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Autore Topic: ADINOLFI -  (Letto 29032 volte)
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« Risposta #75 il: Novembre 06, 2008, 09:53:07 »

5 novembre 2008, 14.59.31

Né Veltroni, né D'Alema


Ho chiuso alle sette di mattina la conduzione della diretta di Red indossando il cappellino di Obama che mi ha portato Piero con su scritto "Time for change". Ho fatto colazione, ho dormito un po', poi ho scritto questo articolo per Europa. 



LA LEZIONE: FARE RETE, ESSERE OUTSIDER, RIFIUTARE LE COOPTAZIONI

di Mario Adinolfi

Ho dedicato questo spazio ieri al dialogo in rete tra due blogger autorevoli: Matteo Orfini, tra i principali collaboratori di Massimo D'Alema; Luca Sofri, arruolato da Walter Veltroni nella direzione nazionale del Pd. Il confronto tra i due verteva attorno alle qualità dei giovani del Pd, per Orfini "pippe senza idee", che vogliono "far fuori" quelli che per Sofri sono "apparati di partito". I due se le sono date, io per una volta ho tifato Sofri e nella serata di nascita di Red Tv ne ho parlato con Orfini. Poi, è arrivata la vittoria di Obama. E la lezione mi è sembrata chiara.

Con Barack Obama vince un outsider, un afroamericano che otto anni fa non veniva neanche fatto entrare alla convention democratica che incoronava lo sfortunatissimo Al Gore e la seguiva da un bar di Los Angeles. Con Barack Obama vince un politico che ha saputo utilizzare l'entusiasmo giovanile, veicolato in particolare attraverso la rete da quegli strumenti straordinari che sono i social networks, blog e Facebook in testa. Con Barack Obama vince un uomo che ha sempre rifiutato i meccanismi dell'appartenenza alle "cricche" che generano cooptazioni, fin dagli anni della sua carriera accademica, scegliendo un profilo chiaro e battendosi nettamente per le idee che lo hanno caratterizzato.

Fare rete, essere outsider, rifiutare le cooptazioni credo siano i tre capitoli della lezione che ci arriva dal quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. E' una lezione tutta figlia del tempo nuovo, la prima grande lezione politica del terzo millennio, la prima vera enorme novità politica planetaria offerta dal ventunesimo secolo alla platea dei contemporanei e alle pagine dei libri di storia. Possiamo declinare questa lezione in italiano? Le difficoltà che dobbiamo affrontare noi in questo paese sono immense rispetto alla pur ardua impresa costruita da Barack Obama. Tutto il sistema da noi è basato interamente sui meccanismi di cooptazione e già oggi possiamo leggere sui giornali che il primo effetto della vittoria di Obama nel Pd sarà l'ennesima apposizione dei gradi di "colonnelli" sulle mostrine un paio di under 40, da parte di generali che pensano così di poter durare ancora a lungo.

A Veltroni, a D'Alema, a tutti quei dirigenti politici "storici" che hanno avuto il merito di costruire il Pd, arriva dagli Usa un'ulteriore lezione e una richiesta di generosità. Attenzione: la generosità che va richiesta non è quella di ampliare le maglie della cooptazione, in modo da far entrare più persone possibile in rappresentanza delle giovani generazioni. Le generosità che va richiesta è collegata alla lezione: non si liberano energie senza conflitto politico tra gli establishment e gli outsider portatori di idee nuove. Perché questa sana competizione si crei, c'è bisogno di costruire un campo e delle regole, di più ancora uno spirito, che la consentano davvero. I dirigenti storici del Pd non sono gli Obama italiani, nessuno di loro potrà esserlo. L'Obama italiano ancora non c'è, è là fuori, come Barack nel bar di Los Angeles a assistere alla convention senza essere neanche invitato. Noi dobbiamo cercarlo con ostinazione, sanando dialettiche inutilmente aggressive come quelle tra gli Orfini e i Sofri e che facciano rete sulle idee comuni, capendo che è il momento di dare battaglia, ma battaglia vera senza subire le sirene della cooptazione e rifiutandola. It's time for change. Ed è ora o mai più.


----


E' andata

5 novembre 2008, 5.22.00


YES. WE. CAN.

La lezione, ora, applichiamola all'Italia. E Obama non mette in crisi Berlusconi. Apre piuttosto una questione dentro il Pd.

Ne parleremo.

Per ora, è alba ed è festa.


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« Risposta #76 il: Novembre 07, 2008, 03:32:18 »

6 novembre 2008, 10.25.23

Parte il Finimondo



Da oggi parte la mia nuova trasmissione in diretta su Red Tv (tutti i giorni, ore 12.05, anche in streaming web su www.redtv.it) e penso d'aver azzeccato il titolo: Finimondo. Quando l'ho scelto pensavo a Obama e a quella bella canzone dei Rem che dice "It's the end of the world as we know it (and I feel fine)" che non a caso fa da sigla al programma. E' la fine del mondo che conosciamo ed io mi sento proprio bene.



Il primo ospite oggi è Raffaele Cantone, il pm del processo Spartacus che mentre preparava la requisitoria è stato oggetti di una lettera con minacce esplicite insieme a Roberto Saviano, da parte del clan dei Casalesi. Oggi vive sotto scorta, ma i boss di Casal di Principe sono quasi tutti in carcere anche e soprattutto grazie al lavoro faticoso e rischioso e quotidiano di persone come lui. Ha 43 anni, ha scritto un libro e il Finimondo che piace a noi è quello creato da storie così: un bravo studente di giurisprudenza nato a Giugliano, paesone del napoletano cuore della camorra, che vince il concorso all'Inail e poi quello in magistratura e fa quello che deve fare. Solo per giustizia, come recita il titolo del suo libro.

Questo è il significato più profondo di Yes We Can, credo. Significa guardare al luogo in cui si è nati, al mondo in cui il caso o il destino o gli dei ci hanno catapultati, e trasformarlo in meglio. Nel caso questo mondo non ci piaccia, fare tutto ma proprio tutto il possibile per decretarne la fine. E' una strada praticabile e non serve essere supereroi dotati di poteri straordinari. Si può essere figli di un immigrato del Kenia o di un taciturno che muore per un ictus troppo presto, si possono attraversare le strade più complicate, coltivare nel cuore la sensazione disperata che non ci sia niente da fare, eppure farlo lo stesso.

E allora il mondo cambia. Si vince un'elezione presidenziale, si mettono i boss della feroce camorra casalese (quella che ha ucciso un prete mite e determinato come don Peppino Diana) dietro le sbarre. Lo si fa, perché lo si deve fare, senza troppe chiacchiere e quasi senza clamore. Perché per cambiare il mondo, per decretarne la fine in quegli aspetti che non ci piacciono più, basta anche la passione per la giustizia di una sola persona, basta che non sia una persona sola.

Non è necessario essere Obama, in un'America che sa cambiare. Basta essere Raffaele, in un'Italia che sembra non cambiare mai. Eppur si muove e vedremo presto quanto.

Benvenuti al Finimondo.


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« Risposta #77 il: Novembre 18, 2008, 09:15:58 »

17 novembre 2008,

Non si dimetterà


 "La maggioranza ha rotto una prassi che noi dell'opposizione avremmo voluto non fosse infranta non ci piove", ha spiegato ancora Villari, precisando però di essere "rimasto male nel vedere giudicata la mia moralità che non è una categoria della politica".
da Repubblica.it


Ora, a me Riccardo Villari sta pure simpatico, il meccanismo con cui è arrivata la sua elezione è dovuto a un mix di malacreanza istituzionale del Pdl e di insipienza del Pd, secondo me poteva pure rimanere, ma a me questi parlamentari che ci dicono che "la moralità non è una categoria della politica" mettono tanta paura da decenni, perché sono i padri del degrado che è sotto i nostri occhi.

E non è moralismo, che siamo tutti peccatori, ma la politica che espelle esplicitamente dalle sue categorie la moralità deve essere estirpata con erba cattiva.

Per questo, Villari deve dimettersi. Per questo, non si dimetterà.

...


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« Risposta #78 il: Novembre 25, 2008, 05:29:09 »

25 novembre 2008,

Dobbiamo andare al conflitto


Scriveva ieri Giuseppe D'Avanzo su Repubblica, in un articolo di prima pagina il cui titolo sosteneva che i giovani leoni non avessero in realtà i denti: "Nella convinzione che l'azione politica si svolga tutta all'interno dello spazio mediale, ha nel PD più visibilità un demi-monde mediatico, blogger come Luca Sofri (44 anni), Diego Bianchi (38), Mario Adinolfi (37). Competenze? Pochine". E' proprio vero che il limite della battaglia delle giovani generazioni nei partiti (e anche più complessivamente nel territorio delle classi dirigenti) è dato dalla debolezza in termini di competenze? E, soprattutto: quali competenze ci vengono opposte dai gruppi oligarchici che dominano i luoghi del potere in Italia?
Le parole di D'Avanzo hanno provocato una reazione molto articolata di Luca Sofri, che forse è utile riportare nella sua premessa: "Io non amo il conflitto. Nel senso che non mi piace litigare, e preferisco, con quelli che reputo in grado di capire le cose, spiegargliele piuttosto che dir loro 'demi-monde a tua sorella', come lui oggi meriterebbe".

Riporto la premessa perché io invece amo il conflitto e ritengo che D'Avanzo se lo meriti. Ma merita anche una riflessione attenta attorno alla questione delle presunte "competenze". Io non credo che D'Avanzo abbia letto i settemila articoli che compongono il mio blog, né il mezzo milione di commenti della comunità che lo segue, che in gran parte ha scelto anche di partecipare alle primarie del Pd (in condizioni regolamentari a dir poco proibitive), presentando un programma credo abbastanza innovativo riassunto anche in un libro ("Generazione U") che certamente D'Avanzo non ha letto.

In realtà D'Avanzo non ne ha colpa. La regola dell'establishment, di cui D'Avanzo fa parte, è di non prestar fede in alcun modo e mai alle parole degli outsider, di non leggerle, in qualasiasi forma esse vengano espresse. Anzi, il primo tentativo è quello di demolirli per restare con il tranquillizzante quadretto dei rapporti di forza e di potere arcinoti da decenni. Questo vizio in realtà riguarda anche noi che pure predichiamo da tempo la necessità dello svecchiamento e non per una mera questione anagrafica. Tra me, Luca e Diego c'è poca comunicazione, qualche volta ci si guarda in cagnesco, è di queste settimane lo scontro sul web tra Sofri e un altro giovane blogger, Francesco Costa, con il duo "young" dalemiano Francesco Cundari (Quadernino per la rete) e Matteo Orfini. Questa rissosità indebolisce le idee di tutti, con Sofri e Costa che finiscono per sembrare i piccoli veltroniani, mentre Orfini e Cundari giocano l'altro ruolo in commedia.

Invece dobbiamo smetterla. Dobbiamo trovare il minimo comun denominatore tra tutti noi e pretendere la lettura delle nostre idee, che circolano sui blog come trent'anni fa circolavano sulla carta stampata. Quelle idee raccontano della necessità fondamentale di una nuova forma della democrazia, che chiamiamo democrazia diretta e vive di strumenti come le primarie libere, che non a caso generano ovunque classi dirigenti nuove, fino alla grande speranza obamiana. Nella democrazia diretta inseriamo proposte innovative. Qualche esempio: un nuovo welfare che riequilibri la spesa tra le generazioni e tocchi anche i diritti acquisiti da una platea immensa di pensionati che tolgono risorse e speranze ai più giovani; una ristrutturazione profonda del sistema dell'informazione, con un'idea di costituzionalizzazione del Quarto Potere sul modello del Csm; un incremento dell'investimento in ricerca scientifica fino al 2% del Pil; una politica rivolta alla liberazione della giovane coppia, di qualsiasi orientamento sessuale ma con priorità alle giovani famiglie con figli, con riconoscimento di incentivi per l'acquisto della propria abitazione (mutui con tassi azzerati, con risorse generate dalla messa a regime del nuovo welfare); una legge sui partiti che obblighi alle forme più dirette di democrazia interna, con primarie a ogni livello per la determinazione dei candidati.

Sono solo idee accennate, le andiamo scrivendo e propagandando da anni, ma con due difetti: non ci uniamo, non le urliamo.

Dobbiamo andare al conflitto, sulla base di queste idee e della necessità di un rinnovamento reale del paese, non solo della politica. Il fatto che queste idee circolino sui blog, non è una deminutio. Ma si faccia lo sforzo di rintracciarle, prima di giudicare.

---

(questo pezzo è uscito in forma di articolo sforbiciato per ragioni di spazio su Europa, in forma di post anche su la7.it, poi l'ho mandato via email a D'Avanzo, che ha risposto non solo con cortesia e insomma, se insistiamo un po' a far circolare le idee, in molti si accorgono che qui e su molti altri blog non perdiamo solo tempo, ma costruiamo le fondamenta di una battaglia politica che dura e durerà, hasta la victoria...)


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« Risposta #79 il: Novembre 28, 2008, 10:22:07 »

28 novembre 2008,

Il nodo


Panorama scrive delle ambizioni di Enrico Letta e Nicola Zingaretti, Anna Finocchiaro si candida, Pierluigi Bersani ci spera, Red ci lavora, tutti vogliono sostituire Walter Veltroni. Da queste parti abbiamo combattuto l'Americano-a-Roma alle comunali del 2001 innalzando il simbolo della democrazia diretta, alle primarie del Pd sulla base di una candidatura e di un programma alternativi, dopo le elezioni-disastro dello scorso aprile in nome del principio che in politica o ovunque si deve rendere conto.

Oggi, però, non credo che la priorità del Partito democratico sia la sostituzione di Walter Veltroni. Oggi il nodo è il metodo e il Pd è nato su un metodo-messaggio che è la democrazia diretta insita nello strumento (pure distorto da un regolamento da nomenklatura) delle primarie. La difesa di questo metodo è, a mio avviso, il senso possibile della permanenza di Veltroni alla segreteria, che potrebbe rendere evidente la pochezza delle manovrine dei suoi avversari.

Insomma, l'elezione di Roberto Morassut alla segreteria, con un metodo da veccha politica, delegittima totalmente Veltroni nella sua unica caratteristica vincente: essere l'incarnazione e il depositario di un mandato diretto del popolo democratico.

Walter deve cogliere questa sua unicità, potenziarla e rendersi garante nel partito di questa forma identitaria. Il Pd deve essere il partito della democrazia diretta, ritengo che Veltroni e i suoi possano difendere efficacemente questo nodo, anche perché potrebbe essere per il gruppo che attualemte domina il quartier generale di Sant'Andrea delle Fratte l'unica strada di salvezza politica.
 
Se farà questo, Veltroni avrà l'appoggio mio e di Generazione U. Se continuerà ad essere solo un oligarca in battaglia con altri oligarchi, combatteremo per le ragioni originali del Pd e per la nostra radice direttista, espressa dal messaggio che proviamo ad esprimere con il mezzo della rete, cioè che non crediamo a questa élite autoproclamata e non la troviamo legittimata, vogliamo un partito composto da cittadini liberi e forti in cui le leadership siano contendibili davvero.

Anche per questo lunedì parteciperemo all'iniziativa che a Roma chiederà le primarie per l'indicazione dei nuovi dirigenti, con un ritorno alle ragioni e al metodo della democrazia diretta. Ci siamo autoconvocati al Teatro Due, su sollecitazione del gruppo Primarie Sempre e credo potrà essere l'avvio di un percorso importante, di una bella storia di nuova passione democratica.

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« Risposta #80 il: Dicembre 03, 2008, 04:16:04 »

3 dicembre 2008,

Se Berlusconi tocca internet, un nuovo '68


Alla Luiss, alla giornata di inaugurazione della fondazione dedicata al carissimo Giuliano Gennaio, la discussione è stata incardinata attorno all'idea di un nuovo "vero" Sessantotto. Io ho sempre idea che per una rivolta generazionale duratura, occorra l'occasione, la miccia che inneschi il materiale incendiario. Oggi arriva Silvio Berlusconi con la sua generica e folle idea di "regolamentare il sistema web nel mondo". In Italia da anni centrosinistra e centrodestra, affollati di gerontocrati che non capiscono la rivoluzione che ha trasformato il mondo analogico in una realtà digitale, provano a mettere il collare alla rete. Non è un caso ed è certamente un processo da comprendere in profondità.

Bisogna farlo perché siamo di fronte al progredire di una malattia, che fa divergere i valori fondanti tra le diverse generazioni. Sembra che i più anziani siano stanchi di democrazia, vadano sperando in legge e ordine e, soprattutto, efficienza come elementi cruciali del vivere civile. In questo senso la "democrazia degli antichi" spera in uno schema di leadership verticalissima, fragilmente legittimata dal basso e sostenuta a tempo indeterminato da un reticolato di potere che vincoli tutti a ciascuno sul piano degli interessi. Simul stabunt, simul cadent. Questa visione oligarchica non può tollerare uma reale libera dialettica politica, non a caso si fonda sul sistema delle liste bloccate ed è alimentato da un contesto mediatico tenuto sotto controllo da potentati inscalfibili riuniti nei patti di sindacato.

La "democrazia dei moderni" è invece fondata su un altro reticolato, che è quello orizzontale del web. Crede nella democrazia diretta, vuole generare le leadership attraverso strumenti come le primarie, spera in normative che restituisca in ogni luogo senso alla parola partecipazione. Non a caso queste nuove generazioni stanno lontane dall'informazione televisiva preconfezionata e comunque schierata, così come dai giornali a cui non assegnano credibilità. Si informano, creano idee e formano una magmatica area di consenso non strumentalizzabile.

L'idea che il potere gerontocratico incarnato da Berlusconi possa voler mettere una museruola a quella che è l'agorà in cui si sta formando una nuova idea di democrazia, è semplicemente intollerabile. Sull'opzione sostanzialmente autoritaria incarnata da partiti dove si scontrano solo bande oligarchiche, si può scaraventare un'idea nuova non solo politica di società aperta che è rappresentata dal mezzo-messaggio della rete. In fondo, come nel Sessantotto, è un conflitto tra padri e figli. Speriamo, con meno conformismi e poggiandosi su visioni non egalitariste e invece meritocratiche. Ma questo conflitto è necessario.

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« Risposta #81 il: Dicembre 10, 2008, 09:48:31 »

9 dicembre 2008, 12.06.48

Discutiamone


Dopo la sconfitta con distacco di dieci punti alle politiche, dopo il dramma della consegna di Roma alle destre, dopo il caso Morassut e la questione del mancato rinnovamento a scapito del mantenimento delle posizioni oligarchiche più estreme, dopo il tradimento dell'idea della democrazia diretta, dopo la irridente commedia di Riccardo Villari, dopo il disastro morale che ci sta per travolgere, dopo lo stallo paralizzante e disperato che sta affievolendo la forza della nostra gente, credo che la prossima settimana in direzione nazionale del tema della leadership e della persona e dei metodi del leader dovremo davvero discutere.

Se fossi Veltroni io mi dimetterei e chiederei al popolo democratico una eventuale reinvestitura attraverso congresso straordinario e nuove primarie.

Alla direzione nazionale chiederò a Walter, in amicizia e pubblicamente, perché non lo fa. Dando forza così alle trame di chi vuole soffocarlo dopo le europee. Solo che alle europee rischiamo di dover celebrare, oltre al disastro elettorale, anche il funerale del Pd che si consegnerà ad una inevitabile diaspora.

Per salvarci, dobbiamo essere estremamente chiari tra di noi.


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« Risposta #82 il: Dicembre 17, 2008, 03:40:19 »

16 dicembre 2008, 17.53.48

Un disastro


Ho fatto passare qualche ora, per non scrivere le parole incazzate che mi venivano in mente dopo una mattinata trascorsa incredulo a scorrere i dati definitivi delle elezioni in Abruzzo, le notizie di arresti (in carcere e domiciliari), insomma a guardare il disastro del Partito democratico.

Dobbiamo restare uniti e ragionare.

Crederci ancora, perché siamo l'unica possibilità di salvezza per questo disperato paese.

Ma essere impietosi nei confronti di chi porta la responsabilità di tutto questo e continua a minimizzare. Venerdì c'è la direzione nazionale. Io mi trattengo, ragiono e, insieme a voi, vorrei immaginare qualche indicazione politica per uscire da questo vicolo cieco.

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« Risposta #83 il: Dicembre 19, 2008, 12:43:30 »

18 dicembre 2008, 8 ore fa

Veltroni e l'ossessione della permanenza


Sul profilo Facebook, su questo blog, via sms, al cell piove l'indignazione, il sarcasmo, la rabbia per quanto sta accadendo al Partito democratico.
La rete è un vulcano di parole infuocate e io provo a raccoglierle per nutrire le idee che porterò alla riunione della direzione nazionale del Pd di domani. Vorrei davvero che fosse possibile arrivare a questo importante appuntamento mescolando le riflessioni che ci agitano e per questo vi sottopongo le mie.

Io credo che la crisi che viviamo abbia la potenzialità di sfociare in un colossale naufragio per questa esperienza collettiva che è il Pd, oppure essere una grande opportunità per far nascere veramente il partito. La soluzione che Generazione U, figlia di un'altra esperienza collettiva di un qualche successo come quella della rete e del web 2.0, indica al Pd è sempre la stessa: democrazia diretta. Primarie aperte, referendum interni, protagonismo della base, rovesciamento della piramide, rinnovamento generazionale, no ad ogni involuzione oligarchica. La risposta che sembra arrivare dalla massima dirigenza del partito è sempre la stessa: chiusura a riccio, sindrome da fortino assediato, ossessione per la permanenza, elevazione a sistema dei meccanismi oligarchici, rinnovamento inefficace e attuato solo per via cooptativa.

Sui giornali si leggono ricostruzioni della riunione del coordinamento nazionale (per gli amici, caminetto) che raccontano una volontà espressa di rinunciare allo strumento delle primarie: sarebbe il tradimento definitivo del moivo fondante del Pd. Nata e legittimata dalle primarie, la segreteria Veltroni ora vuole caratterizzarsi per l'utilizzo del frangente di crisi per stringere ancora di più il controllo del partito: le nomine di Roberto Morassut qualche settimana fa alla guida del Pd del Lazio e di Massimo Brutti come commissario nella delicatissima situazione abruzzese, danno volti e nomi alla tentazione. Di contro, dalemiani e margheritini "ostili" puntano ad una sorta di condizionamento permanente della segreria veltroniana, mai amata.

Questo schema si regge tutto sul passato che ha generato il Pd. Del futuro possibile del Pd stesso nessuno si interessa. Coloro che intendono lavorare per un rinnovamento radicale, assolutamente necessario e urgente, del partito devono invece parlare di futuro. E il futuro è il modello digitale offerto dalla rete come metafora politica, dove la democrazia diretta è il perno. Nell'immediato questo vuol dire coinvolgimento di tutta la base dei simpatizzanti del Pd per la definizione delle liste per le europee con primarie aperte, ad esempio. Vuol dire anche responsabilizzazione per Veltroni e annuncio, che mi aspetto, di non essere un uomo ossessionato dalla permanenza.


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« Risposta #84 il: Dicembre 19, 2008, 07:12:38 »

19 dicembre 2008, 58 minuti fa

La mozione alla direzione del Pd


La relazione di Veltroni mi è parsa un tentativo generoso ma inadeguato di fronteggiare il collasso del partito...per fortuna dieci membri della direzione nazionale hanno firmato una mozione che pone al centro di un chiaro dissenso la questione della democrazia diretta come elemento fondante del Pd. Eccone il testo, sottoscritto da esponenti provenienti dalle più diverse esperienze. Un bel risultato politico, un ottimo primo passo per dire al popolo del Pd che non esistono solo i "caminetti" di una dirigenza incrostata e ossessionata dalla propria permanenza.



È un momento difficile per il Partito Democratico e per il suo progetto. Le sue difficoltà si riassumono nella distanza fra le intenzioni di rinnovamento, democrazia, partecipazione alla base del progetto originario ed effettiva costruzione del partito dalle primarie del 2007 ad oggi. Chiediamo che oggi il PD riparta da quelle intenzioni, offrendo ai propri elettori garanzie capaci di ricostruire un rapporto fortemente compromesso: le persone affezionate alle sorti della sinistra in Italia si sentono travolte e spaesate e percepiscono come sempre piú ampia la distanza tra fiducia accordata un anno fa e immagine attuale del partito: apatico, inefficace, governato da egoismi e dissensi personali e di corrente. Non è questo il PD per il quale hanno votato, non è quello che doveva e deve essere. Il PD non deve essere un cappello di rinnovamento appoggiato su strutture, meccanismi e politiche ereditate da altri partiti, altre storie, altri tempi. Non deve essere un organismo ancora centralista e sempre meno democratico. Non deve essere la ripetizione di schemi anacronistici e perdenti. Se oggi c’è una questione morale nel PD, è quella di far bene, democraticamente, una politica di sinistra, raccogliendo il consenso degli elettori grazie a un progetto efficace e vincente: è la cattiva politica ad alimentare la corruzione, è quella buona a tenerla lontana. Per queste ragioni

Chiediamo una discussione sull’attuale governo del partito, attualmente affidato a due soli organismi (coordinamento e governo ombra) integralmente nominati dal segretario, però sulla base di spartizioni ed equilibri correntizi.

Chiediamo che sia rivalutata e utilizzata l’assemblea; e che eventuali modifiche allo statuto siano comunque discusse solo attraverso l’assemblea.

Chiediamo la democrazia interna, l’organizzazione e l’avviamento di strutture intermedie e territoriali. Chiediamo, cioè, che siano rispettati statuto e codice etico del PD, spesso violati o ignorati: organi (come questo) convocati senza ordine del giorno, in orari spesso insostenibili; conflitti d’interesse piccoli e grandi.

Chiediamo che sulla prossima scadenza elettorale –le europee– la volontà di rinnovamento e di costruzione di una nuova classe dirigente passi attraverso due scelte chiare e visibili:

Mantenere le preferenze, rifiutando qualunque modifica all’attuale legge elettorale tale da limitare la scelta dei candidati da parte dei cittadini.

Evitare pensionamenti eccellenti selezionando candidati giovani sulla base di competenze e capacità da mettere alla prova della politica europea.

Chiediamo che il PD resti fedele alla scelta delle primarie, che rinneghi le sventate marce indietro delle ultime settimane, garantendo forza e legittimazione popolare ai propri leader e candidati. In nome di questa legittimazione chiediamo a Walter Veltroni che trovino in lui condivisione e garanzia le nostre richieste, comuni ai molti che in questi mesi hanno cercato invano di riconoscere nell’immagine pubblica del PD e nelle sue scelte il progetto in cui hanno creduto e tuttora vogliono credere.


Mario Adinolfi, Giovanni Bachelet, Olga Bertolino, Cristina Comencini, Pier Giorgio Gawronski, Teresa Marzocchi, Nando Dalla Chiesa, Giulio Santagata, Martina Simonini, Luca Sofri

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« Risposta #85 il: Dicembre 22, 2008, 10:22:57 »

21 dicembre 2008, 9.58.14

Giornate da (giovani) leoni nel Pd


La sensazione di inutilità della battaglia mi ha attraversato solo per un quarto d'ora, dopo il voto contrario della direzione nazionale alla mozione di dissenso che ho firmato con Giovanni Bachelet, Luca Sofri, Cristina Comencini, Nando Dalla Chiesa e altri amici coraggiosi. Lo ammetto, mi ero illuso a un certo punto che potesse esserci un finale diverso: Veltroni che chiedeva il voto favorevole alla nostra mozione. L'avrebbe liberato da molti vincoli pericolosi innanzitutto per la sua azione e avrebbe riaffermato la centralità della democrazia diretta incarnata nelle primarie. Invece le primarie stesse sono diventate un impaccio per questa nomenclatura piddina che balla sul Titanic e i casi di Firenze (primarie annullate dieci giorni prima del voto) e di Forlì (primarie in cui il sindaco uscente che intendeva ricandidarsi viene battuto da un outsider) spiegano il perché. Dopo il quarto d'ora di scoramento, però, ho letto i vostri messaggi sul blog, su Facebook, via sms e ho capito che la battaglia aveva un terreno dove proseguire. E proseguirà, perché quelli come noi quando entrano nella fossa dei leoni, si mangiano i leoni.

E allora diamoci ancora sotto. C'è l'indifferenza e l'ostilità degli oligarchi? Pazienza. Insisteremo e ascolteranno. C'è pure (ed è fastidiosa) una afasia mediatica rispetto alla nostra battaglia politica per il rinnovamento e la democrazia diretta: chi ha letto i grandi giornali ha trovato solo vaghi accenni a quello che è successo in direzione nazionale del Pd. Con qualche eccezione, che racchiudo nel bel pezzo di Luca Telese per il Giornale, l'unico che racconti con completezza il quadro di un momento che ritengo decisivo nella breve storia del Pd.




TRA AMALGAMA E GIOVANI LEONI DELUSI
di Luca Telese


Amalgama mal riuscito, certo. Ma in ogni caso unanime. E così il Pd resta sempre attratto dal voto intruppato, sempre terrorizzato dal dissenso. Con Walter Veltroni che la mattina grida orgoglioso: «Noi, al contrario di Di Pietro e di Berlusconi abbiamo una democrazia interna!» e Dario Franceschini che chiude la giornata scongiurando i presentatori delle uniche due mozioni separate dal segretario: «Ritirate! Ritirate!». Risposta di Mario Adinolfi: «Non ci pensiamo proprio!». Guardi questa scena, un quadretto grottesco, e ti chiedi: perché tutto questo sforzo dissuasivo? Perché può esserci Amalgama per i dirigenti del Pd, ma posizioni distinte, meglio di no. È curioso che in un giorno in cui l’espressione sprezzante coniata da Massimo D’Alema si stampa sulla facciata di buone intenzioni caparbiamente allestita da Walter Veltroni come uno sfregio, alla fine i voti per alzata di mano siano quasi bulgari. Ed è curioso che fra i pochi che non si oppongono alla mozione solitaria di Marco Follini ci sia un astenuto di livello come lo stesso D’Alema. L’ex ministro degli Esteri era d’accordo con Follini? Mistero. Perché in questa direzione del Pd in cui si parla di tutto, le questioni politiche vere vengono sempre magicamente eluse.
Così, il racconto di una giornata può iniziare proprio dalla fine, da quel voto. Già la sala ha iniziato a spopolarsi, le suonerie dei telefonini ricominciano a trillare, qualcuno corre via con la valigia. Franceschini alla presidenza è indaffaratissimo a evitare che vadano in votazione le due mozioni. Si spende, parla, ripete ai presentatori dei documenti: «Le vostre tesi sono state recepite nel testo conclusivo!». Ovviamente non è vero. Il primo testo, quello di Follini chiede una cosa molto semplice: che si rompa l’alleanza con Antonio Di Pietro. Veltroni ha provato pure a rispondergli, nelle conclusioni, ha fatto un ragionamento lunghissimo sul tema, ma non ha risposto né sì né no.
Il secondo testo, quello dei giovani leoni del Pd - da Luca Sofri a Mario Adinolfi a Giovanni Bachelet - propone una serie di cose più articolate: alcune critiche alla leadership sullo scarso rinnovamento, un appello in difesa delle primarie, un invito a non usare le candidature delle Europee per «pensionare» dirigenti illustri e amministratori a fine mandato. In tempi normali, inviti come questi - condivisi dalla base - sarebbero recepiti senza batter ciglio. Ma metti che non si sappia che cosa fare di personaggi come Antonio Bassolino (quello che non si dimette manco morto) che persino un ammortizzatore come la candidatura europea, te lo devi tenere libero. Allora ecco che la mozione diventa troppo vincolante, inaccettabile, sovversiva. I firmatari erano solo dieci (sei i presenti al voto!), ma siccome alcuni di loro sono blogger, alcuni abbastanza popolari, siccome c’è la diretta internet, siccome il popolo della rete è attentissimo e severo, Veltroni e Franceschini fanno barricate. Non solo sono contrari, ma non vogliono nemmeno che si voti! Quando sul palco a difendere la mozione sale Sofri (che pure è stato voluto da Veltroni in direzione, non certo un oppositore pregiudiziale) la sala rumoreggia. È perché sta parlando troppo (meno di tre minuti) o per quel che dice? Ad esempio quando parla di Firenze: «Indipendentemente da tutti i casini che ci sono lì, non si può dire, dopo mesi che si organizzano, “Non facciamo più le primarie!”». Poi, sul nodo candidature: «Le elezioni europee devono essere l’occasione per provare una nuova classe dirigente, non possono essere usate come un pensionato». Si sente qualche gridolino dal fondo della sala, Franceschini dalla presidenza ammonisce: «Certo non possiamo riaprire un dibattito». Sofri lancia l’ultimo appello: «Non è contro a nessuno questa mozione, ma torniamo a chiedere di votarla». Così si vota, e una selva di mani la boccia: solo sei a favore.
Peccato. Perché poi il paradosso, nel turbine dell’amalgama mal riuscito, è che in questa direzione del Pd, tutti sembrano parlare di tutto, meno di quello che per loro è importante. Ad esempio Bassolino (uno di quelli che potrebbe finire a Bruxelles). Possibile che non dica una parola su Napoli, con tutto quello che accade? Possibile. E così la sua voce cavernosa si gonfia, si solleva, combatte contro la sempiterna balbuzie, ma alla fine di che parla? Di welfare. Meraviglioso. E Leonardo Domenici, il sindaco che si è incatenato davanti a La Repubblica perché non riusciva a far sentire la sua voce per colpa dei giornali? Ora che ha una platea, di che discute? Del rapporto tra politica nazionale ed enti locali, Incredibile ma vero. Gli indagano gli assessori, lui ha detto solo sette giorni fa che si ritirerà dalla politica, ma nella direzione più importante della storia del Pd dice: «O troviamo un rapporto tra politica nazionale e locale o si corre il rischio che la politica nazionale sia autoreferenziale». Caspita. Il problema è che qui sono tutti autoreferenziali, tanti Johnny Stecchino che a Palermo «il problema è il ctraffico». Poi certo, i dalemiani che fanno a pezzettini ogni singolo frammento di veltronismo, ma votano unanimi, per carità. Poi c’è il responsabile organizzazione Beppe Fioroni che infila la questione del tesseramento nelle ultime battute, così: «Molti mi chiedono perché non parta... Ma per convincere qualcuno a prendere una tessera, bisogna che ci siano anche argomenti per motivarlo a farlo». Vuol dire che gli argomenti non ci sono? Lui, il responsabile tesseramento? Così una deputata siciliana, a inizio dibattito dice candidamente: «Io tra l’altro non mi sono ancora iscritta, perché da noi il tesseramento non è iniziato».
L’amalgama dev’essere questo: nessuno rinuncia a esibire il suo piccolo frammento di irriducibilità, ma nessuno vuole uscire dall’impasto. Così per trovare voci fuori dal coro devi sentire i pochi outsider o i coraggiosi. Come il dirigente di Piombino che impone un’emergenza, la sua: «Compagni, da noi, si è chiuso l’altoforno! Sapete cosa significa? È accaduto solo tre volte dal dopoguerra ad oggi! La chiusura di un altoforno è il segnale più grave, per riaccenderlo ci vogliono mesi! Non può sembrare che il nostro partito sia indifferente a una tragedia come questa!». Anche Barbara Pollastrini, ex ministro delle Pari opportunità ruggisce: «Non possiamo apparire, come invece siamo apparsi, sostanzialmente indifferenti su un caso come quello di Eluana, e sulle sentenze che ostacolano il percorso del padre. Non abbiamo nulla da dire?». L’amalgama si contorce, ma non prende forma. Gli argomenti entrano nell’impasto, ma non diventano ingredienti. Ermete Realacci ha il coraggio di parlare «del danno che il Pd ha avuto dai rifiuti di Napoli». Massimo Brutti del fatto che «non si prendono finanziamenti dagli imprenditori a cui si danno gli appalti!». Luciana Sbarbati tuona contro «il patto di potere tra correnti che è il vizio di nascita e di crescita del Pd che impedisce a chiunque di partecipare». Può farlo, perché è una ex repubblicana. Nell’amalgama finiscono anche nuovi ingredienti. Ma tutto resta nell’impasto, senza prendere forma. Un partito solidale mal riuscito. Forse sarebbe meglio il contrario.

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« Risposta #86 il: Gennaio 01, 2009, 10:39:08 »

martedì 30 dicembre 2008, 17.34.18

L'anno che verrà


IL 2009? TRANQUILLI, TANTO NON SUCCEDE NIENTE

di Mario Adinolfi per Europa


Obama e Berlusconi
L'esercizio che viene più praticato sul web in queste ora è il bilancio dell'anno che sta per chiudersi: come e più che sui giornali e in televisione, i blog sono inondati da osservazioni ovvie e questa rubrica ne fa rapidamente la sintesi. E' stato il 2008 di Obama (e di Berlusconi). Sarà il 2009 di Obama (e di Berlusconi). Non so perché, ma non mi aspetto enormi novità dal prossimo anno. Non si giocano neanche i mondiali. Niente europei. Giusto la finale di Champions League allo stadio Olimpico di Roma. Quella sì che sarà una grande notte. La immagino più simile a quella del 1996 che a quella del 1984, per capirci. Ma questa notazione per calciofili è solo per dare un dispiacere al direttore.

L'anno del web
Qualcosa accadrà, inevitabilmente, nel mondo del web e in particolare nel mondo del web legato alla politica. Dovremo sempre ripartire da Obama, comunque, dai suoi discorsi alla Nazione inviati tramite YouTube, dall'evoluzione dell'utilizzo propagandistico dei social network (con Facebook a fare la parte del leone), dai blog che proprio a causa di questi nuovi mezzi più personalizzati vivono una vera e propria crisi d'identità, dagli user generated contents che devono superare la fase del complesso d'inferiorità e andare ad assaltare i territori sacri dei media generalisti: l'informazione e l'intrattenimento. In Italia, in particolare, siamo molto indietro. Occorrerà lavorare molto sui contenuti e smettere di mandare in rete solo fotografie e video del proprio gatto.

Il Pd
Sarà un anno decisivo anche per il Partito democratico, della sua evoluzione del rapporto con i cittadini e in particolare con quei ventotto milioni di cittadini che hanno meno di quarant'anni e proprio sui lidi del web fanno approdare molte delle proprie rabbie e delle proprie attese. Il 6 e 7 giugno ci saranno le elezioni europee ed amministrative, il Pd rischia un risultato catastrofico e qualcuno se lo augura pure (e non stiamo parlando di avversari). Veltroni ha avuto tutti i poteri e deve raddrizzare una baracca affondata dalla scarsa generosità di oligarchi privi di scrupoli, dal mancato rinnovamento generazionale, da una debolissima tensione culturale e pre-politica di riferimento (ho sempre l'idea che molti dirigenti non leggano un libro manco pagati), da metodi di selezione di candidati e eletti dal sapore vagamente satrapesco. Raddrizzare la baracca non sarà compito facile. Ma non ci sono alternative. O si fa, o si fa.

Un anno di transizione
Sarà comunque un anno di transizione. Per tutti, magari, ma non per voi che leggete. Chissà quali sommovimenti nelle vite personali.
Quelle che non si raccontano. Neanche qui. Si realizzino, almeno in parte, i vostri progetti. I sogni no. Sognare è inutile e qualche volta pure dannoso.
Progettare mi piace di più. Happy New Year.

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« Risposta #87 il: Gennaio 27, 2009, 09:42:59 »

26 gennaio 2009, 10 ore fa

Contro la sinistra novecentesca



Ok, ci sono andato, mi sono entusiasmato e l'ho cantata tutta. In coro. Con altri diecimila. Mi sono risparmiato il pugno chiuso, nel passaggio sulla "giustizia proletaria", non mi pareva il caso proprio nel giorno del trentesimo anniversario dell'assassinio di Guido Rossa. Insomma, il mio tributo all'emozione e alla storia della sinistra novecentesca che sognava la palingenesi l'ho pagato intonando tutta La Locomotiva, accompagnando un Francesco Guccini stratosferico e divertentissimo, ma preoccupato anche lui nello scorgere il tempo che passa sempre più velocemente.

Ora dobbiamo inventare qualcosa di nuovo, a sinistra, adatto ai tempi e stroncando radici che affondano in un terreno che era marcio ed oggi è arido. Insomma, andando oltre ogni nostalgia anarco-comunista, contro gli ex e i post. Qualcosa di nuovo, a sinistra.

Per rendere sensate le ultime tre parole della splendida canzone, che devono caratterizzare l'azione democratica e direttista: contro l'ingiustizia.

Il programma è vasto, ma il tema può essere solo questo.


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« Risposta #88 il: Febbraio 07, 2009, 10:36:15 »

7 febbraio 2009,

Terza Repubblica


E va bene, con la forzatura berlusconiana sul caso Englaro (e forse anche con la decisione di Napolitano di non controfirmare il decreto relativo) nasce la Terza Repubblica. Abbiamo avuto una Prima Repubblica proporzionalista e consociativa, a dominio democristiano e bloccata dalla Guerra Fredda.

Una Seconda Repubblica basata sull'alternanza e la confusione, maggioritaria per ambizione e pulviscolare nella realtà, partitocratica quanto mai.

Ora arriva la Terza Repubblica, quella dell'uomo solo al comando, del leader che deriva forza e legittimazione direttamente dal popolo e schiaccia ogni condizionamento del suo potere. Doveva accadere inevitabilmente, dopo tutto il caos, arriva la reductio ad unum, quasi sempre, nell'altalena della Storia.

I pericoli di questa evoluzione sarebbero chiari a chiunque e ovunque, in Italia chiarezza e percezione del pericolo dovrebbero essere decuplicati, per ovvie ragioni.

Ora mettiamo i sacchi di sabbia alle finestre. E la democrazia diretta era e resta l'anticorpo e l'alternativa possibile a tutto questo.

Ne ragioneremo ancora insieme.


dal blog di Mario Adinolfi.
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« Risposta #89 il: Febbraio 18, 2009, 07:54:39 »

Oggi 18 febbraio 2009, 4 ore fa

Un saluto, senza rimpianti


Per carità, capisco il momento e quello che scrivo adesso immagino sarà criticato, ma il discorso di saluto di Veltroni non mi è piaciuto per niente. Moscio e buonista sulla questione delle "scuse", in assenza sostanziale di autocritica; permaloso nella questione della mancanza di solidarietà nei suoi confronti. Ma come, prima ti dici orgoglioso del partito che non è una caserma, poi ti lamenti e dici polemicamente: "Non farò agli altri quel che è stato fatto a me?".

Un saluto, senza rimpianti. Veltroni è stato un grande politico, coerente nel sogno di una vita di costruire il Partito democratico, lucido nella scelta di andare da soli alle elezioni, perfetto nella campagna elettorale. Poi, dopo la sconfitta alle politiche, dopo Roma e la Sicilia, avrebbe dovuto dimettersi e convocare il congresso, per costruire le condizioni vere del ricambio generazionale, della nascita del vero Pd, quelle delle energie nuove.

Veltroni non è bravo nelle uscite di scena. Questo, più o meno, da sempre. Il discorso di oggi non ha fatto eccezione.


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Cosa accade, cosa dovrebbe accadere

17 febbraio 2009, 17.23.00

Veltroni ha confermato le sue dimissioni nel corso del coordinamento nazionale del Pd. Domani in una conferenza stampa Franceschini spiegherà che non si andrà a congresso straordinario, meno che mai a nuove primarie (che secondo me sarebbero necessarie a maggio), ma con ogni probabilità sarà lo stesso Franceschini a assumere la guida da "reggente" di un direttorio con Bettini, Tonini e altri che comporranno "l'unità di crisi" che condurrà il Partito democratico al disastro delle europee il 7 giugno prossimo. Poi, congresso. Ma di cosa?

Io ritengo che dovremmo andare subito a congresso straordinario e a nuove primarie, per avere un Pd tutto completamente privo dei vecchi arnesi già alla sfida delle europee, altrimenti dopo il disastro del 7 giugno il Partito democratico semplicemente non esisterà più.

La reggenza Franceschini con Veltroni dimissionario da segretario del Pd prima della campagna elettorale per le europee del 2009 somiglia troppo alla reggenza Folena con Veltroni dimissionario da segretario dei Ds prima della campagna elettorale per le politiche del 2001. Fu il momento peggiore della storia dei Ds.

Non replichiamo i momenti peggiori. Andiamo verso i momenti migliori, che al punto in cui siamo arrivati non dovrebbero essere proprio lontanissimi.


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