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Autore Discussione: GIORGIO BOCCA.  (Letto 73802 volte)
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« Risposta #30 inserito:: Febbraio 09, 2008, 11:50:02 am »

Giorgio BOCCA

Una politica da brividi


 C'è chi si chiede ancora perché cresce in Italia l'antipolitica? Per la semplice ragione, direi, che i politici parlano della politica in modo indecente, si comportano in politica in modo indecente. La Camera dei deputati al gran completo interrompe la miseranda e imbarazzante confessione del senatore Clemente Mastella con applausi scroscianti.

Che ha detto il senatore Mastella per suscitare simili entusiasmi? Ha detto che se la giustizia osa sfiorare un suo familiare, lui è prontissimo a far cadere il governo, a gettare il Paese in una crisi che potrebbe avere un esito disastroso per la democrazia. Ha detto che il sistema clientelare in cui è maestro, la spartizione tra amici e parenti del pubblico denaro, è la norma. E non basta, in quasi tutti gli interventi nel dibattito che ha portato alla caduta del governo Prodi, i deputati hanno fatto l'elogio dell'immoralità: rubare per far politica non è rubare, è un nobile servizio della sovranità popolare, è la più nobile e provvidenziale delle professioni.

Questo è stato l'argomento principe nella difesa del presidente della regione siciliana Salvatore Cuffaro: ebbene sì, io ho favorito un mafioso che mi procura dei voti, ma che c'è di male? Non è pacifico che così fan tutti?

All'esito della votazione, alla notizia che il governo Prodi era stato battuto da pochissimi voti di alcuni voltagabbana recidivi, tutti già noti per precedenti cambi di campo al miglior offerente, la tribuna dei vincitori si è scatenata come una plebe da circo massimo: vae victis, pollice verso, insulti, stappo di champagne, e un deputato ha persino ingurgitato una fetta di mortadella, come in un rito cannibalesco, per far capire che divorava il vinto e odiato Romano Prodi.

E se uno dei moderati non era stato al gioco omicida, veniva insultato secondo il più omofobo e plebeo degli insulti: 'Vecchia checca'. Lo spettacolo di questa rivincita del moderatismo italiano faceva venire i brividi, ricordava la ferocia della plebe napoletana nei giorni della restaurazione borbonica.


C'è ancora qualcuno che si chiede perché nel Paese si è diffusa una forte delusione per la politica? Le riprese televisive dell'assemblea parlamentare hanno documentato, in modo impietoso, qual è il livello culturale dei nostri onorevoli. Siamo ancora agli avvocati demagoghi delle cronache parlamentari del regno.

Nell'ora drammatica per il Paese, i nostri si compiacciono di citazioni in francese del tipo: après moi le déluge, e le ripetono compiaciuti, le traducono per gli avversari ignoranti. Altro che i 'giochini della politica' lamentati da Silvio Berlusconi. Urla, gesti, facce, linguaggio da angiporto, da lupanare da cui si può capire che la bestialità di certo tifo calcistico non è affatto un'eccezione, se gli onorevoli la ripetono in Parlamento.

Lo spettacolo è stato talmente basso che per una volta persino la stampa al servizio dei padroni ha avuto ritegno ad applaudire. Del resto l'idea che i politici hanno della politica non sembra più esaltante. La politica, diceva il deputato socialista Formica, è "fatta di merda e di sangue"; in una versione meno cruda, il famoso sindaco radicale di Lione Herriot era solito dire: "La politica è come l'andouillette, deve sapere un po' di merda, ma non troppo", l'andouillette è un tipo di salsiccia.

Così l'alta lezione di Machiavelli ha incoraggiato una gara di ladri e ignoranti.
(08 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #31 inserito:: Febbraio 15, 2008, 09:30:24 pm »

Giorgio Bocca

Un nuovo socialismo

Il libero mercato sta portandoci all'autodistruzione, perché il mondo non ha più posto per tutti i desideri e per tutti i soprusi. Al suo posto il socialismo della sopravvivenza arriverà, speriamo, al mercato possibile  La borsa di MilanoSui giornali e alla televisione continua l'elogio del libero mercato, cioè di qualcosa che non esiste, smentito dalla realtà. E mentre si celebra la morte delle ideologie, delle utopie, delle promesse ingannevoli, sale il concerto di lodi al 'capitalismo natura', cioè la corsa al profitto come unico premio ai cittadini laboriosi e unico freno ai pigri e ai disonesti. La giustificazione ripetuta sino alla noia è il solito così siam fatti o così fan tutti. Basta aprire gli occhi e guardare cosa succede nel nostro Paese e nel mondo per capire che questo libero mercato non è libera concorrenza, ma uno scontro di giganti che dispongono di montagne di miliardi e dell'appoggio dei politici al potere, non libero mercato, ma spartizione tra i più forti.

E allora, perché appendergli addosso virtù che non ha e nascondere anche i difetti più macroscopici? Il libero mercato, nel senso di un mercato senza regole che può portare alla fine del genere umano, è la filosofia delle alluvioni, dei terremoti: venir trascinati verso la rovina universale continuando a dire che si tratta di un processo naturale e benefico.

Il libero mercato come selezione dei migliori? Quel che succede realmente in Italia è l'esatto contrario, la corsa al profitto seleziona i peggiori: ci sono province nel nostro Meridione in cui il ceto dirigente, la borghesia al potere negli uffici e nelle industrie, quella che dovrebbe combattere le associazioni malavitose, diventa Mafia, crea la nuova società capovolta dove sono premiati i delinquenti e puniti gli onesti.

Dal libero mercato si passa al partito degli affari, dallo Stato di diritto allo Stato mafioso dove a comandare sono le associazioni dei furbi e ladri. La decomposizione dello Stato di diritto è manifesto: l'applauso del Parlamento a un deputato che difende l'impunità sua e della sua casta, il perdurante e crescente elogio del 'martire' Craxi, cioè del politico che ha creato il sistema delle 'dazioni', i pedaggi che la politica pretende dalla società civile, un politico condannato in modo definitivo dai tribunali della Repubblica, uno che considerava giusto e normale usare ai suoi fini personali i miliardi delle aziende di Stato. Difeso e lodato dal partito degli affari perché aveva ridotto la politica a un affare.

A volte si ha l'impressione che si avvicini la catastrofe finale. La vergognosa vicenda napoletana di una grande città sommersa dalla spazzatura perché i furbi e i ladri per fare soldi non hanno voluto spazzarla via, indica però la via a un socialismo nuovo, non più utopico e romantico, non più evangelico e filantropico, ma da stato di necessità. Un socialismo obbligatorio che s'imporrà per la sopravvivenza, perché il mondo ha dei limiti, perché non ha più posto per tutti i desideri e tutti i soprusi.

Il libero mercato sta portandoci all'autodistruzione: se non provvedi a rimuovere la tua spazzatura, te la ritrovi sulla porta di casa. Il rimedio dei ricchi di passare le loro spazzature ai poveri non è più facile e indolore.

Al posto del libero mercato il socialismo della sopravvivenza arriverà, speriamo, al mercato possibile. Mettendo fine al mercato libero dell'autodistruzione, degli sprechi, dei furti, per passare al mercato ragionevole dei consumi compatibili con le risorse, del benessere esente dagli sprechi e dalle competizioni insensate. E alla rinuncia a una cultura di stampo militare, fatta di continue conquiste e di continui riarmi.

(15 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #32 inserito:: Febbraio 23, 2008, 02:34:10 pm »

Giorgio Bocca

Si cammina nel vuoto


La politica è senza idee, sostituite dal denaro. Berlusconi è già pronto a dirigere l'orchestra moderata. Il Pd si sta già preparando alla grande coalizione e volta le spalle alla sinistra  Negli anni Sessanta, quando scrissi 'La scoperta dell'Italia', la definii "l'America di vent'anni prima": un Paese alla rincorsa del benessere e della modernizzazione secondo il modello americano.

L'Italia di oggi è più sfuggente, avvolta nei sogni e nelle immagini della televisione, un Paese senza classi, ma sovraffollato da un'umanità indefinibile, la poltiglia di cui parlano i sociologi, da cui emergono nuove categorie.

Fra i poveri ha una triste notorietà la categoria dei caduti sul lavoro, nell'Italia di prima non se ne parlava, come non si parlava delle vittime del traffico: ogni giorno c'erano decine di morti da automobili e decine di morti da lavoro, ma le cronache sorvolavano; perché oggi ogni giorno tutti i telegiornali raccontano di chi è caduto da un'impalcatura o è schiacciato da una macchina? È come sventolare una bandiera sociale, una sentinella coraggiosa morta per conto di tutti.

Un'altra categoria di poveri, ben distinta dalla massa dei poveri che non sanno più di esserlo perché hanno in casa il computer o il telefonino, sono le categorie delinquenziali: le bande che rapinano in villa e seviziano gli inquilini per fargli aprire una cassaforte, i falsi controllori del gas, gli stupratori di periferia e le altre categorie di un Paese dove la criminalità si fa norma.

Di nuovo in questa Italia c'è il modo di far politica all'americana. Una politica dove le idee sono assenti, sostituite dal denaro, e dove affiorano la cattiva letteratura e il generico sentimentalismo. Non l'enciclopedismo della rivoluzione francese, o il marxismo scientifico di quella russa, ma vaghi rimpianti romantici e filantropici: lo 'I care' di don Milani, il 'possiamo farlo' di Obama e di Veltroni, e anche il neonaturalismo dei partiti 'quercia' o 'ulivo'. Come in America i due grandi partiti intercambiabili del moderatismo universale. Silvio Berlusconi è già pronto a dirigere l'orchestra moderata. Gli ex comunisti confluiti nel Partito democratico non sono più per lui i violatori di donne e i mangia bambini, ma dei buoni socialdemocratici, per cui la libertà è preferibile alla giustizia.

Quanto al Partito democratico, si sta già preparando alla grande coalizione, volta le spalle alla sinistra, si appresta a formare il partito dei buoni cittadini che trascurano le idee e pensano al fare, che naturalmente sarà anche il partito del rubare. A tutti i neo moderati le elezioni americane sono parse illuminanti, trascinanti, anche se non si capisce il perché, trattandosi di una partita giocata e decisa dai soldi e condita dagli snobismi letterari, dai divismi personali, dalle demagogie. Preferibile certo alle ferocie e alle violenze dei regimi autoritari, ma sostanzialmente una copertura della tecnocrazia al potere.

Se questo sarà nel prossimo futuro il modello moderno dello Stato di diritto, l'unica consolazione possibile sembra quella churchilliana: "La democrazia è piena di difetti, ma non si è ancora trovato qualcosa di meglio".

Su tutto e tutti regna un generale smarrimento, un vago senso di camminare nel vuoto. Le grandi potenze, Stati Uniti e Russia, continuano a riarmare pur sapendo, dagli anni della guerra fredda, che la guerra è impossibile. Il ministro della Difesa americano rimprovera gli europei di essere imbelli, mentre nel suo Paese è scomparso l'esercito dei cittadini, sostituito da quello dei mercenari; tutti i paesi del mondo temono l'effetto serra e tutti continuano a produrre veleno; tutti predicano i diritti umani, ma persino gli inglesi ordinano ai loro atleti di non parlarne alle Olimpiadi di Pechino. I fascisti non sono più fascisti, i razzisti vanno a visitare lo Yad Vashemm, il museo dell'Olocausto a Gerusalemme; il papa tedesco torna al Concilio di Trento, anche se la sua chiesa lamenta la scomparsa delle vocazioni religiose.

(22 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #33 inserito:: Marzo 08, 2008, 04:54:30 pm »

Giorgio Bocca.

Divorati dal progresso


L'ossessione del primato subito superato da uno nuovo. Le mode che nel passato erano secolari, oggi durano mesi o settimane. Un modo per resistere a questa usura sarebbe la riscoperta della lentezza  Pippo Baudo e Piero Chiambretti durante
l'ultimo festival di SanremoL'informazione corre dietro alla record-mania, al culto del primato. Chi è il più ricco del mondo? Non fai in tempo a sapere che è l'americano spilungone e dinoccolato, il geniale e filantropico Bill Gates, padrone di Microsoft, che subito i media ti correggono: è stato superato le cento volte e nei modi più imprevedibili dai nuovi super ricchi su cui non avresti puntato un euro: dall'iraniano che controlla il traffico del petrolio nello stretto di Hormuz, al palazzinaro in grattacieli del Dubai, all'indiano che fabbrica automobili a bassissimo costo, al sindaco Bloomberg di New York, il re della stampa finanziaria, alla signora cinese che ricicla la carta straccia, all'australiano Murdoch di Sky che ha televisioni nei cinque continenti, agli ex giovanotti di Yahoo che non si ritengono appagati da un'offerta di quaranta miliardi di dollari, o a qualche emiro arabo che ha appena ordinato a un cantiere di Viareggio uno yacht lungo più di cento metri.

Eugenio Montale, che era un poeta e conosceva i vizi degli uomini, diceva che madre natura ha dovuto adattarsi alle nostre debolezze, dell'animale che domina il mondo, ma fisicamente è il più sprovvisto: senza artigli, senza pelliccia, senza zanne capaci di azzannare la preda, con denti indeboliti dai cibi cotti. Intelligente e avido, ma preso in contropiede dall'abbondanza dei suoi strumenti e dall'impazienza dei suoi desideri.

Un modo per resistere all'usura del progresso sarebbe la riscoperta della lentezza, celebrata quest'anno per la seconda volta da una giornata mondiale, e dai nutrizionisti come Carlin Petrini dello Slow Food. Ma l'ossessione del primato è dominante: nel mondo delle canzoni hai appena conosciuto l'americana che ha venduto cinque milioni di dischi, che è già stata superata dalla francese o dalla cubana o dalla polinesiana che di milioni ne hanno venduti sei o sette.
La rubrica obbligatoria in tutti i programmi è la top ten, la classifica dei dischi più venduti, dove ogni paese piazza i suoi campioni, il nostro da Mina alla Pausini.

Nel passato le mode erano secolari, legate di solito al monarca che aveva dominato quel secolo, Luigi XIV o Napoleone, oggi durano mesi o settimane, come quella degli abiti. I tempi si sono ristretti; mobili, vestiti, monili, libri che passavano da una generazione all'altra si consumano subito e passano al mercato dei robivecchi, di cui il poeta Morpurgo ha scritto: "Sono stato al mercato dell'usato, e mi hanno subito comprato".

Guido Piovene di questo progresso divorante diceva: "È importante, ma guai se finisce in spazzatura". Giovani impazienti occupano il mercato abbandonato dagli anziani stanchi. I nostri nipoti e nipotini sanno usare gli strumenti dell'informatica meglio di noi anziani. Perché si trovano in casa gli strumenti della modernità, ma anche, diremmo, per una disposizione misteriosa, come se il loro udito, il loro tatto fossero diversi dai nostri, più adatti al nuovo. Il nuovo è ciò che domina il nostro tempo, non sai più se l'apprendimento sia un vantaggio o un cattivo uso del tempo, se un progresso nella conoscenza o nella confusione.

Credevamo che nel nostro cielo volassero gli angeli. Non era così, ma certamente erano meglio quegli angeli immaginari che i rottami e la sporcizia lanciati nello spazio dai nostri razzi, gentilmente chiamati dai russi 'Rakiete'.

(07 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #34 inserito:: Marzo 11, 2008, 05:47:19 pm »

Il COMMENTO

Il regno della neve

di GIORGIO BOCCA


 Per millenni il monte anonimo, poi il Mont Maudit, inaccessibile e maledetto, il pilone di granito che chiude la Val d'Aosta e domina la catena alpina, visibile dalla lontana Ginevra: un pan di zucchero lontano che galleggia nell'azzurro del cielo.

Per millenni né Italia, né Francia, né Savoia, troppo alto, troppo grande per appartenere a uno Stato o a un municipio.

Gli abitanti delle valli che lo circondano lo chiamavano Harp, che vuol dire "alta montagna", di cui abbiamo avuto notizia quando sui roccioni che dominavano Courmayeur apparvero in vernice bianca delle grandi "H" scritte dai separatisti. Le patrie che circondano il gigante finiscono sui ghiacciai sopra i quattromila metri, più in alto, si sono avventurati per secoli solo i raccoglitori di cristallo come Balmat, il primo scalatore della montagna.

Sopra i quattromila gli antichi non si avventuravano, agli antichi le altitudini non interessavano, le lasciavano ai camosci e alle marmotte, ecco perché sulle carte le disegnavano tutte uguali: a denti di sega senza nome.

Sopra i tremila niente è cambiato in questi secoli. La linea dei boschi è rimasta stabile, i ghiacciai camminano un po' su e un po' giù. Sono invece in mutamento continuo gli uomini, gli animali, le macchine, le case. Non ci sono più i gamberi di fiume nella Dora, i ranocchi nelle acque ferme del marais in Val Veny, i ballatoi di legno, i mulini ad acqua, gli spartineve trainati dai cavalli, le file dei muli che salivano i valichi, le slitte per le corvée, quando di neve ne veniva giù cinque o sei metri.

A Courmayeur, sotto il Bianco, si coltivava tra i turisti una necrofilia alpina: l'elenco di tutti i morti da slavina o da valanga. Si ripercorreva con zelo il loro ultimo cammino, riponendoci le domande inutili sulle sciagure avvenute. Perché avessero perso l'equilibrio in un passaggio facile, come Gervasutti, il grande alpinista chiamato il Fortissimo, in una elementare corda doppia. Nel regno del bianco c'era un altro svago canonico: riconoscere, ricordare, tutti i nome delle vette, o aiguilles, o denti, o picchi, o vedrette o combe, o laghi come corredo di favole e leggende. "E voi montagne ci guardate, ci guardate, ma non siete mai cadute".

Che ha voluto dire Elias Canetti? Che fra noi uomini e loro montagne c'è un rapporto impari, metafisico, le nostre mode contro la loro immobilità, le nostre passioni contro la loro indifferenza. Noi, che per secoli le abbiamo ignorate, improvvisamente abbiamo rivolto loro un'attenzione morbosa.

Ho intervistato scalatori famosi, ancor presi dalla montagna come una donna bellissima e assassina. La conquista del Monte Bianco è un compendio della cultura romantica dell'Europa felix prima delle guerre mondiali. Il gigante come un miraggio cui si davano mutevoli nomi: Alpis Albus, Saxus Albus, Malé, Maudit, e si immaginava che lassù, dietro la vetta, ci fosse un gigantesco serbatoio di neve da cui scendevano le lingue di ghiaccio. Arrivò per primo in vetta Balmat, con un medico di Chamonix, e poi fu la volta dello scienziato ginevrino De Saussure, che restò per tre ore sulla vetta coi suoi strumenti scientifici, e poi fu il turno di una donna, Henriette d'Angeville, che aveva per motto "vouloir c'est pouvoir".

Meno romantica la scalata di un'altra donna, Marie Paradis, una valligiana portata su di peso dalle guide di Chamonix, per fare reclame sui giornali. C'è stata anche la Courmayeur degli antifascisti, le amate montagne che gli antifascisti torinesi vedevano in fondo ai corsi alberati e diritti delle loro città. Amate perché sicure per le loro amicizie e per i loro discorsi, perché il fascismo era degli aviatori, dei bersaglieri e non degli alpini.

(11 marzo 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #35 inserito:: Marzo 15, 2008, 12:29:14 pm »

Giorgio Bocca

In fondo a una cisterna


Della tragedia di Gravina abbiamo capito solo una cosa. Che la nostra resta una società per molti aspetti primitiva e arretrata in cui il controllo sociale si riduce all'antico luogo comune 'facciamoci gli affari nostri'  Francesco e Salvatore Pappalardi,
i due fratelli scomparsi a GravinaSulla tragedia dei due bambini di Gravina trovati morti in una cisterna, sono state date migliaia di versioni. Ma in questa molteplicità di voci, di lamenti, di sdegni non abbiamo trovato un atto di coscienza né dello Stato, né della regione, o del comune, o della sanità pubblica, o della magistratura, insomma delle istituzioni. Lo Stato non ha dato risposta alle domande che mettono in gioco la sua ragion d'essere.

A Gravina c'era un edificio abbandonato in cui un pozzo profondo venticinque metri scendeva in una cisterna senza vie d'uscita. Possibile che fosse senza copertura? Perché il Comune e le pubbliche autorità non si sono mai curate di coprirlo? A Gravina, come in molte altre città italiane, si piange, si depreca, si portano mazzi di fiori sui luoghi della tragedia, si applaude al passaggio delle bare durante i funerali, riti funebri dal sapore arcaico con le donne che urlano lamenti come le prefiche, ma la società, lo Stato, dove sono?

Due bambini scompaiono, li si cerca per mesi, loro padre è sospettato di averli uccisi, la polizia e le squadre di volontari esplorano città e campagna. Ma che tipo di ricerche e di esplorazioni furono, se non ci si accorse dei due cadaveri nella cisterna? Furono ricerche serie, oppure ci si accontentò di lasciare dei segni con la vernice rossa sulle pareti, come prova che erano avvenute? E qualcuno delle pubbliche autorità si è chiesto come mai in una cisterna larga pochi metri non siano stati visti i due bambini morti, che pure indossavano abiti visibilissimi? Le pubbliche autorità trovavano normale che gruppi di ragazzi ogni giorno corressero rischi mortali correndo fra i ruderi?

Ci siamo rilette le spiegazioni che polizia, magistratura, cittadini hanno dato di questa mancanza di prevenzione e di attenzione, e abbiamo trovato resoconti incomprensibili, in un burocratese infarcito di frasi dialettali. Che cosa abbiamo capito? Che
la nostra resta una società per molti aspetti primitiva e arretrata in cui il controllo sociale si riduce all'antico luogo comune 'facciamoci gli affari nostri'.

A Gravina tutti si conoscono e si sorvegliano. Ci sono anche le telecamere che registrano ogni movimento, anche una telecamera che vide passare uno dei fratellini, quello che aveva i pantaloni bianchi. Ma questa sorveglianza totale, questa civica onniscienza finiscono, come i due bambini, in una cisterna senza uscita, nel buio fondo dell'omertà, dell'irresponsabilità, del 'qui lo dico e qui lo nego'. La magistratura ha inquisito il padre dei due bambini senza arrivare ad alcuna certezza, creando il solito processo indiziario. La ragione è che è assai difficile fare giustizia in un paese in cui manca l'essenziale per farla: il consenso e la collaborazione dei cittadini, dove chi ha visto tace, chi sa non parla, sicché ogni fatto di cronaca nera si trasforma immediatamente in un giallo irrisolvibile.

Anche la strage di Erba, che nonostante i testimoni oculari e le ripetute confessioni degli assassini, è un giallo in cui si cerca il fantomatico 'terzo uomo'. Un giorno a Lugano, che sta nella Svizzera italiana, cioè abitata da italiani come noi, vidi un tale arrivare in auto e posteggiare davanti a un negozio sul lungolago dove la sosta è proibita. Se ne andò mentre dal negozio usciva di corsa una commessa che, non essendo riuscita ad avvertirlo, telefonò alla polizia che subito arrivò per mettergli la multa sul parabrezza. Dicono che la Svizzera, anche quella abitata dagli italiani, sia un Paese noioso e anche un po' gretto, ma fabbrica orologi che funzionano, amministrazioni efficienti e persino barche che vincono la coppa America, il campionato del mondo.

A Gravina, come in altre città italiane, gli abitanti sono intelligenti, pronti, per nulla noiosi, ma continuano a soffrire e a morire anzitempo perché la società, cioè lo Stato, per loro resta un estraneo di cui diffidare.

(14 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #36 inserito:: Marzo 21, 2008, 07:43:48 pm »

Giorgio Bocca

Il paese delle mille leghe


Ieri la colpa delle differenze tra il Nord avanzato e il Sud arretrato era solo del capitalismo e del suo egoismo. Ma dietro i malanni del Sud c'era ben altro. Ce ne accorgiamo oggi. Con una borghesia che ha fatto proprio il sistema mafioso  Un simpatizzante a un congresso
della Lega NordNel 1990, l'Italia dei vecchi partiti sembrava ancora intoccabile, immutabile. Poi un movimento politico rozzo ma vitale, la Lega Lombarda, spezzò come un fiume in piena gli argini dei partiti-padrone e mise in crisi dei tabù che sembravano intoccabili. Fra questi l'unità d'Italia e il suo corollario, il meridionalismo, il primo figlio della cultura risorgimentale, il secondo di quella marxista.

Era fuori discussione l'esistenza di una nazione 'una e indivisibile' dal Brennero alla Sicilia. Se restavano delle differenze tra il Nord avanzato e il Sud arretrato, la colpa era unicamente del capitalismo e dei suoi egoismi. Fu allora che scrissi un pamphlet che aveva per titolo 'La disunità d'Italia' e mi resi conto che questo problema centrale era stato rimosso dalla cultura dominante e dal sistema politico.

Anche uno come me, che come giornalista aveva percorso in lungo e in largo il Paese, scritto libri sulle sue sconfitte e i suoi miracoli, non aveva avuto il coraggio di guardare fino in fondo, si era sempre in qualche modo fermato alla storia sacra, alla certezza che l'unità d'Italia esisteva ed era in progresso, che si andava rafforzando grazie ai media comuni, al mercato comune, e che i ritardi del Sud erano pedaggi necessari, errori rimediabili.

Scrivendo 'La disunità d'Italia' mi resi conto di quanto fosse superato il meridionalismo marxista, il piagnisteo sui torti e i soprusi subiti dall'Italia povera da parte dell'avido capitalismo nordista, C'era ben altro dietro i malanni del Sud, e negli anni a venire ce ne saremmo resi conto.

Oggi la disunità d'Italia si è fatta più profonda, e lo scandalo napoletano non è soltanto un'emergenza straordinaria, una sciagura naturale incontrollabile, un'onda anomala inevitabile, ma una calamità fabbricata con le nostre mani, sacchetto d'immondizia dopo sacchetto gettato in strada.

Lo scandalo dell'immondizia ci ha ricordato che in Italia non c'è ancora uno Stato unito. Il commissario straordinario incaricato di risolvere il problema, Gianni De Gennaro, non è riuscito a superare questa mancanza di Stato, a vincere l'anarchia popolare, a mettere d'accordo le amministrazioni locali e gli interessi a esse legati. Le decisioni via via prese dal commissario per aprire delle discariche o per mettere in funzione gli inceneritori, sono state sistematicamente bloccate dalla mancanza di una organizzazione statale coesa e logica.

I fatti che confermano la disunità d'Italia sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalla diffusione del modo mafioso di gestire il pubblico denaro. La mafia non è più soltanto la secolare organizzazione criminale, gestita da gente del popolo. Se n'è impadronita la borghesia delle professioni e delle arti, dei 'galantuomini' che usano la sanità, i lavori pubblici e gli uffici giudiziari come una loro proprietà.

Questa nuova mafia viene rivelata dalle retate che quasi ogni settimana ciò che resta di polizia e di giustizia compiono fra 'cittadini al di sopra di ogni sospetto', la borghesia che in questi anni ha adottato il sistema mafioso, che si è impadronita delle unità sanitarie, dei cantieri stradali, e persino dei boschi pubblici, vedi in Calabria la riserva di Isola Capo Rizzuto, che i notabili locali usano come loro proprietà e che affidano gratuitamente alle guardie forestali dello Stato.

La presenza della disunità è visibile anche nel costume e nella morale pubblica. Nel secolo borghese c'era almeno un reato imperdonabile: rubare ad altri borghesi con il fallimento, un delitto da pagare con la vita, oggi rubare, anche ai soci e agli amici, è diventato cosa normale di cui i furbi si vantano. La disunità d'Italia è confermata dai due opposti populismi politici: la Lega Nord e quella siciliana dell'onorevole Lombardo, che hanno ricominciato con le reciproche accuse.

(21 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #37 inserito:: Marzo 30, 2008, 04:12:33 pm »

Silenzio su Gomorra

di Giorgio Bocca


Il fatto: alla Corte d'Assise di Napoli il difensore di due camorristi presenta un'istanza di legittima suspicione perché lo scrittore Roberto Saviano, la giornalista Rosaria Capocchione del 'Mattino' e il magistrato dell'antimafia Raffaele Cantone (il primo con il libro 'Gomorra', l'inchiesta sull'associazione mafiosa, la seconda per gli articoli sul 'Mattino' di Napoli, il terzo per la sua attività all'antimafia) avrebbero influenzato la corte.
L'istanza è firmata da due camorristi di Casal di Principe, i cosiddetti casalesi, ed è irridente e minacciosa. Saviano è chiamato il "presunto romanziere", per dire che ha inventato favole, la Capocchione "pennivendola", entrambi d'accordo con il magistrato "calunniatore". I firmatari sono: il camorrista Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, latitante da 12 anni, entrambi già condannati in primo grado all'ergastolo. E Antonio Iovine è considerato l'organizzatore del traffico di rifiuti della Campania. Ci si chiede: perché i camorristi di Casal di Principe ostentano una tale arroganza verso i giornalisti e i giudici? E perché una tale arrogante provocazione passa quasi sotto il silenzio dei politici e dei media? L'arroganza è una tradizione dei camorristi di Casal di Principe e del loro leggendario capo dal nome salgariano di Sandokan: grande bandito che insultava, minacciava, taglieggiava i suoi impauriti concittadini.

La scarsa attenzione dei politici e dei media si può spiegare con la vigilia elettorale, con la vecchia regola dei politici di 'non parlar di corda in casa dell'impiccato', qui del sistema mafioso che si è allargato dalla Sicilia all'intero Meridione ed è risalito al Veneto e alla Lombardia.

Un argomento scomodo, l'inchiesta di Saviano nel libro 'Gomorra'. Per toglierselo dai piedi le nostre autorità volevano relegarlo in una 'località protetta', cioè all'Asinara, dove erano stati reclusi i brigatisti rossi; ora Saviano, cui va la mia piena solidarietà e quella dei giornalisti de 'L'espresso', vive chiuso in casa e ha una scorta dei carabinieri. Di solito le istanze per la legittima suspicione vengono depositate agli atti senza darne lettura. Ma in questo caso l'avvocato difensore ha potuto leggerla in aula: 60 pagine di insulti e minacce, senza che nessuno dei magistrati presenti reagisse; non era mai accaduto nulla del genere.

La richiesta di legittima suspicione ricorda le dichiarazioni di guerra allo Stato da parte dei corleonesi quando passarono all'uccisione di magistrati e poliziotti. Silenzio dei leader moderati, un breve comunicato Ansa di Veltroni e Bertinotti, una telefonata di Napolitano al direttore del 'Mattino': "Esageruma nen", come diceva Norberto Bobbio.




20 marzo 2008
da www.robertosaviano.it
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« Risposta #38 inserito:: Marzo 31, 2008, 07:11:56 pm »

Giorgio Bocca

I valori della Mafia


L'Onorata Società è cambiata tecnicamente, negli impieghi finanziari, negli affari, ma resta intatto quel misto tra l'associazione criminale e la confraternita religiosa. L'incarnazione del rifiuto delle altre società che si nutre di pene e di sofferenze più che di piaceri e di sprechi  Totò RiinaIl 'papa' della Mafia, Michele Greco è uscito dalla prigione per andare al cimitero senza dire una parola sulla sua vita di capo della Onorata Società, continuando a negare l'impossibile: "Nessuno può dire che mi sia ammafiato". Eppure è provato fuori da ogni possibile dubbio che ha diretto per anni la cupola mafiosa, ordinato omicidi e sequestri, diretto il commercio della droga.

I capimafia muoiono senza parlare. Totò Riina e Nitto Santapaola sono scomparsi nel carcere di massima sicurezza rinunciando al bisogno umano di raccontare chi sono stati, che poteri hanno avuto. La mafia nega se stessa proprio quando la riafferma, ed è questa assurdità che la distingue da una organizzazione criminale comune, è una setta sacrificale. Questa è la ragione per cui anche un nemico, il più duro dei nemici, come Giovanni Falcone, le ha riconosciuto una perfezione, al negativo, ma sempre perfezione. I capimafia in catene riaffermano il dogma della omertà mafiosa, indiscutibile, al confronto la fragilità degli 'onesti', uomini politici o degli affari che siano, è totale.

La mafia è cambiata tecnicamente: nei suoi impieghi finanziari, nei suoi affari, ma i suoi valori restano intatti, valori da società segreta, a metà tra l'associazione criminale e la confraternita religiosa. I capi mafiosi che tengono in casa altari e immagini sacre, che credono nella religione, sembrano paranoici, ma in sostanza riaffermano la separatezza della mafia, affermano che anche nel loro mondo separato si può cercare l'illusione e il conforto della religione.

Per la borghesia degli affari il conto in banca è qualcosa di più che l'arricchimento: è una stella polare, la giustificazione dei peccati. La fedeltà alla 'organizzazione', come la chiamava il padre di Corrado Alvaro, il rispetto assoluto del silenzio mafioso, sono orrendi, ma diversi dalla delinquenza comune. È una separatezza alla quale cerchiamo spiegazioni antiche, storiche e antropologiche: gli invasori stranieri arrivati nell'isola da ogni parte del mondo antico, greci, fenici, latini, normanni, arabi, svevi. La successione degli Stati stranieri che la Sicilia profonda ha rifiutato e combattuto, rimane nella mafia, anche se degradata a società di assassini.


Viviamo la mafia come un popolo di alieni, che ci sorprende per il suo modo di ragionare o di non ragionare. Gli storici, i magistrati, i sociologi che la studiano si chiedono come sia possibile che decine di migliaia di persone abbiano introiettato nei secoli una così invincibile diffidenza verso ogni tipo di Stato, introdotto o imposto dai dominatori stranieri. I comportamenti di una famiglia mafiosa, come quella di Riina, sembrano inseguire un continuo e desiderato sacrificio, un oscuro desiderio di morte. Il figlio di Riina ventenne è già stato condannato all'ergastolo, la moglie di Riina, Antonietta, è tornata a vivere a Corleone, come se questa fosse la sua Gerusalemme, la sua città sacra e insostituibile.

Gli studiosi della mafia sono tentati di scambiare la 'cupola' per un consiglio di amministrazione, ma è qualcosa di diverso: è l'incarnazione del rifiuto delle altre società, un'incarnazione che si nutre di pene e di sofferenze più che di piaceri e di sprechi. Quasi tutti i capi mafiosi sono ammalati di cuore o di reni, corrosi dalle ansie e dai fantasmi dei loro delitti.

(29 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #39 inserito:: Aprile 05, 2008, 11:13:45 am »

Giorgio Bocca

Immortale e fragile


Ora che ho compiuto il mio percorso fra immortalità e fragilità, mi pare di vedere più lucidamente le opportunità e i rischi della vita, ma sempre dominato, trascinato da quei due opposti stati d'animo  I due tempi dell'uomo: quello dell'immortalità e quello della fragilità. La certezza di essere immortale è propria degli anni verdi, quando si è giovani e forti. Ma non sempre. A volte quella certezza è di breve durata, si spegne, il dio che ti protegge ti abbandona, se ne va.

Ho conosciuto in guerra uomini valorosi, di coraggio estremo, primi negli assalti, nelle marce in territorio nemico e li ho visti ripresi dalla fragilità, li ho visti tornare alle prudenze, a nascondersi, come se in loro si fosse spenta la forza vitale. Li riconoscevi dal sorriso incerto, dai trasalimenti.

Ho incontrato la certezza nell'immortalità nei giorni di guerra. Sei in un bosco per seguire i movimenti del nemico che ti cerca. Sei vicino a un albero di tronco forte, in piedi dietro l'albero, e d'improvviso nell'aria arriva come uno schiaffo, come un soffio, vedi nel tronco zampillare una raffica di proiettili. Ti morde uno spasimo di paura, ma resti certo della tua immortalità, la Parca non ha ancora spezzato il filo della tua vita. Oppure sai che dietro la svolta della strada può esserci un agguato, che dietro quel dosso c'è un nemico, ma se sei certo dell'immortalità troverai uno scampo.

Nella certezza dell'immortalità anche il buio può esserti amico, il buio che ti ha atterrito nell'infanzia può diventare una difesa: puoi passare un valico presidiato dal nemico, rasentare le sue guardie, sentire i loro richiami, ma passare. Nel buio che prima ti atterriva ti muovi come l'uomo invisibile delle favole, ti spingi fin sotto la casa dove il nemico si è trincerato per la notte, vedi quello che sta di guardia a una finestra, vedi la brace della sua sigaretta e puoi anche risparmiargli la vita, perché l'immortalità ti fa generoso.

Nel tempo della fragilità, che prima o poi arriva, quando la protezione del tuo dio ti ha abbandonato, vivi nel vuoto e cerchi di riempirlo, allontanarlo dietro porte blindate, casseforti murate, occhi di telecamere appesi alle pareti, ronde di sorveglianti e anche di cani feroci, che lasciano sempre passare i ladri e gli assassini, i 'cave canem' ignorati nei secoli. Nel tempo della fragilità sai di essere un guscio sottile, debole, che anche un bambino può spezzare.

È questa fragilità di molti, di tutti, che ha creato alla società, lo stato, il bisogno assillante della sicurezza di cui parliamo in continuazione e che non raggiungiamo mai, l'eterna promessa dei governanti, il loro eterno inganno che funziona quando sono in cerca del tuo voto, del tuo consenso.

Ora che ho compiuto il mio percorso fra immortalità e fragilità, mi pare di vedere più lucidamente le opportunità e i rischi della vita, ma sempre dominato, trascinato da quei due opposti stati d'animo, dell'immortalità divina e della fragilità senza scampo. Sbagliano gli uomini a sorridere delle loro eterne scaramanzie, del cercare per tutta la vita i segni della fortuna e sfuggire quelli della sventura. Sbagliano quelli che, nel tempo dell'immortalità, cedono alla superbia e al disprezzo per i deboli. Prima o poi arriverà anche per loro il tempo di sentirsi nudi e indifesi. Non c'è eroe, non c'è potente, non c'è tiranno che possa sottrarsi a questa altalena tra la fiducia e la disperazione. Dicono che essa sia ciò che ci distingue dagli animali. Ma che ne sappiamo noi di loro?

Guardare indietro, ricordare i giorni dell'immortalità in quelli della fragilità è un esercizio rischioso che può lasciare atterriti. Come è stato possibile che tante volte abbiate sfiorato la morte o le mutilazioni e le invalidità, come avete fatto a resistere alle fatiche incredibili, che abbiate resistito per mesi, per anni, a quelle angosce? I reduci mentono a se stessi per poter ricordare. Un tempo che per essi resta memorabile, ma anche incredibile e assurdo quando se ne è usciti.

(04 aprile 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #40 inserito:: Aprile 11, 2008, 03:06:47 pm »

Giorgio Bocca

I dannati dello sport estremo


I resoconti sulla preparazione olimpica degli atleti sfiorano a volte l'orrore. E in questa ricerca del primato a fini di lucro o di potere si è formata una burocrazia cinica che alleva una gioventù decerebrata e capricciosa  Il baby-fenomeno inglese Thomas Daley,
13 anni, agli Europei di EindhovenPerché i comunisti cinesi vanno pazzi per le Olimpiadi? Per la stessa ragione, diremmo, per cui andavano pazzi gli stalinisti sovietici, i nazisti tedeschi e gli impresari delle università americane. Perché lo sport ossessivo dei record è il modo migliore per fabbricare dei giovani fanatici, contenti di esserlo, felici di non pensare, di non essere liberi, di non amare, e soprattutto di sopportare le burocrazie che campano alle loro spalle.

Cosa sono queste Olimpiadi per cui si è pronti a sacrificare i diritti umani? La libera partecipazione di de Coubertin, o la fabbrica di nuovi autoritarismi? Giornali e televisioni raccontano la preparazione degli atleti, dei campioni famosi. Chi sono? Che vita fanno? Una vita da forzati, infantiloide, fra rinunce alle cose piacevoli della vita, isolamenti, capricci divistici, deformazioni fisiche.

Prendiamo una giovane nuotatrice. Sveglia alle sette del mattino, mezz'ora di ginnastica e riscaldamento muscolare, colazione spartana, poi in piscina per ore, per chilometri, con aggiunta di torture specialistiche come nuotare tirandosi dietro un secchiello forato per rinforzare le gambe, o fare sottacqua metà piscina per avere delle partenze e virate migliori, spaccarsi la schiena per delle nuotate innaturali come quella a delfino. In un ambiente dominato dai moralismi ipocriti che guidano la ricerca ossessiva dei primati.

La burocrazia moralista considera diabolico l'uso delle droghe e degli eccitanti, il 'dopaggio', come lo chiamano; ma che altro è uno sport che ti obbliga a continui superamenti dei limiti naturali? Si è spietati con chi fa uso di droghe, ma che altro è costringere degli adolescenti a esercizi da circo equestre, o un saltatore in lungo a esercizi scimmieschi per 'migliorare la spinta'?

I resoconti sulla preparazione olimpica
sfiorano a volte l'orrore. Dai maratoneti etiopici o abissini costretti a vivere correndo, alle ginnaste-bambine obbligate a diventare mostruosi fasci muscolari per una vita di contorsioni e di salti mortali. E il tuffatore bambino che a 13 anni salta dal trampolino di dieci metri e se sbaglia resterà invalido a vita?

Ma c'è qualcosa di peggio. In questa ricerca del primato a fini di lucro o di potere, estranea allo sport, si è formata una burocrazia cinica, che pur di avere successo e prebende alleva una gioventù decerebrata, capricciosa, che torna a credere nei feticci, negli amuleti, nei finti amori e nelle finte passioni, nei finti fidanzatini. Le nuotatrici famose se li scambiano per andare più forte, gli allenatori li usano. E attorno a questa umanità di bambini muscolari, ecco fiorire un giornalismo di super-esperti, dal linguaggio gergale, composto da luoghi comuni comprensibili solo ai cercatori di record, ma incapace di parlare, di raccontare.

In questa abbondanza di primati eccelsi, sempre più lontani dai limiti umani, viene poi fuori la poltiglia delle frasi ripetute, dei sentimenti inespressi. Non una nuova epica, una nuova letteratura, ma le ridicole rievocazioni della Olimpia greca, con le cerimonie delle danzatrici in tuniche bianche che accendono fiaccole da spedire in aereo per il giro del mondo.

Giorgio Ruffolo ha scritto un bel libro sul capitalismo estremo, che per vari motivi sembra avviato all'autodistruzione. Ma lo sport estremo non segue forse la stessa parabola?

Sono in vendita per i computer dei filmini sullo sci estremo ambientato nelle montagne americane sempre coperte da neve fresca e farinosa. Gli sciatori estremi come gladiatori, disposti a ferirsi e a morire per lo spettacolo. Pare abbiano successo. L'orrore è arrivato anche nel mondo innocente e silenzioso della neve.

(11 aprile 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #41 inserito:: Aprile 18, 2008, 12:18:20 am »

Giorgio Bocca

Rimpianto dei Prodi


Romano Prodi e la sua famiglia risultano insopportabili agli avversari per la loro normalità.

E fanno uscire pazzi di rabbia quelli che di ogni incarico pubblico fanno un affare privato.

Nel giorno in cui gli italiani ricevono la prima buona notizia di questo annus horribilis, cioè l'assegnazione a Milano dell'Expo 2015; nel giorno in cui il sindaco di Milano, la signora Moratti, riconosce pubblicamente a Romano Prodi di aver operato con pazienza, dedizione e competenza internazionale per ottenere la maggioranza dei voti stranieri, il Cavalier Silvio Berlusconi ha continuato e rincarato attacchi, insulti e derisioni a Prodi. Confermando l'idea che prima Giolitti e poi Mussolini ebbero della politica in questo paese: "Governare l'Italia, più che impossibile è inutile".

Come è noto Prodi ha rinunciato a candidarsi a capo del governo e a deputato in Parlamento. E uno dei suoi ministri, Vincenzo Visco, non è neppure stato presentato alle elezioni dal Partito democratico. Il ceto dirigente e la pubblica opinione non hanno espresso né stupore né rincrescimento per questo ritiro dalla vita pubblica di due persone cui va riconosciuto il merito eccezionale, e forse per questo ignorato e biasimato, di avere, per primi nel paese dei privilegi personali e delle pubbliche negligenze, rimesso ordine nei conti dello Stato e fatto pagare le tasse agli evasori. Associati nell'odio e nel disprezzo dei benpensanti, dei 'moderati', al ministro Di Pietro, che il Cavaliere di Arcore definisce nei suoi comizi "un uomo che mi fa orrore", e si capisce perché, perché ha osato mandare a giudizio i più noti ladroni della Repubblica.

Nella letteratura mondiale, dal tempo remoto dei classici, esistono satire, saggi, racconti sul mondo alla rovescia, dove gli onesti finiscono in prigione e i furfanti trionfano. Ma qui si esagera, ed è proprio questa esagerazione, questa mancanza di limiti, di rispetti, di misure, che ci fa capire a fondo la crisi della nostra società.

Romano Prodi e la sua famiglia appartengono a quella media borghesia che ogni società civile considera il suo sostegno: professori, scienziati, amministratori, economisti, storici, di buoni studi, uomini per bene con mogli e figli per bene, pronti come Prodi a pagare le ambizioni politiche con le fatiche e i sacrifici propri del 'servitore dello Stato'.


Il sindaco di Milano Letizia Moratti lo ha riconosciuto pubblicamente: il Professore emiliano pacioso e bon vivant ha perso molte notti per tenere i contatti coi delegati stranieri da cui dipendeva la scelta di Milano, e lo ha fatto anche a vantaggio di un sindaco e di una città che politicamente non stanno dalla sua parte. Ma al Cavaliere di Arcore è bastato individuare in lui il più forte ostacolo alla sua rivincita per insultarlo e deriderlo da mesi, per ordinare alla sua stampa 'gialla' una diffamazione sistematica quanto incivile, arrivata ad accusarlo di aver nascosto i regali avuti come capo del governo, come a dire di aver rubato i 'gioielli della corona'.

Ciò che in Prodi è insopportabile per i suoi avversari è la normalità, la sua vita privata è quella di una persona normale, civile. Non è un tycoon, non è un miliardario, non è un seduttore, un macho, e neppure un tiranno, è uno che essendo fra le persone più influenti nell'establishment dell'Iri, cioè nella concentrazione più alta della finanza e del potere pubblico, non ha rubato. C'è da far uscire pazzi di rabbia quelli che di ogni incarico pubblico fanno un affare privato.

Conosciamo i vizi e le assurdità del nostro Paese, e le ragioni serie dell'antipolitica, ma non al punto di rinunciare alle poche persone oneste e capaci, non al punto di rassegnarsi alla sconfitta e alla disperazione.

(17 aprile 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #42 inserito:: Aprile 18, 2008, 02:17:07 pm »

POLITICA IL COMMENTO

Milano nell'Italia che cambia

di GIORGIO BOCCA


DI CHE umore è Milano dopo il voto? Forzisti berlusconiani e leghisti bossiani festeggiano, ma non fraternamente. Le due tribù che hanno vinto sono divise e confuse. Il voto, i suoi risultati strabilianti hanno sorpreso anche loro.
Numeri alla mano si è capito che molti dei voti andati alla Lega sono di berlusconiani stanchi degli appetiti eccessivi del leader, del suo protagonismo megalomane, e hanno preferito la Lega, hanno preferito Bossi.

Hanno vinto, ma hanno perso la loro identità, non sanno più quello che sono, se di destra o di sinistra, come gli ex-operai comunisti passati dal Pci al Carroccio, dalla Cgil a Rosy Mauro. E anche noi, sopravvissuti alle elezioni, non abbiamo capito bene chi siamo, chi sono questi milanesi metà moderati e metà pronti a "prendere il fucile", come dice con una metafora il loro capo, per dare la caccia agli immigrati delinquenti.

Fra i milanesi sconfitti la costernazione è profonda, il lutto totale, tutti stanno un po' come Romano Prodi: hanno dato le dimissioni da tutto, idee e posti di comando, non pensano alla rivincita, vogliono dimettersi, rinunciare. Come Prodi, tutti vorrebbero voltare le spalle alle speranze e alle illusioni, a questa Italia incomprensibile.

Sanno di essere sconfitti, ma cos'è questa Italia vincente? Quali sono i valori in cui crede, i suoi ideali, le sue utopie? Nessuno lo sa, nessuno lo capisce. Una volta ai milanesi della Madunina piacevano gli uomini sinceri con il "cuore in mano". Ma per che cosa hanno votato? Non lo sanno che il voto nelle province meridionali è stato un voto chiaramente segnato dalla mafia? Non lo sanno che i nuovi leader meridionali, molti dei nuovi eletti, sono amici dei pezzi da novanta? E' dunque la mafia che piace agli elettori milanesi? Certamente no. Ma gli piace vincere, gli piace il potere, gli piacciono i soldi. Ecco quello che la sinistra, radicale o socialdemocratica, ha sottovalutato.

In un mondo in cui non si leva più il Sol dell'avvenire, in cui è morta l'utopia del socialismo, in cui la pubblicità consumista ha sostituito tutti i buoni pensieri e le buone intenzioni, la cosa che conta, che tutti desiderano qual è? I soldi. Pochi, maledetti e subito, come si dice, e il nuovo leader glieli ha promessi, e anche il lumbard Bossi li ha promessi con la sua Malpensa targata Carroccio, con la sua Expo 2015, con la sua Lombardia del federalismo fiscale, locale, regionale, che nessuno capisce cos'è. Le tasse che versano gli abitanti di una regione restano sotto il controllo di quella regione. E chi pensa alla nazione, alla sua unità, all'Italia una e indivisibile? Si vedrà, ma intanto chi ha i soldi se li goda, gli altri si aggiustino.

Questa sembra l'unica morale accettata, l'unica morale corrente. I milanesi sconfitti, più che tristi, sono svuotati, incapaci di capire. Lo tsunami politico che li ha travolti li ha lasciati nudi in mezzo ai rottami della società. Che cosa vogliono gli italiani? Si chiedono: davvero è finito il tempo in cui il vecchio repubblicano Ugo La Malfa li esortava così: "Nel dubbio aggrappati alle Alpi", e i socialisti "nel dubbio aggrappati a Molinella"? Una sola consolazione: ne abbiamo viste di peggio.


(18 aprile 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #43 inserito:: Aprile 26, 2008, 10:01:42 am »

Giorgio Bocca

A scuola dai buoni maestri


Soldati, Vittorini, Moravia. La perfezione suicida di Besozzi. La mia fatica di operaio della scrittura. Ai giovani vorrei dire: parlate e scrivete chiaro 

Ora che sono vecchio e dovrei essere anche saggio, i giovani mi chiedono se ci sono davvero dei buoni maestri che t'insegnano a superare le difficoltà della vita e ti consigliano per fare un buon lavoro. Che tipo di buon maestro? Ne ricordo alcuni.

Mario Soldati, lo scrittore, era un uomo geniale e imprevedibile, scriveva romanzi e dirigeva film, era un uomo pratico. "Quanti tavoli hai nel tuo studio?", mi chiese quando lo incontrai per un'intervista. "Ho una scrivania - gli dissi - quante dovrei averne?". "Tavoli - disse lui - non scrivanie, almeno tre tavoli, lunghi e larghi, da tenerci su, a portata di mano, ciò che ti occorre: libri, dizionari, penne, matite, nastro adesivo, forbici, bianchetto. Tu fumi? Sigarette? Sbagli, meglio il Toscano, una scatola di Toscani sul tavolo con fiammiferi svedesi e portacenere, almeno quattro, perché chi ti visita sparge la cenere dappertutto. E le macchine per scrivere: almeno due, in caso una si rompa; e i tuoi libri, da cui puoi sempre ricopiare qualcosa, perché nulla è più inedito di ciò che è stampato. E anche fiori, e caramelle alla menta. Ti piacciono?". Era simpatico, Soldati, un buon maestro.

Era un buon maestro anche Elio Vittorini, formidabile organizzatore di cultura, che fece la prima antologia della letteratura americana, per farci capire che Pascoli e Carducci, Dante e Boccaccio erano indispensabili, e che anche Gide e i francesi non potevano mancare, ma c'erano anche gli altri di lingua inglese.

Era un buon maestro anche Alberto Moravia, di lui si sapeva come lavorava, come si doveva lavorare: di mattina, dalle dieci a mezzogiorno, secondo il metodo delle duecento righe al giorno, senza aspettare l'ispirazione, come un buon cottimista che fa regolarmente il suo lavoro.

Ora che sono vecchio e devo essere anche saggio, posso dare qualche consiglio ai giovani: attenti al perfezionismo. Tommaso Besozzi, il giornalista che rivelò la vera morte del bandito Giuliano, ucciso da suo cugino Pisciotta per conto dei carabinieri, non usava mai una parola più del necessario, scriveva cronache essenziali, pure e dure come un diamante. Un giorno che gli finì la voglia e la capacità di restare in quella sua perfezione, andò nel pollaio della sua casa di campagna, tolse la sicura a una bomba a mano e se la fece esplodere nel petto, come un kamikaze del buon giornalismo. Certo una simile fine disperata ed eroica non la consiglio. Il perfezionismo è una malattia diffusa tra i cronisti.

Per anni consumai migliaia di fogli buttati nel cestino al minimo errore, ne venni fuori solo con un atto di modestia: accontentati di scrivere come puoi, come sai, con gli errori che fai, con le ripetizioni, le inesattezze, le citazioni sbagliate. Non sei un genio, sei un operaio della scrittura, fai, come Moravia, il tuo cottimo, la tua produzione giornaliera.

Posso anch'io entrare nella parte del buon maestro? E allora vorrei dire ai giovani: per favore non ricominciamo con l'ermetismo, con la scrittura per pochi, da decrittare, con gli snobismi di gruppo, con le lettere per pochi. Forse l''Ecclesiaste' sarà un po' misterioso, come il velo del tempo, e i sonetti di Shakespeare a chiave, ma la grande letteratura, la buona letteratura è chiara.

Non date ragione a Kierkegaard o ad altri odiatori del giornalismo, manipolatori d'idee e inventori di falsi bisogni. "Parla come mangi", dice il proverbio, parla e scrivi chiaro.

(24 aprile 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #44 inserito:: Maggio 03, 2008, 04:04:48 pm »

Giorgio Bocca.

Lo zar al bagaglino


Berlusconi ha vinto, a 'mani basse' le elezioni, ed è l'uomo più ricco d'Italia, anche se i Ferrero della Nutella e Leonardo Del Vecchio degli occhiali in miliardi sono più ricchi di lui, ma lui è il capo del governo, e la politica è il più potente moltiplicatore di ricchezza che si conosca.

Anche in antico, del resto: Cesare, carico di debiti, con un consolato si rifaceva il patrimonio, e accettava come socio nel triumvirato Crasso perché era ricco a centinaia di milioni di sesterzi, accumulati con la più spregiudicata speculazione edilizia: arrivava a far incendiare interi quartieri per poi poter ricostruire nuovi caseggiati grandi il quadruplo.

Dunque, vinte le elezioni, il nostro Silvio, 'ma per fortuna che Silvio c'è', come canta un suo ammiratore, ha invitato in una delle sue ville in Sardegna lo 'zar' Vladimir Putin, che è uno degli uomini più potenti del mondo, e come i suoi predecessori, Stalin o Andropov, dispone della Gpu, o Nkvd, cioè dei poliziotti con il cappotto lungo fino ai piedi che all'alba bussano alla porta di casa tua, ti danno giusto il tempo di toglierti il pigiama, ti portano via e, se ti va bene, parenti e amici ti rivedranno in fotografia al processo, se no scompari per sempre.

Insomma, lo zar Putin viene a trovare Silvio in Sardegna, e cosa gli ha preparato il suo ospite e amico? Una serata con le ballerine e i comici del Bagaglino, un teatrino romano di avanspettacolo, del tipo qualunquista becero, che ogni sera ha come spettatori la crème del generone capitolino.

Avete notato l'ossimoro? Crème e generone, i contrari che si accordano. I due fra i più potenti e ricchi del mondo assistono allo spettacolo in una villa sempre protetta a spese dello Stato da decine di carabinieri. In antico si faceva anche di meglio: ai tempi di Tiberio dopo il festino i giovani ospiti venivano gettati in mare dai dirupi di Capri.

A farla breve il vecchio moralista che sono racconta il festino ai figli e nipoti venuti a trovarlo, e loro mi ascoltano senza condividere il mio stupore per le ballerine e i teatranti. La faccenda pare loro normale, anche loro forse sono dell'idea che nella privacy tutto sia lecito. Lo scandaloso per loro è altro: che Putin sia venuto in Sardegna dall'amico Silvio, non solo per divertirsi in vacanza, ma per combinare grandi affari di Stato: i rifornimenti di gas all'Europa, un aiuto dell'Aeroflot russa ad Alitalia, la partecipazione alla cerimonia inaugurale alle Olimpiadi in Cina. E osservano che Putin non era ancora stato nominato primo ministro, e nessuno dei due era legittimato dai rispettivi parlamenti. I giovani sono sconcertati, non capiscono come i due potenti possano comandare il mondo ignorando le istituzioni solo perché sono amici, come oggi in politica due signori ricchi e potenti possano, solo perché amici, decidere per conto di milioni di cittadini. In Russia e in Cina chiamano questo modo di governare 'democrazia rinnovata', adatta al mondo globale.

Ma il vecchio moralista resta del suo parere: le scorrettezze istituzionali non lo preoccupano più di tanto, quel che gli sembra un segno di questo tempo balordo è che Putin, l'erede della Rivoluzione di Ottobre, del terrore staliniano, ma anche dei generali e dei soldati che hanno vinto la Seconda guerra mondiale, un personaggio che partecipa al governo del mondo, non trovi di meglio per distrarsi che volare in Sardegna per ascoltare le canzonette del napoletano Apicella, amico di Silvio, o le battute in romanesco degli attori del Bagaglino. Il teatrino che fu fondato dall'autore della canzone delle Brigate nere: "Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera".

(02 maggio 2008)

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