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Autore Discussione: Fiorenza SARZANINI.  (Letto 102406 volte)
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« Risposta #30 inserito:: Novembre 04, 2009, 11:28:29 am »

Il pusher morto disse al suo legale: io c’ero. Ma l’ex presidente della Regione NEGA

Il mistero della droga e il ruolo di Cafasso

Le versioni discordanti del giornalista sulla cocaina nell’appartamento di via Gradoli

   
ROMA — Al suo difensore lo aveva confidato subito: «So­no stato presente». E adesso attorno a quelle parole pro­nunciate da Gianguarino Ca­fasso — il pusher morto il 12 settembre che per primo ave­va cercato di vendere il video di Piero Marrazzo in compa­gnia del transessuale — ruota uno dei misteri principali del­la vicenda che ha costretto al­le dimissioni il governatore del Lazio. Perché per arrivare alla verità bisogna scoprire chi c’era davvero in quell’ap­partamento quando fecero ir­ruzione due carabinieri della Compagnia Trionfale.

La versione fornita durante l’interrogatorio di due giorni fa dall’ex presidente della Re­gione non ha affatto convinto i pubblici ministeri. Lo convo­cheranno ancora, ma intanto stanno valutando le sue di­chiarazioni, certi che siano an­cora troppi i punti che non ha chiarito. Uno su tutti: quanti soldi sono stati versati e a chi. Dunque, è dalle sue affer­mazioni che bisogna ripartire per individuare tutti i tasselli di questa storia. E così verifi­care come mai prima Cafasso e poi i carabinieri abbiano de­ciso di mettere il filmato in vendita, trasformando un po­tenziale ricatto alla vittima in una trappola politica che lo ha stritolato. Marrazzo nega che il 3 lu­glio scorso Cafasso fosse nel­l’appartamento. I primi a smentirlo sono stati i carabi­nieri arrestati, fornendo una spiegazione che appare plausi­bile: «C’era poiché lui è il clas­sico 'pappone' dei transessua­li ed era lì per prendere la sua parte di soldi». E l’avvocato Cinquegrana, legale del pu­sher, ha aggiunto: «Cafasso mi disse che il video era stato girato dai carabinieri e che lui era presente».

Nei suoi inter­rogatori l’avvocato ha mostra­to di aver preso parte attiva ai tentativi di trovare un acqui­rente per il filmato, tanto che alla fine ha dovuto ammette­re: «Mi chiese di aiutarlo e mi chiese in particolare se cono­scevo qualche giornale di cen­trodestra e io mi ricordai che un mio collega qualche tem­po prima aveva conosciuto una giornalista di Libero . Era­vamo d’accordo con il Cafas­so che qualora fosse andata a buon fine la trattativa della vendita, mi avrebbe versato un onorario ben definito». Erano in molti, evidente­mente, a dover guadagnare qualcosa da questa storia e forse è proprio questo il moti­vo che li spinge adesso a mentire.

Ma che cosa nascon­de Marrazzo, perché — lui che ha invece già perso mol­tissimo — continua a mo­strarsi reticente? «I soldi ser­vivano anche per la cocai­na », ha affermato nell’inter­rogatorio di lunedì, ammet­tendo così di farne uso, ma continuando a negare che il 3 luglio ne avesse a disposi­zione. Eppure nel filmato le strisce già pronte sono ben visibili, la stessa Natalie ha ricono­sciuto come suo il piatto dove sono sistemate accanto a una cannuccia per l’aspirazione e a una banconota arrotolata. Se — come sostie­ne l’ex presidente della Regio­ne — Cafasso non c’era, chi aveva portato la coca? Il 20 ottobre, quando fu convocato dal procuratore di Roma, prima dell’arresto dei quattro carabinieri Marrazzo affermò: «Mi accorsi a un cer­to punto che c’era polvere bianca, ma io non ne ho fatto uso. Preciso di aver notato la polvere bianca solo durante la permanenza dei due uomi­ni. Infatti posso avanzare l’ipotesi che siano stati loro a mettere la polvere bianca sul tavolino». È una versione che non ha ribadito nell’ulti­mo interrogatorio, consape­vole che avrebbe rischiato un’accusa di calunnia nei confronti dei militari. L’ex governatore avrebbe fatto marcia indietro anche ri­guardo ai tre assegni (uno da diecimila euro e due da 5.000 euro ciascuno) che inizial­mente aveva detto di aver con­segnato ai due «perché avevo paura sia di essere arrestato, sia per la mia incolumità». Del resto lui stesso ha dichia­rato lunedì di non essersi «mai sentito ricattato». E poi ha aggiunto: «È stata una rapi­na ». Eppure il suo segretario aveva presentato una denun­cia di smarrimento di quei ti­toli, proprio come lui gli ave­va chiesto. Ed è su questo ulte­riore mistero che si concentra­no adesso le verifiche, per sta­bilire se gli assegni possano essere finiti in mano a qual­che altro protagonista di que­sta vicenda.

Fiorenza Sarzanini

04 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #31 inserito:: Novembre 05, 2009, 10:21:04 am »

I verbali dell’ex presidente

«Il video con due trans? Presi cocaina, non ricordo»

Il sospetto: nel telefonino del pusher immagini di altri clienti


ROMA — Filmato in un apparta­mento mentre si intrattiene con due transessuali. È questo l’ultimo incu­bo di Piero Marrazzo. Perché lunedì scorso, quando è stato ascoltato per la seconda volta, l’ex presidente del­la Regione Lazio ha ammesso di aver avuto rapporti a pagamento con altri viados, oltre a quelli con Natalie. E così ha confermato quanto già emer­geva dagli accertamenti compiuti in­terrogando proprio i brasiliani che abitano tra via Gradoli e via Due Pon­ti.

Stordito dalla cocaina
Afferma Marrazzo: «Ho avuto in­contri di questo tipo con un certo Brenda, nome che ho letto sui giorna­li in questi giorni e che mi sembra di ricordare. Nell’occasione di un incon­tro con Brenda ricordo che è passato anche un altro trans di cui non ram­mento il nome. Mi sembra che ho avuto solo due incontri con Brenda». E poi aggiunge: «Non sono a cono­scenza di video o foto scattate da Brenda in queste occasioni, ma il mio stato confusionale negli stessi dovuto all’assunzione di cocaina non mi mette in condizioni di saper­lo». In realtà era stato proprio Brenda a raccontare di un festino al quale partecipò l’allora governatore. «Con noi c’era anche Michelle — ha verba­lizzato — ma adesso sta a Parigi. Io avevo quel video, ma quando è co­minciata questa storia l’ho distrutto perché ho avuto paura. Lo tenevo nel mio computer e mi è capitato di farlo vedere. Anche Michelle ne ave­va una copia». In giro — oltre al fil­mato originale dell’irruzione che du­ra circa 13 minuti — ci sono dunque nuove immagini dell’ex presidente della Regione Lazio. Non solo. Dopo aver ascoltato numerosi transessuali della zona, gli investigatori del Ros si sono convinti che altri clienti possa­no essere stati ripresi mentre si in­trattenevano negli appartamenti con i viados. E questa pista investigativa porta ancora una volta a Gianguari­no Cafasso, il pusher morto il 12 set­tembre scorso che per primo ha cer­cato di vendere il video di Marrazzo con Natalie durante l’irruzione dei due carabinieri del Trionfale.


Il telefonino buttato
Rino, così era conosciuto, era noto nell’ambiente dei transessuali pro­prio perché li riforniva di cocaina. E il sospetto degli inquirenti è che in alcune occasioni entrasse negli ap­partamenti mentre erano in compa­gnia del cliente. Con uno di loro, Jen­nifer, conviveva da tempo e due gior­ni fa, quando hanno scoperto che era sotto processo perché clandestino e dunque in via di espulsione, i pubbli­ci ministeri hanno deciso di interro­garlo subito. «Ci amavamo — ha rac­contato Jennifer — ero con lui anche quando è morto». Ma la parte più in­teressante del suo verbale riguarda il telefonino di Cafasso che lo stesso Jennifer ha raccontato di aver «butta­to, perché continuavano ad arrivare chiamate». Una versione ritenuta non credibile dagli investigatori. Il sospetto è che il cellulare conten­ga video che ritraggono altri perso­naggi e sia tuttora nelle mani di qual­cuno. Materiale scottante che si sta cercando di rintracciare per evitare che possa essere messo in circolazio­ne, proprio come era avvenuto con il filmato su Marrazzo. L’ex governato­re ha negato di essere stato ricattato «da Brenda o da Natalie per foto o vi­deo che mi ritraevano, né mi hanno mai chiesto soldi». La sua versione coincide con quella di Brenda che ha parlato di quel video girato nei mesi scorsi lasciando intendere che tutti i presenti erano d’accordo.

Le trattative di Cafasso
L’ipotesi dei pubblici ministeri che altri video possano essere in circola­zione, è stata rafforzata proprio dal­l’atteggiamento di Jennifer. Il transes­suale ha infatti ricostruito gli ultimi giorni di convivenza con «Rino» e in particolare la scelta di andare a vive­re in un camera d’albergo, accreditan­do la sensazione che i due fossero in fuga. Del resto già il 15 luglio, duran­te l’incontro con le giornaliste di Libe­ro alle quali aveva cercato di vendere il video, il pusher aveva fatto capire di conoscere molti segreti e avere a disposizione molto materiale. I tre carabinieri della Trionfale ar­restati con l’accusa di aver ricattato Marrazzo, avevano con Cafasso rap­porti frequenti. «Era un confidente», hanno ammesso i militari davanti al giudice. «Ci chiese aiuto per vendere il video e lo scaricò sul mio telefoni­no attraverso il bluetooth», ha spie­gato uno di loro, così confermando come lo custodisse sul suo cellulare. Gli investigatori sono ormai convin­ti che l’irruzione compiuta nell’ap­partamento di Natalie non fosse la prima e per questo verificano se altri video siano già stati messi in vendi­ta, semmai con altri mediatori.


Fiorenza Sarzanini

05 novembre 2009
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« Risposta #32 inserito:: Novembre 12, 2009, 10:06:24 am »

L'INCHIESTA IN PUGLIA

Appalti e nomine

L'indagine a Bari punta a Vendola

Sanità, nell'inchiesta anche un pentito

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI


BARI — Nel fascicolo sono trascritte centinaia di intercettazioni telefoniche e ambientali, i verbali che riportano le ammissioni di persone già finite sotto inchiesta. E soprattutto ci sono le rivelazioni di un uomo che ha lavorato dietro le quinte, ma della sanità pugliese conosce molti segreti. E adesso avrebbe deciso di raccontare quello che sa, concentrandosi sulle «mazzette» che numerosi politici di destra e sinistra avrebbero preso per pilotare appalti, nomine, accreditamenti e convenzioni. Sulle sue dichiarazioni sono in corso verifiche e accertamenti, ma il testimone viene ritenuto prezioso per le indagini perché consente di rafforzare un quadro comunque già delineato dagli accertamenti svolti negli ultimi mesi. E dunque di confermare come all'interno della Regione ci sia stata una vera e propria spartizione per la gestione degli affari e per la nomina di primari e dirigenti delle Asl. Per la prima volta anche il nome del governatore Nichi Vendola compare in una delle informative consegnate due giorni fa dai carabinieri al procuratore Antonio Laudati e alla sua sostituta Desirè Digeronimo, che rischia di vedersi ritirare la delega all'indagine.

Perché il deposito di quel rapporto, che doveva rimanere riservato, è stato invece anticipato dal quotidiano Libero, innescando una polemica politica sugli «avvisi» recapitati a mezzo stampa mentre è in corso la discussione sul nome del candidato alle prossime elezioni regionali. Il capo dell'ufficio se ne assume la responsabilità, ma quando afferma che dovrà «trarre delle conseguenze sotto il profilo organizzativo e processuale», si capisce che pensa di gestire il fascicolo personalmente. E di valutare se davvero, come denunciano gli investigatori dell'arma, il presidente abbia tentato una concussione accordandosi con assessori e politici locali per la scelta di medici e manager da mettere alla guida di reparti e aziende sanitarie. Sono 11 le persone «segnalate» nel dossier. Oltre a Vendola, nell'elenco compaiono il suo capo di gabinetto, Francesco Manna; l'ex assessore alla Sanità Roberto Tedesco, indagato e costretto alle dimissioni nella scorsa primavera, ma beneficiato di un posto da senatore del Partito democratico; l'attuale assessore ai trasporti, Mario Loizzo, anche lui del Pd; il responsabile dell'Area personale Mario Calcagni; l'ex direttore della Asl di Bari, Lea Cosentino; l'ex direttore della Asl di Lecce, Guido Scoditti; il presidente del Consiglio comunale di Triggiano, Adolfo Schiraldi; l'imprenditore di Altamura Francesco Petronella.

I carabinieri sollecitano la contestazione del reato perché contestano a tutti di aver «imposto nel maggio 2008 ai direttori generali delle Asl e di differenti presidi ospedalieri pugliesi, le nomine dei direttori amministrativi e sanitari, nonché di primari di strutture operative complesse al fine di rafforzare la presenza della propria coalizione politica nelle istituzioni locali». Il procuratore lo ripete più volte: «Vendola non è indagato, a suo carico non c'è alcun procedimento penale, anche perché l'avvio spetta al pm e questo non è avvenuto». Più volte il magistrato ha affermato che le indagini riguardanti la politica sarebbero state chiuse in fretta «per evitare che interferiscano in alcun modo sulle scelte democratiche». Lo ribadisce adesso, anche se sottolinea come la valutazione sul coinvolgimento di Vendola nell'inchiesta «sarà fatta in futuro». Agli specialisti del Ros è stata delegata un'indagine patrimoniale che si concentra sugli appalti della Regione, altre verifiche sono state affidate ai carabinieri di Bari e alla Guardia di finanza. E poi ci sono le nuove rivelazioni del testimone da valutare. Soltanto quando il quadro sarà completo, si deciderà a chi recapitare gli avvisi di fine indagine.

Fiorenza Sarzanini

12 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #33 inserito:: Novembre 14, 2009, 12:10:32 pm »

IL RETROSCENA

Giustizia, Alfano studia modifiche alla legge sui processi brevi

Il ministro convoca i tecnici per gli «aggiustamenti»: il nodo centrale è la lista dei reati


ROMA - Pubblicamente lo difende con vigore e attacca l’Associazione nazio­nale magistrati «perché vorrei che avesse la giusta dose di rispetto nei confronti del legislatore». Ma Angelino Alfano sa bene che arrivare all’approvazione definitiva del disegno di legge sul «processo breve» non sarà facile. Il percorso parlamentare è già segnato da numerosi ostacoli. Palet­ti messi dall’opposizione, ma soprattutto dalla fronda interna allo stesso Popolo della Libertà che alla fine potrebbe decide­re di votare contro il provvedimento stu­diato per salvare il presidente del Consi­glio dai suoi processi. E così il ministro della Giustizia ha già messo al lavoro i tec­nici del dicastero per stu­diare « aggiustamenti » da proporre a chi ha in­tenzione di bocciare la norma. La riunione è convoca­ta per lunedì. Primo pun­to all’ordine del giorno: la lista dei reati che do­vranno essere giudicati in un tempo massimo di sei anni, altrimenti scatte­rà la prescrizione. Perché Alfano assicura che «al ministero stiamo già la­vorando, così come an­che l’opposizione e la se­natrice Finocchiaro ci ha chiesto, per fare una valu­tazione di impatto del provvedimento e capire materialmente l’effetto che avrà nella realtà giudiziaria del no­stro Paese», ma in realtà in via Arenula chiariscono come tutto questo potrà avve­nire soltanto quando si conoscerà con cer­tezza l’elenco delle violazioni.

Il nodo principale riguarda l’esclusione del reato di immigrazione clandestina, de­cisa per accontentare la Lega e convincer­la così a farsi promotrice del disegno di legge, come poi è avvenuto con la scelta del senatore Federico Bricolo di essere tra i firmatari insieme a Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello. Ma la presidente della commissione Giustizia della Came­ra Giulia Bongiorno ha già manifestato il suo «stupore», che potrebbe poi tradursi in pregiudiziale quando il testo arriverà a Montecitorio. E allora si pensa di cercare una mediazione con il Carroccio per arri­vare all’eliminazione di questa violazione dalla lista dei reati di grave allarme socia­le. «Del resto — spiega uno dei collabora­tori del Guardasigilli — si tratta di una contravvenzione, dunque non può essere equiparata alle contestazioni relative al crimine organizzato e al terrorismo». Gli esperti del ministero hanno eviden­ziato in questi giorni l’altissimo rischio di una nuova bocciatura da parte della Con­sulta, nel momento in cui la nuova legge dovesse entrare in vigore. Ma anche dal punto di vista politico, la norma transito­ria che serve a Silvio Berlusconi per chiu­dere i suoi processi e che avrà l’effetto di far cadere in prescrizione migliaia di di­battimenti già avviati con prevedibile danno per le parti lese, non piace a nume­rosi esponenti della maggioranza, prima che a quelli dell’opposizione. Alfano mette le mani avanti quando di­chiara che «non ci fermeremo soltanto perché facendo una cosa per il bene degli italiani, ne avrà un impatto anche il presi­dente Berlusconi». Ma poi capisce quale effetto potranno avere queste sue parole sul dibattito già infuocato di questi gior­ni, e aggiunge: «Nel corso di questa Finan­ziaria puntiamo ad avere risorse aggiunti­ve per la giustizia, per far sì che i sei anni di durata del processo non siano un tem­po 'chimera', ma un tempo ordinario, che diventi una regola ordinaria del siste­ma processuale italiano».

Uno stanziamento straordinario è la condizione posta dal presidente della Ca­mera Gianfranco Fini nel corso del faccia a faccia di tre giorni fa con il presidente del Consiglio. Così quello dei soldi è il se­condo capitolo che i tecnici dovranno af­frontare la prossima settimana, consape­voli che l’interesse di tutti — Anm in te­sta — è proprio quello di velocizzare i processi. «Perché — come sottolineano i detrattori e ammettono anche in via Arenu­la — senza i finanziamenti adeguati il siste­ma giustizia non potrà mai funzionare e l’unico effetto che avrà questo provvedi­mento sarà quello di lasciare impuniti mi­gliaia di imputati, anche per reati gravi». Afferma Alfano: «Come governo valu­tiamo positivamente lo spirito del dise­gno di legge perché puntiamo ad accelera­re i processi per tutti i cittadini. Se si fa il conto e si sommano i due anni della dura­ta di un’indagine più i sei che si prevede per la celebrazione di un processo nelle sue varie fasi arriviamo a otto anni. Mi sembra un tempo congruo perché un cit­tadino possa sapere se è innocente o col­pevole davanti ad un tribunale e ci sem­bra un tempo congruo perché tutta la so­cietà possa sapere se un cittadino è inno­cente o colpevole». Il ministro sa che que­sto suo ragionamento è condiviso da tut­ti i partiti e che la contestazione riguarda la scelta di procedere con tanta fretta sol­tanto adesso che il «Lodo Alfano» è stato bocciato. E all’Anm che in questi giorni lo ha sottolineato evidenziando gli effetti «devastanti» che si avranno, risponde du­ro: «Non vogliamo porre in dubbio l’auto­nomia della magistratura o porre i pm sot­to l’esecutivo, ma i giudici sono soggetti solo alla legge e la legge la fa il Parlamen­to eletto dal popolo sovrano in nome del quale il giudice emette la sentenza».

Fiorenza Sarzanini

14 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #34 inserito:: Novembre 21, 2009, 09:59:57 pm »

Scenari: uno o piu' assassini o un avvertimento

Il video e i clienti: i segreti di Brenda

L’ipotesi che fosse il viado a informare i carabinieri arrestati.

La telefonata a Marrazzo


ROMA — Il corpo nudo disteso sul pavimento, la stanza invasa dal fumo. L’hanno trovato così Brenda, in quel monolocale seminterrato che usava come appartamento in via dei due Ponti 180, zona nord di Roma. E l’inchiesta sul ricatto all’ex Governatore Piero Marrazzo ha su­bito preso una direzione diversa e certamente inaspettata. Perché di quell’indagine il transessuale Bren­da era diventato protagonista, cu­stode di un video con le immagini di un festino al quale aveva parteci­pato con lo stesso presidente della Regione e Michelly, un altro viado con cui aveva convissuto per qual­che mese. Ma soprattutto deposita­rio dei segreti di chi da anni si muo­ve sulla scena di quel mondo del sesso a pagamento, dove la mag­gior parte dei clienti chiede di tro­vare anche cocaina in un groviglio di interessi gestiti dalla criminalità.

IL TESTIMONE E LE FESTE - Nei giorni scorsi gli investigatori hanno rintracciato alcuni clienti che potrebbero aver subito rapine mentre erano in compagnia dei via­dos. Vittime dei due carabinieri fini­ti in carcere — Carlo Tagliente e Lu­ciano Simeone — che il 3 luglio scorso sorpresero Marrazzo in com­pagnia di Natalie, lo filmarono e poi cercarono di vendere il video. È il racconto di uno di loro — uomo ricco e famoso — a far comprende­re quali spettri si agitino dietro que­sta vicenda. Perché dopo aver am­messo di essere spesso «stordito, quando mi apparto in bagno duran­te le feste», non è stato neanche in grado di affermare con certezza se uno di questi incontri fosse avvenu­to con una donna o con un transes­suale. Né, tantomeno, se qualcuno lo abbia potuto fotografare o filma­re. E invece sono stati gli stessi via­dos a raccontare che in alcuni casi hanno ripreso con il telefonino i clienti, alimentando un gioco che talvolta può arrivare a estreme con­seguenze. Proprio come accaduto a Marrazzo, stritolato in una catena di intimidazioni che alla fine lo ha costretto alla resa. Quanti altri vi­deo aveva girato Brenda? Quali se­greti custodiva? E di chi?

LA TELEFONATA IN REGIONE - I rapporti tra il transessuale e i carabinieri arrestati sono ancora poco chiari. Perché hanno negato di conoscersi, ma poi si è scoperto che poco dopo la telefonata fatta il 7 luglio scorso da Tagliente alla segreteria di Marrazzo, anche Brenda chiamò. Che cosa voleva? Era d’ac­cordo con i militari e sperava di ot­tenere qualche vantaggio facendo «pressione» sul Governatore? Ma soprattutto, era il trans una delle persone che fornivano le «soffia­te » sui clienti? Rispondere a questi interrogativi può consentire agli in­vestigatori di trovare una traccia concreta, in attesa che l’autopsia e gli altri rilievi affidati alla polizia Scientifica forniscano un quadro più chiaro di quanto può essere av­venuto all’interno del monolocale. Perché se la pista dell’omicidio è davvero quella che maggiormente prevale sulle altre, allora bisogna capire come si sia mosso Brenda negli ultimi giorni, quali messaggi possa aver lanciato e dunque quali inconfessabili paure abbia alimen­tato. Ma anche quale fosse il suo rapporto con Gianguarino Cafasso — lo spacciatore trovato morto nel­la stanza di un motel a metà set­tembre — che di molti trans era il «pappone» e il fornitore di droga. Perché è stato lui a «guidare» i ca­rabinieri nella stanza di Marrazzo e poi ha cercato di vendere il video. Ma l’informazione giusta sulle fre­quentazioni del Governatore e sui suoi spostamenti potrebbe essere arrivata proprio da Brenda.

DOPPIO SCENARIO - L’investigatore della squadra mobile di Roma che all’alba è entra­to nell’appartamento di via dei due Ponti parla di una «scena del crimi­ne piena di incongruenze» e pro­prio per questo non può escludere che quelle stranezze — le valigie dietro la porta, una bruciata; il computer nell’acqua; il corpo sul pavimento — in realtà «siano in or­dine e rappresentino un messag­gio ». Perché certamente la morte di Brenda — anche se si volesse credere al suicidio o all’incidente che degenera in tragedia — serve a lanciare un messaggio preciso. Un monito per tutti coloro che in que­sto ambiente si sono mossi con di­sinvoltura, troppo spesso alla ricer­ca di soldi facili da guadagnare con la cocaina o con i ricatti. E allora i magistrati si concentrano su due ipotesi. La prima accredita l’ingresso di uno o più assassini che soffocano Brenda e poi danno fuoco all’appar­tamento. La seconda si concentra invece sull’avvertimento: qualcu­no entra e dà fuoco al trolley. Vuo­le spaventare, ma la situazione sfugge di mano perché, quando il fumo invade la stanza, Brenda è tal­mente ubriaco da non riuscire ne­anche a ritrovare la porta per fuggi­re e si accascia sul pavimento or­mai senza vita.

Fiorenza Sarzanini

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« Risposta #35 inserito:: Novembre 23, 2009, 10:35:10 am »

I carabinieri avevano già perquisito il monolocale in ottobre senza trovarlo

Il giallo del computer in casa

I pm: Brenda non aveva un pc

Le piste: delitto «mascherato» o incidente per spaventarlo

   
ROMA — Il monolocale di Brenda fu perquisito all’inizio dell’indagine sul ricatto a Piero Marrazzo, ma non fu trovato alcun computer. Anzi, lo stesso transessuale — dopo aver rive­lato ai magistrati l’esistenza di un se­condo video che ritraeva il governato­re durante un festino — disse di non possederlo. Una versione ritenuta cre­dibile dai pubblici ministeri: «Conse­gnò i cellulari per effettuare l’analisi della 'memoria' e mostrò massima collaborazione. Non ci risulta avesse anche un pc». Di chi è dunque quel «portatile» trovato sotto l’acqua giove­dì notte, quando è stato scoperto il ca­davere? È questo l’ultimo mistero per chi in­daga sulla morte di Brenda, protagoni­sta della vicenda che ha travolto il pre­sidente della Regione Lazio. Il detta­glio che getta nuove ombre sulla sua fine. Si rafforza così l’ipotesi che si trat­ti di un avvertimento o addirittura di un «omicidio mascherato», come sug­geriscono in Procura. Perché è vero che soltanto l’analisi di tutti i dati for­niti dagli esperti — soprattutto quelli della Polizia scientifica che stanno esa­minando i reperti trovati nell’apparta­mento — potrà stabilire le cause effet­tive della morte. Ma è altrettanto vero che troppe restano le stranezze già rile­vate sulla «scena del crimine». E allora si può pensare che qualcuno volesse spaventare Brenda, convincendolo co­sì a non rivelare i suoi segreti. Oppure che volesse farlo tacere per sempre.

Le «stranezze» sulla scena del crimine
Il ragionamento che in queste ore prevale porta a ipotizzare che, se inci­dente è stato, qualcuno lo ha provoca­to. Dunque, si torna nell’appartamen­to per «leggere» ogni elemento. E quel­li che, con il trascorrere delle ore, assu­mono una valenza sempre più forte so­no proprio il computer e i telefonini. Perché sono le apparecchiature che servono a confezionare e a conservare i video, quindi potrebbero essere state utilizzate per altri ricatti. Il Nokia tro­vato accanto al corpo ha una memoria pressoché vuota, mentre si sa che Brenda aveva almeno altri due telefo­ni e non si sa che fine abbiano fatto. E poi c’è il rubinetto che fa scorrere l’ac­qua sul computer. Perché?

La perquisizione di un mese fa
Qualche giorno dopo l’arresto dei carabinieri accusati di aver ricattato il governatore e di aver cercato di vende­re il video che lo ritraeva assieme a Na­talie, i carabinieri del Ros entrano nel monolocale di via Due Ponti 180. È il 26 ottobre. Lo stesso Natalie e altri transessuali che abitano in quel palaz­zo e in via Gradoli hanno parlato di un secondo filmato «girato da un certo Brenda mentre era con Marrazzo e Mi­chelly ». Gli investigatori vogliono sco­prire se nella casa ci siano effettiva­mente cassette o comunque materiale che contiene immagini. Esaminano i telefonini, ma non trovano nulla. Cer­cano ancora, però nel monolocale non c’è traccia di computer. Il 30 ottobre Brenda viene interroga­to nella caserma dell’Arma. Nega di aver mai conosciuto il presidente del­la Regione, giura di non aver avuto al­cun ruolo nella vicenda. Ma due gior­ni dopo, di fronte al procuratore ag­giunto Giancarlo Capaldo, cambia ver­sione e ammette tutto. Racconta del fe­stino al quale ha partecipato a casa di Marrazzo, riconosce di aver girato il video, aggiunge an­che di aver scattato numero­se foto che lo ritraggono con il governatore. E dice: «Questi sono i miei telefonini ma non c’è più niente, perché quando questa storia è cominciata ho avuto paura e ho cancellato tut­to. Voglio precisare che non pos­siedo un computer, anche per­ché non lo so usare».

La ricerca nei tabulati
L’analisi dei file potrebbe fornire ele­menti per capire a chi appartenga il pc trovato sotto l’acqua, non escludendo che Brenda abbia mentito. Ma servirà pure a scoprire eventuali tracce di fo­to, filmati o comunque elementi su al­tre persone. Dopo l’arresto dei quattro carabinieri numerosi transessuali han­no infatti confermato come fosse piut­tosto frequente l’abitudine dei clienti di riprendersi assieme ai viados , so­prattutto quando gli incontri avveniva­no all’interno degli appartamenti. Ma­teriale che potrebbe essere servito per tenere sotto pressione diverse perso­ne. Per questo gli inquirenti non esclu­dono che il computer lasciato a casa di Brenda — anche se non dovesse conte­nere alcun file interessante — rappre­senti un avvertimento a chi ha pensa­to di poter far soldi muovendosi con disinvoltura in questo mondo che me­scola la prostituzione al traffico di dro­ga, cocaina in particolare. Tracce concrete potrebbero arriva­re dai tecnici informatici e dall’esame dei tabulati telefonici. Perché agli in­vestigatori Brenda aveva fornito le utenze dei cellulari — adesso scom­parsi — per poter essere rintracciato e su questo adesso si lavora. L’analisi dei contatti degli ultimi mesi potrà fornire dettagli utili alla ricerca della verità sulla sua fine, con l’elenco di tutte le persone che hanno avuto rap­porti con lui. E dunque servirà ad ac­certare anche il suo legame con Gian­guarino Cafasso, il «pappone» e pu­sher di molti transessuali che per pri­mo — d’accordo con i carabinieri poi arrestati — aveva cercato di vendere il video di Marrazzo. L’hanno trovato morto il 12 settembre nella stanza di un motel alla periferia di Roma. E an­che la sua fine è misteriosa. Perché è vero che era tossicodipendente e ma­­lato, ma aveva 37 anni e i magistrati attendono l’esito degli esami tossico­logici per capire se è stato davvero un infarto a stroncarlo.

Fiorenza Sarzanini

23 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #36 inserito:: Dicembre 14, 2009, 05:45:19 pm »

LE MISURE

Il doppio errore nel sistema di protezione

Una falla nell’ultimo cerchio della scorta.

La Questura aveva avvertito: possibili incidenti


ROMA — Una ventina di uomini schierati in doppio anello per fare scudo mentre è in mezzo alla folla. La falla nel dispositivo di si­curezza di Silvio Berlusconi si è aperta nel cer­chio più stretto, quello che ha il compito di proteggerlo dalle eventuali aggressioni diret­te o dal lancio di oggetti.

Il dispositivo deve essere a maglie strettissi­me perché nel contatto con la folla il rischio altissimo è quello di un ordigno oppure un colpo d’arma da fuoco. Ma in piazza del Duo­mo qualcosa non ha funzionato e dopo il feri­mento provocato da Massimo Tartaglia c’è sta­to quello che i tecnici ritengono sia stato il se­condo errore. L’auto con il presidente del Con­siglio è infatti rimasta ferma, Berlusconi è ad­dirittura sceso e ha mostrato il volto insangui­nato. In caso di pericolo la personalità dovreb­be invece essere portata immediatamente via per scongiurare rischi maggiori.

Un centinaio di agenti, tecnologie supersofi­sticate, collegamento costante tra tutti gli ad­detti al servizio di scorta e con le centrali ope­rative di polizia e carabinieri: a proteggere Ber­lusconi ci sono uomini che lui stesso ha scel­to, alcuni lo seguono da quando era alla Finin­vest. Fino al 2007 erano inquadrati all’interno del Cesis, l’organo di coordinamento dei servi­zi segreti, ma con piena autonomia. E anche ora che dipendono dall’Aisi, l’ intelligence in­terna, sono di fatto svincolati da qualsiasi ti­po di gerarchia. Lo scambio informativo con il vertice - direttore è il generale Giorgio Picci­rillo - è costante, così come l’analisi di ogni possibile minaccia, ma alla fine le decisioni vengono prese dal responsabile della scorta in accordo con i suoi collaboratori più stretti. Due giorni fa dalla questura di Milano ave­vano comunicato la possibilità che in piazza ci fossero intemperanze. Nulla di organizzato, tanto che i primi controlli escludono la pre­senza di giovani dei centri sociali o di altri gruppi antagonisti. L’eventualità di contesta­zioni anche forti era stata però messa nel con­to.

Del resto già un paio di mesi fa - pur sottoli­neando l’assenza di un allarme specifico - pro­prio gli analisti dell’Aisi misero in guardia il capo del governo dalla possibilità che «isolati mitomani mettano a segno gesti violenti». In particolare veniva sottolineata la necessità di «evitare contatti ravvicinati con il pubblico so­prattutto in occasione di circostanze occasio­nali e non pianificabili che per la loro natura non consentono la puntuale e preventiva pre­disposizione riguardante i servizi di tutela». Dopo aver visitato Berlusconi in ospedale, il ministro dell’Interno Roberto Maroni si è spostato in prefettura e ha convocato per que­sta mattina una riunione che possa servire a fare il punto della situazione, ma anche a riba­dire la massima fiducia nei responsabili del­l’ordine pubblico nel capoluogo lombardo. «Si tratta di un fatto gravissimo. Il presidente è provato, ma sereno. Certo la botta è stata se­ria », ha commentato il titolare del Viminale. Subito dopo ha annullato tutti gli altri impe­gni previsti per oggi e non esclude la convoca­zione di un comitato nazionale «per valutare misure adeguate a proteggere la campagna elettorale per le amministrative, che sta per cominciare».

Esclusa la pista del terrorismo, i responsabi­li della polizia di prevenzione rimangono co­munque al lavoro per monitorare la situazio­ne. E per controllare la rete Internet, con atten­zione particolare ai social network dove già si inneggia a Massimo Tartaglia. A ottobre la procura di Roma avviò un’inchiesta per istiga­zione a delinquere sulla creazione del gruppo «Uccidiamo Berlusconi» nato su Facebook e dispose l’acquisizione dell’elenco di chi aveva aderito. Ora sono state sollecitate nuove verifi­che alla polizia postale. I parlamentari del Popolo della Libertà chie­dono che il Copasir, l’organismo parlamenta­re di controllo dei servizi segreti, «accerti il livello di protezione del presidente del Consi­glio che è questione di sicurezza nazionale». Una verifica immediata sarà compiuta anche dal sottosegretario alla presidenza Gianni Let­ta, titolare della delega ai servizi segreti che già ieri sera ha preso contatto con i vertici del­l’intelligence.

Fiorenza Sarzanini

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« Risposta #37 inserito:: Dicembre 25, 2009, 11:09:30 pm »

La procura di Roma: «Nessuna indagine avviata».

Si riesamina il dispositivo di sicurezza Papa spintonato, indaga la gendarmeria

Trattamento sanitario obbligatorio per la 25enne italo-svizzera che ha fatto cadere il Pontefice

Sarà la gendarmeria vaticana ad occuparsi delle indagini sulla donna che giovedì sera ha spintonato il Pontefice e lo fatto cadere mentre si accingeva a raggiungere l’altare per celebrare la messa di Natale. Al momento – come conferma il procuratore di Roma Giovanni Ferrara – «non è stato chiesto alla magistratura italiana di esercitare la giurisdizione e dunque nessuna indagine può essere avviata». Susanna Maiolo, 25 anni, ha la doppia cittadinanza, svizzera e italiana. Secondo le indiscrezioni, già giovedì sera sarebbe stata avviata per lei la procedura per l’avvio del trattamento sanitario obbligatorio, con la convocazione di uno medico specialista che possa occuparsi delle sue condizioni di salute.

Messa di Natale, il Papa spinto a terra Messa di Natale, il Papa spinto a terra    Messa di Natale, il Papa spinto a terra    Messa di Natale, il Papa spinto a terra    Messa di Natale, il Papa spinto a terra    Messa di Natale, il Papa spinto a terra    Messa di Natale, il Papa spinto a terra    Messa di Natale, il Papa spinto a terra

IL PRECEDENTE - Sarebbe stata proprio lei, lo scorso anno, a tentare un’azione analoga, ma in quel caso fu bloccata dagli agenti. Al momento nessun organo investigativo italiano è stato coinvolto negli accertamenti. La Basilica rientra nel territorio vaticano, dunque di uno Stato straniero, e per un intervento delle autorità italiane è necessaria una richiesta formale.

In passato è già accaduto che la gendarmeria decidesse di procedere autonomamente senza richiedere assistenza. Accadde anche nel 1999 quando furono trovati morti il vicecaporale Cedric Tournay, il comandante delle Guardie Svizzere Alois Estermann e la moglie di quest’ultimo Gladys Meza. Secondo la versione ufficiale Tornay avrebbe «ucciso gli altri due in preda a un raptus motivato dal rifiuto di una promozione e poi si è tolto la vita», ma la motivazione con la quale il giudice unico della Santa Sede Gianluigi Marrone archiviò il "giallo del Vaticano", non ha mai convinto del tutto i familiari di Tornay. La stessa procedura viene seguita adesso.

DISPOSITIVO DI SICUREZZA - La gendarmeria sta cercando di ricostruire gli spostamenti della donna, che non era armata, per capire se sia arrivata da sola nella Basilica. E, proprio come accaduto dieci giorni fa dopo l’aggressione a Silvio Berlusconi in piazza Duomo, si sta riesaminando il dispositivo di sicurezza. Bisogna infatti accertare come sia stato possibile per la donna scavalcare la transenna, ma soprattutto riuscire a far cadere il Papa. Le guardie erano disposte lungo il percorso, ma – come si vede dalle immagini – nessuna di loro era ai lati di Benedetto XVI mentre con gli altri cardinali camminava verso l’altare benedicendo la folla. Ed è proprio di questo «varco» che la donna ha approfittato.

Fiorenza Sarzanini

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« Risposta #38 inserito:: Gennaio 17, 2010, 04:22:23 pm »

I confidenti di Lea la «rampante»: mai avrebbe pensato che potesse accadere questo

«Lady Asl», amici potenti e truffe per coronare un sogno: far politica

La Cosentino agli arresti: non mi arrendo.

La pd Concia: una tosta, che delusione

DAL NOSTRO INVIATO


BARI — Il nomignolo di «Lady Asl» forse le sta un po' stretto. Perché Lea Cosentino è sempre stata una manager abituata al successo, pur dovendosi districare tra denunce e indagini su truffe e mazzette. Una carriera in ascesa che da rampante avvocato di Ruvo, in provincia di Lecce, l'ha portata a governare l'azienda sanitaria di Bari con centinaia di dipendenti da gestire, decine di nomine da fare e milioni di euro da investire. Ed è stato proprio questo, alla fine, a farla cadere. Due giorni fa, quando i carabinieri le hanno notificato un ordine di arresto, sia pur ai domiciliari, quasi non riusciva a crederci. L'incarico era stata costretta ad abbandonarlo a giugno, dopo un avviso di garanzia. Il governatore Nichi Vendola, l'uomo che l'aveva voluta, le chiese di farsi subito da parte. Lei fu costretta alle dimissioni, ma ora sperava di tornare in sella. «Mai — dicono gli amici — avrebbe immaginato che potesse accadere questo». Eppure l'aria che si respira al palazzo di Giustizia di Bari è piuttosto tesa, lei — che di alcuni magistrati è buona conoscente — avrebbe dovuto annusarla. Ha 42 anni Lea Cosentino e la persona che le è più intimamente vicina in questo momento è il suo avvocato Francesca Conte.

Proprio a lei «Lady Asl» affida il suo sfogo: «Sono amareggiata per quello che mi hanno fatto, ma non mi arrendo». Non si arrese neanche quando era direttore generale del consorzio Sisri di Lecce e fu accusata di una truffa alla Regione per 8 milioni di euro. Incidente di percorso che non le impedì di tentare la carriera politica legandosi a Gero Grassi — potente deputato della Margherita, poi transitato nel Pd —, il suo sponsor più acceso. Fu lui a presentarla a Vendola, agevolando nel 2006 la sua nomina a direttore generale della Asl Bari 3. E quando le Aziende furono accorpate, non ebbe ostacoli a diventare prima commissario straordinario e poi direttore generale. Nelle amicizie ha sempre mostrato di preferire i potenti. E così per un periodo frequentò assiduamente il vicepresidente della Regione Sandro Frisullo, l'imprenditore Roberto De Santis, il responsabile dei Trasporti della giunta guidata da Vendola, Mario Loizzo. La politica era il suo sogno, aveva l'ambizione di diventare assessore. E quando loro cominciarono a prendere le distanze, Cosentino cercò nuovi sponsor attraverso Gianpaolo Tarantini, anche lui rampante e determinato ad avere successo. È stato «Gianpi» ad ammettere «una relazione sentimentale», forse per giustificare quelle nomine di funzionari della Asl che la manager firmò pur di agevolare le sue aziende. Poi ha raccontato di volerla portare da Silvio Berlusconi, che intanto aveva frequentato forte della sua capacità di riempire i palazzi presidenziali di disponibili ragazze. Cosentino prima disse no, poi «si è mostrata disponibile». Troppo tardi: poche settimane dopo le inchieste sulla sanità barese ha travolto entrambi. Paola Concia — deputata pugliese del Pd — ebbe a che fare con Cosentino durante la battaglia per far riaprire il centro di inseminazione artificiale. «Mi sembrava una tosta e invece ci sono rimasta davvero male. Io sono garantista, ma certo quelle conversazioni intercettate non sono una bella cosa. Eppure io la manager pubblica l'ho fatta, lo so come si fa a restare onesti». Cosentino nominava manager graditi ai suoi amici e quando ebbe il dubbio che i magistrati le avessero piazzato una microspia in ufficio, ordinò un'accurata bonifica. Voleva sfuggire ai controlli. Quegli stessi accertamenti che poi sono serviti a braccarla.

Fiorenza Sarzanini

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« Risposta #39 inserito:: Gennaio 19, 2010, 05:08:42 pm »

L'inchiesta sulla sanità

Nel mirino le nomine di funzionari e primari

«Concussione», Vendola indagato

Il governatore: si vuole inquinare la lotta politica.

Io dovrei essere premiato

BARI — L'inchiesta sulla sanità pugliese appare ormai un ciclone inarrestabile. Dopo funzionari, assessori, manager di primo livello come Lea Cosentino, la direttrice della Asl di Bari finita agli arresti domiciliari, nel registro degli indagati viene iscritto anche il governatore Nichi Vendola. Reato ipotizzato: concussione.

L'episodio appare banale, riguarda la mancata nomina di un luminare dell'epidemiologia. Ma sembra inserirsi in un filone più ampio sul sistema di designazione dei primari e dei direttori sanitari in una logica spartitoria che i pubblici ministeri hanno messo sotto osservazione già da diverso tempo. E che adesso deflagra in piena campagna elettorale e a cinque giorni dalle primarie del centrosinistra. Questo filone di indagine nasce da una serie di conversazioni intercettate nella primavera 2008 tra lo stesso Vendola e l'allora assessore alla Sanità Alberto Tedesco. I due discutono della posizione di Giancarlo Logroscino, medico barese che insegna alla Harvard School di Boston. Si tratta di un professionista stimato, che può vantare numerosi titoli accademici, ma nonostante questo non è riuscito ad ottenere la nomina di primario al "Miulli". Il governatore rimprovera l'assessore in quota al Pd di essere intervenuto per bloccarlo, quest'ultimo dice di aver ricevuto numerose pressioni sia da politici, sia dall'ambiente sanitario. Alla fine il presidente della Regione si mostra convinto che si sia mossa la massoneria. Ne parla esplicitamente, senza però rivelare da chi lo abbia saputo. È stato proprio questo scambio di opinioni a convincere i pubblici ministeri che fosse necessario verificare in che modo avvengano le designazioni e che ruolo abbia in questa partita lo stesso Vendola. Lui ostenta sicurezza: «Sarei indagato? Sono mesi che danzano per aria queste "notiziole", che provano ad assediare la mia vita. Sono notizie usate continuamente allo scopo di inquinare la lotta politica. Se poi parliamo del caso del professor Giancarlo Logroscino, non riesco neppure a capire il motivo per cui sarei stato iscritto nel registro degli indagati e per quali reati. Diciamo che dovrei essere premiato per aver capovolto l'andazzo italiano: premiare e selezionare coloro che operano nella sanità pubblica non con criteri meritocratici, ma con il sistema della fedeltà politica».

L'episodio si inserisce in un'inchiesta più ampia documentata in una informativa consegnata dai carabinieri alla fine dello scorso novembre per denunciare il governatore insieme ad altre dieci persone per aver «imposto nel maggio 2008 ai direttori generali delle Asl e di differenti presidi ospedalieri pugliesi, le nomine dei direttori amministrativi e sanitari, nonché di primari di strutture operative complesse al fine di rafforzare la presenza della propria coalizione politica nelle istituzioni locali». Oltre a Vendola, nell'elenco compaiono il suo capo di gabinetto, Francesco Manna; l'ex assessore alla Sanità Alberto Tedesco, indagato e costretto alle dimissioni nella scorsa primavera, ma beneficiato di un posto da senatore del Partito democratico; l'attuale assessore ai trasporti, Mario Loizzo, anche lui del Pd; il responsabile dell'Area personale Mario Calcagni; Lea Cosentino; l'ex direttore della Asl di Lecce, Guido Scoditti; il presidente del Consiglio comunale di Triggiano, Adolfo Schiraldi; l'imprenditore di Altamura Francesco Petronella. È stato l'ascolto delle intercettazioni telefoniche e ambientali e l'analisi delle delibere a convincere gli investigatori dell'Arma che le scelte avvenissero privilegiando la sponsorizzazione politica piuttosto che i requisiti tecnici dei candidati. Un sistema confermato dall'imprenditore Gianpaolo Tarantini che ha ammesso di essere riuscito a far designare dalla sua amica Lea Cosentino i funzionari che lo avrebbero poi agevolato nella concessione di appalti per le forniture di materiale sanitario. Ieri sera l'assessore regionale alla Salute Tommaso Fiore non ha escluso di poter lasciare l'incarico: «Devo capire se sono stato un anno lì dentro a governare un sistema criminale oppure no. Ci sono tre possibili alternative: o questa teoria è falsa; o questa teoria è vera e quindi io non ho il diritto, come capocriminale, di parlare; oppure io sono un imbecille, non essendomi accorto di tutto questo e quindi ugualmente non ho il diritto di parlare».

Angela Balenzano
Fiorenza Sarzanini
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« Risposta #40 inserito:: Febbraio 13, 2010, 04:56:23 pm »

Le Inchieste sul G8

I passi necessari

Nella Protezione civile c’è una maggioranza silenziosa di volontari e di onesti dipendenti altrettanto silenziosi. Lontani dalle chiassose e rigeneranti feste del Salaria Sport Village, dallo scambio tra favori e appalti, dalla vita scintillante di quei funzionari che poi gestiscono anche la cassa. Il sistema emerso dalle carte dell’inchiesta di Firenze mostra la disinvoltura nei rapporti tra chi affida gli appalti e chi ottiene i lavori, illumina le relazioni tra chi controlla e chi dovrebbe essere controllato. Ma soprattutto evidenzia i rischi connessi alla decisione di procedere a trattativa privata in materie così complesse come l’organizzazione di Grandi Eventi quali possono essere il G8 oppure i Mondiali di Nuoto.

È l’iter dell’emergenza che può favorire pericolose commistioni tra l’istituzione che distribuisce i soldi e i privati che li incassano. Se è indispensabile affidarsi a procedure d’urgenza quando c’è un terremoto o un’inondazione, risulta difficilmente comprensibile— pur sapendo quanti ostacoli e vincoli in Italia rendono difficoltosa ogni iniziativa — che esse debbano essere seguite per occasioni programmate da anni e dunque avendo a disposizione il tempo necessario per bandire le gare d’appalto. Una scelta di questo tipo alimenta il sospetto che l’opacità serva a sottrarsi ai controlli e alle verifiche che la magistratura deve fare per stabilire se il denaro pubblico sia stato speso correttamente. Secondo il presidente Silvio Berlusconi, i pubblici ministeri dovrebbero vergognarsi. È una presa di posizione che non sorprende, vista la sua avversione per le toghe, ma che in questo caso appare quanto meno fuori luogo. Perché, se ruberie ci sono state, la vittima principale è proprio il suo governo che quei fondi ha erogato. E, se qualche sciacallo ha cercato di approfittare della tragedia del sisma abruzzese, dovrebbe essere lui il primo a pretendere chiarezza dopo l’impegno che ha sempre voluto mostrare nei confronti dei terremotati.

Trasformare in una rissa anche l’accertamento della verità su una vicenda così drammatica non serve a nessuno. Tantomeno a Guido Bertolaso, che della Protezione civile è il potente capo e sa bene che alla fine potrebbe davvero dover mollare tutto. È stato lui a parlare di una trappola, pur senza essere in grado di indicare chi voglia incastrarlo. La tesi, sempre più spesso utilizzata da chi viene coinvolto in un’indagine, è suggestiva ma al momento priva di riscontro. La familiarità che Bertolaso mostra nelle telefonate con il giovane imprenditore beneficiato di numerosi appalti—e ancor più se sono stati assegnati d’urgenza, quindi fuori da ogni controllo—rende doverosa la verifica sulla natura del loro legame.

Nell’attesa di questo chiarimento, sarebbe opportuno sospendere l’approvazione del provvedimento che trasforma la Protezione civile in una società per azioni. Se non altro per proteggere quella maggioranza silenziosa della struttura anche dal più vago sospetto di voler accrescere il proprio potere.

Fiorenza Sarzanini

13 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #41 inserito:: Febbraio 15, 2010, 11:00:58 pm »

Le telefonate, Anemone: con Bertolaso guadagnati cinquecento punti

La sera con Monica al centro benessere: «Poi l’accompagno io»

Le intercettazioni sul caso della brasiliana ingaggiata per l’incontro con il capo della Protezione civile


ROMA — Una serata speciale organizzata al centro benessere del Salaria Sport Village per Guido Bertolaso. E ad attenderlo c’è Monica, ragazza brasiliana ingaggiata per l’occasione. L’incontro finora negato dal capo della Protezione civile è ricostruito attraverso le intercettazioni telefoniche del 14 dicembre 2008. Le nuove carte dell’inchiesta fiorentina documentano l’intrattenimento che l’imprenditore Guido Anemone, 39 anni — beneficiato con svariati appalti inseriti nei Grandi eventi, tra i quali alcuni lotti del G8 a La Maddalena —, aveva organizzato grazie all’aiuto di Simone Rossetti che del centro relax è il gestore. È la «prestazione sessuale» che il giudice fiorentino contesta a Bertolaso, indagato per corruzione assieme alle quattro persone arrestate: lo stesso Anemone e i funzionari Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovanpaola. Nei giorni successivi Anemone contatta più volte il capo della Protezione civile. Parla anche con Balducci e al centro dei loro colloqui ci sono per la maggior parte i rapporti di affari.

Regina porta «la bionda»

Il pomeriggio del 14 dicembre Guido Bertolaso chiama il gestore del centro benessere Simone Rossetti e gli chiede un appuntamento per la serata. Rossetti avverte l’imprenditore Diego Anemone. Poi, alle 18.22, «una donna di nome Regina dal forte accento brasiliano, successivamente identificata in Regina Profeta, chiede a Rossetti di avvicinarsi al Centro benessere perché gli deve far conoscere una ragazza bionda». Dalle successive conversazioni intercettate si avrà modo di rilevare che questa ragazza bionda, brasiliana e di nome Monica, è stata prescelta per intrattenere, di lì a poco, il dottor Bertolaso. Al circolo fervono i preparativi. Alle 19.09 Rossetti chiama Stefano, il factotum: «Senti hanno lasciato acceso il benessere... c’hai fatto caso ? Perfetto, verifica che sono andati via tutti quelli del centro estetico. Senti mi verifichi un attimo se c’abbiamo un bikini tipo brasiliano un po’ stretto... per questa? Lì al magazzino ».

Bertolaso e la scorta

Alle 19.56 chiama Bertolaso e, annota il giudice, «fa capire che ha la scorta».

Bertolaso: «Sono Guido...».

Rossetti: «Sì, Guido... allora guarda tutto a posto... tu quando vuoi vieni qui da me, è tutto quanto chiuso e dopo ci sono io... tu parcheggia con la macchina tranquillamente in fondo dove sta la scalinata che ti porta direttamente nel Centro benessere oppure parcheggia al solito posto come vuoi te».

Bertolaso: «Eh no io sono al solito posto perché non sono da solo... ovviamente ».

Poco dopo Rossetti fornisce a Regina le ultime istruzioni prima che arrivi il dottor Bertolaso. Poi le riferisce che provvederà lui a riaccompagnare e a pagare la ragazza: «Sì, sì dopo l’accompagno io così dopo gli do i soldini e dopo, dopo noi ci mettiamo d’accordo dai... ci vediamo un attimo». Poi parla con Erica, un’altra dipendente «raccomandando la massima riservatezza», le riferisce che Bertolaso sta per arrivare e le chiede le istruzioni per come attivare la sauna e l’impianto musicale.

Alle 21.19 squilla il telefono.

Rossetti: «Sì Guido, sono Simone... sei arrivato?».

Bertolaso: «Sì»

Rossetti: «Okay arrivo subito».

Neanche un’ora dopo avvisa Anemone: «L’ho messo a suo agio, l’appuntamento sta andando bene». Poi Anemone richiama per essere aggiornato e quando scopre che ancora non è uscito esclama: «È come se avessimo guadagnato 500 punti». Alle 23.04 Bertolaso chiama Rossetti e chiede come fa a uscire. Lui gli spiega il funzionamento della porta. Due minuti dopo «contatta Regina e la rassicura che è tutto finito e quindi provvederà a fare sì che la ragazza (Monica) chiami casa: "A posto e... tutto bene... mo’ la faccio chiamare a casa". Regina è preoccupata perché la ragazza ha lasciato il suo telefono a casa dicendo che andava al centro benessere a fare dei massaggi ».

«Togli lo champagne»

Alle ore 23.14 Rossetti chiama Stefano che è ancora al circolo: «Allora bisogna andare a sistemare il centro benessere, che ci sta lo spumante in giro e tutto quanto e questa è già pronta che deve andare via... intanto leva quello lì... e giusto la bottiglia, il doppio calice. Butta tutto. Fra quanto lo posso mandare giù quello della sicurezza?». Poi richiama Anemone: «È andato via. È rimasto più che contento, contentissimo».

Alle 23.49 è Stefano a contattarlo.

Stefano: «Oh... un’altra cosa. Io ho cercato tracce di preservativi... ma non l’ho visti...».

Rossetti: «Ma sai dove ha fatto il massaggio?... L’ha fatto alla prima sala a destra dello Scen Tao... capito?... Come esci dal centro estetico... prima sala a destra... ».

Stefano: «Okay, oramai io sono fuori ».

Rossetti: «Va beh... non fa niente dai, ho dato tutto alla sicurezza».

Stefano: «Quindi al limite se ci vuoi fare te un sopralluogo... però io ho cercato, niente. Ma lei che ti ha detto?... E dove li ha messi?».

Rossetti: «Eh... che ne so!».

Poco dopo Rossetti torna invece al centro benessere «e descrive in diretta a Stefano le operazioni di pulizia che sta effettuando. Quest’ultimo è incuriosito e gli chiede se la ragazza gli ha riferito qualcosa. Rossetti dice che preferisce raccontargli tutto di persona e gli dà appuntamento davanti alla chiesa a Settebagni ».

Fiorenza Sarzanini

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« Risposta #42 inserito:: Febbraio 18, 2010, 03:00:17 pm »

L’inchiesta

Nelle carte il manager del cinema

I legami tra Balducci, Anemone e il funzionario per i film

La telefonata: «Abbiamo parlato con il governatore»


ROMA — L’obiettivo principale erano gli appalti pubblici, ma i componenti della «combriccola » avevano buone entrature anche in altri enti. E una corsia preferenziale Angelo Balducci e Diego Anemone —il funzionario delegato alla gestione Grandi Eventi e l’imprenditore romano finiti in carcere per corruzione — erano riusciti a imboccarla nel settore cinema del ministero dei Beni culturali. Referente era Gaetano Blandini con il quale entrambi mostrano di avere un rapporto stretto. Un legame che, nell’informativa consegnata ai magistrati di Firenze, i carabinieri mettono in relazione alla «società Erretifilm della quale Rosanna Thau e Vanessa Pascucci detengono insieme il 75 per cento». Nuovi personaggi emergono dalle carte depositate dai giudici. Anche l’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo che—assicura un imprenditore—«c’abbiamo parlato e, di concerto con il Comune, sta facendo arrivare la concessione». Il suo interlocutore è Riccardo Fusi, il patron dell’azienda toscana Btp.

Il coacervo di favori
Il nome di Blandini viene fuori la prima volta nel settembre 2008. I carabinieri intercettano una conversazione tra Francesco Pintus, funzionario ai Grandi Eventi, e Angelo Balducci.
Pintus: «Direttore, chiedo scusa, quel ragazzo che ha risposto prima è quello nuovo che ci dà una mano ... dicevo ...».
Balducci: «Chi è?».
Pintus: «È quello amico di Bland, quello che ci ha mandato Blandini, quello che gli stiamo sistemando adesso». Gli investigatori annotano: «Parrebbe che in questo coacervo di scambio di favori, questo Andrea sia stato assunto presso il Dipartimento di via della Ferratella, su indicazione di Gaetano Blandini, direttore "Cinema" del ministero dei Beni culturali. E dispongono nuove verifiche. In realtà già nei mesi precedenti erano stati annotati contatti tra Blandini e Balducci quando il settimanale l’Espresso aveva pubblicato un articolo per denunciare come il ministero avesse finanziato un film dove lavorava il figlio dello stesso Balducci. Ma è con il trascorrere dei mesi che il legame viene focalizzato. E a fine settembre, ascoltando le conversazioni di Anemone, i carabinieri verificano che anche lui è in rapporti stretti con il funzionario. È un suo collaboratore, Roberto Molinelli, ad informare l’imprenditore di aver preso accordi al telefono con l’imprenditore. Anemone si agita: «Eh, ma come l’hai sentito? che c’hai parlato per telefono? hai fatto male perché non si parla per telefono!». In realtà al centro dei colloqui c’è la cessione di una macchina.

La pratica chiusa
Blandini appare disponibile a soddisfare le richieste di Anemone. Il 7 luglio del 2009 l’imprenditore viene sollecitato dal suo amico Patrizio La Bella «per avere notizie in merito ad un promesso impiego». Quella stessa sera «Blandini chiede ad Anemone quando è disponibile per un incontro. E il giorno dopo rassicura La Bella: «Senti ho visto quel signore che mi conferma metà settembre... domani mattina lo rivedo alle 8... quindi ti chiamo a seguire che mi dà tutti i dettagli... diciamo così, poi ti chiamo ». La promessa viene effettivamente mantenuta il primo ottobre.
Blandini: «Senti oggi abbiamo approvato il subentro di quelli lì quindi digli però adesso... sono stati bravi... si sono spicciati perché io... ieri hanno sistemato tutto... digli che adesso …siccome hanno poco tempo... devono essere altrettanto bravi a spicciarsi con la banca».
Anemone: «Lo chiamo subito, grazie... a prestissimo... grazie». Subito dopo avverte La Bella: «Lì tutto a posto oggi! Sì, sì al 100 per cento. Ho ricevuto adesso una telefonata, adesso vi dovete sbrigare Patrì. Pure la banca, non so, sbrigatevi... poi ’sti giorni ci vediamo». L’amico recepisce: «Okay, sì sì dobbiamo preparare tutti i documenti per novembre».

«Abbiamo parlato con Marrazzo»
La girandola di rapporti per avere i lavori spazia in tutta Italia. Il 18 giugno 2008 «l’imprenditore Alessandro Biaggetti aggiorna Riccardo Fusi, patron di Btp, sulla progressione dei comuni affari in cui è interessato anche il professor Di Miceli (in passato coinvolto in inchieste di mafia ndr), facendo riferimento a un’operazione immobiliare asseritamente in avanzata fase di sviluppo».
Biagetti: «Allora... ieri sono stato con il professore... abbiamo fatto un ulteriore passo in avanti perché si comincia a definire la data della posa della prima pietra... lui ha dato come indicazioni ottobre, novembre... stanno definendo finalmente... perché questa è la parte più rompiscatole di tutte... lo stile... cioè ... antico... moderno... contemporaneo ... con i vetri... senza i vetri ... c... e mazzi... che non è chiaramente il progetto esecutivo... ma è il discorso dello stile... ed in più... la cosa ancora più importante è che abbiamo parlato direttamente con Marrazzo... con il Presidente della Regione... e di concerto con il Comune... sta facendo finalmente arrivare una c... di...concessione. Arrivata la concessione... tu vieni a Roma... si fa la suddivisione dei lotti... e finisce la partita...
Fusi: «Ma lui come mai non ci da ... se ci danno la concessione vuol dire che ci sono dei progetti... ».
Biagetti: «No... tu chiamala come ti pare... comunque la parte finale... io ti ripeto non me ne intendo... perché ti basti soltanto che per parlare di posa della prima pietra solo in Vaticano devi passare per sei uffici quindi ovviamente è tutto estremamente a rilento».

L’appuntamento
Fusi cerca spesso contatti per la sua azienda e attraverso Denis Verdini riesce a parlare con il banchiere Fabrizio Palenzona. La telefonata tra i due avviene il 19 giugno 2008 per fissare un appuntamento. Il 2 luglio Verdini racconta a Fusi di averlo visto «e mi ha detto che per le due cose ha già provveduto, per gli alberghi e revisione, insomma. Ti volevo dare questo riscontro... io devo fare delle cose, ma insomma ci siamo».

Fiorenza Sarzanini

18 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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« Risposta #43 inserito:: Febbraio 20, 2010, 11:14:49 am »

Protezione civile - I protagonisti

Le accuse e la difesa: i primi dieci giorni dello scandalo appalti

Nomi, legami, telefonate: radiografia dell’inchiesta.

Oltre 20 mila pagine di atti giudiziari


Tre alti funzionari e un imprenditore in carcere per corruzione, ventisette persone indagate per lo stesso reato, una schiera di alti funzionari, politici intercettati indirettamente, dipendenti pubblici che al telefono mostrano dimestichezza con questo scambio tra appalti e favori che ha travolto la Protezione Civile. C’è tutto questo nelle oltre 20 mila pagine di atti giudiziari - dove le presunte violazioni penali si intrecciano con episodi di malcostume - che la procura di Perugia (che ha ereditato per competenza gli atti) sta adesso esaminando in attesa di decidere le prossime mosse. Un’attività parallela a quella dei magistrati fiorentini che attendono la decisione del giudice sulla richiesta di altre ordinanze presentata già da qualche settimana. A dieci giorni dagli arresti, si delineano le posizioni di accusa e difesa, e ci si prepara all’evoluzione di un’indagine che potrebbe avere a breve nuovi sviluppi.

GLI ARRESTATI
Angelo Balducci
Funzionario delegato alla gestione Grandi Eventi e poi presidente del Consiglio dei Lavori Pubblici è accusato di aver concesso appalti a imprenditori amici - con un’attenzione particolare per il gruppo che fa capo a Diego Anemone - in cambio di numerosi benefit. In particolare: telefoni cellulari, viaggi in idrovolante e aerei privati, automobili, lavori di manutenzione delle sue case, arredi, assunzione del figlio e della nuora, pagamento dello stipendio ai domestici. I magistrati gli contestano anche di essere in società con Anemone visto che le mogli di entrambi detengono il 75 per cento della società Erretifilm che si occupa di produzioni cinematografiche. Al giudice ha detto che si è equivocato sulle parole pronunciate al telefono anche perché si trattava di conversazioni tra amici. Poi ha consegnato i contratti con le aziende che prevedono la concessione ai «controllori » di auto e cellulari.

Fabio De Santis
Funzionario delegato alla gestione Grandi Eventi e poi provveditore ai lavori Pubblici in Toscana avrebbe anche lui aiutato alcuni imprenditori - in particolare il gruppo Anemone - a ottenere gli appalti del G8 a La Maddalena, quelli per i Mondiali di nuoto a Roma e alcuni per le celebrazioni del 150˚ anniversario dell’Unità d’Italia. In cambio: cellulari, autovetture, arredi e alcune prestazioni sessuali in alberghi di Roma e Venezia messi a disposizione da Diego Anemone. Non ha risposto alle domande del giudice. Il suo avvocato Remo Pannain ha dichiarato che «potrà chiarire tutto perché i benefit erano previsti dal contratto e il resto riguarda soltanto la sfera privata».

Mauro Della Giovampaola
Funzionario delegato al controllo del G8 a La Maddalena avrebbe favorito l’imprenditore Anemone ricevendo in cambio l’uso di un immobile, arredi e prestazioni sessuali. Davanti al giudice si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Diego Anemone
A 39 anni è riuscito a far aggiudicare al suo gruppo una serie di appalti da milioni di euro: lo stadio del tennis e il nuovo museo di Tor Vergata, l’aeroporto di Perugia, tre lotti a La Maddalena. E gli contestano di averli ottenuti dopo aver elargito «favori e altre utilità» ai funzionari pubblici, compreso il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso. Anche lui non ha deciso finora di non rispondere al giudice.

GLI INDAGATI
Guido Bertolaso
Il capo della Protezione Civile è accusato di corruzione: avrebbe accettato da Anemone «soldi contanti e prestazioni sessuali». Bertolaso ha negato in maniera categorica qualsiasi illecito, ma non è stato ancora interrogato. Nell’ordinanza del giudice sono riportate intercettazioni telefoniche dell’imprenditore arrestato che - in vista di un appuntamento con Bertolaso - chiede a un amico se può procurargli denaro contante. «Gli investigatori ritengono che abbia una certa fondatezza ritenere che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna delle somme», scrive il giudice che evidentemente non vuole assumersi la paternità di questo sospetto. E in effetti al momento negli atti non si rintraccia riscontro alla dazione. Lo stesso magistrato ritiene invece «comprovata» la prestazione sessuale di una brasiliana di nome Monica all’interno del centro benessere del Salaria Sport Village (circolo sportivo di Anemone inserito nel circuito dei mondiali di nuoto) avvenuta il 14 dicembre e la ritiene una «contropartita».

Denis Verdini
Il coordinatore del Pdl è sospettato di aver favorito illecitamente la nomina di De Santis a provveditore della Toscana. Agli atti sono allegate numerose sue conversazioni, in particolare con Riccardo Fusi, patron dell’azienda toscana Btp, che gli chiede aiuto per ottenere gli appalti. Verdini dice più volte di essere a disposizione e utilizza per alcuni suoi spostamenti anche un elicottero messo a disposizione dall’imprenditore. Dopo aver appreso del suo coinvolgimento nell’inchiesta il parlamentare si è presentato ai pubblici ministeri. E ha dichiarato: «Fusi è un mio amico e gli ho presentato il mondo, ma certamente non per soldi. C’è un sistema, però non è illegale».

Riccardo Fusi
Sono decine le telefonate intercettate nelle quali l’imprenditore - con l’amministratore delegato Vincenzo Di Nardo - si attiva per ottenere i lavori. E riesce a essere inserito nel sistema. La ditta riesce ad aggiudicarsi la ricostruzione di una scuola a L’Aquila dopo il terremoto.

Antonio Di Nardo
Dipendente del ministero delle Infrastrutture, è uno degli uomini che mostra di poter gestire gli affari anche grazie ad alcune società nelle quali, secondo l’accusa, risulta essere gestore occulto. Ha rapporti diretti con i funzionari responsabili dei Grandi Eventi e segnala le ditte per gli appalti. I magistrati stanno anche valutando «i suoi rapporti con la criminalità organizzata campana e in particolare con soggetti vicini al clan camorristico dei Casalesi». Negli allegati ci sono sue conversazioni con Denis Verdini e con l’attuale presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro.

Francesco De Vito
È l’imprenditore che la notte del terremoto «ridevo nel letto». Lui ha negato di aver mai pronunciato quella frase, attribuendola al cognato. Mostra grande attivismo per procurarsi appalti e riesce a ottenere alcuni lavori per i mondiali di nuoto. I magistrati stanno verificando se abbia ottenuto altre commesse, lui ha negato di aver mai goduto di favoritismi.

Mario Sancetta
Presidente della Sezione di controllo della Corte dei Conti della Campania è in continuo contatto con imprenditori e funzionari del ministero delle Infrastrutture e dopo il terremoto de L’Aquila sollecita i suoi amici imprenditori ad attivarsi insieme a lui per farsi aggiudicare gli appalti. Dalle telefonate si capisce che a settembre 2008 ha chiesto l’intervento di Di Nardo, attraverso il coordinatore del Pdl Denis Verdini, per farsi nominare capo di gabinetto dal presidente del Senato Renato Schifani.

I POLITICI
Altero Matteoli
Denis Verdini assicura a Riccardo Fusi di averlo contattato per risolvere una questione legata all’appalto della Scuola dei marescialli ed è stata intercettata anche una telefonata diretta tra il ministro delle Infrastrutture e lo stesso imprenditore che gli chiede aiuto, ma Matteoli lo informa che sta andando in ferie. Pubblicamente il ministro ha dichiarato «con serenità, e con una punta d’orgoglio, che i miei comportamenti e la mia azione alla guida del Dicastero sono stati e saranno sempre e solo improntati al rispetto delle leggi, delle regole e della massima trasparenza».

Guido Viceconte e Mario Pepe
Entrambi «sono interessati nel far aggiudicare lavori pubblici all’imprenditore Guido Ballari», ma nell’ordinanza viene anche sottolineato come «fino al dicembre 2003 Ballari e Pepe comparivano (il primo amministratore unico e il secondo socio) nella Eurogruppo servizi». In una telefonata Pepe parla pure di «far scorrere una graduatoria» con riferimento alla nomina di De Santis. Viceconte dice di aver fatto «solo un favore a un amico, basta questo per finire alla gogna?». Pepe afferma invece di aver soltanto comunicato al funzionario dei Grandi Eventi «che era stato fottuto. E per il resto posso dire che Ballari è mio amico dai tempi dell’università».

I COMPRIMARI
Giuseppe Tesauro
Il giudice della Corte Costituzionale viene intercettato più volte mentre parla con Antonio Di Nardo e lo aiuta a risolvere un contenzioso con il ministero delle Infrastrutture legato alla sua doppia veste di dipendente pubblico e imprenditore. I due si vedono più volte. Tesauro è socio, insieme a Di Nardo e al giudice della Consulta Sancetta, di una società chiamata «Il Paese del Sole Immobiliare, srl». Ma si difende: «È stato mio cliente quarant’anni fa e si è rifatto vivo da poco. La società? Era un piccolo investimento in Sardegna, l’avevo dimenticato».

Giancarlo Leone
Dirigente della Rai, nelle telefonate intercettate mostra di essere buon amico di Angelo Balducci e di Diego Anemone. Con quest’ultimo parla spesso anche della ristrutturazione del suo appartamento del quale l’imprenditore si sta occupando. E si interessa di far inserire in una fiction della televisione di Stato il figlio attore di Balducci. Lui stesso assicura di aver provveduto anche a risolvere un problema che rischiava di farlo estromettere dalla produzione.

Gaetano Blandini
Direttore cinema del ministero dei Bene Culturali ha rapporti con Balducci e Anemone. L’indagine mira a verificare se li abbia agevolati la società delle loro mogli nell’erogazione dei fondi per le produzioni di film. Sarebbe riuscito a far assumere una persona di sua fiducia al dipartimento Grandi Eventi.

Gli architetti e la sinistra
Nelle conversazioni intercettate alcuni professionisti si lamentano perché «il sistema Veltroni» ha condizionato il sindaco di Firenze Domenici nella gestione degli appalti. Altri sostengono che «Balducci è uomo di Rutelli». Entrambi gli uomini politici del centrosinistra hanno smentito di essersi mai occupati di questo tipo di lavori.

Fiorenza Sarzanini

20 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it
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« Risposta #44 inserito:: Marzo 03, 2010, 11:36:29 am »

L’inchiesta - Le carte

«Cartello» degli appalti

Una talpa nei Servizi segreti

I pm: una società intestata a Verdini è riconducibile al costruttore Fusi


PERUGIA—La «cricca» che gestiva gli appalti per i Grandi Eventi poteva contare su appoggi all’interno della Guardia di Finanza e dei servizi segreti. E così veniva informata sugli sviluppi delle indagini in corso. A rivelare questi rapporti sono i nuovi atti giudiziari depositati dai magistrati di Perugia. Le migliaia di pagine - con intercettazioni, pedinamenti e accertamenti effettuati dai carabinieri del Ros - confermano l’esistenza di una rete ampia sulla quale potevano contare in particolare i due alti funzionari Angelo Balducci e Fabio De Santis e l’imprenditore Diego Anemone. Rivelano quanto accaduto all’interno della procura di Roma dopo il coinvolgimento dell’aggiunto Achille Toro. Ma soprattutto individuano una società intestata al coordinatore del Pdl Denis Verdini che gli investigatori ritengono riconducibile a Riccardo Fusi, l’imprenditore che il politico avrebbe agevolato nell’assegnazione di alcuni lavori. Si tratta della Parved che ha «la sede viene posta in Firenze via Alfieri 5 (ove hanno sede numerose imprese del gruppo Fusi) e che viene poi «trasformata in Parfu, di cui diventa socio portatore di azioni lo stesso Fusi ».
Nelle ultime ore la Banca d’Italia ha avviato un’ispezione del Credito cooperativo di cui Verdini è presidente.

GLI INCONTRI CON IL GENERALE - È la metà di febbraio 2009, tra i componenti della «combriccola» c’è agitazione per i controlli effettuati nei cantieri. Anemone attiva il suo commercialista Stefano Gazzani per saperne di più e il 24 febbraio lui gli fa recapitare un appunto. L’imprenditore è allarmato: «L’ho letto, mi debbo preoccupare quindi... un pochino ». Il professionista è a disposizione: «Mo’ bisogna interessarsi... capire... potrebbe essere anche una cazzata, cioè una cosa come dire preliminare che poi finisce lì, però la cosa strana è che, come hai letto, riguarda un’altra cosa. Boh! A te non ti risulta che ci stato nessun problema?» Anemone dice di non sapere nulla. Ma dalla settimana successiva contatta il generale delle Fiamme Gialle Francesco Pittorru, dal 2002 in servizio al Sisde. I rapporti con lui sono stretti, tanto che «dal febbraio 2010 - evidenziano gli investigatori - sua figlia Claudia è stata assunta presso il Salaria sport village», il circolo sportivo di Anemone frequentato anche da Guido Bertolaso e diventato una delle strutture dei Mondiali di nuoto. A fare da intermediario per gli appuntamenti è uno dei collaboratori dell’imprenditore, Roberto Molinelli. A maggio, quando i giornali danno conto proprio dell’inchiesta sui mondiali, vengono registrati diversi contatti e appuntamenti. Al telefono non pronunciano mai il suo nome, lo chiamano semplicemente «il generale» oppure «la torre». E subito dopo gli incontri, si scambiano le informazioni che hanno ottenuto. Il 20 luglio Molinelli rassicura: «Diego ti cercavo perché mi ha chiamato "la torre" emi dice "mi raccomando digli che è tutto a posto e di comunicarlo anche alla persona altra con i capelli bianchi» che, dicono gli investigatori, è Balducci.

L'INCONTRO CON NICOLO' POLLARI - Il 21 maggio, Roberto Di Mario, il segretario di Angelo Balducci lo informa che il generale Niccolò Pollari, ex direttore del Sismi, vuole incontrarlo: «Quel ragazzo che era venuto con il generale della Guardia di Finanza, non mi ricordo come si chiama, Valletta no Ballotta forse? qualcosa del genere, che lavora con Pollari, è venuto. Lui diceva "se il presidente è libero chiamo il generale che voleva vedere pure lui"». Balducci si rende disponibile: «Digli che se per lui va bene, domani mattina, magari se non vuol venire in ufficio, che ne so, ci possiamo vedere al Grand Hotel». Il segretario lo contatta nuovamente dopo poco: «Eccomi, allora ti aspetta al Grand Hotel stasera... viene anche questo suo attendente». Dieci minuti prima dell’appuntamento Balducci chiama Anemone.
Balducci: Niente... io c’avevo una riunione con uno dei professionisti adesso per quegli arbitrati che sono rimasti indietro. Però nel frattempo mi sono dovuto riallontanare perché mi ha chiesto... voleva prendere un caffè con me il... diciamo quello che una volta era il capo di "Merulana" per intenderci... quello il più famoso che è molto amico anche di Piero.
Anemone: ah ho capito
Balducci: e che faccio non ci vado? Loro li ho lasciati lì che stanno guardando le carte...E allora fa una cosa magari se tu alle 7 e mezzo ... ci possiamo vedere dove vendono quei vasi, quelle cose o meglio ancora al coso lì, a quello del teatro dell’opera. Ci prendiamo un caffè cinque minuti e poi io rivado lì da loro».

TORO E IL PROCURATORE - Il 10 febbraio scorso, quando scattano arresti e perquisizioni, il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro - accusato dai colleghi fiorentini di aver passato alla "cricca" notizie sull’inchiesta e ora anche di corruzione - contatta il capo del suo ufficio Giovanni Ferrara e in alcuni momenti alludono a passaggi dell’indagine.

Ferrara:...Achille ... tu che fai passi di qui o no?
Toro:... me ne sono tornato a casa Gianni ...sono andati a perquisire pure ... dove stava Stafano (si sbaglia) all’ufficio che mo ... non ho capito ad Infrastrutture ...presso ... a Porta Pia.
Ferrara:...ah! ... perché lui c’ha una cosa là ?
Toro:...lì ..te l'ho accennato .. ha avuto recentemente ... ... quella cosa che ti avevo accennato Ferrara:...ah! ho capito
Toro:...quindi... non lo so che cosa stanno costruendo ... che cacchio hanno fatto ... comunque domani mattina alle 10 mi vedo con l’avvocato... oggi pomeriggio con l'altro avvocato ... e vediamo di capire... alle 9 e mezzo sto in ufficio perché devo vedere l'avvocato ...
Ferrara:...domani vieni perché vediamo che cosa accade domani sui giornali
Toro:...e già lo sto leggendo ora ... già ... il riferimento al magistrato romano su Repubblica Ferrara:...ah sì ... che dicono ? .. no ci sta niente
Toro:... nell'inchiesta sono finite altre 20 persone parlano dell’arresto di Bertolaso
Ferrara:... no mica l'hanno arrestato Bertolaso!!
Toro:... no no .. scusa .. di Balducci ... De Santis e Della Giovampaola ...dunque sono finiti in manette anche De Santis Mauro Della Giovampaola e Diego Anemone ...poi tutto è avvenuto nell’ambito di un'indagine del ROS .. nell'inchiesta sono finite altre 20 persone indagate tra le quali anche un magistrato romano ... e quindi già hanno avuto la notizia ...
Ferrara:... ma certo ... mo sta sull' Ordinanza
Toro:...e Repubblica quindi ... ovviamente .. gli altri non ce l'hanno ancora ma Repubblica già ce l'ha ... quindi ho un attimo il problema di riprendermi io insomma ... hai capito?
Ferrara:... e domani con calma vediamo di ..
Toro:...e domani ... alle 10 viene di corsa ...coso ... Rampioni perché voglio dirgli quello che so insomma ... quello che non so perché qui ... non lo so come lo connettono ... poi insomma io non è che so tutto quello che ovviamente che è avvenuto però non mi pare che noi abbiamo fatto cose che ... va be’ comunque staremo a patire
Ferrara:... va be’ sono cose di prima di dicembre .. quindi non c’era proprio ... allora c’era solo la pendenza ...
Toro:... e no ... dalla comunicazione ... ci sono dei rapporti del Ros ... pure di recente ...di gennaio e del 2 febbraio ...hai capito?
Ferrara:... ah questo non lo so .. non abbiamo le carte .. hai capito?
Toro:... no no ... infatti voglio la copia di quello che hanno notificato a mio figlio per capire che cacchio stanno facendo ... mi preoccupa ’sto fatto che sono andati a perquisirlo pure nell’ufficio nuovo ... figurati un pochettino ... l’immagine per lui... io sono vecchio... che me frega insomma ... ma lui ... in tutti e due gli uffici sia all’Acea che là... va be’... e niente Gianni .. non me la sento oggi Ferrara:...oggi no ....oggi no ... domani
Toro:...parlo con l'avvocato poi appunto scambiamo due parole un attimo, ho bisogno Ferrara:...d’accordo a domani ...ciao

Tre giorni dopo Toro parla con una parente e afferma: «Io qui mi ero già stancato da qualche mese ... ma c’avevo la prospettiva da qui a un anno e mezzo che se ne andava Gianni (Ferrara, ndr) quasi sicuramente diventavo procuratore ...». Invece decide di dimettersi.

I FESTINI - In un capitolo dell’informativa i carabinieri evidenziano come «l’ingegner Balducci, per organizzare incontri occasionali di tipo sessuale, si avvale dell’intermediazioni di due soggetti che si ritiene possano far parte di una rete organizzata, operante soprattutto nella capitale, di sfruttatori o comunque favoreggiatori della prostituzione maschile». Su questo è stata avviata un’indagine parallela che si concentra sull’attività di Thomas Ehiem, un giovane nigeriano che nelle telefonate afferma di far parte del coro di San Pietro «e all’anagrafe di Roma è indicato come "religioso"». È lui ad offrire le prestazioni dei ragazzi, soprattutto stranieri, in cambio di soldi e piccoli favori. L’altro intermediario indicato nella relazione investigativa è invece Lorenzo Renzi, anche lui residente nella capitale.

LE TELEFONATE CON MINZOLINI - Sia Balducci, sia Anemone mostrano di essere in confidenza con il giornalista Augusto Minzolini. E quando questi diventa direttore del Tg1 lo chiamano per congratularsi, ma non solo. Alle fine di settembre scorso, dopo una serie di telefonate, i tre si incontrano. E, annotano gli investigatori «la ragione di questo incontro si trae dalla conversazione del 2 ottobre tra Patrizia Cafiero e Anemone; la donna lo informa che intanto sta andando all’appuntamento (con Giancarlo Leone) e per l’indomani pomeriggio ha organizzato un incontro al TG1 fra il giornalista Vincenzo Mollica e Lorenzo Balducci per la promozione del film «Io, don Giovanni», nel cui cast compare appunto il figlio dell’ingegner Balducci.

Tre giorni dopo Minzolini chiama Balducci.
Minzolini: allora ... ti è piaciuto?
Balducci:... grazie ... bellissimo.
Minzolini:... è stato proprio bello il servizio ... devo dire che lui è bravo ma anche Mollica è per queste cose.
Balducci:... guarda.. il servizio è venuto benissimo proprio, anche le scene poi si prestavano bene. Minzolini:...come no, infatti erano proprio bellissimi quei...
Balducci: io non ho parole.
Minzolini:...macchè! ... lascia perdere ... volevo soltanto sapere se ti è piaciuto... lui è contento? Balducci:... molto guarda ...
Minzolini:... memo male ... lì è una specie di investitura sai no? ... in quel mondo lì ...(ride)
Balducci: io ti, ovviamente ti avrei chiamato stasera perché non ti volevo
Minzolini: ma che scherzi? ... non ti preoccupare ... volevo sapere così .. son contento
Balducci:...ci vediamo presto?
Minzolini:...quando ti pare.

Fiorenza Sarzanini

03 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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