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Autore Discussione: MASSIMO FRANCO  (Letto 91677 volte)
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« Risposta #330 inserito:: Dicembre 10, 2016, 09:28:34 pm »

La crisi
Le dimissioni di Renzi e gli strappi da evitare
Sarebbe bene andare alle elezioni. Il problema è farlo senza precostituire le premesse di un’Italia ingovernabile

Di Massimo Franco

Le dimissioni formali di Matteo Renzi vanno salutate come un atto di responsabilità. Tirarla per le lunghe dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre avrebbe gettato un’ombra sulla sincerità del suo passo indietro; e probabilmente irritato un’opinione pubblica che si è espressa con nettezza contro le riforme istituzionali. Da oggi, la crisi passa nelle mani del presidente della Repubblica. Ma non si può pensare di scaricare sulle sue spalle il peso di una situazione nata da un’analisi superficiale della società italiana e dei suoi umori più profondi; e della quale l’origine ma anche buona parte della soluzione rimanda ai tormenti del Pd.

Ormai è chiaro che la legislatura è agli sgoccioli. E sarebbe bene andare alle elezioni. Il problema è farlo senza precostituire le premesse di un’Italia ingovernabile: per capirsi, senza perpetuare le risse della campagna referendaria, quasi le elezioni politiche fossero il semplice prolungamento dello scontro degli ultimi mesi. Tra voto presto, auspicabile, e voto affrettato, da evitare a tutti i costi, esiste una differenza sostanziale. Il primo arriverebbe dopo avere raffreddato le tensioni tra i partiti; cercato di riconciliare il Paese; e approvato una riforma elettorale che tenga conto delle indicazioni della Corte costituzionale e armonizzi il sistema alla Camera e al Senato.

Il secondo avverrebbe sull’onda di una lettura emotiva e strumentale del referendum. Porterebbe alle urne un Paese più spaccato che mai. E soprattutto riconsegnerebbe un Parlamento a rischio di illegittimità, plasmato da una campagna elettorale dominata dai revanscismi e da una sorta di condanna al populismo di tutti. Tra l’altro, al Pd sarebbe difficile spiegare che si debbono sciogliere subito le Camere, quando ieri la manovra finanziaria ha ricevuto al Senato una larga fiducia. Dire che non esiste più la maggioranza è qualcosa che l’opinione pubblica faticherebbe a capire. Il passo indietro di Renzi ha valore se è un gesto di disponibilità a facilitare la soluzione della crisi.

Può essere lui a guidare la coda della legislatura, se lo ritiene. O può essere un altro esponente del Pd indicato dal premier uscente, se non se la sente di tornare sui suoi passi dopo avere annunciato che se ne andava perché era stato battuto dal responso popolare. Quello che il Paese e il capo dello Stato non capirebbero, sarebbe la tentazione di Renzi di mettersi di traverso. E cioè rifiutarsi di assumere la responsabilità di un nuovo incarico, troppo in contraddizione con quanto ha dichiarato la sera del 4 dicembre; e al tempo stesso impedire che qualunque altro candidato entri a Palazzo Chigi in questa legislatura. L’enfasi con la quale il segretario del Pd rivendica e esalta i voti ricevuti, quasi fossero l’emblema di una «sconfitta vittoriosa», fa pensare che esiti a prendere atto della nuova situazione. Ma su un punto Renzi va compreso. Teme che sostenere da solo il peso di un governo di fine legislatura comporti un logoramento potenzialmente fatale per il suo partito. Per questo invoca una responsabilità anche degli altri, pur sapendo che sarà molto difficile coinvolgerli. Lamenta di avere pagato il prezzo della solitudine, senza però chiedersi quanto l’abbia lui stesso alimentata intorno al Pd.

Forse, abbassando i toni e le pretese, contribuirebbe a svelenire un’atmosfera impregnata ancora dai veleni referendari e dalle accuse di arroganza. E probabilmente avrebbe maggiori possibilità di succedere a se stesso, per guidare l’Italia alle elezioni nella primavera del 2017 o, se la situazione lo richiedesse, alla fine naturale della legislatura nel 2018. Il modo migliore per abbassare la febbre della quale Movimento 5 Stelle e Lega sono i principali interpreti e beneficiari, non sono accelerazioni e strappi successivi. È il recupero di un rapporto forte, credibile, con l’Italia profonda e con l’Europa.

Dopo una sconfitta così bruciante, l’antidoto migliore per recuperare la spinta perduta è l’umiltà: insieme a un raccordo stretto con il Quirinale di Sergio Mattarella, che Renzi ha contribuito in modo decisivo a eleggere. Incrinare i rapporti col capo dello Stato per tentare di imporre un voto affrettato sarebbe l’ultimo regalo a Beppe Grillo.

7 dicembre 2016 (modifica il 7 dicembre 2016 | 21:26)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/16_dicembre_08/dimissioni-renzi-strappi-evitare-bee80e86-bcba-11e6-9c31-8744dbc4ec0a.shtml
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« Risposta #331 inserito:: Febbraio 03, 2017, 08:35:46 pm »

IL RETROSCENA
Renzi: «Il referendum? Un rigore e l’ho tirato malissimo Posso anche non fare il premier»
Il segretario pd: «Posso anche non fare il premier. Magari tocca a Delrio o Gentiloni»

Di Massimo Franco

Fa un po’ impressione sentirgli dire: «Non posso più permettermi di essere assertivo». Oppure: «So che non posso più dettare la linea da solo». Matteo Renzi certamente non si arrende. Ma, seppure con una punta di rabbia, sembra disposto a trattare. «Non mi va di essere raffigurato come una persona ròsa dalla voglia di andare alle elezioni anticipate per prendersi la rivincita», protesta. «So che le elezioni non possono essere il secondo tempo dopo il referendum. Quando si perde a calcio, non ci si riprova con la pallanuoto. Io ho avuto la possibilità di tirare un calcio di rigore il 4 dicembre. Me l’hanno parato... Anzi, 41 a 59 significa che l’ho tirato male, malissimo. E adesso è cominciata una fase politica diversa».

La corsa
Il segretario del Pd è un fiume in piena. Ma un fiume che sa di non potere più trascinare gli altri verso i traguardi che ha stabilito. La sua corsa verso le urne si rivela, di colpo, piena di buche e di trappole. Da ieri, forse per la prima volta da molto tempo, Renzi comincia a capire di essere costretto a andare controcorrente. E allora cerca di spiegarsi, di convincere tutti che le urne a giugno sono il male minore. Ha seminato avversari in un percorso che fino a due mesi e mezzo fa somigliava a una marcia trionfale. E adesso prova a fare i conti con gli errori. Si sforza di capire perché le sue mosse, che tende ad accreditare come disinteressate, vengono subito percepite come furbe manovre per arrivare comunque al risultato.

La ragione
Per questo accenna a rallentare. È un cambio di passo forzato, sofferto, che lascia intuire la sua convinzione di avere ancora ragione; di essere soprattutto diventato «un parafulmine», termine usato più di una volta. Ma quando ministri, sindaci, e perfino l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, suo grande alleato, gli intimano l’altolà, un Renzi abituato solo a andare avanti, è costretto a fare i conti con una realtà diventata dispettosa, nella sua ostilità. «Il punto è se votare a giugno, o a febbraio del 2018», spiega. «Se si celebra il congresso si va all’anno prossimo, altrimenti si fanno le primarie. Non ho problemi a fare il congresso. Volevo farlo a dicembre ma me l’hanno impedito. E adesso lo invocano... Ma lasciamo stare!».

Lo sfogo
Il suo sfogo è un tentativo accorato di spezzare l’accerchiamento che comincia a temere. «Continuo a fare il parafulmine per tutti», si lamenta. E si rende conto che deve anche ridisegnare il proprio ruolo. Almeno mentalmente, sembra perfino pronto a cedere il passo a un altro candidato del Pd a Palazzo Chigi, dopo le prossime elezioni. «La prossima volta potrei non essere io. Magari potrebbe toccare ancora a Paolo Gentiloni, o a Graziano Delrio», sostiene. «Lo scenario della prossima legislatura imporrà probabilmente governi di coalizione. Attenzione, però. Trattare con l’Europa e ottenere risultati sarà più difficile, nel nuovo scenario internazionale».

Il voto
Ma nella sua accorata perorazione del voto a giugno Renzi inserisce anche altre incognite. Teme che le Amministrative di primavera segneranno un rafforzamento dei movimenti populisti. «In più», azzarda, «si vuole una commissione di inchiesta sul sistema bancario che usa come parafulmini Banca Etruria, Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti. Ma in realtà vedo un disegno forte per allargare il campo a Bankitalia e Consob. E poi c’è la legge di bilancio». Per questo, non è ancora chiaro se spingerà fino all’ultimo per le elezioni tra pochi mesi o il prossimo anno. Si indovina solo che la voglia di accelerare è ancora prepotente, nella convinzione che tra un anno il Movimento 5 Stelle potrebbe essere più forte di adesso.

Il governo
La tesi è legittima, sebbene molti pensino il contrario: nel senso che far cadere il governo Gentiloni in tempi ravvicinati sarebbe un disastro peggiore. Di certo, Renzi sa di non essere più il dominus del sistema. «Il clima politico è cambiato, nel Paese. Sono il primo a esserne consapevole», ammette. «So bene che se anche ottenessi un grande risultato, un 37 per cento dei voti, o addirittura un 42 per cento, non esisterebbero più le condizioni per avere un governo libero di fare le cose che ho in mente».

I pro e i contro
E dunque? «Dunque, è bene ragionare sui pro e i contro delle elezioni anticipate. Si vuole andare avanti? Siamo pronti, se si ritiene che serva. Con Gentiloni il rapporto è tale che ci diciamo tutto. E capisco che l’obiezione di presentarsi al G7 di fine maggio con un governo dimissionario non offrirebbe una bella immagine dell’Italia. Ma in Europa andrà comunque un governo dimissionario dopo qualche mese, con la manovra finanziaria alle porte. Quindi...». Quindi, le urne a giugno non scompaiono: rimangono sullo sfondo. Ma Renzi comincia a capire che per arrivarci dovrà pagare un prezzo alto. Forse così alto da non poterselo permettere.

2 febbraio 2017 (modifica il 3 febbraio 2017 | 00:36)
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Da - http://www.corriere.it/politica/17_febbraio_03/renzi-il-referendum-rigore-l-ho-tirato-malissimo-58873f66-e98a-11e6-9abf-27281e0d6da4.shtml
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« Risposta #332 inserito:: Marzo 16, 2017, 05:35:18 pm »

IL FUTURO DEI DEMOCRATICI
Il rischio di chiudersi e di dividersi ancora

Il Lingotto di Torino ha rispecchiato lo sforzo di un Pd che tenta di aprirsi ai problemi dell’Italia ma sembra condannato a scaricare all’esterno le contraddizioni e i limiti della propria azione

Di Massimo Franco

Il Lingotto di Torino ieri è stato il palcoscenico della metamorfosi del Pd, prima ancora che del suo rilancio. Ha rispecchiato lo sforzo di un partito che tenta di aprirsi ai problemi dell’Italia ma sembra condannato a scaricare all’esterno le contraddizioni e i limiti della propria azione; e a far coincidere la propria identità e la propria strategia con quella di un leader colpito dalla sconfitta referendaria del 4 dicembre, eppure tuttora insostituibile e vincente: almeno all’interno dei giochi congressuali. Il risultato, almeno per quanto si sta vedendo, è quello di una cavalcata senza ripensamenti del segretario uscente. L’ambizione, lodevole, rimane quella di discutere di tutto, di <fare le pulci> agli ultimi tre anni, e di iniettare un po’ di collegialità nelle decisioni. Ma è difficile che sia soddisfatta pienamente.
Le parole dette ieri pomeriggio da Matteo Renzi tendono a riproporre la vittoria ormai lontana alle Europee del 2014 come biglietto da visita. Attaccano il Pd dei predecessori, da Walter Veltroni a Pierluigi Bersani, teorici del <partito leggero> e del <partito pesante>, opposto al renziano <partito pensante>. Il tentativo è di riscrivere la storia politica recente liquidando anche i predecessori a Palazzo Chigi come subalterni a un’Unione europea tratteggiata con severità: in parte una conseguenza dell’amarezza per il peggioramento dei rapporti con la Commissione negli ultimi mesi dell’ex premier al governo.
Ne viene fuori un’analisi molto orgogliosa e avara di spunti autocritici: forse perché altrimenti obbligherebbe a una disamina impietosa degli errori commessi. Ma è un approccio comprensibile: una nomenklatura sulla difensiva, proiettata sulle elezioni amministrative di primavera e su quelle politiche del 2018, non può concedere più di tanto agli avversari.
Dovrebbe rivoluzionare la propria strategia, mentre finora lo schema è stato quello della «linea giusta» guastata da qualche errore e dall’ostilità della minoranza. Per questo, è bene seguire la tre giorni torinese con occhi freddi; e capire che si inizia un’altra fase di passaggio, per il Pd. Bisogna dunque contemplare la possibilità di assistere a un dibattito calibrato sul «modello Leopolda»: su logiche di adesione quasi acritica alle indicazioni del leader. Non bastano i «tavoli di lavoro» sugli argomenti più disparati e suggestivi a cancellare questa sensazione di fedeltà a una politica che non consente deviazioni.
È possibile perfino un indurimento di fronte alle critiche, dal momento che secondo Renzi «chi spara contro il Pd indebolisce l’argine del sistema democratico». Che il partito di maggioranza lo sia è indubbio. Ma la scissione e la difficoltà a capire quanto è accaduto col referendum, e l’appoggio altalenante a Paolo Gentiloni e al suo governo, rischiano di infragilire questo argine: sebbene ieri l’appoggio al premier sia apparso più convinto e determinato del solito. Per il momento in cui cade la kermesse renziana, non si può chiedere molto di più.
La frattura tra i Dem, le inchieste della magistratura che lambiscono la cerchia dell’ex premier, l’asprezza della discussione con gli altri due candidati alla segreteria, non sono le premesse ottimali di un dibattito aperto. Quasi per forza di inerzia non può che prevalere il «serriamo le fila», e un attacco agli avversari comprensibile per la fase convulsa che il renzismo vive. Risultato: più che un’«Arca di Noè» inclusiva e aperta, si delinea un Pd incline a imitare la «testuggine romana». Si tratta di una formazione di fanti magari non troppo grande ma compatta e pronta alla mischia.
Rimane il dubbio che tutto questo possa ricostruire il ruolo del Pd di qui alle urne come perno politico del Paese. È come se il partito faticasse ancora a vedere quanto negli ultimi mesi gli sia diventato difficile espandersi e attirare elettori; e quanto, invece di unire, rischi di chiudersi a riccio e di dividersi ancora, anche al proprio interno. C’è da sperare in un cambio di passo tale da non farlo diventare terreno di caccia dei movimenti populisti, e serbatoio dell’astensionismo.
Al di là delle parole d’ordine ufficiali, dal Lingotto potrebbe riemergere un Pd che non segue una logica maggioritaria e aggregante. Diventa invece il campione involontario del ritorno al sistema proporzionale, che pure critica. Eppure, Renzi e i suoi non hanno rinunciato all’idea di una vittoria sul Movimento 5 Stelle. Né si può pensare che si preparino solo a arrivare in Parlamento con una forza omogenea e fedele, decisa a trattare e a far pesare i suoi deputati e senatori, tanti o pochi che siano.
Sarebbe ingiusto imputare questo minimalismo a un Renzi tuttora corazzato di certezze. Molti lo hanno assecondato e continuano a seguirlo perché non riescono a vedere un’alternativa, e ritengono che sia l’unico segretario in grado di garantire loro la sopravvivenza, se non nuove vittorie. Il virus della divisione, tuttavia, è insidioso. Sarebbe un dramma se da Torino arrivasse la vulgata che l’unico Pd è quello ubbidiente a Renzi. Significherebbe incubare, presto o tardi, altre fratture; e ridurre la «testuggine romana» a un guscio sottile: in termini di contenuti, prima che di voti. Sicuramente, non è l’obiettivo che il gruppo dirigente si prefigge.

10 marzo 2017 (modifica il 10 marzo 2017 | 21:59)
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Da - http://www.corriere.it/cultura/17_marzo_11/massimo-franco-9e7d34fc-05ce-11e7-882a-48a6b14b49a6.shtml
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« Risposta #333 inserito:: Marzo 09, 2018, 06:30:30 pm »

LO STALLO DOPO LE ELEZIONI

Centrodestra unito solo in apparenza e Partito democratico nel caos
Salvini nei comunicati della Lega diventa «leader del centrodestra», i sospetti tra i dem

  Di Massimo Franco

Quando il leader leghista Matteo Salvini insinua un accordo «tra Paolo Gentiloni e Luigi Di Maio a partire dalle poltrone per arrivare al governo», gioca di sponda con i malumori montanti nel Pd. Accredita gli stessi sospetti lanciati nelle ultime ore dal segretario dimissionario, Matteo Renzi, verso esponenti del suo stesso partito. E sotto sotto spera che alla fine alcuni settori dem facciano un accordo con il M5S, lasciando alla Lega la prateria dell’opposizione e l’intero voto di centrodestra. La pressione del Pd su Renzi e sull’intero gruppo dirigente perché si dimetta «davvero» dopo la disfatta del 4 marzo sembra in aumento. Lo chiede per tutti l’ex sottosegretario Angelo Rughetti. Il vertice del partito assicura che il segretario lo ha fatto «formalmente» già il 5 marzo, ma lasciando aperte molte incognite. Renzi ha raggiunto almeno un risultato: a parole, quasi tutto il partito giura di essere contro il dialogo con il movimento di Di Maio. Ma la sinistra rimane nel caos, e nessuno può prevedere gli sviluppi nei prossimi giorni.

È più chiaro quanto accade nel centrodestra, con un cambio di lessico che rivela i nuovi equilibri di potere. Nei comunicati della Lega, Salvini non è più il segretario e candidato premier ma il «leader del centrodestra». Per la prima volta dal 1994, vuole far sapere che la guida è passata di mano. Ora esiste una diarchia, ma si presenta sbilanciata a favore di Salvini. Eppure, il fondatore di FI si dichiara «regista» della coalizione. E i tre gruppi che la compongono continueranno a andare separati alle consultazioni al Quirinale. Ma fino a qualche anno fa, il primato berlusconiano si rifletteva nella capacità di incidere nei giochi interni della Lega; di muovere pedine che mostravano una sorta di doppia lealtà: all’allora capo del centrodestra e al partito di appartenenza. Ora, invece, si indovina il contrario. L’avanguardia della colonizzazione di FI da parte della Lega salviniana è stata l’elezione in Liguria del presidente berlusconiano Giovanni Toti, due anni fa: vittoria che non prefigurava più un rapporto asimmetrico tra un berlusconismo «grande» e alleati «piccoli». Lo schema ligure racchiudeva le ambizioni di primato di Salvini, esaltate ora da una controversa riforma elettorale e da una radicalizzazione a destra dell’elettorato. L’intuizione ulteriore è stata quella di «snaturare» il Carroccio, depurandolo almeno nominalmente delle radici nordiste e nazionalizzandolo. Salvini continua a elencare le città del centro e del sud Italia dove il leghismo ha preso consensi. Sembra dire a FI che il leader del centrodestra nazionale è lui. E alcuni parlamentari berlusconiani del Nord si sono subito allineati.

I dubbi sull’estremismo anti-immigrati, l’antieuropeismo che faceva dire a Berlusconi «garantirò io per Salvini in Europa», sono evaporati. Il problema è che rimangono, corposi, a Bruxelles e negli Stati uniti, dove l’ipotesi di un Salvini premier viene bollata come un favore al presidente russo, Vladimir Putin, di cui è ammiratore. Ma l’impressione è che il capo leghista sia pronto a governare come a rimanere all’opposizione, sicuro di ereditare il voto berlusconiano. Il presidente dei suoi deputati, Massimiliano Fedriga, non esclude nemmeno elezioni anticipate: pur vedendo spuntare, alla fine della crisi, un governo tra M5S e parte del Pd.

7 marzo 2018 | 21:57
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Da - http://roma.corriere.it/notizie/politica/18_marzo_07/centrodestra-unito-solo-apparenza-partito-democratico-caos-pd-lega-m5s-af10f40a-2244-11e8-a665-a35373fafb97.shtml
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