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Autore Discussione: FEDERICO RAMPINI.  (Letto 69095 volte)
Arlecchino
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« Risposta #180 inserito:: Gennaio 11, 2021, 09:26:21 pm »


Outlook | Perché le Borse non hanno reagito all'assalto al Congresso?
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Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
20:47 (36 minuti fa)
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Rep: Outlook di Federico Rampini

11 gennaio 2021

Bisogna sempre chiedersi perché “il cane non ha abbaiato”, come nel racconto di Arthur Conan Doyle. Tra le reazioni all’assalto del 6 gennaio contro il Congresso di Washington, il rumore assordante sui media e nel mondo politico rischia di nascondere alcune assenze di reazione e alcuni silenzi, almeno altrettanto significativi. Ho già osservato che non ci sono state grandi manifestazioni popolari della sinistra in difesa della democrazia (solo qualche sparuta protesta davanti alle Trump Tower, nulla di significativo). La Borsa va aggiunta alla schiera degli “indifferenti”. Il 6 gennaio è stato un non-evento per i mercati dei capitali. Come spiegarlo? Ci sono tante opzioni. Si può invocare il cinismo. I mercati azionari non assegnano un particolare valore alla democrazia, basta vedere la performance stellare delle Borse cinesi nel 2020. Si può invocare la saggezza: forse chi opera sui mercati dei capitali ha considerato l’aggressione a Capitol Hill come un evento grave ma sostanzialmente “folcloristico”, espressione di frange violente che sono sempre esistite ma che nel lungo periodo non incidono sul governo della nazione né sui destini dell’economia. Infine c’è l’interpretazione che privilegia il pragmatismo ed è quella che sceglie Rana Foroohar sul Financial Times. In questa lettura ci sono elementi positivi a fianco di elementi inquietanti. Il pragmatismo induce gli investitori a concentrare l’attenzione sui nuovi equilibri politici post-elettorali. Dopo il voto della Georgia di una settimana fa, l’esile maggioranza democratica nei due rami del Congresso può tradursi in nuove manovre di spesa pubblica a favore della ripresa, in aree importanti come la ricostruzione delle infrastrutture (un tema molto caro a Biden), la sanità, l’istruzione, gli aiuti alla finanza locale. Questi ultimi sono cruciali se Biden vuole vincere la sua sfida sulle vaccinazioni: 100 milioni di americani vaccinati nei primi 100 giorni del suo governo. Ho appena finito di ascoltare uno degli esperti che Biden ha riunito nella sua task force anti-covid, il medico Michael Osterholm. Secondo lui una spiegazione dietro l’attuale lentezza nelle vaccinazioni è proprio che i principali attori responsabili per la distribuzione sul territorio, cioè gli Stati, sono afflitti da una drammatica mancanza di fondi (ricordo che l’America sta facendo meglio dell’Europa avendo già vaccinato il 2,5% della popolazione; ma non basta).

Insomma, se le Borse guardano al sodo, la sostanza è che tra dieci giorni si apre una fase nuova nella politica economica americana. Ma quanto nuova? Ricordo che nella primavera-estate del 2020 l’Amministrazione Trump contribuì all’approvazione di tre maxi-manovre di spesa pubblica; l’iniezione di potere d’acquisto fu vigorosa. Bisogna dunque sperare che la squadra Biden azzecchi una composizione più efficiente, foriera di benefici superiori. E’ più azzardato scommettere sull’ipotesi che Biden riesca a varare manovre quantitativamente superiori a quelle dell’anno scorso. Bisogna ricordare che al Senato le leggi più importanti continuano ad essere soggette al “filibustering” (noi diremmo ostruzionismo), per cui l’approvazione richiede 60 voti, ovverosia almeno 9 repubblicani “collaborazionisti”. Può darsi che un effetto collaterale benefico dell’assalto al Congresso sia quello di attirare un’ala moderata del partito repubblicano verso una stagione di intese bipartisan. E’ tutto da verificare, però. Condivido la visione pessimista dello studioso Michael Lind, secondo cui l’orribile vicenda del 6 gennaio è la manifestazione di una larvata guerra civile a cui contribuiscono da decenni sia la destra che la sinistra. Da ambo le parti ci sono delle élite che si sono costruite una rendita di posizione – politica ed economica – sull’istigazione all’odio, la faziosità, la cultura tribale.

Tornando alle Borse, “il cane che non ha abbaiato” si spiega anche così: questo mercato dei capitali campa benissimo su una società sempre più dilaniata, afflitta da diseguaglianze che si sono allargate ulteriormente durante la pandemia. Non mi riferisco solo ai soliti sospetti come Jeff Bezos, quelli che in pochi mesi hanno aggiunto molte decine di miliardi al proprio patrimonio già cospicuo. Dietro le punte estreme dei Padroni della Rete, tutta la società americana è divisa tra vincitori e perdenti, lo si vede perfino sul mercato delle automobili: vanno benissimo le vendite dei modelli sopra 50mila dollari di prezzo, vanno male quelli sotto i 30mila. Le professioni privilegiate non hanno perso un centesimo di reddito grazie allo smart-working. Molti degli elettori di Trump appartengono a quell’America “senza laurea” dove si sono concentrati i danni economici dei lockdown.

Gli assalitori del Congresso sono dei ribelli marginali e impotenti di fronte a una macchina del denaro che si sta coalizzando in modo implacabile contro di loro: la censura di Twitter, Facebook, Google, Amazon contro i social della destra, è la conferma che agli occhi dei grandi capitalismo americano questi “disturbatori della quiete” sono dei bifolchi irrilevanti. Ciò che conta per i vincitori della pandemia è altro. Cito i recenti annunci delle banche di Wall Street che lanciano una nuova ondata di buyback, con l’obiettivo di ricomprarsi il 15% di azioni proprie in un biennio. E’ un altro potente sostegno alla Borsa, che viene ad aggiungersi a quello semi-onnipotente della banca centrale. La Federal Reserve mantiene la politica monetaria più espansiva della storia. Uno dei grandi saggi che analizzano i trend dei mercati, Jeremy Grantham, di recente ha scritto quanto segue: “Il lunghissimo Toro di Borsa che dura dal 2009 si è ormai trasformato, è maturato a tutti gli effetti, in una bolla di proporzioni epiche. Le sue caratteristiche sono sopravvalutazioni estreme, aumenti di prezzi esplosivi, frenesia di nuove emissioni di titoli, un comportamento degli investitori istericamente speculativo. Io credo che questo evento verrà ricordato come una delle più grandi bolle della storia finanziaria, a fianco del 1929”.

Rana Foroohar aggiunge che l’euforia delle Borse non ha alcuna ricaduta benefica sugli investimenti nell’economia reale. Il debito totale degli Stati Uniti – pubblico e privato – è cresciuto dal 142% del Pil nel 1980 al 254% nel 2019, alla vigilia del covid che ne ha provocato un ulteriore e poderoso aumento. Nello stesso arco di tempo gli investimenti produttivi in proporzione al Pil sono diminuiti, non aumentati. Tutto questo potrebbe preludere a un tracollo di Borsa, o per lo meno a un “aggiustamento”, termine pudico che indica un ribasso sostanziale? Biden se vuole finanziare le sue spese dovrà riuscire ad aumentare le tasse sulle imprese. E’ possibile che faccia rinascere anche un po’ d’inflazione e infatti da qualche giorno i tassi d’interesse su alcuni bond sono in risalita. Tutto questo converge a dipingere uno scenario in cui gli investitori azionari rimpiangeranno gli anni di Trump come l’ultima età dell’oro? Gli altri possono consolarsi così: la Borsa è talmente dissociata dall’economia reale, che un suo calo potrebbe essere perfino l’annuncio di tempi migliori per tanti americani.

In Asia oggi voglio concentrarmi su un attore piccolo: Taiwan.
Taiwan è un osservatorio importante sulla Cina. Quando io cominciai a esplorare la Cina più di vent’anni fa, mi resi conto del ruolo strategico dei taiwanesi. Erano stati i primi a capire la svolta di Deng Xiaoping, a cogliere le opportunità d’investimento in un Paese che si apriva. Noncuranti delle tensioni politiche fra Pechino e Taipei, gli imprenditori taiwanesi facevano la spola, erano i pendolari della delocalizzazione, aprivano fabbriche nella madrepatria continentale, trapiantavano sulla terraferma capitali, tecnologie, cultura del marketing. Furono l’avanguardia dei grandi flussi globali di investimenti verso la Cina a cui si accodarono più tardi gli americani e gli europei. Solo giapponesi e coreani erano stato quasi altrettanto preveggenti e veloci, mai quanto i taiwanesi però: non foss’altro che per il fatto di parlare la stessa lingua, di appartenere alla stessa etnìa e civiltà, i taiwanesi hanno sempre avuto una marcia in più. Dagli anni Ottanta in poi lo stock complessivo di investimenti taiwanesi accumulati in Cina è dell’ordine di 200 miliardi di dollari. E’ di proprietà taiwanese la fabbrica che assembla i prodotti di Apple in Cina, la Foxconn con base a Shenzhen nel Guangdong. Grazie alla sua scelta di localizzare le sue fabbriche sul continente, la Foxconn ha avuto uno sviluppo strabiliante, dalla quotazione in Borsa del 1991 in un decennio il suo fatturato fu moltiplicato per 65. E’ diventata la più grande fabbrica di prodotti elettronici del mondo. Perciò oggi è significativo che proprio i taiwanesi abbiano intrapreso un cammino in senso inverso. Non è una fuga precipitosa dalla Cina, ma è un ridimensionamento, una smobilitazione. E’ già in corso da qualche anno questa ritirata dei taiwanesi dalla Cina, e vi ha contribuito il protezionismo di Trump, la barriera dei dazi sul made in China. Altri fattori erano pre-esistenti: il costo del lavoro sale da molti anni in Cina riducendo i vantaggi competitivi; il governo di Pechino ha smesso di offrire gli incentivi fiscali o i sussidi con cui un tempo attirava gli investitori stranieri. L’anno scorso, il flusso totale di investimenti da Taiwan alla Cina si è dimezzato. Molti spostano le attività verso altre nazioni asiatiche: dall’India al Bangladesh al Vietnam. Qualcuno la riporta in patria, nonostante i costi di produzione siano più elevati. E’ un segnale che le imprese di altri Paesi dovranno studiare, visto il ruolo di Taiwan come pesce-pilota.


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« Risposta #181 inserito:: Gennaio 20, 2021, 12:02:54 am »

Rep: Outlook di Federico Rampini

19 gennaio 2021

È il grafico che un italiano non vorrebbe mai vedere. È in prima pagina sul Wall Street Journal di oggi. Illustra la crescita economica nel 2020, per le 12 economie più ricche del pianeta. Annus Horribilis visto che il Pil mondiale è sceso del 4,4%. Però le performance delle varie economie divergono. E l’Italia è proprio l’ultima, 12esima su 12, dietro l’India. La Cina è prima ed è l’unica a finire col segno più, in crescita del 2,3%. È la vincitrice del 2020 e questo continua ad avere conseguenze economiche e geopolitiche rilevanti, sullo scenario della nuova guerra fredda tra le due superpotenze. Dietro la Cina, altre due nazioni dell’Estremo Oriente, Corea del Sud e Giappone figurano nel quintetto di testa, nel 2020 hanno avuto Pil negativi ma sono riuscite a contenere i danni. In parte lo devono alla loro efficienza sanitaria nel contenere il Covid, in parte alla loro integrazione con l’economia cinese. Gli Stati Uniti se la cavano meno peggio di tutte le altre economie occidentali, Canada incluso. Il Pil americano ha perso il 4,3% nel 2020, il che significa una performance di quasi 7 punti inferiore alla Cina. Però l’America è quarta in classifica e distanzia tutti gli europei. La Germania, prima della classe in Europa, ha avuto due punti di crescita in meno degli Stati Uniti.

Non vi è una ragione unica per cui l’America è riuscita a subire un danno meno pesante dell’Europa. L’economia Usa viene da un lungo periodo di maggiore dinamismo, seppe riprendersi prima e meglio dell’Europa dalla crisi del 2008; ha un ambiente fiscale e normativo più favorevole all’attività d’impresa e alla creazione di lavoro; ha una politica monetaria più aggressiva in favore della crescita. L’altro fattore che ha contribuito senza dubbio nel 2020 è stato il vigore delle manovre di spesa pubblica, concordate fra Donald Trump, la Camera a maggioranza democratica, il Senato a maggioranza repubblicana. Le stime quantitative sulle dimensioni precise di quelle manovre variano molto, a seconda di quello che si vuole considerare dentro o fuori, quello che si considera spesa d’emergenza o spesa ordinaria. Io in questa newsletter ho adottato una stima molto larga, fatta dal Congressional Budget Office, che arriva a 5.400 miliardi di dollari, pari al 25% del Pil. Altri considerano che le manovre di spesa veramente extra, anti-Covid e anti-recessione, sono state la metà. Resta un dato incontestabile, e cioè l’eredità sui conti pubblici: l’indebitamento complessivo (a cui ha contribuito anche il calo di gettito fiscale) è aumentato facendo salire l’ammontare di titoli del Tesoro di 7 trilioni, ovvero 7.000 miliardi di dollari in un anno. Lo stock di titoli del debito federale ha raggiunto 21,6 trilioni o 21.600 miliardi cioè il 100% del Pil. Non è un livello allarmante per un’economia come quella degli Stati Uniti, visto che Paesi come Italia e Giappone sono da molti anni ben al di sopra di quella soglia, e non hanno neppure l’appannaggio imperiale che ha l’America, cioè la facoltà di emettere titoli in una moneta universale, che il mondo intero considera la più liquida, la più sicura. E tuttavia il debito eguale al Pil per gli americani è una soglia politicamente significativa. In queste ore Janet Yellen, designata da Joe Biden come la futura segretaria al Tesoro, passa gli esami al Senato per la conferma della sua nomina. La stessa Yellen incarna nella sua persona una parabola ideologica molto emblematica. Quando fu la capa dei consiglieri economici della Casa Bianca, sotto Bill Clinton, lei era l’esponente tipica di una sinistra convertita al neoliberismo, favorevole ai trattati di libero scambio, e al rigore nei conti pubblici. Quando Barack Obama la nominò alla guida della Federal Reserve aveva già cominciato una correzione ideologica, un pentimento: riassorbire la disoccupazione creata dalla crisi del 2008 era diventata la priorità, il pareggio dei disavanzi e la lotta all’inflazione passavano in secondo piano. Adesso la Yellen si appresta a guidare il Tesoro in pieno revisionismo: al diavolo l’equilibrio delle finanze pubbliche, bisogna curare una depressione con ogni mezzo possibile. Delle tesi che ancora pochi anni fa erano sostenute solo dalle frange più radicali della sinistra, come Bernie Sanders e i fautori della Modern Monetary Theory, ora sono accettate da tanti democratici più moderati. Non necessariamente da tutti, però. E bisogna vedere quanti repubblicani continueranno a sostenere maxi-manovre di spesa anche ora che non c’è più Trump alla Casa Bianca. Il presidente uscente, infatti, dal punto di vista dell’ideologia economica era più vicino ai democratici che non ai conservatori tradizionali. Il 2021 si apre all’insegna di un “monocolore democratico” visto che il partito di Biden ha conquistato la Casa Bianca e di strettissima misura anche il Senato, oltre a conservare una risicata maggioranza alla Camera. Però per passare grandi manovre di spesa pubblica quelle maggioranze esili rischiano di non bastare. Sono vulnerabili alle defezioni di democratici moderati. E le procedure parlamentari, soprattutto al Senato, rendono molto più agevole l’approvazione di leggi di bilancio con una maggioranza qualificata di 60 senatori su 100. La Yellen dovrà allargare la platea dei convertiti alla bontà dei maxi-deficit.

L’altra superpotenza guarda il mondo intero dall’alto in basso, ma non può ignorare i propri problemi interni. Dietro l’ottima crescita del 2020 affiora una debolezza strutturale pre-esistente, la bassa produttività dell’economia cinese in generale. E quest’ultima si è aggravata via via che Xi Jinping ha aumentato il peso delle grandi imprese pubbliche. I dati che cito sono in un rapporto del Fondo monetario internazionale, secondo cui la produttività media dell’economia cinese è solo il 30% di quella delle altre grandi economie mondiali, cioè Stati Uniti, Giappone e Germania. Certo, in questo dislivello enorme si vede la traccia della storia: la Cina è ancora in parte un’economia emergente, il che significa che alcuni pezzi del suo settore produttivo ereditano arretratezze, capitali insufficienti, macchinari e metodi di produzione basati sulla disponibilità di manodopera a buon mercato. L’agricoltura ha ancora un peso superiore a quello di Paesi di più antica industrializzazione. Ma l’altra causa del notevole ritardo della Cina in termini di produttività è legata al suo modello di sviluppo che Xi ha ulteriormente rafforzato: il ruolo enorme delle grandi imprese di Stato. I calcoli del Fmi dicono che questi conglomerati pubblici in media hanno una produttività che è solo l’80% di quella delle imprese private cinesi. Negli ultimi anni la Cina ha addirittura rallentato i suoi progressi in termini di efficienza aziendale, la crescita della produttività era stata del 3,5% annuo dal 2008 al 2012 ed è calata allo 0,6% dal 2012 al 2017. Questo è legato al fatto che con Xi Jinping – al timone proprio dal 2012 – le grandi aziende di Stato sono tornate al centro delle attenzioni del governo, e il loro peso sull'economia è aumentato. Nel 2018 gli attivi totali delle aziende di Stato valevano il 194% del Pil, più di quanto valessero vent’anni prima e molto più che in qualsiasi altra economia sviluppata. Il modello di “capitalismo politico” che caratterizza la Cina – primato della politica sull’economia, dirigismo, forte ruolo dello Stato – non è solo criticabile dal punto di vista occidentale perché esercita una concorrenza sleale. Per la stessa ragione per cui un’impresa italiana o americana si sente svantaggiata a competere con un’azienda cinese che ha accesso a sussidi pubblici e credito agevolato, anche un’impresa privata cinese subisce la stessa concorrenza sleale. È all’interno della stessa Cina che si svolge una competizione ad armi impari, fra chi gode della benevolenza governativa e chi no.


Washington, 19 gennaio 2021         


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« Risposta #182 inserito:: Marzo 02, 2021, 09:02:12 pm »

Outlook | Un mondo a tre velocità
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Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione

ven 5 feb, 17:10
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C’è chi cresce troppo poco, e chi cresce troppo. In Cina molte grandi fabbriche stanno offrendo premi salariali speciali alla manodopera perché accetti di rinunciare alle vacanze del Capodanno Lunare. Il boom dell’export è tale che grandi stabilimenti come quelli della Foxconn, Pegatron e Luxshare che assemblano prodotti Apple non riescono a star dietro agli ordinativi.


Accelerano i tempi della nuova manovra anti-crisi a Washington, forse sarà varata stasera stessa. È la prima manovra di bilancio dell’era Biden. Vale 1.900 miliardi di dollari e interviene su tre fronti principali: aiuti diretti ai cittadini, nuovi fondi alla campagna vaccinazioni e trasferimenti dal Tesoro federale nelle casse degli Stati che hanno sopportato spese-extra e caduta di gettito fiscale. La svolta è venuta con la decisione di non cercare consensi repubblicani e usare il voto di Kamala Harris per avere la maggioranza al Senato. Questo consente di varare la manovra di spesa pubblica nella sua dimensione più elevata. La Camera potrebbe votare l'approvazione definitiva sul testo approvato stamattina al Senato. L’accelerazione giunge insieme a un dato sul mercato del lavoro: creati solo 49.000 nuovi posti (assunzioni aggiuntive al netto dei licenziamenti) nel mese di gennaio: la ripresa si conferma ma resta ancora troppo lenta rispetto alle necessità, rallentata dai lockdown che paralizzano tante attività di servizio. Nella manovra Biden il pezzo forte è un nuovo trasferimento diretto sul modello di quelli effettuati nel 2020 e ancora all’inizio del 2021 (manovra di Natale): tutti gli americani sotto i 50.000 dollari di reddito annuo riceveranno un altro bonifico bancario o assegno da 1.400 dollari, ovvero 2.800 dollari per le coppie sotto i centomila di reddito annuo. Al di sopra di quelle soglie di reddito ci saranno aiuti decrescenti fino a scomparire. Si stima che il 70% degli americani riceverà questo sussidio pieno e il 17% lo riceverà in misura ridotta.


E tre. La Johnson&Johnson vuole seguire il percorso-turbo che ha già consentito a Pfizer e Moderna di offrire il vaccino in tempi record. La terza multinazionale americana che è pronta a tagliare il traguardo chiede lo stesso trattamento: la “procedura di emergenza”, cioè la corsia superveloce per l’esame finale e l’approvazione da parte dell’authority americana dei farmaci, la Food and Drugs Administration (Fda). Se l’operazione scorciatoia si ripete per la terza volta, la Johnson&Johnson è già pronta ad avviare la produzione industriale su larga scala. Sarebbe un risultato prezioso per l’Amministrazione Biden: dalle due fabbriche situate a Baltimora e in Olanda, la J&J potrebbe fornire 30 milioni di dosi già ad aprile e 100 milioni entro la fine di giugno. Poiché il vaccino J&J è mono-dose, ai fini della popolazione da inoculare “vale il doppio” rispetto ai quantitativi dei vaccini Pfizer e Moderna, che richiedono due dosi. Il prodotto J&J inoltre facilita la distribuzione perché non richiede la conservazione a temperature così basse come i due concorrenti che lo hanno preceduto. È meno efficace, però: nei test risulta efficace al 72% sui pazienti statunitensi (contro un'efficacia leggermente superiore al 90% per Pfizer e Moderna), e solo al 57% per la variante sudafricana del Covid. L’avvicinarsi del terzo vaccino giunge in una fase in cui la campagna delle immunizzazioni accelera negli Stati Uniti. Gli americani che hanno già ricevuto almeno una dose sono 36,7 milioni, pari all’8,7% della popolazione. L’America continua ad allargare il divario rispetto all’Europa, la sua percentuale di popolazione inoculata è più del triplo di quella europea. Il ritmo delle vaccinazioni Usa ormai supera 1,3 milioni al giorno e quindi si sta avvicinando all’obiettivo fissato da Biden che è 1,5 milioni. Al tempo stesso si accentua la competizione geo-sanitaria fra quattro superpotenze: Cina, Russia e India continuano ad allargare l’offerta dei loro vaccini ad altri paesi. La Cina e l’India avanzano in Asia Africa e Sudamerica; la Russia ha fatto breccia anche in Europa dopo la disponibilità della Germania ad acquistare il suo vaccino Sputnik. Il ritardo dell’Europa si riflette pesantemente nelle performance economiche: il Fondo monetario internazionale vede nel 2021 un mondo a tre velocità, con la Cina che guida la ripresa più vigorosa trainando alcuni paesi asiatici, in un secondo gruppo c’è l’America, mentre ultima arriva l’Eurozona che sta rischiando di scivolare verso una seconda recessione.


New York, 5 febbraio 2021


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« Risposta #183 inserito:: Marzo 07, 2021, 07:10:53 pm »


Outlook | Gli Usa, tra prove tecniche di normalità e il fantasma dell'inflazione

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Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
ven 5 mar, 19:46 (2 giorni fa)
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Rep: Outlook di Federico Rampini
5 marzo 2021

Gli occupati americani fanno segnare un +379.000 a febbraio, il dollaro si rafforza e i mercati vedono una ripresa americana sempre più robusta. Ottima notizia per un presidente in carica da poco più di un mese, che viene baciato dalla congiuntura economica e potrà appropriarsi il merito di una crescita che riduce la disoccupazione (anche se la ripresa era già in atto da molti mesi). Tuttavia questo pone anche un problema a Joe Biden, che vorrebbe incassare durante il weekend l’approvazione definitiva del Congresso per la sua maxi-manovra di spesa pubblica da 1.900 miliardi di dollari. Era nata come una manovra anti-recessione, quando lui la annunciò in campagna elettorale, ma la recessione è un ricordo del 2020. Attaccata da più parti come eccessiva, la manovra ha già perso alcuni pezzi e questo attira un coro crescente di critiche contro Biden. Prima il Presidente ha dovuto rinunciare a inserire in quel disegno di legge il raddoppio del salario minimo federale da 7,25 a 15 dollari orari, facendo infuriare l’ala sinistra del suo partito. Poi ha accettato che i versamenti diretti dal Tesoro ai cittadini, pari a 1.400 dollari, siano meno generosi sulle fasce di reddito medie. Nella nuova versione il versamento pieno di 1.400 dollari spetta solo a chi guadagna meno di 75.000 dollari annui, o alle coppie fino a 150.000 dollari (che ricevono il doppio, cioè 2.800 dollari). Sopra quella soglia di reddito l’aiuto decresce rapidamente e si esaurisce per il single che guadagna 100.000 annui o la coppia che ha un reddito di 200.000. In una versione precedente la platea era ancora più vasta. Però anche in questa nuova versione ridotta gli aiuti arriveranno comunque a tre quarti della popolazione americana. E questo nonostante a gennaio il reddito delle famiglie sia aumentato del 10%. Non stupisce che stia crescendo il coro dei critici – dall’economista democratico Larry Summers fino alla totalità del partito repubblicano – che accusa Biden di regalare aiuti non più necessari, col rischio di far esplodere il deficit federale e di rilanciare l’inflazione. E’ significativo che a questo coro di critici si sia aggiunto uno dei massimi responsabili della politica monetaria cinese. Da Pechino Guo Shuqing, capo della vigilanza bancaria, e uno dei massimi dirigenti della Banca Centrale, ha messo in guardia contro i pericoli insiti in un mix troppo espansivo tra politica di bilancio e politica monetaria della Federal Reserve. La Cina teme un contagio, stavolta di natura finanziaria, se l’euforia per la ripresa americana dovesse lasciare il posto a un’instabilità dei mercati. In effetti gli investitori americani continuano a credere che l’inflazione sia dietro l’angolo, questo spiega la non-reazione alle parole di ieri di Jerome Powell. Il presidente della Federal Reserve ha assicurato che la politica monetaria non cambia, continuano sia i tassi zero sia gli acquisti di bond sul mercato (al ritmo di 120 miliardi al mese). Nonostante queste rassicurazioni i rendimenti di mercato continuano a salire: è un segnale di fiducia nella crescita, ma anche di scetticismo sulle parole di Powell. Da parte loro sia la Fed, che il Tesoro,  ribadiscono che il mercato del lavoro avrà ancora una lunga convalescenza davanti a sé, perché c’è tanta disoccupazione nascosta, tanta sottoccupazione creata dalla crisi dell’anno scorso. Ma la manovra Biden ha anche un’altra motivazione, tutta politica. Dopo essersi appropriato del sovranismo di Trump, con lo slogan Buy American, ora Biden si appropria anche del populismo. Distribuire soldi a tre quarti della popolazione americana significa mantenere l’ultima promessa di Trump, che voleva erogare le stesse somme nell’ultima manovra natalizia, e non ci riuscì. Mancano solo venti mesi alla prossima tornata elettorale, le legislative di mid-term in cui si rinnova tutta la Camera e un terzo del Senato. Viste le maggioranze risicate di cui gode nei due rami del Congresso, Biden rischia di esaurire presto il suo capitale politico. Il ciclo elettorale, non quello economico, sta diventando la motivazione principale di questa manovra. L’ala sinistra del suo partito può attaccarlo quanto vuole, il vecchio Joe sta facendo quel che può per non diventare un presidente di minoranza come accadde a Barack Obama appena due anni dopo la sua elezione nel 2008.


Oggi riaprono i cinema a New York, e ci andrò subito. E' un passo simbolico ma anche importante, tra un mese tocca a teatri e concerti; finalmente l'industria culturale rinasce. Insieme con la netta accelerazione nella distribuzione dei vaccini (25% della popolazione inoculata, il ritmo supera i 2 milioni al giorno, ed è in costante aumento), il ritorno alla normalità dell'America sta cambiando la vita della nazione. Come si addice al sistema federale, ogni Stato ha i suoi calendari, ci sono le "fughe in avanti" come quella del Texas dove quasi tutto è già riaperto e il governatore toglie perfino l'obbligo di mascherina (però molte aziende private lo mantengono per dipendenti e clienti). Non mancano le polemiche come quella di Biden contro il "pensiero di Neanderthal" del governatore texano. Malgrado i dubbi degli esperti e le inevitabili controversie, la direzione di marcia è chiara, verso l'uscita dalle restrizioni. Altro dato interessante: New York per i viaggiatori vaccinati abolisce l'obbligo di test e quarantena. È un embrione di passaporto sanitario. Se tutto dovesse andare per il meglio, da una parte e dall'altra dell'Atlantico, quel che sta accadendo qui potrebbe essere una "roadmap" che prefigura il lieto fine anche per l'Europa, quando i ritardi nei vaccini saranno superati.

 

Nonostante le riserve di molti esperti non siamo di fronte a un bis di altre riaperture fallite nel 2020. Anzitutto perché c’è la grossa novità dei vaccini, che offrono un’immunità come alternativa concreta al lockdown. Poi perché il tasso di ideologia sta diminuendo. Lo scontro fra Biden e il governatore del Texas fa parte del “teatro Kabuki” della politica americana, ma la mappa delle riaperture non segue la divaricazione tra Stati democratici e Stati repubblicani. La California, roccaforte della sinistra, dopo avere avuto i lockdown più severi d’America adesso sta riaprendo molto rapidamente: il governatore Gavin Newsom vuole tutti i bambini a scuola dal primo aprile, e sta allentando molte altre regole. Il Connecticut governato dai democratici (e dove abitano molti pendolari che lavorano a New York), pur mantenendo l’obbligo delle mascherine, per il resto ha deciso una riapertura di tipo texano: quasi tutto torna alla normalità, anche i parchi divertimento, le competizioni sportive, feste e festival. Il governatore democratico del Connecticut toglie le restrizioni anche sulla quantità di clienti ammessi nei ristoranti e negozi. Se Texas e Florida hanno fatto da apripista con largo anticipo, altri Stati cominciano a imitarlo anche perché i dati non supportano la tesi che i lockdown più duri, stile California, abbiano portato a un divario sostanziale nei contagi, nei ricoveri, nei decessi. Inoltre la liberalizzazione del Texas può aver contribuito a rafforzare l’esodo di aziende, manodopera e famiglie dalla California: attirate da un clima più favorevole all’attività economica, oltre che dalla pressione fiscale inferiore. Comunque la differenza texana non è così estrema come sembra dai proclami politici sulle mascherine. L’obbligo di indossare maschere, benché abolito dal governatore repubblicano, viene mantenuto dalle sale cinematografiche multiplex Amc, dagli alberghi Hyatt, dai caffè Starbucks, dai supermercati Target, dalle catene di farmacie drugstore Cvs.

 

Il comportamento del settore privato sarà cruciale anche su un altro fronte: il ritorno dei dipendenti negli uffici. Al momento si stima che solo il 25% della forza lavoro impiegatizia stia andando regolarmente in ufficio, con punte di oltre un terzo in Texas, e dei minimo sotto il 20% a New York, San Francisco, Chicago. Quante aziende vorranno rinunciare rapidamente allo smart working e richiamare i dipendenti in massa negli uffici? Le risposte saranno molto varie da un settore all’altro. Già si segnalano casi di aziende che offrono premi e incentivi ai dipendenti che si fanno vaccinare.

 

In questo clima di ritorno alla normalità, si segnala il disaccordo di molti esperti. La principale autorità sanitaria federale, i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), ammonisce che si stanno levando le restrizioni troppo presto. Dal Cdc arriva un allarme perché il forte calo dei contagi, dei ricoveri e dei decessi, che era in corso da un paio di mesi, sembra dare segni di stallo e forse preannuncia un’inversione di tendenza. Potrebbe essere in arrivo la quarta ondata, insomma, nel qual caso la fine dei lockdown sarebbe un errore. Però non siamo più nell’era di Donald Trump, quando questo tipo di pareri della comunità scientifica diventavano armi da usare nello scontro politico. Con i governatori democratici decisi a togliere le restrizioni, quasi quanto i repubblicani, l’equilibrio politico è cambiato. E soprattutto c’è la novità della campagna vaccinazioni, che continua ad accelerare con l’apertura di nuovi centri.

 

In Asia tutti gli occhi sono puntati sul grande raduno politico di Pechino, ma non bisogna sottovalutare quel che sta accadendo in India. Il premier Narendra Modi ha presentato un vasto piano di privatizzazioni e di incentivi alla creazione di nuove imprese. Si aggiunge a una politica fortemente protezionista, a base di dazi. Il messaggio alle imprese straniere è questo: la seconda maggiore nazione del mondo è un vasto mercato, destinato a diventare più aperto alla competizione privata, ma per chi viene a produrre sul territorio indiano. E’ un tentativo di candidare l’India a catturare investimenti da parte di aziende che vogliono diventare meno dipendenti dalla Cina. 

New York, 5 marzo 2021.

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Outlook | "Help Is Here" - ripetizione corretta

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Federico Rampini - La Repubblica
lun 15 mar, 22:59 (5 giorni fa)
a me

Rep: Outlook di Federico Rampini
15 marzo 2021

In perfetta controtendenza con gli Stati Uniti, in Cina ha inizio l’austerity. E’ difficile trovare un altro periodo recente in cui le politiche economiche delle due superpotenze siano state così divergenti. Il governo di Pechino ha deciso che è il momento di ridurre il sostegno – già modesto – che la spesa pubblica fornì alla ripresa economica nel 2020. L’obiettivo ufficiale è tornato ad essere quello del risanamento del deficit pubblico, che il governo di Xi Jinping intende ridurre dal 3,6% del Pil (dato 2020) al 3,2% alla fine di quest’anno. Fra le preoccupazioni della squadra di governo guidata dal premier Li Keqiang c’è la bolla speculativa del mercato immobiliare, favorita dalle facilitazioni creditizie offerte nel 2020. Ma complessivamente le manovre di spesa pubblica decise l’anno scorso dalla Cina non arrivarono all’equivalente di mille miliardi di dollari, contro i 4.000 miliardi degli Stati Uniti, i 2.200 del Giappone, i 1.500 della Germania (i dati omogenei sono del Fondo monetario internazionale). La divergenza con gli Stati Uniti diventa ancora più macroscopica dopo il varo della manovra Biden da 1.900 miliardi la scorsa settimana. Nel 2020 la Cina aveva stanziato solo il 6% del suo Pil per manovre di spesa a sostegno della ripresa, contro il 19% del Pil Usa della manovre varate da Donald Trump. Con la prima manovra dell’era Biden il sostegno alla crescita dal deficit spending americano raggiungerà almeno il 27% del Pil. La divergenza Usa-Cina può essere motivata solo in parte dalla sfasatura ciclica: è vero che la recessione cinese è durata pochissimo e la crescita è ripartita già nell’estate scorsa. Però anche la crescita americana era ripartita presto, nell’autunno, e ciò non ha impedito di prolungare politiche di bilancio molto espansive.

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Bandiera della Repubblica Popolare Cinese (REUTERS)

“Help Is Here”, l’aiuto è arrivato: Joe Biden lancia il nuovo slogan, il tema della sua prima tournée “in carne ed ossa” tra gli americani dopo la sua elezione. “Help Is Here”, letteralmente è vero: nel weekend molte famiglie hanno già ricevuto i primi versamenti da 1.400 dollari pro capite. Nel caso di una famiglia di quattro persone, con due figli minori a carico, il bonifico o l’assegno è quadruplicato e raggiunge 5.600 dollari. I versamenti raggiungono tutti coloro che hanno meno di 75.000 dollari di reddito annuo (il doppio per le coppie), decrescono fino a 80.000 e vengono a cessare sopra quella soglia di reddito. In più arriveranno i 300 dollari settimanali di aggiunta alle indennità di disoccupazione già fornite dai singoli Stati, e molti altri aiuti ad personam (crediti fiscali, assegni familiari, sgravi sui debiti studenteschi), senza contare i finanziamenti per sanità, scuola, enti locali. I versamenti già accreditati dal Tesoro sui conti bancari nel weekend sono quindi il primo assaggio della manovra di spesa pubblica da 1.900 miliardi approvata dal Congresso e firmata da Biden. Come il presidente spiegherà nei suoi incontri con i cittadini, questa pioggia di trasferimenti è molto più di un aiuto per superare i danni della pandemia. Biden è deciso a realizzare quel che lui e Obama non riuscirono a fare nel 2009: "usare" una crisi per risolvere problemi strutturali antecedenti. Quella attuale è una grande operazione redistributiva, per invertire decenni di peggioramento delle diseguaglianze. Non aiuta solo i poveri ma anche il ceto medio: la soglia di reddito per avere diritto ai versamenti è quasi il quadruplo della soglia di povertà, perciò ben tre quarti della popolazione riceveranno aiuti immediati. Da oggi lui e Kamala Harris faranno una tournée di Stati che furono tra quelli decisivi nell'elezione di novembre, Georgia Pennsylvania e Nevada, per "vendere" il grande piano. Che arriva in una fase in cui già l’economia americana era in forte crescita, anche grazie al sostegno della spesa pubblica nel 2020. Per effetto delle manovre di spesa precedenti, quelle varate nel 2020 sotto l’Amministrazione Trump, a fronte di una perdita di redditi pari a 490 miliardi di dollari le famiglie americane avevano ricevuto trasferimenti pubblici per 1.300 miliardi. C’era stata quindi una sovra-compensazione del danno e paradossalmente molti americani si sono scoperti un po’ più ricchi per effetto della pandemia. A questo ora viene ad aggiungersi il pacchetto di aiuti da 1.900 miliardi che è prevalentemente indirizzato agli individui, a differenza delle manovre Trump dove c’erano anche molti aiuti alle imprese. Si calcola che alla fine di marzo le famiglie americane avranno accumulato 2.100 miliardi di risparmi. Questa è la ragione per cui i repubblicani – più qualche autorevole economista democratico – hanno considerato eccessivo il “deficit spending” di Biden. La critica è fondata solo se si continua a considerarla una spesa pubblica in funzione anti-crisi, il classico intervento keynesiano anti-ciclico. Ma Biden non nasconde che il suo è un piano ben  più ambizioso per cambiare la distribuzione dei redditi.


Joe Biden (REUTERS)

Il Wall Street Journal parla di una “scommessa audace quanto quella di Ronald Reagan nel 1981”, ma di segno opposto. Reagan lanciò la sua rivoluzione neoliberista con una massiccia riduzione della pressione fiscale e un parallelo boom della spesa militare per il riarmo contro l’Unione sovietica. Biden vuole capovolgere il segno fiscale della rivoluzione reaganiana, che influenzò quasi tutti i presidenti successivi incluso il democratico Bill Clinton autore di tagli drastici al Welfare. Biden ha riflettuto a lungo sugli errori commessi da lui e Barack Obama nel 2009, quando furono troppo timidi sia nell’entità delle manovre anti-crisi proposte al Congresso, sia nel “venderle” all’opinione pubblica. Il presidente spera che questa elargizione di denaro pubblico a pioggia lo aiuterà anche a consolidare la fragile maggioranza democratica al Congresso nelle elezioni legislative di mid-term che si tengono fra meno di 20 mesi. E vuole rispondere con i fatti alla sfida politica lanciata dalla Cina: dimostrare che la democrazia può essere più efficace di un sistema autoritario.

E la fase due? Biden non rinuncia al secondo piano di spesa: dopo l’assistenza, gli investimenti. E’ il progetto da duemila miliardi con cui intende ammodernare le infrastrutture, e conquistare una leadership nelle energie rinnovabili. Per questa seconda manovra, anziché fare deficit-spending i democratici stanno pensando a una copertura tramite nuove tasse redistributive. Due le idee più visibili in questo momento. Da una parte la segretaria al Tesoro Janet Yellen lancia la proposta di una “global minimum tax” per ridurre l’elusione fiscale delle multinazionali, recuperare gettito sul fronte delle imprese, e rovesciare la politica di Trump che abbassò il prelievo sugli utili societari dal 35% al 21%. D’altro lato tra i democratici al Congresso sono in discussione proposte di imposte patrimoniali sui ricchi, come quella della senatrice Elizabeth Warren che vorrebbe un prelievo del 2% sui patrimoni oltre i 50 milioni, più un’addizionale dell’1% sui patrimoni oltre il miliardo. Secondo alcune stime che circolano in campo democratico – forse un po’ ottimiste – questa patrimoniale da sola sarebbe più che sufficiente a finanziare il piano d’investimenti in infrastrutture ed energie rinnovabili, poiché potrebbe fruttare un gettito di 3.000 miliardi di dollari.

New York, 15 marzo 2021


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