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Autore Discussione: UMBERTO ECO.  (Letto 112787 volte)
Arlecchino
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« Risposta #180 inserito:: Febbraio 21, 2016, 11:17:22 pm »

L'articolo di Umberto Eco sull'Espresso su come prepararsi alla morte: "Convincendosi che tutti gli altri siano coglioni"

L'Espresso
Pubblicato: 20/02/2016 12:19 CET Aggiornato: 12 minuti fa ECO

Per l'Espresso, il 12 giugno 1997, lo scrittore Umberto Eco ha scritto un interessante articolo dal titolo "Come prepararsi alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo".
L'articolo è stato poi pubblicato nella raccolta "A passo di gambero". Eccone un estratto:

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: "Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?". Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.
Allo stupore di Critone ho chiarito. "Vedi," gli ho detto, "come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.

Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?"

Critone mi ha allora domandato: "Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?" Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perchè qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2016/02/20/umberto-eco-prepararsi-al_n_9280570.html?utm_hp_ref=italy&ir=Italy&ref=hfmvudbeh-1
« Ultima modifica: Febbraio 28, 2016, 11:50:12 pm da Arlecchino » Registrato
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« Risposta #181 inserito:: Febbraio 21, 2016, 11:26:51 pm »

La morte di Umberto Eco

È stato uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento, oltre che l'autore di "Il nome della Rosa"
Umberto Eco, morto a 84 anni
Lo scrittore e intellettuale Umberto Eco è morto venerdì notte a Milano.
La Stampa scrive che Gianni Coscia, avvocato e vecchio amico di Eco, ha detto, commentando la sua morte: «Sapevo che Umberto era malato da due anni di tumore, ma nessuno pensava che la sua fine sarebbe stata così imminente». Coscia scrive che «era uscito di casa per l’ultima volta a metà gennaio».
Sempre La Stampa scrive che “secondo voci vicine alla famiglia” Eco verrà commemorato martedì alle 15 a Milano, con rito civile.

Umberto Eco era nato il 5 gennaio 1932 ad Alessandria, dove suo padre lavorava in una ferramenta. Quando era già importantissimo e noto in Italia per il suo lavoro di studioso e linguista diventò famoso in tutto il mondo nel 1980 grazie al romanzo Il nome della Rosa, scritto dopo avere investito con l’editore Valentino Bompiani – della cui casa editrice fu condirettore dal 1959 al 1975 – sulla possibilità che anche nella società di massa si sarebbe potuto scrivere un best-seller senza venire meno alla qualità. Nel 1988 Umberto Eco pubblicò Il pendolo di Foucault, un altro best-seller mondiale. La sua attività di intellettuale e studioso era iniziata però molto prima, già negli anni Cinquanta: Eco si era laureato in filosofia con una tesi su Tommaso d’Aquino, poi entrò alla Rai e contribuì alla fondazione del cosiddetto “Gruppo ’63”. I suoi saggi e articoli sull’influenza dei mezzi di comunicazione di massa sulla cultura risalgono ai primi anni Sessanta.

Nel 1961 Umberto Eco pubblicò Diario minimo che conteneva il saggio, poi famosissimo, “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, in cui Eco spiegava che il motivo del successo del conduttore – e della televisione in generale – era la sua capacità di corrispondere e interpretare la medietà umana: e la capacità di affrontare seriamente e scientificamente un tema così “pop” divenne un tratto ammiratissimo della sua opera. Nel 1964 uscì Apocalittici e integrati: il titolo della raccolta fu scelto dall’editore Bompiani, mentre in un primo tempo Eco aveva scelto Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee. Anche in questa raccolta di saggi, Eco analizzava il rapporto tra cultura di massa e cultura cosiddetta colta, riprendendo le teorie sulla cultura bassa, media e alta espresse da Dwight Mac Donald nel 1962 nel saggio Against the American Grain: Essays on the Effects of Mass Culture.

Nello stesso periodo Umberto Eco cominciò a interessarsi di semiotica – lo studio dei segni – materia che insegnò all’università di Bologna a partire dal 1965, anche da direttore dell’Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS. All’insegnamento universitario e all’attività di studioso, Umberto Eco affiancò per molto tempo la collaborazione con i giornali, iniziata nel 1955 su L’Espresso, dove negli ultimi trent’anni ha tenuto la rubrica “La bustina di Minerva” sull’ultima pagina del giornale: la rubrica si occupava di politica, libri, cinema, fumetti con una libertà e una curiosità inizialmente insoliti per un intellettuale italiano.

Per Umberto Eco il lavoro intellettuale – ed è stato questo a renderlo unico rispetto agli altri studiosi della sua generazione – non poteva essere confinato in alcuna specializzazione. Eco voleva specializzarsi in tutte le discipline del sapere o almeno nel maggior numero possibile, non avendo paura di esprimersi sulla cultura in ogni sua forma, dalla televisione, al fumetto, dalla filosofia medievale alla letteratura contemporanea, dalle canzoni alla semiotica alla politica. Per esempio Eco firmò delle lettere aperte già sul caso Pinelli – l’anarchico morto precipitando da una finestra della questura di Milano nel 1969 – autodenunciandosi per solidarietà con il giornale Lotta Continua che accusò la polizia, mentre negli ultimi anni schierandosi su posizioni fortemente antiberlusconiane (fu tra i fondatori del movimento di intellettuali antiberlusconiani Libertà e Giustizia).

Nell’ottobre scorso Umberto Eco era stato tra i fondatori della Nave di Teseo, la casa editrice nata dall’uscita della direzione editoriale di Bompiani dopo l’acquisizione del gruppo RCS Libri da parte di Mondadori. Il nuovo libro di Umberto Eco dovrebbe essere tra i primi a uscire per la nuova casa editrice, che incomincerà a pubblicare in primavera.

Umberto Eco aveva una casa piena di libri ed era dotato di una memoria prodigiosa. Era un erudito e uno studioso, ma questo non gli ha impedito di essere divertente e curioso e di provare, sempre, a capire quello che gli succedeva intorno. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha scritto che Eco è stato un «Esempio straordinario di intellettuale europeo» e «univa una intelligenza unica del passato a una inesauribile capacità di anticipare il futuro». La notizia della morte sta avendo grande spazio sui principali siti d’informazione internazionali. Il Guardian ha definito Eco «uno dei più importanti nomi della letteratura internazionale» e il New York Times ne ha parlato come di «un esperto nell’arcano campo della semiotica». Daria Bignardi, la nuova direttrice di Rai 3, ha fatto sapere che questa sera ci sarà a Che tempo che fa “uno speciale ricordo” di Eco e che sarà trasmesso il film Il nome della rosa.

Da - http://www.ilpost.it/2016/02/20/umberto-eco-morto/
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« Risposta #182 inserito:: Febbraio 23, 2016, 10:22:42 am »

Gay Talese: “Povera Italia, senza Eco”
Lo scrittore americano: «Ha abbracciato la cultura popolare senza snobbarla, conquistando i lettori di tutto il mondo.
Per il vostro Paese la sua scomparsa è un disastro culturale»


22/02/2016
Paolo Mastrorilli
Inviato a New York

Gay Talese ha costruito la sua carriera sulle provocazioni, perciò gli viene naturale farlo anche in morte di Umberto Eco: «È stato il più alto esponente della cultura popolare in Italia, e fra i più alti al mondo. Lascia un vuoto incolmabile, soprattutto nel vostro Paese, perché dietro di lui non c’è nessuno in grado di continuare il suo lavoro fondamentale».

Talese, inventore con Tom Wolfe del «New Journalism» letterario, aveva incontrato di recente Eco: «Ho tenuto il discorso per la consegna dell’ultimo premio che aveva ricevuto a New York. Parlare con lui era sempre un’esperienza molto stimolante. È stato l’autore italiano più influente negli Stati Uniti, dai tempi di Alberto Moravia».

Non dimentica Italo Calvino? 
«No, assolutamente no. Calvino piaceva agli intellettuali raffinati e un po’ snob, alla New York Review of Books, all’Università di Harvard che lo ospitava per tenere conferenze di altissimo livello, ma non vendeva copie. Poco o niente. L’ultimo autore italiano che aveva avuto un vero grande successo di pubblico negli Stati Uniti era stato Moravia: dopo di lui, c’è stato solo Eco».

Vendere copie, successo di pubblico: non sono parametri che fanno inorridire i letterati? 
«Avere successo di pubblico significa avere successo, punto. Vuol dire essere stati capaci di comunicare e di interessare molte persone, che poi dovrebbe essere l’obiettivo di tutti gli scrittori. Se scrivi, lo fai perché pensi di avere qualcosa da dire, ed è importante che ci siano dei lettori interessati ad ascoltarti».

Perché Eco ha avuto questo successo in America? 
«Perché ha abbracciato la cultura popolare, alzandone il livello, invece di snobbarla. Questa è stata la sua vera grandezza. Intendiamoci: Eco era intelligente, colto, erudito, un intellettuale molto profondo e raffinato. Però non rifiutava la cultura popolare. Anzi, la faceva sua e la rendeva migliore. Gli altri intellettuali italiani amano scrivere cose complicate, incomprensibili, spesso illeggibili. Più sono difficili da capire, e meglio è. Così non vendono una copia. Lui invece faceva opere di grande qualità in termini di contenuto, ma anche molto belle da leggere». 

 Questo ha conquistato i lettori americani? 
«No, questo ha conquistato i lettori di tutto il mondo. C’è un aspetto fondamentale del lavoro di Eco, che bisogna sottolineare: amava raccontare, a differenza della maggior parte degli altri autori italiani, e anche europei. Questo fa una grossa differenza, quando sei uno scrittore».

Non è troppo severo? 
«No, è la verità. Eco apparteneva a una grande tradizione della cultura italiana, che includeva la letteratura e la poesia, ma anche l’arte e il cinema, da Fellini a tutti gli altri straordinari registi della stessa epoca. Erano artisti che potevano anche avere obiettivi e progetti diversi, ma possedevano tutti una grande capacità di raccontare, e quindi di comunicare quello che avevano in testa. Se il pubblico non ti segue, forse dovresti chiederti se sei tu che stai sbagliando qualcosa, invece di lamentarti delle fortune degli altri».

Però lo hanno ignorato per il Nobel. 
«Non è l’unico, purtroppo. Ma credo che il valore del suo lavoro si misuri meglio con le dimensioni innegabili del suo successo internazionale». 

Perché la sua morte lascia un vuoto incolmabile? 
«Il lavoro di Eco era fondamentale non solo per la sua qualità, ma anche per il messaggio che lanciava all’intera comunità intellettuale, sfidandola ad avere il coraggio di misurarsi con la cultura popolare, abbracciare generi diversi, cercare di comunicare con tutti. Il vuoto che lascia è incolmabile perché per svolgere un compito di questo genere servono qualità straordinarie, che non vedo in nessun altro autore dopo di lui. E questo vale soprattutto per l’Italia, dove la sua scomparsa rappresenta davvero una perdita enorme. Direi quasi un disastro culturale». 

Perché? 
«Cosa rimane, ora? L’Italia è stato il Paese dove ha avuto origine buona parte della cultura occidentale, e fino a mezzo secolo fa aveva ancora delle eccellenze internazionali, di cui Eco faceva parte. Mi riferisco alla letteratura, all’arte, alla grande e varia tradizione del cinema, dal neorealismo a Fellini, passando per tutti gli altri grandi registi che hanno lasciato un segno nell’immaginario del mondo intero. Ora cosa rimane? Avete ancora la moda, e poco altro. Eco non era importante solo per il valore della sua produzione letteraria, ma anche perché rappresentava uno stimolo, una sfida lanciata alla cultura italiana, affinché avesse il coraggio di aprirsi, sperimentare, cercare l’innovazione in tutti i settori. Per questo è una perdita enorme per il vostro Paese. La sua morte rappresenta la fine di un’era, e dietro non c’è molto altro per continuare quella tradizione di successo. L’unica speranza è che la sua scomparsa rappresenti uno stimolo, un elemento di riflessione, per spingere l’Italia rilanciare una vita culturale più intensa e coraggiosa».
Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2016/02/22/cultura/gay-talese-povera-italia-senza-eco-MriQlX6EROp4TpbsDHzeuJ/pagina.html
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« Risposta #183 inserito:: Febbraio 23, 2016, 10:52:50 am »

Domenica, 21 Febbraio 2016    

 ilsole24ore.com

Sapeva bene di essere il più famoso, il più importante, il più conosciuto al mondo, intellettuale italiano. E anche su questo amava fare dell'autoironia. Come si legge nelle pagine che seguono, Umberto Eco, nonostante la sua impressionante notorietà, ha mantenuto le abitudini di sempre. In primis, certo, l'amore per i libri, per i saperi che essi veicolano, ma anche per il lavoro editoriale ben fatto. Uomo di grande erudizione, e prima di questo filosofo e cultore di un pensiero critico che invitava a esercitare su ogni cosa, nel suo agire intellettuale era animato da un sano edonismo. L'importante è divertirsi. Sempre e comunque, o quasi. Ma il divertimento deve essere della più alta qualità. E orientato alla massima serietà, ispirato da una vocazione morale che miri a far sì che a divertirsi, e a imparare divertendosi, siano anche gli altri. Filosofo, semiologo, medioevista, giovanissimo autore Rai, linguista, enciclopedista, scrittore, bibliofilo, professore universitario, direttore editoriale, brillantissimo saggista e conferenziere, animatore del Gruppo '63, del Dams, delle facoltà di Scienza della comunicazione e di Libertà e Giustizia. Tante, troppe definizioni che ci depistano dal suo atteggiamento di fondo. Che è quello di un buon professore, di un “buon maestro”, come ce ne sono pochi. Di quelli che - come ebbi modo di scrivere per il suo ottantesimo compleanno - sono in grado di salvarti la vita. Mettiamo tra parentesi per un momento il Trattato di semiotica generale, la Rosa e l'Ornitorinco, e pensiamo a un libro del 1977, momento di massimo spaesamento di un'università divenuta velocemente da super elitaria a ultra massificata, intitolato Come si fa una tesi di laurea. Era pieno di arguzia e di umorismo, di letteratura e di filosofia, ma soprattutto di istruzioni per l'uso. Ecco cosa ci mancherà, caro Umberto: la tua capacità di farci sentire la tua indubbia, un po' altezzosa, superiorità intellettuale (che molti ti hanno rimproverato) unita alla sensazione che, a prenderti sul serio insieme a tutti i tuoi deliziosi giochi, tutti possiamo godere con te dei piaceri della cultura.
   
Armando Massarenti - Responsabile il Sole24 Ore - Domenica

 

@massarenti24
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« Risposta #184 inserito:: Febbraio 26, 2016, 11:55:52 am »

La nostra storia
Umberto Eco: "Che bell’errore!": ecco la sua prima storica Bustina di Minerva
Era il 31 marzo 1985.
Ripubblichiamo qui la prima delle celebri rubriche ospitate sull'ultima pagina de "l’Espresso". Dove si celebravano lo sbaglio e il caso come strumenti di scoperta

Di Umberto Eco 
26 febbraio 2016

Sto iniziando una rubrica. Mi è accaduto altre volte e ho sempre avuto la forza di smettere nel giro di un anno. L’appuntamento settimanale corrode. Questa volta forse smetterò prima, provo soltanto, per far piacere al Direttore, uomo potentissimo e vendicativo, e in vena di novità.

L’intitolo alla bustina di Minerva, senza riferimenti alla dea della sapienza, bensì ai fiammiferi. Quando capita che la bustina abbia il lembo interno vergine di pubblicità, gli uomini pensosi usano appuntarvi idee vaganti, numeri di telefono di donne che un giorno sarà opportuno amare, titoli di libri da comperare, o da evitare. Valentino Bompiani scriveva (e forse scrive ancora) le idee che gli passavano per la testa sul retro delle scatole di raffinatissime sigarette turche. Credo conservi migliaia di ritagli di scatole nei suoi archivi, e molte delle sue iniziative editoriali sono cominciate così. Dal numero delle schede accumulate felicemente, direi che il fumo non fa male.

Ritengo sia utile appuntare idee sulle bustine di Minerva, e anche Husserl faceva qualcosa del genere. A Lovanio non hanno ancora finito di decifrare tutto quello che ha scritto, e il rettore di quella università, che deve stanziare i fondi per la ricerca su quei crittogrammi, mi diceva tra il preoccupato e il faceto che un uomo che ha scritto tanti foglietti (credo siano centomila) non può sempre aver scritto delle cose sensate. Però le cose che ha pubblicate sono piene di senso. Questo significa che l’umanità pensante si divide tra chi si limita ai Minerva e chi poi coordina questi appunti in un discorso organico. Lì vengono i nodi al pettine.

Per intanto bustine: sull’ultimo libro non letto, sull’intuizione che ci ha attraversato la mente in autostrada mentre si frenava per non finire in coda a un Tir, sull’essere e il nulla, sui passi celebri di Fred Astaire. Poi si vedrà.

Primo pensiero. Sto seguendo il Colombo televisivo, né intendo rubare il mestiere al titolare della rubrica apposita. Semplicemente (e accade ogni qual volta si rilegge la storia di Colombo) stupisce quanto si possa andare lontano con una idea sbagliata. Anzi, con un pacchetto di idee tutte sbagliate: sbagliato il calcolo delle dimensioni della terra, sbagliato il credito dato a certi cartografi, sbagliato il progetto di redenzione dei selvaggi asiatici, sbagliato persino l’investimento economico. Povero Cristoforo finito poi così tristemente. Eppure, la sua scoperta ha rivoluzionato il nostro millennio.

Per questo genere di scoperte, fatte per sbaglio, gli inglesi hanno un termine che non esiste nel nostro lessico se non per ricalco: “serendipità”. È curioso che il termine si formi nel lessico inglese, a causa della storia dei tre principi di Serendip scritta nel Settecento da Horace Walpole. Perché di fatto la storia di questi tre principi, che trovano qualcosa cercando qualcosa d’altro, viene da una antica novella persiana, poi tradotta in italiano nel Rinascimento, poi passata alle altre culture europee, come anche ci ripeteva Carlo Ginzburg nel suo famoso saggio sul paradigma indiziario.

Il fatto è che tutte le grandi scoperte avvengono per una certa qual forma di serendipità. E non sto solo pensando a Madame Curie che lascia la pecblenda sul comodino per disattenzione, o allo sciagurato Bertoldo il Nero che cerca la polvere di proiezione e scopre la polvere da sparo. Ogni grande scoperta avviene perché lo scienziato (o il filologo, o il detective) invece di seguire le vie normali di ragionamento si diverte a pensare che cosa succederebbe se si ipotizzasse una legge del tutto inedita e puramente possibile, la quale però fosse capace di giustificare - se fosse vera - i fatti curiosi a cui con le leggi esistenti non si riesce a dare spiegazione. Ma questa legge inedita non viene fuori al primo colpo: si va per così dire per farfalle, si passeggia con la mente in territori altrui. In fondo il pensatore creativo è colui che decide di fare, ma scientemente, quello che Colombo ha fatto per sbaglio: «Visto che non trovo una risposta a questo problema, perché non cerco la risposta a un altro problema, magari del tutto extravagante?».

Allenarsi a rischiare errori, con la speranza che alcuni siano fecondi. In fondo anche scrivere sulle bustine di Minerva può avere la stessa funzione. Dipende naturalmente se ci scrive Kant o se ci scrivo io (a cui Luis Pancorbo ha attribuito una volta l’angoscioso pensiero: «I can’t be Kant»).

Certe volte temo che chi non scopre mai niente sia colui che parla solo quando è sicuro di aver ragione. È mica vero quel che ci raccomandavano i genitori: «Prima di parlare pensa!». Pensa, certo, ma pensa anche ad altro. Le idee migliori vengono per caso. Per questo, se sono buone, non sono mai del tutto tue.

© Riproduzione riservata
26 febbraio 2016

Da - http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2016/02/25/news/umberto-eco-che-bell-errore-prima-bustina-minerva-1.251605?ref=HRBZ-1
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« Risposta #185 inserito:: Febbraio 27, 2016, 05:48:07 pm »

12 motivi per considerare Eco un genio

Pubblicato: 23/02/2016 09:54 CET Aggiornato: 23/02/2016 09:54 CET

Non ce l'ho fatta a trattenermi dopo aver letto numerosi commenti sui social relativi alla morte di Umberto Eco. Mi rendo conto che ormai è un ambito dominato da dinamiche rituali assurde, senza alcuna pertinenza con la realtà, però da lettore di Eco non potevo tacere.

Innanzitutto c'è questa nuova moda un po' snob di stare a bacchettare gli afflati retorici dovuti alla morte di un grande personaggio (cosa che è già capitata di recente con David Bowie) e che forse tradisce una grande nostalgia di elitismo intellettuale in questo panorama di populismo kitsch.

Ma veniamo a Eco. Occorre fare chiarezza su alcune cose: se è molto ma molto riduttivo liquidarlo come un romanziere manierista e alessandrino, è davvero un orrore scientifico sostenere come alcuni fanno che non abbia contribuito allo sviluppo di alcuna nozione scientifica. Se sulla prima posizione posso limitarmi a dire che può essere una questione di gusti, la seconda è una semplice questione di ignoranza. Cercherò pertanto di elencare alcuni motivi del valore filosofico e scientifico di Eco, senza nessuna pretesa di esaustività ma solo sulla base della mia personalissima frequentazione dei suoi testi da quando avevo circa venti anni.

1) Eco resta uno dei massimi esperti di estetica medievale degli ultimi 50 anni, non esiste ricerca in questo campo che non lo citi;

2) Eco ha il merito di aver contribuito allo sviluppo di una estetica contemporanea non crociana in un momento in cui il crocianesimo era egemone e parrocchia;

3) Eco ha introdotto categorie di analisi dell'industria culturale che sono ormai classiche quanto il Super Io di Freud in psicologia e mi riferisco ad espressioni come "apocalittici e integrati", "superuomo di massa", "opera aperta", piacciano o non piacciano esistono;

4) Eco ha introdotto in Italia la semiotica, nello specifico quella di indirizzo analitico e ne è stato uno dei massimi studiosi a livello mondiale;

5) Come conseguenza o in abbinamento al punto precedente, Eco ha introdotto in Italia il pensiero di autori come Peirce, del quale non è stato solo un promotore italico ma uno dei massimi studiosi a livello internazionale;

6) Eco ha partecipato come critico dei costumi italiani inventandosi una nuova forma di pamphlet saggio quasi sconosciuta nel nostro paese, peraltro facendoci ridere tanto;

7) In ambito filosofico, insieme ad altri autorevoli esperti come Garroni, ha approfondito e riproposto il tema dell'attualità del trascendentalismo kantiano come questione centrale dei processi di classificazione razionale e di organizzazione dell'esperienza (mi riferisco al libro Kant e l'ornitorinco);

Fico Con grande acume ha approfondito aspetti della storia delle idee del Seicento, occupandosi con grande competenza di autori come Athanasius Kircher;

9) Allo stesso modo si è occupato della teoria della cospirazione e delle logiche sociali legate alle organizzazioni esoteriche moderne e contemporanee;

10) Ha svolto costantemente una azione di critica degli aspetti più autoritari della società italiana con testi come Pampini bugiardi oppure con i saggi sulla semiotica del fascismo;

11) Sempre in questa direzione per primo ha parlato del "populismo mediatico" italiano;

12) Parallelamente a tutte queste cose, ciascuna delle quali basterebbe a far fare una carriera straordinaria a ciascuno di noi, Eco è stato un divulgatore rigorosissimo dal primo e rivoluzionario manuale di storia dell'arte con Eugenio Battisti pensato per le medie ma così ben riuscito da essere adottato all'università, alle recenti enciclopedie del Medioevo, dell'Antichità, del Rinascimento, che sono un ottimo modo per conoscere quelle realtà storiche.

Ora questi sono solo alcuni dei motivi per cui Eco resta il più importante e conosciuto intellettuale italiano degli ultimi decenni. E non ho fatto riferimento all'Eco romanziere la cui fama tutti conosciamo. La cosa che mi viene da aggiungere come conclusione: tutta questa stizza e acredine tese alla diminuzione del personaggio sono fondate sulla conoscenza del personaggio? Oppure è solo un modo per liquidarlo sulla base di impressioni e di antipatie soggettive, magari anche alimentate da una certa spocchia dello stesso personaggio?

Mettetevi l'anima in pace, Eco poteva apparire spocchioso ma restava geniale.

Da -http://www.huffingtonpost.it/manuel-anselmi/12-motivi-per-considerare-eco-un-genio_b_9295722.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #186 inserito:: Febbraio 28, 2016, 11:51:17 pm »

Umberto Eco, esce il nuovo libro Pape Satan Aleppe per sopravvivere alla liquefazione della società

Pubblicato: 26/02/2016 15:36 CET Aggiornato: 26/02/2016 15:51 CET

Essere consapevoli "che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti". È l'unico modo che abbiamo per sopravvivere, nell'interregno in cui ci troviamo, alla liquefazione. Umberto Eco ci lascia questo grande messaggio nel suo ultimo libro dal titolo dantesco (Inferno, VII, 1) 'Pape, Satan, Aleppe', che esce oggi, a una settimana dalla sua morte, avvenuta il 19 febbraio. S'inaugura così La nave di Teseo, la nuova avventura editoriale che ha fondato con Elisabetta Sgarbi, direttore generale ed editoriale.

"Cronache di una società liquida non a caso è il sottotitolo di questo libro in cui Eco ha raccolto, come spiega nella prefazione, le Bustine di Minerva degli ultimi 15 anni. "Dal 2000 al 2015, calcolando ventisei Bustine all'anno, di Bustine ne avevo scritte più di quattrocento e ho ritenuto che alcune fossero ancora ricuperabili. Mi pare che tutte (o quasi tutte) quelle che raccolgo in questo libro possano essere intese come riflessioni sui fenomeni della nostra 'società liquida', di cui parlo in una delle Bustine più recenti, che pongo a inizio della serie" dice l'autore de 'Il nome della rosa'. Fino all'ultimo lo scrittore ha lavorato a 'Pape Satan Aleppe' che aveva rivisto, corretto e consegnato e per il quale aveva scelto un titolo in cui c'è tutta la confusione e la "sconnessione" che viviamo. Sono parole, come spiega Eco nella prefazione, che "confondono le idee, e possono prestarsi a qualunque diavoleria. Mi è parso pertanto comodo usarle come titolo di questa raccolta che, non tanto per colpa mia quanto per colpa dei tempi, è sconnessa, va - come direbbero i francesi - dal gallo all'asino, e riflette la natura liquida di questi quindici anni".

La passeggiata di Umberto Eco nel suo "bosco narrativo"

L'uscita era prevista a maggio, e farlo arrivare in libreria a così pochi giorni dalla morte di Eco, è stata davvero una corsa contro il tempo per gli amici con cui era salito su La nave di Teseo, fra i quali l'editor di una vita Mario Andreose che ne ha parlato come un'opera di grande "intrattenimento" con alcune parti di "pura comicità". Come quella in cui Eco dice di Papa Francesco: "Credo che si sbagli a considerarlo un gesuita argentino: è un gesuita paraguayano. È impossibile che la sua formazione non sia stata influenzata dal "sacro esperimento" dei gesuiti del Paraguay". Ci sono molti parti in cui viene ridicolizzata la banalità che ci circonda. Così, alla frequente domanda su quale sia il libro preferito risponde: "attendo con impazienza il libro che sconvolgerà i miei cento anni". L'idea di società liquida, che come ricorda Eco, dobbiamo a Zygmunt Bauman, percorre tutto il libro in cui viene raccontato il crollo delle ideologie, dei partiti, delle memorie. Siamo in un mondo in cui si è persa la certezza del diritto, dove domina l'individualismo sfrenato, il consumismo che rende subito gli oggetti obsoleti. Un vuoto in cui l'unico punto di riferimento è l'apparire a tutti i costi. "A questo bambino che cresce parrà allora naturale vivere in un mondo dove il bene primario (ormai più importante del sesso e del denaro) sarà la visibilità" scrive Eco rivolgendosi al nipotino nella sezione "Fare ciao ciao con la manina".

Questa raccolta diventa così un viaggio che ci mostra chi siamo e in che realtà ci muoviamo, dove protagonista è anche l'invasione della tecnologia. "I giornali sono spesso succubi della rete" dovrebbero invece dice Eco nella Bustina che chiude il libro "dedicare almeno due pagine ogni giorno all'analisi di siti Web (così come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni".

Da - http://www.huffingtonpost.it/2016/02/26/umberto-eco-libro_n_9326394.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001
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