LA-U dell'ulivo
Novembre 27, 2020, 12:22:34 am *
Benvenuto! Accedi o registrati.

Accesso con nome utente, password e durata della sessione
Notizie:
 
   Home   Guida Ricerca Agenda Accedi Registrati  
Pagine: 1 ... 10 11 [12]
  Stampa  
Autore Discussione: FEDERICO RAMPINI.  (Letto 62962 volte)
Admin
Administrator
Hero Member
*****
Scollegato Scollegato

Messaggi: 28.471



Mostra profilo WWW
« Risposta #165 inserito:: Novembre 14, 2020, 05:40:38 pm »

Outlook di Federico Rampini
11 novembre 2020

Navigare la crisi, essere pronti a sfruttare tutte le opportunità della ripresa: le imprese e chiunque abbia responsabilità economiche deve cogliere a gran velocità i segnali di una svolta. I vincitori della prima fase li conosciamo: da una parte tutto l’universo Big Tech, dall’altro i produttori di quei beni di consumo di cui facciamo incetta quando dobbiamo tapparci in casa (dal +20% al +50% i consumi di farina; +30% quelli di tinture per i capelli visto che molte signore stanno tornando a fare le parrucchiere di se stesse). Unilever, Nestlé, Procter & Gamble, L’Oréal, figurano nell’elenco dei vincitori dietro quella prima fila in cui spiccano Amazon, Microsoft, Google, Apple, Netflix. Però basta l’annuncio di un vaccino in arrivo per diffondere la sensazione che tutto potrebbe cambiare. Ecco un segnale: alcuni tra gli sconfitti di ieri si precipitano a monetizzare l’ottimismo raccogliendo capitali in Borsa. American Airlines e Lufthansa, la compagnia di crociere Carnival, stanno attingendo ai mercati con emissioni di azioni o vendite di obbligazioni. Vogliono essere pronte a scattare appena l’arrivo di un vaccino apre una fase nuova.

La flessibilità per prepararsi a cogliere opportunità nella ripresa non caratterizza solo gli imprenditori ma anche i dipendenti o futuri dipendenti. Ecco un segnale interessante dagli Stati Uniti: sono in forte aumento le iscrizioni ai Master in Business Administration, +21%, un dato che segna un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi cinque anni. Non è strano, anzi è tipico delle grandi crisi economiche: negli Stati Uniti chi perde il lavoro, o tarda a trovare il suo primo lavoro, investe nella propria formazione per avere un curriculum più appetibile non appena ripartono le assunzioni.

STATI UNITI
Fra le tante previsioni, congetture e speculazioni sulle conseguenze economiche della presidenza Biden, molti mettono Big Tech tra i perdenti. Il presidente eletto condivide l’atteggiamento critico del partito democratico verso i giganti digitali. Ci si può attendere un antitrust più severo verso i comportamenti monopolistici di Amazon, Google e Facebook in particolare. Certo, per varare grandi riforme nella normativa che si applica ai business digitali bisogna sempre tenere conto della necessità di trovare intese con i repubblicani, visto che con ogni probabilità conserveranno la maggioranza al Senato. I repubblicani sono per tradizione allergici agli interventi dello Stato; sotto le loro Amministrazioni l’antitrust è stato depotenziato. Però ultimamente la destra ha maturato un’avversione verso la Silicon Valley, accusata di ingerenze anti-Trump per esempio con le censure dei social media. Inoltre un cambiamento immediato che Biden può imprimere da solo, passa attraverso le nomine nelle authority regolatrici. Da notare che il giro di vite verso i colossi digitali sembra essere una tendenza globale. Due notizie da Bruxelles e da Pechino vanno nella stessa direzione. La commissaria alla concorrenza europea ha aperto un procedimento antitrust contro Amazon per abuso di potere monopolistico nei confronti dei 150.000 piccoli fornitori che usano la piattaforma digitale per raggiungere i clienti finali. In Cina l’antitrust locale ha varato una bozza delle nuove regole sulla concorrenza nel settore digitale, pochi giorni dopo che il governo di Pechino ha bloccato il collocamento in Borsa di Ant, la filiale di Alibaba che gestisce pagamenti digitali. Big Tech ha stravinto la sfida della pandemia ma, come spesso succede, il troppo successo attira invidie, gelosie, timori e attenzioni particolari.

Negli Stati Uniti la parola lockdown ha un significato diverso che in Italia. Non abbiamo mai avuto lo stesso livello di restrizioni alla nostra mobilità personale, né conosciamo l’invadenza burocratica dei Dpcm che regolano aspetti minuti della vita quotidiana in Italia. Però c’è una reazione spontanea all’aumento dei contagi, che ha ricadute economiche non molto dissimili. Anche se nessuno Stato Usa intende introdurre o ripristinare chiusure a tappeto, sta di fatto che gli americani reagiscono al pericolo uscendo meno. I dati che Apple raccoglie attraverso gli iPhone sulla mobilità degli utenti rivelano che, con la risalita dei contagi dall’inizio di ottobre, i tragitti in auto sono scesi del 9% e le passeggiate a piedi si sono ridotte del 7%. Google ha dati analoghi e conferma un calo delle visite a negozi e ristoranti anche in quegli Stati repubblicani dove gli elettori di Trump sono contrari ai lockdown. Usano meno la maschera che a New York o in California, però anche nell’Iowa, North e South Dakota, Montana, la gente esce di meno da quando è cominciata la seconda ondata. Di riflesso, continuano a crescere i risparmi degli americani: +20% da aprile. Per vedere il bicchiere mezzo pieno, tutti quei risparmi aggiuntivi sono consumi potenziali, pronti a servire da carburante per la ripresa.

Gli americani non sono dei buongustai del caffè come noi, però sono dei caffeinomani e rappresentano il più grande mercato mondiale per questa bevanda (inclusi i segmenti più evoluti e raffinati, cioè i consumatori che hanno scoperto le virtù del vero espresso italiano). Ma la desertificazione delle città e l’agonia della vita sociale hanno prodotto anche qui una rivoluzione. Si beve molto meno nei locali pubblici (Starbucks ha registrato un calo del 9% rispetto al fatturato di un anno fa) e molto di più a casa propria. I beneficiari al momento sono soprattutto i produttori di miscele per caffè-filtro all’americana, come Nestlé e Keurig Dr Pepper. La Nestlé gioca su più segmenti di mercato perché produce miscele di caffè-filtro all’americana in joint venture con Starbucks, ma anche Nespresso. I nostri Illy, Lavazza, dovrebbero approfittarne per entrare di più nelle case degli americani. 

ASIA
+8% le vendite di automobili in Cina nel mese di ottobre: è un’altra conferma della ripresa dei consumi. Tra i beneficiati, in questo e altri settori, ci sono le multinazionali americane con un radicamento storico nel mercato cinese: General Motors, Coca Cola, Estée Lauder e Marriott hanno già avuto un miglioramento negli ultimi bilanci trimestrali grazie alla spinta dei consumi cinesi.

Interessante inchiesta del Financial Times sul punto debole della crescita cinese: i colossi della costruzione immobiliare, indebitati fino al collo, con in testa il controverso gruppo Evergrande. È la bolla sempre destinata a scoppiare ma che non scoppia mai. Fino al giorno in cui scoppierà davvero.

Il Paese che ha varato la manovra anti-recessione più potente di tutte è il Giappone. Se misurato in percentuale del suo Pil, il programma di aiuti pubblici giapponesi per le piccole imprese supera quello americano: vale l’equivalente di 250 miliardi di dollari in sei mesi. L’indice di Borsa giapponese Nikkei 225 è ai massimi da 29 anni.

L’Oriente vicino è il più fragile e turbolento. La Turchia continua a dibattersi in una crisi valutaria e finanziaria. Però oggi Erdogan è riuscito a frenare la sfiducia degli investitori esteri, almeno per un giorno. Ha accettato le dimissioni di suo genero da ministro delle Finanze, ha cambiato anche il governatore della banca centrale, ha promesso una cura di austerity. La lira turca ha recuperato un po’ del terreno perduto rovinosamente nelle scorse settimane.

Da repubblica.it
New York, 11 novembre 2020
Registrato

Admin
Admin
Administrator
Hero Member
*****
Scollegato Scollegato

Messaggi: 28.471



Mostra profilo WWW
« Risposta #166 inserito:: Novembre 14, 2020, 07:42:34 pm »

Rep: Outlook di Federico Rampini

27 ottobre 2020

 

IN SINTESI

La madre di tutti i collocamenti di Borsa avviene in Cina, è un’azienda ai confini tra la tecnologia digitale e la finanza. Più di 730 milioni di persone usano Alipay per pagare un conto al ristorante, fare acquisti e perfino per trasferire fondi dal proprio conto corrente a un conto titoli dove investono in Borsa. La app Alipay della società Ant è la creatura di Alibaba, l’Amazon cinese che in realtà è perfino più ubiquo e versatile di Amazon. Il fondatore di Alibaba oggi in pensione, Jack Ma, è riuscito in Cina a invadere anche il territorio delle banche e carte di credito, con successo molto maggiore rispetto a quanto Amazon riesca a fare con i suoi sistemi di pagamento in America. Alipay è diventato così grosso da attirarsi le attenzioni non proprio amichevoli delle autorità cinesi di regolazione dei mercati finanziari, com’è normale per una “banca impropria”. Intanto, scorporata dalla casa madre Alibaba, Ant si appresta a quotarsi in Borsa da sola, con una vendita-record: 34 miliardi di dollari, di che superare il record precedente che apparteneva alla compagnia petrolifera saudita Aramco. Ant per adesso colloca sul mercato solo l’11% del suo capitale. Il suo valore totale è stimato a 313 miliardi. Si quota in contemporanea a Hong Kong e Shanghai. La domanda ha superato 284 volte l’offerta. L’approdo sui listini è fissato per il 5 novembre.

 
Su un altro versante, la lotta alla pandemia, ecco un nuovo segnale della forza cinese: 4,5 milioni di test effettuati in due giorni. E’ bastato che nella regione dello Xinjiang venissero segnalati 164 pazienti positivi, per far scattare questa gigantesca operazione-tamponi. Non entro nel merito dell’agenda occulta di Xi Jinping, che tende a circondare lo Xinjiang di attenzioni opprimenti. Però fare 4,5 milioni di test in due giorni comporta una potenza logistica e organizzativa notevole. E’ la stessa che – su scala più ridotta, ma in regimi democratici – ha funzionato in Giappone e Corea. Erroneamente i media italiani continuano ad attribuire alla tecnologia avanzata i miracoli giapponese e coreano, due Paesi dove il Covid è passato quasi senza fare vittime. In realtà è la forza lavoro umana – eserciti di tracer e una burocrazia efficiente – a fare la differenza. E’ quel che con grande ritardo hanno capito le autorità di New York, dove si fanno oggi più test quotidiani che in tutta l’Italia. Anche qui la svolta è arrivata quando sono stati reclutati, addestrati, dispiegati sul territorio diecimila tracer.

 
STATI UNITI

Dall’America un altro esempio di innovazione vincente legata al coronavirus. E’ la app Seesaw, inventata apposta per l’insegnamento a distanza. E’ la creatura di una start-up di San Francisco. Il numero di studenti che la usano è decuplicato da marzo a maggio. La sua utilità principale: consente agli studenti di presentare un commento audio o un disegno digitale all’insegnante, subito dopo un corso. La start-up aveva solo 60 dipendenti quando improvvisamente si trovò a competere con piattaforme come Google Classroom. Oggi ha dovuto assumere altri 15 dipendenti a tempo pieno e cento collaboratori esterni. Seesaw è stata adottata da più di tre quarti delle scuole americane.


Rallenta l’ondata di fallimenti tra le aziende americane. A fine settembre la percentuale di default tra emittenti private di obbligazioni era dell’8,5%, in leggero calo rispetto al mese precedente, e molto al di sotto rispetto alla previsioni.

Ma l’avidità dei top manager non si ferma davanti alla bancarotta. Un’inchiesta del Washington Post rivela che almeno 18 grandi aziende hanno elargito bonus milionari ai chief executive ed altri dirigenti, subito prima di portare i libri in tribunale per il fallimento. Tra queste figurano Hertz, J.C. Penney, Neiman Marcus.

 
La città di New York è un “buco nero” nella crisi americana, è in assoluto la più colpita fra le metropoli statunitensi. Un milione di newyorchesi sono senza lavoro, il tasso di disoccupazione è il doppio della media nazionale. Pesano il crollo del turismo e delle attività culturali, due attrazioni per le quali New York era leader mondiale.

 
Dalla Florida all’Ohio sono cominciati i licenziamenti anche nelle università. Non sono al riparo dai tagli del personale neppure i docenti con cattedra.

 
La Cina non sta rispettando gli impegni firmati con l’Amministrazione Trump all’inizio dell’anno per aumentare le sue importazioni di prodotti made in Usa. A fine settembre aveva importato 59 miliardi di prodotti inclusi in quell’accordo, a fronte di un obiettivo fissato a 140 miliardi. E’ una delle promesse mancate da Trump, anche se il Covid ci ha messo lo zampino.

 
ASIA
La Cina è ben piazzata per diventare leader mondiale dell’auto elettrica. Non riuscì mai a diventare un attore dominante nella produzione di auto tradizionali: esporta solo un milione di vetture, per lo più a Paesi emergenti, pur avendo un mercato interno da 28 milioni di auto all’anno, il più grosso del mondo. Ma ora sta cogliendo l’opportunità offerta dalla rivoluzione verde. E lo fa anche grazie a marche straniere. Tra queste la Tesla, che ha cominciato a esportare in Europa il Modello 3 fabbricato nel suo stabilimento cinese; e la Bmw che vende nel mondo intero l’auto elettrica iX3 prodotta in collaborazione con il gruppo Brilliance China Automotive.  

 
I vertici del regime cinese sono in clausura per discutere le nuove strategie economiche di medio-lungo termine. Tra le loro preoccupazioni: l’urgenza di dotare la Cina di un’industria autosufficiente nei semiconduttori, uno dei settori tecnologici dove imperversa la guerra fredda, tra sanzioni americane e forme di embargo. La Cina finora è solo il quinto produttore mondiale di semiconduttori, dietro Corea del Sud, Taiwan, Giappone e Stati Uniti. Intanto lo stesso settore è al centro di una nuova operazione di consolidamento negli Stati Uniti, dove il gruppo American Micro Devices (Amd) ha appena raggiunto un accordo per acquistare il rivale Xilinx per 35 miliardi di dollari.

 
Anche Pechino maneggia le sanzioni a fini geopolitici. Sulla lista nera del governo cinese finiscono i tre maggiori produttori americani di armamenti – Boeing Lockheed e Raytheon – come castigo per un recente accordo di forniture militari a Taiwan. Chi ha più da perdere sono Boeing e Raytheon, presenti sul mercato cinese dell’aeronautica civile.

 
Lo Zambia si avvia ad avere il primo default sovrano legato alle Nuove Vie della Seta o Belt and Road Initiative.

 
Il nuovo premier giapponese, Yoshihide Suga, lancia la proposta di offrire alle donne giapponesi la fecondazione in vitro gratis, a spese del sistema sanitario nazionale, come ricetta contro la denatalità.

 
Scontro fra titani in India per il controllo del mercato locale del commercio online. Amazon contrasta il gruppo Reliance del magnate indiano Mukesh Ambani, tutti e due si contendono il controllo di Future Retail. Amazon e Walmart (quest’ultimo attraverso la filiale Flipkart) finora controllano il 70% del commercio online in India. Reliance invece è il più grande operatore di supermercati tradizionali, con 11 mila punti vendita. Ma Reliance si sta lanciando nel digitale con Reliance Jio. Si stima che il commercio online varrà 86 miliardi di dollari all’anno entro il prossimo quadriennio.

 
EUROPA

La Spagna batterà l’Italia sul traguardo del Recovery Fund? Il governo di Madrid sta cercando di ottenere un pre-finanziamento di 27 miliardi di euro, di fatto un anticipo sulla quota di 140 miliardi a cui avrebbe diritto. I progetti di spesa per 27 miliardi da finanziare con l’anticipo del Recovery Fund sono già stati inseriti nella legge di bilancio che verrà presentata in Parlamento a breve.

CONCLUSIONE

Occhio che il 3 novembre non votiamo solo per eleggere il presidente degli Stati Uniti più la Camera più un terzo del Senato (e molte altre cariche locali). In molti Stati si vota anche per dei referendum. Quello che muove più interessi economici è la Proposition 22 della California: in ballo c’è il futuro della Gig Economy o nuovo precariato, cioè lo status di aziende come Uber, Lyft, o le tante società di consegna a domicilio proliferate durante il lockdown. Queste aziende hanno speso 200 milioni nella campagna elettorale. Il referendum lo hanno promosso loro, per “consentire” ai loro collaboratori di non figurare come dipendenti e quindi di non essere soggetti alle stesse normative e tutele del lavoro dipendente. Una parte degli autisti di Uber, quelli che lo fanno come secondo o terzo lavoro, sono d’accordo con l’azienda perché vogliono mantenere flessibilità. I sondaggi dicono che l’esito è incerto.


Ricevi questa e-mail perché hai prestato a GEDI Digital S.r.l.,

Società controllata del Gruppo GEDI S.p.a.,

il consenso al trattamento dei dati.

Se non vuoi più ricevere questa email, clicca qui

Facebook   Twitter   Instagram

da repubblica.it
Registrato

Admin
Admin
Administrator
Hero Member
*****
Scollegato Scollegato

Messaggi: 28.471



Mostra profilo WWW
« Risposta #167 inserito:: Novembre 16, 2020, 07:10:22 pm »


Outlook/ La ripresa americana

Posta in arrivo

Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
gio 29 ott, 18:56
a me

Rep: Outlook di Federico Rampini
29 ottobre 2020

 
STATI UNITI

Questa newsletter oggi è tutta sulla ripresa americana: è la notizia del giorno, anche per le possibili conseguenze sulla campagna elettorale a cinque giorni dal voto “nominale” (il voto reale è già in corso, una maggioranza di americani si sono pronunciati prima di conoscere l’ultimo dato economico).

+7,4% il Pil del terzo trimestre (rispetto al secondo), che equivale a +33% se proiettato su base annua. E’ un rimbalzo vigoroso, la conferma che l’economia americana si sta riprendendo a gran velocità. E’ l’ultima buona notizia che arriva in tempo utile per finire nei comizi di Donald Trump: la conferma di quanto lui va dicendo da tempo e cioè che il peggio è passato. Lui aggiunge che è grazie alla sua capacità di governo, se l’impatto del coronavirus e dei lockdown è stato relativamente breve; accusa il suo rivale Joe Biden di voler prolungare la sofferenza con un accanimento sui lockdown a oltranza.

 

Questo dato va inquadrato nella giusta prospettiva. In particolare il +33% annuo è un’illusione ottica legata alla caduta del trimestre precedente. (Ricordo la ragione fondamentale per cui le percentuali al ribasso e al rialzo sono asimmetriche: se ho 100 dollari di reddito e ne perdo il 50% mi ritrovo con 50 dollari, se poi recupero il 50% salgo solo a 75 dollari). Dunque, il dato di oggi va letto in sequenza con quello del secondo trimestre, in cui il Pil era sceso del 9% rispetto al primo e del 31,4% su base annua. Alla fine, il rimbalzo registrato dal primo luglio al 30 settembre lascia l’economia americana del 3,5% più povera rispetto alla fine del 2019 il che in tempi normali sarebbe una pesante recessione, e a tutti gli effetti va considerata tale. Il quarto trimestre dovrebbe essere ancora positivo, ma non abbastanza da evitare che il 2020 si chiuda con un segno meno davanti al Pil annuo.

 

Image
Sostenitori di Trump in Florida (EPA / Peter Foley)

Un altro indicatore, relativo al mercato del lavoro, dice che sui 22 milioni di posti di lavoro eliminati dall’inizio di questa crisi, ne sono già stati recuperati la metà. E’ il classico caso del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: la ripresa c’è, ma per 11 milioni di disoccupati è un evento ancora del tutto virtuale. E’ di ieri la notizia di nuovi licenziamenti alla Boeing, altri 11.000 posti di lavoro saranno eliminati come conseguenza della crisi del trasporto aereo.

 

Sul fronte dei consumi, stesso discorso. Le carte di credito, che registrano velocemente i cambiamenti nel comportamento di spesa, dicono di aumenti contrastati. A ottobre American Express ha registrato +32% negli acquisti online e meno 10% nelle spese tradizionali. Un altro gestore di carte di credito, Discover, a ottobre ha visto aumentare del 16% le spese alimentari e del 26% i consumi al dettaglio, mentre crollavano del 19% e del 49% rispettivamente gli acquisti di benzina e le spese per viaggi.

 

E’ proprio la spesa per consumi ad aver trainato la ripresa dell’economia americana nel terzo trimestre. I consumi rappresentano oltre i due terzi del Pil. Dal primo luglio al 30 settembre hanno segnato un aumento del 40,7% su base annua. Tra le voci più dinamiche c’è l’acquisto di automobili. Sempre depressa invece la spesa per servizi, viste le chiusure di ristoranti, dell’industria dello spettacolo, e la paralisi del turismo. Non si riprendono le esportazioni, penalizzate dalla crisi della domanda globale.

 

Quanta parte di questi dati può aiutare Trump a innescare una rimonta finale? Il messaggio del presidente è chiaro, lo ha ripetuto all’ultimo duello televisivo con Joe Biden: con la mia politica economica io avevo generato una crescita eccezionale, raggiungendo il pieno impiego; poi è arrivato dalla Cina un virus che ha sfasciato tutto; ma la salute fondamentale dell’economia americana è così sana che stiamo risollevandoci a gran velocità; guai se eleggete un democratico che ucciderà la ripresa a colpi di nuove tasse.

 

Il bilancio dei primi tre anni di governo è un po’ meno favoloso di quanto lui lo descriva. Tra gli aspetti controversi c’è il risultato delle politiche racchiuse sotto lo slogan Make America Great Again. C’è di tutto lì dentro: i dazi contro le importazioni cinesi, ma anche la riforma fiscale che ha favorito il rientro di capitali esteri delle multinazionali, gli aiuti all’energia fossile e gli incentivi alla reindustrializzazione. La partita con la Cina non ha dato i risultati promessi, ma anche qui c’è lo zampino del covid: gli impegni di Pechino per aumentare le importazioni di prodotti made in Usa erano freschi di firma a gennaio, quando la Cina si è chiusa in lockdown. La reindustrializzazione degli Stati Uniti si è fermata a qualche episodio, non è diventata una tendenza impetuosa; certe multinazionali hanno preferito spostare investimenti dalla Cina al Vietnam o dalla Cina al Messico (tornato ad essere attraente in particolare dopo la firma del nuovo trattato sul mercato unico nordamericano). C’è poi il bilancio delle Borse, positivo, ma con una concentrazione sui titoli Big Tech che hanno vinto alla lotteria del coronavirus.

 

Se si fosse votato a febbraio, la credibilità di Trump nel governo dell’economia poteva risultare decisiva. Tuttora questo è l’unico terreno sul quale lui gode di un leggero vantaggio nei sondaggi. Non sufficiente per trasformarsi in un giudizio positivo su tutta la presidenza. Ma non c’è dubbio che nei comizi delle prossime ore – lui ne sta facendo in media tre al giorno e tutti affollati – sentiremo parlare molto di un boom economico in atto.

Image
Repubblica da ascoltare:

visita la sezione dedicata ai contenuti audio e ai podcast

Ricevi questa e-mail perché hai prestato a GEDI Digital S.r.l.,

Società controllata del Gruppo GEDI S.p.a.,

il consenso al trattamento dei dati.

Se non vuoi più ricevere questa email, clicca qui

Facebook   Twitter   Instagram

Registrato

Admin
Admin
Administrator
Hero Member
*****
Scollegato Scollegato

Messaggi: 28.471



Mostra profilo WWW
« Risposta #168 inserito:: Novembre 16, 2020, 07:30:16 pm »

Federico Rampini - La Repubblica

ven 30 ott, 22:03
a me

Rep: Outlook di Federico Rampini
30 ottobre 2020

 
Oggi mi occupo solo della Cina, su cui il nostro livello di informazione è sempre più palesemente inadeguato. Si è appena concluso il plenum del comitato centrale del Partito comunista cinese, con indicazioni importanti anche per l’economia. Anzitutto, la Cina proietta un’immagine di stabilità politica nel lunghissimo termine, che noi chiamiamo autoritarismo ma che può consentire di fare programmi e poi realizzarli. Lo spettacolo della campagna elettorale americana, o dell’Europa che torna ai lockdown, è in contrasto con le immagini da Pechino. A cominciare dal dettaglio che al vertice comunista nessuno indossava la maschera. Mentre negli Stati Uniti Trump e i suoi seguaci ostentano di non usarla per segnalare che il coronavirus non deve essere la loro priorità, i leader cinesi sono a volto scoperto per ricordare a tutti che il virus è stato sconfitto. Il comitato centrale infatti ha celebrato la vittoria contro la pandemia come “un successo strategico di primaria importanza”.

 

Xi Jinping ha usato il plenum per consolidare la sua immagine di leader unico e incontrastato. La questione della successione era già stata accantonata quando fu tolto il limite del secondo mandato nella Costituzione. Lui sta rafforzando l’attesa che dal 2022 avrà inizio un terzo mandato. Massima stabilità, massima prevedibilità, questa è la facciata che viene presentata all’interno e all’estero. Al termine di un terzo mandato Xi sarebbe il più longevo dei leader cinesi dopo Mao Zedong. Intanto questo soffoca ogni speculazione-illazione sui futuri assetti del vertice, l'eternità apparente di Xi è un tappo sopra ogni fremito di dissenso interno.

 

L’esibito trionfo del modello cinese, in un mondo stremato dalla pandemia, non deve nascondere gli enormi problemi che questa leadership deve affrontare. La crescita è rallentata anche in Cina, benché meno che altrove. Le tensioni sociali interne possono esplodere in qualsiasi momento, visto il peso della crisi sui più poveri, in particolare i migranti dalle campagne. I rapporti con gli Stati Uniti sono ai minimi dai tempi di Nixon-Mao 1972 e questo rende più problematico un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni. L’immagine della Cina ha subito dei danni notevoli – per le responsabilità iniziali sulla pandemia, Hong Kong, lo Xinjiang – e nel nuovo clima da guerra fredda anche i vicini asiatici e l’Australia sono in allerta. La questione dell’immagine esterna però non va letta con occhiali occidentali. Vista da Pechino questa crisi d’immagine è davvero poca cosa rispetto a quella che colpì la Cina dopo il massacro di Piazza Tienanmen nel 1989: eppure quella tragedia segnò l’inizio di un boom trentennale.

 

Sul fronte economico, questa Cina sa di dover affrontare dei potenti venti contrari. Le sanzioni americane stanno privando i suoi campioni nazionali come Huawei sia di sbocchi sui mercati esteri, sia di accesso a tecnologie importanti (semiconduttori). Xi Jinping accentua l’importanza dell’autosufficienza, vuole un ulteriore salto di qualità nelle tecnologie avanzate. Non si fa illusioni su un ritorno dell’America a posizioni più amichevoli, neanche nell’ipotesi di una vittoria di Biden. Di fatto il presidente cinese dis-investe dalla relazione con gli Stati Uniti, prescinde da quel che Washington farà o non farà. Si prepara a una lunga marcia verso la supremazia della Cina, da amministrare con prudenza. Non è detto che sarà in grado di raggiungere l’obiettivo, ma è chiaro che punta a quello: un mondo dove l’America non sarà più in grado di dettare condizioni in nessun campo. C’è anche una dimensione militare, pochi giorni fa Xi ha celebrato il 70esimo anniversario dell’entrata in guerra delle forze cinesi in Corea contro gli Stati Uniti. I toni nazionalisti erano forti. Il messaggio è che questa Cina non esiterà a combattere quando sarà inevitabile.

 

Due contraddizioni apparenti in questo quadro di riposizionamento strategico. Anzitutto, proprio mentre vuole rendersi meno dipendente dai mercati esteri, la Cina sta in realtà aumentando la sua quota di esportazioni nel mondo. In parte questo è legato al fatto che è uscita per prima dai lockdown, ma comunque non sarà facile svezzarsi da un modello di crescita trainato dall’export. Secondo, è in piena fioritura l’idillio con Wall Street, ultima prova l’elenco delle istituzioni finanziarie americane che investono nel collocamento in borsa di Ant, filiale di Alibaba. Qui Xi Jinping fa due calcoli, anzitutto attinge ai capitali americani finché può; e poi cerca di tener buona la lobby di Wall Street a fini di pressioni interne verso la prossima Amministrazione americana. A Washington infatti è già cominciato il braccio di ferro sulla squadra che dovrà gestire i rapporti con la Cina in caso di vittoria di Biden. Per ora sembra prevalere l’ala sinistra, che vuole lo scontro ancor più di Trump. Ricordo che dentro il partito democratico il rigetto verso i grandi accordi globali di libero scambio si era già consumato alla fine del secondo mandato di Barack Obama, tant’è che Hillary Clinton dovette rinnegare il proprio appoggio al trattato dell’area Pacifico, il Tpp. 
Registrato

Admin
Admin
Administrator
Hero Member
*****
Scollegato Scollegato

Messaggi: 28.471



Mostra profilo WWW
« Risposta #169 inserito:: Novembre 18, 2020, 09:29:46 pm »

Rep: Outlook di Federico Rampini

17 novembre 2020

Non è sfuggito a nessuno il grande assente dalla prima conferenza stampa che Joe Biden ha dedicato all’economia da quando è stato eletto: è il termine lockdown. Il presidente-eletto si è dilungato sull’urgenza di varare una nuova manovra di spesa pubblica per erogare aiuti ai disoccupati e alle imprese. Non ha voluto evocare nessuna nuova chiusura generalizzata. Questo riconduce a uno dei messaggi ambigui del verdetto elettorale. Contrariamente alle previsioni dei sondaggi. Trump non è stato danneggiato dal suo atteggiamento sul coronavirus. Tra i 72 milioni di americani che hanno votato Trump è diffusa la convinzione che i lockdown creino danni peggiori della pandemia. Biden ha deciso di muoversi con la massima cautela su questo terreno. Tanto più che le restrizioni sono di competenza dei governatori e il capo dell’esecutivo federale ha solo un potere d’indirizzo.

Tre americani su quattro hanno sperimentato durante la pandemia nuove forme di acquisto online. Più di metà intendono continuare a fare la spesa alimentare online, o a usare il servizio di prenotazione dei prodotti online e prelievo all’esterno del negozio. Il 70% si è convertito in modo permanente a queste nuove forme di acquisto e le praticherà anche quando l’emergenza sanitaria sarà finita. Sono i risultati di un’indagine McKinsey sull’evoluzione del comportamento dei consumatori. Non c’è solo il commercio: la tele-medicina (consultazioni a distanza) sta conquistando un pubblico crescente; perfino gli esercizi di yoga e pilates, una volta provati con l’istruttore collegato in video, tendono a consolidarsi come abitudini permanenti. Idem per le forme di istruzione a distanza dedicate a un pubblico di adulti. La conclusione è che "la pandemia ha creato in pochi mesi cambiamenti che avrebbero richiesto dieci anni".

Un dato generale sullo shopping degli americani: nell’ultimo trimestre gli acquisti online sono cresciuti del 79% mentre il traffico fisico di consumatori negli esercizi commerciali è calato del 14% e la spesa media nei negozi “in carne ed ossa” è diminuita del 24%.

C’è chi ne approfitta perché è pronto a cogliere tutte le opportunità. Tanto per parlare del vincitore numero uno, ecco il solito Amazon che annuncia l’ultima novità: vuole diventare anche il nostro farmacista di fiducia. Il numero uno del commercio online lancia una nuova piattaforma per la fornitura di medicine che richiedono la ricetta medica (le altre essendo già disponibili sul sito). Non a caso l’annuncio ha già fatto calare in Borsa i titoli di tutte le grandi catene di farmacie come Cvs, Walgreens, Rite Aid. Il nuovo servizio si chiamerà Amazon Pharmacy. Non è la prima volta che Amazon prova a espandersi nel settore sanitario, già due anni fa comprò la società PillPack specializzata nel fornire medicinali a pazienti con malattie croniche che devono essere riforniti con frequenza. La pandemia ha creato anche qui dei comportamenti nuovi, costringendo le catene di farmacie tradizionali a rafforzare i loro servizi di consegne a domicilio.

 Walmart Supercenter a Burbank, California, USA, 15 luglio 2020 (ristampato il 17 novembre 2020)

La convalescenza del consumatore americano continua ma è meno brillante di prima. Le vendite al dettaglio nel mese di ottobre sono cresciute dello 0,3% cioè meno delle previsioni. A settembre la ripresa dei consumi era stata +1,6%. A raffreddare la crescita intervengono le nuove paure create dalla seconda ondata del covid e le nuove restrizioni adottate in alcuni Stati Usa. Ma le medie sono ingannevoli perché all’interno della vasta categoria dei consumi ci sono vincitori e perdenti. Una delle beneficiate del coronavirus è l’industria dell’auto le cui vendite sono ripartite, un altro è il settore delle attrezzature per palestre (chi può si allestisce una mini-fitness in casa propria).

Un termometro importante è dato dal gruppo Walmart, numero uno degli ipermercati americani ma anche concorrente di stazza di Amazon nel commercio elettronico. Walmart ha messo a segno +6,4% nel trimestre concluso a ottobre. E’ il suo terzo trimestre consecutivo in crescita. Ma gran parte della performance viene dalle vendite sul suo sito Internet.

Tra gli altri segnali della convalescenza, continua da una settimana all’altra la ripresa delle assunzioni e il calo della disoccupazione.

Le sanzioni americane contro Huawei continuano a infliggere danni al campione cinese delle telecom. Ultimo segnale: Huawei è costretto a vendere una delle sue marche di smartphone, la Honor. L’acquirente è un ente pubblico cinese, che sborsa l’equivalente di 15 miliardi di dollari. La marca Honor rappresentava da sola un quarto di tutte le vendite di apparecchi cellulari che la Huawei effettua in tutto il mondo (il volume totale di smartphone venduti dal gruppo è di 156 milioni all’anno). Il brand Honor è molto presente in particolare sui mercati dell’Europa centro-orientale. Due le possibili interpretazioni di questa dismissione. La prima la vede come un tentativo di mettere al riparo la marca Honor dalle sanzioni americane, che hanno chiuso molti mercati esteri ai prodotti Huawei. Un’altra interpretazione vede la mossa come un segnale di difficoltà finanziaria e un modo per fare cassa.

 da La Repubblica
Registrato

Admin
Admin
Administrator
Hero Member
*****
Scollegato Scollegato

Messaggi: 28.471



Mostra profilo WWW
« Risposta #170 inserito:: Novembre 21, 2020, 06:55:26 pm »

Rep: Outlook di Federico Rampini
28 ottobre 2020

IN SINTESI
Le buone notizie, almeno sul fronte macroeconomico, vengono tutte dall’Estremo Oriente. Oggi è la volta della Corea del Sud, ufficialmente uscita dalla recessione: +1,9% la crescita del suo Pil nel terzo trimestre. La quarta economia asiatica si accoda alla tendenza della Cina (+4,9%), del Vietnam (+2,6%) e di Taiwan (+2,2%). Da notare che, salvo la Cina, nessuna di queste nazioni ha fatto ricorso ai lockdown.

A proposito di uscite dalla crisi, sul fronte sanitario ho raccontato come New York City abbia studiato il modello asiatico: dove la vera forza di Tokyo o Seul non va cercata nella tecnologia bensì nell’organizzazione umana, nella burocrazia efficiente, nel dispiegamento di tracer sul territorio. Lo stesso modello è stato studiato anche dalla città più tecnologica degli Stati Uniti, cioè San Francisco. La tecnopoli californiana sta allentando le restrizioni dopo aver visto scendere in modo sostanziale i contagi. Anche lì, non crediate che sia merito di qualche app miracolosa. No, come a New York anche a San Francisco la svolta c’è stata quando è aumentata in modo netto la capacità di effettuare tamponi, e poi di identificare, sorvegliare, assistere i positivi con una vasta forza lavoro umana, i tracer.

STATI UNITI
I dati sul Pil americano nel terzo trimestre escono domani. Le previsioni indicano che sarà un rimbalzo apparentemente favoloso: +7% rispetto al secondo trimestre, +30% su base annua. Sarebbe la crescita più forte dalla seconda guerra mondiale. Gli esperti raccomandano cautela, però: c’è un effetto ottico che amplifica le oscillazioni, legato alla pesante caduta precedente. Non aiuta l’asimmetria del calcolo percentuale: com’è noto, lo stesso 50% è ben diverso in discesa da una cifra alta o in risalita da una cifra bassa (se perdi il 50% di 100 dollari te ne rimangono 50, se poi recuperi il 50% ti ritrovi solo con 75 dollari). Unico dato indiscutibilmente positivo: molte famiglie americane, almeno quelle che non hanno perso ogni reddito, hanno potuto aggiustare l’equilibrio tra risparmi e consumi. La chiusura di negozi ha ridotto la capacità di spendere ed è automaticamente risalita la propensione al risparmio. Solo nel mese di aprile si calcola che siano stati messi da parte 6.400 miliardi di dollari, per mancanza di opportunità di spenderli.

Fra i tanti referendum locali che si aggiungono all’elezione presidenziale di martedì prossimo, uno rimette in discussione la riforma-madre del neoliberismo reaganiano, nella sua culla originaria, la California. Correva l’anno 1978 quando i californiani approvarono la Proposition 13, per mettere un tetto costituzionale alle imposte sulle proprietà immobiliari. Questo 3 novembre tornano a votare per togliere quel limite, anche se soltanto sulle proprietà di tipo commerciale (cioè immobili affittati per uso ufficio o negozio). La Proposition 15 quest’anno è uno dei cavalli di battaglia della sinistra. La California tassa i beni immobiliari in base ai loro valori storici, non di mercato. I repubblicani e tutti coloro che si oppongono al cambiamento, obiettano che la California è già lo Stato con la più alta pressione fiscale sui redditi, insieme con New York.

 

Idee vincenti, storie di successo in mezzo alla pandemia: oggi segnalo la start-up Notarize che consente l’autenticazione notarile a distanza, digitale (+400% di fatturato da marzo); e la start-up Latchable che ha inventato un sistema per aprire-chiudere le porte di uffici senza contatto fisico, in modo da evitare contaminazioni. 

Amazon continua ad aumentare la sua forza lavoro: assume altri centomila dipendenti per la stagione delle festività (che qui comincia di fatto sabato con Halloween, seguito da Thanksgiving a fine novembre che apre i saldi pre-natalizi). Al termine Amazon avrà più di 700.000 dipendenti solo negli Stati Uniti. Sul mercato americano Amazon cattura più di un terzo delle vendite online.

ASIA
I capitali credono nella Cina: è il paese che ha retto meglio di tutti come capacità di attrazione degli investimenti stranieri. Nel primo semestre del 2020 gli investimenti esteri diretti negli Stati Uniti sono crollati del 61%, in Europa sono scesi del 29%, mentre in Cina hanno perso solo il 4%. Da gennaio a fine giugno la Cina ha attirato 76 miliardi di dollari di investimenti diretti (esclusi cioè gli investimenti finanziari, gli acquisti di titoli), contro i 51 miliardi che sono affluiti negli Stati Uniti.
Prosegue l’avvicinamento strategico fra India e Stati Uniti in chiave anti-cinese: l’ultimo gesto è la firma di un accordo bilaterale per la cooperazione nello spionaggio geospaziale fra Washington e Delhi.

EUROPA
Verso una svolta radicale nella politica fiscale spagnola, con un forte segno redistributivo. I piani del governo di Madrid includono un aumento della pressione fiscale sui dividendi, sui redditi oltre 300.000 euro annui, sulla successione oltre i 10 milioni di patrimonio. E’ prevista anche una stangata sulle “pensioni d’oro”.

CONCLUSIONE
Anche nella crisi la Francia non rinuncia a pensare in grande. Vi suggerisco la lettura di un dossier del Financial Times sulla “Françafrique”, il progetto di Macron di rilanciare i legami storici con l’Africa francofona. Da notare che il continente nero finora ha resistito bene al contagio del coronavirus, smentendo le previsioni degli esperti.

Da – repubblica.it
Registrato

Admin
Admin
Administrator
Hero Member
*****
Scollegato Scollegato

Messaggi: 28.471



Mostra profilo WWW
« Risposta #171 inserito:: Novembre 21, 2020, 09:10:53 pm »

Outlook | È boom delle Borse, ma l'Europa è tagliata fuori

Posta in arrivo

Federico Rampini - La Repubblica
ven 20 nov, 19:11 (1 giorno fa)
a me


Le immagini non sono visualizzate. Visualizza immagini sottostanti - Visualizza sempre le immagini inviate da rep@repubblica.it
Rep: Outlook di Federico Rampini
Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui

Rep: Outlook di Federico Rampini
20 novembre 2020

Molte Borse sono ai massimi storici. In particolare quelle asiatiche e quelle americane, in una nazione che supera i 250mila morti e dove la seconda ondata impone nuovi lockdown. Il valore complessivo di tutte le Borse del pianeta punta verso i 95mila miliardi di dollari. Per avere un ordine di grandezza questo valore è superore al Pil aggregato di tutte le nazioni che raggiunge gli 83mila miliardi (è chiaro che le due grandezze non sono commensurabili: la capitalizzazione di Borsa misura il prezzo di uno stock di ricchezza in un preciso istante, i Pil misurano i flussi di reddito generati in un anno). L’Europa finora è rimasta tagliata fuori dall’euforia finanziaria. Che significato ha tutto questo?

La spiegazione più facile riguarda il versante asiatico. Dove si è risvegliata perfino la Borsa di Tokyo, leggendaria per la sua interminabile depressione: quest’anno è risalita al punto tale da raggiungere il suo record trentennale. Il Giappone è uno dei nuovi “miracoli asiatici”: rientra in quel gruppo di Paesi – mai abbastanza studiati da noi occidentali – che hanno sconfitto in modo magistrale il coronavirus, senza ricorrere a lockdown, con interventi mirati, precisione chirurgica, efficacia massima nell’isolare i focolai sul nascere. Il Giappone è un maestro nel rinascere dopo le crisi, come racconto nel mio libro I cantieri della storia. Oggi partecipa a una ripresa economica che coinvolge Estremo Oriente e Sud-est asiatico, con al centro la locomotiva cinese. La Repubblica Popolare cinese chiuderà l’anno con una crescita del 2% del Pil. Vietnam e Taiwan la inseguono da vicino, e tutta quell’area oggi rappresenta la parte del mondo che è già fuori dalla crisi. Che i flussi dei capitali scommettano su quelle Borse è logico.

La festa di Wall Street ha spiegazioni un po’ meno intuitive. Qui il divario di percezione tra l’economia reale e i mercati finanziari è stridente. L’economia americana chiuderà l’anno con un Pil pesantemente negativo e un tasso di disoccupazione più che raddoppiato rispetto a febbraio. La ripresa è cominciata e il terzo trimestre diede un risultato abbastanza spettacolare (in apparenza, perché il rimbalzo del +33% nel Pil non bastava a compensare il crollo precedente). Però nell’ultimo mese la forte impennata dei contagi, il ritorno di misure restrittive che stanno avvicinandosi a veri e propri lockdown, ha avuto la conseguenza di rallentare la ripresa. Lo si vede sul mercato del lavoro dove la convalescenza si è interrotta e le richieste di indennità di disoccupazione sono tornate a salire.

New York Stock Exchange e Nasdaq sono un universo parallelo, sconnesso dalle sofferenze della maggior parte degli americani? Non è proprio così. La performance stellare di alcuni indici azionari ha spiegazioni razionali. Nel periodo più recente i rialzi delle Borse Usa sono stati alimentati dalle notizie sui vaccini. Non solo i due vaccini più prossimi al traguardo sono prodotti da multinazionali americane (Pfizer e Moderna), ma soprattutto la tabella di marcia per la loro approvazione, fabbricazione di massa, distribuzione, si sta facendo più ravvicinata di quanto si poteva prevedere. L’impatto di una vaccinazione di massa sarebbe molto positivo per la crescita economica, questo è indiscutibile. Gli investitori, dunque, pur vedendo che nel breve termine la situazione sanitaria ed economica peggiora, sono fiduciosi sul medio termine. Qualcosa di simile del resto sta accadendo sul mercato immobiliare, molto vivace negli Stati Uniti: tante famiglie stanno comprando casa, il volume di compravendite è ai massimi da 14 anni, anche questo è un segnale di fiducia (nel boom immobiliare si mescola anche qualche cambiamento strutturale, migrazioni interne, esodi dalle metropoli, o ricerche di abitazioni più ampie che fungano da casa-ufficio, investimenti spinti da prospettive di smartworking a lungo termine).

L’altra spiegazione della performance di indici come S&P 500 e Nasdaq è legata alle fortune di Big Tech. Un trio di colossi digitali come Amazon, Apple e Microsoft ha avuto rialzi superiori al 30% dall’inizio dell’anno. Questi sono i colossi, insieme ad Alphabet-Google e Facebook. Poi dietro di loro c’è una miriade di aziende meno grandi ma ugualmente protagoniste di performance spettacolari: da Netflix a Logitech a Zoom, solo per citarne qualcuna. È un mondo che esce vincitore dalla pandemia. Tutta l’economia digitale, che ha in America i più importanti campioni mondiali o almeno occidentali (la Cina ha i suoi), assapora dall’inizio dei lockdown il trionfo che sappiamo. È come se i grandi innovatori concentrati sulla West Coast degli Stati Uniti avessero cominciato a prepararsi vent’anni fa per questa pandemia. Non è così – anche se a Bill Gates bisogna riconoscere virtù profetiche in questo campo – ma semplicemente l’economia digitale ha progettato e reso possibile un universo funzionale ai lockdown. Tutto ciò che ci consente di lavorare in smartworking, socializzare a distanza, occupare il tempo libero con serie tv e videogame, tutto esisteva già grazie alla Silicon Valley. Poiché queste stesse aziende avevano già raggiunto un peso dominante sugli indici di Borsa, i rialzi di Big Tech pesano in modo enorme sulla performance degli indici. Anche sotto questo profilo, non c’è nulla di irrazionale nel boom dei mercati. Naturalmente va ricordato che se Big Tech ha profittato in modo smisurato dei lockdown, qualche aggiustamento al ribasso sarà inevitabile quando i vaccini ci consentiranno di uscire dal confinamento. Tuttavia, alcune abitudini si saranno incrostate, sarà difficile cancellare il 2020 e tornare indietro al 100% a modalità di lavoro e stili di vita pre-pandemia. Alcuni cambiamenti strutturali sono irreversibili: tanti librai indipendenti, falliti sotto il rullo compressore della crisi e di Amazon, non rinasceranno. Amazon promette un attacco simile alle farmacie, dopo aver invaso e sconvolto tanti altri settori della distribuzione tradizionale.

Un ultimo fattore dietro i rialzi delle Borse sono le politiche monetarie e di bilancio. Dal Giappone agli Stati Uniti le manovre di spesa pubblica per sostenere la ripresa hanno raggiunto livelli mai visti dalla Seconda guerra mondiale; nell’Eurozona questo sarà ancora più vero quando si sbloccherà il Recovery Fund. La politica monetaria è eccezionalmente espansiva nel mondo intero. Con i titoli pubblici che rendono poco o addirittura offrono interessi negativi, una parte di quella liquidità tende per forza a cercare investimenti più rischiosi, come le azioni. Purtroppo questo mix di politiche monetarie e rialzi di Borsa ha un effetto collaterale inquietante: tornano ad aumentare le diseguaglianze. Poiché i più ricchi, e soprattutto gli straricchi, possiedono una quota soverchiante dei capitali azionari, il boom delle Borse scava il divario con la maggioranza della popolazione. Non era scontato e non accadde in passato: le grandi calamità, come la Depressione o le guerre mondiali, tendevano a ridurre le diseguaglianze, non a peggiorarle.

da - Repubblica.it

 
Registrato

Admin
Admin
Administrator
Hero Member
*****
Scollegato Scollegato

Messaggi: 28.471



Mostra profilo WWW
« Risposta #172 inserito:: Novembre 25, 2020, 07:22:12 pm »

Outlook | Thanksgiving, un termometro di salute economica

Posta in arrivo

Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
lun 23 nov, 18:55 (2 giorni fa)
a me


Le immagini non sono visualizzate. Visualizza immagini sottostanti - Visualizza sempre le immagini inviate da rep@repubblica.it
Rep: Outlook di Federico Rampini
Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui

Rep: Outlook di Federico Rampini
23 novembre 2020

Oggi vi scrivo dalla Left Coast, come ironicamente chiamiamo la West Coast, viste le sue preferenze politiche di sinistra. Credevo di essere un temerario, perché ho ignorato i ripetuti avvertimenti del dottor Anthony Fauci e di tutte le autorità sanitarie, mettendomi in viaggio. Questa è la settimana di Thanksgiving, “l’altro Natale” degli americani: giovedì 26 celebriamo una festa nazionale molto sentita, tradizionalmente l’occasione per riunire famiglie sparpagliate e distanti. L’America è grande, per raggiungere mia figlia che sta in California ieri ho volato per sei ore (in Europa neppure per andare dalla Finlandia alla Sicilia o da Lisbona a Varsavia si percorre una distanza lunga come da New York a San Francisco). Fauci e tanti altri ci hanno detto: quest’anno non viaggiate, state a casa, e possibilmente non invitate nessuno per il Thanksgiving, onde evitare nuovi picchi di contagio. La mia disobbedienza ha una giustificazione: il Covid l’ho avuto e quindi dovrei avere un’immunità almeno per qualche mese. Questo mi fa sentire il mio viaggio molto meno pericoloso, per me stesso e per gli altri. C’è anche l’esenzione che il governatore di New York Andrew Cuomo concede a noi giornalisti per trasferte di lavoro, e questa per me è anche una trasferta di lavoro. Sono nel cuore della Silicon Valley, la grande vincitrice dei lockdown, dove le aziende digitali più potenti del mondo galleggiano su una nuvola di profitti alta fino alla stratosfera. In effetti fin dalle prime ore questo viaggio mi ha dato informazioni interessanti.

Comincio dal volo. United Airlines UA1978, da Newark a San Francisco: strapieno fino all’inverosimile, nessun distanziamento a bordo. L’obbligo di mascherina è rispettato, ma la compagnia non tiene più dei sedili vuoti come all’inizio della pandemia. Il conto economico pesa più delle precauzioni sanitarie. Malgrado le molte decine di miliardi ricevuti dai contribuenti per salvarle, la United e le altre compagnie aeree americane continuano a seguire una logica privatistica. A bordo ci hanno fatto vedere un video di auto-propaganda dove si sostiene che gli aerei sono l’ambiente più sicuro contro il contagio.

Atterrato a San Francisco, roccaforte della sinistra più radicale, ho trovato l'aeroporto come ai bei tempi: brulicante di passeggeri, caotico, con il classico affollamento da Thanksgiving, pre-Covid. Nella Silicon Valley, che ha praticamente brevettato lo smartworking, lucrando un boom di profitti, il "rispetto per la scienza" non è così forte come si raccontava in campagna elettorale, quando i disobbedienti sembravano tutti da una parte sola. Al terminal United di San Francisco nessuno rispettava i distanziamenti. C’erano famiglie in partenza per le Hawaii per andare a fare il pieno di sole, raggi ultravioletti e vitamina D, che pare rafforzino le difese immunitarie. C’erano viaggiatori sbarcati come me dalla East Coast per ricongiungersi con familiari, e altri che stavano iniziando il percorso inverso. Nella lunga navetta tra le due metropoli più di sinistra degli Stati Uniti, ho visto con i miei occhi un’insubordinazione di massa. La buona notizia è questa: le due Americhe, democratica e repubblicana, almeno in questo sono meno polarizzate di quanto si dica.

Thanksgiving qui è anche un termometro di salute economica. Essendo a tutti gli effetti la festa gemella del Natale, è il primo test per le grandi campagne dei saldi, promozioni e sconti. Black Friday e Cyber Monday sono stati inventati qui e poi esportati nel resto del mondo. Presumo che avremo un’altra orgia di successo per Amazon e compagnia. Le dimensioni esatte del rimbalzo di consumi ci diranno quale ripresa erediterà Joe Biden. Se tanto mi dà tanto, dall’affollamento del mio volo e dell’aeroporto di San Francisco direi che la voglia di ritornare alla normalità è visibile, trasversale, bipartisan.

Lo spettacolo della Silicon Valley però costringe a riflettere. Lungo le due autostrade parallele 101 e 280 che congiungono le due tecnopoli digitali di San Francisco e San Jose, i “campus” delle aziende digitali assomigliano a dei templi Maya abbandonati. La conversione in massa allo smartworking è stata facile per un mondo che lo aveva inventato e già lo praticava prima del Covid, sia pure in maniera più selettiva. Molte aziende digitali hanno deciso che far tornare la manodopera in ufficio non sarà una buona idea neanche quando le vaccinazioni di massa avranno debellato il virus. Tutto un insieme di equazioni economiche non reggono più. Gli immobiliaristi che avevano speculato su ogni metro quadro della Silicon Valley rischiano di saltare per aria. Ma la stessa sorte minaccia le università più care del mondo, tipo Stanford. E’ evidente che la qualità dello studio in remoto non è paragonabile, e non giustifica rette sopra i 60.000 dollari annui. In alcuni settori il cambiamento forse è reversibile, in altri non si tornerà più indietro. Capirlo per tempo è indispensabile per chi non voglia essere travolto da questa crisi.

P.S. Per non dare l’impressione di essere un irresponsabile, aggiungerò che una volta concluso il viaggio, qui in California le mie interazioni sociali sono limitate. E niente festini a Thanksgiving a casa di Costanza.

Santa Cruz, 23 novembre


Ricevi questa e-mail perché hai prestato a GEDI Digital S.r.l.,
Registrato

Admin
Pagine: 1 ... 10 11 [12]
  Stampa  
 
Vai a:  

Powered by MySQL Powered by PHP Powered by SMF 1.1.21 | SMF © 2015, Simple Machines XHTML 1.0 valido! CSS valido!