini, ognuno con proprie di­sponibilità finanziarie. Lo stupefacente fu tra­sportato in Sardegna in unica soluzione da Ales­sandro Mannarini, a bordo dell’autovettura con la quale si mosse da casa mia in quanto dor­miva in una dependance della stessa, ma una volta giunta in Sardegna fu suddivisa tra me, Verdoscia e Mannarini. Io tenni per me la parte più rilevante conservandola nella cassaforte della mia camera da letto. Acquistai la mia par­te di stupefacente da due o tre persone, se non ricordo male tale Nico e tale Onofrio, mentre ricordo che Verdoscia l’acquistò da tale Stefa­no. Ho acquistato stupefacenti anche in passa­to ma da altre persone. Ricordo di averla acqui­stata, sempre insieme a Verdoscia e Mannarini, in occasione di un viaggio a Montecarlo per as­sistere ad un gran premio automobilistico nella primavera del 2008. Ricordo che in occasione di una festa al club Gorgeous di Bari per il fe­steggiamento dei 30 anni di mia moglie ho ce­duto gratuitamente cocaina ad alcuni invitati. Anche in occasione di una festa fatta a casa mia, nella primavera 2008, ricordo di aver offer­to gratuitamente sostanze stupefacenti».

Le dosi alla Began
I contatti di Tarantini con Sabina Began, so­prannominata «l’Ape regina» per essere una delle «favorite» del premier, emergono dalle conversazioni registrate dai finanzieri. Lui ne­ga però di essere il suo pusher. E dichiara: «Non ricordo di aver portato sostanze stupefa­centi in occasione del concerto della star Ma­donna tenutosi a Roma allo stadio Olimpico nel settembre 2008, dove mi accompagnai con persone, tra le quali la signora Benetton, che non hanno nulla a che fare con la droga. Sia Massimo Verdoscia che Alessandro Mannarini erano a conoscenza che la droga fosse custodi­ta nella cassaforte. Ebbi anche una discussione con Mannarini in quanto riscontrai una man­canza di sostanza stupefacente che avevo lascia­to in cassaforte. Non ricordo a chi ho ceduto lo stupefacente in Sardegna, ogni tanto ne porta­vo con me piccole quantità. Personalmente non credo di aver ceduto dello stupefacente a Sabina Beganovic, mentre sono sicuro che le sia stato ceduto sia da Verdoscia che da Manna­rini. Le cessioni da me operate nel tempo non sono state finalizzate a coltivare relazioni pro­fessionali ma operate al fine di tenere alto il si­stema delle mia relazioni personali innanzitut­to nella città di Bari. Posso escludere che dalla cessione gratuita delle sostanze stupefacenti si­ano da me derivati vantaggi sia patrimoniali che professionali. Voglio precisare che durante il mio soggiorno in Sardegna nell’estate 2008 ho ceduto più volte sostanze stupefacenti a Francesca Lana. Non ricordo di aver ceduto del­lo stupefacente a tale Victoria. Non ricordo di aver ceduto o offerto sostanze stupefacenti a Maria Teresa De Nicolò».

Il malore di Eva
Dalle intercettazioni emerge che la moglie dello stilista Cavalli si sarebbe sentita male pro­prio durante una delle feste organizzate in Sar­degna. Così Tarantini cerca di dimostrare la propria estraneità alla vicenda: «Non corrispon­de al vero il fatto che io abbia versato lo stupefa­cente 'MD' nel bicchiere di Eva Duringer a sua insaputa. Ammetto di averne parlato con tale Pietrino ma escludo dal tenore della conversa­zione possa evincersi una qualsiasi mia even­tuale ammissione. Posso aggiungere che scher­zosamente la stessa Eva Cavalli mi chiese, qual­che tempo dopo, se io le avessi versato qualche sostanza stupefacente nel suo bicchiere. Ma io le risposi che non mi sarei mai permesso di fa­re un gesto simile». Movimentate da liti e ubria­cature sembrano essere anche le serate che la compagnia legata a Tarantini trascorre nei loca­li della Costa Smeralda. «Escludo che nella not­te tra l’8 e il 9 agosto 2008 la discussione avuta con Tommaso Buti nei bagni del Billionaire sia riconducibile alla sua opposizione al ché io en­trassi nel bagno con Nena Rustic e tale Paola al fine di far uso di stupefacente. La ragione della discussione che ebbi con Tommaso Buti era ri­conducibile al fatto che stava maltrattando la Nena ed io sono intervenuto per difenderla».

La riunione con Finmeccanica
Il giorno precedente, esattamente il 27 luglio scorso, Tarantini viene interrogato su una riu­nione avvenuta presso l’Hotel de Russie a Ro­ma a fine gennaio 2009. E racconta: «Conosco Enrico Intini da circa un anno in quanto mi è stato presentato dall’avvocato Salvatore Castel­laneta e dal signor Roberto De Santis, in occa­sione della realizzazione di un progetto per la tracciabilità del sangue mostratomi da un mio amico tale Pino e per il quale cercavo finanzia­tori. Con Intini avevo un contratto di collabora­zione che venne formalizzato in seguito ed in forza del quale, essendo venuto a conoscenza delle difficoltà incontrate dallo stesso Intini in relazione ad una procedura di gara per le puli­zie dell’Asl di Bari, presi l’iniziativa di organiz­zare un incontro a Roma con l’avvocato Lea Co­sentino (direttore generale della stessa Asl, ndr ). Io ero venuto a conoscenza che Enrico In­tini non avrebbe mai vinto da solo quella gara e lo stesso Intini ebbe a lamentarsene con me. Io a quel punto gli dissi che la Cosentino non gli avrebbe mai fatto vincere una gara da solo e che avrebbe comunque avuto grosse possibili­tà se fossero stati fatti tre lotti. Questo io dissi anche perché ne avevo parlato con Lea Cosenti­no. Fu per queste ragioni che organizzai l’incon­tro di Roma del 21 gennaio 2009. Io sapevo che a quell’incontro avrebbero partecipato, oltre al­la Cosentino, anche Rino Metrangolo, dirigente di Finmeccanica e Cosimo Catalano, titolare del­la società della Supernova, entrambi interessati alla stessa gara. In particolare era a conoscenza della circostanza che quella gara seguiva altra di uguale contenuto ma annullata perché il ban­do era errato. Avevo in particolare appreso che il precedente bando era stato annullato o era in fase di annullamento in quanto l’importo indi­cato a base di gara era calcolato su un numero di ausiliari ormai eccedente a causa dell’interna­lizzazione di ausiliari operato nel frattempo».

La gara in tre lotti
«L’occasione fu propizia — continua Taranti­ni — per sostituire al principio del lotto unico l’idea di tre lotti, come io personalmente sugge­rii a Lea Cosentino e a Antonio Colella, dirigen­te dell’area patrimonio dell’Asl di Bari. In tal modo avremmo potuto assicurare a Catalano, ad Intini ed a Metrangolo di gareggiare vincen­do ciascuno un lotto. La gara in tre lotti, a quanto mi consta, non si è mai tenuta e nulla è avvenuto dopo quell’incontro a Roma. Lea Co­sentino era interessata all’ipotesi dei tre lotti in quanto in tal modo, come lei mi disse, avreb­be smesso di subire le scelte altrui ed avrebbe potuto al contrario concorrere a definire l’indi­viduazione dei vincitori della gara. Io stesso in­vitai all’incontro Metrangolo, in quanto diri­gente di Finmeccanica interessato a partecipa­re alla gara, mentre fu Lea Cosentino a far inter­venire alla riunione Cosimo Catalano, anch’es­so direttamente interessato. Nel caso in cui questo progetto di lottizzazione della gara fos­se andato in porto, io avrei percepito circa il quattro per cento dell’importo aggiudicato da Intini e circa il quattro per cento da Catalano. Non avevo ancora parlato di compensi con Me­trangolo. Quando Enrico Intini giunse alla riu­nione al De Russie, prospettò l’eventualità di un ricorso come mera provocazione in quanto Intini era già d’accordo con me sulla suddivi­sione in tre lotti della gara ma intervenne par­lando di un suo ricorso perché si vide in diffi­coltà trovando in quella riunione persone che non si aspettava di trovare». Angela Balenzano Fiorenza Sarzanini

Angela Balenzano
Fiorenza Sarzanini

10 settembre 2009
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« Risposta #19 inserito:: Settembre 13, 2009, 12:14:29 pm »

A CENA E IN BARCA

«Quel weekend a Ponza tra cena e barca a vela»

Un imprenditore racconta un week end a Ponza. L'ex premier: incrociato, mai conosciuto

di Fiorenza Sarzanini


Una cena in un ristorante di Ponza e poi una traversata da Ventotene a Gaeta durante la quale si sono trovati sulla stessa barca. È questo l’incontro che ha spinto Gianpaolo Tarantini a lanciare avvertimenti a Massimo D’Alema che aveva detto di non averlo «mai conosciuto». «Farebbe bene a ricordarsi chi sono», era stata l’intimazione. Ma la tesi dell’ex ministro degli Esteri non cambia, «perché ci siamo incrociati, siamo stati presentati, ma certo questo non vuol dire che ci conosciamo». È una vicenda che ha contorni confusi, perché confusi e talvolta contraddittori sono i ricordi degli stessi protagonisti. Anche su quando è avvenuta. A sentire D’Alema bisogna tornare all’estate del 2007. Ma forse è il 2006, come invece sostiene Francesco Maldarizzi, l’imprenditore barese diventato il trait d’union fra i due.

Perché era lui il proprietario della barca che effettuò il trasferimento dall’isola alla terraferma. E perché la sera precedente era uno degli invitati al ristorante «Il Tramon­to » «per l’evento organizzato dalle autorità locali in onore di quello che allora era un mi­­nistro, stava alla Farnesina», come dice ades­so che gli viene chiesto di rammentare i det­tagli. Lo stesso anno, 2006, viene conferma­to da Ivan Altieri, il proprietario del locale che di quella serata sembra avere ricordi niti­di: «Come potrei dimenticarla, visto che ad un altro tavolo sedeva l’attuale sindaco di Roma Gianni Alemanno? Loro nemmeno si salutarono, ma io pensai che se fosse arriva­to Bruno Vespa avremmo potuto fare Porta a Porta » .

Il ristoratore sottolinea di non aver ricono­sciuto altri personaggi famosi. Si sa che allo stesso tavolo di D’Alema sedevano numerosi velisti, compreso Paolo Poletti, all’epoca ca­po di Stato Maggiore della Guardia di Finan­za e attuale vicedirettore dell’Aisi, il servizio segreto interno. Anche Roberto De Santis, l’imprenditore amico di D’Alema che cono­sceva bene Tarantini, aveva scelto l’isola co­me meta per il fi­ne settimana da trascorrere in bar­ca. E anche lui sa­rebbe stato uno dei partecipanti alla serata. Sono buoni co­noscenti D’Alema e Maldarizzi, che in Puglia possie­de numerose con­cessionarie di au­to e dal 2008 ha aperto attività an­che in Toscana. «Ci telefonammo — racconta — e ci accordammo per vederci alla cena. In barca con me c’erano Gianpaolo Taran­tini e sua moglie, mentre D’Alema era su Ikarus con sua moglie». Co­me mai invitò Ta­rantini? «Siamo amici e poiché io avevo preso la barca in affitto lui venne a Ponza con l’inten­zione di acquistarla. Era mio ospite e dunque venne con me anche al ristorante». Il «Tramonto» è un locale in montagna, fa­moso per il panorama mozzafiato che guar­da a Palmarola. «C’erano almeno venti perso­ne — spiega Maldarizzi — forse addirittura trenta. Noi eravamo da un lato del tavolo, D’Alema a quello opposto. C’erano il sinda­co, il vicesindaco, altre personalità. Io non riuscii a scambiare con D’Alema neanche una parola e dunque mi sento di escludere che possa avere parlato con Tarantini».

An­che su questo c’è contraddizione, Altieri for­nisce una versione diversa: «Erano una venti­na, ma escludo che ci fossero sindaco e vice­sindaco. Non era sicuramente una cena uffi­ciale. Io fui chiamato da un mio amico che fa l’assicuratore per la prenotazione del tavolo e quando arrivarono capii che erano tutti ap­passionati di vela. Era una grande tavolata al termine di una giornata trascorsa in mare». Il giorno dopo c’è il nuovo incontro. «D’Alema doveva lasciare Ikarus al cugino che stava a Ventotene — ricorda Maldarizzi — e così mi chiese un passaggio fino a Gaeta dove io avrei dovuto restituire la mia barca. Gli proposi di stare insieme per fare il bagno o per il pranzo, ma lui rifiutò. Del resto chi conosce D’Alema sa bene che lui è un velista vero, vive il mare e preferisce non avere trop­pe persone intorno». L’appuntamento viene così fissato per la fine della giornata. «Salì a bordo con la famiglia e con gli uomini della scorta», afferma l’imprenditore. A questo punto il ricordo di Maldarizzi si fa vago, a tratti confuso: «In barca c’erano almeno dodi­ci persone, sinceramente non ricordo se D’Alema e Tarantini possano essersi scambia­ti qualche parola. Ma se così è stato, di certo si è trattato di un con­tatto del tutto casuale. Massimo è fatto così, non dà mai troppa con­fidenza alle persone. La traversata sarà dura­ta una quarantina di minuti, non ci sarebbe stato neanche il tempo di approfondire la con­versazione. E poi c’era­no tutti gli addetti alla sicurezza. Quando sia­mo arrivati in porto ab­biamo avuto il tempo per un saluto e poi so­no partiti».

L’obiettivo di Taranti­ni appare ormai eviden­te: accreditarsi come buon conoscente dei politici di destra e sini­stra per dimostrare che anche nel suo rapporto con il presidente del Consiglio, per conto del quale ha ammesso di aver reclutato trenta ragazze «alcune anche a pagamento per incon­tri sessuali», non c’era nulla di illecito. E mette­re sullo stesso piano si­tuazioni che appaiono molto differenti. Il ten­tativo di patteggiare la pena e chiudere con il minimo danno l’inchie­sta avviata dai magistra­ti di Bari non è riuscito perché la Procura si è opposta alla sua istan­za. L’imprenditore accu­sato di corruzione, favo­reggiamento della pro­stituzione, cessione di stupefacenti avrebbe così deciso di alzare la posta. Tanto che a qualche amico avrebbe già confidato: «Se mi arrestano sono pronto a tra­scinarmi dietro svariate persone».


13 settembre 2009
da corriere.it
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« Risposta #20 inserito:: Settembre 14, 2009, 05:43:10 pm »

Il personaggio

Bari, la rete di amici trasversali del «mondo Tarantini»

Così il giovane barese ha creato il suo «sistema».

Verso un nuovo interrogatorio


Donne bellissime, amici dalla vita spericolata. Ma soprattutto manager e imprenditori, personaggi che come lui inseguivano affari e successo. E che avrebbe utilizzato per cercare di arrivare ai politici. È una rete trasversale quella tessuta in questi ultimi anni da Gianpaolo Tarantini, il titolare della società Tecnohospital che la fama l’ha raggiunta quando si è scoperto che procacciava ragazze a pagamento per le feste di Silvio Berlusconi.

Sono le carte processuali a dimostrare come il giovane barese fosse riuscito ad avere accesso al potere di destra e di sinistra, con una disinvol­tura che adesso spaventa chi ha avuto a che fare con lui. Perché Tarantini ha fatto in­tendere ai magistrati di voler collaborare pur di chiudere in fretta la vicenda giudizia­ria e così tentare di togliere il premier dall’imbarazzo di ve­dere le sue intercettazioni te­lefoniche rese pubbliche. I quattro verbali riempiti alla fi­ne di luglio non hanno però convinto i pubblici ministeri e dunque è presumibile che nei prossimi giorni possa es­serci un nuovo interrogato­rio, questa volta concentrato sugli incarichi e i favori che sarebbe riuscito a ottenere proprio grazie ai suoi rappor­ti con i potenti.

Aveva capito Tarantini che la strada per il successo pas­sa per gli amici giusti. E forse per questo frequentava Fran­cesco Maldarizzi, che in Pu­glia è conosciuto per la sua catena di concessionarie d’au­to. Ricco certamente, ma an­che ben introdotto. Basti pen­sare che in un fine settimana trascorso a Ponza riuscì a far­lo sedere a tavola con l’allora ministro degli Esteri Massi­mo D’Alema, con il capo di Stato maggiore della Guardia di Finanza Paolo Poletti, con il capo di gabinetto della Far­nesina Giuseppe Fortunato, poi volato a Mosca per occu­pare un posto di comando in Finmeccanica. Non male per uno che all’epoca aveva poco più di trent’anni e un’azien­da specializzata nelle protesi ortopediche.

Certo, nella sua città «Gianpy», come lo chiamano gli intimi, aveva frequentazio­ni di rilievo. Con Tato Greco, rampollo della famiglia Ma­tarrese poi diventato uno dei più accaniti sostenitori di Raf­faele Fitto, condividevano se­rate, vacanze e aspirazioni. Lo stesso Fitto era sicuramen­te tra le persone che ha sem­pre potuto considerare più vi­cine. Lui, come Sabina Began che non fa l’imprenditrice ma era la «preferita» del pre­mier e dunque rappresentava un gancio prezioso per chi so­gnava il salto di qualità, il tra­sferimento a Roma, gli affari internazionali.

Forse per questo si era lega­to a Roberto De Santis, l’im­prenditore amico di D’Alema che lo accompagnò da Guido Bertolaso dopo che Berlusco­ni gli aveva procurato un ap­puntamento. Oppure a Enri­co Intini, che con De Santis è in stretti rapporti tanto da aver gestito con lui svariati af­fari. Per presentare un buon biglietto da visita, Tarantini organizzò nel gennaio scorso una riunione in un albergo della capitale per pianificare la strategia che avrebbe con­sentito loro di vincere un ap­palto per le pulizie della Asl di Bari. Ospite d’onore era Lea Cosentino, che di quella Asl è il direttore generale. Lei accettò l’invito, evidentemen­te incurante dell’inopportuni­tà di discutere in maniera in­formale le gare che riguarda­vano il suo ufficio.

Adesso anche Cosentino è sotto inchiesta, proprio per la gestione allegra della Asl. Era stato il governatore Nichi Vendola a nominarla. E a giu­gno, quando il suo coinvolgi­mento nelle indagini è stato formalizzato, ne ha disposto la rimozione. La manager ha poi ammesso pubblicamente di essere buona amica di Ta­rantini, di aver partecipato al­le sue feste, di averlo incon­trato anche in Sardegna du­rante l’estate del 2008, famo­sa perché è stato allora che il sogno di Tarantini di conosce­re Berlusconi è divenuto real­tà. Altri, rimasti nell’ombra, potrebbero adesso essere co­stretti a uscire allo scoperto. Trascinati in questa vicenda dallo stesso Tarantini che, per convincere i magistrati ad accettare il patteggiamen­to e chiudere così il conto, po­trebbe decidere di rivelare tut­ti i componenti della rete che aveva tessuto.

Fiorenza Sarzanini
14 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #21 inserito:: Settembre 16, 2009, 10:50:29 pm »

Il presidente della Camera si sfoga con i suoi

L’ex capo di An e le carte: nulla da temere

L'inchiesta del '99 che coinvolge l'allora collaboratore Proietti Cosimi: il mio nome non può esserci

   
Gianfranco Fini aveva intuito tre mesi fa che prima o poi Il Giornale avrebbe potuto occuparsi di lui. Perché una parte del «fascicolo a luci rosse» di cui ha parlato adesso Vittorio Feltri era già stato pubblicato nel giugno scorso. In quel momento direttore era Mario Giordano e si decise di replicare così alle rivelazioni di Patrizia D’Addario sul premier Silvio Berlusconi. «Le escort di D'Alema», titolava in prima pagina, ma poi non si faceva alcun cenno all'ex ministro degli Esteri. Si dava invece conto di un'inchiesta che nel 1999 aveva con­sentito di scoprire festini organizza­ti da alcuni suoi amici e collaborato­ri con ragazze reclutate da Rita Far­nitano, intraprendente signora che in cambio sperava di ottenere appal­ti e incarichi per la sua società di consulenza. Nei loro verbali — pub­blicati dal quotidiano — era chiara­mente spiegato che a introdurre nel mondo della politica e dell'impren­ditoria l'avvenente maitresse era sta­to Francesco Cosimi Proietti, che di Fini era all'epoca il segretario, ma soprattutto uno dei «fedelissimi».

Nelle ultime ore lo sgomento del presidente della Camera per quello che ha definito «un attacco intimi­datorio di inaudita violenza» si è trasformato in rabbia feroce. E allo­ra ha scelto di reagire «in maniera durissima» con una denuncia pena­le contro Feltri «perché io non ho mai avuto frequentazioni di questo tipo o incontri che possano imba­razzarmi e dunque non ho paura che questo fascicolo sia acquisito e reso pubblico». Lo ha detto ai suoi collaboratori, lo ha ripetuto al suo avvocato Giulia Bongiorno, invitan­dola a scegliere la strada più effica­ce da percorrere: «Scatenati perché io ho la coscienza pulita e questa storia voglio portarla fino in fondo. Non ci può essere il mio nome in quelle carte processuali. Se qualcu­no lo tirerà fuori, avrà veicolato una polpetta avvelenata».

L'indagine avviata dalla squadra mobile di Roma e gestita dalla Procu­ra della capitale si è chiusa nel 2000 con un patteggiamento a un anno di pena di Rita Farnitano che si è vista derubricare l’iniziale accusa di corru­zione in sfruttamento della prostitu­zione. Agli atti sono rimasti i raccon­ti dei protagonisti, ma soprattutto l'informativa della polizia che dava conto delle confidenze di una «fon­te» secondo la quale la stessa Farnita­no avrebbe «assoldato una certa Ma­rina per un incontro sessuale retribu­ito con 800 mila lire, all’interno di un ufficio della Camera dei Deputati con un personaggio molto importan­te». La relazione investigativa pub­blicata dava conto anche dell’esito dell’appuntamento: «Al termine del rapporto sessuale l'uomo riferiva al­la ragazza che era rimasto molto sod­disfatto e che, tramite il suo segreta­rio, se lei era disponibile si sarebbe­ro nuovamente incontrati».

Il filone Woodcock Nel 2006 la stessa persona finisce sotto accusa nello scandalo che interessò anche Vittorio Emanuele. A fare il nome di Proietti Cosimi come lo sponsor della signora sono stati gli altri uomini che partecipava­no alle feste e poi si appartavano con le ragazze. Prima Vincenzo Mori­chini, amministratore del consorzio di agenzie Ina-Assitalia di Roma, no­to per essere uno dei proprietari di Ikarus, la barca che condivide con D'Alema che a verbale dettò: «Me la presentò il mio amico Proietti». Poi Roberto De Santis, imprenditore lec­cese, anche lui in legami stretti con l'esponente del Pd: «Ho conosciuto la signora a una cena dove ero stato invitato da Morichini. Oltre a noi erano presenti tale Checchino e tre amiche di Rita». «Checchino»: è sta­to questo nome — pubblicato tre mesi fa — a mettere Fini in guardia. Perché è vero che i rapporti li aveva interrotti nel 2006, quando il segre­tario nel frattempo diventato parla­mentare è finito nell’inchiesta avvia­ta dal pubblico ministero di Poten­za, Henry John Woodcock, sugli affa­ri del principe Vittorio Emanuele di Savoia. Ma dopo l'articolo di Feltri i collaboratori del presidente della Ca­mera hanno cercato di scoprire se dieci anni fa — durante queste sue allegre frequentazioni — Proietti po­tesse aver speso il nome di Fini sia con la maitresse, sia con gli altri im­prenditori che partecipavano agli in­contri. Oppure se questo nome pos­sa averlo fatto la stessa Farnitano, o ancora se sia citato in una delle intercettazioni telefoniche captate all’epoca.

«Se ciò è successo — ha tuonato ieri il presidente — io sono vittima, perché ero totalmente all’oscuro dei legami che Proietti aveva con questa donna, di quello che facevano. Vedia­molo questo fascicolo. Sono anni che vengo sottoposto ad attacchi, se qualcosa di imbarazzante esisteva l'avrebbero già tirato fuori. In ogni caso è il metodo scelto da Feltri che voglio combattere e per questo vo­glio discuterne in tribunale. È inac­cettabile che si tenti di estorcere una posizione o addirittura il consenso politico minacciando di tirare fuori dossier imbarazzanti. Io non ho nul­la di cui imbarazzarmi e dunque pre­sento una querela perché sia chiaro che le allusioni e il linguaggio intimi­datorio non mi spaventano».

Si aspetta Fini che qualche docu­mento sarà pubblicato, ma è pronto a rispondere, «perché quanto è acca­duto nel 2006 ha segnato l’anno del­la svolta nella mia vita privata, mi ha fatto capire chi avessi intorno». La scelta di interrompere i rapporti con Proietti arrivò quando si scoprì che aveva fatto favori al principe Sa­voia, ma anche per la gestione delle società che condivideva con la mo­glie di Fini, Daniela. E quell’indagi­ne portò alla luce anche l’attività di Salvatore Sottile, il portavoce accu­sato di aver avuto incontri sessuali con attrici e soubrette negli uffici di Palazzo Chigi e della Farnesina. Un colpo fortissimo per l’immagine del «capo», che decise così di fare piaz­za pulita tra i suoi collaboratori e da allora ha poi mostrato di aver preso una nuova rotta politica. «Le mie po­sizioni danno fastidio — ha chiesto ieri a chi gli è stato accanto per tutto il giorno –? Non saranno i ricatti di Feltri a farmi cambiare idea».

Fiorenza Sarzanini
16 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #22 inserito:: Settembre 19, 2009, 10:33:43 am »

Le carte: Gli effetti dei cocktail di alcol e droga su cinque donne

Quella maxi-partita di cocaina e i malori delle ragazze in Sardegna

Per gli investigatori nella villa affittata nel 2008 c’erano grosse quantità di stupefacenti


DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

BARI — Alla fine si torna sempre a quella vacanza in Sar­degna nell’estate del 2008. Si ricomincia a indagare su quel­la girandola di feste, incontri, nuove conoscenze che per Gianpaolo Tarantini — im­prenditore pugliese all’epoca già inserito nei giri che conta­no — significò realizzare il so­gno di una vita: diventare ami­co del premier Silvio Berlusco­ni. E si scopre che alcune circo­stanze raccontate sarebbero false, mentre altre sono state invece tenute nascoste. Per­ché nella villa presa in affitto a Porto Rotondo c’era un gran via vai di belle donne e ben cinque di loro si sarebbero sen­tite male dopo essere state stordite con un cocktail di al­col e droga. Ma soprattutto perché nella cassaforte dove Tarantini ha ammesso di aver custodito la cocaina ci sarebbe­ro stati ben più dei 70 grammi di cui ha parlato. «Visto il teno­re di vita della compagnia — ha sottolineato un investigato­re — quel quantitativo poteva bastare appena per un gior­no » .

MEZZO MILIONE - E’ costato oltre 500.000 euro il sog­giorno in Co­sta Smeralda pagato da Ta­rantini e orga­nizzato da Alessandro Mannarini, in quel periodo uno dei suoi collabora­tori più fidati. I conti sono sta­ti fatti proprio da quest’ultimo davanti ai magistrati che lo hanno interrogato qualche giorno fa. Anche lui è indaga­to per cessione di droga, il suo avvocato Marco Vignola esclu­de che stia collaborando. «Si difende — spiega — e chiari­sce gli aspetti che lo riguarda­no, vicende che inevitabilmen­te coinvolgono anche Taranti­ni » .

LA VILLA - Circa 70.000 euro costava la villa di Capriccioli, 2.000 euro all’ora l’uso di un aereo priva­to per gli spostamenti dalla Pu­glia alla Sardegna. Furono ac­quistate quattro auto di grossa cilindrata, si decise di affittare gommoni e moto d’acqua. Fu comprata una cucina e gli arre­di per rendere la dimora lus­suosa e confortevole. Si decise di ingaggiare quattro domesti­ci filippini. Furono bloccate per tutta l’estate stanze all’ho­tel Cala di Volpe e al Capriccio­li per essere certi di poter offri­re ospitalità agli amici. E so­prattutto si convenne di avere sempre a disposizione cocaina ed ecstasy. Nel suo interrogato­rio alla fine di luglio Tarantini ha negato di aver sciolto stupe­facente nel bicchiere di Eva Ca­valli che poi ebbe un malore. La circostanza è stata smentita anche dalla diretta interessata, ma emergerebbe dalle intercet­tazioni telefoniche.

CINQUE CASI DI ABUSO - In realtà sono cinque le don­ne che avrebbero avuto seri problemi per l’abuso di droga. E due di loro hanno presenta­to un esposto a Tempio Pausa­nia. Le denunce sono state ac­quisite dalla procura di Bari che in questi giorni ha chiesto spiegazioni proprio a Mannari­ni. In una conversazione capta­ta il 2 luglio 2008, la moglie di Massimiliano Verdoscia (anco­ra agli arresti domiciliari per la cessione degli stupefacenti) parla con la moglie di Taranti­ni. E le intima: «Devi dire a tuo marito di smetterla con quella cosa nei bicchieri... Tu lo sai che Babu (domestico al­le sue dipendenze) stamattina ha fatto il commento, dice che una ragazza è svenuta nel giar­dino e Babu l’ha presa e ha det­to: 'signora, ma che ha messo qualcosa nel bicchiere di Man­narini?'. Ti rendi conto? Devi dire a Gianpaolo che la deve fi­nire, che quella è una storia pe­ricolosa... » . Mannarini ha negato di es­sere il fornitore della droga: «Mi occupai del trasferimento dei bagagli in almeno quattro viaggi Bari-Olbia effettuati in auto, ma non fui io a prepara­re le valigie e non so che cosa contenessero. E’ possibile che ci fossero stupefacenti». Taran­tini afferma invece che fu pro­prio l’amico a fare da «corrie­re » e poi aggiunge: «L’aveva­mo comprata a Bari e ce la divi­demmo dopo essere arrivati». Ma — è questa l’accusa della Procura — «mente sul quanti­tativo e anche sui fornitori».

I TIMORI PER LA VITA - Il sospetto dei pubblici ministe­ri è che l’imprenditore sia riu­scito a ottenere una grossa «partita» grazie a conoscenze di malavitosi baresi e dunque anche a queste sue frequenta­zioni si riferisse quando ha ma­nifestato «timori per la mia vi­ta e per la mia famiglia». Il provvedimento eseguito ieri riguarda la droga ma è pos­sibile che già dopo l’udienza di convalida arrivino nuove contestazioni. Sibillino sul punto è apparso il procuratore Antonio Laudati: «Il fermo è stato compiuto in relazione a una prospettazione di spaccio, ma le indagini che seguiranno immediatamente dopo il fer­mo riguarderanno tutte le po­sizioni processuali di Taranti­ni ».

Fiorenza Sarzanini
19 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #23 inserito:: Settembre 22, 2009, 11:02:42 am »

INCHIESTA DI BARI

Tarantini, spunta un sms di minacce

Messaggio anonimo a una delle ragazze interrogate per le feste: stai attenta


BARI - C’è un sms che pro­va, secondo la Procura di Bari, le intimidazioni e le pressioni subi­te da almeno una delle ragazze interrogate sulle feste organizza­te nelle residenze del premier Silvio Berlusconi. È arrivato la scorsa settimana sul suo telefo­nino, prima del suo ingresso nel­la caserma della Guardia di Fi­nanza. Ed ha una conclusione eloquente: «Stai attenta». È sta­to inviato da un numero fisso di Roma – 0667…. – e adesso si sta cercando di risalire al mittente, visto che si tratta della derivazio­ne di un centralino.

L’episodio è raccontato nel­l’informativa che gli investigato­ri hanno consegnato ai pubblici ministeri la scorsa settimana per ricostruire gli indizi relativi al pericolo di fuga e di inquina­mento delle prove contestati a Gianpaolo Tarantini. Nella rela­zione si specifica che l’utenza «non è riconducibile all’indaga­to », ma quel messaggio viene in­serito in un quadro più generale di tentativi di condizionare le in­dagini al quale, sostiene l’accu­sa, lo stesso Tarantini non è estraneo. Anche perché chi lo ha scritto, evidenziano gli inve­stigatori, «era informato che la testimone doveva essere interro­gata ».

L’imprenditore nega con deci­sione di aver mai tentato di depi­stare le indagini e anche ieri, nel corso dell’udienza di convalida del fermo, ha ribadito di aver «collaborato sempre in maniera leale con l’autorità giudiziaria». In realtà alle donne ascoltate nei giorni scorsi è stato chiesto più volte se avessero subito avverti­menti o minacce prima di ri­spondere alle domande sui rap­porti con Tarantini, ma soprat­tutto su quanto avveniva duran­te le feste e le cene organizzate nelle residenze presidenziali. In­timidazioni che sembrano emer­gere, talvolta in forma velata, in alcune conversazioni intercetta­te.

Tarantini, dicono i pubblici ministeri, voleva intimidire gli altri indagati e i testimoni per al­leggerire la propria posizione. La sua intenzione, nella convin­zione dell’accusa, è quella di «ri­durre al minimo il danno per sé», ma anche per gli altri perso­naggi coinvolti nella vicenda, an­che se non indagati. Le contesta­zioni su questo punto riguarda­no contatti con giornalisti ai quali avrebbe promesso intervi­ste con l’intenzione di lanciare invece messaggi precisi ad alcu­ni suoi interlocutori sul compor­tamento da tenere in futuro. E con personaggi inseriti in altri ambienti, che avrebbero potuto esercitare condizionamenti ri­guardo allo svolgimento dell’in­chiesta. Proprio in questo conte­sto elencano le dichiarazioni pubbliche rilasciate la scorsa set­timana. «Ho risposto ad alcune domande — si è difeso l’impren­ditore —, ma non avevo alcuna intenzione di essere intimidato­rio, tanto che ho presentato un esposto proprio perché ritengo che la pubblicazione dei verbali mettesse in pericolo me e la mia famiglia».

Il gip gli ha creduto ed è que­sto, adesso, a preoccupare la Pro­cura riguardo alla tenuta dell’in­chiesta. La scelta del presidente del tribunale di affidare la deci­sione sulla convalida del fermo allo stesso giudice che un mese fa aveva già firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei con­fronti di Massimo Verdoscia (in­dagato insieme a Tarantini per cessione di droga) aveva rassicu­rato i pubblici ministeri, convin­ti che la conoscenza degli atti processuali da parte del gip avrebbe consentito loro di otte­nere ragione. Così non è stato e questo verdetto pesa adesso sul­le scelte future. Perché dovrà es­sere compiuta una rilettura dei tre fascicoli (stupefacenti, prosti­tuzione, corruzione nella sani­tà) e bisognerà disporre nuove verifiche prima di decidere le mosse da compiere in futuro.

Gli approfondimenti si con­centreranno pure sulla disponi­bilità patrimoniale dell’indaga­to in Italia e all’estero, sviluppan­do alcune tracce che secondo gli inquirenti già provano la sua vo­lontà di «sottrarsi allo svolgi­mento del processo». Nel prov­vedimento di fermo venivano ci­tati il viaggio in Tunisia effettua­to agli inizi di giugno e quello in Austria ad agosto, paventando la possibilità che proprio in Tu­nisia «l’indagato potrebbe crea­re una base». Ieri Tarantini ha di­chiarato che tutti i suoi sposta­menti «sono sempre stati comu­nicato alla polizia giudiziaria, al­la quale ho anche consegnato le fatture di alberghi e ristoranti proprio per dimostrare la mia permanenza in quei luoghi».

Il gip ha ritenuto che fosse in buona fede e dunque l’obiettivo dei pubblici ministeri è ora di­mostrare che la «rete» tessuta in questi anni è pronta a protegger­lo nel modo più efficace possibi­le, anche per evitare conseguen­ze sugli altri personaggi con i quali aveva rapporti.

Fiorenza Sarzanini
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« Risposta #24 inserito:: Ottobre 05, 2009, 06:31:15 pm »

Li aveva inviati la protezione civile

I due messaggi di «allerta» da Roma che potevano salvare Messina

Destinatari: la Regione e poi la Prefettura e i Comuni. Ma nessuno ha evacuato le zone a rischio

   
ROMA - C’è una catena di errori, omissioni e ritardi dietro la tragedia di Messina. Ci sono le responsabilità di chi sarebbe do­vuto intervenire per far fronte a due avvisi di emergenza che in­vece sembrano non essere stati tenuti nella giusta considerazio­ne e, da parte di alcuni enti, addi­rittura ignorati. Perché in caso di allerta massima deve essere avviata una procedura standard, invece qualcosa non ha funziona­to. E dunque non sarà difficile per chi indaga stabilire l’identità di chi doveva far scattare il pia­no, visto che i ruoli sono indivi­duati in una direttiva firma­ta nel febbraio del 2004 dal presidente del Consiglio che al­l’epoca era Silvio Ber­lusconi. E non basterà, come ha fatto ieri lo stesso premier, afferma­re che «la precipitazione è stata più intensa del previsto», perché le dispo­sizioni individuano gli strumenti da adottare an­che a fronte di eventi ecce­zionali come questo. È il 30 settembre quando il Dipartimento della protezio­ne civile dirama da Roma un «avviso di condizioni meteoro­logiche avverse».

Non è il solito allarme meteorologico, ma un bollettino che impone agli esper­ti di prendere contromisure parti­colari. E infatti l’ufficio stampa decide di evidenziarlo con un co­municato che viene diramato po­co dopo. «Dal primo pomeriggio di domani giovedì 1˚ ottobre 2009 e per le successive 24/36 ore — è scritto nel documento in­viato ai responsabili della prote­zione civile regionale e ai prefetti della Sicilia, del Lazio e della To­scana — si prevedono precipita­zioni sparse a prevalente caratte­re di rovescio o temporale anche di forte intensità, su Lazio e sulla Sicilia. I fenomeni saranno ac­compagnati da forti raffiche di vento e attività elettrica». La direttiva approvata cinque anni fa parla chiaro e stabilisce che sia il Centro Funzionale a va­lutare gli scenari di rischio. In Si­cilia questa struttura non è ope­rativa e dunque i suoi compiti so­no affidati alla Regione. «Tocca a loro — chiarisce l’ingegner Pao­la Pagliara, responsa­bile del servizio idro­geologico del Dipar­timento della Prote­zione Civile — dira­mare gli avvisi da in­viare alle prefetture e agli enti locali, in questo caso i Comuni».

Un obbli­go reso ancor più pressante il giorno successivo, poche ore pri­ma del disastro. Poco prima delle 15 del 1˚ ot­tobre viene diramato un nuovo notam che evidenzia le «condi­zioni avverse» e torna a inserire la Sicilia nelle zone dove sono previsti «temporali anche di for­te intensità», ma soprattutto a sottolineare l’arrivo di «venti for­ti con raffiche di burrasca, dai quadranti occidentali». In situa­zioni del genere la catena di in­tervento parte dal presidente del Consiglio Regionale e arriva fino ai sindaci perché sono le struttu­re presenti sul territorio a dover conoscere quali siano le aree maggiormente esposte al perico­lo di fronte a eventi meteorologi­ci di particolare intensità. Non a caso un intero capitolo della di­rettiva è dedicato al rischio fra­ne. Il documento riconosce «la difficoltosa prevedibilità di que­sto tipo di fenomeno» e per que­sto «impone di dedicare la massi­ma attenzione sia alle fasi che precedono e accompagnano l’evento, tra le quali è da inten­dersi la previsione delle situazio­ni locali oltre a quelle generali, sia a quelle che è necessario pro­trarre anche dopo la fine del­l’evento stesso. Gli scenari di ri­schio e la loro evoluzione nel tempo reale dovranno quindi, e per quanto possibile, essere for­mulati anche sulla base di speci­fiche e dettagliate osservazioni effettuate sul campo, le quali po­tranno essere opportunamente affidate e organizzate anche nel­l’ambito dei piani comunali d’emergenza». Linguaggio buro­cratico che però evidenzia quan­to doveva essere fatto: esamina­re la situazione nei paesi che si trovano sotto la montagna e, di fronte al salire dell’intensità del temporale, valutare pure l’ipote­si di evacuare quelle abitazioni costruite dove più alto era il ri­schio di smottamento del terre­no. Nulla di tutto questo, alme­no a quanto risulta sino ad ora, è stato fatto. E quindi bisognerà stabilire chi — tra Regione, pro­tezione civile locale, prefettura e Comuni — abbia lasciato cadere l’allarme decidendo che non era il caso di intervenire nonostante la doppia segnalazione di ri­schio.

Fiorenza Sarzanini
05 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #25 inserito:: Ottobre 23, 2009, 09:46:59 am »

Lui: «non mi hanno estorto soldi»

Nel video un incontro privato del governatore del Lazio

L'indagine nata per caso: da intercettazioni si scopre che qualcuno cerca di vendere a una so­cietà il filmato


ROMA - Sono stati arre­stati per un’estorsione da 80.000 euro al presidente del­la Regione Lazio, Piero Mar­razzo. Soldi che sarebbero sta­ti versati in quattro tranche per evitare la diffusione di un video che ritraeva l’esponen­te del Partito democratico in momenti intimi. Sono quat­tro i carabinieri finiti in carce­re. Sottufficiali in servizio presso la Compagnia Trionfa­le di Roma accusati di estor­sione, ma anche di altri reati, compreso lo spaccio di so­stanze stupefacenti. A cattu­rarli sono stati giovedì mattina i loro colleghi del Ros, il rag­gruppamento operativo spe­ciale, che appena poche ore prima avevano interrogato lo stesso Marrazzo. Il governato­re non aveva infatti presenta­to alcuna denuncia, dunque dopo aver ascoltato la sua ver­sione si è deciso di far scatta­re l’operazione.

L’indagine nasce casual­mente, nell’ambito di accerta­menti che riguardavano una vicenda completamente di­versa. Circa sei mesi fa, ascol­tando alcune conversazioni intercettate, gli investigatori scoprono che qualcuno sta cercando di vendere a una so­cietà di produzioni televisive di Milano un filmato che ri­trae Marrazzo insieme ad un’altra persona in atteggia­menti privati. Si decide così di attivare nuovi controlli e si scopre che chi ha in mano la videocassetta è riuscito ad ar­rivare anche al governatore per ricattarlo. I colloqui capta­ti sui telefoni degli indagati consentono di stabilire che il video è stato girato nel corso di un’irruzione effettuata nel­l’abitazione di questa perso­na che Marrazzo avrebbe già incontrato in precedenza e con la quale si stava intratte­nendo. Le richieste di denaro co­minciano dopo poco, con la minaccia esplicita di diffonde­re le immagini compromet­tenti. Ed è proprio a questo punto che, secondo l’accusa, sarebbe stata presa la decisio­ne di pagare, ma non è chiaro se i versamenti siano avvenu­ti direttamente o attraverso intermediari. Così come non si sa se sin dall’inizio fossero state pretese diverse tranche o se invece gli estorsori abbia­no deciso di approfittare del­la situazione pretendendo sempre più soldi. Resta il fat­to che in sei mesi sarebbero riusciti a ottenere 80.000 eu­ro ed è probabile che avrebbe­ro continuato la loro attività illecita se il Ros non fosse in­tervenuto per fermarli.

Durante l’interrogatorio av­venuto mercoledì Marrazzo avrebbe spiegato di non ave­re avuto alcuna percezione che i ricattatori erano carabi­nieri. Del resto sembra che gli stessi investigatori del Ros abbiano capito di avere a che fare con colleghi soltanto quando le verifiche erano or­mai in fase avanzata. Durante i tentativi di vendere il filma­to i quattro non hanno mai fatto cenno al proprio ruolo all’interno dell’Arma, cercan­do anzi di mascherarsi utiliz­zando telefoni privati e na­scondendo in ogni modo la propria identità. Già tre anni fa - indagan­do su un’attività di spionag­gio messa in piedi dai collabo­ratori dell’allora presidente della Regione Francesco Sto­race che volevano screditare gli avversari nella corsa per il governatore - un investiga­tore privato confessò che era stato messo in piedi un com­plotto «per distruggere Mar­razzo non solo sul terreno po­litico, ma anche su quello pri­vato» e chiarì che il proposito era stato abbandonato soltan­to perché «non ci siamo fida­ti delle persone che avevamo ingaggiato».

Possibile che anche i quat­tro carabinieri facciano parte di un complotto? Le verifiche svolte finora avrebbero esclu­so l’esistenza di mandanti, ma soltanto quando comince­ranno gli interrogatori degli arrestati si potrà comprende­re meglio in quale ambito si siano mossi. Il governatore avrebbe infatti frequentato di­verse volte quell’abitazione dove è stato poi filmato e dunque non si può escludere che i carabinieri lo abbiano sa­puto attraverso una «soffia­ta». Del resto i sottufficiali so­no entrati nell’appartamento vestiti «in borghese», utiliz­zando uno stratagemma, e co­sì sarebbero riusciti a sor­prendere il presidente Mar­razzo. Secondo i primi accer­tamenti i militari del Trionfa­le avevano messo in piedi una vera e propria associazio­ne per delinquere che, oltre all’estorsione di Marrazzo, avrebbe compiuto altri gravis­simi reati come la detenzione e lo spaccio di stupefacenti. Non è chiaro da dove prove­nisse la droga, ma non è escluso che siano riusciti a procurarsela proprio nell’am­bito della loro attività illecita legata a questa storia.

Fiorenza Sarzanini

23 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #26 inserito:: Ottobre 25, 2009, 04:18:11 pm »

IL CASO LAZIO

Marrazzo, si cerca altro video

I ricattatori gli avrebbero chiesto anche un trasferimento.

Forse altre vittime. Le immagini sequestrate a «Chi»

   
ROMA - «Mi sono venuti sotto al­tre volte». È questa frase, pronuncia­ta da Piero Marrazzo al termine del­l’interrogatorio del 21 ottobre scor­so, a svelare quanto forti fossero le pressioni esercitate dai carabinieri che lo ricattavano. Dopo l’irruzione nella casa di via Gradoli avvenuta agli inizi di luglio, li incontrò altre volte. Volevano soldi, ma chiedeva­no anche favori. In particolare pre­tendevano un suo intervento affin­ché uno di loro ottenesse il trasferi­mento dalla caserma di via Trionfale. In mano avevano i suoi tre assegni per un totale di 20.000 euro e il video che lo ritraeva insieme ad un transes­suale. Ma forse avevano anche altro. Le indagini si concentrano sulla pos­sibilità che esista un secondo filmato dove il governatore della Regione La­zio è ripreso in un’occasione diversa e con lui ci sono due transessuali.

Altri ricatti
Adesso le indagini dovranno veri­ficare perché, mentre trattavano con il governatore, i carabinieri poi arre­stati abbiano tentato in ogni modo di vendere le immagini a giornali e televisioni. Se il loro obiettivo era quello di tenerlo sotto scacco, dove­vano essere consapevoli che la pub­blicazione — anche parziale — avreb­be fatto svanire la possibilità di otte­nere da lui nuovi vantaggi. E dunque non si può escludere che si fossero messi al servizio di qualcuno e stesse­ro eseguendo nuove disposizioni, an­che con la speranza di ricavare mag­giori guadagni. Max Scarfone — il fo­tografo noto per aver ritratto il porta­voce del governo Prodi Silvio Sirca­na mentre si avvicina con l’auto ad un transessuale — li conosceva be­ne, tanto da aiutarli a prendere con­tatti con «testate giornalistiche ed agenzie » . Durante l’interrogatorio ha eviden­ziato «i loro innumerevoli contatti negli ambienti criminali della città», ma soprattutto «le rilevanti risorse patrimoniali che hanno a disposizio­ne ». Gli stipendi dei sottufficiali del­l’Arma si aggirano sui 1.500 euro al mese. Da dove arrivavano gli altri sol­di? L’ipotesi esplorata dagli inquiren­ti è che altri ricatti possano essere stati portati avanti, altri clienti mi­nacciati. Almeno due militari arresta­ti hanno ammesso di avere buoni confidenti nell’ambiente dei transes­suali di quella zona. Persone dispo­ste a fornire la «soffiata» giusta pur di poter continuare a svolgere le pro­prie attività illecite come lo sfrutta­mento e lo spaccio di droga. Dunque a segnalare la partecipazione di per­sonaggi pubblici a incontri e festini. Ed è proprio questa certezza investi­gativa ad avvalorare l’ipotesi che ci si­ano vittime di altri ricatti. Del resto l’eventualità di finire nei guai non sembrava spaventarli: il carabiniere scelto Carlo Tagliente era già finito sotto stretta osservazione dei suoi su­periori per alcune violazioni discipli­nari, sospettato pure di essere un consumatore di stupefacenti.

«Sembrava in trance»
Intorno a Marrazzo erano riusciti a stringere una tenaglia. Lo tenevano sotto pressione e intanto trattavano la vendita del filmato. Mostravano un video di un minuto e mezzo, cer­tamente parte di un film molto più lungo. Una sorta di «promo» per cat­turare l’interesse dei possibili acqui­renti prima di consegnare tutto il «gi­rato » che potrebbe durare addirittu­ra quindici o venti minuti. Questo al­meno sospettano gli investigatori del Ros dopo aver ascoltato le inter­cettazioni telefoniche e ambientali dei loro colleghi che forniscono det­tagli ai propri interlocutori. La scor­sa settimana ne hanno sequestrato una copia nella redazione di «Chi», il settimanale della Mondadori diretto da Alfonso Signorini, e questo vuol dire che la trattativa era già in una fa­se avanzata. Agli inizi di settembre «Oggi» aveva invece visionato le im­magini, ma non le aveva ritenute in­teressanti.

Era stato pro­prio Scarfone a contatta­re l’inviato Giangavino Sulas. «Mi diedero ap­puntamento in piazza Mazzini — conferma il giornalista — e lì, oltre al fotografo, trovai un certo Antonio che mi disse subito di essere un carabiniere. Dopo un lun­go giro in macchina mi portarono in un appartamento nella zona nord do­ve c’era un altro uomo che negò inve­ce di appartenere all’Arma. Mi fecero vedere il filmato che era di pessima qualità e con l’audio abbassato. Era stato certamente girato con un telefo­nino. Indugiava sui particolari, si chiudeva con un’inquadratura della targa dell’auto di servizio del presi­dente, una Lancia K. Ma la cosa che mi colpì fu proprio Marrazzo che si appoggiava allo stipite di una porta e sembrava quasi in trance. Era robac­cia e d’accordo con il mio direttore comunicammo di non essere interes­sati » . Il presidente della Regione, ed ex conduttore di «Mi manda Raitre», ha raccontato durante il suo interrogato­rio di essere stato minacciato dai due carabinieri che fecero irruzione nel­l’appartamento «perché volevano i soldi». Ha ammesso di aver staccato i tre assegni per paura dell’arresto, vi­sto che nella stanza c’erano strisce di cocaina. Ha anche aggiunto che «la droga era sparita dopo che loro usci­rono dalla casa», così facendo presu­mere che se la siano portata via. Ma potrebbe aver omesso alcuni dettagli di quell’episodio e di quanto è avve­nuto nei giorni successivi sulle ri­chieste ricevute.

Fiorenza Sarzanini
25 ottobre 2009
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« Risposta #27 inserito:: Ottobre 26, 2009, 09:43:15 am »

Il retroscena dell'inchiesta

Marrazzo avvertito da Berlusconi: a Milano hanno un video contro di te

Venne offerto alla Mondadori.

Il governatore cercò di acquistarlo da un’agenzia


ROMA — Tre giorni prima dell’arresto dei carabinieri del­la Compagnia Trionfale, Silvio Berlusconi ha avvisato Piero Marrazzo che alla Mondadori era stato offerto il video che lo ritraeva in compagnia di un transessuale. E il governatore del Lazio ha contattato l’agen­zia fotografica Photo Masi per cercare di recuperare quel fil­mato. È l’ultimo, clamoroso, retro­scena che emerge dall’indagi­ne sul ricatto al presidente della Regione. Rivela infatti come lo stesso Marrazzo — proprio come era avvenuto a luglio quando fu sorpreso nel­l’appartamento romano di via Gradoli — abbia deciso di non presentare alcuna denun­cia, cercando invece di chiude­re personalmente la partita. Comincia tutto la scorsa setti­mana quando l’agenzia Photo Masi di Milano contatta il set­timanale Chi e offre il video.


LA CHIAMATA DA ARCORE - Racconta il direttore Alfonso Signorini: «Me l’ha offerto la ti­tolare Carmen Masi e io l’ho preso in visione. Mi disse che il prezzo era di 200.000 euro trat­tabili. Ho spiegato subito che non mi interessava, però — co­me spesso avviene per vicende così delicate — ho detto che ne avrei parlato con i vertici del­l’azienda. Ho subito informato la presidente Marina Berlusco­ni e l’amministratore delegato Maurizio Costa, con i quali ab­biamo concordato di rifiutare la proposta».
È a questo punto che, presumibilmente, la stes­sa Marina Berlusconi avvisa il padre di quanto sta accadendo. Lunedì scorso il presidente del Consiglio visiona le imma­gini. Poi chiama Marrazzo. Lo confermano ambienti vicini al capo del governo e lo stesso Marrazzo — quando ormai la vicenda è diventata pubblica — lo racconta ad alcuni amici, anche se non specifica a tutti chi sia l’interlocutore che lo ha messo in guardia. Durante la telefonata Berlu­sconi lo informa che il video è nella mani della Mondadori, gli assicura che la sua azienda non è interessata all’acquisto e gli fornisce i contatti della Pho­to Masi in modo da cercare un accordo direttamente con loro.
L’obiettivo del capo del gover­no appare chiaro: smarcare il suo gruppo editoriale da even­tuali accuse di aver gestito il fil­mato a fini politici, ma anche mostrare all’opposizione la sua volontà di non sfruttare uno scandalo sessuale. Una mossa che arriva al termine di trattati­ve con altri quotidiani a lui vici­ni che avevano comunque rite­nuto il filmato «non pubblicabi­le », come ha sottolineato il di­rettore di Libero , Maurizio Bel­pietro, quando ha raccontato di averlo visionato.


L'INTERMEDIARIO - In ogni caso il governatore capisce che si è aperta una via d’uscita, probabilmente è con­vinto di potersi così sottrarre al ricatto dei carabinieri.
Telefo­na alla titolare della società e prende un appuntamento per il mercoledì successivo. L’ac­cordo prevede che sia un suo intermediario ad andare a Mila­no.
È il «metodo Corona», con la vittima che tenta di far spari­re dal mercato materiale com­promettente. Carmen Masi avverte Max Scarfone, il fotografo che ha avuto il video dai militari del Trionfale e ha incaricato lei di occuparsi della vendita. Gli pre­nota via Internet un biglietto ferroviario per farlo andare nel capoluogo lombardo e assiste­re all’incontro. Gli investigatori del Ros capi­scono che devono intervenire perché la trattativa è nella fase finale, dunque il filmato ri­schia di essere distrutto con l’eliminazione della prova del­l’estorsione. Alle 23 di martedì scorso bloccano Scarfone alla stazione e lo portano in caser­ma per l’interrogatorio. Il foto­grafo conferma quanto già emerge dalle intercettazioni te­lefoniche. All’alba viene perqui­sita la Photo Masi e sequestrata una copia del video. Alle 18 la stessa squadra del Ros entra nella redazione di Chi per prendere la seconda co­pia. L’appuntamento con il governatore viene immediata­mente annullato.


LO STUPORE DEI PM - Il giorno dopo Marrazzo è convocato in Procura. «Crede­vo che i magistrati dovessero parlarmi di qualche indagine le­gata agli appalti», racconterà poi ai collaboratori. E i pubbli­ci ministeri gli comunicano di aver scoperto il ricatto dei cara­binieri, lo interrogano come parte lesa. Lui racconta l’irruzione, spie­ga di aver consegnato gli asse­gni, ammette anche che nella casa del transessuale c’era coca­ina. Ma nulla dice di quanto lui ha tentato di fare per cercare di bloccare la pubblicazione del video. Di fronte ai magistrati si mostra anzi stupito che ci sia per le conseguenze. A questo punto c’è una sorta di «patto tra gentiluomini» come lo definiscono negli ambienti giudiziari. Si decide che, quan­do la notizia sarà pubblica con l’arresto dei 4 carabinieri, lui dovrà dire che si tratta di una «vicenda privata» e nessun al­tro fornirà dettagli. E invece, di fronte al clamore, Marrazzo rea­gisce in maniera diversa. Parla di una «bufala», addirittura ipotizza che quel filmato sia «un falso» lasciando così inten­dere che all’interno dell’Arma sia stato ordito un complotto ai suoi danni. Una linea di dife­sa incomprensibile, visto che lui stesso ha appena ammesso tutto davanti ai magistrati, che alla fine lo costringe alla resa. E adesso i magistrati stanno veri­ficando se quanto è stato sco­perto finora — uso dell’auto di servizio, droga nell’apparta­mento del trans — possa far cambiare la sua posizione giu­diziaria.

Fiorenza Sarzanini

26 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #28 inserito:: Ottobre 27, 2009, 06:59:45 pm »

 Il retroscena

Così il governatore trattò per avere il video

Avrebbe cercato di comprare le immagini: «Vi manderò il mio legale. So che avete qualcosa che mi riguarda»


ROMA — «Manderò un legale per firmare il contratto». Così, lunedì scorso, Piero Marrazzo aveva chiuso la telefonata con la titolare del­l’agenzia Photomasi che aveva in esclusiva il suo filmato insieme ad un transessuale. L’appun­tamento era stato fissato per le 20 di mercoledì nello studio dell’avvocato milanese Marco Eller Vainicher da una persona che il giorno dopo ave­va telefonato a nome di Marrazzo per conferma­re. A bloccare tutto è stato il blitz dei carabinieri del Ros che hanno deciso di intervenire per evi­tare la distruzione della prova del reato commes­so dai loro colleghi, accusati di aver ricattato lo stesso Marrazzo.

Quello stesso mercoledì il pre­sidente della Regione Lazio è stato convocato dai pm romani. Ha raccontato di essere stato av­visato da Silvio Berlusconi dell’esistenza del fil­mato, ma nulla ha detto dei suoi tentativi di far­lo sparire dalla circolazione, omettendo anche il nome della persona che ha confermato per suo conto l’appuntamento. Che cosa voleva nascon­dere? Aveva sollecitato altre garanzie alla socie­tà? In un’intervista che sarà pubblicata dal setti­manale Oggi Carmen Masi racconta i contatti con il governatore specificando che la sua telefo­nata «mi fu preannunciata da un giornalista del­la Mondadori». Si sa che il contratto doveva pre­vedere la vendita in esclusiva per ottenere la cer­tezza che da quel momento nessuno avrebbe mai più avuto nella disponibilità il video. Ma questo non spiega comunque l’atteggiamento del governatore e la sua scelta di non denuncia­re quanto stava accadendo. Come poteva essere sicuro che qualcuno non ne possedesse altre co­pie? E soprattutto, dopo essere stato ricattato dai carabinieri, chi avrebbe potuto garantirgli che non ci fossero in giro fotografie o altro mate­riale compromettente? Del resto sapeva bene che i militari del Trionfale avevano in mano tre assegni da lui firmati — uno da 10.000 euro e due da 5.000 — che aveva staccato quando fu sorpreso in casa con la transessuale. E questo avrebbe dovuto fornirgli la consapevolezza che non poteva bastare l’acquisto del filmato per avere la certezza di essere al riparo da ulteriori conseguenze.

Anche perché, nonostante abbia raccontato di aver dato incarico al suo segreta­rio di denunciare lo smarrimento dei titoli, si sa che nessun esposto è stato poi presentato. Troppi dettagli di questa storia rimangono oscuri. E il principale riguarda proprio i soldi che Marrazzo è stato disposto a versare purché questa vicenda non venisse resa nota. Si sa che per il video era stato fissato un prezzo di vendita di 200.000 euro. L’agenzia aveva comunicato ad Antonio Tamburrino — uno dei carabinieri poi arrestati, accusato soltanto di ricettazione — che si trattava di una cifra troppo elevata. «Il mio cliente — chiarisce il difensore Mario Grif­fo — si era fatto portavoce della richiesta dei suoi colleghi, ma è in grado di dimostrare di non avere alcuna consapevolezza che si trattas­se di materiale di provenienza illecita», motivo che giustificherebbe una richiesta tanto esosa. «Al telefono con Marrazzo non si parlò di ci­fre », racconta Carmen Masi a Oggi non confer­mando così che il prezzo pattuito potesse essere di circa 90.000 euro. Si sa che il governatore con­tattò la donna da un telefono cellulare, si qualifi­cò e aggiunse: «So che lei ha qualcosa che mi riguarda». Poi comunicò la sua intenzione di af­fidarsi a un legale per cercare di chiudere al più presto la partita, nonostante fosse ancora aperta quella con i carabinieri che lo ricattavano. Quanti soldi aveva consegnato loro? Ai magi­strati Marrazzo non ha mai parlato di soldi versa­ti in contanti. Ma gli investigatori sospettano che i 5.000 euro fossero una delle tranche pattui­te per comprare il silenzio dei carabinieri anche se lui dice che loro glieli hanno rubati.

Fiorenza Sarzanini

27 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #29 inserito:: Novembre 02, 2009, 10:39:01 am »

L’inchiesta - Da oggi cominciano gli interrogatori. Le contraddizioni tra l’ex presidente della Regione e Natalie

Marrazzo, nuove accuse ai ricattatori

I carabinieri arrestati avrebbero rapinato numerosi trans.

L’ipotesi di video su altri clienti


ROMA — I carabinieri che ri­cattavano Piero Marrazzo avrebbero compiuto altre rapi­ne. A confermare il sospetto de­gli investigatori del Ros è stato Natalie, 37 anni, il transessuale filmato in compagnia del go­vernatore. Durante i suoi due interrogatori della scorsa setti­mana ha riferito nomi e circo­stanze. Questa parte della sua deposizione è stata coperta da omissis, probabilmente per na­scondere il nome dei clienti presenti durante le irruzioni. Dieci giorni dopo la scoperta dell’esistenza del video utilizza­to per tenere sotto pressione il presidente della Regione La­zio, si rafforza l’ipotesi che al­tri incontri possano essere sta­ti «ripresi». E dunque che an­che ad altre persone possano essere stati chiesti soldi in cam­bio del silenzio.

Ci sono diversi brani del ver­bale che i pubblici ministeri hanno «omissato». L’attendibi­lità di Natalie — all’anagrafe Jo­sé Alexandre Vidal Silva — è confermata dalla scelta dei ma­gistrati di concedere un per­messo di soggiorno a fini di giustizia. E questo fa ritenere che abbia fornito elementi pre­ziosi per verificare quanto am­pio fosse il «giro» dei militari in servizio presso la Compa­gnia Trionfale, tuttora rinchiu­si in una sezione speciale del carcere di Rebibbia. «Sono mol­to noti nell’ambiente dei trans — ha affermato il transessuale — perché soliti entrare nelle ca­se e rubare tutti i soldi e gli og­getti di valore. A una mia ami­ca transessuale di nome Raquel che abita in Due Ponti 150, da quanto da lei riferito­mi, hanno rapinato 1.600 euro in contanti, un computer e tan­ti profumi di marca».

Natalie tornerà al palazzo di giustizia nei prossimi giorni, ma prima — domani pomerig­gio — il pubblico ministero ascolterà Nicola Testini, Lucia­no Simeone e Carlo Tagliente, accusati di estorsione e altri re­ati. Nessuna richiesta è stata presentata per Antonio Tam­burrino, accusato soltanto del­la ricettazione del filmato, e questo — sottolinea il suo lega­le Mario Griffo — «conferma come le posizione processuali siano molto diverse». In vista dell’udienza del Tribunale del Riesame fissata per mercoledì, il magistrato ha deciso di ascol­tare nuovamente Marrazzo, for­se addirittura già oggi.

Sono ancora troppe le con­traddizioni e le omissioni che emergono da una lettura com­parata dei verbali riempiti dai protagonisti di questa vicen­da. E quelle più evidenti ri­guardano proprio la ricostru­zione fornita dal governatore e quella di Natalie, anche su dettagli apparentemente bana­li, quasi accreditando la possi­bilità che in realtà siano stati due gli incontri filmati.

Nel primo interrogatorio il transessuale sostiene che l’irru­zione dei carabinieri avviene a giugno, Marrazzo parla degli inizi di luglio. Secondo Natalie era pomeriggio, il governatore dice invece «le prime ore della mattina » .

L’ex presidente della Regio­ne dovrà poi precisare quanti soldi abbia davvero versato ai carabinieri (finora ha detto che furono portati via 2.000 euro suoi e 3.000 di Natalie) e, so­prattutto, se quella mazzetta di banconote che si vede nel filmi­no fosse il prezzo del ricatto. «Erano almeno 15.000 euro», ha raccontato agli investigatori del Ros Max Scarfone, il foto­grafo che fece da intermediario per vendere il filmato. «Erano certamente tanti, molto più di 5.000. Una «pila» alta: sotto quelli da cinquecento euro e poi quelli da cento, fino ad arrivare a quelli da cinquanta e da dieci», ha aggiunto Giangavino Sulas, il giornalista di Oggi che ha potuto vedere il vi­deo. Ma soprattutto dovrà dire se è vero che dopo l’irruzione chiese a Natalie di rag­giungerlo a casa — co­me ha raccontato il transessuale — e, in ca­so affermativo, per quale ragione.

Ancora tutti da chia­rire anche i rapporti tra i carabinieri arresta­ti e Gianguarino Cafas­so, lo spacciatore mor­to qualche settimana fa, che per primo aveva tentato di vendere il video. I militari so­stengono che fu proprio lui a filmare Marrazzo, ma i magi­strati ritengono questa versio­ne «non credibile», anche se proseguono gli accertamenti per capire quale sia stato il suo ruolo effettivo.

Fiorenza Sarzanini

02 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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