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Autore Discussione: Riletture. OLIVETTI, l'impresa oltre il profitto.  (Letto 19225 volte)
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« inserito:: Dicembre 14, 2008, 12:13:12 pm »

Adriano Olivetti

L'imprenditore rosso

Un'utopia chiamata "Olivetti"


Chi era Adriano Olivetti? Un sognatore? Un utopista? O era invece un grande imprenditore, capace di portare la piccola azienda di famiglia a competere alla pari con i giganti del mercato mondiale della sua epoca? Sicuramente era una figura scomoda e considerata da molti ingombrante, sia come concorrente industriale che come portatore di un modello sociale per certi versi “rivoluzionario”.
Quello di Adriano Olivetti era un sogno industriale, che certamente mirava al successo e al profitto, ma anche un progetto sociale che implicava una nuova relazione tra imprenditore ed operaio, oltre ad un nuovo rapporto tra fabbrica e città.

Nel 1945, dopo la fine della guerra, Adriano Olivetti torna ad Ivrea pieno di progetti. La sua convinzione è che il fine dell’impresa non debba essere solo il profitto e che sia necessario reinvestire il profitto per il bene della comunità. A questo principio si ispirano tutte le sue successive scelte imprenditoriali. La fabbrica di Ivrea diventa presto il modello di un’organizzazione del lavoro improntata sull’uomo reale, lontano dall’uomo disumanizzato della catena di montaggio. Dalle linee di montaggio si passa infatti alla formazione delle cosiddette “isole”, nelle quali un gruppo di operai specializzati è in grado di montare, controllare e riparare un prodotto finito o una parte completa di esso. La fabbrica è dotata di molte strutture ricreative e assistenziali: biblioteche, mense, ambulatori medici, asili nido, ecc.
L’idea di Adriano è che l’incremento della produttività sia strettamente legato alla motivazione personale del lavoratore ed alla partecipazione degli operai alla vita dell’azienda. Il modello Olivetti, criticato da molti come contrario ad ogni logica economica, si mostra presto una ricetta di successo; in poco più di un decennio la produttività cresce del 500% e il volume delle vendite del 1300%.
La Olivetti raggiunge rapidamente una notevole fama internazionale e la macchina da scrivere “Lettera 22”, disegnata da Marcello Nizzoli nel 1950, viene definita da una giuria internazionale “il primo dei cento migliori prodotti degli ultimi cento anni”. E’ la prima volta in Italia che si introduce il design e l’estetica come aspetti fondamentali del prodotto industriale.

Nel 1948 negli stabilimenti di Ivrea viene costituito il Consiglio di Gestione, per molti anni unico esempio in Italia di organismo paritetico con poteri consultivi sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l'assistenza. Si costruiscono quartieri per i dipendenti e nuove sedi per i servizi sociali. A realizzare queste opere vengono chiamati grandi architetti: Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi, Cosenza, ed altri ancora.

La fabbrica di Ivrea è moderna e spaziosa. Una delle peculiarità dei fabbricati è la massiccia utilizzazione del vetro, voluta dallo stesso Olivetti affinché gli operai che vi lavorano, spesso strappati al mondo rurale, possano continuare a sentirsi a contatto con la natura e avvertirsi come parte del paesaggio, “circondati e avvolti dalla luce”. I dipendenti Olivetti godono di benefici eccezionali per l’epoca: i salari sono superiori del 20% della base contrattuale, oltre al salario indiretto costituito dai servizi sociali, le donne hanno nove mesi di maternità retribuita (quasi il doppio di quanti ne hanno oggi, per intenderci) e il sabato viene lasciato libero, prima ancora di ogni contrattazione sindacale. L'orario di lavoro viene ridotto da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro.

Si può dire che Adriano Olivetti non si pose mai nell’ottica della contrapposizione tra capitale e lavoro ma la sua preoccupazione fu sempre come essi potessero convivere insieme per far progredire la società. La struttura tradizionale, improntata alla conflittualità sindacale, veniva contraddetta da una serie di provvedimenti che tendevano ad erodere la base della conflittualità stessa. Non vi furono, in questo modo, episodi di scontro frontale con i sindacati come avvenne in altre fabbriche (vedi la Fiat). Per Olivetti il lavoratore è un uomo e un cittadino che vive ed è radicato nel territorio; esiste un sistema complesso di relazioni umane, sociali, infrastrutturali tra il territorio e il sistema industriale che in esso opera. Il lavoratore deve essere produttivo perché la realtà industriale possa essere competitiva, ma per farlo la contropartita non è l’alienazione ma la partecipazione, il coinvolgimento, la crescita sociale. L’efficienza del lavoratore va ottenuta non con il suo iper-utilizzo ma ponendolo nella condizione di rendere al meglio, di sentirsi parte di un progetto comune. Il modello Olivettiano rappresenta una forma di sviluppo industriale che idealmente cerca di essere sostenibile.

La Olivetti ha una politica del personale del tutto peculiare; Adriano in persona seleziona i candidati valutando, oltre ai loro curriculum, elementi quali la grafia o il portamento. La voce si sparge velocemente ed all’ufficio del personale dell’azienda arrivano moltissime domande. Può così accadere che uno storico medievalista, che fino a quel momento si sia dedicato solo a scrivere saggi sull’eresia, venga chiamato a dirigere una filiale. La scuola di formazione commerciale fornisce un insegnamento che spazia dalle materie tecniche a quelle umanistiche, e come sede viene scelta una prestigiosa villa medicea, nella convinzione che vivere a contatto con la bellezza aiuti i collaboratori a dare il meglio nel lavoro che li aspetta.

La Olivetti diventa un cenacolo, un crocevia intellettuale, tanto da essere definita da qualcuno “la Atene degli anni Cinquanta”; nelle file dei suoi collaboratori passano talmente tante personalità che risulta difficile persino tenerne il conto. Sociologi, architetti, scrittori, scienziati della politica e dell'organizzazione industriale, psicologi del lavoro: da Franco Momigliano a Paolo Volponi, da Giudici, Pampaloni, Bobi Bazlen, Luciano Gallino, Giorgio Puà, Fortini a Francesco Novara, Bruno Zevi passando per Fichera, Soavi, Ottieri, Luciano Foà, Lodovico Quaroni, fino a Furio Colombo, Franco Ferrarotti, Tiziano Terzani.

Per valutare la peculiarità della Olivetti basti pensare che sulla parete di una delle officine figurava un grandioso affresco di Renato Guttuso; che Luigi Nono diresse un concerto al suo interno e che era frequente l’organizzazione di mostre e di festival cinematografici. L’idea di fondo era che il lavoratore dovesse identificarsi con l’azienda perché, come dice lo psicologo del lavoro Francesco Novara, “verificammo che maggiore era la costrizione e le limitazioni del lavoro e più i singoli erano danneggiati”. Ai dipendenti sono permesse delle pause durante l’orario di lavoro, al fine di ricrearsi ed accrescere la propria cultura, tanto che una volta una delegazione dei sindacati sovietici in visita alla fabbrica, osservando tanta libertà di movimento, chiese ai suoi ospiti se fosse un giorno di sciopero.

Si crea intorno all’azienda un “orgoglio Olivetti”; coloro che fanno parte di quella comunità si considerano diversi dagli altri, promotori di un modello industriale che non ha precedenti, attenti a valorizzare ogni intelligenza e competenza anche se non prettamente scientifica.

Nel febbraio del 1960 Adriano Olivetti muore, improvvisamente, mentre sta viaggiando su un treno da Milano a Losanna. Tutta Ivrea è in lutto; i festeggiamenti per il carnevale cittadino sono annullati. Le scelte che vengono prese dopo la sua scomparsa decreteno, di fatto, la fine del sogno “Olivetti”; la via indicata da Adriano rimane un’esperienza isolata, e i campi in cui la ricerca italiana eccelleva negli anni Cinquanta sono oggi settori arretrati nell’economia nazionale.

Cosa rimane oggi dell’esperienza Olivetti? Certamente il ricordo di un uomo che ha proposto e messo in atto un diverso rapporto tra fabbrica e territorio, tra lavoro e partecipazione, tra cultura e impresa, un uomo che ha cambiato le regole del lavoro, che ha osato e sperimentato. Ma se Adriano Olivetti viene ricordato soprattutto per questi aspetti “sociali”, non va dimenticato che l'avventura dell'azienda di Ivrea, in particolare nel campo dell'elettronica, rappresenta uno dei rari casi in cui l'Italia è stata all'avanguardia nell'innovazione tecnologica e scientifica. Rimane la memoria di tutto questo, dunque, e forse un pizzico di nostalgia.


Informatica: un’occasione perduta

Nel 1955 la Olivetti si associa ad un progetto dell’Università di Pisa per la creazione di un elaboratore scientifico; un progetto che prende le mosse da un suggerimento di un grande scienziato italiano, Enrico Fermi. Adriano Olivetti intuisce subito la grande potenzialità degli elaboratori elettronici e quale sia l'interesse a entrare in un mercato allora agli albori.

Olivetti è alla ricerca di una persona a cui affidare la guida del progetto. Gli viene suggerito il nome di Mario Tchou. Figlio di un diplomatico cinese, professore alla Columbia University di New York, Tchou è uno dei pochi uomini al mondo specializzati nei calcolatori elettronici. Tchou accetta l'incarico e organizza immediatamente a Pisa il primo nucleo di ricercatori. Dopo pochi mesi la Olivetti intuisce che il principale obiettivo deve essere la progettazione di calcolatori per applicazioni industriali e commerciali. L'azienda continua a collaborare con l'ateneo di Pisa alla costruzione della futura «Calcolatrice Elettronica Pisana», ma decide di costituire un proprio Laboratorio di Ricerche Elettroniche. La sede è Barbaricina, vicino Pisa. Nella ricerca dei collaboratori, Tchou punta tutto sui giovani. In una intervista a Paese Sera afferma: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria». Vengono assunti ingegneri, fisici, matematici e tecnici provenienti da tutta Italia e dall'estero. Fu un periodo pionieristico, di vera ricerca, durante il quale Tchou ebbe un'intuizione chiave: provare a sostituire nelle memorie a nastro magnetico le valvole con i transistor, che garantiscono maggiore resistenza, migliori prestazioni e occupano minore spazio. Chiede tre anni per la realizzazione del progetto, ma già nella primavera del 1957 la piccola équipe realizza la Macchina Zero. Il risultato finale di quella ricerca è l’Elea, il primo elaboratore completamente transistorizzato immesso nel mercato mondiale. (Il nome sta per Elaboratore elettronico aritmetico, con allusione all'antica città greca sede di scuole di filosofia, scienza e matematica).
 
L'Olivetti Elea 9003 non è soltanto il primo calcolatore elettronico italiano, ma anche uno dei primissimi al mondo costruito interamente a transistor, che consente prestazioni (velocità e affidabilità) assai maggiori e dimensioni molto più contenute rispetto ai precedenti sistemi a valvole. Oltre alla completa transistorizzazione, l'Elea 9003 presenta soluzioni d'avanguardia anche dal punto di vista logico e funzionale, quali la possibilità di operare in multiprogrammazione (fino a 3 processi in parallelo), il concetto di "interrupt" (ossia la sospensione temporanea del processo in corso per dare altre priorità) e la capacità di gestire un'ampia gamma di unità periferiche. Accanto al progetto logico ed elettronico, molta attenzione viene data al design, perché Adriano Olivetti soleva dire che "il design è l'anima di un prodotto". Questo compito viene affidato ad un giovane architetto, Ettore Sottsass, che riesce a coniugare l'eleganza con la funzionalità. Nel 1958 l’importanza del progetto spinge i vertici dell’azienda a trasferirlo in una sede meno periferica, idonea ad una dimensione industriale. La ricerca si sposta vicino Milano, nel nuovo Laboratorio di Borgolombardo, che si espande rapidamente (le cinquanta persone di Barbaricina diventano circa mille). La Olivetti sceglie definitivamente di investire nell'elettronica e incarica addirittura Le Corbusier di progettare la nuova sede (purtroppo mai costruita). Nel novembre 1959 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi si reca a Milano per la presentazione del nuovo elaboratore.

Alla metà degli anni '50 i calcolatori elettronici attirano grande interesse, ma ce ne sono in giro ancora pochi. Si tratta di macchine enormemente costose, di grandi dimensioni, il cui utilizzo richiede personale di alta specializzazione; sono accessibili quindi solo a una fascia limitata di grandi utenti. Per dare un'idea, il costo di un Elea è dell'ordine di 800 milioni di lire dell'epoca. Il primo sistema viene installato alla Marzotto di Valdagno nell'agosto del 1960. Da quel momento le aziende italiane (Monte dei Paschi di Siena, Fiat e Cogne, tra le prime) iniziarono ad informatizzarsi grazie all'Olivetti.

La improvvisa morte di Adriano Olivetti nel 1960 (seguita dopo un anno appena da quella dello stesso Tchou) interrompe il cammino informatico dell’Olivetti. Negli anni successivi l'azienda entra in una profonda crisi finanziaria, causata dalle divisioni interne alla famiglia e dall’impossibilità di sottoscrivere aumenti di capitale. La Olivetti deve ricorrere a finanziatori esterni. Nel 1964 il controllo viene assunto dal cosiddetto Gruppo di intervento, costituito da Fiat, Pirelli, Centrale e da due banche pubbliche, Mediobanca e Imi. Riguardo al loro atteggiamento risulta emblematica la dichiarazione di Vittorio Valletta, allora Presidente della Fiat: “La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l'essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare".
Il Gruppo di intervento decide dunque di cedere la Divisione Elettronica alla General Electric, nell'apparente disinteresse del governo e dei media. (La Olivetti mantiene il diritto di proseguire l'attività solo nel campo della piccola elettronica; ciò consentirà a Pier Giorgio Perotto di realizzare nel 1965 la calcolatrice Programma 101, considerato il primo personal computer della storia mondiale.)

Il dibattito sulle responsabilità del fallimento che tali scelte generarono chiama in causa la miopia della classe imprenditoriale che prese tale decisione, l’indifferenza della classe politica di fronte ad un settore che aveva un’importanza strategica per l’intero paese e l’inerzia di un sistema bancario poco coraggioso; quel che è certo è che quella data segna la fine del sogno informatico Olivetti e fa perdere all’Italia un primato d’eccellenza che non recupererà mai più.


Hanno detto di lui …

Uomo visionario o colpevole di un paternalismo pericoloso, un giusto, profeta di un capitalismo innovativo, un utopista, l’imprenditore rosso, un mecenate e un pioniere o addirittura un uomo che guidò i suoi uomini come “un patriarca biblico il suo popolo”: i giudizi su Adriano Olivetti sono diversi e poliedrici come i molti aspetti della sua stessa personalità. C’è addirittura chi parla di “cultura adrianea”. E anche sul gruppo “olivettiano” si sono spese parole diverse; se qualcuno ha paragonato i suoi dipendenti a “frati trappisti”, che operavano nella fede della loro missione, altri ne hanno evidenziato la tendenza settaria e la distanza dal mondo reale. Ma a sentire le testimonianze di chi vi ha lavorato, in Olivetti ci si sentiva, prima di tutto, “uomini liberi”.

Di avere “un concetto snobistico della fabbrica” e di “poco senso del mondo” li accusa invece Cesare Romiti. Intervistato sull’eccezionalità dell’esperienza Olivetti nel panorama italiano, Romiti sostiene poi che fu proprio lo spirito precursore e innovativo di Adriano Olivetti ad isolarlo, dato il caso che si trovasse ad operare in un paese, l’Italia, fondamentalmente attendista e conservatore.
Natalia Ginzburg, di cui Adriano sposerà in prime nozze la sorella Paola Levi, nel romanzo “Lessico famigliare” uscito tre anni dopo la scomparsa dell’amico imprenditore, lo ricorda così: «Lo incontrai a Roma, per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio».
E più avanti, nel ricordare i tristi giorni in cui il marito Leone Ginzburg veniva arrestato dai tedeschi e Adriano la aiutava a fuggire da Roma, la scrittrice traccia di Olivetti un altro bel ritratto: “Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventoso e felice di quando portava in salvo qualcuno.”

“Lei ricorda suo padre come una persona felice?” Sembra non avere dubbi la figlia Laura Olivetti, che alla fine della puntata risponde senza esitazioni alla domanda dell’intervistatore: “No”. E ricorda suo padre come una persona che aveva certamente degli entusiasmi ma che era sempre alla ricerca di qualcosa di più, di qualcosa che non c’era.


da www.lastoriasiamonoi.rai.it
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« Risposta #1 inserito:: Luglio 15, 2009, 06:40:27 pm »

Comunità e democrazia nel pensiero politico di Adriano Olivetti

di Franco Ferrarotti


1. La misura comunitaria.

Parlare del pensiero politico di Adriano Olivetti è per me doppiamente arduo. In primo luogo, è impresa ardua per la obiettiva ricchezza e complessità di quel pensiero e, secondariamente, ma è probabilmente la ragione determinante, perché quel pensiero è ancora, per me e per molti amici comunitari, ancora troppo caldo, troppo vitale, ancora troppo da vicino ci riguarda e guida i nostri destini per poterne discorrere con distaccata accuratezza. Quello che cercherò di dire qui di seguito sia dunque considerato come niente più che una serie di primi appunti intorno a un tema cui bisognerà a suo tempo dedicarsi a fondo e con umiltà.

In che senso è possibile e legittimo, parlando di Adriano Olivetti, distinguerne il pensiero propriamente politico? Come altrove ho osservato, un pensiero così poliedrico come quello di Adriano Olivetti, nel quale convergono e si fondono esperienze e filoni di varia provenienza, non lo si può tagliare a compartimenti stagni, a seconda dei settori di attività nei quali è apparso impegnato. Una siffatta semplificazione potrebbe giustificarsi solo come espediente metodologico per aiutare l'analisi, ma non consentirebbe una vera e propria comprensione. Essenzialmente unitario nella sua ispirazione di base, ma apparentemente frammentario nelle sue manifestazioni occasionali, come risulta evidente anche dall'ultima opera di Adriano Olivetti (cfr. Città dell'uomo, Edizioni di Comunità, Milano 1960), il pensiero olivettiano tende per sua natura a nascondersi o a prendersi gioco di uno sguardo frettoloso e inconsapevole. Al limite, allorché il commentatore è particolarmente provveduto, il pensiero olivettiano può ancora celarsi dietro una crosta pittoresca, ma sostanzialmente decettiva di estroso eclettismo.

Si tratta in realtà di un pensiero straordinariamente coerente in ogni suo sviluppo. Se mi sembra legittimo distinguerne l'aspetto politico in senso proprio, ossia in quanto concerne i rapporti fra le persone, e fra queste e le istituzioni, e si applica alla elaborazione di una tecnica della convivenza civile, ciò è dovuto alla mia convinzione che al centro del pensiero olivettiano, quasi come suo nucleo motore, vi sia una intuizione essenzialmente politica: l'intuizione della comunità e dei suoi compiti, rispetto al nostro tempo; la comprensione del significato ultimo dello sviluppo della comunità in una società industriale, o semplicemente post-contadina, tendenzialmente alienata; la capacità di intendere i molteplici problemi (di adattamento, di mediazione, di integrazione) posti dal rapporto fra gruppo e storia, fra gruppi primari, o comunità naturali, e istituzioni codificate, fra Società e Stato.

Sono subito evidenti i pregiudizi e le diffidenze contro i quali un pensiero politico che faccia perno sul concetto di «comunità» viene necessariamente a scontrarsi. Tutta la cultura politica moderna ha origine e cresce nel clima mentale storicistico che svaluta per principio i valori «comunitari» mentre attribuisce alla storia poteri organizzativi autonomi, impersonali e necessitanti, intrinsecamente razionali, per cui l'importante è lasciare via libera allo sviluppo, il meglio viene a coincidere con il nuovo o anche solo con il diverso, andare avanti significa automaticamente «andare bene». E logico che, da siffatto punto di vista, l'intuizione olivettiana che scorge nella «comunità concreta» un «nuovo fondamento atto a ricomporre l'unità dell'uomo», gettando un ponte fra lo Stato leviatanico e l'individuo puntiforme, atomistico delle dottrine politiche ottocentesche, appaia al più come la nostalgia romantica di un sognatore misticheggiante.

Tale semplicistica liquidazione può inoltre invocare almeno una attenuante. E vero infatti che il concetto di «comunità» ha ricevuto dal suo primo teorizzatore, il Tönnies, un alone romantico, che ne ha arricchito forse la suggestività a spese del rigore. In Gemeinschaft und Gesellschaft il Tönnies chiariva il concetto di «comunità» contrapponendolo a quello di «società», dando pertanto luogo a una insanabile dicotomia, che sarebbe difficile difendere dall'accusa di arcaismo sentimentale e decadente. I rapporti sociali positivi, secondo Tönnies danno luogo ai gruppi, i quali a loro volta, in quanto esseri o «oggetti che agiscono in maniera omogenea», costituiscono delle loro associazioni. «Il rapporto stesso -afferma il Tönnies - e quindi l'associazione, può essere compreso sia come vita reale e organica, ed è in questo caso l'essenza della comunità, sia come una rappresentazione virtuale e meccanica, ed è in questo caso il concetto di società». Comunità e Società indicano pertanto, stando al Tönnies, due modi di vita, e due tipi di rapporti sociali, che stanno in contrapposizione reciproca. Scrive.il Tönnies: «Tutto ciò che è fiducioso, intimo, vivente esclusivamente insieme, è compreso come la vita in comunità. La società è pubblico: essa è il mondo; ci si trova al contrario in comunità con i propri cari fin dalla nascita, legati a essi sia nel bene che nel male. Si entra nella società come in terra straniera».

Sarebbero sufficienti queste ultime affermazioni per illustrare la distanza che intercorre fra la concezione della comunità, non ancora libera da rievocazioni idilliache, propria del Tönnies, che può certamente infastidire lo studioso di formazione storicistica o illuministica, e la concezione della comunità in Adriano Olivetti. Con Olivetti usciamo consapevolmente dalle contrapposizioni romantiche. La comunità di cui parla Olivetti viene, anzi, a porsi come la «nuova misura», il punto di suprema convergenza, in cui si ritrovano, e riacquistano, insieme con la reciproca garanzia, la propria funzione e il proprio significato la persona e lo Stato, l'efficienza amministrativa e la tensione ideologico-politica, il passato storico e l'ambiente socio-fisico, in una parola: la dimensione giusta fra il municipalismo sezionale deteriore e tendenzialmente qualunquistico e la grande babele della metropoli odierna. Nelle parole di Olivetti: «La nostra Comunità dovrà essere concreta, visibile, tangibile, una Comunità né troppo grande né troppo piccola, territorialmente definita, dotata di vasti poteri, che dia a tutte le attività quell'indispensabile coordinamento, quell'efficienza, quel rispetto della personalità umana, della cultura e dell'arte che la civiltà dell'uomo ha realizzato nei suoi luoghi migliori. Una comunità troppo piccola è incapace di permettere uno sviluppo sufficiente dell'uomo e della comunità stessa; all'opposto, le grandi metropoli nelle forme concentrate e monopolistiche atomizzano l'uomo e lo depersonalizzano: fra le due si trova l'optimum».

Con estrema lucidità, Olivetti dimostra che non si dà democrazia senza quella base di esperienza umana effettiva, che è possibile alimentare e conservare solo a livello della comunità naturale. Liquidati i rapporti primari, che formano il tessuto di base di qualsiasi società civile, la graduale burocratizzazione dei rapporti sociali e infine la alienazione della società rispetto alle sue istituzioni e a quel suo fondamentale strumento che è lo Stato diventano uno sbocco inevitabile. La via è allora aperta al dogmatismo totalitario. Per questo Olivetti diffida dell'attivismo dei neo-machiavellici odierni; per questo egli torna con insistenza a discorrere dei fini e dei mezzi d'azione, operando tutta una serie di distinzioni e di particolari modalità, che faranno di lui non solo il riformatore, ma anche il teorico delle riforme.

Allorché Rousseau afferma che «l'uomo è nato libero, ma è dovunque in catene», Olivetti può dirsi d'accordo, ma con una importante, fondamentale riserva. Egli è ben consapevole infatti che la formula rousseauiana costituirà la giustificazione del razionalismo politico dogmatico di una borghesia in ascesa, impaziente e avida. In nome degli «immortali principi» si procederà alla liquidazione indiscriminata del passato, tentando di sradicare credenze e costumi tradizionali, presentati come «idiotismo della vita rurale», in vista della totale liberazione dell'individuo. Olivetti in più d'un luogo dei suoi scritti dimostra di scorgere con chiarezza l'insufficienza di tale impostazione: l'uomo nasce libero, ma non nel deserto; nasce come membro di un gruppo, legato a un determinato territorio, alle prese con un determinato ambiente, immerso in una determinata matrice storico-culturale. La libertà non vive nel vuoto. Ha bisogno di un suo spazio per incarnarsi. In quanto la inserisce in un contesto di rapporti primari spontanei, la comunità naturale è il locus originario della libertà. La libertà non è più concetto astratto, puro termine concettuale di uno schema dialettico, ma diventa: a) liberazione delle forze della natura e dell'ambiente sociale, limitate e limitanti; b) facoltà di fare, ossia iniziativa dinamica e consapevole; c) controllo degli interessi e delle tendenze puramente sezionali e quindi contraddittorie, per definizione anti-comunitarie. In altri termini, la comunità garantisce lo spazio di base autonomo nel quale la libertà può concretamente articolarsi in iniziativa innovatrice e nello stesso tempo preserva quei rapporti interindividuali diretti (ossia non mediati burocraticamente), che costituiscono la base di esperienza umana concreta indispensabile per qualsiasi ordine civile.

Per i devoti del dogma laico della dialettica astratta, siano essi hegeliani di destra o di sinistra, è chiaro che tutto questo sa di utopia. E ormai tempo, a mio giudizio, di rendere giustizia al realismo di Olivetti, per il quale il tentativo di riscoprire la «comunità naturale» attraverso una «riduzione ai principi» degna del grande Machiavelli per genialità e coraggio intellettuale, non si è mai ridotto a un invito all'idillio. Egli sa benissimo che «la nuova comunità, imperniata sulla libertà dell'uomo, sull'autonomia della persona, sulla dignità della vita umana, presuppone un mondo liberato dall'asservimento, dalla forza, dallo strapotere del denaro». Olivetti sa bene che la lotta di classe esiste, che è perfettamente inutile esorcizzarla con discorsi moralistici e diluirla con i sotterfugi del gergo sociologico. Ma ha anche capito appieno, quasi con la satura pienezza di un'esperienza vissuta, i limiti del riformismo della tradizione marxistica, la presunzione tragica del socialismo detto «scientifico».

Olivetti ha capito che non basta volere e lottare per le riforme sociali, che è anche preliminarmente necessario conoscere e applicare correttamente la tecnica delle riforme. Sulla scorta dell'esperienza jugoslava e attraverso l'interpretazione critica dei fatti sanguinosi d'Ungheria e della crisi polacca, Olivetti ha dimostrato come le riforme sociali sono di per sé insufficienti, nel senso che non basta predicarle o attuarle purchessia.
La loro validità va garantita anche dal 'punto di vista organizzativo e metodologico. Ciò che allo storicista assoluto, hegeliano o marxista poco importa, appare come elemento utopistico o reazionario («mettere le brache al mondo»!), in quanto è la storia che s'incarica di risolvere automaticamente i problemi del futuro assetto sociale, è al contrario in Olivetti una precisa consapevolezza, che lo colloca nel solco della più matura e più attuale tradizione socialista. Allorché Olivetti, richiamandosi a Mounier e a Maritain, elabora le «garanzie di libertà in uno Stato socialista» o discorre diffusamente di un «socialismo istituzionale», egli fa coerentemente valere le esigenze fondamentali che hanno storicamente caratterizzato le correnti socialistiche non autoritarie, ossia sottratte alla manomorta di quella contraddizione in terminis che è il marxismo ortodosso, o pietrificato.

Ponendo in via pregiudiziale l'esigenza di garanzie di libertà nello Stato socialista, Olivetti ha avuto il merito di mettere a fuoco quello che è già oggi il dilemma dello Stato sociale. E infatti evidente - per esprimerci assai schematicamente - che lo Stato democratico in senso puramente formale, ossia nel senso del laissez-faire, non garantisce l'esercizio effettivo della libertà dei cittadini come facoltà di fare, né garantisce la libertà come liberazione rispetto alle ipoteche poste allo sviluppo ordinato e omogeneo della società civile dai gruppi di potere privati. Lo Stato democratico deve intervenire per garantire le condizioni minime indispensabili che dànno alla libertà de jure un effettivo contenuto sociologico. Ma siffatto intervento non può d'altro canto aver luogo senza un appropriato apparato di specialisti, ossia burocratico formale, che al limite, senza particolari cautele metodologiche, può sconfiggere e frustrare gli scopi stessi dell'intervento (il problema della «nuova classe»). Sono da vedersi qui le aporie più gravi, anche politicamente e non solo da un punto di vista tecnico-produttivo, delle pianificazioni centralizzate e rigide. E, d'altro canto, a questo proposito che l'Olivetti offre ai problemi politici e sociali del nostro tempo un contributo di primo piano, forse decisivo: la pianificazione comunitaria.

La pianificazione a livello della comunità, teorizzata da Olivetti, è infatti fondamentalmente compatibile con la libertà delle persone e dei gruppi primari direttamente coinvolti nel processo di trasformazione sociale, in quanto a essi non viene semplicemente assegnato il ruolo di beneficiari passivi, ma da essi si richiede al contrario una partecipazione attiva, costante e vincolante. La rivitalizzazione dell'iniziativa. dal basso è la condizione essenziale per lo sviluppo della comunità e per la pianificazione comunitaria. Vale a dire: le riforme strutturali appaiono acquisite non solo teoricamente, bensì quanto alla metodologia (criteri e tempi di attuazione) e al campo circoscritto dell'intervento specifico nel suo doppio aspetto, territoriale e funzionale, e sono inoltre, contro il pericolo di degenerazione burocratica, controllabili, ossia flessibili tanto da poter essere analizzate e corrette riguardo ai loro effetti sulle persone a breve scadenza, oggi, senza lasciarsi abbagliare da inverificabili certezze ideologiche.


2. La crisi della rappresentanza.

Una sera dell'estate 1952, a Chicago, vedeva riuniti attorno ad Adriano Olivetti, in una stanza al primo piano del Quadrangle Club dell'Università, alcuni professori di sociologia, di economia e di scienze politiche. Ricordo Hermann Pritchett, Charles Hardin, John U. Nef, Edward Banfield, David Easton, Herman Finer. Forse vi erano anche Hans Morgenthau e Edward Shils. Olivetti esponeva da qualche tempo il suo pensiero, con calma, ma parlando a scatti e a intermittenze, con quella apparente nervosità un poco asmatica che gli era consueta e che, più che a timidezza, faceva pensare alla cauta ricerca di un impossibile rigore. Von Hayek, credo, o qualche altro noto personaggio accademico, arrivò in ritardo e, sedendo, s'informò discretamente presso i vicini di quello che si diceva. Hermann Finer allora sbottò, sottovoce, ma non tanto da non essere distintamente udito da tutti: «Ha appena finito di spazzar via i partiti politici (political parties are wiped out) ».

Scandalo grande quanto gratuito, tipico della mentalità del progressista radicale, del «liberal» americano, culturalmente isolazionista nonostante tutte le professioni di cosmopolitismo, congenitamente incapace di accettare l'alterità dell'altro, per il quale i partiti politici, così come li conosciamo o, più precisamente, come li conosce la tradizione politica anglosassone, e il Parlamento, che ne raccoglie i candidati eletti, sono diventati un feticcio e s'identificano tout court con la sola democrazia possibile. Lo stesso scandalo dovevo notare, qualche anno più tardi, in un editore inglese, allorché si trattava di pubblicare la traduzione dell'opera fondamentale di Adriano Olivetti, L'ordine politico delle Comunità, un titolo che Olivetti voleva appunto mutare in quello, che riteneva più appropriato alla materia e più fedele al suo intento profondo, di Democrazia senza partiti politici (Democracy without political parties), ma che all'allarmato interlocutore suonava semplicemente come una blasfema contraddizione in terminis.

Occorre intenderci bene: la posizione negativa assunta da Adriano Olivetti nei riguardi degli odierni partiti politici di massa e l'analisi critica cui sottopone la struttura e il funzionamento del Parlamento non vanno intesi, a nostro giudizio, né in senso moralistico, secondo uno schema di «nobile sdegno» che si erge a difesa dei valori contro la loro pretesa volgarizzazione democratica, salvo poi risolversi in una difesa d'ufficio di ben precisi e concreti interessi sezionali, né in chiave qualunquistica, quasi che il problema consistesse e si risolvesse, semplicisticamente, nel contrapporre paese «reale» a paese «legale», e neppure, da ultimo, in senso corporativistico, ossia nel senso di una illusoria assunzione e omogeneo dissolvimento degli interessi particolari nello «Stato etico», in realtà totalitario. Le istanze critiche mosse da Olivetti al sistema attuale dei partiti e al regime parlamentare derivano coerentemente dal suo concetto fondamentale della comunità come «spazio naturale dell'uomo» e nel contempo «cellula base dello Stato federale». Secondo Olivetti, infatti, i problemi di fondo della società contemporanea non derivano dalla macchina, dall'applicazione delle tecniche più avanzate su vasta scala oppure, unilateralmente, dalle forme organizzative dell'economia, bensì dal persistere, in un mondo profondamente mutato, di «strutture politiche inadeguate». Le sue istanze critiche investono pertanto e chiariscono, in primo luogo, la crisi della rappresentanza politica.

Di chiarimento la questione ha indubbiamente bisogno. La confusione concettuale e terminologica è in questa materia, a detta di più studiosi, straordinaria. Ne derivano, come ben nota il Giannini, fraintendimenti ed equivoci, soprattutto fra gli uomini politici, «con effetti talora definitivamente ostativi, talora sconcertanti, talora perfino comici, in ogni caso generatori di incomprensioni e malcomprensioni, e quindi nocivi»(1).

Si tratta intanto, preliminarmente, di dissipare la confusione fra rappresentanza politica e istituto privatistico del mandato. Se una tale dissipazione non avviene, il problema della crisi della rappresentanza politica non si pone neppure come tale in quanto viene meno lo stesso concetto di rappresentanza politica. Se dovessimo attenerci rigorosamente alla definizione, giuridicamente ineccepibile, che della rappresentanza ci dà il Kelsen, per il quale «per stabilire un vero rapporto di rappresentanza non basta che il rappresentante sia nominato o eletto dal rappresentato; è necessario che il rappresentante sia giuridicamente obbligato a eseguire la volontà del rappresentato e che l'adempimento di questo obbligo sia giuridicamente garantito»(2), parlare di rappresentanza politica non avrebbe senso. Il Kelsen infatti prosegue affermando che la rappresentanza politica è in realtà, in quanto rappresentanza, una finzione. Secondo il Kelsen si poteva parlare di rappresentanza in senso giuridico proprio prima della Rivoluzione francese in quanto i membri di quei corpi legislativi eletti erano veri rappresentanti, veri mandatari della classe o del gruppo professionale che li aveva scelti, poiché erano soggetti alle sue istruzioni, avevano cioè un mandat impératif, e ne potevano essere revocati in qualsiasi momento. «Fu la costituzione francese del 1791 - scrive il Kelsen - a proclamare solennemente che nessuna istruzione poteva venir data ai deputati, poiché il deputato non doveva essere il rappresentante di un settore particolare, ma dell'intera nazione»(3).

In secondo luogo: occorre non limitare con artifici metodologici la discussione del problema a dissertazioni puramente teoriche o giuridico-formali intorno al sistema rappresentativo ideale, ma di fatto inesistente, che si sottrae pertanto per definizione a ogni verifica. Oltre che all'affermazione di scopi e di modi, vale a dire oltre che alla descrizione del «dover essere» dei sistemi rappresentativi, è necessario procedere all'accertamento di fatto della loro prassi e sostanza sociologica, ossia a) della loro struttura, genesi e composizione; b) dei modi del loro funzionamento; c) della loro efficienza e produttività rispetto ai fini conclamati, che d'altro canto costituiscono le basi stesse della loro legittimità.

Contrariamente alla impostazione di astratto e spesso sterile formalismo giuridico, che appare nella nostra cultura ancora in posizione nettamente dominante, Olivetti situa il problema della rappresentanza politica esattamente là dove esso è significativo, ossia sul piano degli interessi concreti, del loro odierno configurarsi e delle funzioni del potere pubblico, che necessariamente implicano per il loro ordinato sviluppo. «Uno dei fatti più salienti nella storia degli ultimi decenni - scrive Olivetti - è certamente il decadere degli istituti parlamentari in quasi tutti gli Stati. La causa più evidente di un siffatto stato di cose deve ricercarsi nel progressivo evolvere della natura dei problemi sottoposti all'esame degli organi legislativi, che da un contenuto essenzialmente politico hanno assunto un prevalente contenuto economico e sociale. Le procedure parlamentari, in virtù delle circostanze storiche di cui furono l'espressione, sono atte ad affrontare i problemi di carattere generale, mentre si prestano assai meno allo studio dei problemi la cui tecnicità esige la consultazione di organismi specializzati. Troppi problemi sono ormai così complessi che sfuggono all'esame coscienzioso dei parlamentari che non abbiano dedicato gran parte della loro vita allo studio di essi o all'azione in un ambiente ove quei problemi nascono e si sviluppano»(4).

E' interessante osservare, trattandosi di un uomo così sovente accusato di dottrinarismo utopistico, come la prima causa di decadenza del Parlamento, cioè di «parlamentarismo» inteso nel comune senso derogatorio, individuata da Olivetti, tocchi il problema della sua funzionalità. La prima ragione di decadenza del Parlamento indicata da Olivetti, è infatti, che esso si trova oggi di fronte a compiti che sono superiori alle sue capacità medie effettive, la cui soluzione richiede una competenza specifica, oltre che una competenza generica. Lo Stato moderno ha di molto allargato la sfera del proprio intervento. L'attività legislativa ha ormai praticamente coperto tutta l'area dei rapporti inter-individuali significativi. Anche nel campo dell'attività economica, assai poco, o nulla, è lasciato alle cosiddette forze automatiche del mercato. I parlamentari sono chiamati non solo, e non tanto, a esprimere opinioni o principi di preferenza, ma veri e propri giudizi tecnici, di esperti, di gente che sa. Ma sono i parlamentari veramente esperti? Lo potrebbero ragionevolmente essere, considerata la quantità e la varietà dei problemi sui quali sono chiamati a legiferare? E d'altra parte possibile controllare efficacemente e intervenire su ciò che non si conosce?

Olivetti offre alcuni esempi di legislazione, che implicano discussioni tecniche e dettagliate ancor prima che possa, con cognizione di causa, intervenire il giudizio politico: l'adozione di un piano di sicurezza sociale, l'approvazione di una legge urbanistica, di una riforma fiscale, e così via. Ma evita con cura di seguire la ricetta qualunquistica dello «Stato amministrativo», ossia di coloro che riducono completamente, ossia annullano il giudizio politico, espressione della maggioranza, nel giudizio tecnico-funzionale dell'esperto, così come rifiuta, decisamente, la pseudo-soluzione corporativa(5). Egli si limita a registrare, con molta accuratezza, che «nei parlamenti formati, come ora avviene, senza alcuna discriminazione, non esiste un rapporto adeguato tra competenza politica e competenza amministrativa, rapporto che è garanzia di una maggiore saggezza dell' assemblea. Senza contare poi che, in un Parlamento cosi costituito, la reale competenza è sopraffatta normalmente dall'abilità dialettica o oratoria»(6).

Dalla causa funzionale della decadenza parlamentare, dalla sfasatura oggi accertabile tra le esigenze di una legislazione adeguata ed efficace e le reali capacità dei legislatori, Adriano Olivetti risale cosi alla causa genetica. Come è formato, e da chi, il Parlamento? Chi sono i parlamentari? Come vengono scelti, come candidati? E da chi? In base a quali criteri? E poi, come, con quale legge, vengono eletti? A chi chiedono direttive? Agli interessi particolari dei loro elettori, al collegio? Oppure alla loro coscienza? O all'interesse generale della «nazione»? A chi devono obbedienza, pena la non rielezione? Quale è il ruolo, la funzione e la responsabilità degli odierni partiti di massa in questa situazione?

Il discorso di Olivetti è a questo proposito singolarmente privo di complessi reverenziali verso i dogmi ricevuti. La sua indipendenza di giudizio è tale che da taluno è stata scambiata per l'inconsapevolezza dell'autodidatta. Egli afferma: «Quando scoppiò, nel settembre 1939, la Seconda guerra mondiale, libertà e democrazia erano già da tempo scomparse in quasi tutti i paesi dell'Europa continentale, poiché l'esperimento iniziatosi nel 1919 di applicare la democrazia parlamentare in tutti gli stati europei era ormai clamorosamente fallito...Ed ecco che oggi, riconquistate le libertà nominali, all'indomani di una catastrofe che avrebbe dovuto implicare la revisione di ogni valore, quel tipo di repubblica parlamentare che non seppe quasi in nessun luogo resistere alla sopraffazione delle bande armate della reazione rinasce, di poco modificata, dalle prime costituenti europee (quella italiana e quella francese) senza che un serio processo di elaborazione scientifica, senza che delle idee nuove abbiano potuto penetrare in queste nuove carte di diritti, in queste nuove organizzazioni dello Stato... Così all'alba di un mondo che speravamo nuovo, in un tempo difficile e duro, molte illusioni sono cadute, molte occasioni sfuggite, perché i nostri legislatori hanno guardato al passato e hanno mancato di coerenza e di coraggio. L'Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico, del potere burocratico, delle grandi promesse, dei grandi piani e delle modeste realizzazioni»(7).

3. Le cause della decadenza del Parlamento.

A giudizio di Olivetti, una parte essenziale di responsabilità per questa situazione precaria ricade sui partiti politici, indipendentemente dal loro orientamento ideologico. La causa genetica della decadenza parlamentare investe necessariamente i partiti politici perché, nelle condizioni odierne, i partiti hanno di fatto arrogato a sé l'organizzazione politica esclusiva della pubblica opinione, la scelta dei candidati ai pubblici uffici e la preparazione, praticamente insindacabile, delle liste, il controllo dei gruppi parlamentari, la formazione del governo e la designazione stessa del primo ministro. Olivetti cita Gobetti («nella vita attuale dei partiti di concreto c'è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti e i partiti non aiutano il progresso degli uomini»), il Gioberti del Rinnovamento civile d'Italia, Antonio Rosmini e sopra tutti l'aureo libretto di Marco Minghetti, I partiti politici e la loro ingerenza nelle pubbliche amministrazioni. Ma le sue letture sono assai più vaste e il suo orizzonte ha una prospettiva più ampia del moralismo gobettiano e dell'onesto, ma angusto, municipalismo del Minghetti.

Come riconosce in più luoghi Giuseppe Maranini, coniatore del fortunato neologismo, il fenomeno della partitocrazia, tecnicamente favorito dall'adozione della rappresentanza proporzionale, è stato analizzato da Olivetti con rigore scientifico8. Egli ne ha illustrato le conseguenze degenerative sul livello di competenza, sull'autonomia e sulla rappresentatività reale del Parlamento e d'altro canto ne ha sottolineato l'effetto più grave, dal punto di vista dell'interesse pubblico, ossia la confusione dei poteri e la conseguente stasi dell' esecutivo. Olivetti ha condensato le risultanze della sua ricerca in alcuni punti che riguardano le deformazioni più gravi e più o meno palesi del regime parlamentare classico, quelle deformazioni che in parte sono certamente da attribuirsi al trasferimento meccanico del regime parlamentare inglese, fondato sul two-parties system e su una unwritten constitution non esportabile ai paesi del continente europeo, ossia a situazioni dominate da un numero maggiore di partiti e contrassegnate da una minore omogeneità sociale e culturale: a) non è il primo ministro che sceglie i propri collaboratori, bensì i gruppi parlamentari che si dividono tra loro i seggi ministeriali; b) i governi non solo non sono omogenei, ma la loro eterogeneità varia a ogni crisi ministeriale; c) l'ordinamento razionale dell'amministrazione dello Stato è addirittura compromesso: si creano o Si sopprimono ministeri o sottosegretari non in relazione alle effettive necessità del paese, ma per soddisfare le esigenze dei gruppi parlamentari; d) la instabilità dei governi e la loro disorganicità impediscono la preparazione e l'attuazione di programmi vasti, coerenti e organici; e) la situazione è poi ancora peggiorata dal carattere provvisorio delle coalizioni di partito e dallo spirito di manovra; f) l'introduzione della rappresentanza proporzionale ha reso ancor più difficile il funzionamento del regime parlamentare.

In conclusione, Adriano Olivetti perviene a formulare lucidamente il paradosso (la causa politica di decadenza) che sembra caratterizzare la democrazia parlamentare del nostro tempo e che ne indica duramente i limiti: da una parte, il Parlamento è onnipotente e paralizza l'esecutivo; dall'altra, il Parlamento è funzionalmente impotente, rispetto ai nuovi compiti, e politicamente succube, rispetto ai partiti politici. La soluzione proposta da Adriano Olivetti non è una ricetta bell'e fatta, da applicarsi meccanicamente, una volta per tutte. Olivetti non si lascia tentare e non cade vittima di alcun vieto espediente. Anche allorché critica vivacemente la rappresentanza proporzionale, ha cura di aggiungere subito che la soluzione non consiste in un semplicistico ritorno al collegio uninominale. La soluzione proposta da Olivetti si raccomanda all'attenzione degli studiosi, degli uomini politici e in particolare di quei socialisti che del socialismo non hanno fatto una dogmatica e vuota professione di fede, per il suo carattere apparentemente contraddittorio, vale a dire per il suo carattere di giudiziosa gradualità e nello stesso tempo di organica completezza, tale da fronteggiare il problema unitariamente, sul piano funzionale, sociologico e politico.

Ho cercato di enucleare, sulla scorta dei testi olivettiani, le tre cause di decadenza della democrazia parlamentare, che sono alla base della crisi attuale della rappresentanza politica e che ho rispettivamente definito la causa funzionale, la causa genetica e la causa politica. Quanto alla cura della decadenza, mi limito in questa sede a pochi cenni poiché il discorso non si esaurisce semplicemente in alcune tecniche, come potrebbero pensare dei costituzionalisti ortodossi, bensì chiama direttamente in causa la concezione dello Stato e del potere. A questo riguardo, del resto, Olivetti non si fa illusioni: «nessuno potrebbe pensare di risolvere una crisi così grave con riforme parziali»(9). Scartate le pseudo-soluzioni qualunquistiche e corporative, criticata la «democrazia popolare» teorizzata dai comunisti e rilevata l'insufficienza, concettuale e organizzativa, dei vari tentativi di «terza forza», liquidate concisamente, ma con indubbio rigore critico, altre «deviazioni del pensiero politico» (concezioni dello Stato tecnocratiche e organicistiche), Olivetti propone quella che chiama la «democrazia integrata». «Alla democrazia autoritaria dei partiti cattolici, - egli scrive - alla democrazia progressiva dei partiti comunisti, noi opporremo una democrazia integrata, un tipo nuovo, una forma nuova di rappresentanza più forte, più efficiente della democrazia ordinaria, ma altrettanto rispettosa dell'eterno principio dell'uguaglianza fondamentale degli uomini e della libertà di ognuno»(10). Questo nuovo tipo di rappresentanza implica il ritorno alla fonte naturale della legittimità del potere, ossia alla «comunità concreta», là dove finalmente trova soluzione il dilemma, classicamente formulato da Edmund Burke nel suo famoso discorso agli elettori di Bristol, fra il rappresentante del gruppo particolare e il rappresentante della «nazione», e nello stesso tempo richiede la riscoperta della base territoriale e dell'ordine funzionale senza dei quali non può inverarsi storicamente la democrazia.



Note:

1. Cfr. Massimo Severo Giannini, Prefazione alla traduzione italiana di G. Burdeau, Il regime parlamentare, Edizioni di Comunità, Milano 195°, p. 1 (ed. or. Le régime parlementaire dans les constitutions européennes d'après guerre, Editions Internationales, Paris 1932).
2. Cfr. H. Kelsen, General Theory of Law and State, Harvard University Press, Cambridge Mass. 1945 [trad. it. Teoria generale del Diritto e dello Stato, Edizioni di Comunità, Milano 1952, p. 295].
3. Ibid., pp. 295-96. Per un chiaro riassunto dei termini della questione, cfr. G. Sartori, La rappresentanza politica, in «Studi Politici», IV, serie Il, n. 4, pp. 527­613.
4. Cfr. A. Olivetti, L'ordine politico delle Comunità, Nuove Edizioni, Ivrea 1945, p. 217.
5. Per il rifiuto della rappresentanza corporativa o professionale, a conforto del quale si cita anche il Kelsen, cfr. A. Olivetti, Società, Stato, Comunità. Per una economia e politica comunitaria, Edizioni di Comunità, Milano 1952, pp. 142-44.
6. Cfr. A. Olivetti., L 'ordine politico delle comunità cit., p. 218.
7. Cfr. Id., Società, Stato, Comunità cit., pp. 133-35.
8. Si veda in particolare la commossa rievocazione stesa da G. Maranini in aa. vv ., Ricordo di Adriano Olivetti, Milano 1960, pp. 80-85.
9. Cfr. A. Olivetti, L 'ordine politico delle comunità cit., p. 219.
10. Cfr. Id., Società, Stato, Comunità cit., p. 148.


da
http://www.societaperta.it/index.htm

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« Risposta #2 inserito:: Luglio 24, 2013, 03:23:09 pm »

L’attualità di Olivetti, innovatore e umanista


 di Simona Maggiorelli

In otto mesi le Edizioni di Comunità hanno venduto più di 40mila copie dei primi titoli di Adriano Olivetti usciti nella agile collana Humana Civitas. Grazie all’iniziativa di Beniamino de’ Liguori Carino (nipote dell’industriale di Ivrea) che ha recuperato il glorioso marchio e ha messo in piedi una rete di collaboratori che, tra l’altro, gestiscono con adesione quasi militante il rapporto diretto con 150 librerie indipendenti e con molte associazioni. «Per quanto sia una mia impresa indipendente – racconta il giovane editore – il progetto si lega all’attività della Fondazione che dal ‘62 porta avanti l’eredità olivettiana e al lavoro di BeccoGiallo (brand del fumetto civile) che condivide l’idea che il pensiero di Olivetti sia attuale soprattutto per la generazione dei 30/40enni, parlando d’innovazione, di tecnologia e di un nuovo modo di fare impresa senza perdere di vista l’umano».


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« Risposta #3 inserito:: Luglio 24, 2013, 03:24:21 pm »


Olivetti. Il sogno di un’Italia diversa

 di Andrea Ranieri

La lungimiranza di Adriano Olivetti e la sua idea di una industrializzazione dal volto umano. Nel libro Avevamo la luna, Michele Mezza torna ad analizzare un passaggio chiave della nostra storia
 
Michele Mezza nel suo libro Avevamo la luna (Donzelli) ci racconta l’Italia negli anni dal 1962 al ’64, con qualche prima e qualche dopo, quando avevamo a portata di mano la luna e l’abbiamo persa. Mattei all’Eni, a provare a fare dell’Italia il referente fondamentale della decolonizzazione del Nord Africa e per questa via acquisire l’autonomia dalle 7 sorelle che dominavano il mercato del petrolio; un ruolo di assoluta eccellenza nella ricerca di base e nelle sue applicazioni all’industria e una sinistra che nelle sue personalità più dinamiche e aperte, fra tutti Bruno Trentin e Vittorio Foa, cominciava a fare i conti con la modernità del neo capitalismo. E soprattutto Adriano Olivetti e Ivrea, dove l’Italia si trovava a portata di mano, prima di tutti gli altri Paesi, il prototipo del personal computer, la Programma 101, l’oggetto che cambierà i modi di produrre e di vivere nel tempo presente.
 

Il resto dell’articolo è disponibile in edicola da sabato, con l’Unità, e tutta la settimana
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« Risposta #4 inserito:: Febbraio 29, 2016, 11:23:16 am »

Adriano Olivetti

Adriano Olivetti nasce a Ivrea l’11 aprile del 1901, secondogenito di Camillo Olivetti e Luisa Olivetti Revel.

Negli anni della formazione è molto attento al dibattito sociale e politico; frequenta ambienti liberali e riformisti, collabora alle riviste L’azione riformista e Tempi nuovi e, durante il periodo torinese, entra in contatto con Piero Gobetti e Carlo Rosselli.

Dopo la laurea in Ingegneria Chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924 inizia l’apprendistato, come operaio, nella fabbrica di macchine per scrivere fondata dal padre Camillo nel 1908 a Ivrea. L’anno seguente compie un viaggio di studi negli Stati Uniti dove, tra l’altro, visita più di cento grandi fabbriche in pochi mesi, con lo sguardo rivolto a cogliere il segreto dei moderni metodi di produzione e di organizzazione del lavoro. Al ritorno a Ivrea, propone al padre un ambizioso e innovativo programma per modernizzare l’attività della Olivetti, in particolare: organizzazione decentrata del personale, direzione per funzioni, razionalizzazione dei tempi e metodi di montaggio, sviluppo della rete commerciale in Italia e all’estero.

Alla fecondità di proposte strutturali per la vita della fabbrica, Adriano affianca la prima di tante intuizioni di prodotto: l’avvio del progetto della prima macchina per scrivere portatile, che uscirà nel 1932 con il nome di MP1.

La nuova organizzazione comporta un aumento significativo della produttività della fabbrica di Ivrea e un cospicuo incremento delle vendite. Nel 1931 Adriano si reca in Unione Sovietica insieme con una delegazione di industriali italiani. Nello stesso anno introduce in Olivetti il Servizio Pubblicità, che fin dagli inizi si avvale del contributo di importanti artisti e designer, mentre l’anno successivo viene istituito l’Ufficio Organizzazione. Nel 1932, Adriano Olivetti è nominato Direttore Generale dell’azienda di Ivrea. Ne diventerà il Presidente nel 1938, subentrando al padre Camillo.

Adriano guida con decisione l’Olivetti verso gli obiettivi dell’eccellenza tecnologica, dell’innovazione e dell’apertura verso i mercati internazionali, dedicando particolare cura anche al design industriale, per il quale, nel 1955, vince il prestigioso Compasso d’Oro per meriti conseguiti nel campo dell’estetica industriale, e al miglioramento delle condizioni di vita dei dipendenti.

Porta avanti riflessioni e sperimentazioni nel campo dei metodi di lavoro e pubblica, nella rivista da lui fondata, Tecnica e Organizzazione, vari saggi di tecnologia, economia, sociologia industriale.

Nel 1948 negli stabilimenti di Ivrea viene costituito il Consiglio di Gestione, per molti anni unico esempio in Italia di organismo paritetico con poteri consultivi di ordine generale sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Nel 1956 l’Olivetti riduce l’orario di lavoro da 48 a 45 ore settimanali a parità di salario, in anticipo di diversi anni sui contratti nazionali di lavoro.

Nella grafica e nel design industriale Adriano chiama a lavorare a Ivrea giovani collaboratori come Marcello Nizzoli, Giovanni Pintori, più tardi Ettore Sottsass. Tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta la Olivetti introduce nel mercato alcuni prodotti destinati a diventare veri oggetti di culto per la bellezza del design, per la qualità tecnologica e l’eccellenza funzionale: tra questi la macchina per scrivere Lexikon 80 (1948), la macchina per scrivere portatile Lettera 22 (1950), la calcolatrice Divisumma 24 (1956). Nel 1959 la Lettera 22 viene indicata da una giuria di designer a livello internazionale come il primo tra i cento migliori prodotti degli ultimi cento anni.

Durante la dirigenza di Adriano Olivetti la gamma dei prodotti Olivetti viene continuamente ampliata e la capacità produttiva della fabbrica si espande per far fronte a sempre nuove esigenze del mercato nazionale e internazionale. In Italia entrano in funzione gli stabilimenti di Pozzuoli e di Agliè (1955), di S. Bernardo di Ivrea (1956), della nuova ICO a Ivrea e di Caluso (1957). In Brasile, nel 1959 si inaugura il nuovo stabilimento di San Paolo.

Gli ottimi risultati conseguiti sui mercati internazionali con i prodotti per ufficio non distolgono l’attenzione di Adriano Olivetti dall’emergente tecnologia elettronica. Già nel 1952 la Olivetti apre a New Canaan, negli USA, un laboratorio di ricerche sui calcolatori elettronici. Nel 1955 viene costituito il Laboratorio di ricerche elettroniche a Pisa; nel 1957 Olivetti fonda con Telettra la Società Generale Semiconduttori (SGS) e nel 1959 introduce sul mercato l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico italiano sviluppato e prodotto nel laboratorio di Borgolombardo. Il successo imprenditoriale di Adriano Olivetti ottiene il riconoscimento della National Management Association di New York che nel 1957 gli assegna un premio per "l’azione di avanguardia nel campo della direzione aziendale internazionale". Nel 1959 Adriano conclude un accordo per l’acquisizione della Underwood, azienda americana leader nei prodotti per ufficio con quasi 11.000 dipendenti, a cui il padre Camillo si era ispirato quando, nel 1908, aveva avviato la sua iniziativa imprenditoriale.

La sua poliedrica personalità porta Adriano a impegnarsi non solo nel campo strettamente industriale e imprenditoriale, ma a occuparsi anche di problemi di urbanistica, di architettura, di cultura, oltre che di riforme sociali e politiche. A Ivrea si costruiscono nuovi edifici industriali, uffici, case per dipendenti, mense, asili, progettati da grandi architetti, tra cui Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi, Cosenza, dando origine a un articolato sistema di servizi sociali per i dipendenti Olivetti che saranno però da subito accessibili all’intera comunità eporediese.

Alla metà degli anni Trenta Adriano partecipa agli studi per un Piano Regolatore della Valle d’Aosta, terminato nel 1937. L’anno seguente aderisce all’Istituto Nazionale di Urbanistica di cui, nel 1948, diventa membro del Consiglio Direttivo e editore della rivista Urbanistica. Salito al vertice dell’Istituto con l’appoggio di un gruppo di giovani architetti (tra cui Ludovico Quaroni), a partire dal 1950 le attività di cui Adriano Olivetti si fa promotore sanciscono il primato politico dell’Urbanistica e della Pianificazione. Nel 1951 collabora in modo decisivo con il Comune di Ivrea per l’avvio di un nuovo Piano Regolatore della città.

Nel 1956 Adriano è nominato membro onorario dell’American Institute of Planners e Vicepresidente dell’International Federation for Housing and Town Planning; nel 1959 è eletto Presidente dell’Istituto UNRRA-Casas per la ricostruzione post-bellica in Italia.

Tra i numerosi riconoscimenti che gli sono attribuiti per le sue attività in questo campo, gli viene conferito nel 1956 il Gran Premio di architettura per "i pregi architettonici, l’originalità del disegno industriale, le finalità sociali e umane presenti in ogni realizzazione Olivetti".

Alla fine della seconda guerra mondiale l’attività di Adriano Olivetti come editore, scrittore e uomo di cultura si intensifica. Già prima della guerra, grazie all’aiuto di un gruppo di giovani intellettuali, aveva fondato la casa editrice NEI (Nuove Edizioni Ivrea), progetto trasformatosi poi di fatto, nel 1946, nelle più celebri Edizioni di Comunità.

Durante l’esilio in Svizzera (1944-1945) Adriano completa la stesura della sua opera più importante: L’ordine politico delle comunità, pubblicato alla fine del 1945. Nel libro sono espresse le idee che costituiscono la base programmatica del Movimento Comunità che Adriano fonda nel 1947. L’opera è un’articolata proposta politica intesa a istituire nuovi equilibri politici, sociali, economici tra i poteri centrali e le autonomie locali.

La rivista "Comunità", che inizia le pubblicazioni nel 1946, diventa il punto di riferimento culturale del Movimento. Alla fine del 1959 le Edizioni di Comunità pubblicano in raccolta i saggi e gli interventi più significativi di Adriano Olivetti con il titolo di "Città dell’Uomo".

Nel 1955 Adriano Olivetti fonda l’IRUR - Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale del Canavese – con lo scopo di promuovere nuove attività industriali e agricole nel territorio: l’obiettivo è quello, da una parte, di combattere la disoccupazione nell’area canavesana e, dall’altra, di scongiurare l’inurbamento di quelle popolazioni a Ivrea.

L’anno seguente il Movimento Comunità si presenta alle elezioni amministrative e Adriano Olivetti viene eletto sindaco di Ivrea. Il successo induce i comunitari a presentare alcune liste nelle elezioni politiche generali del 1958. In Parlamento risulta però eletto, come Deputato, il solo Adriano Olivetti.

Adriano Olivetti muore improvvisamente il 27 febbraio 1960 durante un viaggio in treno da Milano a Losanna.
La sua scomparsa lascia orfana della sua guida un’azienda presente su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero, e un progetto culturale, sociale e politico di grandissima complessità, dove fabbrica e territorio sono indissolubilmente integrati in un disegno comunitario armonico.

Da - http://www.fondazioneadrianolivetti.it/lafondazione.php?id_lafondazione=1
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« Risposta #5 inserito:: Novembre 30, 2017, 10:09:45 am »

RILETTURE

Olivetti, l'impresa oltre il profitto

Investiva in attività culturali e nel benessere dei dipendenti

In un piccolo libro che raccoglie due discorsi che Adriano Olivetti fece negli anni Cinquanta del Novecento sono contenuti giudizi impensabili sulla bocca di gran parte degli imprenditori di oggi. Quando, il 23 aprile 1955, parla agli operai di Pozzuoli in occasione dell'apertura di una nuova fabbrica, Adriano si fa una (finta) domanda: «Può l'industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell'indice dei profitti?». Risponde con un'altra domanda: «Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?»

Adriano, figlio di Camillo, fondatore, nel 1908, della Olivetti, è un uomo di fede profonda negli ideali che dovrebbero sorreggere l'esistenza: «La nostra Società - dice agli operai in quel sabato di primavera - crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell'arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possono essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell'uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto».

Adriano Olivetti, «Ai lavoratori», prefazione di Luciano Gallino, Edizioni di Comunità pp. 55, € 6
Questo librino di Adriano Olivetti, Ai lavoratori, pubblicato dalle Edizioni di Comunità, con una prefazione di Luciano Gallino (pp. 55, 6), è un documento importante, una microscopica bibbia che ha per protagonista il lavoro, il rapporto tra imprenditore e dipendenti, ha soprattutto per protagonista il vivere che può e deve essere civile.
Luciano Gallino, illustre sociologo che lavorò all'Olivetti in un'irripetibile fervida stagione, con scrittori, poeti, architetti, politologi, - tra gli altri Paolo Volponi, Franco Momigliano, Bobi Bazlen, Franco Ferrarotti, Furio Colombo, Tiziano Terzani, Franco Fortini, Renato Rozzi, Francesco Novara, Bruno Zevi, Ottiero Ottieri - spiega nella sua nota qual era il carattere umano e culturale di Adriano. Non era un padrone retorico, ma un suscitatore di energie. I lavoratori traggono vantaggio dall'impresa che dà loro i mezzi di produzione, pensava, l'impresa ha un debito con i lavoratori per la loro fatica, per lo sfruttamento delle capacità professionali che mettono l'impresa nelle condizioni di produrre e di guadagnare.

In questi discorsi, Adriano affronta con limpidezza i problemi nodali della società. Nel parlare a Ivrea, il 29 dicembre 1954, agli operai che hanno lavorato per 25 anni all'Olivetti - le «Spille d'oro» - ricorda l'ammonimento che gli fece il padre quando assunse responsabilità nell'azienda: non licenziare mai quando mutano i metodi di lavoro perché la disoccupazione è il male più terribile che affligge la classe operaia.

L'ingegner Olivetti rispettò sempre quella raccomandazione. Era un ricercatore nato, sempre teso alla scoperta del nuovo, un anomalo, incomprensibile nel grigio conformismo del capitalismo di allora, gli anni delle schedature alla Fiat, dei reparti confino in cui venivano relegati i comunisti, i socialisti, i sindacalisti. «Voglio ricordare - disse nel 1955 - come in questa fabbrica, in questi anni, non abbiamo mai chiesto a nessuno in quale religione credesse, in quale partito militasse».
Una vita in nome della fabbrica. Scrive Luciano Gallino che i rilevanti dividendi dell'Olivetti «non si trasformavano, come invece avviene ai giorni nostri, nella maggior parte delle imprese, in larghi dividendi per gli azionisti, né in compensi per i massimi dirigenti pari a tre o quattrocento volte il salario di un operaio, né in spericolate operazioni finanziarie. Diventavano alti salari, magnifiche architetture, una buona qualità del lavoro, una crescente occupazione, servizi sociali senza paragoni». Olivetti riuscì a costruire una rete di stabilimenti in tutto il mondo con 25 mila addetti, investì i guadagni anche in asili nido, case per i dipendenti, biblioteche, colonie, centri di psicologia avanzata.


L’asilo voluto da Olivetti e realizzato a Ivrea, nel quartiere di Canton Vesco, dagli architetti Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl. Olivetti (1901-1960), figlio del fondatore dell’omonima fabbrica, si distinse tra gli industriali italiani per le sue iniziative in campo culturale e l’attenzione alla responsabilità sociale dell’impresa
L’asilo voluto da Olivetti e realizzato a Ivrea, nel quartiere di Canton Vesco, dagli architetti Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl. Olivetti (1901-1960), figlio del fondatore dell’omonima fabbrica, si distinse tra gli industriali italiani per le sue iniziative in campo culturale e l’attenzione alla responsabilità sociale dell’impresa
Nei suoi due discorsi affrontò il problema meridionale, oggi scomparso o quasi dalla discussione politica. Fu custode dei problemi dell'ambiente, della tutela del territorio che sarà poi devastato. Non fu un astratto poeta.
Morì nel 1960. Quel che aveva seminato durò un po' di tempo. Poi, poco alla volta, tutto finì nel nulla, come l'elettronica, orgoglio e vanto dell'azienda. Vinse la vocazione finanziaria, l'amato profitto. Fu un'utopia la lezione di Adriano? Probabilmente sì. Quell'uomo di Ivrea, libero antifascista, vicino a Gobetti - aiutò Turati, con Pertini, Parri e Carlo Rosselli, a fuggire in Francia - aveva indicato anzitempo, non solo producendo macchine da scrivere, addizionatrici, telescriventi, calcolatrici, quale avrebbe dovuto essere la via del futuro in un Paese moderno.

Ma vinsero i feroci egoismi.

Corrado Stajano
24 dicembre 2012 | 11:53
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/cultura/12_dicembre_24/stajano-olivetti-impresa-oltre-profitto_a3a3797e-4db7-11e2-bb70-cf455d3f8a01.shtml
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« Risposta #6 inserito:: Novembre 30, 2017, 11:16:24 am »

“Ai lavoratori”

di Adriano Olivetti

La semplicità e la determinazione con cui Adriano Olivetti comunica con operai e impiegati della sua società sono pienamente espresse dal testo “Ai lavoratori”, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità in cui sono racchiusi due discorsi: quello di Ivrea del 1954 e quello di Pozzuoli del 1955 tenuto per l’inaugurazione del nuovo stabilimento.

Olivetti parla di comune partecipazione alla vita di fabbrica, di finalità morali del lavoro, di impresa che crede nell’umanità del lavoratore. Il suo discorso non ha lo scopo di fargli indossare i panni dell’imprenditore amico degli impiegati ma piuttosto di presentarlo come un dirigente cosciente delle sue responsabilità e deciso a farvi fronte.

Parallelamente all’impegno di creare occupazione per cercare di avvicinare le condizioni lavorative del Sud a quelle del Nord, Olivetti persegue altri obiettivi i cui principi emergono dalle pagine su cui sono trascritti i suoi discorsi. L’architettura della fabbrica di Pozzuoli era studiata, pur rispettando le necessità tecniche produttive, come se fosse un edificio di alto pregio residenziale con i suoi reparti inondati dalla luce, impreziositi dalla vista del mare e dal contorno di fontane e spazi verdi. Tutto ciò non escludeva la presenza di mense, biblioteche, colonie, servizi sociali identici a quelli di Ivrea per qualità ed estensione.

Un aspetto interessante messo in luce da questo libro è l’abilità con cui Olivetti adatta agli interlocutori le modalità di approccio e i temi trattati. Infatti l’imprenditore è consapevole che i lavoratori di Pozzuoli possano essere intimoriti dal progresso industriale, che ha interessato quasi esclusivamente il Nord della penisola italiana e risulta per loro sconosciuto, e dunque concentra il suo discorso sulle qualità degli uomini del Sud ancora legati alla terra e custodi “di una riserva di intenso calore umano”.

Olivetti è attento a sottolineare come, al meglio delle sue possibilità, abbia fatto in modo che nella fabbrica sorta a Pozzuoli i lavoratori percepiscano il rispetto per la natura e la bellezza e trovino qualcosa che possa colpire, seppure quasi inavvertitamente, il loro animo.

Ciò che resta impresso dopo la lettura di questi testi, grazie ai quali si ha la sensazione di sentire fluire le parole direttamente dalla voce di Olivetti, è che la principale preoccupazione dell’imprenditore sia quella di non perdere mai l’attenzione e il rispetto per la vita e la dignità dei lavoratori. Il fine ultimo del suo operato è costruire una fabbrica che sia non solo “a misura d’uomo” ma che sia percepita essa stessa come un essere vivente animato da molteplici impulsi.

La realizzazione del progetto olivettiano implica molti sforzi ma, ancora una volta, resta il ricordo e la guida del padre Camillo con le sue precise indicazioni: “Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione di nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”.

Cecilia Musulin

Da - http://www.sistemagenerale.com/2017/04/07/ai-lavoratori-di-adriano-olivetti/
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« Risposta #7 inserito:: Novembre 30, 2017, 04:47:47 pm »

Ognuno di noi, singolarmente o in gruppo (Movimento o Partito) non possiamo o dobbiamo "dolcificare" il percorso dell'umanità. Ma se insieme, ai più, riusciamo ad intenderci su come usare la "fantasia" perchè ci indichi la strada da scegliere per dimostrare che “vivere nel bene e in pace”, non è una "utopia" irrealizzabile, avremo già fatto passi avanti.

Io sono un Olivettiano e in questi giorni sto rileggendo gli scritti di Adriano Olivetti e rivivendo i miei anni giovanili vissuti (da operaio prima, poi da venditore) nella sua Azienda, lui era un idealista che ha realizzato la sua utopia (dare speranza ai suoi dipendenti).

Non importa se poi l'hanno annientato come persona e hanno distrutto la sua industria, la sua idea di società industriale resta come esempio concreto, reale, che può ancora essere ripresa e rivissuta.

ciaooo     

su FB del 30 novembre 2017 (scambio con “conoscente” pessimista per partito preso).
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« Risposta #8 inserito:: Novembre 30, 2017, 04:50:01 pm »

Il Movimento Comunità è stato un partito politico italiano di orientamento unitamente socialista e liberaldemocratico nato in Piemonte nel 1947 come movimento culturale, e trasformato in organizzazione politica dall'imprenditore progressista Adriano Olivetti.

Per simbolo aveva una campana adornata da un nastro.

Il movimento cominciò dapprima a competere nelle elezioni amministrative con un programma volto ad opporsi alla partitocrazia e allo stato centralista di impostazione giacobina, supportando il federalismo sulla base di libere comunità locali.

Alle elezioni politiche del 1953 il movimento come Humana Civiltas si presenta solo in tre collegi del Senato (Torino centro, Biella, Ivrea) candidando Olivetti e ottenendo 39.912 voti (10,19%), insufficienti per ottenere un seggio a palazzo Madama.

Il Centro Comunitario di Palazzo Canavese; sulla facciata è visibile il simbolo del Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti
In occasione delle elezioni politiche del 1958, il movimento decise di presentarsi insieme al Partito dei Contadini d'Italia e al Partito Sardo d'Azione nel cartello Comunità della Cultura, degli Operai e dei Contadini d'Italia il quale ottenne 173.227 voti (0,59%) alla Camera dei Deputati e 142.897 voti (0,55%) al Senato. Olivetti diventa l'unico parlamentare alla Camera del cartello elettorale con 18.923 preferenze.

Olivetti si dovette dimettere da deputato il 23 ottobre 1959 per incompatibilità col suo ruolo nella giunta tecnico-consultiva dell'INA-Casa. Gli subentrò il 12 novembre Franco Ferrarotti che poi aderì al PSDI. Tre mesi dopo moriva improvvisamente Olivetti.

Il 10 settembre 1961 il Comitato Centrale del Movimento Comunità riunito a Milano approvò la «rinuncia alla lotta politica elettorale attraverso una propria organizzazione» invitando al contempo i propri iscritti a continuare a far politica «nell'ambito della tradizione socialista fabiana».

Note
^ Occupato da Adriano Olivetti e successivamente da Franco Ferrarotti
^ Si vedano in proposito le pagine Socialismo libertario e Socialismo umanitario.

Da - https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_Comunit%C3%A0#Storia
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« Risposta #9 inserito:: Dicembre 08, 2017, 12:13:20 pm »

Amazon è una realizzazione concreta di aziendalismo efficiente, ma anche di buon servizio alla clientela.
Cresce e guadagna ed è un bene per l’azienda.


Non gli mancano i problemi da risolvere, per esempio:
una migliore selezione nella qualità dei prodotti in vendita (a volte deludenti). Consegnare rapidamente le merci ordinate è magnifico, ridurre al minimo le confezioni rovinate o manomesse in consegna è buona cosa, ma se il cliente rimane scontento dalla qualità di quanto acquistato, offrire molto e deludere diventa dannoso.

Altro aspetto emerso di recente: la gestione del personale.
Generare insoddisfazione e disagio per la cattiva gestione del valore del personale è una grave mancanza aziendalista, soprattutto in un paese come l’Italia che ha vissuto l’esperienza industriale di Adriano Olivetti a cui molti dei moderni “principi del turbo-capitalismo” dovrebbero ispirarsi per imparare che legare all'azienda in positivo, il personale, è un valore aggiunto!

Pagare sopra la media una persona che lavora per l’azienda (in generale) e non riconoscergli la dignità operativa che un algoritmo ben impostato potrebbe consentire senza ridurre le economie di scala, è un controsenso aziendalista che non genera qualità.

Ottenere utili cospicui in un bilancio aziendale non orientato al benessere dell’ambiente che circonda l’azienda, diventa una speculazione di corto respiro che stimolerà azioni-contro che i nuovi “sinistrissimi” prima o poi utilizzeranno, innalzandole a principi “politici”.

Una visione limitata del diritto al lavoro dignitoso è storicamente la causa principale di rivendicazioni strumentalizzate da quella parte che all'inizio del 1900 veniva definita "sinistrissimi" che il socialismo-democratico ha sofferto per decenni e che non si è ancora riscattata dalle pretese ideologiche oggi obsolete e dispersive.

Quindi inefficaci ad ottenere risultati di sviluppo, sia nella cittadinanza operante, sia nella parte progressista della industria.

Adriano Olivetti non era un sindacalista ma i suoi ex dipendenti si considerano ancora oggi (dall'anno della sua morte nel 1960) dei privilegiati, operai compresi.

Peccato che il capitalismo deteriore e la finanza discutibile abbiano annientato l'uomo e la sua azienda.

Gli Olivettiani credono nella “speranza in fabbrica” ma l'aziendalismo, sano o risanato, lo si deve vedere espresso in ogni “angolo” del convivere in azienda.

ggiannig

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« Risposta #10 inserito:: Maggio 13, 2021, 09:44:20 pm »

L’Olivetti è il simbolo della crisi dell’economia italiana

 Archivio
1 Ottobre 2014

In L’Internazionale, 1065 (22-28 agosto 2014)

L’azienda di Ivrea e tutta l’industria nazionale stanno commettendo lo stesso errore: pochi investimenti nella ricerca e poche idee. Il reportage dalla città piemontese.
Il declino economico ha molte facce. A Ivrea è quella delle erbacce che coprono i campi da tennis abbandonati dove giocavano i dipendenti della Olivetti, un ex gigante dell’elettronica.
Negli anni ottanta Ivrea era una versione europea della Silicon Valley. Dei cinquantamila dipendenti della Olivetti, la metà lavorava in questa città, guadagnando bene e approfittando delle costose strutture ricreative dell’azienda. Oggi i principali datori di lavoro di Ivrea sono il servizio sanitario pubblico e due call center, che insieme hanno 3.100 dipendenti.

La Olivetti esiste ancora, ma oggi è una piccola impresa di apparecchiature da ufficio. Le fabbriche dove un tempo l’azienda inventava e costruiva i suoi prodotti, gioielli dell’architettura industriale del novecento, sono state trasformate in musei. Oggi molti dei trentenni di Ivrea hanno poco lavoro e sono mantenuti dai genitori, ormai in pensione.
“Erano tempi straordinari, ma poi è andato tutto in malora. All’inizio il declino è stato lento, poi c’è stata un’accelerazione improvvisa”, racconta Massimo Benedetto, 59 anni, all’Olivetti da trenta. Oggi Benedetto lavora per il servizio di assistenza alla clientela e tra pochi anni andrà̀ in pensione.
Ivrea offre uno spaccato di un dissesto economico generale che ha poche analogie nei paesi avanzati. L’economia italiana è cresciuta ben poco a partire dal 1994 ed è in contrazione dal 2000. Nessun paese d’Europa e nessuna delle 34 nazioni ricche e in via di sviluppo dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Oc- se) ha fatto peggio. Gli economisti prendono in esame una combinazione di fattori per spiegare la crescita a lungo termine delle economie emergenti del pianeta: tendenze demografiche e occupazionali; investimenti pubblici e privati; produttività̀ dei lavoratori; ed efficacia del sistema giuridico, amministrativo e istituzionale dello stato. In ognuno di questi indicatori l’Italia continua ad arretrare dagli anni ottanta.
Secondo la Confindustria, negli ultimi quattordici anni in Italia hanno chiuso più di 120mila aziende e nel settore industriale si sono persi 1,2 milioni di posti di lavoro. Negli ultimi vent’anni anche il Giappone, malgrado i famosi “decenni perduti” durante la crisi economica ha avuto un tasso di crescita che è stato più del doppio di quello italiano.
Il quadro a breve termine appare lievemente migliore. Gli investitori stanno dando un po’ di respiro ai mercati dopo le turbolenze che nel 2011 hanno minacciato il futuro dell’Italia e dell’euro.

Matteo Renzi, l’energico presidente del consiglio italiano, ha fatto promesse ambiziose ed è stato uno dei pochi leader dell’Unione a ottenere un buon risultato alle elezioni europee del 25 maggio. Renzi sta usando il suo peso politico per chiedere provvedimenti che favoriscano la crescita nell’Unione europea, anche se la capacità del premier italiano di cambiare veramente le cose è ancora da dimostrare.

L’Italia è il secondo paese d’Europa per quanto riguarda l’industria manifatturiera, dopo la Germania. E all’interno dell’Ocse è uno dei paesi con la più̀ alta percentuale di famiglie che vivono in una casa di proprietà̀. Inoltre ha un livello di debito privato relativamente basso. L’industria italiana vanta aziende leader nel mondo come la Luxottica, che fabbrica occhiali, e la Ferrero, che produce la Nutella. Eppure, tutti gli indicatori fondamentali che fanno girare l’economia vanno nella direzione sbagliata. È un’economia che affonda e che degenerando potrebbe avere effetti sulla trasformazione della società̀ simili a quelli della globalizzazione in Cina, India e Brasile.
La costante precarietà̀ del paese è una minaccia per l’Europa. Quasi tre anni fa l’eurozona ha sfiorato il collasso per le forti preoccupazioni sulla stabilità finanziaria, e nel frattempo in Italia il rapporto tra debito pubblico e Pil è salito a quota 135,6 per cento, più̀ di ogni altro paese dell’Ocse, esclusi il Giappone e la Grecia. Se l’economia italiana non riprende a crescere, il paese non potrà̀ ridurre il debito e rischierà la bancarotta e l’uscita dall’euro.
Ivrea è affondata negli ultimi vent’anni, proprio come l’Italia. La città, appollaiata sotto le montagne innevate a nord di Torino, non è povera: molti dei suoi 24mila abitanti sono ancora benestanti, così come l’Italia rimane la nona economia del pianeta. Nella città piemontese i depositi bancari sono in media tra i più̀ alti del paese.
Ma migliaia di giovani hanno lasciato la città e rispetto agli anni ottanta gli abitanti si sono ridotti di un quarto. Oggi a Ivrea l’età̀ media è di 48 anni, quattro anni in più̀ rispetto alla media nazionale, otto anni in più̀ rispetto alla media del Regno Unito e della Francia e undici anni in più̀ rispetto agli Stati Uniti.
La crisi della Olivetti ha portato alla nascita di alcune piccole e medie imprese. Ma una miscela spaventosa di tasse e burocrazia rende sempre più difficile andare avanti, dicono gli imprenditori di Ivrea.

Concorrenza globale
Stefano Sgrelli, che ha 58 anni, è un ex ingegnere della Olivetti che nel 2009 ha fondato la Salt & Lemon, una ditta che usa i droni per fare riprese aeree destinate al cinema, alla pubblicità̀ e alla topografia. Punta il dito contro le lungaggini burocratiche che lasciano sbalorditi i clienti stranieri e contro il treno lentissimo che ci mette più di mezz’ora per percorrere i cinquanta chilometri fino a Torino. “Cercare di competere all’estero è come correre i cento metri con uno zaino di venti chili sulle spalle”, commenta.
I problemi dell’Italia sono tanti. Secondo una classifica dell’Ocse sul tasso di natalità̀, che prende in considerazione 236 paesi e territori, l’Italia è negli ultimi dieci posti. Poco più̀ della metà della sua popolazione in età̀ da lavoro ha un’occupazione, e secondo la Banca d’Italia gli investimenti pubblici e privati in rapporto alla produzione economica nel 2013 hanno toccato il livello più̀ basso dai tempi della seconda guerra mondiale. Inoltre l’Ocse afferma che in Italia gli investimenti in ricerca e tecnologia rispetto al Pil – un fattore importante per la crescita – sono circa la metà di quelli francesi e tedeschi, e un terzo rispetto a quelli svedesi.
Le dimensioni delle aziende sono uno dei problemi. L’economia italiana è sempre più̀ zoppicante, dipende da un numero in rapida diminuzione di piccole aziende di successo e ha solo un paio di imprese – la Fiat è l’esempio più ovvio – in grado di tener testa a leader europei come Siemens, Daimler o Alcatel, o a giganti statunitensi come Apple e Google. Anche la Fiat, che quest’anno ha annunciato il trasferimento della sede amministrativa nei Paesi Bassi e di quella legale nel Regno Unito, non è più̀ il motore economico di un tempo. L’Italia produce meno auto della Spagna, del Regno Unito e perfino della Slovacchia.

Secondo l’Istat, le aziende italiane hanno in media quattro dipendenti e solo una su cento ne ha più di cinquanta. I milioni di piccole e medie imprese che un tempo era- no considerate la grande forza dell’Italia sono diventate un handicap. Di fronte alla concorrenza, che dagli anni novanta continua a inasprirsi, non usano economie di scala e non hanno neppure risorse da investire in nuove tecnologie.
“Come possiamo sperare di competere in un mondo globalizzato con aziende che hanno appena una decina di dipendenti?”, si chiede Marcello De Cecco, professore di economia all’università̀ Luiss di Roma.
 ATT1I prodotti italiani sono destinati ormai a una clientela di fascia bassa. Il paese è specializzato in settori a bassa e media tecnologia come l’abbigliamento e le macchine utensili, che offrono scarse prospettive di crescita. Secondo l’agenzia di statistica europea (Eurostat), i beni ad alta tecnologia come computer, elettronica e prodotti farmaceutici rappresentano appena il 6 per cento delle esportazioni italiane, rispetto a una media nell’Unione europea che è del 16 per cento.
Stando ai dati dell’Ocse, in Italia ci sono meno laureati, rispetto alla popolazione, che in qualunque altro paese dell’Unione. Nelle scuole superiori il computer viene usato raramente. La forza lavoro poco qualificata è uno dei motivi per cui la crescita della produttività̀ del lavoro – cioè̀ quanto i lavoratori riescono a produrre – rimane stagnante da oltre dieci anni ed è la più̀ bassa dell’Unione.
La produttività̀ nazionale è ancora peggiore. Gli economisti definiscono “produttività̀ del fattore totale” l’efficienza complessiva del sistema giudiziario, delle regole di mercato, del sistema fiscale, della burocrazia e di altri elementi che aiutano le aziende. È un’espressione specialistica che misura il funzionamento dell’economia. Secondo la Commissione europea, l’Italia è l’unico paese dell’Unione che dall’inizio di questo secolo ha visto diminuire la produttività̀ del fattore totale.
Tutto questo ha abbassato il tenore di vita. Nel 1994 il prodotto interno lordo pro capite adattato al costo della vita era all’incirca lo stesso di Francia e Regno Unito. Oggi è appena l’80 per cento di quello di questi due paesi. L’Italia è l’unica nazione dell’Unione europea dove dal 2000 in poi il pil pro capite è diminuito.
Vito Tanzi, economista ed ex sottosegretario del governo che per 26 anni si è occupato di economie emergenti per il Fondo monetario internazionale, afferma che il parallelo più stretto è con l’Argentina, che nei primi anni novanta era tra le economie più forti del mondo. Dopo decenni di tensioni politiche, corruzione e ripetute crisi finanziarie, l’Argentina è oggi al 26° posto, subito dopo il Belgio, che ha un quarto della sua popolazione. L’Italia non è un debitore inadempiente seriale come il paese sudamericano, ma “si può imparare molto sull’Italia studiando il caso argentino”, conclude Tanzi.
Non c’è un unico motivo per il declino economico dell’Italia, così come non c’è una spiegazione unica per il crollo della Olivetti.
Camillo Olivetti fondò l’azienda nel 1908 per produrre macchine da scrivere. Negli anni cinquanta, con suo figlio Adriano, l’impresa si mise all’avanguardia nel campo dell’elettronica e nel 1959 produsse uno dei primi computer al mondo completamente transistorizzati. Il suo primo personal computer, lanciato nel 1965, fu usato dalla Nasa per progettare l’allunaggio dell’Apollo 11. Nel 1978 l’azienda di Ivrea realizzò anche la prima macchina da scrivere elettronica al mondo.
Negli anni sessanta e settanta l’Italia ebbe una straordinaria metamorfosi postbellica che trasformò un paese povero e prevalentemente rurale in uno dei fondatori del G7, il gruppo delle sette nazioni industrializzate. Diventò famosa per la sua energia e il suo stile grazie a personaggi come Gianni Agnelli, presidente della Fiat, ed Enzo Ferrari, fondatore dell’azienda di auto sportive. E l’Alitalia era tra le compagnie aeree più ammirate del mondo.

Nei giorni di gloria della Olivetti, i suoi prodotti di punta avevano margini di profitto fino a 35 volte i costi di produzione. L’azienda riversava quelle entrate nella ricerca e nell’innovazione, con laboratori a Ivrea e in California. Vendite e profitti raggiunsero il tetto massimo intorno alla metà degli anni ottanta, quando negli Stati Uniti furono venduti oltre duecentomila personal computer M24 e l’azienda diventò il secondo produttore di computer al mondo dopo l’IBM.
“Lavoravamo sodo per soddisfare la domanda”, racconta Massimo Benedetto camminando in un terreno abbandonato dove un tempo sorgevano gli impianti e gli uffici, che ospitavano ottomila dipendenti. L’imprenditore Carlo De Benedetti acquistò la Olivetti nel 1978 e all’inizio ebbe successo. Ma nei primi anni novanta, quando la concorrenza degli Stati Uniti e dell’Asia crebbe, De Benedetti cominciò a concentrarsi sul resto del suo portafoglio: finanza, prodotti alimentari ed editoria. Lasciò la Olivetti nel 1996 e l’anno dopo la società vendette il ramo personal computer e passò alle telecomunicazioni. Fu l’inizio della fine. Dopo una serie di complesse ristrutturazioni, la Olivetti si ritrovò a essere una divisione di Telecom Italia, che cercò di rilanciare il settore delle macchine da ufficio cancellando persino la “O” rossa che era il logo stile anni settanta dell’azienda. La nuova impresa non decollò mai. La Olivetti oggi ha meno di settecento dipendenti. L’anno scorso ha registrato vendite per 265 milioni di euro, grazie a registratori di cassa, stampanti e a un suo tablet noto come “Olipad”.

Prodotti da esportare
A Ivrea molti danno la colpa allo stato, che non ha promosso una cultura tecnologicamente avanzata. Il vero sbaglio fu quello che accadde dopo la cessione della Olivetti: niente. In tutto il mondo le aziende nascono e muoiono. La sorte della Olivetti è la stessa di altri giganti industriali europei come la finlandese Nokia, ex produttrice di telefoni cellulari, le case automobilistiche Saab e Volvo in Svezia o la British Leyland nel Regno Unito. Ma a Ivrea sia il governo sia i privati non pensarono troppo alle possibilità di ripresa. Lo stato, che gestisce quasi tutta la previdenza sociale del paese, offrì aiuti generosi ai dipendenti della Olivetti rimasti senza lavoro. I pensionamenti anticipati sono uno dei motivi per cui l’Italia spende più denaro pubblico per la previdenza, rispetto al pil, di qualunque altro paese europeo: il 15 per cento contro l’11 della Germania e il 7 del Regno Unito. È anche il motivo per cui i lavoratori licenziati sono meno incentivati a cercare un nuovo lavoro o a seguire corsi di formazione.
Gli ex dipendenti della Olivetti a Ivrea che si sono reinventati come imprenditori hanno puntato soprattutto sui prodotti da esportare.
Antonio Grassino, un ex ingegnere della Olivetti che lasciò l’azienda nel 1986, oggi dirige un’impresa per il collaudo dei circuiti elettronici. La Seica dà lavoro a 110 persone e ha un fatturato annuo di 21 milioni di euro, l’80 per cento ricavato dalle esportazioni. Tra i suoi clienti ci sono anche la Boeing, la Samsung e il gruppo Thales.
Grassino, come molti imprenditori italiani di successo, dice che lavorare in questo paese è complicato. L’instabilità politica, spiega, rende impossibile ai singoli e alle aziende pianificare la loro attività. Dalla fine della seconda guerra mondiale l’Italia ha avuto 65 governi. E i nuovi esecutivi buttano sistematicamente alle ortiche le iniziative dei loro predecessori per ricominciare daccapo. “Non sai mai se l’incentivo fiscale che è stato annunciato è davvero in vigore o quanto potrà durare”, spiega Grassino. “Allo stesso tempo non assumo qualcuno se penso che nel prossimo futuro ci saranno agevolazioni fiscali sulle nuove assunzioni.”

Per gli stranieri è ancora più difficile navigare tra norme e regolamenti che cambiano di continuo. Secondo i dati Ocse, gli investimenti diretti stranieri in Italia sono crollati del 58 per cento negli ultimi sei anni e sono meno della metà rispetto a Germania, Francia e Regno Unito.
Stefano Sgrelli, il fondatore della Salt & Lemon, era stato assunto dalla Olivetti nel 1980 dopo aver progettato il software di un videogame. Ha lavorato per tre anni alla Olivetti in California e nel 1993 ha lasciato l’azienda per creare una società di servizi informatici con un suo ex collega.
Dal 2009, insieme a quattro soci, si dedica alla Salt & Lemon, e i suoi droni hanno un numero sempre più alto di clienti, dal cinema all’agricoltura. Come molti altri a Ivrea, è esasperato dalle complicazioni burocratiche. Prima di poter mandare la fattura ai clienti italiani, spiega, deve dimostrare di aver pagato i contributi ai suoi dipendenti. Ma è difficile ottenere queste informazioni dallo stato, che non ha dati aggiornati. “È per questo che tanti imprenditori italiani hanno successo all’estero. Non si capacitano di come sia facile”, spiega Sgrelli ridendo.
La figlia Diana, che ha 22 anni, frequenta i corsi di ingegneria all’università di Torino, ignorando il consiglio del padre di studiare all’estero. Lui spera che parta dopo la laurea. Se lo facesse, si unirebbe a un vero e proprio esodo. L’emigrazione italiana, che si era praticamente esaurita negli anni settanta con il miglioramento del tenore di vita, negli ultimi dieci anni è ripresa. Si calcola che dal 2011 oltre 250mila italiani si siano trasferiti a Londra, trasformandola nella sesta città più popolosa d’Italia dopo Genova. Quasi tutti quelli che partono hanno un diploma di scuola superiore o una laurea.
“Quando hai a che fare con un’organizzazione o con un paese che non funziona ci sono due soluzioni possibili: protestare o partire. Le partenze riducono la pressione della protesta, e quindi riducono anche la possibilità di cambiamenti interni”, dice Luigi Zingales, professore di economia alla Chicago university.
Renzi è l’ultimo in ordine di tempo a promettere riforme. Sta lavorando per allentare le rigide normative che regolano il mercato del lavoro, ha proposto una serie di norme per combattere la corruzione e ha promesso di semplificare la vita alle aziende, nominando un ministro per la semplificazione. Sgrelli cerca di essere ottimista: “Credo che, con una lentezza spaventosa, le cose cambieranno. Ma parliamo di generazioni, non di anni.”

VALORIZZARE IL FATTORE UMANO NELL’IMPRESA: L’ESPERIENZA DI ADRIANO OLIVETTI NUOVO
APPUNTAMENTO JOB & FOOD DEL GRUPPO GIOVANI NEL SEGNO DI ADRIANO OLIVETTI



 Da - https://olivettiana.it/lolivetti-e-il-simbolo-della-crisi-delleconomia-italiana/#:~:text=La%20Olivetti%20esiste%20ancora%2C%20ma,sono%20state%20trasformate%20in%20musei
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