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Autore Topic: Marco TRAVAGLIO -  (Letto 49388 volte)
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« Risposta #195 il: Giugno 19, 2013, 11:57:58 »

Anche tra gli evasori ci sono buoni e cattivi

di Marco Travaglio

A condannarci alla recessione perpetua sono le somme sottratte al fisco, soprattutto dai grandi gruppi. Che, quando vengono scoperti e condannati, trovano persino dei paladini. Come insegna il caso Dolce & Gabbana

(07 giugno 2013)

Mentre il governo cerca una manciata di miliardi per abolire l'Imu sulla prima casa, rifinanziare la Cassa integrazione e magari non aumentare l'Iva, l'Agenzia delle Entrate farebbe cosa buona e giusta pubblicando la somma delle imposte evase dai grandi gruppi imprenditoriali e bancari negli ultimi anni. L'anno scorso "l'Espresso" calcolò che le principali banche (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Montepaschi giù giù fino all'Italease) si erano scordate di versare tributi per un totale di 5 miliardi. Sommando poi le evasioni ed elusioni contestate agli Agnelli, a Berlusconi, a Passera, a Profumo, a Del Vecchio, a Briatore, a Mediolanum, a Bell, a Telecom Sparkle, a Bulgari, a Marzotto, a Brachetti Peretti, ai Riva, a Dolce & Gabbana e così via, i miliardi superano i 10. Che cosa ci condanna, dunque, alla recessione perpetua? Non la Costituzione da cambiare, ma un sistema che condanna i poveri e gli onesti (che non sempre, ma spesso coincidono) a mantenere i ricchi e i ladri (che non sempre, ma spesso coincidono).

Un sistema che non potrà essere nemmeno sfiorato dal governo di larghe intese con Berlusconi, appena condannato in appello a 4 anni nel processo Mediaset per una frode fiscale di 7 milioni di euro che in origine - prima di venire decimati dalla prescrizione abbreviata da varie leggi ad personam - erano 368 milioni di dollari. Nella sentenza i giudici ricordano le decine di società offshore create dall'avvocato Mills per il Cavaliere, servite a occultare fondi neri per 1.500 miliardi di lire, tutti prescritti dalla controriforma del falso in bilancio fatta dall'imputato medesimo. Le motivazioni del verdetto Mediaset (l'ultimo di merito: la Cassazione ne valuterà solo la correttezza formale) avrebbero dovuto scatenare un aspro dibattito nella politica e sui media: può un colossale evasore sedere a capotavola nella maggioranza di governo? In Francia s'è appena dimesso il ministro del Bilancio perché aveva un conto in Svizzera (uno, non decine). Invece in Italia - primatista europea dell'evasione (180 miliardi su mille) - tutti zitti. Come se questa fosse un'afflizioncella passeggera e non la prima causa della crescita sottozero.

I pm e l'Agenzia delle Entrate , nonostante un diritto penale tributario scritto su misura per gli evasori, continuano a scoprire e a processare i ladri di tasse. Ma in un isolamento politico, mediatico e culturale spaventoso. Nessuna reazione neppure alla scoperta che i Riva, oltre a devastare con l'Ilva l'ambiente a Taranto, avrebbero evaso 1,2 miliardi sbiancandoli poi con lo scudo fiscale Berlusconi-Tremonti ma lasciandoli all'estero (si può fare anche questo). Qualche sussulto ha suscitato il processo d'appello a Dolce & Gabbana, che la Procura di Milano ha chiesto di condannare a 2 anni e mezzo per un'evasione di 1 miliardo. Ma non per isolarli dal consesso civile in caso di condanna, come fanno i paesi che l'evasione la combattono: per elogiarli.

Ha provveduto quel gran genio di Nicola Porro, vicedirettore del "Giornale" e conduttore di La7 in procinto di passare a Rai2 con un programma tutto suo. A suo avviso, i due stilisti sarebbero perseguitati dai pm perché «ricchi e bravi», perché «ce l'hanno fatta». E i pm, si sa, sono invidiosi. Mica come in America: lì sì che gli evasori «sanno difenderli». Infatti li buttano in galera e gettano la chiave. Ma Porro non lo sa, e fa anche degli esempi: «Negli ultimi quattro anni la Apple ha fatto 74 miliardi di utili e ha pagato tasse per 44 milioni, meno del 3 per cento, grazie alle sue strutture irlandesi». Ne avesse azzeccata una: i 74 miliardi non sono l'utile, ma l'evasione contestata alla Apple dal Congresso Usa sugli ultimi quattro anni. Sfortuna poi ha voluto che lo stesso "Giornale" dello stesso giorno, due pagine prima dell'inno di Porro a Dolce & Gabbana, plaudisse all'arresto di Massimo Ciancimino per una sospetta evasione di 30 milioni (un decimo di Berlusconi, un trentesimo di Dolce & Gabbana). E' l'unico presunto evasore italiano finito in manette a memoria d'uomo. Ma da qualcuno bisognava pur cominciare. E finire.

 
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« Risposta #196 il: Giugno 26, 2013, 05:35:37 »

Opinione

La spia della Cia difende la Cia

di Marco Travaglio

Dopo aver strillato per anni che «l'Italia è il Paese più intercettato del mondo», Giuliano Ferrara si schiera dalla parte dell'agenzia Usa che metteva il naso nelle mail e nelle telefonate di milioni di persone. E con lui, un'intera schiera di doppiopesisti

(21 giugno 2013)

Da una decina d'anni i meglio berlusconiani del bigoncio (compresi quelli travestiti da terzisti e da progressisti) ci rompono i timpani, e non solo quelli, con la leggenda dell'Italia "paese più intercettato del mondo". Nel 2009 Alfano dichiarò alla Camera: «Secondo un mio calcolo empirico e non scientifico (sic, ndr.), è probabilmente intercettata una grandissima parte del Paese: nel 2007, ben 124.845 persone. Ma poi ciascuna fa o riceve in media 30 telefonate al giorno. Così si arriva a 3 milioni di intercettazioni».

Il poveretto confondeva il numero dei bersagli (non più di 10 mila persone all'anno) con quello delle loro utenze e dei loro interlocutori, e sommava le proroghe dello stesso decreto d'ascolto (che dura 20 giorni ed è reiterabile fino a 2 anni). «Oltre 100 mila persone l'anno intercettate in Italia», aggiunse l'Alfano, «contro 1.700 negli Usa, 1.300 in Svizzera, 5.500 in Gran Bretagna».

Altra scemenza sesquipedale: in Italia le intercettazioni legali sono solo quelle giudiziarie (in presenza di indizi di reato), mentre negli altri paesi la gran parte è opera di polizie o servizi e sfugge alle statistiche ufficiali. Ora, con lo scandalo Datagate che terremota la Casa Bianca e il Congresso, casca l'asino: milioni di americani (e non solo) intercettati senza essere sospettati di nulla con la scusa della lotta al terrorismo. Dunque che gli italiani sono stati presi per i fondelli per anni da politici e commentatori al seguito.

Ma gli asini non ci cascano: nessuno ammette le bugie né chiede scusa. Tacciono Ostellino, Panebianco, Galli della Loggia e Polito, eterne vestali della privacy violata e del "modello Usa" dove, com'è noto, non s'intercetta quasi nessuno. «Siamo il Paese più intercettato del mondo occidentale», scriveva Panebianco in pieno scandalo furbetti&scalate: «Uno degli aspetti più illiberali (e disgustosi) della nostra vita pubblica. L'intercettazione, che dovrebbe essere uno strumento eccezionale da usare con la massima parsimonia (accade così nei Paesi di vera e antica libertà), è diventata in Italia l'abusatissimo condimento di quasi ogni inchiesta». Colpa di certi pm da "Paese autoritario".

Ora, escludendo che gli Usa rientrino nel novero delle tirannidi, sarebbe interessante conoscere l'illuminato parere del Panebianco, ma sul Datagate purtroppo ha perso la favella. "Tutti gli italiani sono intercettati", titolò a tutta prima pagina "il Giornale". Ora, sul caso Usa, ironizza: "Ossessione privacy". Ma il più accaldato cultore del genere è sempre stato Giuliano Ferrara.

Da quando il padrone è nei guai con la giustizia, cioè da sempre, ci spiega sul "Foglio" che siamo uno Stato di polizia, «il Paese più intercettato del mondo», la culla delle «intercettazioni a raggiera, a pioggia, a strascico, a grappolo», «limitazione grave della libertà civile», perché «in uno Stato di diritto impicciarsi delle vite degli altri è l'eccezione motivata alla regola, non il metodo investigativo esteso a tutti gli indagati e i reati come in uno Stato di polizia»: «il principio di base della giustizia è che s'indaga su notizie di reato» e «responsabilità personali», mentre il motto dei nostri pm è «intercettate, origliate, spiate: qualcosa resterà».

Figurarsi che cosa dovrebbe scrivere delle spiate americane senza indizi di reato, per vedere se Tizio non sia per caso un terrorista. Altro che strascico, grappolo, raggiera, pioggia. Invece, sorpresa: per Ferrara sono «intercettazioni e origliamenti virtuosi». E perché mai? Perché «da noi si intercetta per ordine delle procure e col vaglio dei giudici», mentre «il Congresso Usa è stato messo al corrente della legge di spionaggio interno» e «la sovranità popolare» è salva.

Il "garantista" Ferrara ribalta i principi del garantismo: meglio essere intercettati aumma aumma, senz'alcun controllo imparziale, da una polizia attivata dal potere politico, che da un giudice terzo con le garanzie dello Stato di diritto. Anni fa Ferrara confessò di essere stato una spia della Cia, ma questo ovviamente è solo un dettaglio.

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« Risposta #197 il: Luglio 05, 2013, 11:54:24 »

Opinione

Stato-mafia, è partita la carica

di Marco Travaglio

Dall'Unità a Libero, dal Corriere al Foglio, è un gigantesco fiorire di balle a sostegno del generale Mori, a processo per la mancata cattura di Provenzano.

Il motivo? Questo processo ne influenzerà un altro, molto più importante

(27 giugno 2013)

Entro fine luglio, con la sentenza di primo grado a Palermo sulla mancata cattura di Provenzano nel 1995 da parte del Ros, sapremo se per il Tribunale il generale Mario Mori favorì il boss in seguito alla trattativa avviata nel '92 tramite Vito Ciancimino. Il pm Nino Di Matteo ha chiesto la sua condanna a nove anni. E la sentenza, sia pur circoscritta a quel singolo episodio, influenzerà il processo appena iniziato contro cinque esponenti dello Stato e cinque di Cosa Nostra accusati di aver ricattato i governi Amato, Ciampi e Berlusconi-1 perché spuntassero le armi dell'antimafia in cambio della fine delle stragi.

LA POSTA IN PALIO insomma è enorme. Come dimostra l'intensificarsi del bombardamento di bugie sui due processi. In perfetto clima di larghe intese, i siluri sono rigorosamente bipartisan. Sull'"Unità" li sganciano Giovanni Pellegrino e Pino Arlacchi. Sul "Foglio" si scatenano nell'ordine: Giuliano Ferrara, Claudio Cerasa, Massimo Bordin, il giurista progressista Giovanni Fiandaca (con un saggio dal titolo metagiuridico "La trattativa è una boiata pazzesca") e il neo-deputato renziano Alfredo Bazoli. Il quale sente il bisogno di assolvere in blocco gli imputati della trattativa con tre decisive prove della loro innocenza: lo dice Fiandaca, lo dice Macaluso e sappiamo com'è finito il processo Andreotti (lui però non lo sa: la Cassazione accertò che il senatore era colpevole di associazione a delinquere con la mafia "fino alla primavera 1980", reato "commesso" ma prescritto).

Un genio, questo Bazoli: farà strada. L'indomani, sempre sul "Foglio", il testimone passa a Emanuele Macaluso, che taglia e incolla la memoria difensiva del generale Mori. E, incurante del fatto che in Italia l'imputato ha il diritto di mentire, mentre il pm ha il dovere di cercare la verità, prende tutto per oro colato. Ricorda il "depistaggio, ai fini della cattura di Provenzano, compiuto dai sottufficiali Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo. Il primo distaccato presso l'ufficio del dott. Ingroia e l'altro... alla sezione palermitana del Ros, arrestati e condannati per concorso esterno... In una "Memoria" della procura di Palermo del 2004 si legge che il noto mafioso Aiello, Ciuro e Riolo "da molti anni" fornivano "notizie segrete e rivelazioni sulle indagini del Ros per la cattura di Provenzano e Messina Denaro... Quindi Di Matteo, ora principale accusatore di Mori e Obinu, sapeva e scriveva che Provenzano non veniva catturato perché uno stretto collaboratore di Ingroia lo informava di tutte le mosse di Ros e pm". Inoltre, nell'indagine "Grande Mandamento" del 2005 su alcuni favoreggiatori di Provenzano, Di Matteo "esalta le indagini della Squadra Mobile e dei Ros". E allora- domanda Macaluso, subito ripreso da "Libero" e "Corriere" - se il Ros cercava indefessamente Provenzano, salvato però dal maresciallo di Ingroia, perché prendersela col povero Mori? Se questi presunti esperti controllassero almeno le date, eviterebbero qualche figuraccia inutile. Il favoreggiamento a Provenzano contestato a Mori riguarda il biennio 1995-96: che c'entrano Ciuro e Riolo, arrestati nel 2003 per fatti del 2002-2003, quando Mori aveva lasciato il Ros da 4 anni? Ciuro poi, finanziere in servizio presso Ingroia, non fu condannato per concorso esterno, ma per favoreggiamento semplice al costruttore Aiello (che non era un "noto mafioso", ma un incensurato, poi condannato per concorso esterno): per fughe di notizie non sulle ricerche di Provenzano, ma sulle indagini su Aiello.

RIOLO INVECE FU condannato per concorso esterno e, lui sì, svelava notizie sulle indagini del Ros (di cui faceva parte) su Provenzano: ma quando al vertice del Ros non c'era più Mori. E' lo stesso Ros rinnovato e de-morizzato che nel 2005 Di Matteo elogia per l'indagine "Grande Mandamento". La miglior prova che la Procura di Palermo non guarda in faccia nessuno: incrimina e fa processare chiunque favorisca i mafiosi. E non perseguita nessuno: se il Ros lavora bene, lo elogia; se non cattura i latitanti, lo incrimina. Spiace per i pur generosi Macaluso & C., finiti un'altra volta come i pifferi di montagna: andarono per suonare e finirono suonati.

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« Risposta #198 il: Luglio 28, 2013, 10:29:13 »

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Evasione fiscale, Letta dura senza paura

di Marco Travaglio | 27 luglio 2013

Brrr che paura: Enrico Letta minaccia lotta dura senza paura, “con forza e determinazione”, contro l’evasione fiscale: “Gli italiani che hanno portato i soldi fuori dall’Italia devono sapere che non è più come 5 o 10 anni fa: conviene anche a loro riportare i soldi in Italia e pagare il dovuto”. E questo perché “il clima è cambiato” e “non ci sono più le coperture di qualche anno fa”. Quindi gli evasori verranno inseguiti e catturati ovunque siano, “nei paradisi fiscali o in Svizzera”.

Non è meraviglioso? Il clima è talmente cambiato che B., dopo aver perso le elezioni, è di nuovo al governo. Pare incredibile, ma ha lo stesso nome e lo stesso cognome di quello che nel 2001, nel 2003 e nel 2009 varò tre scudi fiscali per consentire a chi aveva portato i soldi fuori di rimpatriarli clandestinamente, anonimamente, impunemente e pressoché gratuitamente (il terzo scudo passò anche grazie alle assenze di 59 deputati Pd).

Anche il presidente della Repubblica è cambiato, anche se per un’altra curiosa combinazione si chiama esattamente come quello che promulgò il terzo scudo e, quando un cittadino lo fermò per la strada e gli domandò il perché di quella firma vergognosa, lo redarguì severamente.

C’è poi un’ultima, prodigiosa coincidenza: un certo S. B. fra quattro giorni comparirà al processo Mediaset in Cassazione dopo la condanna in primo e secondo grado a 4 anni per frode fiscale. I giudici d’appello hanno sottolineato il suo indefesso impegno antievasione: “Con una strategia originata in anni in cui Silvio Berlusconi era incontestabilmente il gestore diretto di tutte le attività, il gruppo Fininvest, e più precisamente il suo fondatore e dominus, con l’aiuto dell’avvocato Mills ha costituito una galassia di società estere, alcune delle quali occulte, che occulte dovevano restare, tanto da corrompere la Guardia di Finanza che rischiava di scoprirle. Anche perché parte di tali fondi era utilizzata per scopi illeciti: dal finanziamento occulto di uomini politici alla corruzione di inquirenti, dalla corresponsione di somme a testi reticenti alla elusione della normativa italiana (specie della legge Mammì che dettava limiti al possesso di reti tv)”.

In quel sistema, “interponendo fra le major statunitensi e il gruppo Fininvest-Mediaset una serie di società estere che operavano adeguati ricarichi nella compravendita dei diritti” tv, furono “creati costi fittizi destinati a diminuire gli utili del gruppo e quindi le imposte da versare all’erario”. E dire che quei diritti “Mediaset avrebbe potuto averli al costo a cui le majors li vendevano”: invece B. mise in mezzo una miriade di intermediari “vicini, anche personalmente, al proprietario della società, Berlusconi”.

Risultato: i diritti tv “pervenivano a Mediaset con un differenziale di prezzo altissimo e del tutto ingiustificato, in una operatività proseguita per anni, sempre a opera degli stessi uomini che sempre avevano mantenuto la fiducia del proprietario”. Niente attenuanti generiche per B., colpevole di “un sistema di società e conti esteri portato avanti per molti anni, proseguito nonostante i ruoli pubblici assunti, e condotto in posizione di assoluto vertice”. La condanna riguarda 7,3 milioni di euro, ma solo perché il grosso delle accuse s’è prescritto grazie a leggi fatte dallo stesso imputato (falso in bilancio e Cirielli): il totale delle “maggiorazioni di costo” è di “368 milioni di dollari”.

Quando il Letta nipote ha ammonito “gli italiani che han portato i soldi fuori dall’Italia”, a B. devono essere fischiate le orecchie. Qualcuno ha addirittura temuto un duro attacco del premier al principale di suo zio. Ma è stato un attimo: poi Fassina ha spiegato che “esiste un’evasione di sopravvivenza”, dettata da “ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno”.

Ecco, risolto il problema: B. evadeva per sopravvivere. E Fassina spara cazzate per lo stesso motivo. Che s’ha da fa’, pe’ campa’.

Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2013

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Evasione fiscale, Letta dura senza paura

di Marco Travaglio | 27 luglio 2013


Brrr che paura: Enrico Letta minaccia lotta dura senza paura, “con forza e determinazione”, contro l’evasione fiscale: “Gli italiani che hanno portato i soldi fuori dall’Italia devono sapere che non è più come 5 o 10 anni fa: conviene anche a loro riportare i soldi in Italia e pagare il dovuto”. E questo perché “il clima è cambiato” e “non ci sono più le coperture di qualche anno fa”. Quindi gli evasori verranno inseguiti e catturati ovunque siano, “nei paradisi fiscali o in Svizzera”.

Non è meraviglioso? Il clima è talmente cambiato che B., dopo aver perso le elezioni, è di nuovo al governo. Pare incredibile, ma ha lo stesso nome e lo stesso cognome di quello che nel 2001, nel 2003 e nel 2009 varò tre scudi fiscali per consentire a chi aveva portato i soldi fuori di rimpatriarli clandestinamente, anonimamente, impunemente e pressoché gratuitamente (il terzo scudo passò anche grazie alle assenze di 59 deputati Pd).

Anche il presidente della Repubblica è cambiato, anche se per un’altra curiosa combinazione si chiama esattamente come quello che promulgò il terzo scudo e, quando un cittadino lo fermò per la strada e gli domandò il perché di quella firma vergognosa, lo redarguì severamente.

C’è poi un’ultima, prodigiosa coincidenza: un certo S. B. fra quattro giorni comparirà al processo Mediaset in Cassazione dopo la condanna in primo e secondo grado a 4 anni per frode fiscale. I giudici d’appello hanno sottolineato il suo indefesso impegno antievasione: “Con una strategia originata in anni in cui Silvio Berlusconi era incontestabilmente il gestore diretto di tutte le attività, il gruppo Fininvest, e più precisamente il suo fondatore e dominus, con l’aiuto dell’avvocato Mills ha costituito una galassia di società estere, alcune delle quali occulte, che occulte dovevano restare, tanto da corrompere la Guardia di Finanza che rischiava di scoprirle. Anche perché parte di tali fondi era utilizzata per scopi illeciti: dal finanziamento occulto di uomini politici alla corruzione di inquirenti, dalla corresponsione di somme a testi reticenti alla elusione della normativa italiana (specie della legge Mammì che dettava limiti al possesso di reti tv)”.

In quel sistema, “interponendo fra le major statunitensi e il gruppo Fininvest-Mediaset una serie di società estere che operavano adeguati ricarichi nella compravendita dei diritti” tv, furono “creati costi fittizi destinati a diminuire gli utili del gruppo e quindi le imposte da versare all’erario”. E dire che quei diritti “Mediaset avrebbe potuto averli al costo a cui le majors li vendevano”: invece B. mise in mezzo una miriade di intermediari “vicini, anche personalmente, al proprietario della società, Berlusconi”.

Risultato: i diritti tv “pervenivano a Mediaset con un differenziale di prezzo altissimo e del tutto ingiustificato, in una operatività proseguita per anni, sempre a opera degli stessi uomini che sempre avevano mantenuto la fiducia del proprietario”. Niente attenuanti generiche per B., colpevole di “un sistema di società e conti esteri portato avanti per molti anni, proseguito nonostante i ruoli pubblici assunti, e condotto in posizione di assoluto vertice”. La condanna riguarda 7,3 milioni di euro, ma solo perché il grosso delle accuse s’è prescritto grazie a leggi fatte dallo stesso imputato (falso in bilancio e Cirielli): il totale delle “maggiorazioni di costo” è di “368 milioni di dollari”.

Quando il Letta nipote ha ammonito “gli italiani che han portato i soldi fuori dall’Italia”, a B. devono essere fischiate le orecchie. Qualcuno ha addirittura temuto un duro attacco del premier al principale di suo zio. Ma è stato un attimo: poi Fassina ha spiegato che “esiste un’evasione di sopravvivenza”, dettata da “ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno”.

Ecco, risolto il problema: B. evadeva per sopravvivere. E Fassina spara cazzate per lo stesso motivo. Che s’ha da fa’, pe’ campa’.

Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2013
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« Risposta #199 il: Agosto 02, 2013, 10:59:45 »

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Processo Mediaset: Tartuffe a Corte

di Marco Travaglio | 31 luglio 2013


Nel Paese di Tartuffe, che con buona pace di Molière non è la Francia ma l’Italia, si attende con ansia spasmodica la sentenza della Cassazione sul caso Mediaset per sapere finalmente se B. è un delinquente matricolato o un innocente perseguitato per fini politici.

Pare infatti, ma si tratta soltanto di voci di corridoio, che parte del Pd avrebbe qualche difficoltà a convivere ancora al governo con il partito guidato, anzi posseduto da un condannato per frode fiscale. E, per capire se B. sia un giglio di campo o un criminale incallito, attendono la sentenza Mediaset in Cassazione. Tutte le precedenti è come se non fossero mai state pronunciate, solo perché non erano condanne definitive. Poco importa se lo dichiaravano responsabile di reati gravissimi, come la falsa testimonianza sulla P2 (amnistiata), le tangenti a Craxi (cadute in prescrizione), svariati falsi in bilancio (reato depenalizzato da lui), la corruzione giudiziaria (prescritta sia per lo scippo della Mondadori a De Benedetti sia per le mazzette a Mills). Per non parlare delle sentenze sulle tangenti alla Guardia di Finanza (i suoi manager pagavano i militari con soldi suoi perché non mettessero il becco nei libri contabili delle sue aziende, ma a sua insaputa). E su Dell’Utri e sui mafiosi stragisti, che dipingono B. come un vecchio amico dei boss.

Bastava leggere uno dei tanti verdetti che in questi vent’anni l’hanno riguardato per farsi un’idea del personaggio: conoscerlo per evitarlo.

Invece, dopo vent’anni di malavita al potere, siamo qui appesi a una sentenza di Cassazione sul reato forse meno grave –  al confronto degli alt i– commesso dal Caimano: la frode fiscale. Più che un delitto, un’abitudine. Una specialità della casa. In fondo andò così anche per Al Capone: era il capo della mafia americana, ma riuscirono a incastrarlo solo per evasione fiscale. Solo che in America l’evasione è galera sicura, dunque non occorse altro per togliere il boss dalla circolazione. Da noi un evasore che tentasse di entrare in galera verrebbe respinto dalle leggi, che sono inflessibili. Per finire in carcere, sottrarre milioni all’erario non basta: bisogna rubare almeno un limone.

Eccoli dunque lì, i politici di destra, centro e sinistra, che con Al Tappone han fatto affari, inciuci, libri, comparsate tv, bicamerali, riforme bipartisan, alleanze più o meno mascherate, e i giornalisti e gl’intellettuali al seguito, tutti tremanti sotto la Cassazione. Paradossalmente, il meno preoccupato è proprio lui: B. lo sa chi è B. e non ne ha mai fatto mistero. E ha costruito un sistema politico-mediatico perfetto: se lo assolvono, sarà la prova che era un innocente perseguitato; se lo condannano, sarà la prova che è un innocente perseguitato. A tremare sono tutti gli altri: gli ipocriti che lo circondano da vent’anni, fingendo di non vedere e tacendo anziché parlare. Infatti del merito del processo Mediaset, delle prove schiaccianti sul ruolo centrale di B. nella costruzione di una macchina perfetta di decine di società offshore per frodare il fisco e portare fondi neri all’estero da usare per corrompere politici, giudici, forze dell’ordine e funzionari pubblici, non parla nessuno.

È il trionfo di Tartuffe: tutti aspettano che i giudici della Cassazione dicano ciò che tutti sanno benissimo, anche se nessuno osa dire nulla. Oppure delirano, come Letta e Boldrini, che escludono conseguenze sul governo in caso di condanna: come se il pericolo fosse che B. molli il Pd, e non che il Pd resti avvinghiato a un evasore pregiudicato. Viene in mente la storiella raccontata da Montanelli per sbertucciare un’altra ipocrisia italiota, quella dell’intellighenzia “de sinistra” che negli anni 70 negava il terrorismo rosso: “Un gentiluomo austriaco, roso dal sospetto che la moglie lo tradisse, la seguì di nascosto in albergo, la vide dal buco della serratura spogliarsi e coricarsi insieme a un giovanotto. Ma, rimasto al buio perché i due a questo punto spensero la luce, gemette a bassa voce: ‘Non riuscirò dunque mai a liberarmi da questa tormentosa incertezza?’”.

Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2013

da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/31/processo-mediaset-tartuffe-a-corte/672199/
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« Risposta #200 il: Agosto 02, 2013, 11:23:44 »

Se Berlusconi non fosse italiano

di Marco Travaglio

In Europa ci sono altri due casi di premier coinvolti in vicende giudiziarie (molto meno gravi di quelle del Cavaliere). Uno si è già dimesso, l'altro viene invitato ad andarsene dal suo stesso partito. Solo da noi la reazione è attaccare i magistrati e ricattare l'opinione pubblica in nome della 'stabilità'

(30 luglio 2013)

Se i giornali e i tg sostituissero la politica italiana con quella estera, capiremmo tutti in quale gabbia di matti ci tocca vivere. Da quando la Cassazione ha fissato per il 30 luglio l'udienza per la sentenza definitiva del processo Mediaset a carico di Silvio Berlusconi, tutti trattengono il fiato in attesa della data fatidica, da cui sembrano dipendere i destini non solo del governo Letta, ma dell'intera nazione. Lo stesso governo e la stessa nazione che sono rimasti appesi per giorni alle sorti del cosiddetto ministro dell'Interno Angelino Alfano, protagonista a sua insaputa della deportazione della moglie e della figlioletta di un dissidente kazako. Sarebbe bastato che la provincialissima stampa italiana raccontasse col dovuto risalto quel che accadeva in Lussemburgo e in Spagna per mostrarci come si regolano gli altri paesi con scandali giudiziari o politici simili a quelli che terremotano il nostro orticello.

In Lussemburgo governava ininterrottamente dal 1995 Jean-Claude Juncker. Poi la commissione parlamentare d'inchiesta che dal 2004 indagava su un vecchio scandalo del servizio segreto del Granducato, sospettato di spiare e intercettare illegalmente migliaia di cittadini, ha consegnato una relazione finale che conferma le accuse. Nessun reato, almeno a carico del premier: "solo" la responsabilità politica di non aver vigilato a dovere sull'intelligence. Junker s'è difeso in Parlamento dagli attacchi dell'opposizione, ma è stato scaricato anche dal Partito socialista alleato. E, prima di essere sfiduciato, s'è dimesso, convocando le elezioni anticipate. Intanto in Italia Alfano, costretto ad ammettere di non aver controllato i funzionari del suo ministero che avevano sequestrato Alma e Alua, restava al suo posto. E i presidenti della Repubblica e del Consiglio lo difendevano, sostenendo che non esiste per i ministri una "responsabilità oggettiva": ma esiste la responsabilità politico-istituzionale almeno di culpa in vigilando (articolo 95 della Costituzione: "I ministri sono responsabili individualmente degli atti dei loro dicasteri").

In Spagna infuria l'inchiesta giudiziaria sull'affare Gurtel: una storiaccia di mazzette e finanziamenti occulti che ruota intorno al faccendiere Francisco Correa, nata nel 2009 e costata la carriera al giudice Baltazar Garzòn, che ha investito prima l'ex tesoriere del Partito popolare Luis Bàrcenas, detto Luis el Cabròn, e poi il premier Mariano Rajoy. Nel gennaio 2013 "El Pais" pubblica la contabilità parallela del Pp; poi Barcenas rivela dal carcere di aver girato a Rajoy 90 mila euro in contanti; infine, a giugno, "El Mundo" divulga una miriade di sms fra l'ex cassiere e il primo ministro che provano un'inquietante intimità fino a tre mesi fa. Sulle prime Rajoy si difende all'italiana, gridando al complotto e accusando Bàrcenas di essere addirittura al soldo dei socialisti. Poi è costretto a dare le prime spiegazioni. Anche perché non solo le opposizioni di sinistra chiedono le sue dimissioni e le elezioni anticipate, ma anche nel Pp lo chiamano "delinquente" e gli chiedono di farsi da parte. Il tutto in assenza non solo di una sentenza, ma persino di un'incriminazione.

Intanto in Italia Berlusconi, condannato in appello a 4 anni per frode fiscale e in primo grado a 7 anni per concussione e prostituzione minorile e a 1 anno per rivelazione di segreti, viene difeso dal Pdl che parla di «uso politico della giustizia» mentre da vent'anni fa un uso giudiziario della politica; e il Pd tace imbarazzato, o invita a «separare le sentenze dalla politica» e sotto sotto spera nella clemenza della Corte di Cassazione per salvare il governo. Come se la presenza nella maggioranza di uno che i popolari spagnoli chiamerebbero "delinquente" o peggio, fosse un dettaglio trascurabile. Modesta proposta: affiancare alle cronache sull'attesa del 30 luglio quelle sui casi Rajoy e Junker. Chissà che a qualcuno non venga in mente una soluzione semplice semplice per evitare le ricadute politiche del verdetto: anziché separare le sentenze dal governo, cacciare dalla maggioranza i politici imputati in Cassazione.

 
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« Risposta #201 il: Agosto 11, 2013, 05:06:50 »

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Riforma della giustizia, la nuova Leva

di Marco Travaglio
10 agosto 2013


Per diventare responsabile giustizia del Pd, i requisiti sono essenzialmente due: 1) non sapere nulla di giustizia; 2) esordire sul Foglio di Ferrara&B. per rassicurare il padrone d’Italia. Una specie di prova d’amore. Nel 2010 Andrea Orlando, appena nominato responsabile giustizia da Veltroni in virtù del diploma di maturità scientifica che ne faceva un giureconsulto di chiara fama, debuttò con un paginone sul Foglio dal memorabile titolo: “Caro Cav, il Pd ti offre giustizia”.
Le proposte, anzi supposte, erano copiate pari pari dal programma Pdl: “Ridefinire l’obbligatorietà dell’azione penale… individuando le priorità” dei reati da perseguire o ignorare; “riforma del sistema elettorale del Csm che diluisca il peso delle correnti”, accompagnata da “una sezione disciplinare distinta” per fa giudicare i magistrati da un plotone d’esecuzione a maggioranza politica; “rafforzare la distinzione dei ruoli tra magistrati dell’accusa e giudici”; “limitare l’elettorato passivo dei magistrati, in particolare quelli che hanno svolto attività requirenti” (cioè: rendere ineleggibili non i delinquenti, ma i pm).
Per fortuna le suddette boiate restarono nella testolina di Orlando, ora promosso ministro dell’Ambiente (sempre per via della maturità scientifica). Al suo posto è arrivato dal Molise l’avvocato e neodeputato Danilo Leva, di cui ieri abbiamo narrato le gesta di dalemiano ma anche bersaniano ma anche franceschiniano, nonché di perditore di tutte le elezioni a cui abbia partecipato nella sua breve vita. Uno dice: almeno è avvocato, qualcosa di giustizia capirà. È lecito dubitarne, a leggere la sua intervista d’esordio, ovviamente al Foglio. L’attacco è incoraggiante: “Non ci faremo dettare l’agenda da qualcun altro”. Peccato che l’“agenda delle priorità” sia un fritto misto riscaldato di supposte altrui. Nella migliore tradizione.

“Abolire l’ergastolo” è un’idea di Totò Riina, lanciata nel papello del ’92, quasi tutto realizzato da destra e sinistra, a parte appunto ergastolo e dissociazione dei boss. “Responsabilità civile dei magistrati”, “rimodulare l’obbligatorietà dell’azione penale individuando priorità” e “riformare la custodia cautelare” invece sono tre cavalli di battaglia di B. Bel modo per non farsi dettare l’agenda.

Ma le idee, oltreché copiate, sono anche confuse. La responsabilità civile delle toghe esiste già per legge, con l’ovvio limite – previsto in tutte le democrazie – che gli errori giudiziari li risarcisce lo Stato e può rivalersi sul magistrato solo in caso di dolo o colpa grave. L’azione penale obbligatoria è prevista dalla Costituzione ed esclude che qualcuno possa indicare quali reati perseguire e quali no. Quanto alla custodia cautelare, “limitarne l’utilizzo improprio in assenza di sentenze passata in giudicato” è una corbelleria bella e buona: la custodia cautelare riguarda appunto il periodo precedente le condanne definitive, altrimenti è espiazione della pena.

Ma, incassato il viatico del Foglio, Leva rincara la dose sull’Unità con altre perle di rara saggezza. Vuole “eliminare la custodia cautelare obbligatoria per titolo di reato, eccetto ovviamente i reati più gravi, ad esempio mafia, terrorismo, violenza sessuale, stalking”: forse non sa che le manette preventive, dal ’95, non sono più obbligatorie nemmeno per mafia, e quando il Parlamento provò a reintrodurle per la mafia e lo stupro (ma non per l’omicidio!), fu sconfessato dalla Consulta. Quindi ciò che Leva vuole levare è già stato levato, e pure ciò che vuole lasciare. Siccome poi insiste sull’ergastolo, dovrebbe sapere che di fatto non esiste più, se non per i boss irriducibili (ergastolo “ostativo” ai benefici penitenziari: permessi, semilibertà, lavoro esterno): gli altri ergastolani escono dopo 25-30 anni. Abolire l’ergastolo avrebbe dunque un solo effetto: l’uscita di centinaia di boss, compresi quelli delle stragi del 1992-‘93, detenuti da quasi vent’anni. Bel programma di giustizia progressista, non c’è che dire. Senza contare il rischio che Riina reclami i diritti d’autore.

Il Fatto Quotidiano, 10 Agosto 2013

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« Risposta #202 il: Agosto 31, 2013, 08:24:06 »

La strategia

B. prepara il nuovo imbroglio

di Marco Travaglio

Per non farlo decadere da senatore, i pidiellini cercano in tutti i modi di distorcere il dettato della legge Severino.
Che invece è chiarissima. E lo sanno anche loro, che infatti non hanno candidato Dell'Utri e Brancher

(19 agosto 2013)

Per la serie "Oggi le comiche", ecco la retromarcia sulla legge Severino, approvata dall'intero Parlamento appena sette mesi fa per dare una ripulita alle Camere. La legge è la numero 235 del 31 dicembre 2012.
Art. 1: «Chi ha riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione» decade da parlamentare se lo è già ed è incandidabile se non lo è ancora.
Art.3: «Le sentenze definitive di condanna sono immediatamente comunicate... alla Camera di appartenenza» che «delibera ai sensi dell'art. 66 della Costituzione» sui «titoli di ammissione dei suoi componenti» e sulle «cause sopraggiunte di ineleggibilità e incompatibilità».

ORA, BERLUSCONI è stato condannato definitivamente a 4 anni, cioè a più di 2, dunque al Senato non rimane altra scelta che dichiararlo decaduto, accompagnarlo alla porta e intimargli di non ripresentarsi prima di sei anni. Il tutto, indipendentemente dalla durata dell'interdizione dai pubblici uffici che la Cassazione ha chiesto alla Corte d'appello di Milano di ricalcolare, da un minimo di un anno a un massimo di tre. Ma naturalmente al Pdl non va bene neppure una legge da esso stesso approvata meno d'un anno fa.

Alcuni buontemponi hanno cominciato a dire che la condanna a 4 anni è coperta per 3 dall'indulto: 4 meno 3 fa uno, ergo Berlusconi è sotto il tetto di 2 e non deve decadere. Cretinata abissale: se la legge consentisse di detrarre dalle condanne il bonus dell'indulto, l'avrebbe previsto esplicitamente, dichiarando decaduti e incandidabili i titolari di pene effettive superiori ai 2 anni: invece parla di «condanne». Fallito il primo tentativo, ecco subito il secondo. Che, quando lo azzardò Carlo Giovanardi, noto giurista per caso, suscitò l'ilarità generale. Poi però lo seguirono a ruota Francesco Nitto Palma, magistrato e presidente della commissione Giustizia, più il costituzionalista di destra Paolo Armaroli e quello di sinistra Giovanni Guzzetta. La loro tesi è avvincente: la legge Severino si applica solo alle condanne relative a reati commessi dopo che è stata approvata. Se invece si applicasse anche a chi il reato l'ha commesso prima del 31 dicembre 2012, sarebbe incostituzionale. Motivo: nel processo penale prevale sempre la norma più favorevole al reo ed è vietato cambiare le regole del gioco a partita iniziata, se non per trattarlo meglio. Il che è vero, ma appunto nel processo penale. Qui il processo è finito, l'imputato è un pregiudicato e il Parlamento è liberissimo di vietargli l'accesso per legge. Del resto, se fossero esistiti profili di incostituzionalità della norma, i 945 parlamentari che l'anno scorso l'approvarono alla Camera e al Senato se ne sarebbero accorti e li avrebbero sollevati al momento di votare la pregiudiziale di costituzionalità nell'apposita commissione. Invece nessuno disse nulla. Del resto - specificò l'autrice, l'allora Guardasigilli Severino - la legge estendeva a Camera e Senato una regola già vigente dal 1999 nei consigli comunali, provinciali e regionali, dove i condannati a più di due anni non possono mettere piede. E nessuno ha mai eccepito nulla sulla legittimità di un principio che, se vale per gli enti locali, deve valere a maggior ragione per il Parlamento.

MA C'E' DI PIU' . Alle ultime elezioni, proprio in base alla nuova legge Severino, Berlusconi escluse dalle liste Pdl i pregiudicati del suo cerchio magico: Marcello Dell'Utri, Aldo Brancher, Salvatore Sciascia e Massimo Maria Berruti. «Non sono io che li ho esclusi», si giustificò, temendo di passare per onesto, «sono i giudici che li hanno condannati». Dell'Utri per false fatture risalenti ai primi anni 90 (oltreché, in appello, per mafia fino al 1993). Brancher per i soldi che gli girò Fiorani nel 2005. Sciascia per tangenti pagate tra il 1989 e il 1994. Berruti per un favoreggiamento del 1994. Evidentemente lo sapeva anche il Cavaliere che la Severino si applicava a tutti i reati, pre o post 2012. Poi hanno condannato lui e ha scoperto all'improvviso che vale solo per i post. Non gli resta che spiegarlo a Dell'Utri, Brancher, Sciascia e Berruti. E sperare che la prendano con filosofia.


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« Risposta #203 il: Settembre 06, 2013, 09:25:22 »

Polemica

Perché B. può attaccare ancora

di Marco Travaglio

Siamo costretti a discutere di cose assurde: dall'applicabilità della legge Severino all'esistenza di un quarto grado di giudizio solo per lui. È l'effetto del conflitto d'interessi: di cui non si parla proprio perché c'è e 'funziona'

(02 settembre 2013)

Nel 1995 l'Italia votò i referendum per una severa antitrust nel mercato della tv e della pubblicità. Ma il combinato disposto fra il solito disimpegno della sinistra per il Sì e il bombardamento delle reti Fininvest per il No li fece fallire: il 55-57 per cento degli italiani votò per lasciare le cose come stavano.

Norberto Bobbio osservò amaro: «Il motivo principale per cui Berlusconi ha vinto il referendum che tendeva a diminuire il suo potere televisivo è stato il fatto stesso che aveva questo potere» e invitò i promotori a continuare la lotta contro la legge Mammì, perché l'esito dei referendum «è la prova che avevano ragione coloro che vi si sono opposti... e continueranno a opporsi con maggiore abilità, spero, per la sorte della nostra democrazia».

Sono trascorsi 18 anni e il predominio berlusconiano sui mezzi di comunicazione ha continuato a far danni. Non tanto per la propaganda a favore del Cavaliere. Ma per la creazione di un "comune sentire" ad personam che ha stravolto tutto: la Costituzione, le leggi, la logica, perfino il buonsenso.

La prova decisiva è proprio quanto sta accadendo dopo la sua prima condanna definitiva, al termine di un lungo inseguimento dei giudici iniziato ben prima del suo ingresso in politica. Oggi, per dire, si discute animatamente sulla sua permanenza o meno in Parlamento, in base a una legge Severino che ha visto spuntare dal nulla un nugolo di critici non appena s'è posto il problema di applicarla a lui. Senza il supporto dei suoi giornali e tv, il Cavaliere pregiudicato sarebbe disarmato di argomenti: nessun giornale indipendente sarebbe andato a scovare presunti giuristi disposti ad affermare che il decreto varato otto mesi fa per escludere i condannati dal Parlamento non vale per chi i reati li ha commessi prima.

Se, poniamo, si facesse una legge per vietare ai condannati per pedofilia di insegnare nelle scuole, nessuno si sognerebbe di sostenere che un pedofilo è stato condannato ingiustamente, o di pedinare e screditare i giudici che l'han condannato, o di chiedere che continui a insegnare perché ha molestato bambini prima del varo della legge. Specie se il pedofilo avesse votato la legge che esclude i pedofili dall'insegnamento. E se il pedofilo pretendesse di restare fra i banchi di scuola, verrebbe massacrato da tutta la stampa, con ampi particolari del suo gravissimo delitto. Ma un pedofilo non farebbe mai una cosa simile: anzi sparirebbe per la vergogna della condanna.


Difficilmente infatti controllerebbe giornali e tv, stipendiandone i giornalisti. Invece, mutatis mutandis, è proprio per questo che tanti giornali e tv pedinano e screditano i giudici che han condannato Berlusconi (costringendoli a replicare e poi dicendo che parlano troppo e sono "schierati"); occultano totalmente il suo gravissimo reato; e sostengono che la legge da lui stesso votata otto mesi fa su decadenza e incandidabilità dei condannati per lui non vale: il condannato quei giornali e tv li possiede e quei giornalisti li stipendia.

Infatti, anziché andare a nascondersi per la vergogna di una condanna per frode fiscale, tiene comizi, rifonda partiti, raduna truppe, detta condizioni al governo, al parlamento e al capo dello Stato. E tutti lo stanno a sentire. Anche le figure e le testate "indipendenti" o "terziste", che confondono l'imparzialità con l'ignavia e ritengono che la giusta posizione sia sempre la via di mezzo fra la sua e quella dei suoi avversari.

Così, più sono insensate, illegali, incostituzionali, illogiche le posizioni di Berlusconi, più si spostano verso di lui gli "indipendenti" e i "terzisti". I quali vent'anni fa davano per scontata l'ineleggibilità di chi aveva il conflitto d'interessi e l'esigenza di una legge per eliminarlo, mentre oggi l'hanno rimosso e ne sono le vittime più o meno consapevoli.

Infatti, sempre in equilibrio fra i pro e i contro, dibattono sul diritto del condannato a restare (e a tornare per l'ottava volta) in Parlamento, senza più rammentare che in Parlamento non avrebbe mai potuto entrarci, neppure da incensurato. Il conflitto d'interessi è alla sua massima apoteosi, ma nessuno lo nota più: proprio a causa del conflitto d'interessi.


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« Risposta #204 il: Settembre 07, 2013, 07:23:28 »

Polemica

Perché B. può attaccare ancora

di Marco Travaglio

Siamo costretti a discutere di cose assurde: dall'applicabilità della legge Severino all'esistenza di un quarto grado di giudizio solo per lui. È l'effetto del conflitto d'interessi: di cui non si parla proprio perché c'è e 'funziona'

(02 settembre 2013)

Nel 1995 l'Italia votò i referendum per una severa antitrust nel mercato della tv e della pubblicità. Ma il combinato disposto fra il solito disimpegno della sinistra per il Sì e il bombardamento delle reti Fininvest per il No li fece fallire: il 55-57 per cento degli italiani votò per lasciare le cose come stavano.

Norberto Bobbio osservò amaro: «Il motivo principale per cui Berlusconi ha vinto il referendum che tendeva a diminuire il suo potere televisivo è stato il fatto stesso che aveva questo potere» e invitò i promotori a continuare la lotta contro la legge Mammì, perché l'esito dei referendum «è la prova che avevano ragione coloro che vi si sono opposti... e continueranno a opporsi con maggiore abilità, spero, per la sorte della nostra democrazia».

Sono trascorsi 18 anni e il predominio berlusconiano sui mezzi di comunicazione ha continuato a far danni. Non tanto per la propaganda a favore del Cavaliere. Ma per la creazione di un "comune sentire" ad personam che ha stravolto tutto: la Costituzione, le leggi, la logica, perfino il buonsenso.

La prova decisiva è proprio quanto sta accadendo dopo la sua prima condanna definitiva, al termine di un lungo inseguimento dei giudici iniziato ben prima del suo ingresso in politica. Oggi, per dire, si discute animatamente sulla sua permanenza o meno in Parlamento, in base a una legge Severino che ha visto spuntare dal nulla un nugolo di critici non appena s'è posto il problema di applicarla a lui. Senza il supporto dei suoi giornali e tv, il Cavaliere pregiudicato sarebbe disarmato di argomenti: nessun giornale indipendente sarebbe andato a scovare presunti giuristi disposti ad affermare che il decreto varato otto mesi fa per escludere i condannati dal Parlamento non vale per chi i reati li ha commessi prima.

Se, poniamo, si facesse una legge per vietare ai condannati per pedofilia di insegnare nelle scuole, nessuno si sognerebbe di sostenere che un pedofilo è stato condannato ingiustamente, o di pedinare e screditare i giudici che l'han condannato, o di chiedere che continui a insegnare perché ha molestato bambini prima del varo della legge. Specie se il pedofilo avesse votato la legge che esclude i pedofili dall'insegnamento. E se il pedofilo pretendesse di restare fra i banchi di scuola, verrebbe massacrato da tutta la stampa, con ampi particolari del suo gravissimo delitto. Ma un pedofilo non farebbe mai una cosa simile: anzi sparirebbe per la vergogna della condanna.


Difficilmente infatti controllerebbe giornali e tv, stipendiandone i giornalisti. Invece, mutatis mutandis, è proprio per questo che tanti giornali e tv pedinano e screditano i giudici che han condannato Berlusconi (costringendoli a replicare e poi dicendo che parlano troppo e sono "schierati"); occultano totalmente il suo gravissimo reato; e sostengono che la legge da lui stesso votata otto mesi fa su decadenza e incandidabilità dei condannati per lui non vale: il condannato quei giornali e tv li possiede e quei giornalisti li stipendia.

Infatti, anziché andare a nascondersi per la vergogna di una condanna per frode fiscale, tiene comizi, rifonda partiti, raduna truppe, detta condizioni al governo, al parlamento e al capo dello Stato. E tutti lo stanno a sentire. Anche le figure e le testate "indipendenti" o "terziste", che confondono l'imparzialità con l'ignavia e ritengono che la giusta posizione sia sempre la via di mezzo fra la sua e quella dei suoi avversari.

Così, più sono insensate, illegali, incostituzionali, illogiche le posizioni di Berlusconi, più si spostano verso di lui gli "indipendenti" e i "terzisti". I quali vent'anni fa davano per scontata l'ineleggibilità di chi aveva il conflitto d'interessi e l'esigenza di una legge per eliminarlo, mentre oggi l'hanno rimosso e ne sono le vittime più o meno consapevoli.

Infatti, sempre in equilibrio fra i pro e i contro, dibattono sul diritto del condannato a restare (e a tornare per l'ottava volta) in Parlamento, senza più rammentare che in Parlamento non avrebbe mai potuto entrarci, neppure da incensurato. Il conflitto d'interessi è alla sua massima apoteosi, ma nessuno lo nota più: proprio a causa del conflitto d'interessi.


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« Risposta #205 il: Settembre 08, 2013, 07:21:56 »

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Quirimediaset

di Marco Travaglio | 7 settembre 2013


La domanda è molto semplice e, nonostante la comicità della situazione generale, molto seria. Se è vera la notizia – pubblicata da alcuni quotidiani e non smentita per tutta la giornata di ieri – del “colloquio riservato” di Fedele Confalonieri con Giorgio Napolitano per impetrare la grazia o altri salvacondotti sfusi per l’amico Silvio, a che titolo il presidente della Repubblica ha ricevuto il presidente di Mediaset?

Il 2 luglio scorso, quando Beppe Grillo, leader del M5S che aveva appena raccolto il 25 % alle elezioni, chiese sul suo blog di incontrare il capo dello Stato, questi rispose piccato di non aver “ricevuto alcuna richiesta di incontro nei modi necessari per poterla prendere in considerazione”.

Resta ora da capire se, quando e come il signor Confalonieri, privato cittadino sprovvisto di qualsivoglia carica o politica – anzi da vent’anni dichiarato dal Parlamento ineleggibile ai sensi della legge 361/1954 per assicurare l’eleggibilità abusiva a B. – abbia formulato una richiesta di incontro col Presidente, e nei modi necessari per essere presa in considerazione dal destinatario.

Ma purtroppo non se ne sa nulla, come non è dato sapere a che titolo Gianni Letta, altro privato cittadino sprovvisto di qualunque carica elettiva o politica a parte la parentela diretta con il Premier Nipote, entri ed esca dal Quirinale, come riferiscono i giornali vicini a B. e N., anch’essi mai smentiti.

In qualunque democrazia, anche la più scalcinata, quando un’alta carica dello Stato riceve Tizio o Caio, lo comunica ufficialmente ai cittadini, spiegandone il perché. In Italia invece la clandestinità del potere è diventata normale anche sul Colle più alto, come insegnano le trame per assecondare le pretese del signor Mancino, indagato per falsa testimonianza sulla trattativa Stato-mafia.

E come dimostra l’incredibile nota diffusa l’altroieri, poco dopo l’incontro aumma aumma Napolitano-Confalonieri, non direttamente dal capo dello Stato, ma da non meglio precisati “ambienti del Quirinale” che nessuno ha mai capito in che cosa consistano, a chi rispondano, che valore abbiano, perché parlino. Un modo come un altro per dire e non dire, lanciare il sasso e ritrarre la mano, una via di mezzo fra ufficialità e ufficiosità (l’ufficialosità) per poi, a seconda delle convenienze, poter dire “io l’avevo detto” o “io non l’avevo detto”.

Nella nota ufficialosa, si comunicava che il Presidente “non sta studiando o meditando il da farsi in casi di crisi” perché “conserva fiducia nelle ripetute dichiarazioni dell’on. Berlusconi sul sostegno al governo”. A parte l’involontaria assonanza con il “nutro fiducia” di Luigi Facta, ultimo premier democratico d’Italia prima del fascismo, nei giorni della marcia su Roma, quelle parole sanno di presa in giro degli italiani, visto che la visita di Confalonieri le smentisce platealmente: il Presidente sta studiando e meditando eccome, infatti prosegue la trattativa (ancora!) con gli emissari privati del noto ricattatore pregiudicato perché tenga in piedi il governo Letta.

É la trattativa Stato-Mediaset. Non è la prima volta che Confalonieri scende a Roma e consulta politici di destra, centro e sinistra: lo fa ogni qualvolta l’amico Silvio, e dunque la ditta, è in difficoltà. Lo fece nel 2006 quando tentò di mandare l’amico D’Alema al Quirinale. Lo rifece nel novembre 2011 quando le azioni Mediaset precipitavano nel gorgo della tempesta finanziaria e si trattava di pilotare la ritirata di B. in cambio del suo salvataggio politico e aziendale col governo Monti e le mancate elezioni anticipate.

E ora rieccolo – scrive il Corriere – “parlare di politica con i politici” in un “giro romano delle sette chiese” e “consultare amici e avversari, prima e dopo la sua salita al Colle”, convinto che “è necessario muoversi senza fare casino”. Per parlare di cosa? Dei nuovi palinsesti di Canale 5? Delle azioni Mediaset? Delle polizze Mediolanum? Della campagna acquisti del Milan? No, secondo il Corriere ha parlato di “garantire l’agibilità personale per Berlusconi con un gesto di clemenza”.

Sarà un caso, ma appena il presidente di Mediaset è sceso dal Colle, i proclami guerreschi del Pdl si sono interrotti. È l’apoteosi del conflitto d’interessi che, dopo avere privatizzato governi, parlamenti, codici, leggi e Costituzione, s’impossessa dell’ultimo arbitro, cancellandone definitivamente la terzietà e l’imparzialità.

Dopo Confalonieri e Letta, si attende con ansia il pellegrinaggio al Colle di Doris, Galliani, Marina e Pier Silvio, Allegri, Balotelli, Kaká e Gabibbo (ma perché non Dell’Utri?). Poi sul campanile del Quirinale, al posto del Tricolore, garrirà giuliva la bandiera del Biscione.

il Fatto Quotidiano, 7 settembre 2013

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« Risposta #206 il: Settembre 15, 2013, 05:15:20 »

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Giuliano Amato alla Consulta, orgasmo da Rotterdam

di Marco Travaglio | 13 settembre 2013


Un giorno o l’altro, magari da qualche casuale intercettazione o ritrovamento di elenchi o liste, scopriremo le doti nascoste di Giuliano Amato, l’uomo che non doveva pensionarsi mai, la salamandra che passava indenne tra le fiamme, il dinosauro sopravvissuto alle glaciazioni, il “sederinodoro” (come diceva Montanelli) che riusciva a occupare contemporaneamente mezza dozzina di cadreghe alla volta.
 
I collezionisti di poltrone e pensioni troveranno sul Fatto Quotidiano di oggi l’elenco completo delle sue. Ma qui c’è di più e di peggio: in un Paese dove nessuno riconosce più alcun arbitro imparziale, figura terza, autorità indipendente, non si sentiva proprio il bisogno di trapiantare un vecchio arnese della politica in quello che dovrebbe essere il massimo presidio della legalità costituzionale: la Consulta. Già negli ultimi anni, spesso a torto e qualche volta a ragione, la Corte è finita nella rissa politica per sentenze o decisioni che puzzavano di compromesso col potere. Specie da quando l’arbitro supremo che sta sul Colle ha smesso la giacchetta nera e s’è messo a giocare le sue partite politiche trasformando la Repubblica in sultanato (vedi bocciatura del referendum elettorale e verdetto sul caso Mancino).

Lo vede anche un bambino che di questi tempi la Consulta e gli altri organi di garanzia hanno bisogno di un surplus di indipendenza e di terzietà. Invece che t’inventa Re Giorgio? Prende un suo amico, ex braccio destro di Craxi, deputato e vicesegretario Psi, vicepremier, due volte premier, ministro del Tesoro (due volte), dell’Interno, delle Riforme, degli Esteri, senatore dell’Ulivo e deputato dell’Unione, candidato al Quirinale nel ’99, nel 2006 e nel 2013, “vicino” (si dice così?) al Montepaschi, consulente Deutsche Bank, insomma ex tutto, e lo promuove giudice costituzionale. Possibile che Napolitano non conosca un giurista meno incistato nel potere politico e finanziario di lui? Gli dicono nulla nomi come Pace, Carlassare, Cordero? Già la Corte è piena di politicanti camuffati da giureconsulti e nominati dal Parlamento, cioè dai partiti. Almeno il Quirinale avrebbe potuto, anzi dovuto scegliere una figura indipendente, fuori dai giochi, magari sotto i 50 anni (e, se non è troppo, donna): invece ha voluto il Poltronissimo. Nonostante certi suoi trascorsi, o forse proprio per quelli.

Nel 1983, spedito da Craxi e commissariare il Psi travolto dallo scandalo Zampini, Amato rimproverò al sindaco Novelli di aver portato il testimone d’accusa in Procura anziché “risolvere politicamente la questione” (tipo insabbiarla). Nell’84-85 ispirò i vergognosi decreti Berlusconi – le prime leggi ad personam di una lunga serie – donati da Craxi all’amico Silvio quando tre pretori sequestrarono le antenne Fininvest fuorilegge. Infatti nel ’94 il Cavaliere riconoscente lo issò all’Antitrust, dove Amato non si accorse mai del monumentale trust berlusconiano sul mercato della tv e della pubblicità (in compenso sbaragliò impavido un temibile trust nel ramo fiammiferi e accendini). Non riportiamo qui, per carità di patria, i fax di Bettino da Hammamet sul “professionista a contratto” che in tante campagne elettorali non s’era mai accorto delle tangenti al Psi.

Molto più interessante è la sua intervista del 2009 a Report. Bernardo Iovene gli ricorda che il decreto Craxi-Berlusconi dell’85 era “provvisorio” e doveva durare solo 6 mesi, in attesa della legge di sistema sulle tv; ma lui s’inventò che era solo “transitorio”, quindi non andava neppure rinnovato una volta scaduto. Anziché arrossire e nascondersi sotto il tavolo, Amato s’illumina d’incenso: “Sa, noi giuristi viviamo di queste finezze: la distinzione fra transitorio e provvisorio è quasi da orgasmo per un giurista… Quando discuto attorno a un tavolo tecnico e qualcuno dice ‘questa cosa è vietata’, io faccio aggiungere ‘tendenzialmente’…”.

Ora che dovrà esaminare la legittimità delle leggi firmate dall’amico Giorgio, sarà tutto un orgasmo. Provvisorio e tendenziale.

Il Fatto Quotidiano, 13 Settembre 2013

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« Risposta #207 il: Settembre 20, 2013, 05:06:56 »

Polemica

Quante balle ci hanno raccontato

di Marco Travaglio

Da quando il Caimano è stato condannato, la sua macchina mediatica ha diffuso un profluvio di bugie spaventose: anche giudiziarie e tecniche. Facciamo un 'debunking' preciso, una per una una

(17 settembre 2013)

Nella realtà parallela plasmata dai media berlusconiani dopo la condanna del padrone a 4 anni per frode fiscale, prendono forma e vita parole, istituti e argomenti totalmente estranei ai fatti, alla logica, alle leggi e alla Costituzione. Un Codice Avatar che, applicato a un qualunque cittadino, farebbe scompisciare anche quanti lo sostengono per il Cavaliere.

1) «La condanna è ingiusta perché il presidente Antonio Esposito ne ha anticipato le motivazioni in un'intervista al Mattino». Falso. Esposito ha semplicemente spiegato che non si può condannare nessuno perché «non poteva non sapere»: bisogna sempre dimostrare che sapeva. E ha fatto un esempio di scuola: quando il capo viene informato di un certo reato dai sottoposti e, pur potendo, non li dissuade. Ma non è il caso di Berlusconi. Infatti la sentenza firmata da tutti e cinque i giudici del collegio, afferma che il Cavaliere non solo sapeva, ma faceva in quanto «ideatore, organizzatore e beneficiario» del sistema criminale per gonfiare i costi dei film acquistati negli Usa e ricavarne plusvalenze in nero su conti esteri a lui stesso riferibili.

2) «La sentenza non è definitiva: Berlusconi l'ha impugnata alla Corte europea e ha annunciato un'istanza di revisione a Brescia e un ricorso straordinario in Cassazione». Falso: la sentenza può essere ribaltata solo da un processo di revisione, possibile solo se emergessero prove nuove dopo il verdetto di Cassazione (cioè dal 1° agosto): e non se ne vede l'ombra. Quanto al ricorso in Europa, non è un quarto grado di giudizio, ma solo una valutazione di eventuali danni subiti dai diritti umani di Berlusconi: Strasburgo non è la piscina miracolosa di Lourdes, dove il condannato s'immerge ed esce assolto. E il ricorso in Cassazione sarebbe accoglibile solo se questa avesse commesso decisivi errori materiali o trascurato qualche motivo d'appello; ma basta leggere le motivazioni per trovarvi la demolizione di tutti i punti contestati dagli avvocati di Berlusconi e degli altri tre imputati.

3) «La Severino non si applica retroattivamente a Berlusconi perché il reato fu commesso prima della sua entrata in vigore». Ma la legge fu approvata in tutta fretta il 31 dicembre 2012 proprio per fare in tempo a escludere i condannati dalle liste per le elezioni del 2013. Se il Parlamento avesse voluto limitarla ai reati futuri, se la sarebbe presa comoda. O voleva escludere dalle liste solo chi delinquesse e venisse beccato, processato e condannato nei tre gradi di giudizio nelle cinque settimane comprese fra il 31 dicembre 2012 e il 24 febbraio 2013.

4) «La Severino, se si applica ai condannati per reati commessi prima, è incostituzionale». Ma il Parlamento, come per ogni norma prima del voto in aula, ha già stabilito la legittimità della Severino respingendo le pregiudiziali di incostituzionalità in commissione Affari costituzionali: un plebiscito Pd-Pdl-Udc-Fli. Come potrebbe l'attuale maggioranza, identica alla precedente, sostenere allaConsulta di aver votato una legge incostituzionale?

5) «Berlusconi, alla giunta per le elezioni, deve avere il tempo di esercitare il suo diritto alla difesa». La tesi Violante, subito copiata dai giureconsulti arcoriani, finge di ignorare che il diritto di difesa vale durante il processo, non dopo la condanna definitiva. Che va solo eseguita, con tutte le conseguenze.

6) «Il Pd non deve eliminare l'avversario per via giudiziaria». A parte che da novembre 2011 Berlusconi non è più avversario, ma alleato del Pd, di che "via giudiziaria" si va cianciando? Se decàde da senatore in base a una legge, fra l'altro votata anche dal Pdl, è per via politica, non giudiziaria.

7) «Berlusconi ha diritto all'agibilità politica». L'agibilità politica non dipende dalla presenza o meno del politico in Parlamento, come insegna Grillo. E poi Berlusconi (che in Parlamento non avrebbe mai dovuto entrare in base alla legge 361/1957), vanta in Senato un tasso di assenteismo del 99,4 per cento. Possibile che gli sia venuta la fregola di andarci proprio quando non può più?


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« Risposta #208 il: Novembre 13, 2013, 03:49:20 »

Marco Travaglio
Carta canta
Eppure Dragomira era tanto brava
Le opere della bulgara Bonev sono state incensate dai giornali di Berlusconi e premiate dai suoi ministri. Ora tutti fanno a gara nel demolirla. Solo perché ha osato dire quello che pensa del leader Pdl e della sua compagna
   
Siccome in Italia è morta anche la vergogna, capita persino che Agostino Saccà, l’esecutore materiale dell’editto bulgaro contro Biagi e Santoro (Luttazzi l’avevano già eliminato), lanci un altro editto bulgaro contro la bulgara Dragomira Boneva in arte Michelle Bonev, rea di leso Silvio e lesa Pascale. Lo fa su “Libero”, spiegando che nel 2003 non la raccomandò al dopofestival di Sanremo e non la portò a Raifiction perché fosse la sua amante: «Lo nego assolutamente. Era la fidanzata del vicepresidente del Milan». Ah, beh, allora. E poi «pensavo fosse una piccola fiammiferaia uscita dall’inferno comunista» e, sebbene non avesse alcun «talento da attrice», «aveva carisma». Dunque la raccomandò «per dimostrare che non era una mia raccomandata». Non è meraviglioso? Al Dopofestival la fiammiferaia si dipinse pure «pittrice, modella, scrittrice, attrice, esperta di moda e consulente internazionale di vip», dunque un imbarazzato Pippo Baudo dovette annunciarla «opinionista per giudicare il look dei nostri cantanti».

MA ALMENO SACCÀ ha il coraggio delle sue cattive azioni. Tutti gli altri, manco quello. La stampa berlusconiana fa a gara nel demolire la signora bulgara. Ferrara la chiama elegantemente «bottana», Sallusti «una specie di attrice», Belpietro «la pentita della mutanda», “Libero” ironizza sul finto premio di tre anni fa al Festival del Cinema di Venezia, su “Tutti i fiaschi di Michelle, una Re Mida al contrario” e su “La peggior fiction degli ultimi 20 anni”. Ma che strano. Finché orbitava nel cerchio magico del Cavaliere, Dragomira era omaggiata, incensata, riverita. Produceva fiction per Rai e Mediaset. Pubblicava romanzi per Mondadori. “Panorama” le mandava Mughini e, siccome l’intervista non era abbastanza encomiastica, gliela infiocchettavano a sua insaputa. “Il Giornale” di Belpietro la intervistava ogni due per tre scolpendone la «bellezza più coriacea che morbida». E ho detto tutto. Nel 2010 Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali («Il nuovo Bottai», per “il Foglio”) ordinava al direttore generale Borrelli di farla premiare in qualche modo a Venezia per il film “Goodbye Mama”, neppure terminato. E, per non nominare Silvio invano, la spacciò per una«attrice molto cara al premier bulgaro». Tanto chi andava a controllare.

A VENEZIA PERÒ presiedeva la giuria Quentin Tarantino e si rischiava un bagno di sangue molto pulp. Così un incaricato ministeriale scese dal rigattiere e, pregandolo del più assoluto riserbo, commissionò una targa farlocca da 9 euro: loghi del Mibac e dell’ignara Unione europea, iscrizione “Action for Woman. Premio speciale della Biennale nel 60° anniversario della Convenzione europea sui diritti dell’uomo”. Fu poi addobbata una sala del Festival con finto pubblico, finta stampa, finti fotografi e cineoperatori, con l’aggiunta dei ministri Galan e Carfagna, del sottosegretario Giro (il vice-Bondi) e parlamentari (anche euro) Pdl sciolti. Per far numero vennero aviotrasportati last minute 32 bulgari, alloggiati ovviamente al Cipriani, pare a spese di lei. La Carfagna prese la parola tutta emozionata e «orgogliosa di poter omaggiare una ragazza così coraggiosa». Il Galan si congratulò a nome di Silvio, che poi intervenne in diretta via telefono. Quando “il Fatto” raccontò il tutto, la stampa berlusconiana stese un velo pietoso. Per qualche giorno. Poi riprese con l’incenso. «Mi attaccano perché vinco, sono condannata a vincere», dichiarò la Bonev al sempre disponibile “Giornale” di Sallusti nell’aprile 2011, quando il film uscì nelle sale. Costo per la Rai di Mauro Masi: 1 milione di euro. Incasso: 66 mila. Un bell’investimento. «Intenso dramma al femminile tratto dalla sua storia personale e ispirato al suo romanzo “Alberi senza radici” (Mondadori)», turibolò “Libero” di Belpietro. Intanto “il Giornale” la promuoveva con voti superiori a quelli tributati a Russell Crowe e Nicolas Cage fra gli attori e al regista iraniano Jafar Panahi, reduce dal gran premio della giuria a Berlino. Mica male per una “Re Mida al contrario” e “una specie di attrice”. Sic transit gloria Bondi.

29 ottobre 2013 © Riproduzione riservata
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« Risposta #209 il: Novembre 25, 2013, 04:18:56 »

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Scusaci, Renatino Squillante

di Marco Travaglio | 23 novembre 2013


Ci perdoni anche Corrado Carnevale, da noi per anni attaccato, criticato e addirittura chiamato “Ammazzasentenze” perché annullava in Cassazione le condanne dei mafiosi per vizi di forma (un timbro saltato, una pagina mancante), riceveva a casa sua i loro avvocati e sparlava al telefono di Falcone e Borsellino.

Ieri il Pg della Cassazione Gianfranco Ciani, quello che convocò Grasso su ordine di Napolitano e Mancino per parlare dell’avocazione dell’inchiesta sulla Trattativa, ha avviato l’azione disciplinare contro Antonio Esposito: la scusa è l’intervista rilasciata il 6 agosto al Mattino in cui il giudice avrebbe anticipato la sentenza Mediaset, ma la colpa vera è la sentenza Mediaset, cioè la condanna di B. Infatti Esposito non anticipava le motivazioni della sentenza Mediaset, anzi diceva il contrario di quel che avrebbe scritto nella sentenza Mediaset. E di B. non parlava proprio (è l’intervistatore che l’ha fatto credere appiccicando una domanda su B. a una risposta generica). Ma, anche se avesse parlato di B. e anticipato le motivazioni, Esposito non avrebbe commesso illecito disciplinare lo stesso, perché la legge punisce solo i giudici che parlano di un processo “non definito”, e il processo Mediaset era già definito dal dispositivo della sentenza letto in aula il 1 agosto.
Dunque, caro Carnevale, ci scusi tanto: nell’Italia delle larghe intese, il modello di giudice auspicato fin dai colli e dai palazzacci più alti è il suo: quello di chi le condanne eccellenti non le conferma, ma trova il modo di annullarle.

Mille scuse, infine, al giudice Renato Squillante, anche lui da noi ripetutamente attaccato soltanto perché, vicecapo dell’ufficio Istruzione e poi capo dell’ufficio Gip di Roma, faceva in modo di non arrestare o rinviare a giudizio i potenti, e aveva un conto in Svizzera comunicante con quello dell’avvocato Previti, insomma era a libro paga della Fininvest. Inezie, minuzie, quisquilie, pinzellacchere. Avevamo ingenuamente pensato che la sua condotta fosse incompatibile, non solo col Codice penale, ma anche con la Costituzione che vuole la legge uguale per tutti e tutti i cittadini uguali davanti a essa. Ci sbagliavamo: eravamo rimasti alla Costituzione del 1948, cioè alla versione non ancora aggiornata dai saggi ricostituenti.  Ora è ufficiale: non tutti sono uguali davanti alla legge. Aveva ragione lei, caro Squillante.

Guardi quel che sta accadendo in Sicilia ai suoi colleghi (ci scusi per l’indebito apparentamento) Di Matteo e Gozzo,isolati dallo Stato e minacciati dalla mafia perché si ostinano a cercare, a vent’anni e più dalle stragi, i mandanti occulti, i depistatori e i traditori che trescavano sottobanco con la mafia che aveva appena ucciso Falcone, Borsellino, le loro scorte e tanti altri cittadini innocenti, mentre pubblicamente fingevano di combatterla. L’altro giorno, nell’aula del processo Trattativa, a testimoniare solidarietà a Di Matteo c’erano soltanto il suo capo, Messineo, e un prete, don Luigi Ciotti.

Le alte discariche dello Stato che si mobilitano in assetto di guerra e scatenano la forza pubblica non appena compare sul web una frasetta non proprio encomiastica sul loro conto, hanno altro a cui pensare. Il nostro pensiero deferente e un po’ nostalgico corre dunque a lei, caro Renatino, che negli anni 80 e 90 precorse le larghe intese, evitò ogni “guerra fra giustizia e politica”, infatti non subì neppure un procedimento disciplinare né un monito presidenziale. Si conservi in buona salute: presto – eliminati gli Esposito, i Di Matteo, i Gozzo e le altre mele marce in toga – ci sarà ancora tanto bisogno di lei.

Il Fatto Quotidiano, 23 Novembre 2013

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/23/scusaci-renatino-squillante/788493/
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