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Autore Discussione: FEDERICO RAMPINI.  (Letto 67401 volte)
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« Risposta #165 inserito:: Novembre 14, 2020, 05:40:38 pm »

Outlook di Federico Rampini
11 novembre 2020

Navigare la crisi, essere pronti a sfruttare tutte le opportunità della ripresa: le imprese e chiunque abbia responsabilità economiche deve cogliere a gran velocità i segnali di una svolta. I vincitori della prima fase li conosciamo: da una parte tutto l’universo Big Tech, dall’altro i produttori di quei beni di consumo di cui facciamo incetta quando dobbiamo tapparci in casa (dal +20% al +50% i consumi di farina; +30% quelli di tinture per i capelli visto che molte signore stanno tornando a fare le parrucchiere di se stesse). Unilever, Nestlé, Procter & Gamble, L’Oréal, figurano nell’elenco dei vincitori dietro quella prima fila in cui spiccano Amazon, Microsoft, Google, Apple, Netflix. Però basta l’annuncio di un vaccino in arrivo per diffondere la sensazione che tutto potrebbe cambiare. Ecco un segnale: alcuni tra gli sconfitti di ieri si precipitano a monetizzare l’ottimismo raccogliendo capitali in Borsa. American Airlines e Lufthansa, la compagnia di crociere Carnival, stanno attingendo ai mercati con emissioni di azioni o vendite di obbligazioni. Vogliono essere pronte a scattare appena l’arrivo di un vaccino apre una fase nuova.

La flessibilità per prepararsi a cogliere opportunità nella ripresa non caratterizza solo gli imprenditori ma anche i dipendenti o futuri dipendenti. Ecco un segnale interessante dagli Stati Uniti: sono in forte aumento le iscrizioni ai Master in Business Administration, +21%, un dato che segna un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi cinque anni. Non è strano, anzi è tipico delle grandi crisi economiche: negli Stati Uniti chi perde il lavoro, o tarda a trovare il suo primo lavoro, investe nella propria formazione per avere un curriculum più appetibile non appena ripartono le assunzioni.

STATI UNITI
Fra le tante previsioni, congetture e speculazioni sulle conseguenze economiche della presidenza Biden, molti mettono Big Tech tra i perdenti. Il presidente eletto condivide l’atteggiamento critico del partito democratico verso i giganti digitali. Ci si può attendere un antitrust più severo verso i comportamenti monopolistici di Amazon, Google e Facebook in particolare. Certo, per varare grandi riforme nella normativa che si applica ai business digitali bisogna sempre tenere conto della necessità di trovare intese con i repubblicani, visto che con ogni probabilità conserveranno la maggioranza al Senato. I repubblicani sono per tradizione allergici agli interventi dello Stato; sotto le loro Amministrazioni l’antitrust è stato depotenziato. Però ultimamente la destra ha maturato un’avversione verso la Silicon Valley, accusata di ingerenze anti-Trump per esempio con le censure dei social media. Inoltre un cambiamento immediato che Biden può imprimere da solo, passa attraverso le nomine nelle authority regolatrici. Da notare che il giro di vite verso i colossi digitali sembra essere una tendenza globale. Due notizie da Bruxelles e da Pechino vanno nella stessa direzione. La commissaria alla concorrenza europea ha aperto un procedimento antitrust contro Amazon per abuso di potere monopolistico nei confronti dei 150.000 piccoli fornitori che usano la piattaforma digitale per raggiungere i clienti finali. In Cina l’antitrust locale ha varato una bozza delle nuove regole sulla concorrenza nel settore digitale, pochi giorni dopo che il governo di Pechino ha bloccato il collocamento in Borsa di Ant, la filiale di Alibaba che gestisce pagamenti digitali. Big Tech ha stravinto la sfida della pandemia ma, come spesso succede, il troppo successo attira invidie, gelosie, timori e attenzioni particolari.

Negli Stati Uniti la parola lockdown ha un significato diverso che in Italia. Non abbiamo mai avuto lo stesso livello di restrizioni alla nostra mobilità personale, né conosciamo l’invadenza burocratica dei Dpcm che regolano aspetti minuti della vita quotidiana in Italia. Però c’è una reazione spontanea all’aumento dei contagi, che ha ricadute economiche non molto dissimili. Anche se nessuno Stato Usa intende introdurre o ripristinare chiusure a tappeto, sta di fatto che gli americani reagiscono al pericolo uscendo meno. I dati che Apple raccoglie attraverso gli iPhone sulla mobilità degli utenti rivelano che, con la risalita dei contagi dall’inizio di ottobre, i tragitti in auto sono scesi del 9% e le passeggiate a piedi si sono ridotte del 7%. Google ha dati analoghi e conferma un calo delle visite a negozi e ristoranti anche in quegli Stati repubblicani dove gli elettori di Trump sono contrari ai lockdown. Usano meno la maschera che a New York o in California, però anche nell’Iowa, North e South Dakota, Montana, la gente esce di meno da quando è cominciata la seconda ondata. Di riflesso, continuano a crescere i risparmi degli americani: +20% da aprile. Per vedere il bicchiere mezzo pieno, tutti quei risparmi aggiuntivi sono consumi potenziali, pronti a servire da carburante per la ripresa.

Gli americani non sono dei buongustai del caffè come noi, però sono dei caffeinomani e rappresentano il più grande mercato mondiale per questa bevanda (inclusi i segmenti più evoluti e raffinati, cioè i consumatori che hanno scoperto le virtù del vero espresso italiano). Ma la desertificazione delle città e l’agonia della vita sociale hanno prodotto anche qui una rivoluzione. Si beve molto meno nei locali pubblici (Starbucks ha registrato un calo del 9% rispetto al fatturato di un anno fa) e molto di più a casa propria. I beneficiari al momento sono soprattutto i produttori di miscele per caffè-filtro all’americana, come Nestlé e Keurig Dr Pepper. La Nestlé gioca su più segmenti di mercato perché produce miscele di caffè-filtro all’americana in joint venture con Starbucks, ma anche Nespresso. I nostri Illy, Lavazza, dovrebbero approfittarne per entrare di più nelle case degli americani. 

ASIA
+8% le vendite di automobili in Cina nel mese di ottobre: è un’altra conferma della ripresa dei consumi. Tra i beneficiati, in questo e altri settori, ci sono le multinazionali americane con un radicamento storico nel mercato cinese: General Motors, Coca Cola, Estée Lauder e Marriott hanno già avuto un miglioramento negli ultimi bilanci trimestrali grazie alla spinta dei consumi cinesi.

Interessante inchiesta del Financial Times sul punto debole della crescita cinese: i colossi della costruzione immobiliare, indebitati fino al collo, con in testa il controverso gruppo Evergrande. È la bolla sempre destinata a scoppiare ma che non scoppia mai. Fino al giorno in cui scoppierà davvero.

Il Paese che ha varato la manovra anti-recessione più potente di tutte è il Giappone. Se misurato in percentuale del suo Pil, il programma di aiuti pubblici giapponesi per le piccole imprese supera quello americano: vale l’equivalente di 250 miliardi di dollari in sei mesi. L’indice di Borsa giapponese Nikkei 225 è ai massimi da 29 anni.

L’Oriente vicino è il più fragile e turbolento. La Turchia continua a dibattersi in una crisi valutaria e finanziaria. Però oggi Erdogan è riuscito a frenare la sfiducia degli investitori esteri, almeno per un giorno. Ha accettato le dimissioni di suo genero da ministro delle Finanze, ha cambiato anche il governatore della banca centrale, ha promesso una cura di austerity. La lira turca ha recuperato un po’ del terreno perduto rovinosamente nelle scorse settimane.

Da repubblica.it
New York, 11 novembre 2020
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« Risposta #166 inserito:: Novembre 14, 2020, 07:42:34 pm »

Rep: Outlook di Federico Rampini

27 ottobre 2020

 

IN SINTESI

La madre di tutti i collocamenti di Borsa avviene in Cina, è un’azienda ai confini tra la tecnologia digitale e la finanza. Più di 730 milioni di persone usano Alipay per pagare un conto al ristorante, fare acquisti e perfino per trasferire fondi dal proprio conto corrente a un conto titoli dove investono in Borsa. La app Alipay della società Ant è la creatura di Alibaba, l’Amazon cinese che in realtà è perfino più ubiquo e versatile di Amazon. Il fondatore di Alibaba oggi in pensione, Jack Ma, è riuscito in Cina a invadere anche il territorio delle banche e carte di credito, con successo molto maggiore rispetto a quanto Amazon riesca a fare con i suoi sistemi di pagamento in America. Alipay è diventato così grosso da attirarsi le attenzioni non proprio amichevoli delle autorità cinesi di regolazione dei mercati finanziari, com’è normale per una “banca impropria”. Intanto, scorporata dalla casa madre Alibaba, Ant si appresta a quotarsi in Borsa da sola, con una vendita-record: 34 miliardi di dollari, di che superare il record precedente che apparteneva alla compagnia petrolifera saudita Aramco. Ant per adesso colloca sul mercato solo l’11% del suo capitale. Il suo valore totale è stimato a 313 miliardi. Si quota in contemporanea a Hong Kong e Shanghai. La domanda ha superato 284 volte l’offerta. L’approdo sui listini è fissato per il 5 novembre.

 
Su un altro versante, la lotta alla pandemia, ecco un nuovo segnale della forza cinese: 4,5 milioni di test effettuati in due giorni. E’ bastato che nella regione dello Xinjiang venissero segnalati 164 pazienti positivi, per far scattare questa gigantesca operazione-tamponi. Non entro nel merito dell’agenda occulta di Xi Jinping, che tende a circondare lo Xinjiang di attenzioni opprimenti. Però fare 4,5 milioni di test in due giorni comporta una potenza logistica e organizzativa notevole. E’ la stessa che – su scala più ridotta, ma in regimi democratici – ha funzionato in Giappone e Corea. Erroneamente i media italiani continuano ad attribuire alla tecnologia avanzata i miracoli giapponese e coreano, due Paesi dove il Covid è passato quasi senza fare vittime. In realtà è la forza lavoro umana – eserciti di tracer e una burocrazia efficiente – a fare la differenza. E’ quel che con grande ritardo hanno capito le autorità di New York, dove si fanno oggi più test quotidiani che in tutta l’Italia. Anche qui la svolta è arrivata quando sono stati reclutati, addestrati, dispiegati sul territorio diecimila tracer.

 
STATI UNITI

Dall’America un altro esempio di innovazione vincente legata al coronavirus. E’ la app Seesaw, inventata apposta per l’insegnamento a distanza. E’ la creatura di una start-up di San Francisco. Il numero di studenti che la usano è decuplicato da marzo a maggio. La sua utilità principale: consente agli studenti di presentare un commento audio o un disegno digitale all’insegnante, subito dopo un corso. La start-up aveva solo 60 dipendenti quando improvvisamente si trovò a competere con piattaforme come Google Classroom. Oggi ha dovuto assumere altri 15 dipendenti a tempo pieno e cento collaboratori esterni. Seesaw è stata adottata da più di tre quarti delle scuole americane.


Rallenta l’ondata di fallimenti tra le aziende americane. A fine settembre la percentuale di default tra emittenti private di obbligazioni era dell’8,5%, in leggero calo rispetto al mese precedente, e molto al di sotto rispetto alla previsioni.

Ma l’avidità dei top manager non si ferma davanti alla bancarotta. Un’inchiesta del Washington Post rivela che almeno 18 grandi aziende hanno elargito bonus milionari ai chief executive ed altri dirigenti, subito prima di portare i libri in tribunale per il fallimento. Tra queste figurano Hertz, J.C. Penney, Neiman Marcus.

 
La città di New York è un “buco nero” nella crisi americana, è in assoluto la più colpita fra le metropoli statunitensi. Un milione di newyorchesi sono senza lavoro, il tasso di disoccupazione è il doppio della media nazionale. Pesano il crollo del turismo e delle attività culturali, due attrazioni per le quali New York era leader mondiale.

 
Dalla Florida all’Ohio sono cominciati i licenziamenti anche nelle università. Non sono al riparo dai tagli del personale neppure i docenti con cattedra.

 
La Cina non sta rispettando gli impegni firmati con l’Amministrazione Trump all’inizio dell’anno per aumentare le sue importazioni di prodotti made in Usa. A fine settembre aveva importato 59 miliardi di prodotti inclusi in quell’accordo, a fronte di un obiettivo fissato a 140 miliardi. E’ una delle promesse mancate da Trump, anche se il Covid ci ha messo lo zampino.

 
ASIA
La Cina è ben piazzata per diventare leader mondiale dell’auto elettrica. Non riuscì mai a diventare un attore dominante nella produzione di auto tradizionali: esporta solo un milione di vetture, per lo più a Paesi emergenti, pur avendo un mercato interno da 28 milioni di auto all’anno, il più grosso del mondo. Ma ora sta cogliendo l’opportunità offerta dalla rivoluzione verde. E lo fa anche grazie a marche straniere. Tra queste la Tesla, che ha cominciato a esportare in Europa il Modello 3 fabbricato nel suo stabilimento cinese; e la Bmw che vende nel mondo intero l’auto elettrica iX3 prodotta in collaborazione con il gruppo Brilliance China Automotive.  

 
I vertici del regime cinese sono in clausura per discutere le nuove strategie economiche di medio-lungo termine. Tra le loro preoccupazioni: l’urgenza di dotare la Cina di un’industria autosufficiente nei semiconduttori, uno dei settori tecnologici dove imperversa la guerra fredda, tra sanzioni americane e forme di embargo. La Cina finora è solo il quinto produttore mondiale di semiconduttori, dietro Corea del Sud, Taiwan, Giappone e Stati Uniti. Intanto lo stesso settore è al centro di una nuova operazione di consolidamento negli Stati Uniti, dove il gruppo American Micro Devices (Amd) ha appena raggiunto un accordo per acquistare il rivale Xilinx per 35 miliardi di dollari.

 
Anche Pechino maneggia le sanzioni a fini geopolitici. Sulla lista nera del governo cinese finiscono i tre maggiori produttori americani di armamenti – Boeing Lockheed e Raytheon – come castigo per un recente accordo di forniture militari a Taiwan. Chi ha più da perdere sono Boeing e Raytheon, presenti sul mercato cinese dell’aeronautica civile.

 
Lo Zambia si avvia ad avere il primo default sovrano legato alle Nuove Vie della Seta o Belt and Road Initiative.

 
Il nuovo premier giapponese, Yoshihide Suga, lancia la proposta di offrire alle donne giapponesi la fecondazione in vitro gratis, a spese del sistema sanitario nazionale, come ricetta contro la denatalità.

 
Scontro fra titani in India per il controllo del mercato locale del commercio online. Amazon contrasta il gruppo Reliance del magnate indiano Mukesh Ambani, tutti e due si contendono il controllo di Future Retail. Amazon e Walmart (quest’ultimo attraverso la filiale Flipkart) finora controllano il 70% del commercio online in India. Reliance invece è il più grande operatore di supermercati tradizionali, con 11 mila punti vendita. Ma Reliance si sta lanciando nel digitale con Reliance Jio. Si stima che il commercio online varrà 86 miliardi di dollari all’anno entro il prossimo quadriennio.

 
EUROPA

La Spagna batterà l’Italia sul traguardo del Recovery Fund? Il governo di Madrid sta cercando di ottenere un pre-finanziamento di 27 miliardi di euro, di fatto un anticipo sulla quota di 140 miliardi a cui avrebbe diritto. I progetti di spesa per 27 miliardi da finanziare con l’anticipo del Recovery Fund sono già stati inseriti nella legge di bilancio che verrà presentata in Parlamento a breve.

CONCLUSIONE

Occhio che il 3 novembre non votiamo solo per eleggere il presidente degli Stati Uniti più la Camera più un terzo del Senato (e molte altre cariche locali). In molti Stati si vota anche per dei referendum. Quello che muove più interessi economici è la Proposition 22 della California: in ballo c’è il futuro della Gig Economy o nuovo precariato, cioè lo status di aziende come Uber, Lyft, o le tante società di consegna a domicilio proliferate durante il lockdown. Queste aziende hanno speso 200 milioni nella campagna elettorale. Il referendum lo hanno promosso loro, per “consentire” ai loro collaboratori di non figurare come dipendenti e quindi di non essere soggetti alle stesse normative e tutele del lavoro dipendente. Una parte degli autisti di Uber, quelli che lo fanno come secondo o terzo lavoro, sono d’accordo con l’azienda perché vogliono mantenere flessibilità. I sondaggi dicono che l’esito è incerto.


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« Risposta #167 inserito:: Novembre 16, 2020, 07:10:22 pm »


Outlook/ La ripresa americana

Posta in arrivo

Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
gio 29 ott, 18:56
a me

Rep: Outlook di Federico Rampini
29 ottobre 2020

 
STATI UNITI

Questa newsletter oggi è tutta sulla ripresa americana: è la notizia del giorno, anche per le possibili conseguenze sulla campagna elettorale a cinque giorni dal voto “nominale” (il voto reale è già in corso, una maggioranza di americani si sono pronunciati prima di conoscere l’ultimo dato economico).

+7,4% il Pil del terzo trimestre (rispetto al secondo), che equivale a +33% se proiettato su base annua. E’ un rimbalzo vigoroso, la conferma che l’economia americana si sta riprendendo a gran velocità. E’ l’ultima buona notizia che arriva in tempo utile per finire nei comizi di Donald Trump: la conferma di quanto lui va dicendo da tempo e cioè che il peggio è passato. Lui aggiunge che è grazie alla sua capacità di governo, se l’impatto del coronavirus e dei lockdown è stato relativamente breve; accusa il suo rivale Joe Biden di voler prolungare la sofferenza con un accanimento sui lockdown a oltranza.

 

Questo dato va inquadrato nella giusta prospettiva. In particolare il +33% annuo è un’illusione ottica legata alla caduta del trimestre precedente. (Ricordo la ragione fondamentale per cui le percentuali al ribasso e al rialzo sono asimmetriche: se ho 100 dollari di reddito e ne perdo il 50% mi ritrovo con 50 dollari, se poi recupero il 50% salgo solo a 75 dollari). Dunque, il dato di oggi va letto in sequenza con quello del secondo trimestre, in cui il Pil era sceso del 9% rispetto al primo e del 31,4% su base annua. Alla fine, il rimbalzo registrato dal primo luglio al 30 settembre lascia l’economia americana del 3,5% più povera rispetto alla fine del 2019 il che in tempi normali sarebbe una pesante recessione, e a tutti gli effetti va considerata tale. Il quarto trimestre dovrebbe essere ancora positivo, ma non abbastanza da evitare che il 2020 si chiuda con un segno meno davanti al Pil annuo.

 

Image
Sostenitori di Trump in Florida (EPA / Peter Foley)

Un altro indicatore, relativo al mercato del lavoro, dice che sui 22 milioni di posti di lavoro eliminati dall’inizio di questa crisi, ne sono già stati recuperati la metà. E’ il classico caso del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: la ripresa c’è, ma per 11 milioni di disoccupati è un evento ancora del tutto virtuale. E’ di ieri la notizia di nuovi licenziamenti alla Boeing, altri 11.000 posti di lavoro saranno eliminati come conseguenza della crisi del trasporto aereo.

 

Sul fronte dei consumi, stesso discorso. Le carte di credito, che registrano velocemente i cambiamenti nel comportamento di spesa, dicono di aumenti contrastati. A ottobre American Express ha registrato +32% negli acquisti online e meno 10% nelle spese tradizionali. Un altro gestore di carte di credito, Discover, a ottobre ha visto aumentare del 16% le spese alimentari e del 26% i consumi al dettaglio, mentre crollavano del 19% e del 49% rispettivamente gli acquisti di benzina e le spese per viaggi.

 

E’ proprio la spesa per consumi ad aver trainato la ripresa dell’economia americana nel terzo trimestre. I consumi rappresentano oltre i due terzi del Pil. Dal primo luglio al 30 settembre hanno segnato un aumento del 40,7% su base annua. Tra le voci più dinamiche c’è l’acquisto di automobili. Sempre depressa invece la spesa per servizi, viste le chiusure di ristoranti, dell’industria dello spettacolo, e la paralisi del turismo. Non si riprendono le esportazioni, penalizzate dalla crisi della domanda globale.

 

Quanta parte di questi dati può aiutare Trump a innescare una rimonta finale? Il messaggio del presidente è chiaro, lo ha ripetuto all’ultimo duello televisivo con Joe Biden: con la mia politica economica io avevo generato una crescita eccezionale, raggiungendo il pieno impiego; poi è arrivato dalla Cina un virus che ha sfasciato tutto; ma la salute fondamentale dell’economia americana è così sana che stiamo risollevandoci a gran velocità; guai se eleggete un democratico che ucciderà la ripresa a colpi di nuove tasse.

 

Il bilancio dei primi tre anni di governo è un po’ meno favoloso di quanto lui lo descriva. Tra gli aspetti controversi c’è il risultato delle politiche racchiuse sotto lo slogan Make America Great Again. C’è di tutto lì dentro: i dazi contro le importazioni cinesi, ma anche la riforma fiscale che ha favorito il rientro di capitali esteri delle multinazionali, gli aiuti all’energia fossile e gli incentivi alla reindustrializzazione. La partita con la Cina non ha dato i risultati promessi, ma anche qui c’è lo zampino del covid: gli impegni di Pechino per aumentare le importazioni di prodotti made in Usa erano freschi di firma a gennaio, quando la Cina si è chiusa in lockdown. La reindustrializzazione degli Stati Uniti si è fermata a qualche episodio, non è diventata una tendenza impetuosa; certe multinazionali hanno preferito spostare investimenti dalla Cina al Vietnam o dalla Cina al Messico (tornato ad essere attraente in particolare dopo la firma del nuovo trattato sul mercato unico nordamericano). C’è poi il bilancio delle Borse, positivo, ma con una concentrazione sui titoli Big Tech che hanno vinto alla lotteria del coronavirus.

 

Se si fosse votato a febbraio, la credibilità di Trump nel governo dell’economia poteva risultare decisiva. Tuttora questo è l’unico terreno sul quale lui gode di un leggero vantaggio nei sondaggi. Non sufficiente per trasformarsi in un giudizio positivo su tutta la presidenza. Ma non c’è dubbio che nei comizi delle prossime ore – lui ne sta facendo in media tre al giorno e tutti affollati – sentiremo parlare molto di un boom economico in atto.

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« Risposta #168 inserito:: Novembre 16, 2020, 07:30:16 pm »

Federico Rampini - La Repubblica

ven 30 ott, 22:03
a me

Rep: Outlook di Federico Rampini
30 ottobre 2020

 
Oggi mi occupo solo della Cina, su cui il nostro livello di informazione è sempre più palesemente inadeguato. Si è appena concluso il plenum del comitato centrale del Partito comunista cinese, con indicazioni importanti anche per l’economia. Anzitutto, la Cina proietta un’immagine di stabilità politica nel lunghissimo termine, che noi chiamiamo autoritarismo ma che può consentire di fare programmi e poi realizzarli. Lo spettacolo della campagna elettorale americana, o dell’Europa che torna ai lockdown, è in contrasto con le immagini da Pechino. A cominciare dal dettaglio che al vertice comunista nessuno indossava la maschera. Mentre negli Stati Uniti Trump e i suoi seguaci ostentano di non usarla per segnalare che il coronavirus non deve essere la loro priorità, i leader cinesi sono a volto scoperto per ricordare a tutti che il virus è stato sconfitto. Il comitato centrale infatti ha celebrato la vittoria contro la pandemia come “un successo strategico di primaria importanza”.

 

Xi Jinping ha usato il plenum per consolidare la sua immagine di leader unico e incontrastato. La questione della successione era già stata accantonata quando fu tolto il limite del secondo mandato nella Costituzione. Lui sta rafforzando l’attesa che dal 2022 avrà inizio un terzo mandato. Massima stabilità, massima prevedibilità, questa è la facciata che viene presentata all’interno e all’estero. Al termine di un terzo mandato Xi sarebbe il più longevo dei leader cinesi dopo Mao Zedong. Intanto questo soffoca ogni speculazione-illazione sui futuri assetti del vertice, l'eternità apparente di Xi è un tappo sopra ogni fremito di dissenso interno.

 

L’esibito trionfo del modello cinese, in un mondo stremato dalla pandemia, non deve nascondere gli enormi problemi che questa leadership deve affrontare. La crescita è rallentata anche in Cina, benché meno che altrove. Le tensioni sociali interne possono esplodere in qualsiasi momento, visto il peso della crisi sui più poveri, in particolare i migranti dalle campagne. I rapporti con gli Stati Uniti sono ai minimi dai tempi di Nixon-Mao 1972 e questo rende più problematico un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni. L’immagine della Cina ha subito dei danni notevoli – per le responsabilità iniziali sulla pandemia, Hong Kong, lo Xinjiang – e nel nuovo clima da guerra fredda anche i vicini asiatici e l’Australia sono in allerta. La questione dell’immagine esterna però non va letta con occhiali occidentali. Vista da Pechino questa crisi d’immagine è davvero poca cosa rispetto a quella che colpì la Cina dopo il massacro di Piazza Tienanmen nel 1989: eppure quella tragedia segnò l’inizio di un boom trentennale.

 

Sul fronte economico, questa Cina sa di dover affrontare dei potenti venti contrari. Le sanzioni americane stanno privando i suoi campioni nazionali come Huawei sia di sbocchi sui mercati esteri, sia di accesso a tecnologie importanti (semiconduttori). Xi Jinping accentua l’importanza dell’autosufficienza, vuole un ulteriore salto di qualità nelle tecnologie avanzate. Non si fa illusioni su un ritorno dell’America a posizioni più amichevoli, neanche nell’ipotesi di una vittoria di Biden. Di fatto il presidente cinese dis-investe dalla relazione con gli Stati Uniti, prescinde da quel che Washington farà o non farà. Si prepara a una lunga marcia verso la supremazia della Cina, da amministrare con prudenza. Non è detto che sarà in grado di raggiungere l’obiettivo, ma è chiaro che punta a quello: un mondo dove l’America non sarà più in grado di dettare condizioni in nessun campo. C’è anche una dimensione militare, pochi giorni fa Xi ha celebrato il 70esimo anniversario dell’entrata in guerra delle forze cinesi in Corea contro gli Stati Uniti. I toni nazionalisti erano forti. Il messaggio è che questa Cina non esiterà a combattere quando sarà inevitabile.

 

Due contraddizioni apparenti in questo quadro di riposizionamento strategico. Anzitutto, proprio mentre vuole rendersi meno dipendente dai mercati esteri, la Cina sta in realtà aumentando la sua quota di esportazioni nel mondo. In parte questo è legato al fatto che è uscita per prima dai lockdown, ma comunque non sarà facile svezzarsi da un modello di crescita trainato dall’export. Secondo, è in piena fioritura l’idillio con Wall Street, ultima prova l’elenco delle istituzioni finanziarie americane che investono nel collocamento in borsa di Ant, filiale di Alibaba. Qui Xi Jinping fa due calcoli, anzitutto attinge ai capitali americani finché può; e poi cerca di tener buona la lobby di Wall Street a fini di pressioni interne verso la prossima Amministrazione americana. A Washington infatti è già cominciato il braccio di ferro sulla squadra che dovrà gestire i rapporti con la Cina in caso di vittoria di Biden. Per ora sembra prevalere l’ala sinistra, che vuole lo scontro ancor più di Trump. Ricordo che dentro il partito democratico il rigetto verso i grandi accordi globali di libero scambio si era già consumato alla fine del secondo mandato di Barack Obama, tant’è che Hillary Clinton dovette rinnegare il proprio appoggio al trattato dell’area Pacifico, il Tpp. 
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« Risposta #169 inserito:: Novembre 18, 2020, 09:29:46 pm »

Rep: Outlook di Federico Rampini

17 novembre 2020

Non è sfuggito a nessuno il grande assente dalla prima conferenza stampa che Joe Biden ha dedicato all’economia da quando è stato eletto: è il termine lockdown. Il presidente-eletto si è dilungato sull’urgenza di varare una nuova manovra di spesa pubblica per erogare aiuti ai disoccupati e alle imprese. Non ha voluto evocare nessuna nuova chiusura generalizzata. Questo riconduce a uno dei messaggi ambigui del verdetto elettorale. Contrariamente alle previsioni dei sondaggi. Trump non è stato danneggiato dal suo atteggiamento sul coronavirus. Tra i 72 milioni di americani che hanno votato Trump è diffusa la convinzione che i lockdown creino danni peggiori della pandemia. Biden ha deciso di muoversi con la massima cautela su questo terreno. Tanto più che le restrizioni sono di competenza dei governatori e il capo dell’esecutivo federale ha solo un potere d’indirizzo.

Tre americani su quattro hanno sperimentato durante la pandemia nuove forme di acquisto online. Più di metà intendono continuare a fare la spesa alimentare online, o a usare il servizio di prenotazione dei prodotti online e prelievo all’esterno del negozio. Il 70% si è convertito in modo permanente a queste nuove forme di acquisto e le praticherà anche quando l’emergenza sanitaria sarà finita. Sono i risultati di un’indagine McKinsey sull’evoluzione del comportamento dei consumatori. Non c’è solo il commercio: la tele-medicina (consultazioni a distanza) sta conquistando un pubblico crescente; perfino gli esercizi di yoga e pilates, una volta provati con l’istruttore collegato in video, tendono a consolidarsi come abitudini permanenti. Idem per le forme di istruzione a distanza dedicate a un pubblico di adulti. La conclusione è che "la pandemia ha creato in pochi mesi cambiamenti che avrebbero richiesto dieci anni".

Un dato generale sullo shopping degli americani: nell’ultimo trimestre gli acquisti online sono cresciuti del 79% mentre il traffico fisico di consumatori negli esercizi commerciali è calato del 14% e la spesa media nei negozi “in carne ed ossa” è diminuita del 24%.

C’è chi ne approfitta perché è pronto a cogliere tutte le opportunità. Tanto per parlare del vincitore numero uno, ecco il solito Amazon che annuncia l’ultima novità: vuole diventare anche il nostro farmacista di fiducia. Il numero uno del commercio online lancia una nuova piattaforma per la fornitura di medicine che richiedono la ricetta medica (le altre essendo già disponibili sul sito). Non a caso l’annuncio ha già fatto calare in Borsa i titoli di tutte le grandi catene di farmacie come Cvs, Walgreens, Rite Aid. Il nuovo servizio si chiamerà Amazon Pharmacy. Non è la prima volta che Amazon prova a espandersi nel settore sanitario, già due anni fa comprò la società PillPack specializzata nel fornire medicinali a pazienti con malattie croniche che devono essere riforniti con frequenza. La pandemia ha creato anche qui dei comportamenti nuovi, costringendo le catene di farmacie tradizionali a rafforzare i loro servizi di consegne a domicilio.

 Walmart Supercenter a Burbank, California, USA, 15 luglio 2020 (ristampato il 17 novembre 2020)

La convalescenza del consumatore americano continua ma è meno brillante di prima. Le vendite al dettaglio nel mese di ottobre sono cresciute dello 0,3% cioè meno delle previsioni. A settembre la ripresa dei consumi era stata +1,6%. A raffreddare la crescita intervengono le nuove paure create dalla seconda ondata del covid e le nuove restrizioni adottate in alcuni Stati Usa. Ma le medie sono ingannevoli perché all’interno della vasta categoria dei consumi ci sono vincitori e perdenti. Una delle beneficiate del coronavirus è l’industria dell’auto le cui vendite sono ripartite, un altro è il settore delle attrezzature per palestre (chi può si allestisce una mini-fitness in casa propria).

Un termometro importante è dato dal gruppo Walmart, numero uno degli ipermercati americani ma anche concorrente di stazza di Amazon nel commercio elettronico. Walmart ha messo a segno +6,4% nel trimestre concluso a ottobre. E’ il suo terzo trimestre consecutivo in crescita. Ma gran parte della performance viene dalle vendite sul suo sito Internet.

Tra gli altri segnali della convalescenza, continua da una settimana all’altra la ripresa delle assunzioni e il calo della disoccupazione.

Le sanzioni americane contro Huawei continuano a infliggere danni al campione cinese delle telecom. Ultimo segnale: Huawei è costretto a vendere una delle sue marche di smartphone, la Honor. L’acquirente è un ente pubblico cinese, che sborsa l’equivalente di 15 miliardi di dollari. La marca Honor rappresentava da sola un quarto di tutte le vendite di apparecchi cellulari che la Huawei effettua in tutto il mondo (il volume totale di smartphone venduti dal gruppo è di 156 milioni all’anno). Il brand Honor è molto presente in particolare sui mercati dell’Europa centro-orientale. Due le possibili interpretazioni di questa dismissione. La prima la vede come un tentativo di mettere al riparo la marca Honor dalle sanzioni americane, che hanno chiuso molti mercati esteri ai prodotti Huawei. Un’altra interpretazione vede la mossa come un segnale di difficoltà finanziaria e un modo per fare cassa.

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« Risposta #170 inserito:: Novembre 21, 2020, 06:55:26 pm »

Rep: Outlook di Federico Rampini
28 ottobre 2020

IN SINTESI
Le buone notizie, almeno sul fronte macroeconomico, vengono tutte dall’Estremo Oriente. Oggi è la volta della Corea del Sud, ufficialmente uscita dalla recessione: +1,9% la crescita del suo Pil nel terzo trimestre. La quarta economia asiatica si accoda alla tendenza della Cina (+4,9%), del Vietnam (+2,6%) e di Taiwan (+2,2%). Da notare che, salvo la Cina, nessuna di queste nazioni ha fatto ricorso ai lockdown.

A proposito di uscite dalla crisi, sul fronte sanitario ho raccontato come New York City abbia studiato il modello asiatico: dove la vera forza di Tokyo o Seul non va cercata nella tecnologia bensì nell’organizzazione umana, nella burocrazia efficiente, nel dispiegamento di tracer sul territorio. Lo stesso modello è stato studiato anche dalla città più tecnologica degli Stati Uniti, cioè San Francisco. La tecnopoli californiana sta allentando le restrizioni dopo aver visto scendere in modo sostanziale i contagi. Anche lì, non crediate che sia merito di qualche app miracolosa. No, come a New York anche a San Francisco la svolta c’è stata quando è aumentata in modo netto la capacità di effettuare tamponi, e poi di identificare, sorvegliare, assistere i positivi con una vasta forza lavoro umana, i tracer.

STATI UNITI
I dati sul Pil americano nel terzo trimestre escono domani. Le previsioni indicano che sarà un rimbalzo apparentemente favoloso: +7% rispetto al secondo trimestre, +30% su base annua. Sarebbe la crescita più forte dalla seconda guerra mondiale. Gli esperti raccomandano cautela, però: c’è un effetto ottico che amplifica le oscillazioni, legato alla pesante caduta precedente. Non aiuta l’asimmetria del calcolo percentuale: com’è noto, lo stesso 50% è ben diverso in discesa da una cifra alta o in risalita da una cifra bassa (se perdi il 50% di 100 dollari te ne rimangono 50, se poi recuperi il 50% ti ritrovi solo con 75 dollari). Unico dato indiscutibilmente positivo: molte famiglie americane, almeno quelle che non hanno perso ogni reddito, hanno potuto aggiustare l’equilibrio tra risparmi e consumi. La chiusura di negozi ha ridotto la capacità di spendere ed è automaticamente risalita la propensione al risparmio. Solo nel mese di aprile si calcola che siano stati messi da parte 6.400 miliardi di dollari, per mancanza di opportunità di spenderli.

Fra i tanti referendum locali che si aggiungono all’elezione presidenziale di martedì prossimo, uno rimette in discussione la riforma-madre del neoliberismo reaganiano, nella sua culla originaria, la California. Correva l’anno 1978 quando i californiani approvarono la Proposition 13, per mettere un tetto costituzionale alle imposte sulle proprietà immobiliari. Questo 3 novembre tornano a votare per togliere quel limite, anche se soltanto sulle proprietà di tipo commerciale (cioè immobili affittati per uso ufficio o negozio). La Proposition 15 quest’anno è uno dei cavalli di battaglia della sinistra. La California tassa i beni immobiliari in base ai loro valori storici, non di mercato. I repubblicani e tutti coloro che si oppongono al cambiamento, obiettano che la California è già lo Stato con la più alta pressione fiscale sui redditi, insieme con New York.

 

Idee vincenti, storie di successo in mezzo alla pandemia: oggi segnalo la start-up Notarize che consente l’autenticazione notarile a distanza, digitale (+400% di fatturato da marzo); e la start-up Latchable che ha inventato un sistema per aprire-chiudere le porte di uffici senza contatto fisico, in modo da evitare contaminazioni. 

Amazon continua ad aumentare la sua forza lavoro: assume altri centomila dipendenti per la stagione delle festività (che qui comincia di fatto sabato con Halloween, seguito da Thanksgiving a fine novembre che apre i saldi pre-natalizi). Al termine Amazon avrà più di 700.000 dipendenti solo negli Stati Uniti. Sul mercato americano Amazon cattura più di un terzo delle vendite online.

ASIA
I capitali credono nella Cina: è il paese che ha retto meglio di tutti come capacità di attrazione degli investimenti stranieri. Nel primo semestre del 2020 gli investimenti esteri diretti negli Stati Uniti sono crollati del 61%, in Europa sono scesi del 29%, mentre in Cina hanno perso solo il 4%. Da gennaio a fine giugno la Cina ha attirato 76 miliardi di dollari di investimenti diretti (esclusi cioè gli investimenti finanziari, gli acquisti di titoli), contro i 51 miliardi che sono affluiti negli Stati Uniti.
Prosegue l’avvicinamento strategico fra India e Stati Uniti in chiave anti-cinese: l’ultimo gesto è la firma di un accordo bilaterale per la cooperazione nello spionaggio geospaziale fra Washington e Delhi.

EUROPA
Verso una svolta radicale nella politica fiscale spagnola, con un forte segno redistributivo. I piani del governo di Madrid includono un aumento della pressione fiscale sui dividendi, sui redditi oltre 300.000 euro annui, sulla successione oltre i 10 milioni di patrimonio. E’ prevista anche una stangata sulle “pensioni d’oro”.

CONCLUSIONE
Anche nella crisi la Francia non rinuncia a pensare in grande. Vi suggerisco la lettura di un dossier del Financial Times sulla “Françafrique”, il progetto di Macron di rilanciare i legami storici con l’Africa francofona. Da notare che il continente nero finora ha resistito bene al contagio del coronavirus, smentendo le previsioni degli esperti.

Da – repubblica.it
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« Risposta #171 inserito:: Novembre 21, 2020, 09:10:53 pm »

Outlook | È boom delle Borse, ma l'Europa è tagliata fuori

Posta in arrivo

Federico Rampini - La Repubblica
ven 20 nov, 19:11 (1 giorno fa)
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Rep: Outlook di Federico Rampini
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Rep: Outlook di Federico Rampini
20 novembre 2020

Molte Borse sono ai massimi storici. In particolare quelle asiatiche e quelle americane, in una nazione che supera i 250mila morti e dove la seconda ondata impone nuovi lockdown. Il valore complessivo di tutte le Borse del pianeta punta verso i 95mila miliardi di dollari. Per avere un ordine di grandezza questo valore è superore al Pil aggregato di tutte le nazioni che raggiunge gli 83mila miliardi (è chiaro che le due grandezze non sono commensurabili: la capitalizzazione di Borsa misura il prezzo di uno stock di ricchezza in un preciso istante, i Pil misurano i flussi di reddito generati in un anno). L’Europa finora è rimasta tagliata fuori dall’euforia finanziaria. Che significato ha tutto questo?

La spiegazione più facile riguarda il versante asiatico. Dove si è risvegliata perfino la Borsa di Tokyo, leggendaria per la sua interminabile depressione: quest’anno è risalita al punto tale da raggiungere il suo record trentennale. Il Giappone è uno dei nuovi “miracoli asiatici”: rientra in quel gruppo di Paesi – mai abbastanza studiati da noi occidentali – che hanno sconfitto in modo magistrale il coronavirus, senza ricorrere a lockdown, con interventi mirati, precisione chirurgica, efficacia massima nell’isolare i focolai sul nascere. Il Giappone è un maestro nel rinascere dopo le crisi, come racconto nel mio libro I cantieri della storia. Oggi partecipa a una ripresa economica che coinvolge Estremo Oriente e Sud-est asiatico, con al centro la locomotiva cinese. La Repubblica Popolare cinese chiuderà l’anno con una crescita del 2% del Pil. Vietnam e Taiwan la inseguono da vicino, e tutta quell’area oggi rappresenta la parte del mondo che è già fuori dalla crisi. Che i flussi dei capitali scommettano su quelle Borse è logico.

La festa di Wall Street ha spiegazioni un po’ meno intuitive. Qui il divario di percezione tra l’economia reale e i mercati finanziari è stridente. L’economia americana chiuderà l’anno con un Pil pesantemente negativo e un tasso di disoccupazione più che raddoppiato rispetto a febbraio. La ripresa è cominciata e il terzo trimestre diede un risultato abbastanza spettacolare (in apparenza, perché il rimbalzo del +33% nel Pil non bastava a compensare il crollo precedente). Però nell’ultimo mese la forte impennata dei contagi, il ritorno di misure restrittive che stanno avvicinandosi a veri e propri lockdown, ha avuto la conseguenza di rallentare la ripresa. Lo si vede sul mercato del lavoro dove la convalescenza si è interrotta e le richieste di indennità di disoccupazione sono tornate a salire.

New York Stock Exchange e Nasdaq sono un universo parallelo, sconnesso dalle sofferenze della maggior parte degli americani? Non è proprio così. La performance stellare di alcuni indici azionari ha spiegazioni razionali. Nel periodo più recente i rialzi delle Borse Usa sono stati alimentati dalle notizie sui vaccini. Non solo i due vaccini più prossimi al traguardo sono prodotti da multinazionali americane (Pfizer e Moderna), ma soprattutto la tabella di marcia per la loro approvazione, fabbricazione di massa, distribuzione, si sta facendo più ravvicinata di quanto si poteva prevedere. L’impatto di una vaccinazione di massa sarebbe molto positivo per la crescita economica, questo è indiscutibile. Gli investitori, dunque, pur vedendo che nel breve termine la situazione sanitaria ed economica peggiora, sono fiduciosi sul medio termine. Qualcosa di simile del resto sta accadendo sul mercato immobiliare, molto vivace negli Stati Uniti: tante famiglie stanno comprando casa, il volume di compravendite è ai massimi da 14 anni, anche questo è un segnale di fiducia (nel boom immobiliare si mescola anche qualche cambiamento strutturale, migrazioni interne, esodi dalle metropoli, o ricerche di abitazioni più ampie che fungano da casa-ufficio, investimenti spinti da prospettive di smartworking a lungo termine).

L’altra spiegazione della performance di indici come S&P 500 e Nasdaq è legata alle fortune di Big Tech. Un trio di colossi digitali come Amazon, Apple e Microsoft ha avuto rialzi superiori al 30% dall’inizio dell’anno. Questi sono i colossi, insieme ad Alphabet-Google e Facebook. Poi dietro di loro c’è una miriade di aziende meno grandi ma ugualmente protagoniste di performance spettacolari: da Netflix a Logitech a Zoom, solo per citarne qualcuna. È un mondo che esce vincitore dalla pandemia. Tutta l’economia digitale, che ha in America i più importanti campioni mondiali o almeno occidentali (la Cina ha i suoi), assapora dall’inizio dei lockdown il trionfo che sappiamo. È come se i grandi innovatori concentrati sulla West Coast degli Stati Uniti avessero cominciato a prepararsi vent’anni fa per questa pandemia. Non è così – anche se a Bill Gates bisogna riconoscere virtù profetiche in questo campo – ma semplicemente l’economia digitale ha progettato e reso possibile un universo funzionale ai lockdown. Tutto ciò che ci consente di lavorare in smartworking, socializzare a distanza, occupare il tempo libero con serie tv e videogame, tutto esisteva già grazie alla Silicon Valley. Poiché queste stesse aziende avevano già raggiunto un peso dominante sugli indici di Borsa, i rialzi di Big Tech pesano in modo enorme sulla performance degli indici. Anche sotto questo profilo, non c’è nulla di irrazionale nel boom dei mercati. Naturalmente va ricordato che se Big Tech ha profittato in modo smisurato dei lockdown, qualche aggiustamento al ribasso sarà inevitabile quando i vaccini ci consentiranno di uscire dal confinamento. Tuttavia, alcune abitudini si saranno incrostate, sarà difficile cancellare il 2020 e tornare indietro al 100% a modalità di lavoro e stili di vita pre-pandemia. Alcuni cambiamenti strutturali sono irreversibili: tanti librai indipendenti, falliti sotto il rullo compressore della crisi e di Amazon, non rinasceranno. Amazon promette un attacco simile alle farmacie, dopo aver invaso e sconvolto tanti altri settori della distribuzione tradizionale.

Un ultimo fattore dietro i rialzi delle Borse sono le politiche monetarie e di bilancio. Dal Giappone agli Stati Uniti le manovre di spesa pubblica per sostenere la ripresa hanno raggiunto livelli mai visti dalla Seconda guerra mondiale; nell’Eurozona questo sarà ancora più vero quando si sbloccherà il Recovery Fund. La politica monetaria è eccezionalmente espansiva nel mondo intero. Con i titoli pubblici che rendono poco o addirittura offrono interessi negativi, una parte di quella liquidità tende per forza a cercare investimenti più rischiosi, come le azioni. Purtroppo questo mix di politiche monetarie e rialzi di Borsa ha un effetto collaterale inquietante: tornano ad aumentare le diseguaglianze. Poiché i più ricchi, e soprattutto gli straricchi, possiedono una quota soverchiante dei capitali azionari, il boom delle Borse scava il divario con la maggioranza della popolazione. Non era scontato e non accadde in passato: le grandi calamità, come la Depressione o le guerre mondiali, tendevano a ridurre le diseguaglianze, non a peggiorarle.

da - Repubblica.it

 
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« Risposta #172 inserito:: Novembre 25, 2020, 07:22:12 pm »

Outlook | Thanksgiving, un termometro di salute economica

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Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
lun 23 nov, 18:55 (2 giorni fa)
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Rep: Outlook di Federico Rampini
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Rep: Outlook di Federico Rampini
23 novembre 2020

Oggi vi scrivo dalla Left Coast, come ironicamente chiamiamo la West Coast, viste le sue preferenze politiche di sinistra. Credevo di essere un temerario, perché ho ignorato i ripetuti avvertimenti del dottor Anthony Fauci e di tutte le autorità sanitarie, mettendomi in viaggio. Questa è la settimana di Thanksgiving, “l’altro Natale” degli americani: giovedì 26 celebriamo una festa nazionale molto sentita, tradizionalmente l’occasione per riunire famiglie sparpagliate e distanti. L’America è grande, per raggiungere mia figlia che sta in California ieri ho volato per sei ore (in Europa neppure per andare dalla Finlandia alla Sicilia o da Lisbona a Varsavia si percorre una distanza lunga come da New York a San Francisco). Fauci e tanti altri ci hanno detto: quest’anno non viaggiate, state a casa, e possibilmente non invitate nessuno per il Thanksgiving, onde evitare nuovi picchi di contagio. La mia disobbedienza ha una giustificazione: il Covid l’ho avuto e quindi dovrei avere un’immunità almeno per qualche mese. Questo mi fa sentire il mio viaggio molto meno pericoloso, per me stesso e per gli altri. C’è anche l’esenzione che il governatore di New York Andrew Cuomo concede a noi giornalisti per trasferte di lavoro, e questa per me è anche una trasferta di lavoro. Sono nel cuore della Silicon Valley, la grande vincitrice dei lockdown, dove le aziende digitali più potenti del mondo galleggiano su una nuvola di profitti alta fino alla stratosfera. In effetti fin dalle prime ore questo viaggio mi ha dato informazioni interessanti.

Comincio dal volo. United Airlines UA1978, da Newark a San Francisco: strapieno fino all’inverosimile, nessun distanziamento a bordo. L’obbligo di mascherina è rispettato, ma la compagnia non tiene più dei sedili vuoti come all’inizio della pandemia. Il conto economico pesa più delle precauzioni sanitarie. Malgrado le molte decine di miliardi ricevuti dai contribuenti per salvarle, la United e le altre compagnie aeree americane continuano a seguire una logica privatistica. A bordo ci hanno fatto vedere un video di auto-propaganda dove si sostiene che gli aerei sono l’ambiente più sicuro contro il contagio.

Atterrato a San Francisco, roccaforte della sinistra più radicale, ho trovato l'aeroporto come ai bei tempi: brulicante di passeggeri, caotico, con il classico affollamento da Thanksgiving, pre-Covid. Nella Silicon Valley, che ha praticamente brevettato lo smartworking, lucrando un boom di profitti, il "rispetto per la scienza" non è così forte come si raccontava in campagna elettorale, quando i disobbedienti sembravano tutti da una parte sola. Al terminal United di San Francisco nessuno rispettava i distanziamenti. C’erano famiglie in partenza per le Hawaii per andare a fare il pieno di sole, raggi ultravioletti e vitamina D, che pare rafforzino le difese immunitarie. C’erano viaggiatori sbarcati come me dalla East Coast per ricongiungersi con familiari, e altri che stavano iniziando il percorso inverso. Nella lunga navetta tra le due metropoli più di sinistra degli Stati Uniti, ho visto con i miei occhi un’insubordinazione di massa. La buona notizia è questa: le due Americhe, democratica e repubblicana, almeno in questo sono meno polarizzate di quanto si dica.

Thanksgiving qui è anche un termometro di salute economica. Essendo a tutti gli effetti la festa gemella del Natale, è il primo test per le grandi campagne dei saldi, promozioni e sconti. Black Friday e Cyber Monday sono stati inventati qui e poi esportati nel resto del mondo. Presumo che avremo un’altra orgia di successo per Amazon e compagnia. Le dimensioni esatte del rimbalzo di consumi ci diranno quale ripresa erediterà Joe Biden. Se tanto mi dà tanto, dall’affollamento del mio volo e dell’aeroporto di San Francisco direi che la voglia di ritornare alla normalità è visibile, trasversale, bipartisan.

Lo spettacolo della Silicon Valley però costringe a riflettere. Lungo le due autostrade parallele 101 e 280 che congiungono le due tecnopoli digitali di San Francisco e San Jose, i “campus” delle aziende digitali assomigliano a dei templi Maya abbandonati. La conversione in massa allo smartworking è stata facile per un mondo che lo aveva inventato e già lo praticava prima del Covid, sia pure in maniera più selettiva. Molte aziende digitali hanno deciso che far tornare la manodopera in ufficio non sarà una buona idea neanche quando le vaccinazioni di massa avranno debellato il virus. Tutto un insieme di equazioni economiche non reggono più. Gli immobiliaristi che avevano speculato su ogni metro quadro della Silicon Valley rischiano di saltare per aria. Ma la stessa sorte minaccia le università più care del mondo, tipo Stanford. E’ evidente che la qualità dello studio in remoto non è paragonabile, e non giustifica rette sopra i 60.000 dollari annui. In alcuni settori il cambiamento forse è reversibile, in altri non si tornerà più indietro. Capirlo per tempo è indispensabile per chi non voglia essere travolto da questa crisi.

P.S. Per non dare l’impressione di essere un irresponsabile, aggiungerò che una volta concluso il viaggio, qui in California le mie interazioni sociali sono limitate. E niente festini a Thanksgiving a casa di Costanza.

Santa Cruz, 23 novembre


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« Risposta #173 inserito:: Dicembre 04, 2020, 09:24:37 pm »

Rep: Outlook di Federico Rampini

2 dicembre 2020

L’Europa ha deciso di perdere la gara dei vaccini, per troppa cautela?
È l’allarme lanciato dal Financial Times, confrontando i tempi di approvazione dei due vaccini in pole position, quelli della Pfizer e della Moderna. Fulminea l’approvazione del primo da parte delle autorità inglesi, è già avviata in una corsia veloce quella americana, mentre la European Medicines Agency ha deciso di non pronunciarsi prima del 29 dicembre, dopodiché toccherà alle autorità nazionali. Se la ripresa dipende dalle vaccinazioni di massa, la lentezza europea rischia di accentuare il ritardo già evidente sul fronte economico. Infatti le previsioni Ocse per la fine del 2020 e il 2021 confermano che siamo in un mondo a tre velocità: la crescita è ripresa alla grande e continua ad accelerare in Estremo Oriente e in tutta l’area trainata dalla Cina; a metà strada c’è l’America; in coda c’è l’Europa. Di questo passo l’anno prossimo un terzo di tutta la crescita mondiale avverrà nella sola Cina. Fra le tre grandi economie dell’Unione europea, l’Italia si conferma la più debole; anche Germania e Francia però chiuderanno il 2021 in rosso, cioè senza aver recuperato le perdite del biennio, secondo l’Ocse. Incrociando questo scenario con i dati del Fondo monetario internazionale sulla spesa pubblica, si scopre che i Paesi dove la ripresa è più dinamica non sono necessariamente i più spendaccioni. In Occidente la manovra di spesa pubblica più energica è quella del Canada (16% del Pil) e tuttavia la ripresa canadese non è robusta come quella degli Stati Uniti. Inghilterra e Italia hanno una spesa pubblica superiore a Germania e Francia in percentuale sul Pil, ma crescono meno. 

La crisi degli uffici cambia l’abbigliamento femminile. Ecco un dato recente sullo spopolamento dei luoghi di lavoro nei centri urbani. Nelle dieci maggiori metropoli americane solo il 25% della manodopera è tornata in ufficio, e questo segna un peggioramento rispetto a ottobre quando era tornata a lavorare in azienda il 27%. Tra le conseguenze, il settore moda-abbigliamento sta cercando di adattarsi velocemente al nuovo stile casual dei consumi femminili. Anche le donne che in smartworking cercano di non trascurare troppo il proprio aspetto, evitando cioè di stare in pigiama o tuta da jogging, hanno tuttavia abbandonato i tacchi alti e altre divise da ufficio in città. Gli stilisti Usa stanno riesaminando tutta la gamma dei prodotti che offrono, in chiave smartworking.

Più drammatica è la questione della riqualificazione per la forza lavoro nei settori maggiormente colpiti dalla crisi. Un’inchiesta del New York Times segnala iniziative come quelle del sindacato dello spettacolo che offre ai tecnici del cinema e del teatro corsi professionali per elettricisti. L’addestramento tecnico non è mai stato abbastanza sviluppato negli Stati Uniti eppure è proprio quello di cui oggi c’è un acuto bisogno. Intere categorie professionali sono in disarmo, dai tassisti agli addetti del vasto settore turismo-alberghi-ristorazione; mentre c’è sempre un deficit di idraulici, falegnami, per non parlare degli infermieri.

Le ultime previsioni sul turismo d’affari citate dal Wall Street Journal indicano che la pandemia potrebbe ridimensionarlo di un terzo, praticamente per sempre: fino al 36% dei viaggi per business non torneranno più neanche dopo la fine della pandemia, perché sostituiti dalla routine delle videoconferenze che avremo tutti imparato a rendere più produttive, oltre che più economiche. L’aeroporto JFK di New York non prevede un ritorno alla normalità prima del 2024, e congela i progetti di ristrutturazione-ammodernamento.

Per la prima volta nella storia la pubblicità digitale supera il totale di tutte le altre forme di pubblicità. GroupM, filiale di Wpp che gestisce investimenti pubblicitari per le aziende, calcola che negli Stati Uniti il totale del mercato pubblicitario a fine anno raggiungerà i 215 miliardi di dollari, di cui 110 miliardi di dollari saranno pubblicità digitale: quest’ultima sorpasserà per la prima volta la soglia del 50%. L’anno prossimo dovrebbe raggiungere il 54% del totale. Ancora tre anni fa la pubblicità digitale era solo un terzo del totale. Questo significa che Google e Facebook faranno sempre di più la parte del leone sul mercato pubblicitario, a scapito di tv e giornali.


ASIA
Le agenzie di rating cinesi resistono alle pressioni del loro stesso governo, che vorrebbe dei downgrading sui rating delle aziende pubbliche troppo indebitate. Le aziende cinesi – pubbliche e private – siedono su una montagna di debiti dell’ordine di 4.000 miliardi di dollari. Di recente ci sono stati default di importanti enti di Stato, che hanno creato allarme ai vertici del governo. E tuttavia le agenzie locali di rating continuano a confermare la tripla A anche per gruppi di dubbia solvibilità, confermando che la qualità della governance aziendale e la trasparenza dei bilanci hanno ancora dei progressi da fare.

Accade molto lontano da noi, ma non dovremmo sottovalutare il braccio di ferro che oppone la Cina e l’Australia. L’economia australiana è strettamente integrata con quella cinese e dalla crescita asiatica ha ricavato grandi vantaggi. Di recente però il governo australiano non ha esitato a prendere posizioni dure verso Pechino: sul fronte dei diritti umani, di Hong Kong, nonché vietando a Huawei il mercato della telefonia 5G. La vendetta di Pechino è implacabile, tra gli altri prodotti australiani colpiti con superdazi c’è il vino che aveva proprio in Cina il suo sbocco più importante. Pechino sta usando l’Australia come una cavia per capire se le tattiche d’intimidazione funzionano per zittire le critiche.

Cosa cambierà nella relazione bilaterale più importante di tutte, cioè quella fra gli Stati Uniti e la Cina? I primi segnali che vengono dalla squadra Biden confermano che la guerra fredda continuerà, però con toni e metodi diversi. Il primo test, non appena Biden s’insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio, sarà l’atteggiamento verso la tregua commerciale che Trump firmò nel gennaio 2019: Biden vorrà confermarla o meno? La sua segretaria al Tesoro designata, Janet Yellen, in passato fu molto critica verso la Cina e al tempo stesso scettica sull’utilità dei dazi. La Yellen sostiene che l’effetto dei dazi di Trump sulla competitività del made in China è stato cancellato in passato dalla svalutazione del renminbi. Da ex presidente della Federal Reserve, la Yellen potrebbe spostare l’accento nei negoziati con la Cina, insistendo sulla dimensione monetaria: meno dazi, se Pechino pilota il renminbi al rialzo. Un gesto molto atteso dagli europei, è la fine della guerra dei dazi su acciaio e alluminio made in UE. Occhio alla poltrona ancora vacante nella squadra economica di Biden, quella del negoziatore per il commercio estero. Intanto il Congresso di Washington preme già su Biden con proposte bipartisan in favore di barriere più efficaci contro gli investimenti cinesi, e in favore della promozione di standard tecnologici made in Usa nel 5G. La gara a chi impone i propri standard a livello mondiale è sempre stata una misura della leadership. Non a caso i cinesi stanno aumentando la propria influenza nelle sedi internazionali dove si decidono gli standard.


New York, 2 dicembre 2020

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« Risposta #174 inserito:: Dicembre 04, 2020, 09:28:45 pm »

Outlook | Nuove forme di globalizzazione nel mondo post-Covid

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Federico Rampini - La Repubblica
20:57 (28 minuti fa)
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Rep: Outlook di Federico Rampini
4 dicembre 2020

L’Asia ci stacca sempre di più in tanti settori, aggiungiamoci pure la scuola. Mentre in Italia (e in parte anche qui negli Stati Uniti), tanti giovani hanno subito un degrado nella qualità dell’istruzione, causa lockdown e insegnamento in remoto, attenzione a questa notizia che viene dalla Corea del Sud. Ieri quel Paese di 52 milioni di abitanti si è quasi fermato per otto ore, non per qualche emergenza sanitaria (il contagio è stato bloccato a livelli microscopici rispetto all’Occidente), ma per consentire a mezzo milione di studenti di affrontare nella massima concentrazione l’esame di ammissione all’università. Non in remoto, sia chiaro. Perfino i pochi casi di studenti positivi al coronavirus dovevano recarsi di persona nelle apposite aule allestite per l’esame; per loro erano previsti accorgimenti di massima sicurezza, dal distanziamento all’assistenza di personale medico. Talvolta i positivi hanno avuto a disposizione aule speciali attrezzate dentro reparti ospedalieri; purché partecipassero di persona all'esame, con tutti i controlli in presenza. La Corea del Sud, come il Giappone, Singapore, Taiwan e la stessa Cina comunista, eredita una cultura confuciana al cui centro c’è il valore dell’istruzione. Lo studio è sacro, i giovani vengono educati al rispetto degli insegnanti. Le famiglie sanno che una buona università frequentata con la massima applicazione dischiude le porte del mercato del lavoro. La meritocrazia è rigorosa. Ieri per consentire la puntualità assoluta all’inizio dell’esame, il silenzio e la concentrazione durante le otto ore di prove, ci sono aziende che hanno rinviato l’apertura onde evitare che coincidesse con il tragitto degli esaminandi; i mezzi pubblici andavano riservati con priorità agli studenti; la Borsa di Seul ha rinviato l’apertura delle contrattazioni sempre per non interferire con l’orario di avvio del grande esame nazionale; perfino decolli e atterraggi degli aerei sono stati ridotti e regolati per attenuare il rumore. Vale la pena anche ricordare che le più importanti multinazionali sudcoreane – da Samsung a Hyundai – devono competere sul mercato del lavoro con un altro datore di lavoro che può rubargli i giovani più qualificati: lo Stato. L’amministrazione pubblica sudcoreana è circondata di rispetto per la sua efficienza, ed è uno dei traguardi ambiti per i migliori neolaureati. L’Occidente intero, sempre più incupito nel fissare le proprie sciagure, troppo spesso provinciale ed autoreferenziale, dovrebbe dedicare un po’ di attenzione al mondo che avanza e che in questa pandemia allunga il suo vantaggio competitivo.

STATI UNITI
Preoccupante rallentamento della ripresa dell’occupazione negli Stati Uniti, solo 245.000 assunzioni a novembre. In compenso segnali positivi vengono dal settore dei servizi, che mette a segno il sesto mese consecutivo di crescita.

Tra i settori rivoluzionati dalla pandemia aggiungiamoci il cinema, con questo annuncio: la venerabile Warner Brothers, la major di produzione cinematografica di Hollywood nata nel 1903 e celebre dai tempi del film “Casablanca”, ha deciso che tutti i nuovi film del 2021 usciranno simultaneamente nei cinema (quelli che saranno aperti) e sul suo servizio streaming Hbo Max. E’ la fine di un’epoca. La Warner prende atto che il futuro del cinema è a casa nostra.

E la materia prima del futuro è il diossido di carbonio surgelato. Lo conosciamo tutti, sotto nomi più comuni: ghiaccio chimico o ghiaccio secco. La domanda sta esplodendo perché serve a conservare i vaccini a temperature polari. E’ un sottoprodotto nel ciclo dell’etanolo. I grandi produttori americani si stanno dando da fare per rafforzare la capacità. Ma cominciano a produrlo in proprio anche gli spedizionieri come UPS, e la stessa casa farmaceutica Pfizer che ha messo a punto uno dei primi vaccini. 

Questo sabato sera (ore 21 East Coast, 3 di notte di domenica in Italia) riappare Trump per il suo primo bagno di folla post-elettorale: in Georgia. Il comizio avrà come effetto quello di aumentare l'attenzione nazionale sulla posta in gioco in quello Stato. Si rivota in Georgia il 5 gennaio per eleggere due senatori: dal risultato dipende la maggioranza del Senato. L'esito più probabile sono due vittorie repubblicane e quindi una maggioranza di destra 52 a 48. Un miracolo democratico porterebbe alla parità assoluta, 50 a 50, nel qual caso la vicepresidente Kamala Harris ha la prerogativa di aggiungere il voto dello spareggio. Questo aprirebbe uno scenario un po' diverso aumentando la libertà di manovra di Biden. Resta da vedere che effetto avrà Trump su questa campagna, se il suo intervento può mobilitare la base e aiutare il suo partito a conservare un bastione di potere importante. La sua base continua a versare donazioni a Trump: ha raccolto 495 milioni di dollari in un mese e mezzo. Dovevano servire ad alimentare la battaglia giudiziaria per ribaltare l'esito del voto. Ora quel tesoro di guerra torna utile per altri scopi. La corsa al 2024 è già cominciata? Si moltiplicano le illazioni su quali siano i piani segreti di un uomo che farà di tutto per evitare la parola che lo ossessiona dai tempi del suo reality tv: "Loser", perdente. I notabili del partito repubblicano attendono nervosamente il suo primo comizio post-elezioni: il timore è che la sua insistenza sulla teoria del complotto, le frodi, le elezioni truccate, possa creare disaffezione e assenteismo proprio a destra.

"Lady Huawei" potrebbe tornare presto in libertà e nel suo paese. Improvvisa svolta in un dossier che ha contribuito ad avvelenare i rapporti tra Washington e Pechino per due anni. La direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, che è anche la figlia del fondatore e presidente di quel colosso tecnologico, fu arrestata all'aeroporto di Vancouver esattamente 2 anni fa, il 5 dicembre 2018. L'arresto fu eseguito dai canadesi su richiesta della giustizia americana, con accuse pesanti: frodi bancarie per violare l'embargo sull'Iran. Da due anni la signora Meng vive in un esilio dorato, agli arresti domiciliari in una villa sontuosa, ma per i cinesi è una prigioniera politica. Pechino ha reagito con rappresaglie feroci contro il Canada, arrestandone due diplomatici che sono stati detenuti in tutt'altre condizioni: carcere duro. Ora lei sarebbe disposta a patteggiare riconoscendo qualche colpa in cambio della libertà. L'improvvisa svolta può forse preannunciare una nuova stagione nei rapporti tra le due superpotenze, anche se Biden sarà molto attento a non dare l'impressione di abbassare la guardia verso la Cina. Questa vicenda giudiziaria per due anni ha intersecato la grande battaglia contro Huawei da parte dell’Amministrazione Trump, che accusa il gigante telecom di vendere una tecnologia 5G pericolosa per la sicurezza dei Paesi clienti. Gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni sugli alleati europei – con successo – affinché chiudano le porte al 5G made in China. Sempre per arginare l’espansione tecnologica di Huawei, il governo Usa ha imposto un embargo sulle forniture di tecnologie americane – si va dai semiconduttori al software Android di Google – che sta provocando dei problemi al gruppo cinese.  L’arresto di Meng Wanzhou avvenne all’aeroporto di Vancouver proprio mentre si teneva un G20 a Buenos Aires e tra Xi Jinping e Donald Trump saliva la tensione per la guerra dei dazi.


ASIA
I vecchi scandali per corruzione sono un’ombra sul gigante cinese dei vaccini secondo il Washington Post. Il quotidiano americano ricorda le tangenti pagate dal capo della Sinovac, la più grande azienda di Stato cinese produttrice di vaccini anti-Covid. Gli scandali si riferiscono all'era pre-Covid, ma indicano una costante: ogni volta che Sinovac lanciò sul mercato un vaccino (dalla Sars nel 2003 all'influenza detta febbre suina 2009) pagò sempre tangenti all'authority cinese dei farmaci per farsi approvare il prodotto in tempi record.

Contro la Cina può crearsi una nuova alleanza Usa-Ue all’insegna del protezionismo ambientalista. Ne è convinta la ministra francese dell’ambiente, Barbara Pompili. In un’intervista al Financial Times la ministra prevede un’intesa facile tra le proposte di Biden sull’ambiente, e l’idea già in cantiere a Bruxelles di una tassa carbonica alla frontiera. La tassa carbonica è un dazio mascherato, sia pure motivato da nobilissimi intenti. Colpisce le importazioni da Paesi con alte emissioni carboniche. La Cina è il bersaglio numero uno. Per Biden sarebbe l’occasione ideale di mantenere i dazi di Trump rivestendoli con un abito ideologico diverso. E concordando una linea comune con l’Unione europea.

 
CONCLUSIONE
Gli scenari troppo generici sulla fine della globalizzazione sono poco utili alle imprese. Bisogna entrare nel dettaglio, capire esattamente quali forme e manifestazioni della globalizzazione dell’ultimo trentennio hanno subito dei colpi fatali e irrimediabili dalla guerra fredda Usa-Cina e dal Covid; quali forme di globalizzazione invece si stanno trasformando per sopravvivere nel mondo post-Covid. Solo questo tipo di analisi ha qualche utilità per chi deve prendere decisioni. Tre documenti interessanti: uno studio della New York University commissionato dal gigante della logistica Dhl; un rapporto McKinsey e uno della Hsbc sul futuro della globalizzazione. Li riassume in un articolo di oggi la mia collega Gillian Tett della redazione newyorchese del Financial Times. L’indagine della banca Hsbc fatta tra 10.000 multinazionali rivela che il 93% sono preoccupate dalla vulnerabilità delle loro catene produttive e logistiche; quella di McKinsey ci dice che la maggioranza delle multinazionali incorpora nei propri scenari l’idea che degli shock destabilizzanti potranno avvenire in media ogni 3,7 anni. Il Covid ha aperto gli occhi a molti. Più che riportare a casa le proprie attività, mettendole al sicuro dentro le frontiere del proprio Paese d’origine, molte aziende globali cercano di correre ai ripari diversificando le proprie catene di approvvigionamento, assemblaggio, distribuzione. Questo significa – semplificando molto – che bisogna produrre in Cina per la Cina; ma se lo sbocco è in Europa o negli Stati Uniti ha più senso produrre in Vietnam o in Bangladesh, in Messico o in Romania. In certi casi un po’ di autarchia sarà inevitabile: non vogliamo dipendere dall’India e dalla Cina per i principi attivi dei nostri antibiotici e altri farmaci salva-vita. Il commercio globale chiuderà il 2020 in fortissimo calo; probabilmente anche il 2021. Ma al di là delle statistiche generali sarà più importante seguire la ricomposizione dei flussi. Infine un aspetto della globalizzazione che non s’indebolisce ma anzi viene esaltato da questa crisi – sostiene lo studio della New York University – è la circolazione dell'informazione. Il fenomeno Zoom & company, l’aumento esponenziale del nostro smartworking in videoconferenza su tutte le piattaforme digitali, ha reso più facile e meno costoso collegarsi in diretta con l’Asia, l’America, l’Europa. Chi sa usare questo accesso per migliorare la propria competitività e allargare lo spettro delle proprie opportunità, avrà usato bene questa crisi.

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« Risposta #175 inserito:: Dicembre 10, 2020, 05:45:28 pm »

Outlook | Per la Via della Seta il futuro è incerto

Posta in arrivo
Federico Rampini - La Repubblica Annulla iscrizione
mar 8 dic, 21:34 (2 giorni fa)
A me

Rep: Outlook di Federico Rampini
9 dicembre 2020

La Via della Seta inciampa nella sua prima crisi? In apparenza è così (e il covid non c'entra). Il progetto titanico e "imperiale" di Xi Jinping, ufficialmente chiamato Belt and Road Initiative, sta tagliando brutalmente i suoi finanziamenti alle grandi opere fuori dalla Cina. L'erogazione di prestiti ad altri Stati per la costruzione di nuove infrastrutture raggiunse un picco di 75 miliardi di dollari nel 2016; l'anno scorso si è rattrappita a 4 miliardi di dollari soltanto. È una ritirata strategica, o un ridimensionamento tattico? Sembra che Xi Jinping pur con tutti i difetti tipici di un autocrate abbia la capacità di ascoltare le critiche.
Di critiche, la Belt and Road Initiative ne ha collezionate tante: scarso rispetto per l'ambiente, per i diritti dei lavoratori, o per i diritti umani tout court. Soprattutto, scarsa sostenibilità finanziaria, come dimostrano i primi default di Stati debitori sia in Asia che in Africa. Quello che è stato giustamente paragonato al Piano Marshall del terzo millennio, si concluderà con un fallimento? Non è proprio così.
Un anno fa spiegavo nel mio saggio "La seconda guerra fredda" che la Cina sta facendo un apprendistato: impara, anche sbagliando, come si diventa (o meglio si torna ad essere) una superpotenza globale con una capacità di leadership o influenza egemonica. Nella curva d'apprendimento la Belt and Road Initiative è essenziale: nel disseminare nuove infrastrutture nel resto del mondo, la Cina ha fatto molti sbagli e ha suscitato contro-reazioni; sta cercando di correggerne almeno alcuni, ma in questo modo acquisisce un know how che le tornerà utile. Assistiamo a un tirocinio imperiale su scala planetaria. Non è un esercizio che si conclude in pochi anni.

Per i nostalgici del tempo che fu: addio al catalogo cartaceo di Ikea, travolto dai lockdown e dalla digitalizzazione sempre più spinta. Leggenda vuole che il catalogo di Ikea fosse in competizione con Bibbia e Corano per il record della diffusione mondiale. La casa svedese smette di stamparlo.
La Silicon Valley è il luogo che ha stravinto la pandemia, per il boom di fatturato di Big Tech. Ma ospita anche un perdente designato: Airbnb, la app che per oltre un decennio ha cannibalizzato nel mondo intero il settore degli alberghi e il mestiere delle agenzie di affitto per seconde case.
Con la paralisi del turismo, il crollo dei viaggi, Airbnb oggi potrebbe essere fallita. La storia di come sia riuscita a risollevarsi da un colpo tremendo, è ricca di lezioni per tutti. La Silicon Valley forse ha qualcosa da insegnare anche nella resilienza agli shock, nella rinascita degli sconfitti. La ricetta incorpora sempre una robusta dose d’innovazione. È la ragione per cui il collocamento in Borsa di Airbnb sarà al centro dell’attenzione dei mercati finanziari.
Per la prima volta sono in vendita al pubblico 50 milioni di nuove azioni. Il prezzo di partenza è in una forchetta da 44 a 50 dollari per azione, ma si prevede che la forte domanda consentirà di salire verso i 56-60 dollari. È lo sbarco in Borsa di un’avventura cominciata nel 2008 a San Francisco, quando il trio dei fondatori – Joe Gebbia, Brian Chesky e Nathan Blecharczyk – si lanciò nell’affitto di posti letto in una delle città più care del mondo, dove la forza lavoro di Big Tech è sempre afflitta dalla penuria di case.

Oggi Airbnb ha quattro milioni di “ospiti” – cioè i proprietari che offrono sul mercato stanze o appartamenti o intere case in affitto per brevi durate – e un catalogo di oltre 7 milioni di immobili. Intere zone del mondo sono state investite e sconvolte, nel bene e nel male, dal ciclone Airbnb. Italia inclusa.
Città d’arte come Roma Firenze Venezia, la costiera amalfitana o quella ligure, hanno visto moltiplicarsi le offerte che transitano su questa piattaforma digitale americana, versandole una commissione cospicua. Si è allargata fino a insidiare altri business turistici, con l’offerta di viaggi gastronomici, corsi di yoga, in parallelo al business principale. Poi è arrivato il Covid. Ha chiuso molte frontiere, ha svuotato gli aeroporti. Ha colto Airbnb vulnerabile come ogni albergatore o affittacamere.

Lo shock iniziale è stato effettivamente tremendo. Nel secondo trimestre dell’anno, aprile-giugno, il fatturato è precipitato del 72%, le perdite sono quasi raddoppiate. La valutazione di Airbnb, che aveva superato i 30 miliardi di dollari nel 2017, è scesa a 18 miliardi quando l’azienda ha dovuto chiedere aiuto alle banche. Ma già alla fine del trimestre successivo, il 30 settembre Airbnb chiudeva con 220 milioni di utile e la caduta del fatturato si era ridimensionata.
La sua valutazione è risalita oltre i 40 miliardi. Com’è stato possibile? Flessibilità, rapidità nell’adattare l’offerta al contesto stravolto dalla pandemia. La risposta decisiva è stata questa: Airbnb ha visto cambiare il mercato immobiliare in poche settimane, e si è riconvertita per inseguire i nuovi bisogni. Sono crollate le vacanze all’estero, e in generale gli spostamenti su lunghe distanze. In compenso molti abitanti delle metropoli hanno cominciato a cercare soluzioni adatte a uno smart working di medio lungo periodo.

È esploso un mercato degli affitti di vicinato, per esempio con l’esodo da Manhattan verso gli Hamptons, per i più ricchi, o verso le località sparpagliate lungo la valle dello Hudson fino all’Upstate New York: posti dove ritirarsi con la famiglia, continuare il lavoro a distanza per gli adulti e lo studio in remoto per i giovani, riducendo sia i costi sia i rischi di contagio. Airbnb ha saputo adattare velocemente algoritmo e configurazione del sito, per proporre al cliente affitti in un raggio di cento chilometri da casa propria anziché i Caraibi o la Costa Azzurra.
A fianco a questo lavoro c’è stato anche il classico taglio dei costi: un quarto dell’organico licenziato, meno 54% gli investimenti di marketing. L’azienda continua a perdere, però questo fa parte del “paradigma” delle start-up. Uber perde molto di più. Amazon ha ignorato il profitto per moltissimi anni, inseguendo invece la quota di mercato e il potere monopolistico. Airbnb avrà altre sfide da vincere: dalle regolamentazioni sempre più restrittive varate in molte città d’America e del mondo, agli ostacoli che il governo cinese potrebbe frapporre contro la sua espansione. Nell’immediato, gli investitori diranno quanto la resurrezione ha conquistato la loro fiducia.       

In un comparto separato ma concorrente di Airbnb, segnalo questo segnale di ottimismo sul futuro del turismo in Europa: la catena americana di alberghi Hyatt vara il suo piano d'investimenti più ambizioso proprio in Europa: in un triennio vuole espandere di almeno un terzo la sua capacità ricettiva sul Vecchio Continente. Nelle crisi, chi riesce a spingere lo sguardo molto lontano prepara la rinascita con una lunghezza di anticipo sugli altri.

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« Risposta #176 inserito:: Dicembre 10, 2020, 05:48:37 pm »

Outlook | La vera sfida di Biden: far emergere una nuova élite Dem
Federico Rampini - La Repubblica mer 9 dic, 21:14 (13 ore fa)

A me
Rep: Outlook di Federico Rampini
9 dicembre 2020

Nella gara planetaria dei vaccini, che è il nuovo fronte della “seconda guerra fredda”, anche la Cina segna dei punti. Uno dei vaccini cinesi, quello dell’azienda di Stato Sinopharm, ha ottenuto l’approvazione dall’authority sanitaria degli Emirati arabi uniti. La strategia cinese sta puntando soprattutto all’esportazione dei vaccini verso i paesi emergenti.

Nella gara tra le due Americhe, la scelta di Elon Musk segna un punto a favore di quella trumpiana. Il fondatore e chief executive della Tesla abbandona la California e si trasferisce in Texas. Non è il primo nel mondo del business a denunciare che la California governata dai democratici sta diventando una terra ostile all’imprenditorialità: troppe tasse, troppa burocrazia, costi della vita altissimi, infrastrutture decadenti, carenza di alloggi. Non è più l’ambiente ideale per favorire l’innovazione, sostiene Musk. La fuga dalla California, come la fuga da New York, è un tema ricorrente della storia americana. Talvolta si è rivelato più leggenda che realtà. Però questo è un Paese dove gli esodi di massa accadono davvero, e la mobilità geografica interna rimane un tratto distintivo degli americani.
Nella gara tra le due Europe – quella centripeta e quella centrifuga – Londra azzarda una mossa per ingraziarsi Joe Biden prima ancora che il presidente-eletto si sia insediato. Il governo del Regno Unito annuncia che cancellerà i dazi sul made in Usa varati nell’ambito del contenzioso sui sussidi aeronautici Boeing-Airbus. È un gesto di buona volontà per aprire i negoziati a due su un trattato di libero scambio fra Washington e Londra. Biden per adesso non ha fretta e non vuole fare fughe in avanti bilaterali che offendano l’Unione europea.

Fuggi fuggi dai vertici della Shell: a lasciare la multinazionale anglo-olandese sono i top manager delle energie rinnovabili, una parte di loro se ne vanno perché apertamente delusi dalla lentezza della transizione alla sostenibilità.
L’economia ha bisogno di visibilità sul futuro. I “cigni neri” della pandemia, del lockdown e della depressione economica che hanno segnato il 2020 si dilegueranno nell’anno che viene? Outlook, il titolo di questa newsletter, significa scenario. Comincio quindi a interrogarmi sullo scenario americano per l’anno che verrà. Segnale premonitore: il 2021 appena nato si aprirà subito con un’elezione. Altro che anno post-elettorale, il 5 gennaio si torna subito a votare, sia pure solo in Georgia. La posta in gioco è altissima: la maggioranza al Senato, quindi l’agibilità politica di Joe Biden. Ma anche se il presidente dovesse vincere al Jackpot – due vittorie democratiche gli darebbero un Senato 50-50 col voto dello spareggio in mano alla vice Kamala Harris – i suoi margini di manovra saranno ridotti. Un pezzo del partito democratico non condivide quasi nulla delle promesse dell’ala sinistra: Green New Deal, legalizzazione degli immigrati clandestini, forte aumento delle tasse sulle imprese.

Lo stesso Biden si era convertito in modo tiepido all’agenda più radicale solo per tenere insieme il suo partito. Negozierà compromessi con il centro politico – i moderati dei due partiti – per rilanciare la crescita economica e ridurre la disoccupazione. Pragmatismo rooseveltiano, stile New Deal ma senza riforme di quella audacia: Biden dovrà sperimentare tutto il possibile per uscire da un tunnel che è quello della pandemia+recessione.
Al tempo stesso l’America ha bisogno di uscire da altri tunnel. Quello di una campagna elettorale isterica da ambo le parti, che ha lasciato rancori, voglia di vendette. Una campagna elettorale interminabile e sempre sul punto di ricominciare, quasi uno scenario da Groundhog Day (il film Ricomincio da capo con Bill Murray, del 1993). Fra meno di due anni arrivano le elezioni di mid-term, in cui sarà di nuovo in palio la maggioranza al Congresso. E se Trump conferma la sua candidatura per il 2024 possiamo già considerare iniziata la prossima campagna presidenziale.

Mentre l’America cerca di uscire dal clima di “guerra civile a bassa intensità” che assorbe tanta parte delle sue energie, è costretta a prendere atto che il mondo non aspetta. Una parte del mondo è partita in una fuga in avanti, in ripresa dall’estate scorsa, e questa è la prima sfida che attende Biden: mentre lui duellava con Trump, la Cina si rafforzava come portatrice di un’alternativa globale e sistemica. Una vasta area del pianeta, con la Cina al suo centro, e nei primi cerchi concentrici l’Estremo Oriente e il sud-est asiatico, ha “profittato” della pandemia per una fuga in avanti che distacca l’America. Per quanto Biden sia un atlantista legato alla vecchia Europa, la logica geostrategica è stringente: si occuperà molto dell’Asia-Pacifico, dove si gioca il futuro e dove l’America rischia di rappresentare il passato. Una parte delle energie del nuovo governo andranno a ridefinire una strategia di contenimento della Cina: senza liquidare frettolosamente l’arsenale trumpiano (dazi, embargo su certe tecnologie, sanzioni), ma cercando di unirvi l’attenzione ai diritti umani.

Il rischio è di adagiarsi su una riposta “default”, attingendo alla tradizione dell’establishment: con Biden è tornato al potere il vecchio establishment, ma furono le politiche di quella classe dirigente (trattati di libero scambio troppo favorevoli alle multinazionali e alla finanza) ad alimentare il trumpismo. Il vero test di Biden sarà la sua capacità di far emergere una nuova classe dirigente democratica, anagraficamente e culturalmente giovane. Lo aiuta il fatto che il capitalismo americano conserva risorse formidabili, “spiriti animali” capaci di alimentare la ripresa, se le politiche economiche non si mettono di traverso. L’insidia è che la crisi ha rafforzato in modo esponenziale Big Tech e Wall Street, due potentati economici che hanno avvelenato i valori della nazione e il suo codice etico. La rinascita dell’America sarà il tema dell’anno ma non basterà una rinascita della “vecchia” America, dello status quo ante.

A proposito di Big Tech: è in arrivo una poderosa offensiva antitrust contro Facebook: la promuovono 40 ministri della Giustizia di altrettanti Stati Usa, insieme con l’authority nazionale della concorrenza Federal Trade Commission (Ftc). L’accusa sostiene che il gigante dei social media ha sistematicamente violato la legge per acquisire o eliminare dal mercato i propri rivali, ha abusato del proprio potere assicurandosi così una posizione dominante. Tra le operazioni nel mirino ci sono due delle acquisizioni più importanti, il social Instagram e la messaggeria WhatsApp. In ambedue i casi, secondo i promotori dell’azione legale, sarebbe chiaro il comportamento lesivo dei diritti degli utenti: al consumatore sono state sottratte le opzioni alternative, non ha avuto altra scelta se non di muoversi dentro l’universo chiuso di Facebook. Il social media creato e diretto da Mark Zuckerberg avrebbe anche trasformato il proprio controllo dei dati personali degli utenti in un’arma formidabile per schiacciare la concorrenza. L’offensiva legale è bipartisan, coinvolge Stati governati dai democratici e dai repubblicani, nonché una Ftc dove prevalgono i membri di nomina repubblicana. Tra gli obiettivi dell’azione giudiziaria ci sarebbe l’opzione di costringere Facebook a dismettere alcune delle sue acquisizioni per ripristinare una certa concorrenza sul mercato. L’annuncio dell’apertura di questo procedimento legale è stato anticipato dal Washington Post. Si tratterebbe della conclusione di un’istruttoria avviata un anno fa.

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« Risposta #177 inserito:: Dicembre 15, 2020, 04:51:54 pm »

Rep: Outlook di Federico Rampini

14 dicembre 2020

Un’arma segreta di Joe Biden per combattere il cambiamento climatico sarà la finanza. E’ una legge varata dopo l’ultima grande crisi, il crac finanziario del 2008-2009, a consentire al prossimo presidente un margine di manovra ampio per una sterzata sulla sostenibilità: la legge si chiama Dodd-Frank, fu varata nel 2010 quando Biden era vicepresidente di Barack Obama. Limita la speculazione e impone i famosi stress test sulla stabilità delle grandi banche. Applicata da un’Amministrazione ambientalista includerà gli shock climatici in prima fila tra i grandi rischi per il sistema finanziario, e quindi proibire il finanziamento di attività legate alle emissioni carboniche. E’ questa oggi una delle speranze degli ambientalisti americani, per aggirare gli ostruzionismi del “partito carbonico” al Congresso.

Biden è convinto dell’importanza di questa sfida. Ne vede anche la dimensione geostrategica. Ancora pochi giorni fa, in occasione del quinto anniversario degli accordi di Parigi, i media internazionali hanno fatto da amplificatore per la propaganda di Xi Jinping. Il presidente cinese, proprio mentre confermava gli obiettivi di zero emissioni su un orizzonte lontanissimo (2060), si è presentato come il leader mondiale dell’ambientalismo: “La Cina rispetta sempre gli impegni presi”, ha detto con un evidente allusione al ritiro di Trump dagli accordi di Parigi. Biden appena insediatosi il 20 gennaio annuncerà subito il ritorno degli Stati Uniti negli accordi di Parigi, ma sa che dovrà continuare a vedersela con l’offensiva ambientalista di Xi, per metà propaganda e per metà reale.

Non aiuta a capire il ruolo della Cina la superficialità con cui i media occidentali avallano la retorica di Xi Jinping. La Cina in realtà continua ad aumentare le proprie emissioni carboniche; il suo impatto sul cambiamento climatico è quasi il doppio rispetto agli Stati Uniti; inoltre continua a crescere mentre quello americano diminuisce. Oggi la Cina genera il 28% delle emissioni carboniche mondiali contro il 15% per gli Stati Uniti. L’impronta ambientale cinese inoltre non tiene conto del fatto che la Cina continua a costruire centrali elettriche a carbone lungo le Vie della Seta, cioè nell’ambito della sua Belt and Road Initiative. L’impatto carbonico della Cina dovrebbe quindi includere le centrali a carbone che ha costruito, sta costruendo e costruirà nel resto dell’Asia e in Africa. Un’ulteriore divaricazione tra la Cina e l’Occidente deriva dall’impatto del Covid e dei lockdown: la Cina ha ripreso a crescere e ad aumentare l’inquinamento mentre l’Occidente attraversa una profonda recessione che abbatte drasticamente le emissioni di CO2.

Il legame recessione-clima merita un’attenzione speciale per le potenziali ricadute politiche. Alla fine di quest’anno, a livello planetario le emissioni di CO2 saranno scese di 2,6 miliardi di tonnellate. È la più forte riduzione di emissioni carboniche dalla seconda guerra mondiale e questo dà la misura della durezza della crisi. Il declino è stato finora perfino più pronunciato negli Stati Uniti che in Europa. Gli obiettivi degli accordi di Parigi 2015 erano di tagliare le emissioni tra uno e due miliardi di tonnellate all’anno. La crisi attuale sta facendo di più. Rischia però di consolidare in alcune fasce della popolazione – le più colpite dalla disoccupazione – l’equazione tra ambientalismo e impoverimento. Terreno esplosivo sul quale già entrò in crisi Emmanuel Macron all’epoca della contestazione dei gilet gialli. La sostenibilità ambientale deve coniugarsi con la sostenibilità sociale. Nel frattempo la Cina è uscita dalla recessione nell’estate scorsa, ha ripreso a crescere e quindi ad aumentare le proprie emissioni. Xi Jinping è capace di vestire i panni di Mr Crescita e di Mr Ambiente, perché le dimensioni della Cina rendono possibili due realtà contraddittorie. Da una parte il suo impatto ambientale continua ad appesantirsi. Dall’altra parte è vero che la Cina persegue una leadership mondiale nelle energie rinnovabili, ha già conquistato una posizione dominante nel solare, punta ad essere numero uno nella produzione di auto elettriche. Gioca su due terreni, continua ad avere il capitalismo più carbonico del pianeta ma vuole anche dominare le tecnologie verdi.

L’America senza dubbio ha perso terreno negli anni di Trump; e non solo per colpa del presidente uscente. Esiste una lobby carbonica anche nel partito democratico, in particolare quei politici eletti in Stati dove l’industria del gas, petrolio, carbone ha ancora un ruolo significativo. Pesa anche il ruolo di alcune grandi aziende petrolifere che hanno deciso di rimanere la retroguardia mondiale. In questo la divergenza tra Europa e Stati Uniti negli ultimi anni è stata anche sul terreno industriale. Exxon è stata la punta di lancia di una resistenza fossile; mentre compagnie petrolifere europee come Shell e Bp hanno accelerato la loro diversificazione sulle energie rinnovabili. I mercati finanziari però hanno premiato le rinnovabili e castigato gli affezionati al petrolio. Un grafico del Wall Street Journal è istruttivo, perché mette a confronto la capitalizzazione di Borsa di due categorie di aziende nell’ultimo decennio. Da una parte ci sono i big del petrolio: Exxon, Shell, Chevron, Bp. Dall’altra ci sono tre big delle energie rinnovabili: Enel, Iberdrola, NextEra. Nel 2010 queste tre ultime erano delle nane in confronto a Big Oil. Exxon dieci anni fa capitalizzava 364 miliardi di dollari contri i 47 di Enel. Oggi Exxon è caduta a 145 miliardi mentre Enel è quasi raddoppiata a 88. Ancora più spettacolare è stata la crescita di valore del leader Usa nella rinnovabili, NextEra, che valeva solo 22 miliardi dieci anni fa e oggi tallona Exxon a quota 136 miliardi. Nel frattempo Exxon è stata tolta dall’indice Dow Jones, un segnale non solo simbolico: certi fondi-indice, che amministrano una quota importante di risparmio, sono automaticamente dirottati verso altri titoli.

In generale il mondo della finanza sta spostandosi a favore della lotta al cambiamento climatico. Era già vero in Europa ma lo diventa anche negli Stati Uniti. Due importanti fondi pensione americani – quello che gestisce le pensioni degli insegnanti in California, quello del pubblico impiego nello Stato di New York – disinvestono sistematicamente dalle energie fossili. Le banche JP Morgan Chase e Morgan Stanley hanno aderito all’obiettivo di raggiungere zero emissioni nette sul totale delle attività da loro finanziate entro il 2050.

Un vento contrario, una novità in controtendenza, negli Stati Uniti si verifica sul cosiddetto sistema fiscale del “tax equity”, che consente di dedurre dai profitti delle banche e di tutti gli investitori gli investimenti in energie rinnovabili. Quando calano i profitti o addirittura i bilanci vanno in rosso, ovviamente si riduce l’incentivo. Il “tax equity” muove annualmente almeno 12 miliardi di investimenti ed è possibile che quest’anno conosca un ridimensionamento.

In prospettiva però l’avvento della squadra Biden dovrebbe cambiare molte cose. Non bisogna aspettarsi il Green New Deal nella versione che piace all’ala sinistra del partito democratico. Quello che venne proposto da Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Alexandria Ocasio-Cortez, puntava a un colossale piano d’investimenti in infrastrutture (mille miliardi di dollari) quasi tutto all’insegna della sostenibilità, risparmio energetico, auto elettrica, trasporti pubblici. Se i repubblicani conservano la maggioranza al Senato quel Green New Deal non passerà. Forse non passerebbe nemmeno con una maggioranza democratica, visto il peso dei moderati che non condividono quel progetto. Le grandi leggi di bilancio, i mega-piani di spesa pubblica, sono i più difficili da approvare con questi equilibri politici. Però c’è molto che la squadra Biden può fare senza passare dal Congresso. Larga parte della deregulation di Trump in favore delle energie fossili fu attuata con lo strumento degli “executive order”, cioè decreti presidenziali; Biden userà lo stesso strumento per disfare la deregulation. Tra i grandi operatori economici che già prendono atto di questa svolta c’è General Motors che si è ritirata dalla causa legale contro la California: ricordo che la California ha guidato la fronda anti-Trump da parte di una dozzina di Stati Usa, continuando a imporre i tagli di emissioni carboniche compatibili con gli accordi di Parigi su auto, camion, utility. Potrà essere decisivo il fatto che Biden ha designato due ambientalisti alla guida della sua squadra economica: Janet Yellen al Tesoro e Brian Deese alla direzione del National Economic Council. Questi due possono influire molto sul modo in cui vengono applicate le regole sulla vigilanza bancaria, imponendo ai grandi investitori gli stress test sul cambiamento climatico. Nella regolazione quotidiana del sistema bancario l’Amministrazione può fare molto per dissuadere banche e fondi d’investimento dal finanziare petrolio, gas e carbone. La transizione dunque dovrebbe accelerare, creando anche nuovi terreni di convergenza tra Stati Uniti e Unione europea. 
 
New York, 14 dicembre 2020.


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« Risposta #178 inserito:: Dicembre 17, 2020, 03:23:47 pm »

Outlook | Anche il lusso si converte al digitale

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lun 30 nov, 18:16
a me


STATI UNITI E MONDO
Le scene italiane di affollamento nei centri commerciali per lo shopping un tempo erano una modesta imitazione di quel che avveniva qui, negli Stati Uniti. Ma quest’anno è diverso. Le visite “fisiche” nei centri commerciali americani il giorno dei saldi di Black Friday sono crollate a metà dei livelli del 2019. Ha stravinto il commercio online con un balzo del 22% nel solo giorno di Black Friday: il secondo maggior afflusso online di tutti i tempi.

Il lusso è un nuovo terreno di scontro mondiale fra Amazon e la cinese Alibaba, più un terzo protagonista che è la piattaforma Farfetch (in cui però Alibaba ha una partecipazione). Pinault ha già deciso da che parte stare, mentre Lvmh e alcuni marchi italiani sono ancora in ritardo. Diversi stilisti ed altre griffe esclusive hanno pensato per anni di poter fare a meno del commercio online, e soprattutto hanno considerato un errore strategico mescolarsi ai prodotti di massa venduti su Amazon. Oggi quei pregiudizi sono anacronistici, chi non si evolve è condannato, anche per il lusso è chiaro che sopravvive chi si converte velocemente al digitale. La geografia attuale vede una competizione fra tre poli, nessuno dei quali ha conquistato una posizione dominante (a differenza di quanto avviene in altri mercati dov’è emerso con chiarezza il numero uno: Spotify per la musica o Booking.com per gli hotel). La holding Richemont (che possiede tra gli altri Cartier, Van Cleef, Patek Philippe, Buccellati, Mont Blanc), pur avendo già la sua piattaforma Yoox Net-à-Porter per il commercio online, ha deciso di investire congiuntamente con Alibaba in un’altra azienda specializzata nelle vendite online del lusso, la Farfetch. Richemont e Alibaba investono ciascuna oltre mezzo miliardo di dollari per acquistare quote del 25% in Farfetch e nella sua filiale Farfetch China. Dietro di loro arriva il gruppo Pinault (che fra l’altro controlla Gucci e Yves Saint Laurent) con un investimento di 50 milioni di dollari in Farfetch. Così come Richemont con Yoox Net-à-Porter, anche Alibaba non esita a far concorrenza a se stessa visto che il colosso cinese ha già un suo ramo specializzato nel lusso, Luxury Pavilion. È la strada seguita da Amazon che ha lanciato una app, Luxury Stores, riservata ai clienti Amazon Prime. Jeff Bezos si è alleato con Vogue e ha già l’appoggio di alcuni marchi come Oscar de la Renta. È più indietro l’altro gigante francese, Lvmh, la cui piattaforma di vendita online 24 Sèvres, lanciata nel 2017, non ha mai veramente raggiunto il successo e continua a perdere soldi. Il consumatore cinese continua ad aumentare la sua importanza in questo settore: uno studio di Bain-Altagamma prevede che entro il 2025 la metà dei prodotti di lusso saranno venduti in Cina, rispetto al livello di un terzo che era stato raggiunto nel 2019. Un’analisi del Financial Times individua tra i gruppi più vulnerabili gli italiani Ferragamo e Tod’s, perché più piccoli e meno attrezzati sul commercio online.

L’espansione di Amazon avviene anche sul mercato immobiliare, dove rappresenta una spinta positiva in contro-tendenza rispetto alla fuga dagli uffici. Proprio mentre altre aziende devono ridimensionare la propria “impronta” immobiliare per adeguarsi a uno smart-working di medio-lungo periodo, Amazon subentra comprando o affittando spazi in tutte le città d’America. Nella sola New York ha affittato enormi locali a Queens, nel Bronx, e a Staten Island, aumentando la propria presenza fisica di 130mila metri quadri aggiuntivi in pochi mesi. Molti di questi spazi sono magazzini per lo smistamento della merce e la gestione delle consegne nelle vicinanze, quello che nel nuovo gergo poetico del commercio online si chiamano i “fulfillment center” ovvero centri per la soddisfazione e l’appagamento della clientela. Offrono anche l’opzione di andare a ritirare la merce ordinata. Pure su questo terreno la distribuzione tradizionale fa del suo meglio per imitare Amazon. I grandi magazzini Macy’s hanno trasformato due dei loro centri commerciali nel Colorado e nel Delaware in “fulfillment center” per gestire il traffico online.


ASIA
L’economia cinese continua ad accelerare, la ripresa segna nuovi record anche rispetto alla situazione pre-Covid. L’indice dell’attività manifatturiera cinese è ai massimi da tre anni, quello per il settore dei servizi è al livello più alto addirittura da otto anni. Prima ancora che l’America celebrasse il “ponte consumista” tra Black Friday e Cyber Monday, i consumatori cinesi avevano goduto di una “maratona dei saldi” lunga 11 giorni a partire dal Singles’ Day. I dati di Alibaba, l’equivalente di Amazon, indicano un aumento del 26% degli acquisti online rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tutto questo giustifica l’ottimismo dell’ultima previsione di Morgan Stanley: nel 2021 la banca americana punta su un ritorno della Cina ai ritmi di crescita di una volta: +9% di aumento del Pil, trainato soprattutto dai consumi che l’anno prossimo dovrebbero crescere del 13%.

L’Occidente impari dal Giappone come si raggiunge una “denatalità felice”. Un editoriale del Financial Times rilancia il modello nipponico al quale ho dedicato più volte delle analisi. Nel giorno in cui tanti si stracciano le vesti per l’ennesimo calo della natalità, un’attenzione speciale a Tokyo ci renderebbe meno depressi. Il Giappone ha conosciuto per primo i problemi della denatalità e dell’invecchiamento, e ci dimostra che non sono così catastrofici come crediamo. La presunta “stagnazione” dell’economia giapponese è in gran parte un’illusione ottica: quando la popolazione declina, anche se il Pil non cresce il reddito il tenore di vita dei singoli abitanti migliora. È proprio l’attenzione alla qualità della vita, all’ambiente, insieme con gli investimenti per il miglioramento della produttività, il mix giapponese che occorre studiare.

ITALIA
Concludo su una nota lieve, a proposito dei troppi ritardi italiani nell’affrontare la nuova fase della rivoluzione digitale scatenata dalla pandemia. Un minuscolo esempio, aneddotico, tratto dalla mia esperienza. Come tutti voi, passo una parte delle mie giornate in video-conferenze di ogni tipo. Mi collego continuamente con gli Stati Uniti, con l’Asia, con l’Europa. Ma solo quando devo lavorare in video-conferenza con l’Italia, mi viene imposto un rito arcaico, una liturgia d’altri tempi: le "prove tecniche". 24 ore prima, o 48 ore prima di fare una normalissima video-conferenza su Zoom, Microsoft Teams, StreamYards, Webex o una delle tante altre piattaforme, l’interlocutore italiano mi chiede di fare la “prova”. Solo in Italia si usano, come se queste videoconferenze fossero l'equivalente di un lancio nello spazio della navicella orbitante. Zoom e tutte le altre piattaforme per teleconferenze sono ormai banali come le telefonate. In America le sto facendo al ritmo di tre al giorno. Se ci aggiungessi ogni volta la "prova tecnica" non avrei più neanche il tempo di respirare. Quando ci dobbiamo sentire al telefono o dobbiamo mandarci una mail facciamo una "prova tecnica" il giorno prima?


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« Risposta #179 inserito:: Gennaio 01, 2021, 06:54:26 pm »


Outlook | Si addensano le nubi tra Europa e Usa
Federico Rampini -

gio 31 dic 2020, 19:19 (23 ore fa)
A me


Rep: Outlook di Federico Rampini
31 dicembre 2020
Può sembrare un luogo comune dire che la rinascita si prepara e si costruisce nel periodo più buio, quando attorno tutto sembra indurre alla disperazione. Ma i dati dicono che sta già accadendo: in molti Paesi è ai massimi la creazione di nuove imprese, proprio in questa fine d’anno 2020. La nascita di start-up ha segnato un’impennata formidabile, in coincidenza con la seconda ondata di contagi e lockdown. Gli Stati Uniti guidano la classifica in questo che possiamo considerare un ottimo indicatore di fiducia nella ripartenza. I dati americani sono completi per il terzo trimestre dell’anno, concluso a fine settembre, quando già il Paese stava scivolando verso un netto peggioramento di tutti gli indicatori sanitari e tornavano molte restrizioni alle attività: in quel periodo le creazioni di nuove aziende hanno registrato un crescita dell’82% rispetto allo stesso trimestre del 2019. Il fenomeno si estende ad altre grandi economie. Nel Regno Unito sono disponibili dati ancora più recenti: a metà dicembre le creazioni di nuove imprese erano in aumento del 30% sull’anno prima. In Francia sono nate 84mila nuove imprese nel solo mese di ottobre, +20% rispetto all’ottobre 2019. In Giappone a settembre lo stesso indicatore segnava un rialzo del 14%.
Oltre al fenomeno start-up, negli Stati Uniti l’ondata di ottimismo sulla rinascita prossima ventura si estende alle nuove quotazioni in Borsa, gli Initial Public Offerings: il mercato azionario americano ha registrato un record di nuovi collocamenti, 454 dal primo gennaio a Natale, con una raccolta complessiva di capitale di rischio pari a 167 miliardi di dollari. E’ stato battuto largamente il record precedente che risaliva al 1999, l’anno dell’euforìa legata alla New Economy, la prima rivoluzione di Internet. Poiché mi preparavo a far le valigie da Milano a San Francisco in quel Capodanno di 21 anni fa, non posso non ricordare che tre mesi dopo ci fu il crac del Nasdaq, l’euforìa fu seguita da un crollo. Però la New Economy continuò a generare campioni mondiali, ondate di innovazioni, e dall’euforìa di 21 anni fa nacquero gli embrioni dei vincitori della pandemia, i colossi di Big Tech.
Parlando di rinascita, ricostruzione, ripartenza, cioè i temi "storici" del mio ultimo libro: la gara mondiale di velocità a chi esce per primo dai lockdown è stata stravinta dalla Cina nella prima fase ma ora se ne apre una seconda, legata alla capacità di gestire con la massima efficienza e rapidità le vaccinazioni di massa. Il Regno Unito sta cercando di conquistare il primato con due mosse audaci: il riconoscimento precoce del vaccino AstraZeneca (meno caro di tutti, e di più facile conservazione visto che può essere immagazzinato in frigoriferi normali), e la decisione di dilazionare di due o tre mesi la seconda dose del vaccino Pfizer, il che automaticamente raddoppia la popolazione a cui si può somministrare la prima dose. Il Regno Unito ha avuto una buona partenza: con oltre 625mila vaccinati fino a ieri, ha inoculato quasi l’un per cento della sua popolazione. Un livello proporzionalmente equivalente agli Stati Uniti, che ieri avevano superato la soglia dei tre milioni di vaccinati. Israele è campione mondiale con il 7% della popolazione vaccinata. I paesi dell’Unione europea sono tutti molto indietro in classifica, causa la ritardata approvazione dei vaccini, ma al loro interno già si scava un divario preoccupante tra i primi della classe (Danimarca, Germania) e l’Italia. Nella corsa mondiale la Cina finora non ha brillato con un milione di vaccinati pari allo 0,07% della sua popolazione, dato peraltro fermo al 19 dicembre. La Cina può accelerare da oggi, visto che è arrivata finalmente l’approvazione ufficiale del suo primo vaccino, prodotto dall’azienda di Stato Sinopharm. Gli esperti occidentali non sono convinti, lamentano la scarsa trasparenza nei dati sui test e quindi sull’efficacia di quel vaccino. Si conferma la sfida geopolitica mondiale visto che i cinesi hanno comunque piazzato i loro vaccini a grandi Paesi come il Brasile e l’Indonesia. In casa propria, ogni leader sta facendo delle vaccinazioni di massa un obiettivo strategico. Xi Jinping proclama che vuole vaccinare 50 milioni di cinesi entro metà febbraio, anche per prevenire un’ondata di contagi in occasione dei grandi viaggi per le feste del Capodanno lunare. Joe Biden ha promesso 100 milioni di vaccinati nei primi cento giorni del suo governo, cioè a partire dal 20 gennaio: per farcela dovrà incrementare in modo sostanziale la velocità di crociera attuale, visto che per i primi tre milioni di vaccinati ci sono voluti dieci giorni. In sostanza Biden deve triplicare la capacità.
Altro che idillio fra Biden e l’Europa, continuano ad addensarsi le nubi. Ho già spiegato che l’accordo di principio Ue-Cina sugli investimenti, annunciato ieri, è uno schiaffo degli europei a Biden. Peraltro anche in seno all’Unione europea non mancano le critiche. Segnalo quella di Reinhard Buetikofer, che presiede la delegazione dell’Europarlamento per le relazioni con la Cina. L’influente eurodeputato tedesco, che appartiene al partito dei Verdi, definisce l’accordo “un errore strategico”, e in particolare considera “ridicolo” descrivere come un successo le promesse non vincolanti di Pechino sui diritti dei lavoratori. Non sarà facile la ratifica all’Europarlamento l’anno prossimo. Ma intanto nuove tempeste si preannunciano nei rapporti Bruxelles-Washington, o più precisamente il rischio che riesplodano dei conflitti temporaneamente sopiti: su digital tax e dazi. La Francia ha messo fine alla tregua sulla digital tax e torna a prelevarla su Amazon, Apple, Google, Facebook. Come rappresaglia sono già pronti nuovi dazi americani su oltre mille miliardi di euro di importazioni dalla Francia, soprattutto nel settore del lusso. Ma anche l’Italia compare in un successivo elenco di dazi americani pronti a scattare. Si aggiungono a quelli annunciati ieri – contro la Francia – nell’ambito dell’annosa disputa sui sussidi Boeing-Airbus. Insomma, Biden dovrà pensare a spegnere incendi, prima ancora di ricostruire una santa alleanza delle democrazie occidentali. Le questioni della digital tax e di Boeing-Airbus non sono peraltro delle eredità del protezionismo di Trump: la prima affonda le radici nell’era di Barack Obama, la seconda risale addirittura agli anni di George W. Bush. Infine, per aggiungere un altro elemento di conflittualità potenziale tra le due sponde dell’Atlantico, è diffusa la previsione di un'ulteriore svalutazione del dollaro, che ridurrebbe ancora la competitività degli esportatori europei. Oggi torna a parlarne uno scenario del Wall Street Journal, che sottolinea come la politica monetaria della Federal Reserve sia nettamente orientata a un dollaro debole.
Intanto Xi Jinping continua a chiarire che cosa significa il “capitalismo politico” in Cina. Il primato della politica sull’imprenditoria privata si sta manifestando in modo spettacolare ai danni di Jack Ma, fondatore di Alibaba. Fra i tanti attacchi di Xi contro l’uomo più ricco della Cina, reo di aver criticato il governo, il più interessante si sviluppa nei confronti di Ant, la filiale del gruppo Alibaba che gestisce la finanza e i pagamenti digitali con la app Alipay. Xi Jinping era intervenuto pesantemente un mese fa, cancellando in extremis la quotazione in Borsa di Ant. Poi ha scatenato la sua banca centrale, che rimprovera ad Ant-Alipay di svolgere attività bancaria senza soggiacere a tutte le regole del settore. L’atto conclusivo è questo: la banca centrale costringe Ant ad accantonare riserve come se fosse una banca, e per questa ricapitalizzazione si fanno avanti dei grossi investitori istituzionali che appartengono allo Stato. Insomma si sta profilando all'orizzonte una nazionalizzazione della regina dei pagamenti digitali, che verrebbe così sottratta al controllo di Ma.

Concludo ricordandovi un anniversario da brivido che si avvicina. Il 3 gennaio scorso io ero a Istanbul, quindi particolarmente attento alle notizie sul Medio Oriente, quando un drone americano uccise il generale Qasem Soleimani, leader delle forze iraniane Quds, mentre si trovava sul territorio iracheno. Fra tre giorni l’Iran (che nel frattempo ha subito un’altra perdita strategica, quella dello scienziato “padre” del suo programma nucleare, probabilmente assassinato dai servizi israeliani) potrebbe voler segnare l’anniversario con una rivincita. In previsione, il Pentagono ha mandato dei bombardieri B-52 a sorvolare il Golfo Persico. E’ un’altra dote che Biden eredita, a 20 giorni dal suo insediamento. Buon 2021. 

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