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Autore Topic: UMBERTO ECO.  (Letto 59619 volte)
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« il: Luglio 22, 2007, 02:45:29 »

LA BUSTINA DI MINERVA

Su di un libro non letto
di Umberto Eco


Conoscere di un libro la relazione con altri libri significa spesso saperne di più che non avendolo letto. Commenta  Ricordo (ma, come vedremo, non è detto che ricordi bene), un bellissimo articolo di Giorgio Manganelli, nel quale egli spiegava come un fine lettore possa sapere che un libro non si deve leggere anche prima di averlo aperto. Non stava parlando di quella virtù che si richiede spesso al lettore di professione (o all'amatore di gusto), di poter decidere da un incipit, da due pagine aperte a caso, dall'indice, spesso dalla bibliografia, se un libro valga o meno la pena di essere letto. Questo, direi, è solo mestiere. No, Manganelli parlava di una specie d'illuminazione, di cui evidentemente e paradossalmente si arrogava il dono.

'Come parlare di un libro senza averlo mai letto' (Excelsior, 16,50 euro) di Pierre Bayard (psicanalista e docente universitario di letteratura) non tratta di come si debba sapere se non leggere un libro, ma di come si possa tranquillamente parlare di un libro non letto, persino da professore a studente, e anche se si tratta di un libro di straordinaria importanza. Il suo calcolo è scientifico, le buone biblioteche raccolgono alcuni milioni di volumi, anche a leggerne uno al giorno ne leggeremmo solo 365 in un anno, 3600 in dieci anni, e tra i dieci e gli ottant'anni ne avremmo letti appena 25.200. Un'inezia. D'altra parte chiunque abbia avuto una buona educazione liceale sa benissimo di poter ascoltare un discorso, poniamo, su Bandello, Guicciardini, Boiardo, numerosissime tragedie di Alfieri e persino 'Le confessioni di un italiano' avendone soltanto appreso a scuola il titolo e la collocazione critica, ma senza averne mai letto una riga.

È la collocazione critica il punto cruciale per Bayard. Egli afferma senza vergogna di non aver mai letto lo 'Ulysses' di Joyce, ma di poterne parlare alludendo al fatto che è una ripresa della 'Odissea' (che egli peraltro ammette di non aver mai letto per intero), che si basa sul monologo interiore, che si svolge a Dublino in un giorno solo, eccetera. Così che scrive: "quindi mi capita di frequente, nei miei corsi, senza batter ciglio, di far spesso riferimento a Joyce". Conoscere di un libro la relazione con altri libri significa spesso saperne più che non avendolo letto.

Bayard mostra come, quando ci si pone a leggere certi libri trascurati da tempo, ci si accorge che se ne conosce benissimo il contenuto perché nel frattempo se ne erano letti altri che ne parlavano, li citavano, o si muovevano nello stesso ordine d'idee. E (così come fa alcune divertentissime analisi di vari testi letterari in cui si tratta di libri mai letti, da Musil a Graham Greene, da Valéry ad Anatole France e a David Lodge) mi fa l'onore di dedicare un intero capitolo al mio 'Il nome della rosa', dove Guglielmo da Baskerville dimostra di conoscere benissimo il contenuto del secondo libro della 'Poetica' di Aristotele, che pure egli sta prendendo in mano per la prima volta, semplicemente perché lo deduce da altre pagine aristoteliche. Vedremo poi alla fine di questa Bustina che non cito questa citazione per mera vanità.

La parte più intrigante di questo pamphlet, meno paradossale di quel che sembri, è che noi dimentichiamo una percentuale altissima anche dei libri che abbiamo letto davvero, anzi di essi ci componiamo una sorta di immagine virtuale fatta non tanto di quello che essi dicevano, bensì di ciò che ci hanno fatto passar per la mente. Pertanto se qualcuno, che non ha letto un certo libro, ce ne cita dei passi o delle situazioni inesistenti, noi siamo prontissimi a credere che il libro ne parlasse.

È che (e qui viene fuori lo psicanalista più che il docente di letteratura) Bayard non tanto è interessato a che la gente legga i libri altrui, quanto piuttosto al fatto che ogni lettura (o non-lettura, o lettura imperfetta) debba avere un aspetto creativo, e che (a dirla con parole semplici) in un libro il lettore debba metterci anzitutto del suo. Tanto da auspicare una scuola dove, siccome parlare di libri non letti è un modo per conoscere se stessi, gli studenti 'inventino' i libri che non dovranno leggere.

Salvo che Bayard, per mostrare come, quando si parla di un libro non letto, anche chi l'ha letto non si accorge delle citazioni sbagliate, verso la fine del suo discorso confessa di aver introdotto tre notizie false nel riassunto de 'Il nome della rosa', de 'Il terzo uomo' di Greene e di 'Scambi' di Lodge. La faccenda divertente è che io leggendo mi sono subito accorto dell'errore su Greene, ho avuto un dubbio a proposito di Lodge ma non mi ero accorto dell'errore a proposito del mio libro. Il che vuol dire che probabilmente ho letto male il libro di Bayard oppure (e sia lui che i miei lettori sarebbero autorizzati a sospettarlo) che l'ho appena sfogliato. Ma la cosa più interessante è che Bayard non si è reso conto che, denunciando i suoi tre (voluti) errori, egli assume implicitamente che dei libri ci sia una lettura più giusta delle altre -tanto che, dei libri che analizza per sostenere la sua tesi della non-lettura, dà una lettura molto minuziosa. La contraddizione è così evidente da dar adito al dubbio che Bayard non abbia letto il libro che ha scritto.

(20 luglio 2007)

da espresso.repubblica.it
« Ultima modifica: Luglio 21, 2011, 11:29:02 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Agosto 04, 2007, 09:26:37 »

LA BUSTINA DI MINERVA

Come perdere la Trebisonda
di Umberto Eco


Due spiegazioni per Scalfari e alcuni chiarimenti sulla 'sindrome di Bayard': cioè l'attribuzione ad altri di idee che invece sono nostre 

La settimana scorsa su questa pagina Eugenio Scalfari si chiedeva perché si dice 'perdere la Trebisonda' o 'andare in cimbali', e annotava che forse io lo so. Grazie per l'attestato di fiducia, ma per Trebisonda (che noi 'happy few' chiamiamo confidenzialmente Trapezunte) basta andare su Internet, dove però si alternano due spiegazioni alquanto diverse.

Una è che, siccome Trebisonda era il maggior porto sul Mar Nero, per i mercanti perdere la rotta di Trebisonda significava perdere il denaro investito nel viaggio. L'altra, che mi pare più attendibile, è che Trebisonda costituiva un punto di riferimento visivo per le navi, perdendo il quale si perdeva l'orientamento, o la bussola, o la tramontana.

Quanto ad andare in cimbali, che comunemente si usa per uno stato di ubriachezza, il Dizionario Etimologico di Cortelazzo e Zolli ci dice che originalmente significava essere smodatamente allegro, che viene già usato dall'Aretino e che deriva dal Salmo 40, 'in cymbalis bene sonantibus'. E Scalfari può ora dormire sonni tranquilli tra due cimbali.

Chi non li dorme sono io, che nella Bustina scorsa citavo il libro di Bayard su come si possa parlare di libri non letti. Evidentemente si può, ed ho appena parlato del Cortelazzo-Zolli i cui cinque volumi (dato che non sono un pazzo) non ho mai letto per intero. Ma Bayard toccava anche un altro argomento, e cioè che anche chi un libro lo ha letto di solito non lo ricorda con esattezza perché leggendolo vi ha messo dentro del suo, attribuendolo all'autore. Mi è già accaduto di citare un episodio esemplare. Ai tempi della mia tesi di laurea, mentre mi arrovellavo senza riuscire a risolverne il problema centrale, leggendo il libro di un oscuro autore ottocentesco, tale abate Vallet, vi avevo trovato l'idea decisiva - e anche a decenni di distanza ricordavo il segno che vi avevo fatto a margine, in rosso e con punto esclamativo. Trent'anni dopo, parlando di questo caso con un amico, ero andato a ricuperare quel libro mai più toccato, avevo ritrovato di colpo la pagina col segno rosso, e mi ero accorto che l'autore non esprimeva affatto quell'idea mirabile. Essa (probabilmente per associazione d'idee) era venuta in mente a me mentre leggevo lui, che diceva tutt'altro, e gliela avevo attribuita.

Se così accade mentre si legge attentamente un libro per ragioni di studio, immaginiamoci cosa accade quando si legge disattentamente un giornale o si segue con la coda dell'occhio una trasmissione televisiva. Ed ecco che cosa mi è capitato con 'L'espresso' di due settimane fa. Avevo appena letto a pagina 9 il convincentissimo articolo di Bocca sul cretinismo generale, avevo sfogliato a pagina 16 e vi avevo trovato la notizia di un film che Wim Wenders sta per girare in Italia. Forse mi aveva anche aiutato la foto dove Wenders non ci fa una gran figura, ma subito avevo pensato a un film con Boldi e De Sica e mi ero subito rammaricato che anche Wenders contribuisse al cretinismo generale. Poi mi sono fermato. Ammiro moltissimo Wenders, lo giudico regista profondo e pensoso, non mi è mai passata per la testa l'idea che sia uno stolto.

Che cosa era successo? Era successo che stavo ancora riverberando sull'articoletto di pagina 13 i sentimenti che avevo provato leggendo Bocca, e pensavo ancora che tutti siano fatalmente cretini..

Sempre su questo giornale leggo la 'Satira preventiva' di Serra, mi diverto come un matto ma, proseguendo a leggere le altre pagine, tutte le altre notizie mi paiono inventate da Serra e ho l'impressione che questo giornale ci parli di un mondo surreale. Ora è certamente possibile che (1) viviamo davvero in un mondo in cui tutti hanno perso la Trebisonda oppure (2) io inizi a mostrare sintomi di demenza senile; ma mi consola il fatto che rilevo spesso che anche gli altri si comportano in questo modo. Per esempio, incontro un tale che mi dice quanto è d'accordo su quanto ho scritto sull'ultima Bustina, e io so di sicuro che non ho mai espresso quella idea, anche perché si tratta proprio del contrario di quel che penso. Tento di spiegare, ma il mio lettore quasi si offende e dice di ricordare benissimo che io ho scritto quelle cose. Evidentemente le aveva lette in un articolo su un'altra pagina, o addirittura su un altro giornale, si era trovato consenziente e leggendo poi me (certamente con simpatia) mi aveva attribuito la sua idea (come io avevo fatto con l'abate Vallet). Del pari mi accade che il barista si compiaccia per la mia intervista alla televisione della sera prima, quando io ho la certezza di non essere stato in televisione ma, se lo dico, quello al massimo concede che forse era stato due sere prima. È che, vedendomi di persona, mi aveva associato alla mia immagine vista in qualche telegiornale chissà quanti mesi fa, poi aveva introdotto nel cocktail anche qualcosa che aveva udito la sera prima da qualcun altro.

Di solito a questo punto lascio perdere. Non riuscirò mai a spiegare al mio interlocutore che è vittima di quella che chiameremo la sindrome di Bayard.

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« Risposta #2 il: Agosto 18, 2007, 12:27:57 »

LA BUSTINA DI MINERVA

Ebrei, massoni e radical chic
di Umberto Eco


Il complotto evocato da don Gelmini dimostra che nel suo animo è conservato lo stesso mostro che aveva ossessionato i suoi maestri più anziani

Mentre scrivo non si è ancora sopita la discussione giornalistica sul caso di don Gelmini, e vorrei subito dire che non sono gran che interessato a sapere se le accuse che gli rivolgono sono giuste o sbagliate, perché errare è umano, sia che abbia sbagliato un prete sia che abbia sbagliato un magistrato, e per il resto si tratta di faccende personali. D'altra parte ammetto che gli accusatori non solo sono carcerati o pregiudicati, ma vengono da storie di droga e, se sotto l'imperio della droga si può immaginare di essere assaliti da un mostro con gli occhi d'insetto, si può anche immaginare di essere baciati da un ecclesiastico ottantenne, perché all'orrore (come sapeva Lovecraft) non c'è mai fine.

Tuttavia l'aspetto più interessante della faccenda è quello (che invece è stato liquidato in due giorni) dell'affermazione che le accuse venivano da una cricca ebraica e radical chic. Poi don Gelmini, di fronte alla reazione ebraica, si è corretto, ha detto che pensava ai massoni, i massoni sono come l'Opus Dei o i gesuiti, meno si fa chiasso intorno a loro e meglio è, e quindi non hanno dato gran seguito alla cosa, anche perché nessuno ha mai ammazzato sei milioni di massoni (hanno solo fucilato qualche carbonaro in tempi risorgimentali) e quindi i massoni su queste cose sono meno permalosi degli ebrei.

Sono apparsi subito alcuni articoli (ricordo quelli di Serra e di Battista) che notavano come la citazione di don Gelmini rivelasse echi (consci o inconsci) di antiche polemiche clericali, e che questo costituiva l'aspetto più triste della faccenda. Infatti è più che noto che l'idea del complotto giudaico massonico, prima di andare a nutrire i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, era nata in ambiente gesuitico e aveva percorso tutta la polemica anti rivoluzione francese, prima, e anti risorgimento, dopo.

Ma siccome al complotto giudaico massonico ci aveva ormai rinunciato da quel dì' lo stesso Vaticano, sembrava che questa immagine fosse rimasta sepolta in polverose biblioteche di seminari vescovili, lasciandone il copyright ad Adolf Hitler e a Bin Laden. E invece ecco che un sacerdote che vive oggi, e che presumibilmente ha studiato in seminario negli anni Trenta (dopo la Conciliazione), dimostra di aver conservato nei recessi della propria anima ricordi se non altro verbali del mostro che aveva ossessionato i suoi maestri più anziani.

Nel 1992 un povero cardinale, che non pensava affatto agli ebrei ma stava attaccando la mafia, l'aveva definita Sinagoga di Satana. Apriti cielo. Subito era sorta una polemica, a cui avevo partecipato anch'io con due Bustine. Chi giustificava l'uso di quella espressione ricordava come sinagoga nei dizionari significasse anche riunione, adunanza, conventicola, e che se ne parlava già nell'Apocalisse. Il fatto è che non solo nell'Apocalisse il termine appare in contesto antigiudaico, ma che il suo uso corrente è stato dovuto a un libro pubblicato nel 1893 da monsignor Meurin, 'La Sinagoga di Satana', dove si dimostrava che la massoneria, setta di adoratori di Lucifero, era pervasa di cultura ebraica (come del resto, e qui Meurin era molto generoso, gli scritti di Ermete Trismegisto, gli gnostici, gli adoratori del serpente, i manichei, i templari e i cavalieri di Malta) e che attraverso di essa gli ebrei miravano alla conquista del mondo.

Ora, dopo il libro assatanato di Meurin (che all'epoca aveva avuto molto successo) non si può più impunemente usare l'espressione 'Sinagoga di Satana' così come non si può più agitare una bandiera con la svastica affermando che si tratta soltanto di un venerabile e innocente simbolo astrale di origini preistoriche.

Annotavo qualche Bustina fa che stanno apparendo da un lato accanite polemiche anticlericali e antireligiose e dall'altro riprese della polemica clericale e sanfedista contro il mondo moderno e (da noi) contro i miti risorgimentali e l'ideologia dello Stato unitario. Altro che passo di gambero. Però forse mi sbagliavo, non si tratta di un paradossale ritorno a polemiche ormai morte, bensì di un naturalissimo ritorno del rimosso, di qualcosa che era sempre rimasto lì e non se ne parlava più solo per buona educazione. Ma chi è stato educato a temere il complotto giudaico non lo dimentica mai, anche se solo per via di frasi fatte - e anche se una patina di aggiornamento culturale permette di aggiungere espressioni come 'radical chic'. Insomma, pare che ci sia chi non ha mai smesso di leggere (sia pure di notte) i romanzi di padre Bresciani.

In questa vicenda l'unico aspetto che mi ha stupito è che, nel suo confusivo citazionismo, don Gelmini abbia tirato in ballo anche i massoni. Bel senso della riconoscenza, visto che (mi attengo a quanto ha detto lui) generosissimi finanziamenti ha ricevuto da un ex membro della P2, tessera 1.816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625.

(17 agosto 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #3 il: Settembre 02, 2007, 11:39:51 »

Ma chi ha scritto i 'Protocolli'?
di Umberto Eco

Che il documento sia falso è pacifico. Tuttavia chi lo abbia prodotto e quando è ancora materia di dibattito 

Il 31 luglio scorso è scomparso (a 92 anni) Norman Cohn. È sempre stato interessato alle psicopatologie collettive perché nel 1957 aveva scritto un affascinante libro sui vari millenarismi (uscito in italiano come 'I fanatici dell'Apocalisse', Comunità) e nel 1992 un altro (tradotto come 'I demoni dentro' da Unicopli) sulla caccia alle streghe. Ma il suo libro più sinistramente attuale rimane 'Warrant for a genocide' (1967) in cui si ricostruisce la vicenda della produzione e dello smascheramento di quel celebre falso che è stato 'I Protocolli dei Savi Anziani di Sion'. Sui Protocolli mi è accaduto di tornare sovente in queste Bustine, ma non per ossessione mia, bensì per ossessione altrui, visto che il tema ancora affolla il Web, specie nei siti fondamentalisti arabi, ma non solo.

Il libro di Cohn era stato tradotto nel 1969 da Einaudi come 'Licenza per un genocidio', ma purtroppo non è mai stato ristampato. D'altra parte non è mai stato tradotto in italiano un altro libro, più ricco di quello di Cohn (ottocento invece di duecentocinquanta pagine), specie per la storia remota dei Protocolli, 'L'apocalypse de notre temps' di Henri Rollin - che solo recentemente l'editore Allia ha riproposto in Francia. È un'opera che, apparsa nel 1939, all'inizio della guerra, annunciava con precisione quasi visionaria quello che i Protocolli avrebbero prodotto negli anni seguenti.

In un'altra Bustina citavo 'Il complotto' di Willy Eisner (Einaudi 2005) dove si ricorda (in forma narrativa, ma in base a seria documentazione) che i Protocolli sono stati presi ancor più sul serio proprio dopo che, nel 1921, il 'Times' aveva dimostrato che erano stati scopiazzati da un libro di Maurice Joly contro Napoleone III. Ma la posizione di chi li considera sempre validi continua a essere quella che ripeteva Julius Evola nella prefazione all'edizione italiana del 1938 (anno, ricordiamolo, delle leggi razziali in Italia): "Il problema della loro autenticità è secondario e da sostituirsi con quello, ben più essenziale, della loro 'veridicità'. Quand'anche (cioè: dato e non concesso) i Protocolli non fossero 'autentici' nel senso più ristretto, è come se essi lo fossero, per due ragioni capitali e decisive: perché i fatti ne dimostrano la verità; perché la loro corrispondenza con le idee-madre dell'Ebraismo tradizionale e moderno è incontestabile". Come dire: se anche non fossero stati scritti dagli ebrei esprimerebbero comunque quello che noi antisemiti pensiamo che gli ebrei pensino.

Sapevo che Rollin aveva collaborato nel 1939 con i servizi segreti francesi, ma ora apprendo, dall'articolo apparso su 'The Guardian' in morte di Cohn, che anche lui aveva lavorato durante la guerra per l'Intelligence Service. La coincidenza non è strana perché evidentemente la dimestichezza con i documenti falsi e con le doppiezze dei servizi segreti aveva aiutato questi due autori a dipanare una storia che ha assolutamente del romanzesco. Infatti che il documento sia falso è pacifico, ma chi lo abbia prodotto (e quando) è ancora materia di dibattito - tranne il fatto che il materiale d'origine nasce certamente in Francia.

Sia Rollin che Cohn hanno reso plausibile la tesi per cui tutto sarebbe stato ordito dai servizi segreti russi ovvero da quella Ochrana allora diretta a Parigi da Rakowsky, negli anni del caso Dreyfus - e ne 'Il complotto' Eisner accentua il ruolo avuto nella stesura finale da tale Golovinskij, che peraltro era collaboratore di Rakowsky. Una interpretazione radicalmente diversa di tutta la storia ha dato invece Cesare G. De Michelis nel suo 'Il manoscritto inesistente' (Marsilio, 1998). Siccome in effetti i Protocolli erano apparsi ufficialmente a stampa solo nel 1903 nel quotidiano russo 'Znamja' e poi in volumetto, a Pietroburgo nel 1905, De Michelis - lavorando con acribia filologica sugli originali russi - arriva alla conclusione che il testo sia stato steso solo in quegli anni in ambiente russo (devo ovviamente tralasciare le prove che egli adduce, e la dimostrazione di come le successive traduzioni abbiano sofferto di varie manipolazioni). Ma l'anno scorso Carlo Ginzburg in un congresso a Los Angeles ha criticato questa tesi come troppo radicale.

Si può in ogni caso ritenere che, anche se De Michelis ha ragione, il materiale sia stato a poco a poco assemblato nei decenni precedenti in Francia, anche perché in altra sede avevo individuato tra le fonti dei Protocolli persino i romanzi di Sue (tranne che per Sue il complotto non era degli ebrei bensì dei gesuiti).

È naturale che, nel corso dei quarant'anni decorsi dall'apparizione del libro di Cohn, in ogni nuova ricerca sulle origini dei Protocolli si avanzino delle riserve su alcuni aspetti della sua ricostruzione. Ma questo non rende il libro meno appassionante, anche perché porta in calce alcuni documenti di grande interesse come il famigerato 'Discorso del rabbino' che (falso anch'esso e sempre riapparso in forme diverse) ha certamente costituito una delle origini remote dei Protocolli.

da espressonline.it
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« Risposta #4 il: Settembre 21, 2007, 10:23:29 »

LA BUSTINA DI MINERVA

Qualunquismo e neo-qualunquismo
Umberto Eco


Il 'Vaffanculo Day' di Beppe Grillo, a differenza della minoranza 'malata' che diede vita all'Uomo Qualunque, rappresenta una malattia dell'intero corpo sociale  Il comico Beppe GrilloLa partecipazione al 'Vaffanculo Day' organizzato da Beppe Grillo ha riacceso la discussione se vari sintomi di disaffezione e sfiducia nei confronti della classe politica rivelino la rinascita del qualunquismo. Non credo che la crociata ormai decennale di Grillo contro tutti possa essere definita qualunquismo, perché caso mai si tratterebbe di una sorta di neo-savonarolismo laico.

Il problema è quello della gente che partecipa con lui, e persino di quelli che lo vanno a sentire per puro divertimento, perché se si divertono è perché viene sollecitato pur sempre qualche loro rancore profondo. D'altra parte le 150 mila copie (sino a luglio, che poi se va bene diventano 300 mila lettori) di 'La casta' di Stella e Rizzo non sono noccioline: tutti quei lettori che si interessano a come vengono spesi e sprecati i soldi pubblici, non sono gente che vuole soltanto divertirsi. È gente che cerca materia alla propria indignazione o almeno alla propria insoddisfazione nei confronti della classe politica e degli amministratori degli enti pubblici.

Ma si tratta di 'qualunquismo'? Il qualunquismo storico (lo racconto ai giovanissimi) nasce quando nel dicembre 1944 (nella Roma già liberata, ma mentre i fascisti dominano ancora l'Italia del nord), Guglielmo Giannini fonda un giornale, 'L'uomo qualunque', che già nel 1945 raggiunge le 850 mila copie di tiratura (tantissimo per quei tempi) sino a che nel 1946 dà origine al movimento omonimo che manderà ben 30 deputati alla Costituente. Che poi il movimento da un lato venga strumentalizzato dalla Democrazia cristiana e infine si smembri andando a ingrossare le file del partito monarchico e del neonato Movimento sociale, ci dice soltanto che il suo richiamo catalizzava i malumori dei vecchi fascisti epurati e di chi, uscito frastornato da vent'anni di dittatura, non riusciva a capire né la dialettica tra partiti diversi, né la retorica post-resistenziale che chiamava tutti a un pronunciamento ideologico. Era insomma il movimento dei 'vaffanculo' dell'epoca, ma per ragioni del tutto diverse da quelli odierni.


Infatti quel movimento rappresentava una reazione allo choc di una vita democratica ancora ignota, mentre questo rappresenta una disaffezione verso una vita democratica a tutti nota e (pareva) accettata. Quello era una malattia infantile della democrazia italiana, e infatti non ha avuto un successo veramente significativo perché gli si opponevano i grandi partiti di massa (Democrazia cristiana, Partiti comunista e socialista) che suscitavano l'entusiasmo e l'impegno dei cittadini. Invece il neo-qualunquismo non rappresenta il rifiuto a priori di una dialettica democratica (che i settatori dell'Uomo Qualunque rifiutavano prima ancora di averla conosciuta). Esso rappresenta la sindrome di delusione nei confronti della classe politica da parte di chi in quella dialettica ci credeva. Il primo riguardava una minoranza di 'malati' che non potevano inquinare il corpo sociale più di tanto, il secondo rappresenta o annuncia una malattia (incipiente) del corpo sociale nella sua totalità.

Non posso (e non so) analizzare tutti i motivi di questa disaffezione, ma vorrei dire quello che ho letto sui quotidiani o visto al telegiornale nelle ultime settimane, quando siamo stati avvisati ogni giorno che il governo intendeva diminuire le tasse. Ora un governo che dice a più riprese che diminuirà (al futuro) le tasse, certamente non le ha diminuite, e pazienza, perché potrebbe (come in parte ha fatto) spiegare perché ancora non può farlo. Ma ripetere ogni giorno che le tasse saranno diminuite induce in chi legge o ascolta due (e solo due) interpretazioni possibili: una, che il governo 'non' ha diminuito le tasse (altrimenti non userebbe il futuro), due, che ha aumentato le tasse, e proprio per questo si affanna a ripetere che poi le diminuirà.

Perché un governo scelga questo modo di comunicare ai suoi elettori, mi rimane dolorosamente oscuro, ma ammetto chela colpa non sia del governo bensì dei mass mediaha riacceso la discussione se vari sintomi di disaffezione e sfiducia nei confronti della classe politica rivelino la rinascita del qualunquismo. Non credo che la crociata ormai decennale di Grillo contro tutti possa essere definita qualunquismo, perché caso mai si tratterebbe di una sorta di neo-savonarolismo laico.

Il problema è quello della gente che partecipa con lui, e persino di quelli che lo vanno a sentire per puro divertimento, perché se si divertono è perché viene sollecitato pur sempre qualche loro rancore profondo. D'altra parte le 150 mila copie (sino a luglio, che poi se va bene diventano 300 mila lettori) di 'La casta' di Stella e Rizzo non sono noccioline: tutti quei lettori che si interessano a come vengono spesi e sprecati i soldi pubblici, non sono gente che vuole soltanto divertirsi. È gente che cerca materia alla propria indignazione o almeno alla propria insoddisfazione nei confronti della classe politica e degli amministratori degli enti pubblici.

Ma si tratta di 'qualunquismo'? Il qualunquismo storico (lo racconto ai giovanissimi) nasce quando nel dicembre 1944 (nella Roma già liberata, ma mentre i fascisti dominano ancora l'Italia del nord), Guglielmo Giannini fonda un giornale, 'L'uomo qualunque', che già nel 1945 raggiunge le 850 mila copie di tiratura (tantissimo per quei tempi) sino a che nel 1946 dà origine al movimento omonimo che manderà ben 30 deputati alla Costituente. Che poi il movimento da un lato venga strumentalizzato dalla Democrazia cristiana e infine si smembri andando a ingrossare le file del partito monarchico e del neonato Movimento sociale, ci dice soltanto che il suo richiamo catalizzava i malumori dei vecchi fascisti epurati e di chi, uscito frastornato da vent'anni di dittatura, non riusciva a capire né la dialettica tra partiti diversi, né la retorica post-resistenziale che chiamava tutti a un pronunciamento ideologico. Era insomma il movimento dei 'vaffanculo' dell'epoca, ma per ragioni del tutto diverse da quelli odierni.

Infatti quel movimento rappresentava una reazione allo choc di una vita democratica ancora ignota, mentre questo rappresenta una disaffezione verso una vita democratica a tutti nota e (pareva) accettata. Quello era una malattia infantile della democrazia italiana, e infatti non ha avuto un successo veramente significativo perché gli si opponevano i grandi partiti di massa (Democrazia cristiana, Partiti comunista e socialista) che suscitavano l'entusiasmo e l'impegno dei cittadini. Invece il neo-qualunquismo non rappresenta il rifiuto a priori di una dialettica democratica (che i settatori dell'Uomo Qualunque rifiutavano prima ancora di averla conosciuta). Esso rappresenta la sindrome di delusione nei confronti della classe politica da parte di chi in quella dialettica ci credeva. Il primo riguardava una minoranza di 'malati' che non potevano inquinare il corpo sociale più di tanto, il secondo rappresenta o annuncia una malattia (incipiente) del corpo sociale nella sua totalità.

Non posso (e non so) analizzare tutti i motivi di questa disaffezione, ma vorrei dire quello che ho letto sui quotidiani o visto al telegiornale nelle ultime settimane, quando siamo stati avvisati ogni giorno che il governo intendeva diminuire le tasse. Ora un governo che dice a più riprese che diminuirà (al futuro) le tasse, certamente non le ha diminuite, e pazienza, perché potrebbe (come in parte ha fatto) spiegare perché ancora non può farlo. Ma ripetere ogni giorno che le tasse saranno diminuite induce in chi legge o ascolta due (e solo due) interpretazioni possibili: una, che il governo 'non' ha diminuito le tasse (altrimenti non userebbe il futuro), due, che ha aumentato le tasse, e proprio per questo si affanna a ripetere che poi le diminuirà.

Perché un governo scelga questo modo di comunicare ai suoi elettori, mi rimane dolorosamente oscuro, ma ammetto che la colpa non sia del governo bensì dei mass media

(14 settembre 2007)


da espresso.repubblica.it
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« Risposta #5 il: Ottobre 20, 2007, 04:24:12 »

LA BUSTINA DI MINERVA

Bamboccioni messi in croce
di Umberto Eco


Perché i trentenni italiani, diplomati o laureati, non possono "abbassarsi" ad occupazioni umili per rendersi indipendenti? Non avrà qualche ragione il ministro Padoa-Schioppa quando parla di bamboccioni?  Il ministro dell'Economia Padoa-SchioppaMi fa un poco specie, francamente, che in questa discussione nazionale sui bamboccioni, a nessuno sia venuto in mente di andare a consultare il venerabile e autorevolissimo Grande Dizionario della Lingua Italiana Utet (altrimenti noto come il Battaglia). Vi si sarebbe trovato che mentre per bamboccio s'intende "bambino con una sfumatura vezzeggiativa e scherzosa insieme, bambino grassottello un po' goffo e impacciato, privo ancora di parola, di ragione, quasi un oggetto, un giocattolo", per la variazione bamboccione (accrescitivo) si possa reperire una serie di usi classici per cui, secondo il Tommaseo-Rigutini "se dico bamboccione non penserò tanto alla mole, quanto alla forma badiale... difficile immaginare un bamboccione senza un bel visone lustro", e secondo Baldini "ora tutti si trovano a far la vita comoda, lei, Bertoldino, la nuora Meneghina, e quel caro bamboccione di Cacasenno".

Quanto a Cacasenno (nell'aggiunta del Banchieri al classico 'Bertoldo e Bertoldino' del Croce) si trova che "Cacasenno era grosso di cintura, aveva la fronte bassissima, gli occhi grossi, le ciglia irsute, il naso e la bocca aguzza, che certo assomigliavasi ad un gatto mammone, ovvero ad uno scimmiotto". Dovendo montare a cavallo, "Cacasenno, pigliando il vantaggio, pose il piè mancino nella staffa dritta, e salito che fu si trovò con la faccia volta verso le natiche del cavallo; quivi Erminio crepava dal ridere, e volendo ch'ei smontasse, mai fu possibile a persuaderlo".

Quando arriva dal re, "i Palafrenieri di Corte, alzando la portiera, fecero entrare Cacasenno, il quale sopra le spalle si trascinava un uscio di legno. Il Re e la Regina, a questa gustosa entratura ebbero a smascellarsi dalle risa, intendendo tal stravaganza; ma più stupita restò la Marcolfa di tal cosa; e quivi il Maggiordomo di Corte, che si trovò presente, appena potendosi contenere dalle risa, così disse alle Regie Corone: Sappiano le Regie Corone loro che nel salir le scale del Palazzo, mentre Marcolfa entrava in sala, questo bamboccio disse a un Palafreniere che si sentia volontà di orinare. Fu egli intanto condotto al luogo di necessità, con sopportazione parlando, ed uscitone fuori non serrò l'uscio della bussola, onde io trovandomi, così gli dissi: Fanciullo, tirati dietro l'uscio, per non sentire il fetore; ed egli, levando l'uscio della bussola dai gangheri, se lo trascina dietro, onde così l'abbiamo introdotto qui a Loro".


Chiede il re: "Dimmi Cacasenno, perché ti trascini dietro quell'uscio?". E lui risponde: "Che importa a voi di saperlo?". Reagisce il re: "M'importa perché sono il padrone di casa". Risponde Cacasenno: "Se siete il padron di casa, quest'uscio adunque è vostro; ditemi che ne ho da fare". Il re: "Lascialo andare". E Cacasenno: "Uscio vattene, che il padrone ti dà licenza; vattene, dico, tu pesi troppo, né ti posso più tenere in ispalla". Pertanto la Marcolfa "levatogli l'uscio di spalla, ordinò a Cacasenno che facesse un inchino al Re ed alla Regina, ed inchinatosi fino a terra, ad ambedue baciasse la mano; allora Cacasenno, quasi un nuovo Cabalao, con bella grazia si pose trabocconi per terra, così dicendo: Oh! messeri, eccomi qui chinato in terra, siccome m'ha detto mia Nonna; mettetemi la mano in bocca, ch'io ve la voglio baciare; venite, vi aspetto".

Se Cacasenno era un bamboccione, molti di coloro che Padoa-Schioppa ha designato come tali non lo sono. E se qualcuno a trent'anni vive ancora coi genitori e usa la loro macchina per andare in discoteca il sabato sera (e magari schiantarsi alle tre di notte sull'autostrada), probabilmente è più astuto di Cacasenno e comunque fa così perché nessuno gli provvede un lavoro e dunque la colpa è della società.  Sacrosanto. Tuttavia, essendo per mestiere in contatto con i giovani e conoscendone molti che per studiare si sono fatti in quattro per trovare una borsa di studio e/o un lavoro qualsiasi e vivere con altri amici fuori sede, magari quattro per camera, mi chiedo perché le nostre piccole imprese siano piene di extracomunitari, e tanti di essi facciano i pony express e distribuiscano pacchi, occupando indegnamente (come suggerirebbe la Lega) posti che potrebbero essere presi dai nostri trentenni che vivono in famiglia.

L'ovvia risposta è che questi trentenni sono magari diplomati o dottori (come bizzarramente si chiamano oggi gli italiani che hanno fatto tre anni d'università) e non possono umiliarsi a distribuire pacchetti. Eppure in tutte le biografie americane di grandi scrittori o uomini politici si legge che, anche dopo gli studi, pur di poter attendere il momento della gloria, costoro hanno lustrato scarpe, lavato piatti o venduto giornali. Perché gli americani sì e gli italiani no? Che qualche ragione non l'abbia pure Padoa-Schioppa e che i virtuosi politici di destra e di sinistra che hanno reagito indignati alle sue parole non debbano smetterla di cercar voti tra i bamboccioni (che probabilmente, essendo bamboccioni, neppure votano più)?

(11 ottobre 2007)
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« Risposta #6 il: Novembre 09, 2007, 05:47:14 »

LA BUSTINA DI MINERVA

Ma che capirà il cinese?

di Umberto Eco


Il fatto che il mio editore cinese voglia tradurre una mia raccolta di 'Bustine' del 2000, testimonia del fatto che c'è gente che vuol superare la divisione delle culture e capire quel che capiscono gli 'altri'  Per ragioni a prima vista inspiegabili il mio editore cinese ha deciso di far tradurre anche una raccolta di Bustine di Minerva che avevo riunito in volume nel 2000. Chi legge questa rubrica sa che è piena di riferimenti all'attualità italiana e comunque occidentale e che a leggere una Bustina anche di pochi anni fa già si rischia di non riconoscere nomi o situazioni. Immaginiamoci per un lettore cinese. Infatti ricevo un e-mail dalla traduttrice, che dalle domande che pone si rivela persona informata della cultura italiana, ma che rimane perplessa di fronte a strizzate d'occhio o citazioni lampo, e mi domanda: a quale distributore di benzina a piazzale Loreto si riferisce? Cosa vuol dire Tre Palle un Soldo? Chi era il dottor Chiesa? Chi sono gli editori Zozzogno e Tiscordi? Che cosa significa 'il Palazzo'? Chi sono i Cannibali? Perché il premio Campiello lo decidono gli operatori ecologici delle Tre Venezie? Che cosa è una risposta 'alla Catalano'?

Cinesi a parte, mi chiedo se un nostro ragazzo del liceo sappia oggi cos'era il distributore di benzina di piazzale Loreto, e se la sua mente e il suo cuore - a meno che sia un cinefilo - siano mai stati illuminati dalla visita di Totò agli editori Zozzogno e Tiscordi, dopo che era sceso dal fatidico vagone letto. Ragione di più per dubitare della reazione dei cinesi a questi miei scritti. Il che m'indurrebbe a riflettere su come, in questo universo globalizzato in cui pare che ormai tutti vedano gli stessi film e mangino lo stesso cibo, esistano ancora fratture abissali e incolmabili tra cultura e cultura. Come faranno mai a intendersi due popoli di cui uno ignora Totò?

Eppure c'è un fatto, ed è che un editore cinese, contro ogni ragionevolezza, è disposto a investire denaro per tradurre le Bustine, il che significa che esisterà un mercato di nicchia anche per quelle - e d'altra parte basta visitare una libreria di Shanghai per trovare in traduzione tutti i libri occidentali, non solo i romanzi, ma persino Derrida o Heidegger, che già pongono problemi a chi li legge in lingua originale. Evidentemente il lettore cinese, anche se non sa chi erano Zozzogno o Tiscordi, prima o poi vuole saperlo, magari attraverso una nota a piè di pagina; forse non capirà bene chi era e cosa ha fatto il dottor Chiesa ma apprenderà che il cadavere di Mussolini è stato appeso per i piedi. Le culture sono ancora divise, ma popolate di gente che vuole superare queste divisioni e capire quel che capiscono 'gli altri'.


In questi giorni mi è capitato di sfogliare gli atti giudiziari del caso Vrain-Denis Lucas, un signore che verso la metà dell'Ottocento aveva prodotto circa 30 mila documenti autografi falsi e 27 mila ne aveva venduti a carissimo prezzo a un grande matematico di quei tempi, Chasles, membro dell'Accademia delle Scienze. Né Chasles (che certamente sarà stato acuto in matematica ma abbastanza ingenuo per tutto il resto) era stato il solo a crederci, perché anche molti dei suoi colleghi accademici ci avevano messo del tempo per decidere che si trattava di falsificazioni, e rozze per giunta.

Certamente Lucas aveva lavorato usando carta antica e riusciva persino a falsificare, sia pure rozzamente, la calligrafia delle varie epoche, ma aveva fatto scrivere su carta filigranata personaggi che non potevano che aver usato pergamene o papiri, come Carlo Magno, e addirittura aveva venduto lettere di Caligola, Cleopatra e Giulio Cesare scritte in francese. Naturalmente del francese di Cleopatra avevano subito dubitato tutti e il professor Chasles aveva indulgentemente avanzato l'ipotesi che si trattasse di copia e traduzione antica di un originale perduto, ma quando erano apparse lettere di Pascal a Galileo e a Newton da cui si deduceva che Pascal era stato il primo a scoprire la gravitazione universale, molti avevano esultato (per patriottismo) senza far caso al fatto che all'epoca gli studiosi di paesi diversi corrispondevano in latino.

Dunque nella civilissima Francia di poco più di centocinquant'anni fa alcuni accademici erano talmente nazionalisti e ignari di (o disinteressati ad) altre culture, da non riuscire a immaginare che nel mondo si parlasse qualcosa di diverso dal francese. E d'altra parte più o meno nella stessa epoca, in Texas, un deputato si era opposto all'introduzione dello studio delle lingue straniere nelle scuole, dicendo: "Se l'inglese era sufficiente per Nostro Signor Gesù Cristo, sarà sufficiente anche per noi". Anche se poi Lucas è stato ovviamente sbugiardato e condannato, l'episodio ci ricorda che per secoli le forze dell'etnocentrismo hanno posto filtri impenetrabili tra culture diverse.

Il fatto che oggi un editore cinese tenti traduzioni impossibili è segno di un atteggiamento diverso. D'altra parte anche noi traduciamo autori cinesi e chissà cosa capiamo veramente di quel che dicono. Ma non importa, sappiamo per intanto che stanno parlando anche loro.

(08 novembre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #7 il: Novembre 23, 2007, 06:55:04 »

Umberto Eco.

Specchio delle sue brame

Stefano Poggi pubblica da Cortina 'La vera storia della Regina di Biancaneve'.

Un libretto extra-vagante, un'avventura nei territori dell'irrilevante ma molto piacevole


È vero. Tempo fa in un'intervista alla 'Süddeutsche Zeitung', dovendo dire quali delle donne della storia dell'arte suscitassero maggiormente la mia ammirazione (in effetti dicevo più prosaicamente con quale sarei andato volentieri a cena) menzionavo insieme alla Dama dall'Ermellino anche la regina Uta di Naumburg. E da allora devo dire che molti tedeschi mi hanno inviato foto e libretti su Uta, ed è bello in fondo idoleggiare una donna morta otto secoli fa e avere tante persone che ti mandano la sua fotografia.

La statua di Uta di Ballenstedt (vissuta nel Dodicesimo secolo e scolpita un secolo dopo) appare quasi in forma di colonna nel duomo di Naumburg ed è stata infinitamente riprodotta perché è diventata quasi un'icona della pangermanesimo neoromantico, a tal punto che apprendo solo ora (lo confesso, e dal libro di cui parlerò) che era stata sfruttata dalla propaganda nazista come prototipo di bellezza ariana ed esempio di arte classica da opporre all'arte degenerata delle avanguardie pluto-giudaico-massoniche. Mi spiace, io amavo Uta in quanto cultore di cose medievali, e continuerò ad amarla, perché il suo viso è davvero bellissimo. Del resto del corpo si sa poco, perché Uta non si presenta nuda come una Venere greca qualsiasi, mediterranea e un poco sudaticcia, ma si erge casta ed altera con "il volto bellissimo incorniciato da una benda che ne esalta l'ovale, le labbra tra il serrato e il dischiuso, il diadema con i gigli, l'ampio mantello con il bavero rialzato e nello stesso momento serrato al corpo con un gesto che appare forse più trepido che imperioso".

Non potendo pubblicare la foto di Uta in questa pagina ho citato la descrizione che ne dà Stefano Poggi il quale (ricordando peraltro anche quella mia dichiarazione d'amore, o invito a cena) pubblica presso l'editore Cortina 'La vera storia della Regina di Biancaneve', un libretto extra-vagante che inizia con il racconto di un pellegrinaggio per le terre che erano state di Nietzsche e poi quasi per caso approda a Naumburg dove, appena vista Uta, l'autore e altri con lui ritengono di aver trovato il ritratto preciso di Grimhilde, la regina cattiva di 'Biancaneve e i sette nani'.

La cosa mi ha disturbato. È pur vero che Grimhilde veste proprio come Uta, ma la sua bellezza è malvagia mentre di Uta si può dire al massimo che è algida, ma soave. Per questo già mi consolavo quando l'autore riporta una diceria per cui a ispirare Grimhilde fosse stata un'attrice degli anni Trenta, Helen Gahagan, che con vesti quasi uguali (ho controllato su Internet) aveva interpretato la mitica 'She', bellezza sublime e maledetta, ispirata al romanzo celeberrimo di Rider Haggard. E la cosa non mi dispiaceva perché lo stesso romanzo ha ispirato quel fumetto di Lyman Young (l'autore di Cino e Franco) che in Italia si era intitolato 'La misteriosa fiamma della Regina Loana' (e qualcuno dei miei venticinque lettori saprà che ha un posto nei miei ricordi infantili).

Ma no, la pista di 'She' non persuade Poggi, che inizia una serrata indagine per dimostrare come Walt Disney, che aveva raccolto molto materiale per il suo film, conoscesse la statua di Uta, come la conoscessero certamente i suoi collaboratori, e come a Uta si sia effettivamente ispirato - evidentemente facendo compiere una rotazione di almeno 180 gradi al personaggio, e trasformandolo da icona di regale venustà a immagine della perversità.

Pare che della cosa si fossero accorti il dottor Goebbels e quelli del suo entourage e che questo sfregio all'estetica ariana abbia fatto sì che 'Biancaneve' non fosse stata acquistata dai circuiti cinematografici tedeschi. E di qui si potrebbe persino sospettare, come i nazisti avrebbero fatto, che lo sfregio fosse intenzionale, visto che Hollywood era notoriamente un covo di ebrei o comunque di comunisti e antifascisti.

Poggi è molto onesto: provvede una sostanziosa bibliografia sulla quale si è documentato, ma avverte: "Non tutte le vicende di cui si è narrato sono autentiche o, comunque, documentate. Alcune sono frutto di una sorta di ragionevole induzione fantastica, attuata partendo dall'utilizzo delle fonti di cui sopra". E pertanto questo, che inizia come il diario di un pellegrino sui cammini di San Giacomo di Compostella e continua come una ricostruzione storiografica, non è un libro che aspiri ad essere 'scientificamente' definitivo. E poiché il sapere se Uta abbia veramente ispirato Grimhilde o meno pare materia di poco momento, si presenta come un libro 'inutile'. Ma è piacevolissimamente inutile, perché racconta di una sorta di ossessione, di un arrabattamento mentale e archivistico per togliersi una soddisfazione che ad altri parrà del tutto bizzarra. Ed è certo che il lettore seguirà questa avventura nei territori dell'irrilevante con molto diletto, lo stesso (credo) che ha provato l'autore nel condurre la sua 'queste' di un Graal a rovescio. Col sospetto che in fondo lui, a cena, sarebbe uscito con Grimhilde - specchio delle sue brame.

(23 novembre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #8 il: Novembre 25, 2007, 11:43:41 »

POLITICA

L'INTERVISTA. L'allarme di Umberto Eco: dal futurismo e dal fascismo in poi l'Italia è sempre stata un laboratorio

"Populismo e controllo totale dei media rischio-Berlusconi anche in altri Paesi"

di DEBORAH SOLOMON

 
EBBENE la sua notorietà sia dovuta soprattuto al giallo letterario "Il nome della Rosa", lei è anche un prolifico commentatore in campo politico. Nei suoi saggi, recentemente raccolti sotto il titolo "A passo di gambero", ha lanciato l'allarme contro il pericolo di un "populismo mediatico". Come definirebbe questo termine?
"Il populismo mediatico consiste nel rivolgersi direttamente al popolo attraverso i media. Un politico che ha in mano i media può orientare il corso della politica al di fuori del Parlamento, e persino eliminare la mediazione parlamentare".

Il suo libro è in buona parte un attacco a Silvio Berlusconi, l'ex primo ministro italiano che ha usato il suo impero mediatico per i propri fini politici.
"Dal 1994 al 1995 e dal 2001 al 2006 Berlusconi è stato al tempo stesso l'uomo più ricco d'Italia, il presidente del Consiglio e il proprietario di tre reti televisive, avendo inoltre sotto il suo controllo le tre emittenti di Stato. È un fenomeno che potrebbe accadere, e forse è già in atto in altri Paesi, in base allo stesso meccanismo".

Ma qui in Usa abbiamo la Fcc (la Commissione Federale delle Comunicazioni , ndt) e altri organismi federali creati per impedire la formazione di monopoli che consentirebbero ai politici di controllare la stampa e i canali televisivi del Paese.
"E negli Stati Uniti esiste tuttora, almeno nei principi, una netta separazione tra i media e il potere politico".

Ma allora, perché pensa che non solo l'Italia, ma qualunque altro Paese corra il rischio di cadere sotto il dominio dei media da lei descritto?
"Se all'estero c'è tanto interesse per il caso italiano, è anche perché durante lo scorso secolo l'Italia è stata un laboratorio. A incominciare dai futuristi, che hanno lanciato il loro manifesto nel 1909, per passare al fascismo, sperimentato nel laboratorio italiano e migrato poi in Spagna, nei Balcani e in Germania"

Intende dire che l'idea della Germania nazista nasce dal fascismo italiano?
"Senza dubbio. Così dicono gli storici".

Ma forse solo quelli italiani.
"Se non le sta bene, non lo scriva; per me è indifferente".

Lei pensa dunque che l'Italia sia all'origine di entrambe le tendenze, sia in campo artistico - con la moda del futurismo - che in quello politico, col fascismo?
"Infatti. Perché no?".

Come considera il successore di Berlusconi, Romano Prodi, eletto l'anno scorso, che ha spostato l'asse del governo a sinistra?
"Prodi è un amico. Io lo apprezzo, ma penso che sia stato sopraffatto dai contrasti sorti all'interno della sua stessa maggioranza dopo la sua elezione. Berlusconi ha il vantaggio di essere un grosso attore. Prodi non è un attore; e questo non è un delitto, ma una debolezza".

È un intellettuale, cioè tutt'altro che un uomo d'affari?
"Sì. Prodi è stato docente di economia, e all'inizio degli anni 90 ha anche insegnato nell'ambito di uno dei miei programmi. Poi, all'improvviso, ha deciso di dedicarsi alla politica".

Si riferisce alla facoltà di Scienza delle comunicazioni all'università di Bologna, dove è docente di semiotica?
"Sono andato in pensione proprio questo mese. Ho 75 anni".

E non ha mai pensato di entrare in politica?
"No, perché credo che ognuno debba fare il suo mestiere."

Si considera in primo luogo uno scrittore?
"Penso di essere uno studioso che scrive romanzi, ma solo con la mano sinistra".

Mi chiedo se lei abbia letto il "Codice Da Vinci" di Dan Brown, in cui molti critici hanno visto una versione pop del suo romanzo "Il nome della rosa".
"Sono stato costretto a leggerlo, perché tutti mi facevano domande in proposito. Le rispondo che Dan Brown è uno dei personaggi del mio romanzo "Il pendolo di Foucault", in cui si parla di gente che incomincia a credere nel ciarpame occultista".

Ma sembra che lei stesso sia interessato alla cabala, all'alchimia e ad altre pratiche occulte di cui parla nel suo libro.
"No, nel pendolo di Foucault ho rappresentato quel tipo di persone in maniera grottesca. Ecco perché Dan Brown è una delle mie creature."

Per lei è importante che i suoi romanzi continuino a essere letti di qui a cent'anni?
"Scrivere un libro senza preoccuparsi della sua sopravvivenza sarebbe da imbecilli".
da The New York Times Magazine
copyright 2007 Deborah Solomon
(distribuito da New York Times Syndicate)
Traduzione di Elisabetta Horvat


(25 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #9 il: Dicembre 14, 2007, 05:06:33 »

La cocaina dei popoli

Non sono sicuro che abbia ragione José Saramago quando scrive che se tutti fossimo atei vivremmo in una società più pacifica. Ma qualche riflessione
l'inducono sia il 'Gott mit uns' che il 'God bless America'  GLI ALTRI ARTICOLI

DI UMBERTO ECO


In un recente dibattito dedicato alla semiotica del sacro si era finiti a un certo punto di parlare di quella idea che va da Machiavelli a Rousseau, e oltre, di una 'religione civile' dei Romani, intesa come insieme di credenze e di obblighi capace di tenere insieme la società. È stato fatto notare che da questa concezione, in sé virtuosa, si arriva facilmente all'idea della religione come 'instrumentum regni', espediente che un potere politico (magari rappresentato da miscredenti) usa per tenere buoni i propri sudditi.

L'idea era già presente in autori che avevano esperienza della religione civile dei romani e per esempio Polibio ('Storie' VI) scriveva a proposito dei riti romani che "in una nazione formata da soli sapienti, sarebbe inutile ricorrere a mezzi come questi, ma poiché la moltitudine è per sua natura volubile e soggiace a passioni di ogni genere, a sfrenata avidità, ad ira violenta, non c'è che trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori. Sono per questo del parere che gli antichi non abbiano introdotto senza ragione presso le moltitudini la fede religiosa e le superstizioni sull'Ade, ma che piuttosto siano stolti coloro che cercano di eliminarle ai nostri giorni. I Romani, pur maneggiando nelle pubbliche cariche e nelle ambascerie quantità di denaro di molti maggiori, si conservano onesti solo per rispetto al vincolo del giuramento; mentre presso gli altri popoli raramente si trova chi non tocchi il pubblico denaro, presso i Romani è raro trovare che qualcuno si macchi di tale colpa".

Se pure i romani si comportavano così virtuosamente in epoca repubblicana, certamente a un certo punto hanno smesso. E si può capire perché secoli dopo Spinoza desse un'altra lettura dello 'instrumentum regni', e delle sue cerimonie splendide e accattivanti: "Ordunque, se è vero che il segreto più grande e il massimo interesse del regime monarchico consistono nel mantenere gli uomini nell'inganno e nel nascondere sotto lo specioso nome di religione la paura con cui essi devono essere tenuti sottomessi, perché combattano per la loro schiavitù come se fosse la loro salvezza. è altrettanto vero che in una libera comunità non si potrebbe né pensare né tentare di realizzare nulla di più funesto" ('Trattato teologico politico').

Di qui non era difficile arrivare alla celebre definizione marxiana per cui la religione è l'oppio dei popoli. Ma è vero che le religioni hanno tutte e sempre questa 'virtus dormitiva'? Di opinione nettamente diversa è per esempio José Saramago che a più riprese si è scagliato contro le religioni come fomite di conflitto: "Le religioni, tutte, senza eccezione, non serviranno mai per avvicinare e riconciliare gli uomini e, al contrario, sono state e continuano a essere causa di sofferenze inenarrabili, di stragi, di mostruose violenze fisiche e spirituali che costituiscono uno dei più tenebrosi capitoli della misera storia umana" (da 'la Repubblica', 20 settembre 2001).

Saramago concludeva altrove che "se tutti fossimo atei vivremmo in una società più pacifica". Non sono sicuro che abbia ragione, ma certo sembra che indirettamente gli abbia risposto papa Ratzinger nella sua recente enciclica 'Spe salvi' dove ci dice che al contrario l'ateismo del XIX e del XX secolo, anche se si è presentato come protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale, ha fatto sì che "da tale premessa siano conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia".

Mi viene il sospetto che Ratzinger pensasse a quei senzadio di Lenin e Stalin, ma dimenticava che sulle bandiere naziste stava scritto 'Gott mit uns' (che significa 'Dio è con noi'), che falangi di cappellani militari benedicevano i gagliardetti fascisti, che ispirato a principi religiosissimi e sostenuto da Guerriglieri di Cristo Re era il massacratore Francisco Franco (a parte i crimini degli avversari, è pur sempre lui che ha cominciato), che religiosissimi erano i vandeani contro i repubblicani che avevano pure inventato una Dea Ragione ('instrumentum regni'), che cattolici e protestanti si sono allegramente massacrati per anni e anni, che sia i crociati che i loro nemici erano spinti da motivazioni religiose, che per difendere la religione romana si facevano mangiare i cristiani dai leoni, che per ragioni religiose sono stati accesi molti roghi, che religiosissimi sono i fondamentalisti musulmani, gli attentatori delle Twin Towers, Osama e i talebani che bombardavano i Buddha, che per ragioni religiose si oppongono India e Pakistan, e che infine è invocando 'God bless America' che Bush ha invaso l'Iraq. Per cui mi veniva da riflettere che forse (se talora la religione è o è stata oppio dei popoli) più spesso ne è stata la cocaina. Forse l'uomo è animale psichedelico.

(07 dicembre 2007)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #10 il: Gennaio 11, 2008, 11:30:33 »

Umberto ECO

Una bella Compagnia

Sindrome del complotto?

Se volete un esempio su Internet c'è un sito che attribuisce tutti gli eventi del mondo (non solo contemporaneo) al complotto universale dei gesuiti

Ogni volta che in questa Bustina sono tornato sul tema della sindrome del complotto ho ricevuto lettere di persone sdegnate che mi ricordavano che i complotti esistono davvero. Ma certo che sì. Ogni colpo di stato sino al giorno prima era un complotto, si complotta per dare la scalata a una azienda rastrellando a poco a poco le azioni, o per mettere una bomba sulla metropolitana. Di complotti ce ne sono sempre stati, alcuni sono falliti senza che nessuno se ne fosse reso conto, altri hanno avuto successo, ma in generale quello che li caratterizza è che sono sempre limitati quanto a fini e area di efficacia. Quello di cui invece si parla quando si cita la sindrome del complotto è l'idea di un complotto universale (in certe teologie addirittura a dimensione cosmica), per cui tutti o quasi tutti gli eventi della storia sono mossi da un potere unico e misterioso che agisce nell'ombra.

È questa la sindrome del complotto di cui parlava Popper ed è peccato che sia passato quasi inosservatao il libro di Daniel Pipes,'Il lato oscuro della storia' tradotto nel 2005 dall'editore Lindau ma in effetti uscito nel 1997 con un titolo più esplicito, 'Conspiracy' (e come 'Come fiorisce lo stile paranoico e da dove viene'). Il libro si apre con una citazione di Metternich che pare abbia detto, apprendendo della morte dell'ambasciatore russo: "Quali saranno state le sue motivazioni?".

Ecco, la sindrome del complotto sostituisce agli accidenti e alle casualità della storia un disegno, ovviamente malvagio e sempre occulto.

Sono abbastanza lucido per sospettare talora che, a lamentare le sindromi da complotto, forse sto dando prova di paranoia, nel senso che manifesto una sindrome per cui credo che esistano ovunque sindromi da complotto. Ma a rassicurarmi basta sempre una rapida ispezione a Internet. I complottardi sono legione e talora raggiungono vette di raffinato umorismo involontario. L'altro giorno sono capitato sul sito 'www.conspiration.cc/sujets/religion/monde_malade.jesuites.html' dove appare un lungo testo 'Le monde malade des jesuites, Revue Undercover 14', di Joël Labruyère. Come suggerisce il titolo si tratta di un'ampia rassegna di tutti gli eventi del mondo (non solo contemporaneo) dovuti al complotto universale dei gesuiti.

I gesuiti del diciannovesimo secolo, da padre Barruel alla nascita della 'Civiltà cattolica' e ai romanzi di padre Bresciani sono stati tra i principali ispiratori della teoria del complotto giudaico massonico, ed era giusto che fossero ripagati della stessa moneta da parte di liberali, mazziniani, massoni e anticlericali, con la teoria appunto del complotto gesuitico, reso popolare non tanto da alcuni pamphlet, o da libri famosi, a partire dalle 'Provinciali' di Pascal a 'Il gesuita moderno' di Gioberti o agli scritti di Michelet e Quinet, ma dai romanzi di Eugène Sue, 'L'ebreo errante' e 'I misteri del popolo'.

Niente di nuovo quindi, ma il sito di Labruyère porta al parossismo l'ossessione dei gesuiti. Elenco a volo d'uccello perché lo spazio della Bustina è quello che è mentre la fantasia complottarda di Labruyère è omerica. Dunque i gesuiti sono sempre stati intesi a costituire un governo mondiale, controllando sia il papa che i vari monarchi europei, attraverso i famigerati Illuminati di Baviera (che i gesuiti stessi avevano creato denunciandoli poi come comunisti) hanno cercato di far cadere quei monarchi che avevano messo al bando la compagnia di Gesù, sono stati i gesuiti a far affondare il Titanic perché da quell'incidente gli è stato possibile fondare la Federal Reserve Bank attraverso la mediazione dei cavalieri di Malta che essi controllano - e non a caso nel naufraghio del Titanic sono morti i tre ebrei più ricchi del mondo, Astor, Guggenheim e Straus, che alla fondazione di quella banca si opponevano. Lavorando con la Federal Bank i gesuiti hanno poi hanno finanziato le due guerre mondiali che hanno chiaramente prodotto solo vantaggi per il Vaticano. Quanto all'assassinio di Kennedy (e Oliver Stone è chiaramente manipolato dai gesuiti) se non dimentichiamo che anche la Cia nasce come programma gesuitico ispirato agli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, che i gesuiti la controllavano attraverso la Kgb sovietica, si capisce allora che Kennedy è stato ucciso dagli stessi che avevano mandato a fondo il Titanic.

Naturalmente sono d'ispirazione gesuitica tutti i gruppi neonazisti e antisemiti, c'erano i gesuiti dietro Nixon e Clinton, sono stati i gesuiti a produrre il massacro di Oklahoma City, dai gesuiti era ispirato il cardinale Spellman che fomentava la guerra in Viet Nam, che alla Federal Bank gesuitica ha fruttato 220 milioni di dollari. Naturalmente non può mancare nel quadro l'Opus Dei, che i gesuiti controllano attraverso i cavalieri di Malta.

Devo sorvolare su tanti altri complotti. Ma adesso non chiedetevi più perché la gente legge Dan Brown. Forse ci sono dietro i gesuiti.

(11 gennaio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #11 il: Gennaio 25, 2008, 04:55:56 »


Umberto Eco

Un paese diverso dagli altri


Dialogo con un amico straniero sulle dimissioni  di Mastella, sul governo, sulle dichiarazioni fatte  all'estero dai nostri politici, sul ruolo dell'opposizione e quello della maggioranza  Ma che cosa è successo da voi nelle ultime due settimane? mi chiede l'amico straniero. Mah, rispondo, un ministro è stato accusato di concussione. Beh, dice l'amico, niente di strano, è successo anche da noi. Come ha reagito il governo? Gli ha assicurato la sua solidarietà morale, rispondo. Giusto, dice l'amico, il governo deve supporre che, sino a che non sia provato che il ministro ha davvero commesso un crimine, egli sia una persona per bene, altrimenti non l'avrebbero mai cooptato. Piuttosto, continua, l'amico, dimmi che ha fatto il ministro. Rispondo che, per essere libero di tutelare la sua onorabilità e non mettere in imbarazzo il governo, ha dato le dimissioni. L'amico osserva che siamo davvero davanti a una persona degna del massimo rispetto. Così si fa nei paesi civili.

È vero, gli dico, ma è successa una cosa strana. Quel ministro, che si trova evidentemente in aspra polemica con la magistratura che l'ha accusato, ha detto che se il governo non aderirà alla sua polemica gli ritirerà i voti del suo gruppo e lo farà cadere. Osserva l'amico che questo suona un poco come un ricatto: se il ministro aveva dato le dimissioni per potersi difendere liberamente senza coinvolgere il governo, perché allora lo coinvolge? La cosa mi fa specie, dice, anche se comprendo che il vostro è un governo che si regge sull'appoggio esterno, contrattato volta per volta, di vari gruppi, tra cui quello del ministro in questione.

No, correggo: al governo c'è una 'unione' di partiti che si sono presentati alle elezioni sotto la stessa bandiera perché condividevano tutti alcuni sacri principi e tutti si opponevano a quello che consideravano il malgoverno precedente. Mi domanda l'amico: compreso il gruppo del ministro dimissionario? Certo, rispondo. E dunque, insiste l'amico, il ministro di cui si parla aveva aderito alla unione per motivi ideali ed era, sia pure in senso metaforico, disposto a battersi sino all'ultimo per il trionfo di quei principi ideali. E come no, rispondo io. E allora, si stupisce l'amico, perché nel momento in cui viene accusato il ministro non crede più in quei principi ideali e minaccia di far cadere quel governo per sostenere il quale è stato eletto?

Non sapendo cosa rispondere, prego l'amico di cambiare argomento. Egli mi chiede allora come mai quando un nostro uomo politico, compresi gli uomini di governo, fa un viaggio e viene intervistato all'estero, anziché farsi interprete degli interessi del nostro paese presso il paese ospite, rispondendo alle domande dei giornalisti locali, risponde invece alle domande dei giornalisti italiani, che tra l'altro non si vede perché abbiano fatto un viaggio così costoso per domandare al politico cose che avrebbero potuto domandargli in patria. E nel rispondere a quelle domande il politico parla di cose di casa propria, lanciando dei messaggi sovente minacciosi non solo ai suoi avversari ma spesso anche ai propri colleghi di partito o di governo. Mi dice l'amico che nel resto del mondo civile, se un uomo di governo deve fare una dichiarazione importante, non fa del turismo ma resta nel proprio paese e convoca una conferenza stampa o addirittura lancia un messaggio alla nazione, come fa spesso il presidente Bush; oppure parla in parlamento, che è la sede deputata per dichiarazioni che concernono la politica nazionale. Vedi, gli spiego, se il nostro politico parla in una conferenza stampa o in parlamento, il suo discorso viene registrato parola per parola, e dopo non può più smentire quello che ha detto. Invece parlando all'estero, la sua voce arrivando in patria attraverso la mediazione di cronisti, può sempre dire di essere stato frainteso. Ma perché un politico desidera essere frainteso, mi domanda l'amico? Confesso che anche su questo punto non ho una risposta convincente. In ogni caso gli faccio notare che è importante per un nostro politico parlare all'estero, perché noi siamo dei provinciali e quello che si dice a Roma fa meno notizia di quello che si dice a Mombasa. Per questo i nostri politici fanno tanti viaggi all'estero, magari con famiglia - la cui unità va salvaguardata.

Sembrate quasi un paese diverso dagli altri, dice l'amico. Per esempio, perché sin dal primo giorno dopo le elezioni, pare che il fine dell'opposizione nel vostro paese sia fare cadere il governo, tanto che la sua caduta viene richiesta e annunciata ogni giorno? Ma come, domando, il fine di una opposizione non è quello di fare cadere il governo in carica? Assolutamente no, almeno da noi, risponde l'amico. In democrazia il fine dell'opposizione è, poiché il governo è stato eletto, tallonarlo giorno per giorno, per fargli migliorare le leggi, per impedirgli di prevaricare. Se l'opposizione perde tempo ogni giorno per architettare piani per far cadere il governo, non ha tempo per studiare i progetti alternativi che dovrebbe opporgli, o le critiche circostanziate e continue alla sua azione, per correggerla.

Devo ammettere che ha ragione, anche perché da noi, per far cadere il governo, non è indispensabile l'opposizione, basta la maggioranza.

A questo punto devo ammettere che effettivamente sembriamo un paese diverso dagli altri.
(25 gennaio 2008)

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« Risposta #12 il: Febbraio 12, 2008, 03:38:28 »

Umberto Eco

Né col Sessantotto né col Settantotto


Quel che sta accadendo col Salone di Torino è un poco come se il Telefono Azzurro, per attirare l'attenzione sull'infanzia maltrattata, fustigasse a sangue alcuni bambini sulla pubblica piazza  Amos OzIniziano le rievocazioni-celebrazioni-glorificazioni-demonizzazioni del Sessantotto. Ne vedremo delle belle. Per cominciare, domenica scorsa un importante quotidiano attribuiva all'onorevole Casini la frase "Il '68 ci ha lasciato in eredità lo slogan 'né con lo Stato né con le Brigate rosse'". Io non mi fido mai di quello che leggo sui giornali ma, anche se Casini non avesse mai pronunciato quella frase, l'avrebbe scritta il cronista che gliela ha attribuita per sintetizzare il suo pensiero, ritenendola sensata. Ora, se vogliamo riflettere sul '68, comportiamoci da storici, non da comari. Una frase del genere non poteva essere pronunciata nel '68 anzitutto perché all'epoca le Brigate rosse non esistevano ancora, e in secondo luogo perché, si dice, fu pronunciata da Leonardo Sciascia (che certamente sessantottino non era) ai tempi dell'affare Moro - e dunque dieci anni dopo.

Se andate ora a ricercarla su Internet vedete che alcuni l'attribuiscono a Lotta continua altri persino a Moravia, troverete che Sciascia ha poi cercato di spiegare in che senso la si poteva intendere, e che all'epoca intorno a questa frase c'era stata amplissima polemica, e dunque se si deve riflettere non dico sul '68, ma su tutto il decennio successivo, che si torni alle fonti, altrimenti ci attende un anno di rievocazioni deliranti tipo "nonno, quand'è l'ultima volta che sei andato in mona?" (e il nonno fa il verso del lupo).

Dopo questa profondissima riflessione, l'ultima che nel corso di quest'anno farò su quell'anno preterito, passiamo a cose più tristi - ma che forse con il sessantottismo deteriore hanno qualche vaga parentela - e mi riferisco all'incrocio di proteste, veti, ukase nati intorno all'invito fatto dal Salone del Libro di Torino a scrittori israeliani, e in particolare a scrittori antiguerrafondai e fondamentalmente pacifisti come Amos Oz, David Grossman o Abraham Yehoshua

Tutti ormai sapete la storia, il Salone di Torino, che nel corso degli anni ha invitato scrittori di tutti i paesi, non dovrebbe invitare gli scrittori israeliani perché il governo di Israele merita numerose censure - alcune delle quali non io, ma gli stessi scrittori israeliani sono disposti a condividere. Ora forse i lettori affezionati di questa rubrica ricorderanno che nel gennaio 2003 avevo denunciato la decisione di Mona Baker, stimabile studiosa di traduttologia e direttrice della rivista 'Translation Studies Abstracts' la quale, non condividendo la politica del governo israeliano (suo diritto) aveva invitato a dimissionare i due studiosi israeliani che facevano parte del comitato direttivo della rivista (e, badiamo, ai quali riconosceva di aver varie volte espresso giudizi critici nei confronti del loro stesso governo) all'insegna di un "richiamo al boicottaggio delle istituzioni di ricerca israeliane".

La decisione della signora Baker era (oltre che vagamente nazista) delirante perché era un poco come se, negli anni Quaranta, un buon democratico antinazista, avesse deciso di mandare al rogo le opere di Thomas Mann, e magari di Goethe. Ma non ci sono limiti al peggio, ed ecco la polemica intorno al Salone del Libro.

Se essa fosse condotta solo da fondamentalisti amici di Bin Laden, niente da obiettare, sono fanatici che non fanno altro che ripetere che se dipendesse da loro su Israele lancerebbero una bomba atomica, e non ci si può attendere da costoro un comportamento da intellettuale illuminato. Ma la protesta contro il salone è venuta anche da rappresentanti della sinistra italiana, come se nulla avessero mai appreso dai roghi nazisti delle opere di arte degenerata, e secoli di cultura umanistica non avessero loro insegnato che un conto è la politica di un governo e un conto è la letteratura o la scienza praticata dai sudditi di quel governo.

Io capisco benissimo il rozzo ragionamento che certi amici della sinistra estrema (che ormai per rotazione di trecentosessanta gradi stanno avvicinandosi pericolosamente alla destra estrema) hanno fatto: siccome bisogna richiamare l'attenzione dei cittadini sulla nefasta politica del governo di Israele, facciamo scoppiare uno scandalo che finirà sulle prime pagine di tutti i giornali. D'accordo, in politica e in tecnica della pubblicità si fa anche così (Berlusconi è maestro), ma quello che sta accadendo col Salone di Torino è un poco come se il Telefono Azzurro, per attirare l'attenzione della pubblica opinione sui maltrattamenti a cui sono sottoposti i bambini, ne fustigasse alcuni a sangue sulla pubblica piazza. Non mi pare che sia così che si fa, perché due torti non fanno una ragione.

Mi pare che stiamo perdendo la sinderesi, che nel De Mauro viene definita come (in filosofia medievale) la naturale capacità dell'animo umano di distinguere immediatamente il bene dal male e di avere consapevolezza della legge morale, ed estensivamente come capacità di giudizio e discernimento, per cui perdere la sinderesi significa perdere la bussola, non essere in grado di ragionare.

(11 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #13 il: Febbraio 23, 2008, 02:38:32 »

Umberto Eco

Tredici anni mal spesi


Diceva Oliver Wendell Holmes jr: "Il segreto del mio successo è che da giovane ho scoperto di non essere Dio". Sono pensieri che mi vengono in questo inizio di campagna elettorale  Oliver Wendell HolmesL'altro giorno un intervistatore mi ha domandato (e molti lo fanno) quale fosse il libro che mi aveva più influenzato nella mia vita. Se nel corso dell'intera mia vita un solo libro mi avesse definitivamente influenzato più degli altri, sarei un idiota - come molti che rispondono a questa domanda. Ci sono libri che sono stati decisivi per i miei vent'anni e altri che hanno deciso dei miei trenta - e attendo con impazienza il libro che sconvolgerà i miei cento anni. Un'altra domanda impossibile è: "Chi le ha insegnato qualcosa di definitivo nella sua vita?". Non so mai rispondere perché (a meno di non dire "papà e mamma") a ogni tornante della mia esistenza qualcuno mi insegnava qualcosa. Potevano essere persone che stessero accanto a me o alcuni cari defunti come Aristotele, San Tommaso, Locke o Peirce.

In ogni caso ci sono stati insegnamenti non libreschi di cui posso dire con sicurezza che hanno cambiato la mia vita. Il primo è stato quello della signorina Bellini, la mia meravigliosa insegnante di prima media, che ci dava, da preparare per il giorno dopo, considerazioni su parole stimolo (come gallina o bastimento) da cui fare partire una riflessione o una fantasia. Un giorno, preso da non so quale demone, ho detto che avrei sviluppato seduta stante qualsiasi tema mi avesse proposto. Lei ha guardato sulla sua cattedra e ha detto "taccuino". Col senno di poi, avrei potuto parlare del taccuino del giornalista, o del diario di viaggio di un esploratore salgariano, eppure sono salito baldanzoso sulla pedana e non ho saputo aprire bocca. La signorina Bellini mi ha insegnato allora che non bisogna mai presumere troppo dalle proprie forze.

Il secondo insegnamento è stato quello di don Celi, il salesiano che mi ha insegnato a suonare uno strumento musicale, e pare che ora vogliano farlo santo (non per questa ragione, che anzi potrebbe essere usata contro di lui dall'avvocato del diavolo). Il 5 gennaio 1945 sono andato tutto pimpante da lui e gli ho detto "Don Celi, oggi compio tredici anni". Lui mi ha risposto in tono burbero: "Molto mal spesi". Che cosa voleva dire con quella battuta? Che giunto a quell'età venerabile dovevo iniziare un severo esame di coscienza? Che non dovevo sperare di essere lodato per aver fatto semplicemente il mio dovere biologico? Forse era solo una normale manifestazione di senso piemontese del contegno, un rifiuto della retorica, persino delle congratulazioni di maniera. Però credo che don Celi sapesse, e mi insegnasse, che un maestro deve sempre mettere in crisi i suoi allievi, e non eccitarli più del dovuto.

A seguito di quella lezione sono stato sempre parco di elogi con chi se li attendeva da me, salvo casi eccezionali di gesta inattese. Forse con questo contegno ho fatto soffrire qualcuno, e se è così ho mal speso non solo i miei primi tredici ma anche i miei primi settantasei anni. Ma ho certamente deciso che il modo più esplicito di esprimere la mia approvazione era non fare un rimprovero. Se non c'è rimprovero significa che qualcuno ha fatto bene. Mi hanno sempre irritato espressioni come 'il papa buono' o 'l'onesto Zaccagnini', che lasciavano solo pensare che gli altri pontefici fossero malvagi e gli altri politici disonesti. Giovanni XXIII e Zaccagnini facevano semplicemente quello che ci si attendeva da loro e non si vede perché dovessero essere particolarmente congratulati.

Ma la risposta di don Celi mi ha anche insegnato a non inorgoglirmi troppo, qualsiasi cosa abbia fatto io, anche se la ritengo giusta, e soprattutto di non andare troppo a inorgoglirsi in giro. Questo significa che non bisogna tendere al meglio? Certamente no, ma in qualche strano modo la risposta di don Celi mi rinvia a un detto di Oliver Wendell Holmes jr. che ho trovato non so più dove: "Il segreto del mio successo è che da giovane ho scoperto di non essere Dio". È molto importante capire di non essere Dio, e dubitare sempre dei propri atti, e ritenere sempre di non avere speso abbastanza bene gli anni vissuti. È l'unico modo per tentare di spendere meglio quelli che restano.

Mi chiederete perché mi vengono in mente queste cose proprio in questi giorni. È che è iniziata la campagna elettorale e in questi casi per avere successo bisogna comportarsi un poco da Dio, e cioè dire delle cose compiute, come il creatore dopo la creazione, che erano 'valde bona', e manifestare un certo delirio di onnipotenza dichiarandosi sicuramente capaci di farne delle migliori (mentre Dio si è contentato di avere creato il migliore dei mondi possibili). Per carità, non moralizzo, per fare una campagna elettorale bisogna fare così, ve lo immaginate un candidato che va a dire ai futuri votanti "sì, sino ad ora ho fatto castronerie, e non sono sicuro che farò meglio in futuro, vi prometto solo che ci provo"? Non sarebbe eletto. Quindi, ripeto, nessun falso moralismo. Solo che ascoltando i vari telecomizi mi viene da pensare a don Celi.

(22 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it
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« Risposta #14 il: Marzo 08, 2008, 04:55:30 »

Umberto Eco.

Un ghiottone di parole


Camporesi ha studiato costumi e comportamenti connessi col corpo, il cibo, il sangue, le feci, il sesso. Ha scoperto o rivalutato testi ignorati perché si occupavano di cose 'basse'  Dieci anni fa moriva Piero Camporesi, che proprio nei giorni scorsi è stato ricordato in due occasioni. Una a Milano, per l'uscita di un numero a lui dedicato della rivista 'Riga', curato da Marco Belpoliti, l'altra a Forlì, in un convegno di ben tre giorni dedicato alla sua opera e alle sue molte traduzioni in varie lingue. Una Bustina non basta a riportare tutti i titoli delle sue opere, uno più affascinante dell'altro, e andateveli a cercare su Internet.

Camporesi nel corso di una quindicina di volumi ha studiato costumi e comportamenti connessi col corpo, il cibo, il sangue, le feci, il sesso, come farebbe uno storico della vita materiale. Ma gli unici documenti su cui ha sempre lavorato, erano testi che appartengono alla storia della letteratura. Salvo che egli ha scoperto o rivalutato testi che le storie della letteratura hanno per lo più ignorato, perché si occupavano di cose 'basse' come la cucina, la medicina, o l'agricoltura. Camporesi ha passato invece la vita a rileggerli come testimonianze di un modo di vivere, per lo più ignoto e sotterraneo.

Così ci ha raccontato come nei secoli passati il mondo fosse abitato da vagabondi, saltimbanchi, guaritori, ladri, assassini, pazzi illuminati da Dio, falsi lebbrosi e lebbrosi veri, ha ritrovato i sogni millenari di un paese di Cuccagna, nati in popolazioni oppresse dalla fame, ha riscoperto i riti del carnevale, dei Sabba stregoneschi, delle allucinazioni diaboliche, ha riportato alla luce pagine da cui si comprende come nel passato si avesse una idea diversa del proprio corpo, dell'odore di un formaggio, del sapore del latte, ha riletto i passaggi dei predicatori religiosi che parlavano dell'Inferno e dei suoi patimenti (il che significava riscoprire una visione del corpo come luogo e occasione di dolore, supplizio, sofferenze interminabili).


Ha guardato come gli uomini mangiavano, cuocevano, come schioccavano la lingua deglutendo, come si eccitavano sessualmente attraverso unguenti ed elisir, come nel Diciottesimo secolo fossero state accolte quelle bevande esotiche e (allora) meravigliose che erano il caffè e il cioccolato, come lavorassero i minatori, i tessitori, i barbieri, i chirurghi, i medici e i guaritori, quale fosse l'immagine del povero, del diseredato, del mascalzone, del ladro, dell'assassino, del disperato, ci ha parlato del modo in cui i corpi venivano amati, squartati, nutriti, anatomizzati, divorati, rifiutati, umiliati, e si è soffermato su fibre, intestini, bocche, bubboni, vomiti e prelibatezze.

Tutto insieme? Sì, perché Camporesi, che si occupasse di delizie culinarie o di putredini da lazzaretto, era eminentemente un buongustaio di parole, che lo affascinavano sia che parlassero della crema che delle feci. E valga come assaggio questo stralcio, non si sa se ghiotto o schifato, di elogio e condanna del formaggio.

"Per parecchi secoli e da parte di molti si ritenne che la malignità intrinseca del formaggio, la sua 'nequizia', venisse preavvertita e segnalata dal suo odore, per non pochi nauseabondo e stomachevole, indice sicuro di materia 'morticina', di residuo in decomposizione, materia sfatta e deleteria, sostanza putredinosa nociva alla salute e terribile corruttore degli umori. scrematura della parte escrementizia del latte, delle scorie nocive, coagulo della parte infima, melmosa e terrestre del bianco liquido, copula. delle peggiori sostanze, al contrario del burro che ne è la parte migliore, eletta, pura. 'Res foeda, graveolens, immunda, putridaque', il formaggio niente altro è che. cibo da lasciare agli uomini di vanga e ai poveracci. indegno di persone per bene, di cittadini onorati: pasto, in una parola, di straccioni e villani, soliti a mangiare brutti cibi...

I mangiatori di formaggio appaiono a Pietro Lotichio simili a degenerati amatori e sordidi degustatori delle sostanze putrefatte. Cibandosene si metteva in moto un meccanismo incontrollabile di moltiplicazione di quei vermi che, anche normalmente, 'in viscerium latibulis pullulant'. Questa era l'orribile verità: il formaggio generava negli oscuri meandri dei visceri, nelle latebre del budellame umano, incrementandone la preesistente putredine, piccoli, schifosi mostri... Se dalla putredine si formavano spontaneamente, casualmente lumache e chiocciole; se dal letame bovino scaturivano scarafaggi, bruchi, vespe, fuchi; se dalla rugiada uscivano farfalle, formiche, locuste, cicale, come poteva non accadere - si chiedeva il medico tedesco - che negli intestini dell'uomo, viscidi di pituita, di residui di decomposizione, non si verificasse lo stesso processo che dava vita incontrollata e sorprendente (al di fuori della copula e dell'inseminazione dell'uovo) a miriadi di orridi animalcula? Perché non ritenere che anche nel basso ventre, letamaio dell'uomo, non fermentasse la stessa immondizia, la stessa brulicante equivoca fauna dei 'piccoli animali', degli 'animaluzzi', piaga crudele dell'uomo?".

(07 marzo 2008)

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