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Autore Topic: Fiorenza SARZANINI.  (Letto 60158 volte)
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« il: Novembre 10, 2007, 10:09:57 »

«A caccia di emozioni forti»

Le amiche raccontano le notti di Amanda e Raffaele

«Stavano fuori fino all'alba, poi a casa in compagnia Meredith era diversa, non faceva mai entrare nessuno»


DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

PERUGIA — Era alla ricerca di «emozioni forti » Raffaele Sollecito. Lo aveva scritto sul suo blog il 13 ottobre scorso. Lo ha ripetuto due giorni fa davanti al giudice. E quella voglia di rompere la noia adesso si trasforma in un elemento di accusa, un sostegno al movente dell'omicidio di Meredith Kercher. Amanda e Raffaele, questo dice l'accusa, «avevano la volontà di provare una sensazione nuova ». Forse non bastavano più gli incontri sessuali occasionali, gli spinelli, le ubriacature, le serate trascorse tra una discoteca e un pub fino all'alba. L'unica certezza di questa inchiesta al momento appare la vita sregolata di questi studenti che emerge dai verbali riempiti in questi giorni da chi frequentava la casa dove è avvenuto il delitto, da chi usciva con Amanda, con Meredith.

Dalle parole di quelle giovani straniere che, seppur per poche ore, accettavano la compagnia dei ragazzi incontrati occasionalmente durante il loro peregrinare notturno. Racconta il 2 novembre Amy Frost: «Conosco Meredith da circa due mesi, perché abbiamo frequentato un corso di italiano all'Università per stranieri. Dopo quel periodo abbiamo cominciato a frequentarci e quattro o cinque volte la settimana ci incontravamo per uscire e andare in qualche locale. Spesso andavamo al "Merlin". So che Meredith qualche volta andava in un locale chiamato "Le Chic" dove lavora la sua amica Amanda». E che cosa facessero durante queste uscite lo aggiunge poco dopo ricordando cosa avvenne il 31 ottobre, alla festa di Halloween «quando siamo andate al "Merlin" per ballare e bere. Verso le 2, dopo la chiusura, io, Robyn, Sophie e Meredith accompagnate dal proprietario Pisco Alessio e altri lavoranti siamo andate al Domus dove abbiamo ballato e bevuto sino alle quattro e mezza, cinque. Poi io, Meredith e Robyn siamo tornate a casa a piedi mentre Sophie e due sue amiche, una olandese e un'ucraina, sono rimaste nel locale. Sophie mi ha detto che sono tornate alle sei e mezza accompagnate da un ragazzo di nazionalità turca che aveva conosciuto tempo fa via Internet. Il turco si è intrattenuto presso l'abitazione di Sophie per circa mezz'ora, solo il tempo di mangiare qualcosa».

Ci si incontra, si balla e ci si sballa, si torna a casa con chi capita. Le amiche dicono che Meredith non faceva entrare nessuno in camera tranne il suo fidanzato Giacomo. «Circa tre settimane fa — ricorda Natalie Hayward — mi ha confidato di averlo baciato per la prima volta. So che in seguito hanno anche dormito insieme una sera che lei aveva bevuto molto». È accaduto più volte, come ha confermato Giacomo entrando anche nei dettagli dei rapporti intimi che aveva avuto con la giovane. Ma poi lei aveva detto a Natalie che era attratta anche «da un ragazzo più bello di Giacomo che abitava sempre lì con loro, ma di cui non so il nome ». Amanda invece è diversa, come fa notare una delle due giovani italiane che abitavano nell'appartamento. E come lei stessa ha ammesso, elencando davanti ai poliziotti i nomi dei ragazzi che aveva fatto salire a casa. Tra loro anche Hicham Khir, marocchino di 28 anni che, a leggere i racconti, aveva una certa dimestichezza con le straniere del gruppo. Tanto che dopo il delitto, il suo alibi è stato controllato nei dettagli. «Ho conosciuto Meredith a settembre al "Merlin" — racconta —. Feci conoscenza prima con la sua amica Sophie con la quale tentai un approccio ballando in pista. Ci siamo scambiati i numeri di cellulare e poi, la sera stessa, ci siamo rivisti al "Domus"».

 Si perdono di vista per un paio di settimane, si incontrano una sera quando lui la riaccompagna perché «era talmente ubriaca» da non poter andare da sola. Si vedono di nuovo nelle settimane successive e poi alla festa di Halloween «quando in pista ci siamo baciati». Lui tenta l'approccio anche con Meredith, intanto frequenta Amanda. Lo ha ricordato lei stessa durante l'interrogatorio del 3 novembre: «Verso la metà di ottobre, mentre mi trovavo a "Le Chic", dove lavoro, ho incontrato Hicham. Verso le 2.30, quando ho finito il turno, mi offriva un passaggio a casa con il motorino e io ho accettato. Quando siamo arrivati lui mi ha detto che gli dovevo un drink quale ringraziamento. Ero titubante, ma siccome lui ha insistito ho accettato specificando che potevo ritardare solo mezz'ora. Ho pensato che mi volesse portare in un altro bar, ma poi quando siamo arrivati sotto casa sua, dietro sua insistenza sono salita. Mi sono quindi diretta verso una camera dove c'erano altri ragazzi italiani che guardavano la Tv, ma lui mi diceva che dovevo seguirlo in camera. Chiudeva la porta dicendo che voleva parlarmi per conoscermi meglio, mentre io chiedevo di andare via. Abbiamo continuato a discutere di questo circa un'ora, quando alla fine ha desistito e mi ha riaccompagnata a casa». Ma poi un'amica di entrambi la smentisce: «Ho saputo che sono stati a letto».

Fiorenza Saranini
10 novembre 2007

da corriere.it
« Ultima modifica: Febbraio 25, 2010, 10:16:37 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Dicembre 20, 2008, 12:16:45 »

Rapporti che gli avrebbero consentito di gestire un piano per 20 mila alloggi

E Romeo disse: «Le cose si fanno a Roma»

Affari e appalti nella capitale, così l'imprenditore parlava al telefono con l'assessore napoletano Di Mezza
 
 
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI NAPOLI — «A Roma si fanno le cose, a Napoli fate fatica ». Quando parlava con i suoi amici assessori partenopei Alfredo Romeo si lamentava spesso dei ritardi e degli «errori tattici» commessi nella compilazione di bandi e delibere. E con Ferdinando Di Mezza, il responsabile al Patrimonio finito agli arresti, vantava rapporti che gli avrebbero consentito di gestire un piano per la costruzione di ventimila alloggi. Gli stessi — questo è il sospetto dell'accusa — che l'avrebbero agevolato nell'aggiudicazione dell'appalto per la manutenzione delle strade. Gli atti giudiziari sui contatti dell'imprenditore con i politici capitolini saranno trasmessi ai pubblici ministeri romani la prossima settimana. Nel fascicolo saranno inserite decine di intercettazioni telefoniche, comprese quelle che riguardano il ruolo del giudice del Consiglio di Stato Troiano, sospettato di averlo aiutato a ribaltare la sentenza del Tar del Lazio che aveva annullato la delibera per mettere a posto le strade.

IL MEDIATORE - Mediatore della vicenda — almeno a leggere le intercettazioni allegate all'ordinanza del giudice — era Renzo Lusetti, parlamentare del Pd nei confronti del quale i pubblici ministeri hanno sollecitato l'arresto. I suoi avvocati Massimo Krog e Alessandra Cacchiarelli smentiscono: «È notorio che al telefono, per troncare, si dicono tante cose che poi non si fanno, specie se chi parla è un politico e dall'altra parte c'è un interlocutore così invasivo, come nel caso». Nel marzo 2007, con l'amico Di Mezza, Romeo parlava proprio della Capitale. Romeo: «Le cose nostre tutto bene?». Di Mezza: «Ehmm pare di sì, ora facciamo il bilancio... no, però pare che stanno andando... vabbé poi ci vediamo domani». Romeo: «A me fa piacere sapere qualche tuo commento, sentiamoci perché io sto a Roma tutto il giorno, ma sto pure sabato e domenica e la settimana prossima eh!». Di Mezza: «Ah, quindi ti trattieni a Roma». Romeo: «E sì perché qui dobbiamo fare... a Roma si fanno le cose, a Napoli fate fatica!... Ma adesso fate un piano di acquisizione, un piano di costruzione di ventimila alloggi ». Di Mezza: «A Roma?». Romeo: «Eh... facciamo ventimila alloggi di edilizia residenziale pubblica quel modellino che abbiamo parlato io e te?». Di Mezza: «Lo so». Romeo: «È attuativo... e quindi sto lavorando a questa cosa perché il sindaco ci tiene in modo particolare...». Di Mezza: «Uhmm, uhmm ho capito!».

INTERROGATORI - Gli assessori interrogati ieri dal Gip hanno negato di aver mai agevolato Romeo, sostenendo che i loro rapporti erano «esclusivamente istituzionali, anche se dovevamo subire la sua invadenza per il particolare ruolo che svolgeva per conto del Comune». Enrico Cardillo, responsabile del Bilancio, avrebbe anche affermato di non aver presentato le dimissioni perché spaventato dal possibile coinvolgimento nell'inchiesta: «Volevo dedicarmi all'attività universitaria ». Felice Laudadio, il delegato al Patrimonio indicato dai pubblici ministeri proprio come l'elemento di contatto con gli assessori romani, avrebbe invece dichiarato di essere «un politico inesperto e questo ha fatto sì che Romeo potesse spendere il mio nome».

Fiorenza Sarzanini
20 dicembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #2 il: Maggio 10, 2009, 06:13:54 »

Originari di Ghana e Sierra Leone, riaccompagnati nei loro Paesi entro 2 settimane

Libia, nel centro dei «respinti»

«Ma proveremo a ritornare»

Tripoli: i clandestini? Possiamo portarveli a San Pietro

Dal nostro inviato Fiorenza Sarzanini


TRIPOLI — La luce filtra dalle sbarre del­le finestre, loro stanno accasciati sulle stuo­ie, sono scalzi, hanno lo sguardo smarrito. Appena la porticina si apre balzano in piedi, cercano di uscire nel cortile. Vogliono spie­gare, raccontare, chiedere aiuto. C’è chi co­nosce qualche parola di inglese, chi si arran­gia con il francese. Hanno la pelle molto scu­ra, la maggior parte sembra provenire dai Paesi dell’Africa subsahariana. I poliziotti li ammassano contro il muro, intimano loro di stare seduti. «Potete parlare, se qualcuno di voi ha qualcosa da chiedere può farlo», gridano. Un ragazzo che dice di avere 16 an­ni quasi implora: «Mi chiamo Emmanuel, vengo dalla Sierra Leone, i miei genitori so­no a Londra. Ero partito per raggiungerli. I soldi per il viaggio me li ha dati mia nonna. Adesso non ho più niente, ma voglio anda­re da loro. Vi prego ci sarà un modo per riu­scire a tornare dì là».

Nel centro di accoglienza di Twescha, 35 chilometri a sud di Tripoli, ci sono gli immigrati che la Libia ha accettato di riprendersi 
Centro di accoglienza di Twescha, 35 chi­lometri a sud di Tripoli. Eccoli gli immigrati che la Libia ha accettato di riprendersi. Mer­coledì scorso erano sui barconi intercettati nelle acque maltesi. Nella notte sono stati trasferiti sulle motovedette italiane che han­no effettuato l’operazione di respingimen­to, provocando un caso internazionale, e so­no tornati in porto. Li hanno divisi per na­zionalità e ora li tengono in questi stanzoni in attesa di riportarli a casa. Non c’è alcuna speranza che possano rimanere, entro due settimane saranno organizzati i voli per il rientro. E tutto ricomincerà daccapo. Per­ché, come chiarisce Suleyman, ghanese di 24 anni «noi non possiamo restare in Afri­ca. Vogliamo andare in Europa, raggiungere la Grecia. E prima o poi ci riusciremo. Met­tiamo i soldi da parte, lavoriamo per pagare i trasferimenti. Un pezzo di strada per volta fino alla costa. Poi ci imbarcano». C’è chi sogna la Germania, chi sostiene di avere parenti in Italia. Samwi ha 19 anni, gli ultimi quattro mesi li ha trascorsi in un casa di Al Zwara — la cittadina all’estremo sud del Paese dove i mercanti di uomini ammas­sano la loro «merce» — ad aspettare l’ok de­gli scafisti. Pensava di esserci riuscito e inve­ce la sua traversata non è durata neanche 100 miglia e si dispera. Traore, 20 anni, tira fuori un documento per dimostrare che lui è già entrato nel programma di protezione per i rifugiati, dice che lo ricevuto ad Abi­djan, in Costa d’Avorio. Ma se gli chiedi co­me mai era su una di quelle barche non sa rispondere, non è in grado di spiegare per­ché non ha sfruttato questa occasione per provare ad avere una nuova vita. I centri di accoglienza qui sono gestiti dalla polizia, gli agenti di guardia che chiariscono di aver già avviato le verifiche sul tesserino sosten­gono che potrebbe essere falso.

Dopo le accuse di violazione dei diritti umani arrivate nelle ultime ore, le autorità libiche hanno deciso di consentire una visi­ta nelle strutture, vogliono mostrare al mon­do come vengono trattate queste persone. Quando si apre il padiglione dove sono i ni­geriani e i ghanesi, la scena vista all’inizio si ripete. Sono quasi tutti ragazzi. Si tirano su, ti circondano «perché devi mandare un messaggio, dire che stiamo bene ma che vo­gliamo essere liberi». Negano di aver ricevu­to maltrattamenti, non hanno segni visibili di percosse. Ricordano di essere rimasti per ore e ore su quei barconi che rischiavano di andare alla deriva. «Abbiamo avuto tanta pa­ura, era buio, potevamo morire», ripetono come in una litania. Fram ha la faccia da ra­gazzino, racconta di avere 17 anni, di essere giunto dal Gambia. E sostiene di non sapere dove si trova. «Libia? Non capisco. Io vole­vo andare a Malta». Le donne che erano sui barconi sono state trasferite nel centro di Zawia, 40 chi­lometri a nord della capitale. Lì finiscono anche i bambini, ma la polizia locale assi­cura che a bordo l’altra sera non ce n’era nemmeno uno. Le femmine erano 37 e una ventina erano con il marito. «Li abbia­mo messi insieme, ma anche loro dovran­no lasciare il Paese», chiariscono i respon­sabili delle strutture.

I centri di accoglienza sono cinti da un muro alto, circondati dal filo spinato. I por­toni sono di ferro, la sorveglianza è affidate alle guardie armate. Non ci sono limiti di permanenza, ma si cerca di non farli restare più di 15 giorni. «Perché — chiarisce il di­rettore di Twescha — siamo sempre in emergenza, anche in questi giorni ci sono 400 persone in più». Al ministero dell’Inter­no dicono che in Libia ci sono «almeno un milione e mezzo di stranieri che vuole rag­giungere l’Europa. Noi spendiamo ogni an­no due miliardi e mezzo di dollari per gesti­re il fenomeno dell’immigrazione clandesti­na e non siamo più in grado di sostenere il fenomeno». Abdal Muammed, un alto funzionario della sicurezza che ha trattato con l’Italia l’accordo per effettuare i pattugliamenti congiunti, sa bene quante critiche si siano scatenate dopo le operazioni effettuate in acque internazionali. Ma non appare dispo­sto a subire gli attacchi: «Non credo possibi­le che qualcuno pensi di aver risolto il pro­blema dell’immigrazione clandestina man­dando sei motovedette a controllare il ma­re. Noi siamo pronti a collaborare con il go­verno di Roma e lo stiamo dimostrando. Ma è l’Europa che deve farsi carico di que­sta situazione, avviare quei progetti negli Stati d’origine che promette da anni. E so­prattutto, l’Unione deve rispettare gli impe­gni presi nei mesi scorsi: quando abbiamo condotto la mediazione per liberare le infer­miere bulgare, sono stati siglati accordi per l’avvio della sorveglianza radar delle nostre frontiere meridionali. Non ne abbiamo sa­puto più nulla».

Alla durissima presa di posizione del Va­ticano, il rappresentante del governo libi­co risponde con altrettanta fermezza: «Quando abbiamo allentato i controlli sia­mo stati accusati di mandare la gente a mo­rire. Ora che abbiamo deciso di potenziarli ci accusano di violare i diritti umani. Noi siamo aperti a tutti i tipi di cooperazione, se volete possiamo portare a piazza San Pie­tro tutti gli stranieri che le vostre navi han­no portato qui. Bisogna capire che la Libia da sola non ce la fa, queste persone scappa­no dalla fame, non dalla guerra. La coscien­za dell’Europa deve svegliarsi perché noi proveremo a fermare chi affronta il mare per avere una vita migliore, però saremo costretti a fermarci se continueremo ad es­sere il luogo di transito di tutta l’Africa. E saremo costretti a sospendere i controlli delle frontiere verso l’esterno qualora ci rendessimo conto che il peso migratorio sta diventando troppo pesante».


10 maggio 2009
da corriere.it
« Ultima modifica: Maggio 31, 2009, 10:59:13 da Admin » Loggato
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« Risposta #3 il: Maggio 11, 2009, 09:30:10 »

Il reportage -

Gli immigrati ingannati si tuffano in mare dopo appena 100 miglia

Il nuovo trucco degli scafisti: la base Eni spacciata per l’Italia

DAL NOSTRO INVIATO


TRIPOLI — La nave della Ma­rina Militare italiana entra nel porto di Tripoli poco prima delle 10 e viene fatta ancorare in un’area riservata. A bordo ha il suo carico di persone re­cuperate in mezzo al mare nel­la notte e respinte per ordine del governo di Roma. Sono ghanesi, bengalesi, tunisini, marocchini, ma la maggior parte è nigeriana. Ci sono 40 donne, due sono incinte, oltre a due bambini piccolissimi. Hanno tutti sfidato la sorte e sono stati beffati.

Quando scendono dalla sca­letta appaiono smarriti, qual­cuno si sente male. Molti sono disidratati, sfiniti dalle ore tra­scorse in balia delle onde in at­tesa che fossero effettuati i tra­sbordi per riportarli indietro. Insieme ai poliziotti locali ci sono gli ufficiali di collega­mento italiani. Le autorità libi­che hanno consentito anche al rappresentante dell’Iom, l’Or­ganizzazione internazionale per i migranti, di assistere allo sbarco e di verificare le loro condizioni. I pullmini aspetta­no di trasferirli a Twescha e ne­gli altri centri di accoglienza dove sono già stati portati i 227 stranieri recuperati la not­te di mercoledì. Il viaggio è fi­nito, infranta è la speranza di raggiungere l’Europa. Li bloc­cano nelle acque internaziona­li, ma pure nel deserto. Da quando è scattato l’accordo con l’Italia, le squadre di agen­ti e dei servizi segreti effettua­no pattugliamenti nella zona di Bengasi e sulla strada che da Sirte porta verso la costa per fermare chi entra illegal­mente nel Paese. Raccontano di averne presi almeno 2.000 in tre settimane. Spiegano che anche gli scafisti adesso si stanno riorganizzando.

Il generale Hammad Issa è il capo delle unità investigative della polizia libica. Sul tavolo del suo ufficio ha impilato gli ultimi rapporti che raccontano le operazioni di rastrellamento per individuare i trafficanti e le loro «basi». Ha evidenziato le informazioni che possono aiutare a prevenire le loro pros­sime mosse. Ed è lui a traccia­re «la rotta alternativa» che le organizzazioni criminali stan­no tentando di aprire per aggi­rare i controlli. Partenza da Al Zwara o dalle altre località più a ridosso dell’Egitto, con desti­nazione Creta. Se questo accor­do per i pattugliamenti con­giunti continuerà a essere at­tuato, «i criminali dovranno puntare verso Est, potrebbero arrivare fino in Turchia».

Ci sono migliaia di stranieri che sono stati ammassati ad Al Zwara e nelle altre spiagge vici­ne, in attesa di partire. Hanno attraversato il deserto quando la temperatura non era ancora alta e adesso che si superano i 30 gradi, aspettano il proprio turno. Gli scafisti cercano di ca­ricarne il più possibile sui bar­coni, ma moltissimi sono stati ingannati. Chi paga per salpare e raggiungere l’Europa sa che il patto lo obbliga a percorrere a nuoto l’ultimo tratto di mare. Ed è questo che consente l’in­ganno: c’è chi viene scaricato dopo aver percorso appena cento miglia, in prossimità del­la piattaforma dell’Eni che in mare libico estrae il petrolio e dalla quale partono spesso i ri­morchiatori per dare soccorso alle barche in difficoltà. Quan­do le luci sono appena visibili chi è al timone grida «Italia, ar­rivati » e ordina di tuffarsi. Ne muoiono moltissimi, travolti dalle onde, stremati dalla fati­ca. Tanti altri affondano insie­me ai mezzi di fortuna dove i trafficanti li hanno stipati. Ieri mattina al porto di Tripoli il rappresentante dell’Iom ha os­servato quelle decine di perso­ne mentre, con lo sguardo per­so, tentavano di capire quale fosse la loro sorte. «Nessuno ha chiesto asilo — puntualizza Lawrence Hart, che dell’Iom è il responsabile per la Libia — ma noi entreremo nei centri per verificare che i nuclei fami­liari non siano stati divisi e per assicurarci che vengano tratta­ti bene». Non è a lui che si de­ve rivolgere chi vuole avviare la pratica per chiedere protezio­ne «ma noi abbiamo l’impe­gno di coordinare la parte uma­nitaria », chiarisce per scaccia­re il sospetto che la sua orga­nizzazione — che qui oltre al­l’Ue rappresenta Italia, Gran Bretagna e Usa — possa copri­re eventuali violazioni dei dirit­ti umani. Dopo l’arrivo il suo delegato ha potuto scambiare qualche parola con gli stranie­ri. «La maggior parte ha rac­contato di essere partita da Al Zwara — dice Hurt — altri non hanno voluto rivelare nul­la. Sono spaventati, c’è chi pen­sa già di riprovarci». In serata arriva la segnalazione che in acque internazionali c’è un al­tro mezzo. Forse è una barca, più probabilmente un gommo­ne. A bordo ci sarebbero una quarantina di stranieri. Mi­granti senza ormai speranza di approdare nella terra promes­sa, l’Italia.

Fiorenza Sarzanini
11 maggio 2009

da corriere.it
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« Risposta #4 il: Maggio 31, 2009, 11:00:26 »

E Zappadu spiegò: «Tra le immagini qualcuno ha riconosciuto Noemi»

Topolanek nudo nel giardino della Villa e nei viali bionde e brune mozzafiato

Berlusconi ha potuto visionare settanta scatti, in uno lui è nel patio accanto a una giovane con un «miniabito» nero
 

ROMA - Berlusconi ha potuto visionare settanta foto scattate durante le feste organizzate a Villa Certosa. Ed è stato dopo averle esaminate che ha deciso di provare a bloccarne la pubblicazione rivolgendosi al Garante della Privacy con un ricorso d’urgenza. Erano soltanto un campione delle 700 immagini del reporter Antonello Zappadu, ma tanto è bastato per intuire i possibili effetti di un'eventuale loro divulgazione. Anche perché, come ammette lo stesso avvocato del premier Niccolò Ghedini, «almeno una ritrae l'ex primo ministro della repubblica ceca Mirek Topolanek nudo in giardino durante la vacanza trascorsa in Sardegna a casa del presidente nel maggio 2008. C'erano anche i suoi bambini, ma non si può mai sapere che cosa esce sui giornali».

L'ex premier ceco non è l'unico ad essere stato ripreso senza veli. Nelle foto circolate finora ci sono pure ragazze in topless o in atteggiamenti discinti ed è difficile prevedere che cosa potrebbe accadere se finissero su qualche quotidiano o rotocalco. Di qui la scelta di muoversi sul doppio binario — Authority e procura di Roma — con un obiettivo preciso: impedire che qualcuno possa utilizzare gli scatti. Il provvedimento di sequestro trasforma infatti il materiale in «corpo di reato» e dunque chi lo usa può essere denunciato per ricettazione. Una misura che si applica in Italia, ma non all'estero dove sarebbero già state avviate trattative per la vendita del servizio. Immagini divenute preziose perché riguardano anche la festa di Capodanno e le vacanze natalizie offerte dal premier a numerose ragazze e in particolare a Noemi Letizia.

In realtà nell'archivio del fotografo di Olbia — diventato famoso due anni fa per aver «beccato» Berlusconi sempre a Villa Certosa in compagnia di cinque ragazze tra le quali spiccava Angela Sozio, la «rossa» del Grande Fratello — sono documentate moltissime occasioni mondane organizzate dal premier. Prova ne sia che il primo contatto per cedere foto al settimanale Panorama risale al dicembre scorso, quando il caso politico non era ancora esploso e soprattutto non si era a conoscenza della frequentazione di Berlusconi con la ragazza di Portici. Quali sono dunque le immagini che Zappadu offriva al settimanale di proprietà della famiglia del premier? Il direttore Maurizio Belpietro sostiene che riguardavano proprio la visita di Topolanek. «Io non le ho viste — chiarisce — anche perché non ero interessato, ma so che erano proprio quelle. Il giornalista Giacomo Amadori fu contattato da questo fotografo che conosce da tempo e mi ha informato, ma non se n'è fatto nulla. Non ho mai pagato questo tipo di servizi e in ogni caso non c'era niente che valesse la pena. Comunque, non avevo certo a disposizione un milione e mezzo di euro». In realtà dalla visita della delegazione ceca erano trascorsi sette mesi, altre scene erano state immortalate. Soprattutto durante l'estate. In una foto ripresa da lontano, ma che lascia intravedere perfettamente le figure, Berlusconi è nel patio di una delle residenza abitualmente riservate agli ospiti. Accanto ha una splendida ragazza bionda. Poco dietro si stagliano le figure di altre due bellezze mozzafiato. Una indossa un miniabito nero, l'amica ha anche lei un vestito nero. Sullo sfondo si intravede un uomo, ma non è possibile riconoscere il volto. Il premier guarda lontano e sorride.

 E poi ci sono le immagini delle ragazze immortalate sotto la doccia. Una sequenza ne mostra due, bellissime, entrambe in topless che si rinfrescano sotto il getto dell'acqua. I corpi sono così vicini che sembra quasi si sovrappongano. È possibile che tra le decine di ospiti di Villa Certosa ci fosse qualcuno particolarmente interessante e proprio questo abbia spinto il fotografo ad offrire il servizio a Panorama. Certo è che, dopo il rifiuto incassato a dicembre, Zappadu ha avuto un nuovo contatto con Amadori. E questa volta ha potuto offrire un piatto davvero gustoso. Lui stesso ha raccontato che tra le bellezze ospiti per le vacanze di Natale ha potuto riprendere «una giovane che la dottoressa Mosca ha riconosciuto come Noemi e altre che a me sembravano minorenni». Tra le settanta foto offerte come test per l'eventuale acquisto, una ritrae una giovane bionda che passeggia nel parco mentre parla al telefonino e a poco distanza si nota un uomo che indossa un giaccone di tipo mimetico. Lei ha un cappotto rosso, i jeans e gli stivali. Sembra trattarsi di un periodo invernale. «La mail con la bozza di contratto — spiega Ghedini — è arrivata il 26 maggio. Allegate c'erano le 70 immagini, divise in due gruppi: quelle di Capodanno e quelle di maggio. Lo stesso Zappadu ha detto che in questa situazione anche quelle di Topolanek erano tornate attuali. Non mi sembra ci fossero immagini di Noemi e in ogni caso i volti erano oscurati. Il prezzo indicato è un milione e mezzo di euro». I collaboratori del fotografo negano che fosse la reale richiesta. «E in ogni caso — ribadiscono — questa volta sono stati loro a cercare Antonello. Amadori ha chiamato e ha chiesto di visionare il materiale. Si sono ricordati di quanto era accaduto a dicembre e hanno voluto sapere che cosa avevamo. Ora hanno chiesto il sequestro, ma noi non abbiamo foto scattate all'interno di Villa Certosa e dunque in giro potrebbero esserci scatti fatti da altri».

Fiorenza Sarzanini

31 maggio 2009
da corriere.it
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« Risposta #5 il: Giugno 02, 2009, 04:33:17 »

Tra gli ospiti nelle foto Mariano Apicella, una ballerina di flamenco e Topolanek

Gli «scatti» delle feste in Sardegna

Le sequenze delle giovani arrivate anche con aerei di Stato e scortate dai bodyguard del premier


ROMA - La bella ragazza bruna fa capolino sulla scalet­ta, si guarda intorno, poi scende e si dirige verso il cor­teo presidenziale. Non c’era soltanto il fedele Mariano Api­cella a bordo dell’aereo di Sta­to atterrato a Olbia il 24 mag­gio del 2008 per portare in Sardegna Silvio Berlusconi e i suoi ospiti «privati». Dal por­tellone posto accanto alla scritta «Repubblica Italiana» esce anche un altro signore che raggiunge il cantante na­poletano e lo aiuta a caricare i bagagli sull’auto. Dopo sbuca lei, indicata come una balleri­na di flamenco chiamata ad allietare le serate di festa. Il premier è ritratto mentre la­scia il velivolo dell’Aeronauti­ca militare e quando si ferma a salutare il comitato di acco­glienza sulla pista.

In macchinetta con i body guard
Eccola la sequenza fotogra­fica al centro delle indagini avviate dalla magistratura di Roma sui voli di Stato. Il re­porter sardo Antonello Zappa­du, 51 anni, l’ha consegnata insieme alle altre centinaia di foto scattate fuori e dentro Villa Certosa durante l’ultimo anno. Immagini che mostra­no le feste e le vacanze sem­pre caratterizzate dalla pre­senza di meravigliose ragaz­ze. In piscina in pieno agosto, nel parco durante il mese di ottobre e poi ancora a dicem­bre quando anche Noemi Leti­zia fu invitata con l’amica Ro­berta a trascorrere il Capodan­no nella splendida dimora. Passeggiano nei viali le si­gnorine, ma spesso è lo stes­so Berlusconi a portarle in gi­ro per far ammirare loro gli angoli più suggestivi della sua residenza. In molte foto si vede il presidente guidare le macchinette elettriche con almeno tre o quattro ragazze. E quando lui non c’è, sono gli agenti della scorta a incaricar­si di trasportare le belle ospiti a bordo delle minicar. Talvol­ta addirittura con la mimeti­ca addosso. Compiti non strettamente istituzionali che potrebbero convincere la ma­gistratura a verificare se sia­no consoni a funzionari dello Stato. La scorta del premier è infatti affidata a specialisti che provengono dall’Arma dei carabinieri, dalla polizia e dalla Guardia di Finanza, ma durante il precedente gover­no guidato da Berlusconi so­no tutti passati alle dipenden­ze del Cesis e adesso dal Dis, la struttura di coordinamen­to dei servizi segreti.

La trattativa fino al blocco
Il sequestro disposto dalla magistratura impedisce la pubblicazione degli scatti in­terni alla Villa. Proprio quello che l’avvocato Niccolò Ghedi­ni voleva ottenere quando ha consigliato a Berlusconi di presentare un ricorso d’ur­genza al Garante della Pri­vacy e un esposto alla Procu­ra di Roma. Il provvedimento disposto dal pubblico mini­stero trasforma infatti il mate­riale in «corpo di reato» e dunque per chi lo utilizza può scattare l’accusa di ricet­tazione. Una misura che però sarà difficile, se non impossi­bile, far applicare all’estero. Già agli inizi del dicembre scorso Zappadu aveva offerto a giornalista di Panorama, Giacomo Amadori una serie di servizi sul premier, ma poi non se n’era fatto nulla. Ne parlano di nuovo a metà mag­gio, mentre il fotografo ha già messo in piedi trattative con quotidiani e periodici stranieri. Il 26 maggio il croni­sta lo invita a spedirgli un campione da far visionare al suo direttore. Il pomeriggio gli scatti vengono consegnati a Berlusconi che dopo averli visionati insieme al legale, de­cide di bloccarli.

Nell’idromassaggio accanto alle statue
La sequenza del maggio 2008 che mostra l’allora pri­mo ministro ceco Mirek To­polanek nudo a bordo pisci­na con una donna bionda che potrebbe essere la sua nuova fidanzata e un’altra ospite, rischia di creare imba­razzo sulla scena internazio­nale, anche perché nelle im­magini non compaiono affat­to i bambini dei quali aveva parlato Ghedini. Sconvenien­ti devono essere apparse an­che le foto delle molte ragaz­ze in bikini o in topless che prendono il sole accanto a statue di bronzo raffiguranti donne nude. Oppure quelle che ne ritraggono altre men­tre si scambiano effusioni sotto la doccia. Quando sono accanto al presidente del Con­siglio — che indossa sempre pantaloni e maglione blu — sono tutte vestite. Una caute­la che invece non sembrano avere se in giro ci sono le guardie del corpo. Tutt’altro abbigliamento sfoggiano a ottobre, quando vengono immortalate fuori e dentro le dependance per gli ospiti. C’è chi sta in pigiama, chi in tuta, chi in baby doll. Gli scatti sono quelli che mag­giormente hanno adirato il premier perché riprendono le giovani mentre sono nella stanza, sia pur attaccate alla vetrata che affaccia sul giardi­no o sulla soglia. E poi ci so­no le fotografie delle vacanze natalizie, la settimana che an­che Noemi Letizia trascorse a Villa Certosa insieme all’ami­ca Roberta. Le immagini sono prese da una ampia distanza, il teleo­biettivo segue gli spostamen­ti di una bellissima bionda che indossa i jeans in un paio di stivali neri dai tacchi alti e un cappottino rosso. Qualcu­no ha creduto di riconoscere proprio Noemi, ma appare difficile riuscire a individuare la ragazzina di Portici in mez­zo alle altre bellezze fotografa­te in villa. Ci sono diverse bionde, tutte alte e slanciate. Ma anche qualche affascinan­te bruna, una con i riccioli e il basco che spicca tra le altre. Nel dischetto che Zappadu ha consegnato ai carabinieri quando ha saputo di essere stato denunciato per violazio­ne della privacy e truffa le da­te registrate automaticamen­te dalle macchine sono quelle del 29 e del 30 dicembre, ma potrebbero contenere pure immagini che si riferiscono ad altre giornate trascorse in Sardegna dalle giovani.

La trasferta del Bagaglino
L’interesse di Zappadu per il presidente del Consiglio sembra avere radici antiche e infatti fu sempre lui a ripren­derlo mentre era a Villa Cero­sa con cinque ragazze tra le quali spiccava Angela Sozio, la 'rossa' del Grande Fratel­lo. Ma ha scattato foto a raffi­ca anche quando era capo del­l’opposizione e per i voli uti­lizzava i suoi aerei privati. C’è una lunghissima sequen­za che riprende l’arrivo degli attori del Bagaglino a Olbia a bordo del suo velivolo. Dalla scaletta scendono le balleri­ne e gli imitatori, si nota an­che il regista Pier Francesco Pingitore. Ad attenderli ci so­no pulmini blu o grigio me­tallizzato che poi li accompa­gneranno nella residenza di Porto Rotondo. In un’altra occasione Silvio Berlusconi è ripreso di notte mentre arriva e si ferma a par­lare con alcuni carabinieri. Poi li saluta e si avvia verso la scaletta del velivolo che pos­siede. A segnare la pista ci so­no le luci lungo il percorso. Anche l’interno dell’aereo è il­luminato. Una dopo l’altra sal­gono a bordo alcune ragazze fotografate poco prima men­tre scendevano da una delle auto del corteo. Momenti pubblici e priva­ti. C’è Berlusconi che mostra a tre signori e due donne una delle dependance e poi nel tour della residenza a bor­do delle minicar. C’è ancora lui che, attorniato da cinque ragazze, passeggia tra i ce­spugli e sembra invitare le sue ospiti a visitare il resto del giardino. E poi mentre sembra sul punto di la­sciare la Sar­degna con un gruppo di ospiti che lo attende all’ae­roporto per partire insieme al termine di un incontro ufficiale.

Il cordone di sicurezza
Le immagini sequestrate a Zappadu mostrano quanto ac­cade all’interno di Villa Certo­sa, ma mettono in evidenza anche le falle all’interno del si­stema di sicurezza che do­vrebbe proteggere il presiden­te del Consiglio da ogni tipo di intrusione. E invece con i suoi teleobbiettivi, il reporter è riuscito a fotografare nume­rosi punti della immensa te­nuta riuscendo a cogliere i particolari e soprattutto ad in­quadrare perfettamente volti e figure di chi si trovava oltre il muro di cinta. Fa effetto vedere le guar­die in tuta mimetica e poten­ti fucili al collo, ripresi men­tre sono in cima ai muri che circondano la splendida vil­la, lì dove fanno i turni di ve­detta. O addirittura immorta­lati mentre girano con poten­ti motociclette da enduro nei viali interni. Un’altra foto fis­sa l’arrivo dele auto dei cara­binieri che varcano il cancel­lo e poi procedono sulla stra­da principale. E poi ci sono quelle dove si vedono i body guard che vanno avanti e in­dietro, sempre armati, oppu­re fanno la spola tra il patio delle case per gli ospiti e gli esterni. Si nota la grande di­scoteca, c’è l’anfiteatro, ci so­no le rocce che servono a di­videre le varie zone del par­co. Ed è lì che alcune giovani bellezze hanno scelto di ada­giarsi a prendere il sole, mai immaginando che qualcuno fosse in grado di appostarsi per ore e ore fino a ricostrui­re le loro giornate.



Fiorenza Sarzanini
02 giugno 2009

da corriere.it
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« Risposta #6 il: Giugno 11, 2009, 05:31:55 »

Il caso: Il generale Piccirillo offre le dimissioni, Letta le respinge

«Villa Certosa come un bunker»

Gli 007 davanti al Copasir


I rappresentanti del Pdl nel Copasir indagano sulla protezione dei servizi segreti al premier
ROMA — La residenza di Silvio Berlusconi in Sardegna «è protetta secondo il massimo livello di sicu­rezza possibile rispetto alla sua lo­calizzazione ». Dopo le polemiche seguite alla pubblicazione delle fo­tografie che documentano le feste e le vacanze organizzate a Villa Cer­tosa, i vertici dei servizi segreti ri­spondono al governo e al Copasir — il comitato di controllo sull’atti­vità degli 007 — e negano l’esisten­za di falle nel dispositivo. Vicenda spinosa che lunedì scorso aveva convinto il generale Giorgio Picci­rillo, direttore dell’Aisi, ad offrire le proprie dimissioni al sottosegre­tario Gianni Letta. Offerta respin­ta, ma la polemica appare tutt’altro che chiusa, anche perché proprio oggi l’organismo parlamentare av­vierà l’istruttoria sui voli di Stato con a bordo gli ospiti del premier, documentati proprio dalle immagi­ni scattate all’aeroporto di Olbia dal reporter Antonello Zappadu.

Erano stati i componenti del Pdl all’interno del Copasir, la scorsa settimana, a chiedere l’avvio di un’indagine per verificare «quale protezione hanno dato e danno al presidente del Consiglio le struttu­re dello Stato a ciò preposte, in pri­mo luogo uno dei servizi segreti?». L’iniziativa di Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello e Giuseppe Esposito era stata interpretata, so­prattutto all’interno della coalizio­ne, come una presa di distanza dal­lo stesso Letta, che degli 007 è il re­ferente politico. Lunedì sera è stato proprio lui a convocare a palazzo Chigi il diretto­re del Dis Gianni De Gennaro e quello dell’Aisi, Piccirillo appunto. E quest’ultimo non ha avuto esita­zioni: «Se è la mia testa che voglio­no, sono pronto». Il sottosegreta­rio non l’ha neanche lasciato fini­re: «Avete entrambi la mia comple­ta fiducia», ha risposto. E tanto è bastato per procedere all’analisi della relazione che è stata poi con­segnata al Copasir e sarà discussa oggi.

Nel documento, con allegate le cartine che illustrano la planime­tria della villa di Berlusconi a Porto Rotondo, si specifica che la residen­za del premier «confina con abita­zioni private, un albergo e una club house, preesistenti rispetto al­l’acquisto » e che queste circostan­ze «non consentono una copertura totale rispetto ad eventuali interfe­renze che avvengono all’esterno». Una situazione che, si sottolinea, è comunque molto più sicura rispet­to «all’esposizione dell’Autorità in luoghi pubblici o durante eventi al­l’aperto ». Fino all’agosto del 2008 la protezione del presidente del Consiglio era affidata al Dis, ma è stata poi trasferita sotto la respon­sabilità di una divisione dell’Aisi che gestisce il servizio di scorta. Si tratta di circa 120 uomini prove­nienti dall’Arma dei carabinieri e dalla polizia, passati però alle di­pendenze del Servizio. Un decreto firmato il 29 aprile scorso, ma di fatto già applicato sin da dicem­bre, affida invece al Viminale e dun­que alle forze dell’ordine, la respon­sabilità della vigilanza all’esterno dei luoghi che ospitano il premier: da Villa Certosa a palazzo Grazioli, fino ad Arcore e alle altre residenze a sua disposizione.

Oggi al Copasir sarà ascoltato il direttore del’Aise, l’ammiraglio Bruno Branciforte, che dovrà forni­re la movimentazione dei voli Cai — quelli appunto che fanno capo ai servizi segreti — e il loro utilizzo da parte della presidenza del Consi­glio e di altre Istituzioni.

Fiorenza Sarzanini
11 giugno 2009

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« Risposta #7 il: Giugno 17, 2009, 12:40:24 »

IL NUOVO FILONE

I misteri, i sospetti e le intercettazioni dell'inchiesta di Bari

Un imprenditore pugliese al telefono parla di feste con le ragazze dal premier


Appalti nel settore della sanità concessi in cambio di mazzette. Sarebbe questa l’inchiesta che agita e rafforza l’idea del «complotto» nell’entourage del presidente del Consiglio. Nel corso dell’indagine sarebbero state infatti intercettate conversazioni che riguardano alcune feste organizzate a palazzo Grazioli e a Villa Certosa. E i personaggi coinvolti avrebbero fatto cenno al versamento di soldi alle ragazze invitate a partecipare a queste occasioni mondane. Gli accertamenti su questo fronte sono appena all’inizio, ma le voci corrono velocemente.

Dunque non si esclude che possa essere proprio questa la «scossa al gover­no» della quale ha parlato domenica scorsa Massimo D’Alema per invitare l’op­posizione «a tenersi pron­ta». Del resto due giorni fa era stato lo stesso ministro per i Rapporti con le Regio­ni, Raffaele Fitto, pugliese doc, a chiedere con una di­chiarazione pubblica a qua­li informazioni avesse avu­to accesso D’Alema, paven­tando così il sospetto che si riferisse proprio ad un’in­dagine condotta a Bari. Gli accertamenti sono stati avviati qualche mese fa e riguardano l’attività di un’azienda, la Tecnohospi­tal che si occupa - come è ben evidenziato anche nel suo sito internet - di «tec­nologie ospedaliere». A gui­darla sono due fratelli, Giampaolo e Claudio Taran­tini, che qui in città sono molto conosciuti. Impren­ditori che nel giro di pochi anni hanno fatto crescere la propria azienda fino ad ottenere numerose com­messe.

Ed è proprio su que­sto che gli ufficiali della Guardia di Finanza hanno cominciato a svolgere veri­fiche. L’obiettivo è quello di stabilire se la ditta sia sta­ta favorita negli appalti, da qui l’ipotesi investigativa di corruzione. Giampaolo è noto anche a Porto Rotondo, dove tra­scorre le estati in una splen­dida dimora che si trova non troppo distante da Vil­la Certosa. Con Silvio Berlu­sconi avrebbe avuto rap­porti nel corso degli anni. E sarebbe proprio lui ad avere parlato, durante alcu­ni colloqui telefonici, delle feste alle quali era stato in­vitato dal premier. In particolare sarebbero stati captati diversi contat­ti con ragazze che veniva­no invitate a recarsi nelle residenze di Berlusconi per partecipare a questi eventi.

A suscitare l’interesse dei magistrati è stato il riferi­mento al versamento di sol­di alle donne che accettava­no di partecipare. Bisogna infatti verificare se si tratti di una millanteria o se inve­ce possano esserci stati epi­sodi di induzione alla pro­stituzione. Gli accertamen­ti su questo aspetto dell’in­chiesta sono appena all’ini­zio. Si parla di alcune ragaz­ze che sarebbero state con­vocate in Procura come per­sone informate sui fatti, ma nulla si sa sull’esito di questi interrogatori. Si tratta comunque di una inchiesta destinata a far rumore e infatti dopo la sortita di Massimo D’Ale­ma si sono rincorse voci e indiscrezioni sulla possibi­lità che l’indagine potesse avere sviluppi immediati. Un’inchiesta che però ali­menta i sospetti denunciati dal Cavaliere in questi gior­ni di tentativi giudiziari di indebolirlo.



Fiorenza Sarzanini
17 giugno 2009

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« Risposta #8 il: Giugno 18, 2009, 10:09:45 »

Il nuovo filone

Il pm ha interrogato altre tre ragazze

La D’Addario ha consegnato i nastri e il video degli incontri con il premier
 

Ci sono almeno tre ragazze che hanno confermato di aver preso soldi per partecipare alle feste a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa. Due sono state interrogate dal pubblico ministero a Bari, l’altra a Roma. Hanno raccontato i dettagli, tanto che una di loro ha chiesto e ottenuto il permesso di poter andare all’estero «per un po’» sostenendo di «temere per la mia sicurezza». Anche Patrizia D’Addario è stata ascoltata per oltre cinque ore dal magistrato Pino Scelsi.
La candidata alle elezioni comunali con la lista «La Pu­glia prima di tutto», che ha rivelato le due serate che avrebbe trascorso con il pre­mier nella residenza capitoli­na, ha poi depositato le regi­strazioni audio dei suoi in­contri e un video dove lei stessa si sarebbe ripresa con un telefonino. «L’ho fatto— ha fatto mettere a verbale— perché così nessuno potrà smentire che sono stata lì».

Tarantini e le squillo
A gestire le ragazze sareb­be stato Giampaolo Taranti­ni, l’imprenditore pugliese di 35 anni titolare insieme al fratello Claudio, 40 anni, di un’azienda — la Tecnohospi­tal — che si occupa di tecno­logie ospedaliere. Per questo è stato iscritto nel registro degli indagati per induzione alla prostituzione e la scorsa settimana è stato interroga­to alla presenza di un avvoca­to. Sono gli stessi vertici del­la Procura di Bari a confer­mare che «è in corso un’in­dagine su questo reato in luoghi esclusivi di Roma e della Sardegna», nata da al­cune conversazioni telefoni­che durante le quali lo stes­so Tarantini avrebbe trattato con le ragazze le trasferte e i compensi.
Non sapeva l’imprendito­re di essere finito sotto in­chiesta per associazione a de­linquere finalizzata alla cor­ruzione. Secondo l’ipotesi della Guardia di Finanza la sua azienda avrebbe versato laute mazzette per ottenere appalti nel settore sanitario. Un filone di questi accerta­menti ha coinvolto tre mesi fa anche l’allora assessore re­gionale alla Sanità Alberto Tedesco, che per questo si è dimesso dall’incarico. Parla­va al telefono con le ragazze Tarantini, ma anche con le persone dell’entourage del premier. E quando ha af­frontato l’argomento soldi, sono scattate le verifiche.

Il patto con Patrizia
È proprio Tarantini il me­diatore che avrebbe portato Patrizia D’Addario alle due feste con Berlusconi. Le era stato presentato da un ami­co comune che si chiama Max e le disse di chiamarsi Giampi. Di fronte al pubbli­co ministero la donna ha confermato che «per la pri­ma serata l’accordo prevede­va un versamento di 2.000 euro, ma ne ho presi soltan­to 1.000 perché non avevo accettato di rimanere. La se­conda volta — era la notte dell’elezione di Barack Oba­ma — sono rimasta e dun­que ho lasciato palazzo Gra­zioli la mattina successiva. Quando sono arrivata in al­bergo la mia amica che ave­va partecipato con me alla se­rata mi ha chiesto se avevo ricevuto la busta, ma io le ho risposto che non avevo rice­vuto nulla. Il mio obiettivo era ricevere un aiuto per por­tare avanti un progetto im­mobiliare e Berlusconi mi aveva assicurato che lo avrebbe fatto. Giampaolo mi disse che se lui aveva fatto una promessa, l’avrebbe ri­spettata ». Il racconto della D’Adda­rio sulle modalità degli in­contri coincide con quello verbalizzato dalle altre tre ra­gazze. Tutte avrebbero speci­ficato di essere state «contat­tate da Giampaolo che ci chiedeva se eravamo dispo­nibili a partire. Talvolta acca­deva poche ore prima e in quel caso i biglietti aerei era­no prepagati». Le verifiche della procura riguardano adesso gli spostamenti suc­cessivi. Le testimoni avreb­bero infatti riferito che le modalità concordate preve­devano che, una volta giun­te a Roma, loro arrivassero in taxi fino all’albergo indica­to e da lì dovevano attende­re l’autista di Giampaolo che le prelevava e le portava a pa­lazzo Grazioli. «Poco prima dell’arrivo — ha sottolinea­to Patrizia —, ci facevano ti­rare su i finestrini che erano sempre oscurati. Quando ar­rivavamo negli hotel ci veni­va detto come dovevamo ve­stirci: abiti eleganti e poco trucco».

Registrazioni e video
La candidata alle comuna­li ha depositato nella segrete­ria del pubblico ministero cinque o sei cassette audio e un video che la ritrae davan­ti a uno specchio e poi mo­stra una camera da letto. In un fotogramma c’è una cor­nice con una foto di Veroni­ca Lario. Il magistrato dovrà adesso verificare l’attendibi­lità di questo materiale con una perizia che accerti se la voce incisa sul nastro è dav­vero quella del premier e se gli ambienti sono effettiva­mente interni a Palazzo Gra­zioli.
La decisione di convocare le ragazze in Procura è stata presa dopo aver ascoltato le intercettazioni telefoniche di Tarantini. Dopo aver ver­balizzato la loro versione, so­no stati programmati nuovi interrogatori per le prossi­me settimane. Nella lista del pubblico ministero ci sareb­bero diversi nomi: altre gio­vani che sarebbero state con­tattate dall’imprenditore e persone che potrebbero aver avuto un ruolo in questa vi­cenda. L’elenco comprende i collaboratori dello stesso Ta­rantini, ma anche i politici che avrebbero deciso di met­tere la D’Addario in lista per le comunali. Lei ha specifica­to che non le fu mai propo­sto di andare a Villa Certosa, in Sardegna, «però Giampao­lo mi disse che c’era la possi­bilità di andare in vacanza al­l’estero, mi pare alle Bermu­da ». Altre si sarebbero inve­ce accordate per partecipare a feste nella residenza presi­denziale di Porto Rotondo.


Fiorenza Sarzanini
18 giugno 2009

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« Risposta #9 il: Giugno 20, 2009, 07:08:41 »

Bari, interrogata la seconda ragazza «Anch’io pagata per andare alle feste»

L’amica di Patrizia: non mi sono fermata a Palazzo Grazioli, lei sì

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI


BARI — Il racconto di Patri­zia D’Addario trova una nuova conferma. Arriva dall’altra ra­gazza che Gianpaolo Tarantini avrebbe ingaggiato per trascor­rere le due serate nella residen­za romana di Silvio Berlusconi. La prima si sarebbe svolta a me­tà ottobre. La seconda il 4 no­vembre, giorno dell’elezione di Barack Obama. Durante l’inter­rogatorio che si è svolto in una caserma della Guardia di Finan­za, la giovane ha ammesso i viaggi a Roma, i trasferimenti, le soste negli alberghi. E pure lei ha detto di essere stata paga­ta.

Il racconto di Barbara M.
Barbara M. (omettiamo il co­gnome perché si tratta di una testimone e il suo verbale è sta­to segretato per ordine del pub­blico ministero), ha 23 anni. Gli investigatori l’hanno prele­vata ieri mattina alle 8 nella sua abitazione. Tre ore di do­mande per ricostruire i dettagli dei due incontri avuti con il premier. Le sue dichiarazioni coincidono con quelle della donna che era stata candidata alle elezioni comunali con la li­sta «La Puglia prima di tutto» schierata con il Pdl, e invece ha deciso di rivelare i suoi incon­tri con il presidente del Consi­glio. Nuova verifiche dovranno adesso essere compiute per ot­tenere i riscontri. I primi accertamenti avreb­bero consentito di verificare che Patrizia D’Addario è effetti­vamente salita sui voli che ave­va indicato ed ha alloggiato in­sieme all’amica negli alberghi di Roma che erano stati indica­ti loro proprio da Tarantini. La stanza non sarebbe stata regi­strata a loro nome, ma entram­be hanno consegnato i docu­menti alla reception. In partico­lare, il 4 novembre, furono ac­colte all’hotel Valadier e da lì sa­rebbero state poi portate a Pa­lazzo Grazioli. È questa la circo­stanza più difficile da ricostrui­re perché riguarda la dimora privata del presidente del Con­siglio. Durante l’interrogatorio Bar­bara ha chiarito di essere anda­ta via al termine della serata e di aver lasciato Patrizia nella re­sidenza del premier. Ha indica­to le modalità, ha ricordato i particolari dei due eventi, an­che il nome dell’autista e il tipo di automobile utilizzata. Su que­sti particolari si stanno concen­trando adesso gli accertamenti dei finanzieri, per escludere che le due possano essersi mes­se d’accordo. Barbara dice di es­sere spaventata, quasi grida quando afferma che «questa storia mi demolisce perché ho solo 23 anni, non posso permet­termi di portare addosso un’eti­chetta così». Non vuole rilevare l’entità del compenso, però afferma: «Certo che ho preso soldi. Io non faccio per piacere di anda­re alle feste di non so chi. Io per piacere vado alle feste dei miei amici, di mia cugina, di mio fra­tello. Da una vita faccio questo lavoro di ragazza-immagine. Ho fatto Miss Italia, Miss Mon­do, Uomini e Donne, faccio im­magine e animazione per lavo­ro. Se tu mi chiami sapendo chi sono, se mi inviti ovvio che mi paghi, perché io sto prestando un lavoro di immagine».

«Botte dal mio ex»
Subito dopo si scaglia contro Patrizia: «L’altra sera sono tor­nata a casa e ho preso botte dal mio ex fidanzato. L’ho trovato sotto casa con un giornale che parlava di Patrizia e lui sa che lei è una mia amica. A me infat­ti non mi interessa quello che tu fai per vivere, puoi essere professore o escort, per me è uguale. Io guardo la parte uma­na. Noi eravamo proprio ami­che, lei mi raccontava della sua vita, io della mia. E invece ades­so torno a casa e prendo botte, mi ha quasi rotto la mandibola. Lui lo fa per gelosia, non è un estraneo. Mi ha detto: 'Allora quando sei andata a Roma hai fatto le stesse cose pure tu'. E invece no. Però vaglielo a spie­gare che io non sono Patrizia ma Barbara e lavoro come ra­gazza immagine. Lui ha dato tutto per scontato. Ormai lui non ci crede che io non sono ri­masta a dormire. E invece è pro­prio così, io sono andata via e lei è rimasta. Però noi siamo di­verse. Lei ha 42 anni ed era al­l’ultima spiaggia, per me la sto­ria è diversa». Nega di aver no­minato un legale: «Non ne ho bisogno. Quando è arrivata la Finanza ho chiamato l’avvoca­to, ma ora non mi serve».

I rapporti con Tarantini
Durante l’interrogatorio Bar­bara ha parlato anche dei suoi rapporti con Tarantini. Alle ra­gazze gli inquirenti sono infatti arrivati indagando sulla sua at­tività imprenditoriale. Fino al 2008 l’uomo ha gestito con il fratello Claudio una società ba­rese — la Tecno Hospital — specializzata nelle tecnologie ospedaliere. L’ipotesi dell’accu­sa è che abbia versato tangenti per ottenere gli appalti. In cam­bio delle commesse avrebbe da­to soldi, ma — ed è questa la circostanza emersa dall’ascolto delle sue conversazioni telefo­niche — avrebbe offerto anche le prestazioni di squillo di lus­so. Ragazze giovani e belle che si sarebbero vendute per 500 euro a notte. Patrizia ha detto che la pri­ma proposta per andare a Palaz­zo Grazioli prevedeva «un com­penso di 2.000 euro, ma Gianpaolo me ne diede soltan­to 1.000 perché non avevo ac­cettato di rimanere». La secon­da volta «non presi soldi per­ché Berlusconi mi aveva pro­messo che mi avrebbe aiutato a sbloccare la mia pratica edili­zia ». Al magistrato la donna ha consegnato anche alcune regi­strazioni degli incontri e un vi­deo che sostiene di aver girato all’interno del palazzo.

Fiorenza Sarzanini
20 giugno 2009
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« Risposta #10 il: Giugno 23, 2009, 10:35:32 »

L'INCHIESTA DI BARI

Intercettate le telefonate con il premier

Le conversazioni di Tarantini.

Nuovi nastri di Patrizia, l’ipotesi di interrogare le guardie del corpo


BARI—Silvio Berlusconi ha parlato più volte al telefono con Gianpaolo Tarantini. La voce del premier è stata intercettata mentre si intrattiene con l’imprenditore accusato di aver portato alle sue feste ragazze a pagamento e per questo indagato per il reato di induzione alla prostituzione. Diversi colloqui che hanno, come confermano alla procura di Bari, «un tenore scherzoso, conviviale». E servono per accordarsi sulle serate, cene e vacanze da trascorrere insieme. Di ben altro tenore sono invece le audiocassette che Patrizia D’Addario ha consegnato ieri alla Guardia di Finanza. Sei nastri incisi dall’ottobre scorso ad oggi che contribuiscono a ricostruire i suoi rapporti con Tarantini e con lo stesso premier. E aggiungono nuovi dettagli al racconto delle due serate trascorse a palazzo Grazioli e della notte passata in compagnia del premier, mentre negli Stati Uniti veniva eletto Barack Obama. Ma non solo: Patrizia ha indicato il nome di una sua amica che ha assistito alla consegna del curriculum a Tarantini, «quando mi disse che mi avrebbero candidato alle elezioni europee».

La donna andava agli appuntamenti con il registratore sempre in borsa. Lo accendeva anche prima di effettuare telefonate ritenute importanti. Come quella del 7 giugno scorso con Barbara Montereale, l’amica che era con lei la seconda volta «e faceva coppia con me per alcuni lavori, per esempio quando siamo andate per un mese a Dubai e siamo state anche con uno sceicco». Quel giorno Patrizia è impaurita perché ha subito un furto e ritiene che si tratti di un avvertimento «perché — ha ribadito ieri — avevo detto a Tarantini che avevo le prove degli incontri con Berlusconi».

Chiama la ragazza e si sfoga.
Poi le parla di quanto accaduto il 4 novembre 2008, le chiede se ricorda «come mi accarezzava, mentre eravamo sul divanetto.
E come accarezzava te e guardava me». Lei conferma: «Lì c’era lo schifo, faceva tutto davanti alle guardie».


Il riferimento agli uomini della sicurezza è esplicito e adesso appare scontata una convocazione davanti ai magistrati proprio per riscontrare questo racconto. Anche perché le tre ospiti — c’era anche una terza donna, Lucia Rossini — hanno scattato diverse fotografie all’interno del bagno e la stessa Patrizia ha immortalato anche la camera da letto. Due settimane fa, quando fu convocata dal magistrato che aveva intercettato le sue conversazioni con Tarantini e voleva chiarimenti sulla natura del loro rapporto, la D’Addario aveva già consegnato la registrazione che documenta alcuni momenti della nottata trascorsa a palazzo Grazioli.
In quell’occasione la donna ammise di essere stata ingaggiata a metà ottobre in cambio di 2.000 euro «ma ne presi soltanto 1.000 perché non era rimasta». E di essere poi stata ricontattata dopo due settimane.

Nelle cassette depositate ieri si sente Gianpaolo che la richiama il 27 gennaio scorso «perché lui ti vuole». Lei chiede: «Ma devo andare a Roma?» e poi rifiuta. Le registrazioni documentano i contatti dell’imprenditore con Patrizia e il suo tentativo, poco dopo la prima trasferta romana nella residenza presidenziale, per farle avere un incontro a pagamento con suo fratello Claudio. La donna si mostra disponibile, ma quando l’uomo la chiama e cerca di fissare l’appuntamento lei risponde di «no». Alcune telefonate registrate da Patrizia erano già conosciute dai magistrati che avevano sotto controllo il telefono dei fratelli Tarantini nell’ambito dell’inchiesta su mazzette che avrebbero pagato per ottenere appalti nel settore delle forniture ospedaliere.

Conversazioni che rivelano quanto ampia e trasversale fosse la rete di Gianpaolo. Assidui vengono definiti i contatti con il vicepresidente della Regione Sandro Frisullo, del Partito Democratico, che avrebbe discusso con l’imprenditore di donne e affari.

Attraverso i loro colloqui gli investigatori della Guardia di Finanza avrebbero ricostruito almeno due appuntamenti in un ristorante del centro e la visita in un appartamento dove si sarebbero svolte feste con ragazze pagate proprio da Tarantini. Nella girandola di contatti sarebbero emersi legami diretti anche tra il politico e Terry De Nicolò, la quarantenne barese trapiantata a Milano che avrebbe a sua volta provveduto a portare ragazze alle feste di Berlusconi.

Fiorenza Sarzanini
23 giugno 2009

da corriere.it
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« Risposta #11 il: Giugno 23, 2009, 10:47:14 »

IL RACCONTO

«Gianpaolo disse: tutti invitati A villa Certosa senza controlli»

Parla Mannarini, l'ex collaboratore del re delle protesi


BARI—«A Villa Certosa siamo entrati senza essere sottoposti ad alcun controllo. Abbiamo superato tre varchi dove c’erano addirittura dei blindati, ma nessuno ci ha perquisito né ha controllato nelle borse delle signore». Alessandro Mannarini, 35 anni, è indagato nell’inchiesta della procura di Bari per detenzione di sostanze stupefacenti. Ex amico e collaboratore di Gianpaolo Tarantini, ha trascorso l’estate del 2008 nella splendida dimora che l’imprenditore barese aveva affittato a Porto Cervo. Ma sulle ragazze portate a casa del premier giura di non sapere nulla. «Perché—spiega—il 6 settembre i nostri rapporti si sono interrotti ». La vita spericolata del «re delle protesi » ha però avuto modo di conoscerla bene: «Sono amico d’infanzia della moglie e con lui mi frequentavo da quando si sono sposati». E adesso ricorda quella festa «poco prima di ferragosto alla quale Gianpaolo fu invitato e decise di portarci». Ma soprattutto conferma quanto i magistrati avevano già evidenziato: gli accessi incontrollati nelle dimore del presidente del Consiglio. «Ho fatto un video e scattato foto con il telefonino », ricorda, confermando così l’eventualità che molte altre persone— soprattutto tra le ragazze invitate per feste e vacanze—possano avere materiale analogo.

I magistrati lo hanno convocato dopo aver ascoltato le telefonate intercettate sul suo telefonino durante quei due mesi trascorsi in Sardegna. Numerose conversazioni durante le quali si fa riferimento alla droga. «Chiarirò tutto — assicura Mannarini—perché quel telefono era a disposizione della casa e dunque è possibile che non fossi io a parlare ». Lo ha detto anche al magistrato, aprendo così la strada ad altri accertamenti che riguardavano il proprietario della villa, Tarantini appunto, e gli altri suoi ospiti. Gli indizi sull’utilizzo della cocaina sono più d’uno. Lo stesso imprenditore in una conversazione promette ad una ragazza una notte di sesso e droga. Mannarini si chiama fuori: «Sono fatti suoi, ognuno risponde di sé, ma io di coca in quella casa non ne ho mai vista, altrimenti avrei buttato tutti fuori ». In realtà le verifiche riguardano i numerosi eventi organizzati nella villa. Feste con centinaia di ospiti alle quali avrebbe partecipato anche un ragazzo di nome Nick, sospettato di essere un pusher della Bari che conta. Come il «white party» che lo stesso Mannarini si premurò di organizzare. «Accuse infondate— giura lui—millanterie. L’obbligo per gli ospiti era soltanto quello di essere vestiti di bianco».

Nessuna imposizione c’era invece per accedere a Villa Certosa: «Un giorno, verso le 18, Gianpaolo ci disse che eravamo tutti invitati da Berlusconi. In casa eravamo una decina,ma poi lui, generoso come al solito, fece aggiungere anche altri». Mannarini non sa se il premier avesse chiamato direttamente «però ricordo che comunicò a qualcuno i nomi degli ospiti che si erano accodati ». Dice di non essersi affatto stupito «perché noi lì frequentavamo anche persone più importanti». Ma «escluderei che il tramite fra i due possa essere stata Sabina Began, io la conosco e non credo sia andata così». «Alla cena—ricorda—eravamo una sessantina di persone, tutte sedute intorno allo stesso tavolo. Io sono capitato proprio di fronte a Berlusconi. Vicino a me c’era una ragazza e subito dopo Gianpaolo». Aveva portato ragazze? «Lo escluderei, perché quella sera c’era sua moglie». E all’ingresso non siete passati neanche sotto i metal detector? «No. Abbiamo lasciato le auto tra il primo e il secondo portone e siccome bisognava fare circa sei chilometri per arrivare su, ci hanno portato con le macchinette elettriche come quelle del golf». Durante il suo interrogatorio Mannarini, assistito dall’avvocato Marco Vignola, ha fornito i dettagli di quella festa e ha aggiunto che «qualche giorno dopo Gianpaolo fu invitato di nuovo a pranzo perché c’era Abramovich». Poi conferma come le domande mirassero a «conoscere i rapporti tra Tarantini e Berlusconi, ma anche quelli con altri politici, volevano sapere con chi facesse affari ». E lei? «Ho detto che il nostro rapporto si era interrotto, ma avevo saputo che continuava a vedere il premier. Me lo raccontò un amico e io risposi "buon per lui"». Soltanto questo? «Il magistrato mi ha chiesto di Sandro Frisullo. Io ho risposto che lo conosco personalmente perché è di Lecce e li ho visti qualche volta passeggiare insieme. Ma che cosa si siano detti io proprio non lo so».

F. Sar.
23 giugno 2009

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« Risposta #12 il: Luglio 08, 2009, 12:51:02 »

Le carte

«Regali e festini in cambio di appalti»

I pm spiegano il «sistema Tarantini»

«Gianpi» e la cocaina agli amici.

Corruzione per il nipote di Matarrese


BARI — Ai primari e ai direttori delle Asl che dovevano acquistare i prodotti della sua azienda avrebbe versato mazzette, ma anche costosi regali. Pagava lui i viaggi a Cuba, le vacanze a Riccione e a New York, auto di grossa cilindrata, buoni benzina, cene per decine di ospiti. Si occupava di fare pressioni sui politici per favorirli nelle nomine e negli incarichi. E quando organizzava le feste per gli amici più intimi nella sua villa di Giovinazzo, la cocaina non sarebbe mai mancata. Eccolo il «sistema Tarantini» svelato dalla procura di Bari.Il pubblico ministero Roberto Rossi chiude il primo filone di indagine sulla Tecnohospital e accusa Gianpaolo Tarantini, 35 anni, di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione insieme a suo fratello Claudio e a Salvatore Greco, il politico del Pdl soprannominato Tato, nipote di Antonio Matarrese e coordinatore della campagna elettorale di Raffaele Fitto con la lista «La Puglia prima di tutto».

La rete che porta a Patrizia - L'imprenditore accusato di induzione alla prostituzione per aver portato ragazze a pagamento nelle residenze di Silvio Berlusconi deve rispondere anche di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. Le carte processuali che riguardano la sua attività dal 2001 al 2006, svelano la rete dei suoi contatti per procurarsi la polvere bianca, gli ordinativi di dosi fatti al telefono, la lista degli ospiti. Tra i nomi citati c'è quello di Massimo Verdoscia. È Max, l'uomo che presentò a Tarantini Patrizia D'Addario, la donna di 42 anni che ha raccontato di aver preso mille euro per partecipare a una serata organizzata a palazzo Grazioli a metà ottobre scorso e di essere tornata quindici giorni dopo per trascorrere la notte con il presidente del Consiglio. Di quell'incontro intimo, avvenuto mentre era in corso l'elezione di Barack Obama, ha conservato le registrazioni che ha poi consegnato alla magistratura. E per dimostrare di esserci stata si è anche ripresa con il telefonino in bagno e nella camera da letto. Anche il nome di Tato Greco è legato a quello di Patrizia: fu proprio lui a candidarla nella lista di Fitto per il comune di Bari. Inizialmente ha negato addirittura di conoscerla, ma è stato smentito da un sms di auguri che le inviò lo scorso Natale, ben prima che la vicenda venisse scoperta dai pubblici ministeri.

Affari e mazzette: il socio occulto - Negli atti depositati ieri Greco viene definito «socio occulto della Global System Hospital», società che fa capo ai fratelli Tarantini. Scrive il pubblico ministero nel capo di imputazione:«I tre sono associati, operando congiuntamente e allo stesso fine anche se con relativa autonomia ma con un comune collegamento reso evidente dal medesimo modus operandi sul territorio regionale, quali promotori fra loro e con altre persone al fine di realizzare rilevanti illeciti profitti mediante la commissione di un numero indefinito di reati contro la pubblica amministrazione, in particolare mediante condotte illecite a danno del servizio sanitario nazionale, il turbamento della libertà degli incanti, la falsificazione di provvedimenti amministrativi ovvero a mezzo di atti corruttivi diretti a pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio». Un sistema che — questa è la tesi della Procura — Tarantini avrebbe continuato a utilizzare anche dall'estate del 2008, quando divenne assiduo frequentatore di Silvio Berlusconi. Secondo l'ipotesi accusatoria l'imprenditore ingaggiava ragazze da portare nelle residenze del premier per ottenere vantaggi economici e per questo gli viene contestato il reato di induzione e favoreggiamento della prostituzione. Oltre a Patrizia, altre donne hanno già confermato ai pubblici ministeri di aver preso soldi per andare a Palazzo Grazioli e Villa Certosa, ma in alcune telefonate intercettate si parlerebbe anche di serate nella residenza di Arcore.

L'incarico per la Nazionale - Con i medici e i dirigenti delle Asl Tarantini sapeva essere convincente quando si trattava di piazzare protesi e altri articoli sanitari. E infatti loro giustificavano gli ordinativi effettuati con procedura d'urgenza grazie a una formula standard: «Si tratta di prodotti unici, insostituibili ed infungibili». Sono venti i professori che adesso dovranno difendersi dall'accusa di averlo fatto in cambio di mazzette. La maggior parte ha ottenuto soldi e regali, qualcuno ha preferito invece una raccomandazione. È il caso di Vincenzo Petruzzi, che nel 2003 era direttore sanitario della ex Ausl Bari5. L'uomo è accusato di aver «compiuti atti contrari ai suoi doveri accettando la promessa rivoltagli da Salvatore Greco circa il suo personale interessamento presso i vertici della Lega Calcio, sotteso a farlo tornare a ricoprire un ruolo di caratura internazionale, mondiale, presso la sede di Coverciano, visto che il Petruzzi ha fatto parte dello staff medico della Nazionale di Calcio».

Telefonate e cocaina - Sono state le conversazioni intercettate a rivelare i contatti di Tarantini con una rete fidata di spacciatori, ora finiti con lui nell'inchiesta. Sono una ventina le feste che avrebbe organizzato tra il 2002 e il 2003 dopo acquistate la cocaina e in due casi avrebbe provveduto a farla recapitare a casa ai suoi amici. «Bartolomeo Rossini — è scritto nel capo di imputazione — deteneva e spacciava cocaina a Gianpaolo Tarantini il quale, oltre a consumarla in proprio, la cedeva gratuitamente ad altri in occasione di incontri conviviali che organizzava nella sua villa di Giovinazzo o presso la Masseria Torre Coccaro, ai quali partecipava tra gli altri la sua compagna Angela De Venuto e, almeno in due occasioni, Verdoscia con sua moglie».

Fiorenza Sarzanini
08 luglio 2009

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« Risposta #13 il: Luglio 21, 2009, 11:10:02 »

Presto potrebbe essere chiusa l'indagine su Tarantini, indagato anche per droga

I pm pensano a stralciare il «filone escort»

L'inchiesta di Bari: c'è l’ipotesi di una mossa a sorpresa per tutelare il lavoro della Procura


DAL NOSTRO INVIATO

BARI — Una mossa a sorpresa per tutelare l’inchiesta. Si concen­tra su questo l’attività dei magistra­ti di Bari che indagano sulle feste organizzate a palazzo Grazioli e Vil­la Certosa. Perché dopo la pubblica­zione sul sito del settimanale L’Espresso di alcune registrazioni degli incontri tra il premier Silvio Berlusconi e Patrizia D’Addario, al­tri documenti potrebbero essere re­si pubblici. E dunque non è esclu­so che siano gli stessi pubblici mi­nisteri a decidere di chiudere l’in­dagine sull’attività di Gianpaolo Ta­rantini, l’imprenditore di 35 anni accusato di induzione e favoreggia­mento della prostituzione per aver portato ragazze a pagamento nelle residenze presidenziali. In questo modo tutto il fascicolo processuale sarebbe messo a disposizione degli indagati.

Le verifiche affidate dal sostitu­to procuratore Giuseppe Scelsi alla Guardia di Finanza un anno fa, so­no di fatto terminate. Le intercetta­zioni telefoniche tra Tarantini e Berlusconi avevano fornito la pri­ma traccia sull’ingaggio di donne per cene e serate. Il resto lo hanno fatto la testimonianza della stessa D’Addario e delle altre ragazze che hanno confermato di essere state contattate dall’imprenditore e di aver ricevuto soldi. Al magistrato, Patrizia ha anche consegnato le registrazioni degli in­contri e un video — girato con il suo telefonino — che mostra la ca­mera da letto e il bagno di palazzo Grazioli. Le cassette sono una deci­na. Le prime quattro erano state de­positate al termine dell’interrogato­rio che si è svolto l’8 giugno, quan­do la donna fu convocata dalla pro­cura perché compariva nelle con­versazioni con Tarantini. Le altre sono state date agli investigatori il 21 giugno. In entrambi i casi sono state inserite in una busta sigillata e poi firmata da tutte le persone presenti: vale a dire il magistrato, i finanzieri che hanno assistito all’in­terrogatorio e la testimone. «Quelle buste sono tuttora sigil­late », fa sapere adesso il magistra­to. La scelta di non trascrivere il contenuto era stata fatta proprio per evitare fughe di notizie, ma an­che perché non era stato ritenuto necessario utilizzarle come prova ulteriore.

Sul racconto della donna non c’è infatti mai stato alcun dub­bio, anche perché ogni dettaglio è stato controllato e ha trovato con­ferma. Prenotazioni di aerei, alber­ghi, spostamenti in macchina: i tas­selli hanno trovato coincidenza. E l’ulteriore riscontro è arrivato dalle altre testimoni, in particolare Bar­bara Montereale, che era a palazzo Grazioli la sera del 4 novembre 2008 quando Patrizia si fermò per trascorrere la notte con il premier. Ma anche da Terry De Niccolò, gio­vane barese che appena due mesi prima era stata portata da Taranti­ni a Roma e aveva già fatto identi­co percorso.

 L’ipotesi di uno stralcio si fa adesso più concreta, anche perché da settimane si rincorrono indi­screzioni su sviluppi imminenti e in particolare sul filone che vede in­dagato Tarantini per detenzione di droga ai fini di spaccio, insieme ad alcuni amici: per animare le feste nella villa che l’estate scorsa aveva affittato a Porto Cervo, l’imprendi­tore avrebbe ceduto cocaina ai suoi ospiti. Alcune voci dicono che i magistrati avrebbero deciso di sol­lecitarne l’arresto, altre assicurano che gli accertamenti sono termina­ti. Ed è proprio per mettere fine a tutto questo che la Procura potreb­be decidere di chiudere l’indagine.

Fiorenza Sarzanini
21 luglio 2009

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« Risposta #14 il: Luglio 25, 2009, 11:01:26 »

L’indagine/

Nuovi dettagli sulle ragazze a Palazzo Grazioli

L'inchiesta di Bari su Tarantini

I pm accelerano su escort e droga

«Nastri sigillati, la Procura non c’entra»
 

BARI—La Procura di Bari si blinda e divide l’indagine sull’attività di Gianpaolo Tarantini in tre fascicoli. Gli accertamenti sulle prostitute portate nelle residenze di Silvio Berlusconi e quello sulla cocaina che sarebbe stata ceduta dall’imprenditore pugliese ai propri ospiti sono entrati nella fase conclusiva e per evitare possibili inquinamenti i magistrati hanno deciso di stralciarli dal filone iniziale della corruzione. In questo modo sarà possibile chiudere entro qualche settimana i due procedimenti e mettere tutti gli atti processuali a disposizione degli indagati. Anche perché gli ultimi elementi raccolti consentono di ricostruire nei dettagli i rapporti che legavano lo stesso Gianpaolo Tarantini al presidente del Consiglio. E di scoprire che nel settembre scorso, forse per accreditarsi con il premier, il giovane pugliese riempì due macchine di ragazze che furono poi trasferite a Palazzo Grazioli.

I nastri sigillati - È pesante l’aria che si respira al Palazzo di Giustizia. Dopo la pubblicazione sul sito Internet del settimanale L’Espresso delle registrazioni effettuate da Patrizia D’Addario, si è fatta più forte la convinzione che chi ha veicolato i nastri avesse tra gli obiettivi quello di screditare i pubblici ministeri. E così è toccato al procuratore Emilio Marzano — che lascerà l’incarico a fine mese — chiarire che nulla può essere uscito dai suoi uffici. Il comunicato usa un linguaggio tecnico, ma il contenuto appare fin troppo esplicito: «Occorre precisare che Patrizia D’Addario, a seguito delle dichiarazioni rese al pubblico ministero e alla polizia giudiziaria, ritenne di consegnare agli uffici inquirenti materiale informatico, ritualmente acquisito e adeguatamente custodito in pacchi sigillati collocati in una cassaforte blindata di questo ufficio». Ed ecco il passaggio chiave: «La pubblicazione di conversazioni asseritamente registrate non è pertanto riferibile in modo alcuno agli Uffici di Procura, che non hanno ancora proceduto all’apertura dei plichi sigillati all’ascolto e alla riproduzione del contenuto del suddetto materiale». Le registrazioni a cui si riferisce Marzano sono state consegnate l’8 giugno. Ci sono altre sei cassette, che Patrizia ha depositato il 21 giugno e che non sono state ancora rese note. Una, in particolare, riguarda una telefonata che Tarantini le fece il 27 gennaio scorso — dunque tre mesi dopo la notte trascorsa con il premier—per chiederle di tornare a Palazzo Grazioli «perché lui ti vuole». Ma la donna, come si sente nella conversazione, rifiutò l’invito.

«Eravamo almeno dieci» - Fino ad ora il pubblicoministero Giuseppe Scelsi non ha ritenuto di dover sbobinare i nastri portati da Patrizia perché agli atti processuali sono già allegate le intercettazioni telefoniche che dimostrano quale fosse la natura dei rapporti tra Tarantini e il premier. E il ruolo delle ragazze che l’imprenditore metteva a disposizione. La prima conferma sul reclutamento delle prostitute sarebbe arrivata da una signora, interrogata a Roma qualche giorno prima della D’Addario. Il racconto di Patrizia è riscontrato dalle verifiche su biglietti aerei e prenotazioni di alberghi, ma anche dalle parole di Barbara Montereale e Lucia Rossini che erano con lei la notte dell’elezione di Barack Obama e la lasciarono nella camera da letto del premier.
Il resto l’avrebbe fatto Terry De Niccolò, che Gianpaolo Tarantini portò nella residenza romana a metà settembre 2008, dunque poche settimane dopo aver conosciuto Silvio Berlusconi a Villa Certosa.

Le due macchine - Era una delle prime volte, forse addirittura la prima, ed evidentemente l’imprenditore ci teneva a dimostrare che lui poteva essere un buon fornitore. Terry è una testimone, ma così come hanno fatto tutte le altre donne comparse nell’inchiesta, è assistita da un legale e ha scelto l’avvocato Sabino Strambelli. Davanti al pubblico ministero la ragazza ha ricordato che, proprio come accadde a Patrizia, «fui avvertita soltanto poche ore prima che dovevo partecipare a una festa a Roma, ma accettai di partire dopo essermi accordata con Gianpaolo». Anche lei fu sistemata in un albergo di via Margutta, ma prima si recò all’hotel De Russie «per avere disposizioni sulla serata ». Anche a lei Tarantini chiese di indossare un vestito nero e un trucco leggero. Anche a lei furono dati i soldi, 1.000 euro. Ma poi c’è un dettaglio che bene spiega quale fosse il biglietto da visita che l’imprenditore aveva deciso di esibire. «Vennero a prendermi in macchina—ha messo a verbale Terry —. Davanti c’erano Gianpaolo e l’autista Dino. Dietro c’eravamo io e altre ragazze. Mi accorsi poco dopo che non eravamo sole, perché ci seguiva una seconda macchina piena di donne. Alla fine credo fossimo dieci. Varcammo i cancelli di Palazzo Grazioli e ci fecero aspettare qualche minuto nell’atrio prima di salire tutte insieme con lui. Nel salone trovammo Silvio Berlusconi ad aspettarci».

Fiorenza Sarzanini
22 luglio 2009

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