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Autore Discussione: UMBERTO ECO.  (Letto 112784 volte)
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« Risposta #165 inserito:: Ottobre 28, 2013, 08:56:05 am »

Umberto Eco
La bustina di minerva

Proust e i “boches”

Quello dell’identità europea è un problema antico. Ma il dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali esiste da tempo. E su di esso si fonda una comunità che resiste alla più grande barriera: quella linguistica

Quelli che fanno il mio mestiere compiono sforzi ciclopici per sfuggire a convegni, simposi, interviste intorno al tema ossessivo dell’identità europea. È un problema antico ma che si è arroventato negli ultimi anni in cui molti la negano. È singolare che tra chi rifiuta una identità europea e vorrebbe il continente dissolto in tante piccolissime patrie, militino sovente persone di scarso spessore culturale, le quali, a parte la loro xenofobia quasi genetica, non sanno che è dal 1088, quando nasce l’università di Bologna, che “clerici vagantes” di ogni tipo viaggiano da università a università, da Uppsala a Salerno, parlandosi nella sola lingua comune che conoscessero, il latino. Se ne trae l’impressione che a sentire l’identità europea siano solo le persone colte. È triste, ma basta per cominciare.

IN PROPOSITO VORREI CITARE alcune pagine del “Tempo ritrovato” di Proust. Siamo a Parigi durante la prima guerra mondiale, di notte la città teme le incursioni degli Zeppelin e l’opinione pubblica attribuisce agli odiati “boches” ogni sorta di crudeltà. Ebbene, nelle pagine proustiane si respira un’aria di germanofilia, che traspare nelle conversazioni dei personaggi. È germanofilo Charlus, anche se la sua ammirazione per i tedeschi sembra dipendere non tanto da identità culturale quanto dalle sue preferenze sessuali: «“La nostra ammirazione per i francesi, diceva, non deve indurci a disprezzare i nostri nemici. Non sapete quale soldato sia il soldato tedesco, non l’avete visto come me sfilare a passo di parata, al passo dell’oca”. Ritornando a quell’ideale di virilità a cui mi aveva accennato a Balbec… mi diceva: “Guardate che bel maschio è il soldato tedesco, un essere forte, sano, che pensa solo alla grandezza del proprio paese, Deutschland über Alles”».

Passi per Charlus, anche se già nei suoi discorsi filoteutonici si agitano alcune reminiscenze letterarie. Ma parliamo piuttosto di Saint-Loup, bravo soldato che morirà in combattimento. «(Saint Loup) per farmi capire certe opposizioni d’ombra e di luce che erano state “l’incantesimo della sua mattinata” … non esitava a fare allusioni a una pagina di Romain Rolland, o addirittura a Nietzsche, con quella libertà di coloro che stavano in trincea e che, a differenza di chi stava nelle retrovie, non avevano affatto paura di pronunciare un nome tedesco… Saint-Loup mi parlava di una melodia di Schumann, non ne citava il titolo se non in tedesco e non usava circonlocuzioni per dirmi che quando, all’alba, aveva inteso il primi cinguettii ai bordi d’una foresta, era stato inebriato come se gli avesse parlato l’uccello di quel “sublime Sigfrido” che egli sperava ascoltare di nuovo dopo la guerra». O ancora: «Appresi, in effetti, della morte di Robert de Saint-Loup, ucciso all’idomani del suo ritorno al fronte, mentre proteggeva la ritirata dei suoi uomini. Mai qualcuno aveva nutrito meno di lui l’odio verso un popolo... Le ultime parole che avevo udito uscire dalla sua bocca, sei giorni prima, erano quelle che accennavano a un “lied” di Schumann e che sulle scale mi canticchiava in tedesco, tanto che l’avevo fatto tacere a causa dei vicini». E Proust si affrettava ad aggiungere che tutta la cultura francese non si vietava di studiare, anche allora, la cultura tedesca, se pure con qualche precauzione: «Un professore scriveva un libro notevole su Schiller, recensito sui giornali. Ma prima di parlare dell’autore del libro, si scriveva, come fosse un’autorizzazione a stampare, che era stato sulla Marna, a Verdun, che aveva avuto cinque encomi, e due figli uccisi. Dopo, si lodava la chiarezza e la profondità della sua opera su Schiller, che si poteva qualificare come un grande purché si dicesse, invece di “questo grande tedesco”, “questo grande boche”».

ECCO CHE COSA STA ALLA BASE dell’identità culturale europea, un lungo dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali. Niente che si possa cancellare malgrado una guerra, e su questa identità si fonda una comunità che resiste alla più grande delle barriere, quella linguistica.
22 ottobre 2013 © Riproduzione riservata

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2013/10/16/news/proust-e-i-boches-1.137843
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« Risposta #166 inserito:: Ottobre 28, 2013, 08:58:01 am »

Umberto Eco
La bustina di minerva

Elogio del classico
Chi ha fatto buoni studi, se non è capace di fare bene i mestieri esistenti, è più aperto ai mestieri di domani

Si legge che diminuiscono sensibilmente le iscrizioni al liceo classico Quello che rende perplessi è che la ragione addotta è che non offre sbocchi professionali. Mi pare che, se uno intende arrestarsi alla maturità senza entrare all’università, il classico offra le stesse possibilità di ogni altro liceo. Se si cerca un lavoro immediato dopo le medie superiori allora è meglio un buon diploma di ragioniere o di geometra, professioni di cui si ha sempre bisogno. Se invece si pensa all’università, il classico offre la possibilità di fare qualsiasi facoltà, ingegneria compresa, e quindi il problema non esiste, ovvero si sposta sugli sbocchi professionali dopo l’università, ed è certo che forse diventare dentista piuttosto che professore di filosofia apre maggiori possibilità di comperarsi una barca. Ma so di gente laureata in lettere che ha fatto grandi carriere, in banca e alle massime magistrature dello Stato, si veda, tanto per dirne una, Ciampi. Pertanto nasce il sospetto che la differenza noi sia tra l’educazione classica e quella no, bensì tra avere la testa di Ciampi o quella di qualcun altro.

Ma non vorrei fare del razzismo. Ricordo che il vecchio Adriano Olivetti, quando si stava non solo costruendo (ancora) delle macchine da scrivere, ma già si lavorava ai primi grandi computer, quelli che occupavano uno stanzone e funzionavano ancora a valvole e schede perforate, assumeva certamente dei bravi ingegneri, altrimenti i computer non li avrebbe mai costruiti, ma non aveva esitazioni ad assumere un laureato che avesse fatto una tesi eccellente sui dialetti omerici. Lo mandava a farsi pratica in fabbrica per sei mesi, lavorando da operaio (ma più che altro per fargli capire cos’era una industria) ma poi lo metteva a lavorare ai grandi progetti, o addirittura all’amministrazione. Ricordo che aveva così formato un futuro grande manager che aveva fatto una tesi su Hegel.

Perchè Olivetti faceva così? Perché aveva già capito che una buona educazione (media e universitaria) non insegna solo a fare quello che si sa già (e certamente una scuola per elettricisti deve anzitutto insegnare a riparare un impianto elettrico così come si presenta oggi), ma a essere abbastanza immaginativi per capire dove va a parare il futuro (e il buon elettricista dovrebbe avere abbastanza flessibilità e fantasia per capire cosa potrebbe accadere se domani l’illuminazione e il riscaldamento non fossero più prodotti dall’energia elettrica).

Prepararsi al domani vuole dire non solo capire come funziona oggi un programma elettronico ma concepire nuovi programmi. E accade che gli studi classici (compreso sapere che cosa aveva detto Omero, ma soprattutto la capacità di lavorare filologicamente su un testo omerico - e avere fatto bene filosofia e un poco di logica) sono quelli che ancora possono preparare a concepire i mestieri di domani.
Certamente vorrei un classico concepito in modo più moderno di quello ideato nel secolo scorso da Gentile (che poco aveva compreso delle scienze), dove ci fosse un poco più di matematica, e naturalmente di lingue contemporanee oltre al greco (e forse si potrebbe superare la distinzione artificiosa tra classico e scientifico), ma chi ha avuto una buona educazione classica ha sempre trovato qualcosa da fare, anche se non era quello che tutti si aspettavano in quel momento.

Solo chi ha il respiro culturale che può essere offerto da buoni studi classici è aperto all’ideazione, all’intuizione di come andranno le cose quando oggi non lo si sa ancora.

In altre parole, vorrei dire che chi ha fatto buoni studi classici, se non è forse capace di fare bene i mestieri esistenti, è più aperto ai mestieri di domani e forse capace di idearne alcuni.

Ma certamente è una sfida. Chi ha paura del classico è meglio prenda altre strade, perché la vita è crudele e – anche se non è politicamente corretto dirlo -appartenere alle élites è rischioso e faticoso. Si può avere una vita felice a soddisfazioni anche estetiche studiando ebanisteria, e guai se non ci fosse chi lo fa.
03 ottobre 2013 © Riproduzione riservata

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2013/10/03/news/elogio-del-classico-1.135815
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« Risposta #167 inserito:: Ottobre 28, 2013, 09:24:05 am »

CULTURA
22/10/2013 - INTERVISTA

Umberto Eco: aiuto, perdiamo

«Stiamo usando male le nostre risorse». Si riferisce all’istruzione e alla ricerca, Umberto Eco, quando lancia questo monito. E poi ricorda la battuta dell’allora ministro Tremonti, mentre tagliava il bilancio nel governo Berlusconi: «Qualcuno è andato a dire che con la cultura non si mangia, quando ci sono Paesi come la Francia che invece ci mangiano tantissimo».
 
Eco ha appena pubblicato in Italia la Storia delle terre e dei luoghi leggendari (Bompiani), ma a New York è venuto per tenere una lectio magistralis all’Onu intitolata «Against the loss of memory», contro la perdita della memoria, e presentare EncycloMedia, la nuova enciclopedia digitale realizzata in collaborazione con la EM Publishers di Corrado Passera e con Danco Singer. Lo incontriamo dopo un evento organizzato alla missione italiana dall’ambasciatore Sebastiano Cardi.
 
Cosa c’è di male se uno cerca su Internet quando Nixon è stato presidente degli Stati Uniti? 
«Niente, di per sé. Ho sempre detto che una persona colta non è quella che sa la data di nascita di Napoleone, ma quella che sa trovarla in cinque minuti. Però non si può partire dal nulla: quando uno non ha nemmeno idea se Nixon è venuto prima o dopo Kennedy, qualcosa non funziona».
 
Stiamo perdendo la memoria in generale, o la memoria di qualità, a causa dell’abbondanza di informazioni presenti nella rete? 
«Tutt’e due. Spesso arrivano questi test in cui scopriamo che gli studenti universitari non sanno nemmeno chi era De Gasperi».
 
Che problemi genera, questa perdita della memoria? 
«Facciamo un paio di esempi pratici: se Hitler avesse letto Guerra e pace, avrebbe capito che invadere la Russia non era una buona idea. Se Bush avesse letto i libri di storia sulle invasioni occidentali dell’Afghanistan, avrebbe fatto scelte diverse».
 
Le polemiche scoppiate per il funerale di Priebke sono un esempio dei danni provocati dalla perdita della memoria? 
«Sono un problema di ordine pubblico. Non credo che la memoria dei suoi atti sia andata perduta». 
 
Quindi EncycloMedia offre informazioni vaste come quelle di Internet, tipo Wikipedia, però filtrate e garantite. 
«Questo è un punto, certo. Il problema di Internet è la vastità e l’incertezza delle fonti. Nello stesso tempo, però, EncycloMedia permette di fare collegamenti che la rete non consente. Uno su Internet trova Beethoven, però non sa se componendo l’Eroica aveva in mente Napoleone. Con noi può scoprirlo».
 
Il mondo è dominato da «Big Data», le informazioni su tutto e su tutti, usate anche dalla politica. È una minaccia per la privacy? 
«Della privacy non me ne frega più niente. Un marito deve uscire di casa dicendo che sta andando a trovare l’amante, così tutto è pubblico e tutto ridiventa privato, perché nessuno gli crede. Io sono un utente di Internet, ma sono un privilegiato, perché ho un’educazione che mi consente di filtrare. La televisione è stata un bene per i poveri, perché ha insegnato loro l’italiano, e un male per i ricchi, che invece di andare all’opera sono stati costretti a guardare i suoi programmi. Internet è il contrario: un bene per i ricchi, che sanno come usarlo, e un male per i poveri, naturalmente non i poveri in senso economico, che non sanno distinguere».
 
Ma «Big Data» non le fa paura? 
«Non è un problema culturale, ma politico. Cosa vuol dire vivere in una società dove tutti sanno che alle 18,30 ho preso l’autostrada per Varese? La mia impressione è che raccogliendo tutti questi dati, alla fine non interesseranno più a nessuno».
L’informazione oggi viaggia anche sui social media, ma scrittori come Jonathan Franzen dicono che sono dannosi. Lei cosa ne pensa? 
«Non sono su Facebook, non sono Linkedin, non sono su nulla. La cosa non mi interessa, non mi lascio distrarre».
 
Lei è venuto all’Onu in un momento di grande incertezza: sembra che nessuno governi più il mondo. Questo disorientamento nasce anche dall’eccesso di informazione, spesso sbagliata? 
«Un principio di anarchia c’è, ma non mi sento di dare una risposta».
 
L’Italia sembra più smarrita degli altri, o comunque più arretrata. 
«Il problema culturale tecnico è che siamo meno cablati di tanti altri Paesi. Pensavamo di stare meglio della Francia, che invece è cablatissima. Questo piano piano ci porrà in una situazione di svantaggio, di disagio, e quindi bisognerebbe pensarci. Ma fa parte del problema generale dell’educazione e della ricerca». 
 
È un ritardo che ci penalizza sul piano globale? 
«In questo momento sì. Certamente c’è un gap nell’educazione, quando non si finanzia abbastanza la ricerca. Qualcuno è andato a dire che con la cultura non si mangia, mentre Paesi come la Francia ci mangiano tantissimo. Stiamo usando male le nostre risorse».
 
Il ritardo nell’istruzione e nella ricerca è l’emergenza principale per l’Italia? 
«È una delle tante. Ne abbiamo diecimila, dalle tasse alla disoccupazione».
 
Qualche tempo fa lei si era definito un «ottimista tragico». È ancora così, o sta prevalendo il pessimismo? 
«Sto cercando ancora di essere un ottimista, tragico».
 
Quindi ce la caveremo, nonostante i ritardi dell’Italia? 
«Forse sì. E se non ve la cavate, io non ci sarò più».

Da - http://www.lastampa.it/2013/10/22/cultura/umberto-eco-aiuto-perdiamo-la-memoria-fmRoggCRoK4tAzpR1o7VRN/pagina.html
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« Risposta #168 inserito:: Novembre 01, 2013, 05:58:39 pm »

Umberto Eco
La bustina di minerva

Proust e i “boches”

Quello dell’identità europea è un problema antico. Ma il dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali esiste da tempo. E su di esso si fonda una comunità che resiste alla più grande barriera: quella linguistica
   
Quelli che fanno il mio mestiere compiono sforzi ciclopici per sfuggire a convegni, simposi, interviste intorno al tema ossessivo dell’identità europea. È un problema antico ma che si è arroventato negli ultimi anni in cui molti la negano. È singolare che tra chi rifiuta una identità europea e vorrebbe il continente dissolto in tante piccolissime patrie, militino sovente persone di scarso spessore culturale, le quali, a parte la loro xenofobia quasi genetica, non sanno che è dal 1088, quando nasce l’università di Bologna, che “clerici vagantes” di ogni tipo viaggiano da università a università, da Uppsala a Salerno, parlandosi nella sola lingua comune che conoscessero, il latino. Se ne trae l’impressione che a sentire l’identità europea siano solo le persone colte. È triste, ma basta per cominciare.

IN PROPOSITO VORREI CITARE alcune pagine del “Tempo ritrovato” di Proust. Siamo a Parigi durante la prima guerra mondiale, di notte la città teme le incursioni degli Zeppelin e l’opinione pubblica attribuisce agli odiati “boches” ogni sorta di crudeltà. Ebbene, nelle pagine proustiane si respira un’aria di germanofilia, che traspare nelle conversazioni dei personaggi. È germanofilo Charlus, anche se la sua ammirazione per i tedeschi sembra dipendere non tanto da identità culturale quanto dalle sue preferenze sessuali: «“La nostra ammirazione per i francesi, diceva, non deve indurci a disprezzare i nostri nemici. Non sapete quale soldato sia il soldato tedesco, non l’avete visto come me sfilare a passo di parata, al passo dell’oca”. Ritornando a quell’ideale di virilità a cui mi aveva accennato a Balbec… mi diceva: “Guardate che bel maschio è il soldato tedesco, un essere forte, sano, che pensa solo alla grandezza del proprio paese, Deutschland über Alles”».

Passi per Charlus, anche se già nei suoi discorsi filoteutonici si agitano alcune reminiscenze letterarie. Ma parliamo piuttosto di Saint-Loup, bravo soldato che morirà in combattimento. «(Saint Loup) per farmi capire certe opposizioni d’ombra e di luce che erano state “l’incantesimo della sua mattinata” … non esitava a fare allusioni a una pagina di Romain Rolland, o addirittura a Nietzsche, con quella libertà di coloro che stavano in trincea e che, a differenza di chi stava nelle retrovie, non avevano affatto paura di pronunciare un nome tedesco… Saint-Loup mi parlava di una melodia di Schumann, non ne citava il titolo se non in tedesco e non usava circonlocuzioni per dirmi che quando, all’alba, aveva inteso il primi cinguettii ai bordi d’una foresta, era stato inebriato come se gli avesse parlato l’uccello di quel “sublime Sigfrido” che egli sperava ascoltare di nuovo dopo la guerra». O ancora: «Appresi, in effetti, della morte di Robert de Saint-Loup, ucciso all’idomani del suo ritorno al fronte, mentre proteggeva la ritirata dei suoi uomini. Mai qualcuno aveva nutrito meno di lui l’odio verso un popolo... Le ultime parole che avevo udito uscire dalla sua bocca, sei giorni prima, erano quelle che accennavano a un “lied” di Schumann e che sulle scale mi canticchiava in tedesco, tanto che l’avevo fatto tacere a causa dei vicini». E Proust si affrettava ad aggiungere che tutta la cultura francese non si vietava di studiare, anche allora, la cultura tedesca, se pure con qualche precauzione: «Un professore scriveva un libro notevole su Schiller, recensito sui giornali. Ma prima di parlare dell’autore del libro, si scriveva, come fosse un’autorizzazione a stampare, che era stato sulla Marna, a Verdun, che aveva avuto cinque encomi, e due figli uccisi. Dopo, si lodava la chiarezza e la profondità della sua opera su Schiller, che si poteva qualificare come un grande purché si dicesse, invece di “questo grande tedesco”, “questo grande boche”».

ECCO CHE COSA STA ALLA BASE dell’identità culturale europea, un lungo dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali. Niente che si possa cancellare malgrado una guerra, e su questa identità si fonda una comunità che resiste alla più grande delle barriere, quella linguistica.
22 ottobre 2013 © Riproduzione riservata

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2013/10/16/news/proust-e-i-boches-1.137843
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« Risposta #169 inserito:: Novembre 13, 2013, 04:37:53 pm »

Umberto Eco

La bustina di minerva

Chi ha paura  delle tigri di carta?
Bezos e Buffett scommettono sui quotidiani. Che sia calcolo commerciale, speculazione politica, difesa di un presidio democratico, la profezia della scomparsa del supporto cartaceo si ribalta

      
Agli inizi degli anni Sessanta Marshall McLuhan aveva annunciato alcuni cambiamenti profondi nel nostro modo di pensare e di comunicare. Una delle sue intuizioni era che stavamo entrando in un villaggio globale e certamente nell’universo di Internet si sono avverate molte delle sue previsioni. Ma, dopo aver analizzato l’influenza della stampa sull’evoluzione della cultura e della nostra stessa sensibilità individuale con “La galassia Gutenberg”, McLuhan aveva annunciato, con “Understanding Media” e altre opere, il tramonto della linearità alfabetica e il predominio dell’immagine - ciò che, ipersemplificando, i mezzi di massa avevano tradotto come “non si leggerà più, si guarderà la tv (o le immagini stroboscopiche in discoteca)”.

MCLUHAN MUORE NEL 1980, proprio mentre stanno facendo il loro ingresso nel mondo di tutti i giorni i personal computer (ne appaiono modelli poco più che sperimentali alla fine dei Settanta, ma il mercato di massa inizia nel 1981 con il Pc Ibm), e se fosse vissuto qualche anno in più avrebbe dovuto ammettere che, in un modo apparentemente dominato dall’immagine, si stava affermando una nuova civiltà alfabetica: con un personal computer o sai leggere e scrivere, o non combini un gran che. È vero che i bambini d’oggi sanno usare un iPad anche in età prescolare, ma tutta l’informazione che riceviamo via Internet, e-mail e Sms, sono basati su conoscenze alfabetiche. Col computer si è perfezionata la situazione preconizzata nel “Nostra Signora di Parigi” di Hugo dal canonico Frollo il quale, indicando prima un libro e poi la cattedrale che vedeva dalla finestra, ricca di immagini e altri simboli visivi, diceva «questo ucciderà quello». Il computer certamente si è dimostrato strumento da villaggio globale con i suoi link multimediali, ed è capace di far rivivere anche il “quello” della cattedrale gotica, ma si regge fondamentalmente su principi neo-gutenberghiani.

Ritornato l’alfabeto, con l’invenzione degli e-book si è però profilata la possibilità di leggere testi alfabetici non sulla carta ma su uno schermo; da cui una nuova serie di profezie sulla scomparsa del libro e del giornale (in parte suggerita da alcune flessioni nelle vendite). Così uno degli sport preferiti di ogni giornalista privo di fantasia è da anni domandare a uomini di penna come vedono la scomparsa del supporto cartaceo. E non basta sostenere che il libro riveste ancora un’importanza fondamentale per il trasporto e la conservazione dell’informazione, che abbiamo la prova scientifica che sono meravigliosamente sopravvissuti libri stampati cinquecento anni fa, mentre non abbiamo prove scientifiche per sostenere che i supporti magnetici attualmente in uso possano sopravvivere più di dieci anni (né possiamo verificarlo, dato che i computer di oggi non leggono più un floppy disk degli anni Ottanta).

Ora però ecco alcuni avvenimenti sconcertanti di cui hanno dato notizia i giornali, ma di cui non abbiamo ancora colto il significato e le conseguenze. Ad agosto Jeff Bezos, quello di Amazon, si è comprato il “Washington Post” e, mentre si conclama il declino del quotidiano di carta, Warren Buffett di recente ha collezionato ben 63 quotidiani locali. Come osservava recentemente Federico Rampini su “Repubblica”, Buffett è un gigante della Old Economy e non è un innovatore, ma ha un acume raro per le opportunità d’investimento. E pare che verso i quotidiani si muovano anche altri pescecani della Silicon Valley.

RAMPINI SI CHIEDEVA se il botto finale non lo faranno Bill Gates o Mark Zuckerberg comprandosi il “New York Times”. Anche se questo non avverrà, è chiaro che il mondo del digitale sta riscoprendo la carta. Calcolo commerciale, speculazione politica, desiderio di preservare la stampa come presidio democratico? Non mi sento ancora di tentare alcuna interpretazione del fatto. Mi pare però interessante che si assista a un altro ribaltamento delle profezie. Forse Mao aveva torto: prendete sul serio le tigri di carta.
07 novembre 2013 © Riproduzione riservata

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2013/10/30/news/chi-ha-paura-delle-tigri-di-carta-1.139535
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« Risposta #170 inserito:: Dicembre 08, 2013, 06:13:41 pm »

Umberto Eco
La bustina di minerva

Ciao, Bill
William Weaver è stato amico di tanti scrittori italiani di cui ha tradotto le opere. Osando di non essere letterale pur di conservare il senso profondo di un testo.
Come quella volta che si trovò di fronte a un gioco di parole sugli pneumatici


Novantenne, ma da dieci anni ridotto in stato quasi vegetale, si è spento William Weaver. È stato un grande traduttore, e si può dire che è per merito suo che la nostra letteratura contemporanea è conosciuta e amata nei paesi anglosassoni. Nato in Virginia, obiettore di coscienza ma cosciente che non si poteva ignorare il grande conflitto in corso, nella seconda guerra mondiale si era arruolato come guidatore di ambulanze nell’esercito inglese e così si era fatto tutta la campagna d’Italia, pericolosamente ma senza mai imbracciare un fucile. Tra Napoli e Roma aveva fatto amicizia con tanti scrittori italiani dell’epoca e da allora non aveva più lasciato il nostro paese.

Così ha tradotto Pirandello (“Uno, nessuno e centomila” e “Il fu Mattia Pascal”), “La coscienza di Zeno” di Svevo, “Il Pasticciaccio” e la “Cognizione del dolore” di Gadda, due terzi dell’opera di Calvino, “La chiave a stella” e “Se non ora, quando?” di Primo Levi, “La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini, “La Storia” e “Aracoeli” di Elsa Morante, “Il male oscuro” di Berto, “Una vita violenta” di Pasolini, e poi Cassola, Calasso, De Carlo, Malerba, La Capria, Parise, Soldati, Alba de Cespedes, Festa Campanile, “Un uomo” e “Insciallah” di Oriana Fallaci.

Per finire, dal 1981 al 2003 ha tradotto quattro dei miei romanzi e molti miei saggi, e sono stati vent’anni di intensa, splendida collaborazione, in cui su una sola parola si potevano spendere dei pomeriggi o scambiarsi due o tre lettere. Se la cultura ha perso un grande scrittore, io ho perso un amico. Weaver era un grande traduttore non solo perché di un testo cercava di rendere la fluidità, il ritmo, la ricchezza lessicale, il suono (e, per quanto mi riguarda, talora ha migliorato il mio originale), ma anche perché sapeva che tradurre significa osare di non essere letterali pur di conservare l’effetto o il senso profondo di un testo. Per ragioni di spazio mi limito a un ricordo divertente, di un caso in cui ci eravamo spaccati la testa per rendere una semplice battuta, peraltro già difficile per il lettore italiano.

Bill stava traducendo il mio “Pendolo di Foucault” ed era arrivato a un punto in cui due personaggi, ossessionati dall’universo degli occultisti, e per ironizzare sulla loro propensione a pensare che ogni parvenza del mondo, ogni parola scritta o detta non abbia il senso che appare, ma ci parli di un Segreto, si affannavano a trovare simboli misterici nel sistema legato all’albero di trasmissione delle automobili, che avrebbe alluso all’albero delle Sephirot della Cabala.

Per il traduttore inglese il caso si presentava difficile sin dall’inizio, perché in inglese c’è una differenza tra un “tree” (albero, vegetale e cabalistico) e lo “axle” (automobilistico), ma rovistando tra dizionari Weaver era riuscito a trovare come espressione autorizzata anche “axle-tree”. Però si era trovato in un impiccio quando i due personaggi avevano fatto scattare un corto circuito fulminante tra gli Pneumatici gnostici (gli Spirituali opposti agli Ilici, e cioè aimateriali) e gli pneumatici dell’auto. Battutaccia, ma i protagonisti stavano appunto facendo battutacce.

Solo che in inglese le gomme delle automobili non sono “pneumatici” bensì soltanto “tires”. Che fare? Weaver (come racconta nel suo diario di traduzione, ”Pendulum Diary,” Southwest Review 75, 1990), era stato colto da un’illuminazione ricordando una celebre marca di pneumatici, Firestone, e aveva associato quel nome all’espressione inglese “philosopher’s stone”, che è la pietra filosofale di alchemica memoria. Soluzione trovata. Il testo inglese avrebbe detto che i ciechi occultisti non erano ancora riusciti a trovare la vera connessione tra la “philosopher’s stone” e i Firestone.

Come si vede si trattava di una battuta diversa da quella originale, ma il traduttore doveva rendere il senso profondo del testo, che non era «i protagonisti parlano di pneumatici» bensì «i protagonisti sono dei goliardi che giocano dissennatamente sul sapere universale».
Come avrebbe detto Totò, traduttori si nasce. E Bill lo nacque.

 
03 dicembre 2013 © Riproduzione riservata
Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2013/11/28/news/ciao-bill-1.143220
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« Risposta #171 inserito:: Dicembre 25, 2013, 04:08:55 pm »

Umberto Eco
La bustina di minerva
Come terremotare di nuovo Pompei

Nel 1988 un gruppo di esperti mise a punto un progetto di valorizzazione dei beni culturali italiani. Renzo Piano ne curò una parte dedicata al sito archeologico campano. L’allora ministro Bono Parrino lo guardò...
   
A leggere i giornali tornano regolarmente le notizie, ovviamente preoccupate, sul destino di Pompei, che minaccia di scomparire come l’Atlantide. E, benché qualcuno abbia detto che con la cultura non si mangia, con Pompei, meta ininterrotta di flussi turistici, si potrebbe mangiare moltissimo. Ma accade invece come se, per invogliare la gente alla sobrietà, si bruciassero i ristoranti e le pizzerie.

Vorrei allora ricordare un evento di cui evidentemente si è persa memoria. Nel 1988 la Ibm, come atto di mecenatismo, aveva commissionato e pagato un libro (e le moltissime riunioni di lavoro) su come prendersi cura del nostro patrimonio culturale. Il libro, molto bello a vedersi, si intitolava “Le isole del tesoro - Proposte per la riscoperta e gestione delle risorse culturali” e conteneva degli studi miei, di Federico Zeri, Renzo Piano e Augusto Graziani, con un contributo di Omar Calabrese e un dibattito moderato da Carlo Bertelli. Nel libro si cercava di studiare che cosa fosse un giacimento culturale, dalle opere d’arte seppellite nelle cantine delle grandi gallerie, a distese di rovine o a luoghi storici come la piana di Marengo, se ne tentava un regesto e se ne esaminavano i problemi economici, comprese le possibilità di quel marketing colto che già da tempo funzionava come forma di autofinanziamento in molti musei europei e americani.

Nello spazio di una Bustina non posso che limitarmi a citare la proposta di Renzo Piano, che aveva ideato un progetto straordinario centrato proprio su Pompei - e solo per quello Piano avrebbe meritato di essere nominato già allora senatore a vita, se i suoi oppositori di oggi avessero praticato l’arte della lettura. Il progetto, minuziosamente sviluppato con la collaborazione tecnica di un team di altri architetti, prendeva in considerazione la ristrutturazione degli accessi e dei servizi, la creazione di nuovi assetti didattico-informativi per il complesso archeologico (compreso un sito destinato al racconto storico dell’eruzione), un nuovo arredo urbano, un centro di raccolta e conservazione dei reperti da nuovi scavi. Naturalmente tutto questo implicava dei costi, ma il progetto tentava di trarre vantaggi economici proprio da queste iniziative. Infatti prevedeva installazioni sopraelevate, da cui i visitatori potevano seguire gli scavi a mano a mano che avvenivano, e quindi non solo vedere quello che della città appariva già in superficie ma anche quello che ne veniva a poco a poco alla luce.

Ne veniva fuori la possibilità di vedere al tempo stesso - grazie a questo percorso aereo - e la città sopravvissuta e quella ancora sepolta e sino ad allora ignorata. E siccome anche i siti dedicati all’informazione storica e all’esposizione di nuovi tesori erano sotterranei, la città quale appare ora e la natura circostante non ne venivano alterati. La nuova Pompei poteva autofinanziarsi incrementando l’afflusso (e la soddisfazione) di nuovi visitatori paganti.

Gli autori e il committente erano andati a consegnare il volume al presidente Pertini il quale, sia pure assai compiaciuto, non aveva potuto far altro che consegnarlo ufficialmente al ministro dei beni culturali, allora la signora Bono Parrino, la quale ci aveva dato subito l’impressione di portarlo perplessa a casa per sostenere un mobile pericolante. Forse eravamo troppo sospettosi ma, siccome la storia è, come è noto, “magistra vitae”, il nostro sospetto è stato in seguito confortato dal fatto inoppugnabile che di quel progetto nessuno ha più parlato.

Il piano di Piano è ancora da qualche parte, sepolto come i tesori di cui parlavamo, e Pompei continua a crollare. Non sono dunque i soldi o le idee che mancano, ma la buona volontà. O forse ci sono ragioni per cui a qualcuno l’andazzo presente, coi tanti piccoli e miserabili interessi che favorisce, fa comodo. Ma di questo “Le isole del tesoro” non poteva occuparsi altrimenti il suo titolo non avrebbe dovuto riecheggiare Stevenson ma forse Saviano.

19 dicembre 2013 © Riproduzione riservata

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2013/12/11/news/come-terremotare-di-nuovo-pompei-1.145610
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« Risposta #172 inserito:: Gennaio 17, 2014, 12:27:20 pm »

Umberto Eco
La bustina di minerva

Quanto è importante la memoria per non vivere in un mondo appiattito
Ai giovani mancano certe competenze nozionistiche. Lo dimostra il caso dell'Eredità e della domanda su Hitler, sbagliata da tutti i concorrenti del quiz.  Per molti di loro il passato si appiattisce in una nebulosa indifferenziata. Ecco perché consiglio la Vispa Teresa a memoria a mia nipote

Nell’ultimo “Espresso” è apparsa una mia lettera a un nipotino, in cui lo esortavo all’esercizio della memoria, invitandolo a mandare a mente “La vispa Teresa”, perché la sua generazione rischiava di perdere sia la memoria personale che quella storica e già molti studenti universitari (citavo da alcune statistiche) pensavano che Aldo Moro fosse il capo delle Brigate Rosse. Avevo scritto la lettera verso la metà di dicembre; proprio in quei giorni appariva un video su Youtube, subito visitato da 800 mila persone, mentre la notizia tracimava su vari quotidiani.

La faccenda riguardava “l’Eredità”, la trasmissione di quiz condotta da Carlo Conti, in cui vengono invitati concorrenti certamente scelti in base alla bella presenza, alla naturale simpatia o ad alcune caratteristiche curiose, ma selezionandoli anche in base a certe competenze nozionistiche, per evitare di mettere in scena individui che se ne stiano pensosamente a bocca aperta di fronte alla sfida se Garibaldi fosse un ciclista, un esploratore, un condottiero o l’inventore dell’acqua calda. Ora, in una serata televisiva Conti aveva proposto a quattro concorrenti il quesito “quando era stato nominato cancelliere Hitler” lasciando la scelta tra 1933, 1948, 1964 e 1979. Dovevano rispondere tale Ilaria, giovanissima e belloccia, Matteo, aitante con cranio rasato e catenina al collo, età presumibile sui trent’anni, Tiziana, giovane donna avvenente, anch’essa apparentemente sulla trentina, e una quarta concorrente di cui mi è sfuggito il nome, occhiali e aria da prima della classe.

Siccome dovrebbe essere noto che Hitler muore alla fine della seconda guerra mondiale, la riposta non poteva essere che 1933, visto che altre date erano troppo tarde. Invece Ilaria risponde 1948, Matteo 1964, Tiziana azzarda 1979 e solo la quarta concorrente è costretta a scegliere il 1933 (ostentando incertezza, non si capisce se per ironia o per stupore).

In un quiz successivo viene domandato quando Mussolini riceva Ezra Pound, e la scelta è tra 1933, 1948, 1964, 1979. Nessuno (nemmeno un membro di Casa Pound) è obbligato a sapere chi fosse Ezra Pound e io non sapevo in che anno Mussolini l’avesse incontrato, ma era ovvio che – il cadavere di Mussolini essendo stato appeso a Piazzale Loreto nel 1945 – la sola data possibile era 1933 (anche se mi ero stupito per la tempestività con cui il dittatore si teneva al corrente degli sviluppi della poesia anglosassone). Stupore: la bella Ilaria, richiedendo indulgenza con un tenero sorriso, azzardava 1964.

Ovvio sbigottimento di Conti e – a dire la verità - di tanti che reagiscono alla notizia di Youtube, ma il problema rimane, ed è che per quei quattro soggetti tra i venti e trent’anni - che non è illecito considerare rappresentativi di una categoria - le quattro date proposte, tutte evidentemente anteriori a quelle della loro nascita, si appiattivano per loro in una sorta di generico passato, e forse sarebbero caduti nella trappola anche se tra le soluzioni ci fosse stato il 1492.

Questo appiattimento del passato in una nebulosa indifferenziata si è verificato in molte epoche, e basti pensare a Raffaello che raffigurava il matrimonio della Vergine con personaggi vestiti alla foggia rinascimentale, ma ora questo appiattimento non dovrebbe avere giustificazioni, visto le informazioni che anche l’utente più smandrappato può ricevere su Internet, al cinema o dalla benemerita Rai Storia. Possibile che i nostri quattro soggetti non avessero idea delle differenze tra il periodo in cui entrava in scena Hitler e quello in cui l’uomo era andato sulla Luna? Per Aristotele è possibile tutto quello che si è verificato almeno una volta, e dunque è possibile che in alcuni (molti?) la memoria si sia contratta in un eterno presente dove tutte le vacche sono nere. Si tratta dunque di una malattia generazionale.

Nutrirei qualche speranza perché la notizia di Youtube mi è stata segnalata, tra sghignazzi e cachinni, da un mio nipote tredicenne e dai suoi compagni di scuola, che forse sapranno ancora imparare “La vispa Teresa” a memoria.

08 gennaio 2014© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2014/01/08/news/l-ottusa-teresa-1.148126
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« Risposta #173 inserito:: Febbraio 11, 2014, 05:21:17 pm »

Umberto Eco
La bustina di minerva

Il progresso della Rete non si può fermare
Nell’antichità faceva paura persino la scrittura.
E ora si discute su Internet. Che, se usata nel modo giusto, può fare tanto bene ai ragazzi.
Anche se non potremo evitare i dannati della Rete

   
Qualche “Espresso” fa scrivevo una lettera a un nipotino ideale incoraggiandolo a far uso della sua memoria senza limitarsi a trarre informazioni da quel repertorio peraltro indispensabile che è Internet. Immediatamente un talebano del digitale, non ricordo in quale blog, mi accusava di essere (come al solito, diceva) nemico di Internet. Come se chi critica coloro che vanno a centottanta sull’autostrada o guidano in stato di ebbrezza sia contrario all’automobile e non la usi mai. Di converso, sull’“Espresso” scorso Eugenio Scalfari (ricordando la mia ultima Bustina in cui parlavo dei poveretti condannati a un eterno presente che nella trasmissione “L’eredità” avevano mostrato di ritenere che Hitler e Mussolini fossero vissuti negli anni Sessanta, Settanta o Ottanta) mi rimproverava (affettuosamente) l’eccesso opposto, e cioè di dare troppa fiducia a Internet come possibilità di reperire informazioni.

Scalfari osservava che è proprio l’appiattimento creato dalla memoria artificiale “on line” a rendere una generazione malata di dimenticanza. E osservava parimenti che l’uso della Rete, dando l’impressione di essere in contatto con tutto e con tutti condanna in realtà alla solitudine. Sono due malattie del nostro tempo su cui sono d’accordo e molto ho scritto in proposito. Scalfari però non cita quel passo del “Fedro” platonico in cui il Faraone rimprovera al dio Theut, inventore della scrittura, di aver escogitato una tecnologia per colpa della quale gli uomini perderanno la buona abitudine a far uso della memoria. E invece è poi accaduto che la scrittura abbia invogliato la gente a ricordare quanto avevano letto, e che è solo per merito della scrittura che si è potuto scrivere quell’elogio della memoria che è la “Recherche” proustiana. Come a dire che si può usare benissimo Internet e coltivare nel contempo la memoria, cercando persino di ricordare quanto si è appreso da Internet.

La questione è che la Rete non è qualcosa che possiamo decidere di respingere, e così è accaduto coi telai meccanici, con la motorizzazione, con la televisione; essa c’è, neppure le dittature potranno mai eliminarla, e quindi il problema è non solo riconoscerne i rischi (evidenti) ma anche decidere come ci si possa abituare (ed educare i giovani) a farne un uso critico.

Pensiamo a un buon insegnante che propone una ricerca sull’argomento X, e sa di non poter evitare che i suoi alunni vadano a prelevare soluzioni cotte e mangiate su Internet senza fare la minima fatica. Quell’insegnante può proporre di cercare notizie su quell’argomento in almeno dieci siti di Internet, paragonando le risposte, rilevando le eventuali differenze o contraddizioni tra sito e sito, cercando di stabilire quale sito sia il più attendibile - magari andando a fare verifiche anche su supporti cartacei (o anche soltanto sulla Garzantina). A quel punto i ragazzi avranno attinto alle informazioni che Internet può dare - e che sarebbe stolido evitare - e al tempo stesso avranno ragionato con la propria testa e si saranno costituita la propria memoria personale su quanto avranno scoperto su X. Si noti inoltre che, chiamati a confrontare mutuamente le loro ricostruzioni, i ragazzi saranno anche sfuggiti alla condanna della solitudine, e avranno ritrovato il gusto del confronto faccia a faccia.

Non si potrà malauguratamente evitare che esistano i dannati della Rete, ormai incapaci di sottrarsi al rapporto solitario e fascinatorio con lo schermo. Se né genitori né scuola saranno stati capaci di farli uscire da quel girone infernale, lo metteremo nello stesso conto in cui si mettono i drogati, gli onanisti compulsivi, i razzisti, i visionari mistici, i visitatori di cartomanti, ovvero tutte quelle forme degenerative a cui ogni società deve responsabilmente far fronte. Ma ha dovuto farlo in ogni epoca.

Se oggi questi “malati” sembrano troppi è perché nel giro di cinquant’anni siamo passati da 2 a 7 miliardi di abitanti del pianeta. E questo non è colpa della solitudine imposta dalla Rete, ma caso mai da un eccesso di contatto umano.
30 gennaio 2014 © Riproduzione riservata

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2014/01/22/news/fare-i-conti-con-i-telai-meccanici-1.149517
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« Risposta #174 inserito:: Marzo 22, 2014, 07:29:31 pm »

Umberto Eco
La bustina di minerva

Settecentosette volte sette
Tanti sono i riferimenti scovati dalla scrittrice Meri Lao per il numero magico di maggiore popolarità. Più del tre, del quattro e del cinque che pure godono di una loro mistica.
Ma di esempi ne ha dimenticato almeno
   

Meri Lao, vissuta molto in America Latina e per il resto del mondo, ha scritto molto purché il tema dei suoi saggi non fosse troppo normale. Così dopo alcuni libri sul tango (documentatissimi), uno sulle sirene, un altro sulle canzoni rivoluzionarie dell’America latina, ora per i tipi di DigiSet (23 euro) ci offre un libro il cui titolo impedisce ai maligni di definire maniacale la sua passione: “Dizionario maniacale del sette”.

Certamente nel corso del tempo ci sono state mistiche del tre (la Trinità, passato presente e futuro, le tre grazie, le tre furie, le tre parche, i tre piani dell’arca, e via dicendo), mistiche del quattro (l’uomo quadrato e ben tetragono ai colpi di ventura, gli elementi, i venti principali, i punti cardinali, le fasi della luna, le stagioni, le lettere del nome “Adam”) e mistiche del cinque, il numero circolare che moltiplicato rinviene continuamente su di sé - e abbiamo le essenze delle cose, le zone elementari, i generi viventi, il Pentateuco, le cinque piaghe del Signore, mentre l’uomo è inscrivibile in un cerchio di cui centro è l’ombelico, mentre il perimetro formato dalle linee rette che uniscono le varie estremità dà la figura di un pentagono.

Viene però il sospetto che il sette sia il numero magico di maggiore popolarità, e credo che se alcuni amici si riunissero intorno alla tavola dopo cena riuscirebbero (dati per scontate i molti sette che si trovano nell’Apocalisse) a citare i sette nani, i re e i colli di Roma, le opere di misericordia, i vizi capitali, gli anni di guai, il prurito del settimo anno, il settimo cielo, i sette colori dell’arcobaleno, i sette dolori, i doni dello Spirito Santo, i fratelli Cervi, i giorni della creazione, la guerra dei sette anni, i magnifici sette e i sette samurai, le sette meraviglie, le opere di misericordia, i peccati capitali, i pilastri della saggezza, i sette savi, i sette ponti di Könisberg, i sacramenti, il settennato presidenziale, il seven-up, gli stivali delle sette leghe, il settimo cavalleggeri che salva la diligenza, le sette sorelle petrolifere, le sette spose per sette fratelli, le vite del gatto, i Boeing 707, 747, 767 e 777, per finire con zero zero sette. Ma sarebbero una trentina di voci, e invece Meri Lao ne identifica 707 (ovviamente) per più di trecentocinquanta pagine, con curiose illustrazioni, e ampi commenti storici.

L’autrice dice che ha iniziato a pensare al sette a Babilonia, a Bagdad ripensando ai sette viaggi di Sinbad, a Samarra per i sette giri del minareto elicoidale o a Khorsabad davanti a ziggurat di sette piani. E poi naturalmente esplorando esoterismi vari, letterature e mitologie orientali, New Age e dintorni; e cara grazia che dichiari di essere rimasta “laicista, agnostica e scettica”.

In ogni caso questa scettica ci porta a scoprire i sette affluenti del San Lorenzo, sette alberi d’oro in Dante, gli anni della dittatura argentina e di Einstein a Berna, e quelli di “studio matto e disperatissimo” trascorsi da Leopardi nella biblioteca paterna, quelli passati da Ulisse con Calipso, le sette arti liberali, Pasqualino sette bellezze, i sette caratteri della pianta di pisello studiati da Mendel, i punti della coccinella, i venticinque riferimenti al sette che appaiono nel Corano, gli dei giapponesi della felicità, i drammi sopravvissuti di Sofocle e di Eschilo (sette per ciascuno), le stelle della bandiera della Nazione Cherokee, i figli e le figlie di Niobe, quelli avuti da Bach con la prima moglie, i musical girati da Fred Astaire e Ginger Rogers, i Paesi di lingua portoghese, le parti che spuntano dal tronco umano, le corde della lira di Apollo, le stelle delle Pleiadi, i sette romanzi della “Recherche” proustiana, i raggi della corona della Statua della Libertà, le vocali dell’alfabeto greco, le vertebre cervicali, i tagli di banconote dell’euro, gradini, volte, porte, del Teatro della Memoria di Camillo, le scienze classificate da Comte e i tipi di ambiguità analizzati da Empson.

E qui devo fermarmi perché mi è finito lo spazio. Salvo che volevo trovare almeno una dimenticanza e ce l’ho fatta: “The House of Seven Gables” di Hawthorne. È una gran bella soddisfazione.

14 marzo 2014 © Riproduzione riservata

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2014/03/05/news/settecentosette-volte-sette-1.155968
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« Risposta #175 inserito:: Marzo 29, 2014, 11:57:22 am »

Umberto Eco

La bustina di minerva

Il diritto alla felicità

La Dichiarazione d’indipendenza americana lo riconosce a tutti gli uomini. Ma c’è un equivoco. Dovremmo abituarci a pensare una vita piena in termini collettivi e non come soddisfazione solo individuale
   
Talora mi viene il sospetto che molti dei problemi che ci affliggono – dico la crisi dei valori, la resa alle seduzioni pubblicitarie, il bisogno di farsi vedere in tv, la perdita della memoria storica e individuale, insomma tutte le cose di cui sovente ci si lamenta in rubriche come questa – siano dovuti alla infelice formulazione della Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio1776, in cui, con massonica fiducia nelle magnifiche sorti e progressive, i costituenti avevano stabilito che «a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità».

Sovente si è detto che si trattava della prima affermazione, nella storia delle leggi fondatrici di uno Stato, del diritto alla felicità invece che del dovere dell’obbedienza o altre severe imposizioni del genere, e a prima vista si trattava effettivamente di una dichiarazione rivoluzionaria. Ma ha prodotto degli equivoci per ragioni, oserei dire, semiotiche.

La letteratura sulla felicità è immensa, a iniziare da Epicuro e forse prima, ma a lume di buon senso mi pare che nessuno di noi sappia dire che cos’è la felicità. Se si intende uno stato permanente, l’idea di una persona che è felice tutta la vita, senza dubbi, dolori, crisi, questa vita sembra corrispondere a quella di un idiota – o al massimo a quella di un personaggio che viva isolato dal mondo senza aspirazioni che vadano al di là di una esistenza senza scosse, e vengono in mente Filemone e Bauci. Ma anche loro, poesia a parte, qualche momento di turbamento dovrebbero averlo avuto, se non altro un’influenza o un mal di denti.

La questione è che la felicità, come pienezza assoluta, vorrei dire ebbrezza, il toccare il cielo con un dito, è situazione molto transitoria, episodica e di breve durata: è la gioia per la nascita di un figlio, per l’amato o l’amata che ci rivela di corrispondere al nostro sentimento, magari l’esaltazione per una vincita al lotto, il raggiungimento di un traguardo (l’Oscar, la coppa, il campionato), persino un momento nel corso di una gita in campagna, ma sono tutti istanti appunto transitori, dopo i quali sopravvengono i momenti di timore e tremore, dolore, angoscia o almeno preoccupazione.

Inoltre l’idea di felicità ci fa pensare sempre alla nostra felicità personale, raramente a quella del genere umano, e anzi siamo indotti sovente a preoccuparci pochissimo della felicità degli altri per perseguire la nostra. Persino la felicità amorosa spesso coincide con l’infelicità di un altro respinto, di cui ci preoccupiamo pochissimo, appagandoci della nostra conquista.

Questa idea di felicità pervade il mondo della pubblicità e dei consumi, dove ogni proposta appare come un appello a una vita felice, la crema per rassodare il viso, il detersivo che finalmente toglie tutte le macchie, il divano a metà prezzo, l’amaro da bere dopo la tempesta, la carne in scatola intorno a cui si riunisce la famigliola felice, l’auto bella ed economica e un assorbente che vi permetterà di entrare in ascensore senza preoccuparvi del naso degli altri.

Raramente pensiamo alla felicità quando votiamo o mandiamo un figlio a scuola, ma solo quando comperiamo cose inutili, e pensiamo in tal modo di aver soddisfatto il nostro diritto al perseguimento della felicità.

Quando è al contrario che, siccome non siamo delle bestie senza cuore, ci preoccupiamo della felicità degli altri? Quando i mezzi di massa ci presentano l’infelicità altrui, negretti che muoiono di fame divorati dalle mosche, ammalati di mali incurabili, popolazioni distrutte dagli tsunami. Allora siamo persino disposti a versare un obolo e, nei casi migliori, a impegnare il cinque per mille.

È che la dichiarazione d’indipendenza avrebbe dovuto dire che a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto-dovere di ridurre la quota d’infelicità nel mondo, compresa naturalmente la nostra, e così tanti americani avrebbero capito che non devono opporsi alle cure mediche gratuite – e invece vi si oppongono perché questa idea bizzarra pare ledere il loro personale diritto alla loro personale felicità fiscale.

26 marzo 2014 © Riproduzione riservata
DA - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2014/03/19/news/il-diritto-alla-felicita-1.157770
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« Risposta #176 inserito:: Aprile 11, 2014, 11:37:15 pm »

Umberto Eco
La bustina di minerva

Joyce e la Maserati di La Russa
Che senso ha svenarsi e comprare all’asta un’auto blu solo per posare il sedere sul posto già scaldato da un sottosegretario? E fare follie per le lettere erotiche di uno scrittore? Il collezionismo è sempre una forma di feticismo

Sfogliando i cataloghi di case d’asta come Christie o Sotheby si vede che, oltre a opere d’arte, libri antichi, autografi e cimeli vari, sono battuti quelli che si chiamano “memorabilia”, tipo, che so, le scarpette portate dalla diva tale nel tale film, una penna appartenuta a Reagan, e cose del genere. Ora occorre distinguere tra collezionismo bizzarro e caccia feticistica al cimelio. Il collezionista è sempre un poco folle, anche quando si svena a raccogliere incunaboli della Divina Commedia, ma la sua passione è concepibile. Andando a sfogliare bollettini di collezionismo si vede che c’è anche chi raccoglie bustine di zucchero, tappi di Coca Cola o schedine telefoniche. Ammetto che sia più nobile collezionare francobolli che tappi di birra, ma al cuore non si comanda.

Diverso è volere a tutti i costi le scarpette portate dalla diva in quel film. Se tu collezioni tutte le scarpette portate da dive, da Meliès in avanti, allora la tua follia ha un senso, ma che cosa te ne fai di un unico paio?
Su “Repubblica” del 28 marzo scorso ho trovato due notizie interessanti. La prima, che appare anche in altri quotidiani, riguarda l’offerta su Ebay delle auto blu messe all’asta da Renzi. Capirei ancora che qualcuno possa desiderare una Maserati e colga l’occasione di acquistarne una, sia pure onusta di chilometri, a prezzo stracciato, accettando poi di spendere un sacco di soldi per la sua manutenzione. Ma che senso gareggiare a suon di migliaia di euro per impadronirsi di quella comperata coi soldi nostri da La Russa, a un prezzo doppio o triplo di quello registrato nella lista dell’usato di “Quattroruote”? Qui il feticismo è evidente, anche se non si riesce a comprendere la soddisfazione di chi potrà posare il sedere sui sedili in pelle già riscaldati da un personaggio illustre. Per non dire di chi offre cifre esorbitanti per crogiolarsi là dove si è scaldato le natiche un semplice sottosegretario.

Ma passiamo ora a un argomento apparentemente diverso, che appare sullo stesso numero, e in doppia pagina. Sono state messe all’asta lettere d’amore scritte a 26 anni da Ian Fleming, con prezzi intorno ai 60 mila euro l’una, lettere in cui il giovane agente non ancora troppo segreto scriveva «Vorrei baciarti sulla bocca, sul seno, sulle regioni più basse». Ora esiste legittimamente un collezionismo di autografi e, autografo per autografo, può risultare più divertente uno alquanto pruriginoso. Anzi, persino un non collezionista sarebbe lieto di mettere le mani sulla lettera dove Joyce scriveva a Nora «sono il tuo bambino, vorrei che tu mi picchiassi, frustassi persino… non per gioco ma sul sedere e sulla carne nuda». O quella in cui Oscar Wilde scriveva all’amato lord Douglas «è un miracolo che quelle tue labbra rosse come petali di rosa siano fatte non meno per la musica del canto che per la follia dei baci». Sarebbero se non altro ottime “conversation pieces” da mostrare agli amici per passare una serata spettegolando sulle debolezze dei grandi.

Quello che invece non mi pare sensato è il valore che si suole dare a questi reperti per la storia della letteratura e per la critica letteraria. Il sapere che Fleming a ventisei anni scriveva lettere tipiche di un adolescente in calore, cambia forse il nostro diletto nel leggere le storie di James Bond o il giudizio critico che si può pronunciare sullo
 stile del suo autore? Per capire l’erotismo di Joyce, quale fatto letterario, basta leggere lo “Ulisse”, specie l’ultimo capitolo – anche se chi lo ha scritto avesse vissuto vita castissima. Visto che per molti grandi non solo è accaduto che la loro pagina fosse lasciva ma la vita proba, bensì che la loro pagina fosse proba ma la vita lasciva, cambierebbe il nostro giudizio su “I promessi sposi” se venisse alla luce che Manzoni a letto era un birichino e le sue due mogli sono morte sfiancate dalla sua satiriasi?
So che è diverso volere la Maserati di La Russa e avere documenti che provano come certi autori fossero fisicamente (o solo mentalmente!) erettili. Ma, tutto sommato, sono due forme di feticismo.
07 aprile 2014 © Riproduzione riservata

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2014/04/02/news/joyce-e-la-maserati-di-la-russa-1.159417
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« Risposta #177 inserito:: Aprile 25, 2014, 06:30:14 pm »

Umberto Eco
La bustina di minerva

Parlamento e governo sono legittimi. Lo dice la Costituzione, che nessuno legge

Il Parlamento sarebbe delegittimato perché è frutto del Porcellum. E Renzi sarebbe un capo del Governo 'abusivo' perché non eletto dal popolo. Ma questi discorsi, agitati non solo dalla destra populista, non reggono. Basterebbe conoscere la Carta Costituzionale e farsi guidare da quella
   
Parlamento e governo sono legittimi. Lo dice la Costituzione, che nessuno legge
Su questo argomento mi ero intrattenuto in una bustina di due anni fa, ma non sono io che mi ripeto. Infatti ritrovo sempre nel corso delle varie discussioni su Governo, Parlamento, legge elettorale, due affermazioni che sino a ieri sembravano patrimonio di gruppi della destra populista, ma talora vengono ripresi anche da persone di altra estrazione politica e altro spessore culturale.

La prima affermazione è che questo Parlamento è delegittimato perché è stato eletto con il Porcellum, legge dichiarata incostituzionale. Ma nel momento in cui questo Parlamento è stato eletto il Porcellum era legge dello Stato, non si sarebbe potuto votare secondo altra legge, e quindi il Parlamento è stato eletto secondo la legge allora vigente. Si dovrà certo procedere a nuove elezioni in base a una nuova legge, ma chi deve decidere quale sia questa nuova legge è pur sempre il Parlamento attuale, nel pieno dei suoi poteri in quanto eletto secondo le regole che vigevano al momento della sua elezione.

Capisco che la situazione possa suscitare perplessità, ma o si mangia questa minestra o si salta questa finestra, e ogni affermazione sulla illegittimità di questo Parlamento appare campata in aria.

L'altra idea che circola è che il capo del Governo attuale e i suoi ministri non sono stati eletti dal popolo. È vero che sarebbe stato meglio per Renzi affrontare nuove elezioni e presentarsi sulla scena politica come capo eletto del partito che avesse riscosso la maggioranza dei consensi, ma questo non avrebbe per nulla significato che Renzi, in quanto futuro capo del Governo, sarebbe stato eletto dal popolo. È stata astuzia berlusconiana, ponendo il suo nome e il suo volto come simbolo della sua lista, ad avere convinto chissà quanti elettori che votando la sua lista si eleggeva lui come capo del Governo. Niente di più falso, tanto è vero che Berlusconi avrebbe potuto vincere le elezioni e poi andare a proporre al capo dello Stato un premier di sua scelta, Santanché, Scilipoti o Razzi, tanto per dire, senza per questo violare il dettato costituzionale.
La Costituzione infatti stabilisce che il popolo elegge i parlamentari (con preferenze o liste bloccate, questo è un altro problema, ma la Costituzione non si pronuncia in merito), il Parlamento elegge il presidente della Repubblica il quale, dopo avere ascoltato i rappresentanti dei vari partiti, nomina lui, sponte propria, il capo del Governo e i suoi ministri, e in linea di principio potrebbe nominare anche sua nonna, o il capostazione di Roccacannuccia, se la maggioranza delle forze politiche gli avesse fatto il loro nome.

Spetterà poi al Parlamento dare fiducia al Governo nominato dal presidente della Repubblica (così istituendo un controllo da parte dei rappresentanti del popolo) e se questa fiducia viene negata tutto ricomincia da capo a quindici, sino a che il presidente della Repubblica non trova un Governo che piaccia al parlamento. Così è avvenuto che presidenti della Repubblica abbiano nominato come capi del Governo personaggi non parlamentari come Dini e Ciampi, e come ministri vari tecnici, e persino quando il presidente ha nominato Monti, facendolo senatore a vita un minuto prima, Monti non era stato affatto eletto dal popolo bensì appunto nominato dal presidente.

Il bello è che queste cose sono dette, sia pure in maniera un poco indiretta, dall’articolo 64 della Costituzione, dove a un certo punto si precisa: «I membri del governo, anche se non fanno parte delle camere, hanno diritto, e se richiesti obbligo, di assistere alle sedute. Devono essere sentiti ogni volta che lo richiedono». Capito? Per i costituenti era talmente ovvio che i membri del governo potessero benissimo essere estranei al Parlamento che si precisava in che modo però potessero o dovessero partecipare alle sue riunioni. A essere onesti, quando a Berlusconi si rimproverava di farsi vedere pochissimo in Parlamento, non si sarebbe dovuto censurarlo come presidente del Consiglio bensì come deputato o senatore neghittoso.
16 aprile 2014 © Riproduzione riservata

DA - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2014/04/16/news/leggiamoci-la-costituzione-1.161364
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« Risposta #178 inserito:: Maggio 12, 2014, 10:50:24 am »

Umberto Eco
La bustina di minerva

'E quant’altro'

Per fortuna alcune parole di moda come “attimino” o “esatto” sono tramontate. Molto meglio certi neologismi giovanili. Alcuni ne ho adottati: mitico, lecchino, rinco, allupato, bollito, caramba, tamarro e fancazzista
   
È ovvio che le persone che hanno raggiunto un’età sinodale siano infastidite dallo sviluppo della lingua, non riuscendo ad accettare i nuovi usi degli adolescenti. E la loro unica speranza è che questi usi durino lo spazio di un mattino, così come è accaduto con espressioni come “matusa” (anni Cinquanta-Sessanta, e chi la impiega ancora si rivela appunto, lui o lei, come matusa) o “bestiale” (ho udito una signora di incerta età usarlo e ho capito che era ragazza nei lontani anni Cinquanta). Però sino a che i nuovi usi circolano tra i ragazzi, direi che sono affari loro, talora molto divertenti. Diventano urtanti quando ci coinvolgono.

Non ho mai potuto sopportare, diciamo dagli Ottanta in avanti, che mi si chiamasse “prof”. Forse che un ingegnere lo si chiama “ing” e un avvocato “avv”? Al massimo si chiamava “doc” un dottore, ma era nel West, e di solito il doc stava morendo alcolizzato.

Non è che abbia mai protestato esplicitamente, anche perché l’uso rivelava una certa affettuosa confidenza, ma la cosa mi dava noia e me la dà ancora. Meglio quando nel ’68 gli studenti e i bidelli mi chiamavano Umberto e mi davano del tu. Chissà perché quando uno dice “prof” mi viene in mente uno con la faccia di Ricky Memphis.

Un’altra cosa a cui ero abituato è che le donne si dividevano in bionde e brune. A un certo punto “bruna” è diventato forse fuori moda e certo a me evoca le canzoni degli anni Quaranta e le pettinature con la frangetta. Fatto sta che a un certo punto non solo i ragazzi ma anche gli adulti hanno iniziato a parlare di una “mora” (e l’altro giorno ho letto su un giornale che un ballerino classico è un bel moro).

Orribile espressione, perché ai tempi andati “mora” veniva riservato alle odalische musulmane che danzavano sui cadaveri degli ultimi difensori di Famagosta, e oggi mi evoca il richiamo scurrile di un maschiaccio in canottiera che grida a una ragazza che passa “ehi, bella mora!”, e fatalmente si pensa alle maggiorate fisiche di Boccasile, o a giovani italiane che vincevano il concorso Cinquemila Lire Per Un Sorriso, olezzanti di profumi nazional popolari e con una foresta sotto le ascelle. Ma è così, le bionde rimangono bionde (platinate o cenere o paglierino che siano) mentre chi ha capelli scuri diventa una mora, anche se ha il viso di Audrey Hepburn. Insomma, preferisco gli inglesi che dicono “dark-haired” o “brunette”.

Detto questo, non è che sia misoneista, e via via ho assorbito nel mio lessico, se non come parlante attivo almeno come ascoltatore passivo, gasato, rugare, tavanare, sgamare, assurdo, punkabbestia, mitico, pradaiola, pacco, una cifra, lecchino, rinco, fumato, gnocca, cannare, essere fuori come un citofono, caramba, tamarro, abelinato, fighissimo, allupato, bollito, paglia e canna, fancazzista, taroccato, fuso, tirarsela. Ancora giorni fa un quattordicenne mi ha informato che a Roma, anche se si capisce ancora “marinare”, in ogni caso non si usa più “bigiare” ma si dice “pisciare la scuola”.

Comunque, a essere sincero, preferisco i neologismi giovanili al vizio adulto di dire a ogni piè sospinto “e quant’altro”: Non potete dire “e così via” o “eccetera”? Per fortuna son tramontati “attimino” ed “esatto”, per cui l’Italia era diventato il bel paese dove l’esatto suona, ma “quant’altro” rimane anche nei discorsi di persone serie ed è pareggiato in Francia solo dall’uso incontenibile di “incontournable” che serve a dire (udite, udite) che qualcosa è importante (e al massimo è imprescindibile). “Incontournable” è qualcosa che quando lo incontri non puoi giragli intorno ma devi farci i conti, e può essere una persona, un problema, la scadenza del pagamento delle tasse, l’obbligo della museruola per i cani o l’esistenza di Dio.

Pazienza, meglio i vezzi linguistici che l’uso improprio della lingua e, visto che recentemente un nostro deputato, per dire che non l’avrebbe tirata per le lunghe, ha affermato in Parlamento che sarebbe stato “circonciso”, sarebbe stato preferibile che si fosse limitato a dire soltanto “sarò breve, e quant’altro”. Però, almeno, non era antisemita.
07 maggio 2014 © Riproduzione riservata

Da - http://espresso.repubblica.it/opinioni/la-bustina-di-minerva/2014/04/29/news/e-quant-altro-1.163199
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« Risposta #179 inserito:: Gennaio 18, 2015, 06:34:39 am »

   
Il caso
Umberto Eco, dialogo con Roberto Saviano sul nuovo romanzo 'Numero Zero'
Il nuovo romanzo del semiologo e scrittore racconta una redazione che sforna ricatti.
Un tema al centro di questo dialogo con l'autore di 'Gomorra'

Di Wlodek Goldkorn
12 gennaio 2015

Un semiologo e intellettuale, il più importante oggi in Italia, prestato, con successo e da decenni, all’arte del romanzo, e che ha 83 anni. E uno scrittore 35enne, autore di libri, saggi e articoli di denuncia dell’intreccio tra criminalità e politica, e per questo da anni sotto scorta e spesso diffamato e delegittimato. Umberto Eco e Roberto Saviano ragionano su “Numero zero”, il romanzo in cui Eco racconta una immaginaria redazione, messa in piedi nel 1992, l’anno di Tangentopoli e di Mani pulite, con un solo scopo: costruire dossier, ricattare, diffamare gli avversari. In questo dialogo, spiegano come la questione dei media sia cruciale non solo per la democrazia ma perfino per il progetto di costruzione di una nazione. E suggeriscono: forse quel progetto, in Italia, è fallito. Ma, dicono, rimane la questione delle responsabilità personali di ciascuno di noi. E forse da lì, dalla testimonianza, si può e si deve ricominciare.

SAVIANO - In “Numero zero” c’è uno sguardo sui meccanismi della comunicazione che in Italia non c’è ancora stato e che mi ricorda le analisi di Julian Assange. Tu, Eco, parli a modo di romanziere, non di saggista, quindi nel modo più godibile possibile, di un meccanismo di comunicazione il cui scopo non è informare. Immagino che volessi costruire un romanzo che riuscisse a dire una molteplicità di cose. Ma per me è quasi un manuale della comunicazione del nostro tempo. Vorrei allargare il discorso alla Rete, visto che i giornali sono letti ormai da una minoranza. Oggi la macchina del giornale spesso funziona solo da innesco di una catena interpretativa che dilaga nel Web e serve agli altri per commentare. È un paradosso: i blog, i social media nascono dal lavoro di una redazione. Ma quel lavoro non viene letto, viene solo interpretato.

Eco - Non ho voluto scrivere un trattato sul giornalismo; ho insistito su una particolare redazione, che fa parte della macchina del fango. Però da oltre quarant’anni continuo a riflettere e discutere sui limiti e sulle possibilità del giornalismo. In questo romanzo ho riusato una quantità di cose che ho già scritto, a partire dalla polemica, negli anni Settanta, con Piero Ottone, sulla possibilità di separare i fatti dalla riflessione. Quindi la mia è una storia sui limiti dell’informazione giornalistica. Ma non ho parlato dei giornalisti in genere. Ho disegnato il peggiore dei casi, per dare un’immagine grottesca di quel mondo. Aggiungo che il meccanismo della macchina del fango, dell’insinuazione era usato già ai tempi dell’Inquisizione.

Saviano - Parli dei giornali. Oggi, nell’era di Internet le nuove generazioni spesso si illudono che basta non avere un editore che cerca il profitto, basta fare le cose gratuitamente, per fare un’informazione onesta, giusta, pulita. Ma non è così. Pensa all’universo della dietrologia. È un mondo fiorente in Rete. Da quella gente, noi due siamo considerati massoni, appartenenti all’ordine degli illuminati e robe simili. Chi costruisce in Rete le teorie cospiratorie lo fa spesso senza compenso in denaro. E la gratuità è un aspetto interessante. È come si volesse sollecitare la parte più vendicativa dell’essere umano. Insinuare è un modo per ridistribuire i peccati: nessuno si salva, siamo tutti colpevoli. Ti chiedo: tu che hai conosciuto il mondo prima di Berlusconi (io sono troppo giovane per ricordarmelo), pensi che con Berlusconi sia cambiato tutto o che il nostro ex premier ha solo peggiorato lo stato delle cose esistente?

Eco - Rispondo così. Una volta esistevano le istituzioni della macchina del fango. Si trattava di giornali specializzati. Non era invece pensabile una macchina del fango messa in opera da un grande quotidiano. Ai tempi della “Tribuna politica” in tv, se tre personaggi si fossero parlati addosso e insultati in pubblico, tutti li avrebbero presi per pazzi, oggi invece viene accettata la tecnica dell’insulto e della sopraffazione. Non sto dicendo che è colpa di Berlusconi, ma prendendo il 1992 come la data di displuvio, un cambiamento c’è stato. Prendiamo il caso Montesi, e siamo nel 1953. È stato usato, in un modo canagliesco, un fatto di cronaca, un’orgia finita male, cui partecipò il figlio di un ministro democristiano, per distruggere questo ministro. L’operazione è stata fatta da avversari interni alla Dc. Ma tutto si è svolto dietro le quinte. Non si è travalicato il confine di una certa riservatezza. Oggi invece tutto è in pubblica piazza.

Il buon giornalista parte sempre da un punto di vista. Secondo voi, dove finisce il punto di vista e comincia invece la manipolazione?
Saviano - Io credo che la macchina del fango comincia là dove finisce l’inchiesta. L’inchiesta fornisce una serie di fatti che permettono al lettore di farsi un’idea generale, anche se sono elementi scelti dal giornalista. La macchina del fango invece ne prende uno solo di questi elementi e su questo, isolato dal contesto, costruisce una realtà. Nel suo libro Eco spiega cosa sia la macchina del fango. Ad esempio, il gossip. Il gossip è una parola che copre un meccanismo terrificante: il mondo del retroscena. La Rete ha generato da questo punto di vista dei veri mostri.

Eco - Tipico della macchina del fango è che raramente l’aggressione è diretta. Non si dice il signor Tal dei Tali è un noto pedofilo e ha strangolato la nonna. Si dà invece un elemento apparentemente innocuo, ma che genera sospetto. Un episodio che ho usato nel romanzo ma che è vero: per destare il sospetto nei confronti di un magistrato si disse che portava i calzini blu e fumava tanto. Ecco, non c’è niente di male nel portare calzini blu e fumare tanto, ma presentato come fatto isolato desta sospetti nel lettore e lo induce a porsi la domanda: ma che cosa vorrà dire questo? Vorrei citare un episodio della mia infanzia. Avevo dieci o undici anni. Una signora mi ferma e mi chiede: “scriveresti una lettera per me? Ti darò una lira”. Ho pensato che per qualche motivo non poteva scrivere lei e ho detto che l’avrei fatto gratis. Poi mi ha offerto un gelato. E la lettera era per un signore, un negoziante della città e diceva più o meno: “noi abbiamo saputo che lei vuole sposarsi con la signorina Tal dei Tali. Della signorina possiamo solo dire che è una persona perbene. Cordiali saluti”. Quando ho raccontato a casa l’episodio mi hanno detto: “Ti hanno usato per una lettera anonima!”. Cosa ha fatto questa signora? Non ha detto niente di sgradevole sulla futura sposa. Non ha scritto che era una puttana. Ma in chi ha ricevuto la lettera, per il fatto stesso che qualcuno se ne interessava, ingenerava un sospetto, “forse la signorina non è così perbene come credevo”. Ecco questo è il sospetto che infanga.

Saviano - Il punto centrale è che la delegittimazione non parla ai tuoi nemici ma ai tuoi amici, alla tua famiglia, a chi ti ama. E poi, insisto, fare un’inchiesta costa tanti soldi, mentre per far gossip basta poco. Nelle redazioni dei giornali, dove si parla troppo dell’ultima dichiarazione del politico di turno e poco delle vere questioni nazionali e internazionali, sono ossessionati dal gossip. E i politici fanno a gara per essere presenti sui giornali senza aver niente da dire. In Rete è anche un vantaggio economico. Basta vedere quanti contatti quindi quale giro di pubblicità genera un servizio su un presentatore tv o su un’attricetta e quanti gli articoli politici, per non parlare della cultura che dovrebbe essere la spina dorsale dell’informazione.

Eco - Pensa al recente episodio di una ministra raffigurata mentre mangia il gelato. Cosa c’è di male nel mangiare un gelato? Ma basta mettere un titolo leggermente allusivo e goliardico ed ecco che fai la delegittimazione del personaggio.

Torniamo al romanzo. L’impressione è che Eco voglia dire alla fine: in Italia il progetto di costruzione della nazione è fallito.
Eco - Questo Paese ha attraversato momenti in cui sono successe cose incredibili e di cui tuttavia non è fregato niente a nessuno. Sì, sotto sotto, c’è un’idea di una nazione e di uno Stato incapaci di funzionare.

La stessa idea, del fallimento di noi tutti, si trova in un recente articolo di Saviano su “la Repubblica” circa “Mafia Capitale”, quando dice: la terra di mezzo, il mondo di mezzo di cui parla Carminati, siamo tutti noi...
Saviano - La terra di mezzo non è la cerniera tra i colletti bianchi e la teppa. È invece un territorio, l’Italia, in cui se non forzi le regole, non puoi fare business, non puoi lavorare. Ed è anche un modo per dire: liberi tutti, tutti si comportano così. Quindi tutti colpevoli nessun colpevole.
ECO - L’Italia ha scelto dal 1861 di vivere nel mondo di mezzo. In questo senso è fallita l’idea di uno Stato unitario.

Avete detto peste e corna dei retroscena, del gossip. Però il genere retroscena, gossip politico, il ministro fotografato con l’aspirapolvere in mano, lo ha inventato in Italia “l’Espresso”, di cui voi siete rubrichisti illustri...
Eco - Ma non ha insinuato, ha denunciato. Il problema è lo stato della nostra informazione. Prendi la mattina il giornale, anche il più importante, e trovi quattro o più pagine di pettegolezzi su fatti politici nostrani. Se prendi “Le Monde”, trovi invece pagine su quanto avviene in Africa o in Asia, tanto che quasi mi chiedo, ma perché mi parlano di queste cose e non dell’amante di Hollande?

“Le Monde” ha parlato dell’amante del presidente.
Eco - Sì, ma perché la storia è stata fatta circolare da un altro giornale, specializzato negli scandali, e solo così è diventata notizia.

Nel libro Eco presenta una teoria cospiratoria, un personaggio suggerisce che lo stragismo in Italia è stato manipolato da Mussolini che non è stato fucilato il 28 aprile 1945 ma fatto fuggire all’estero. E arriva a essere convincente. Perché le teorie complottiste hanno tanto successo?
Eco - Faccio un esempio. Sabato pomeriggio mi trovo in un’autostrada intasata. Mi arrabbio e comincio a chiedermi di chi è la colpa. Cerco istintivamente il Grande Vecchio. Non mi viene in mente che la colpa è mia, che sono uscito di sabato in macchina, sapendo di contribuire all’intasamento. Ma se la stampa con un’inchiesta, mi desse una spiegazione sul perché l’autostrada si intasa, anziché raccontare la polemichetta tra un assessore e un deputato, forse non cercherei il Grande Vecchio. E invece, immagino che a far intasare l’autostrada siano stati Andreotti, la massoneria, la Trilaterale. Facciamo un esempio al contrario? La vicenda “Mafia Capitale”. Dal momento che i magistrati spiegano come stanno le cose e i giornali lo raccontano bene, nessuno cerca una teoria cospirativa. Chi c’è dietro Carminati? C’è Carminati. Non credo che a qualcuno verrà in mente di dire che dietro Carminati ci siano i Rosacroce.
Saviano - Io insisto sul ruolo della Rete. Basti pensare alla diffusione dei Protocolli degli anziani savi di Sion da quando esiste il Web. Aggiungo: per un dietrologo chiunque si oppone alla sua teoria, fa parte del complotto.

Avete descritto un mondo assai brutto, di diffamazione, fango, dossieraggio. Voi come fate a opporvi?
Eco - Ciascuno di noi cerca di fare bene il proprio mestiere. Per quanto mi riguarda: io ho dato la mia testimonianza. Io vi ho raccontato come stanno le cose.

Saviano - Io ho sentito che la mia testimonianza ha innescato molto. Dall’altro lato ho sempre sentito l’esigenza di rimarcare la mia diversità. Diversità, non superiorità morale. Mi hanno proposto incarichi politici, ma me ne sono sempre tenuto lontano, perché temevo che il sistema mi avrebbe stritolato. Confesso: mi sento isolato. Non ci sono più gruppi che condividono un percorso intellettuale, come accadeva quando Eco aveva la mia età.

Eco - Anche gli intellettuali sono vittime della liquidità della società. Oggi, non ti rimane altro che lasciare il tuo messaggio nella bottiglia. Saviano lo fa, dovrebbe mettere su una bottiglieria. Io ho scritto questo romanzo, di più in una società liquida non si può fare.

Testimoniare non è agire politico.
Eco - Se dico che la società è liquida dico anche che non c’è più la nozione dell’agire politico.

© Riproduzione riservata
12 gennaio 2015
Da - http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/01/12/news/umberto-eco-parla-con-roberto-saviano-di-numero-zero-1.194654?ref=HRBZ-1
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