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Autore Discussione: FEDERICO RAMPINI.  (Letto 65495 volte)
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« Risposta #180 inserito:: Gennaio 11, 2021, 09:26:21 pm »


Outlook | Perché le Borse non hanno reagito all'assalto al Congresso?
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Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
20:47 (36 minuti fa)
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Rep: Outlook di Federico Rampini

11 gennaio 2021

Bisogna sempre chiedersi perché “il cane non ha abbaiato”, come nel racconto di Arthur Conan Doyle. Tra le reazioni all’assalto del 6 gennaio contro il Congresso di Washington, il rumore assordante sui media e nel mondo politico rischia di nascondere alcune assenze di reazione e alcuni silenzi, almeno altrettanto significativi. Ho già osservato che non ci sono state grandi manifestazioni popolari della sinistra in difesa della democrazia (solo qualche sparuta protesta davanti alle Trump Tower, nulla di significativo). La Borsa va aggiunta alla schiera degli “indifferenti”. Il 6 gennaio è stato un non-evento per i mercati dei capitali. Come spiegarlo? Ci sono tante opzioni. Si può invocare il cinismo. I mercati azionari non assegnano un particolare valore alla democrazia, basta vedere la performance stellare delle Borse cinesi nel 2020. Si può invocare la saggezza: forse chi opera sui mercati dei capitali ha considerato l’aggressione a Capitol Hill come un evento grave ma sostanzialmente “folcloristico”, espressione di frange violente che sono sempre esistite ma che nel lungo periodo non incidono sul governo della nazione né sui destini dell’economia. Infine c’è l’interpretazione che privilegia il pragmatismo ed è quella che sceglie Rana Foroohar sul Financial Times. In questa lettura ci sono elementi positivi a fianco di elementi inquietanti. Il pragmatismo induce gli investitori a concentrare l’attenzione sui nuovi equilibri politici post-elettorali. Dopo il voto della Georgia di una settimana fa, l’esile maggioranza democratica nei due rami del Congresso può tradursi in nuove manovre di spesa pubblica a favore della ripresa, in aree importanti come la ricostruzione delle infrastrutture (un tema molto caro a Biden), la sanità, l’istruzione, gli aiuti alla finanza locale. Questi ultimi sono cruciali se Biden vuole vincere la sua sfida sulle vaccinazioni: 100 milioni di americani vaccinati nei primi 100 giorni del suo governo. Ho appena finito di ascoltare uno degli esperti che Biden ha riunito nella sua task force anti-covid, il medico Michael Osterholm. Secondo lui una spiegazione dietro l’attuale lentezza nelle vaccinazioni è proprio che i principali attori responsabili per la distribuzione sul territorio, cioè gli Stati, sono afflitti da una drammatica mancanza di fondi (ricordo che l’America sta facendo meglio dell’Europa avendo già vaccinato il 2,5% della popolazione; ma non basta).

Insomma, se le Borse guardano al sodo, la sostanza è che tra dieci giorni si apre una fase nuova nella politica economica americana. Ma quanto nuova? Ricordo che nella primavera-estate del 2020 l’Amministrazione Trump contribuì all’approvazione di tre maxi-manovre di spesa pubblica; l’iniezione di potere d’acquisto fu vigorosa. Bisogna dunque sperare che la squadra Biden azzecchi una composizione più efficiente, foriera di benefici superiori. E’ più azzardato scommettere sull’ipotesi che Biden riesca a varare manovre quantitativamente superiori a quelle dell’anno scorso. Bisogna ricordare che al Senato le leggi più importanti continuano ad essere soggette al “filibustering” (noi diremmo ostruzionismo), per cui l’approvazione richiede 60 voti, ovverosia almeno 9 repubblicani “collaborazionisti”. Può darsi che un effetto collaterale benefico dell’assalto al Congresso sia quello di attirare un’ala moderata del partito repubblicano verso una stagione di intese bipartisan. E’ tutto da verificare, però. Condivido la visione pessimista dello studioso Michael Lind, secondo cui l’orribile vicenda del 6 gennaio è la manifestazione di una larvata guerra civile a cui contribuiscono da decenni sia la destra che la sinistra. Da ambo le parti ci sono delle élite che si sono costruite una rendita di posizione – politica ed economica – sull’istigazione all’odio, la faziosità, la cultura tribale.

Tornando alle Borse, “il cane che non ha abbaiato” si spiega anche così: questo mercato dei capitali campa benissimo su una società sempre più dilaniata, afflitta da diseguaglianze che si sono allargate ulteriormente durante la pandemia. Non mi riferisco solo ai soliti sospetti come Jeff Bezos, quelli che in pochi mesi hanno aggiunto molte decine di miliardi al proprio patrimonio già cospicuo. Dietro le punte estreme dei Padroni della Rete, tutta la società americana è divisa tra vincitori e perdenti, lo si vede perfino sul mercato delle automobili: vanno benissimo le vendite dei modelli sopra 50mila dollari di prezzo, vanno male quelli sotto i 30mila. Le professioni privilegiate non hanno perso un centesimo di reddito grazie allo smart-working. Molti degli elettori di Trump appartengono a quell’America “senza laurea” dove si sono concentrati i danni economici dei lockdown.

Gli assalitori del Congresso sono dei ribelli marginali e impotenti di fronte a una macchina del denaro che si sta coalizzando in modo implacabile contro di loro: la censura di Twitter, Facebook, Google, Amazon contro i social della destra, è la conferma che agli occhi dei grandi capitalismo americano questi “disturbatori della quiete” sono dei bifolchi irrilevanti. Ciò che conta per i vincitori della pandemia è altro. Cito i recenti annunci delle banche di Wall Street che lanciano una nuova ondata di buyback, con l’obiettivo di ricomprarsi il 15% di azioni proprie in un biennio. E’ un altro potente sostegno alla Borsa, che viene ad aggiungersi a quello semi-onnipotente della banca centrale. La Federal Reserve mantiene la politica monetaria più espansiva della storia. Uno dei grandi saggi che analizzano i trend dei mercati, Jeremy Grantham, di recente ha scritto quanto segue: “Il lunghissimo Toro di Borsa che dura dal 2009 si è ormai trasformato, è maturato a tutti gli effetti, in una bolla di proporzioni epiche. Le sue caratteristiche sono sopravvalutazioni estreme, aumenti di prezzi esplosivi, frenesia di nuove emissioni di titoli, un comportamento degli investitori istericamente speculativo. Io credo che questo evento verrà ricordato come una delle più grandi bolle della storia finanziaria, a fianco del 1929”.

Rana Foroohar aggiunge che l’euforia delle Borse non ha alcuna ricaduta benefica sugli investimenti nell’economia reale. Il debito totale degli Stati Uniti – pubblico e privato – è cresciuto dal 142% del Pil nel 1980 al 254% nel 2019, alla vigilia del covid che ne ha provocato un ulteriore e poderoso aumento. Nello stesso arco di tempo gli investimenti produttivi in proporzione al Pil sono diminuiti, non aumentati. Tutto questo potrebbe preludere a un tracollo di Borsa, o per lo meno a un “aggiustamento”, termine pudico che indica un ribasso sostanziale? Biden se vuole finanziare le sue spese dovrà riuscire ad aumentare le tasse sulle imprese. E’ possibile che faccia rinascere anche un po’ d’inflazione e infatti da qualche giorno i tassi d’interesse su alcuni bond sono in risalita. Tutto questo converge a dipingere uno scenario in cui gli investitori azionari rimpiangeranno gli anni di Trump come l’ultima età dell’oro? Gli altri possono consolarsi così: la Borsa è talmente dissociata dall’economia reale, che un suo calo potrebbe essere perfino l’annuncio di tempi migliori per tanti americani.

In Asia oggi voglio concentrarmi su un attore piccolo: Taiwan.
Taiwan è un osservatorio importante sulla Cina. Quando io cominciai a esplorare la Cina più di vent’anni fa, mi resi conto del ruolo strategico dei taiwanesi. Erano stati i primi a capire la svolta di Deng Xiaoping, a cogliere le opportunità d’investimento in un Paese che si apriva. Noncuranti delle tensioni politiche fra Pechino e Taipei, gli imprenditori taiwanesi facevano la spola, erano i pendolari della delocalizzazione, aprivano fabbriche nella madrepatria continentale, trapiantavano sulla terraferma capitali, tecnologie, cultura del marketing. Furono l’avanguardia dei grandi flussi globali di investimenti verso la Cina a cui si accodarono più tardi gli americani e gli europei. Solo giapponesi e coreani erano stato quasi altrettanto preveggenti e veloci, mai quanto i taiwanesi però: non foss’altro che per il fatto di parlare la stessa lingua, di appartenere alla stessa etnìa e civiltà, i taiwanesi hanno sempre avuto una marcia in più. Dagli anni Ottanta in poi lo stock complessivo di investimenti taiwanesi accumulati in Cina è dell’ordine di 200 miliardi di dollari. E’ di proprietà taiwanese la fabbrica che assembla i prodotti di Apple in Cina, la Foxconn con base a Shenzhen nel Guangdong. Grazie alla sua scelta di localizzare le sue fabbriche sul continente, la Foxconn ha avuto uno sviluppo strabiliante, dalla quotazione in Borsa del 1991 in un decennio il suo fatturato fu moltiplicato per 65. E’ diventata la più grande fabbrica di prodotti elettronici del mondo. Perciò oggi è significativo che proprio i taiwanesi abbiano intrapreso un cammino in senso inverso. Non è una fuga precipitosa dalla Cina, ma è un ridimensionamento, una smobilitazione. E’ già in corso da qualche anno questa ritirata dei taiwanesi dalla Cina, e vi ha contribuito il protezionismo di Trump, la barriera dei dazi sul made in China. Altri fattori erano pre-esistenti: il costo del lavoro sale da molti anni in Cina riducendo i vantaggi competitivi; il governo di Pechino ha smesso di offrire gli incentivi fiscali o i sussidi con cui un tempo attirava gli investitori stranieri. L’anno scorso, il flusso totale di investimenti da Taiwan alla Cina si è dimezzato. Molti spostano le attività verso altre nazioni asiatiche: dall’India al Bangladesh al Vietnam. Qualcuno la riporta in patria, nonostante i costi di produzione siano più elevati. E’ un segnale che le imprese di altri Paesi dovranno studiare, visto il ruolo di Taiwan come pesce-pilota.


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