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Autore Discussione: MASSIMO FRANCO  (Letto 91547 volte)
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« Risposta #300 inserito:: Febbraio 07, 2015, 10:06:23 am »

Il voto per il presidente della repubblica
Quirinale, la scelta e lo strappo

Di Massimo Franco

C’ è già chi parla malignamente di rivincita della Prima Repubblica e della Democrazia cristiana. Ma se domani Sergio Mattarella sarà eletto capo dello Stato, la vulgata dovrà essere corretta; meglio, riequilibrata. La sua designazione da parte di Matteo Renzi suggerisce semmai una lettura meno manichea e ideologica del passato; e permette di rivisitarlo con un senso della storia meno influenzato dai luoghi comuni: Mattarella incarna ciò che di meglio ha espresso quella stagione moderata della politica italiana. Le sorprese sono sempre possibili: il Pd è maestro di lotte fratricide, come dimostra la competizione di circa due anni fa che approdò alla conferma di Giorgio Napolitano.

Ma la logica porterebbe a dire che il segretario-premier è riuscito a trovare un profilo insieme alto e condivisibile dall’intero partito, e non solo. Mattarella è una personalità agli antipodi rispetto a Renzi, eppure proprio questo rappresenta un elemento di merito per chi lo ha proposto. Si dirà che ha prevalso l’esigenza di tenere unito il Pd. E questo c’è: sarà essenziale per centrare il risultato e non aprire giochi al buio. Non a caso, il ruolo di ricucitura di Pier Luigi Bersani può risultare decisivo per arginare i franchi tiratori. Se regge l’intesa, l’abilità renziana va sottolineata. Rimane da capire il ruolo che il centrodestra si assegna. P er ora bisogna prendere atto del rifiuto, apparentemente perentorio, di Forza Italia e Ncd di avallare il candidato del Pd, gridando alla violazione dei patti. Tuttavia si tratta di un «no» che va decifrato e tarato su quanto accadrà nelle prossime ore. Regalare Mattarella non al Pd ma ad una maggioranza di sinistra non sarebbe un capolavoro di strategia. Idem, in caso di nulla di fatto, aprire una sorta di lotteria, coda fedele e avvelenata di quel toto Quirinale che ha creato troppe aspettative e dunque troppe frustrazioni; per poi magari ritrovarsi una candidatura ben più sgradita.

La sensazione è che Silvio Berlusconi e Angelino Alfano resistano all’idea di appoggiare Mattarella soprattutto perché ritengono di avere subìto uno sgarbo; e perché vogliono risultare determinanti, non aggiuntivi. Insomma, rivendicano una versione paritaria del patto del Nazareno, di fronte al metodo brusco di un Renzi che addita e non concorda una soluzione; e ora sono tentati di disdirlo, scottati da una mossa imprevista e spregiudicata. È un’operazione azzardata, però. E lascia altrettanto perplessi l’orientamento, non ancora definitivo, di Alfano di non votare Mattarella alla quarta votazione. Un’opzione del genere inserirebbe un cuneo non tanto nella scelta del presidente della Repubblica quanto nella maggioranza di governo e nel processo di riforme.

Il Nuovo centrodestra ha appena votato col Pd e con FI quella elettorale. Evidentemente, ora non vuole regalare al premier l’aureola del vincitore. Il problema è se, per conseguire l’obiettivo, i critici di Renzi non finiranno per risultare ancora più perdenti. Dovrebbe suggerire qualcosa il modo in cui Lega e Movimento 5 Stelle attaccano da versanti opposti la candidatura di Mattarella. Ieri, dopo la prima votazione, nella quale occorreva la maggioranza qualificata di due terzi dei consensi, le schede bianche sono state 538: moltissime, come previsto; e oggi dovrebbe essere più o meno lo stesso. Si vedrà presto se mascherano giochi ancora coperti, o, come è più probabile, giochi ormai fatti.

30 gennaio 2015 | 07:52
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_gennaio_30/quirinale-scelta-strappo-da6064f2-a848-11e4-9642-12dc4405020e.shtml
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« Risposta #301 inserito:: Febbraio 13, 2015, 02:35:48 pm »

La Nota
Il rischio di Forza Italia: dopo il Pd, subalterna alla Lega
Renzi consolida la forza del governo in Parlamento, ma i problemi possono arrivare dalla crisi economica e dal caso greco

Di Massimo Franco

Il rischio di scivolare da una subalternità all’altra è concreto. Ma è ancora più vistoso il disorientamento che le oscillazioni di Silvio Berlusconi possono provocare tra militanti ed elettori di FI. Passare in pochi giorni dal patto del Nazareno con Matteo Renzi ad un “patto di Arcore» con il leghista Matteo Salvini «per fermare il premier» è più di una giravolta. Sottolinea quanto sia stata dura la sconfitta dell’ex Cavaliere nella partita del Quirinale; e come la nostalgia delle vecchie alleanze possa portare Berlusconi nelle braccia di un populismo che lo indebolirà ulteriormente.

Anche perché l’abbraccio con la Lega, che Il Mattinale, bollettino di FI alla Camera, definisce «a 360 gradi», viene invece accettato da Salvini con cautela. È la prudenza di chi si sente in vantaggio, teme ripensamenti improvvisi, e vuole trattare da posizioni di forza. La richiesta a Berlusconi di appoggiare candidati del Carroccio alla presidenza di tutte le regioni del Nord è il pedaggio da pagare. In passato, bilanciava il primato dell’allora Cavaliere nel governo nazionale. Ora, potrebbe certificare il ruolo di FI come portatrice d’acqua di un’opposizione a guida leghista. Per questo bisogna capire quanto sia definitiva la svolta.

Palazzo Chigi sembra considerarla tale. E prende le contromisure. Il lungo incontro di ieri tra Renzi e il ministro dell’Interno e leader del Ncd, Angelino Alfano, è una sorta di controcanto alla cena di Arcore tra FI e Lega. Mostra una collaborazione di governo che si rinsalda dopo le tensioni seguite all’elezione di Sergio Mattarella come capo dello Stato. E bilancia il passaggio di Berlusconi all’opposizione dura, sebbene con qualche margine di ambiguità; e il rifiuto di Salvini di presentarsi alle regionali accanto al simbolo «governativo» del Ncd. Sono istantanee di un’area politica in via di disgregazione.

E conferme dei margini crescenti di manovra che Renzi può sfruttare. Ormai, la riforma elettorale è al punto di arrivo, quella del Senato potrebbe cambiare; ma in entrambi i casi è il presidente del Consiglio ad avere il timone. E può usarlo magari per venire incontro alla minoranza del Pd; o per attrarre nella propria orbita gli scontenti di FI o del Movimento 5 Stelle in Parlamento: voti che sarebbero ben accetti, in particolare al Senato, nonostante l’ombra di manovre trasformistiche.

I pericoli per il governo arrivano da fuori, dalla crisi economica europea. Il fatto che una Grecia alla disperata ricerca di crediti abbia tirato in ballo l’Italia per indicare un altro Paese a rischio di bancarotta, è preoccupante. Il ministro Pier Carlo Padoan ha giustamente definito «fuori luogo» le parole del collega greco Yanis Varoufakis, che ieri ha negato di averle mai dette. Se la situazione greca dovesse avvitarsi, però, quel giudizio maldestro potrebbe riaffiorare in Europa, e sovrastare i numeri del governo Renzi in Parlamento.

10 febbraio 2015 | 09:17

Da - http://www.corriere.it/politica/15_febbraio_10/rischio-forza-italia-il-pd-subalterna-lega-957fa86e-b0fb-11e4-9c01-b887ba5f55e9.shtml
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« Risposta #302 inserito:: Febbraio 20, 2015, 04:43:36 pm »

La Nota
Un premier determinato a rispondere colpo su colpo
Ma aumentano i segnali di accerchiamento di Palazzo Chigi da parte di Forza Italia e della minoranza del Pd

Di Massimo Franco
Con lucidità, l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ieri ha fotografato una situazione totalmente ribaltata rispetto ad alcune settimane fa. «Mi pare che si sia passati», ha detto, «da un accordo non su tutto a un disaccordo su tutto». Alludeva a quanto è accaduto tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi: un asse spezzatosi ufficialmente con l’elezione del nuovo capo dello Stato, Sergio Mattarella. Anche se è poco credibile che sia stato solo quello ad archiviare il patto di non aggressione reciproca tra Pd e FI.

Gli effetti collaterali che stanno arrivando segnano comunque un irrigidimento delle posizioni; e segnalano nuovi tentativi di mettere in difficoltà il premier: da parte dell’opposizione e dello stesso Pd. Il decreto che doveva depenalizzare alcune frodi fiscali va verso un rinvio «per evitare pasticci», annuncia Renzi: decisione presa dopo che l’ex segretario Pier Luigi Bersani aveva lanciato un mezzo avvertimento a Palazzo Chigi. Ma il premier ribadisce che il provvedimento non riguardava e non riguarderà le condanne di Berlusconi.

Il secondo attacco è venuto dopo la tragedia degli oltre trecento immigrati morti nel canale di Sicilia: un dramma che ha spinto Mattarella a parole di compassione e di solidarietà. Ma altri hanno criticato l’abbandono dell’operazione Mare nostrum . E la polemica ha irritato Renzi, che ci ha visto solo una «strumentalizzazione cinica»: per questo ha replicato subito, insieme al Viminale, spostando il tiro sul vuoto di potere in Libia e sul ruolo dell’Ue. Il terzo fronte è quello parlamentare. E lì le macerie del patto del Nazareno sono vistose. Berlusconi fa sapere che dirà come vota sulla riforma elettorale e del Senato solo alla fine; e lascia capire che farà di tutto per rallentarne l’approvazione.
In più, FI chiede al premier chiarimenti sulla legge del governo che riguarda le maggiori banche popolari, insinuando che qualcuno, nella cerchia di Palazzo Chigi potrebbe avere utilizzato alcune informazioni riservate per trarne profitto. Su questo la Consob, l’organo di controllo sulle attività di Borsa, sta indagando. L’impressione, però, è che tanta aggressività adesso sia un po’ sospetta; e che la corsa all’opposizione di Forza Italia nasca soprattutto dalle difficoltà profonde nelle quali si dibatte Berlusconi. È parte del suo tentativo di riprendere in mano il controllo del partito.

L’ultimatum lanciato ieri alla minoranza di Raffaele Fitto, al quale l’ex premier chiede di allinearsi entro due settimane o andarsene, è un gesto di nervosismo, più che di forza. «Ci vuoi cacciare perché avevamo ragione?», lo provoca l’avversario interno, mettendo in fila tutti quelli che ritiene gli errori commessi nella gestione del patto del Nazareno. D’altronde, è stato lo stesso Berlusconi a dichiarare finito l’asse con Palazzo Chigi; e ad assumersi la responsabilità delle sconfitte, ammettendo che sarebbe stato «ottuso e nefasto» continuare su quella strada. Ma è in agguato il rischio dell’altra subalternità, alla Lega, favorita dagli strappi quasi quotidiani del leader di FI.

12 febbraio 2015 | 09:56
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_febbraio_12/premier-determinato-rispondere-colpo-colpo-98685ca2-b280-11e4-9344-3454b8ac44ea.shtml
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« Risposta #303 inserito:: Febbraio 20, 2015, 04:48:35 pm »

La Nota
Uno scontro che rischia di esporre il Quirinale
Lo spettro delle urne dietro il muro contro muro.
Renzi pronto a minacciare il voto per piegare il Parlamento.
Mattarella si prepara a incontrare i leader dei partiti

Di Massimo Franco

La domanda da porsi è se la brutta pagina scritta in queste ore dal Parlamento sia figlia dell’incapacità di controllare la situazione, o di un progetto di rissa studiata a tavolino. Il risultato è comunque devastante, per l’immagine delle istituzioni; e politicamente arrischiato sia per le opposizioni che hanno cercato di bloccare le riforme con metodi discutibili, sia per un governo e una maggioranza incapaci di fermare questa spirale. L’immagine di FI, M5S, Lega, Sel che compattamente lasciano l’Aula della Camera per protesta contro la votazione di norme costituzionali non condivise, è uno strappo. Il nuovo capo dello Stato, Sergio Mattarella, riceverà martedì i partiti d’opposizione: incontri concessi su uno sfondo di esasperazione e di mancanza di dialogo, che scaricheranno ancora una volta sulle spalle del Quirinale una mediazione complicata. Beppe Grillo già attacca il silenzio di Mattarella. E Palazzo Chigi non sembra a caccia di compromessi, almeno finora. Renzi non prevede arretramenti. «C’è un tentativo di bloccare il governo. Va bene il dialogo», avverte, «ma non accettiamo ricatti».

Il premier vuole arrivare al «sì» alla riforma del Senato entro oggi. Ma c’è da chiedersi se questa fretta non renda più difficile una modifica della Costituzione sulla quale serpeggia lo scetticismo perfino nel Pd. Il modo in cui Renzi ha arringato i propri deputati nella notte di venerdì è stato accolto come una provocazione. «È venuto a fare il bullo in quest’Aula in un momento delicato e drammatico», accusa il capogruppo di FI, Renato Brunetta. Gli insulti, gli accenni di scontro fisico con i deputati del M5S in prima fila, permettono tuttavia al Pd di additare minoranze decise, più che a fare controproposte, a boicottare i lavori parlamentari. Quando però ieri pomeriggio le opposizioni hanno lasciato l’Aula, il timore che il metodo Renzi possa rivelarsi miope ha sollevato qualche dubbio anche nel Pd. Per questo in serata Renzi ha chiesto un voto al proprio gruppo: voleva essere legittimato ad andare avanti. E ora la ricucitura si presenta difficile. I guai paralleli che la rottura del patto del Nazareno comporta per Renzi e Berlusconi si stanno puntualmente manifestando. Con un presidente del Consiglio intenzionato a rispondere colpo su colpo, lasciando sullo sfondo la minaccia estrema delle elezioni anticipate per piegare il Parlamento; e tutti gli altri, decisi a giocare la carta della «deriva autoritaria», delle Camere umiliate dal governo. Non è facile prevedere la via d’uscita da questo impazzimento. Tra l’altro, i numeri sono risicati. Renzi vede già un referendum popolare sulle riforme, contro «il comitato del no di Brunetta, Salvini e Grillo». E sembra escludere qualsiasi mediazione: un messaggio al Parlamento, e al Quirinale. Si vedrà quanto definitivo.

14 febbraio 2015 | 09:04
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_febbraio_14/scontro-che-rischia-esporre-quirinale-13e128f8-b41d-11e4-9e87-eea8b5ef37a3.shtml
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« Risposta #304 inserito:: Febbraio 27, 2015, 04:44:46 pm »

La Nota
Riforma del lavoro, una scelta che riporta il governo al centro
La sfida di Renzi, che con queste decisioni «ricentra» l’esecutivo puntellando l’alleanza di governo e mantenendo alta la tensione con i 5 Stelle

Di Massimo Franco

La soddisfazione del governo è comprensibile. L’approvazione della riforma del lavoro segna la caduta di un tabù culturale, prima ancora che politico. E permette a Matteo Renzi di sottolineare come ad un anno dall’inizio della sua esperienza come premier, un simile risultato fosse pressoché impensabile. Il plauso del Nuovo centrodestra, che riconosce nel testo una propria vittoria, e di Confindustria, e il gelo del sindacato e della sinistra del Pd, trasmettono tuttavia una fotografia bifronte. Il presidente del Consiglio considera il provvedimento la fine degli alibi per le imprese che non vogliono assumere. E già intravede duecentomila nuovi posti di lavoro.

Si tratta di una sfida, più che di una certezza. Renzi la lancia, ed è deciso a considerarla vincente, anche perché scommette su una ripresa favorita dal calo del prezzo del petrolio e dagli aiuti della Banca centrale europea. In qualche misura, la evoca e quasi la anticipa, conscio che il giudizio della Commissione Ue sul suo governo dipenderà dalla sua capacità di non fermarsi sulle riforme. Ma sa bene che gli effetti non possono essere immediati. La stessa enfasi con la quale viene data per archiviata la precarietà dovrà sottoporsi alla dura verifica dei prossimi mesi. Politicamente, le decisioni prese ieri sono una manovra di «ricentraggio» del suo governo. Dopo l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale e la rottura del patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, a sinistra erano spuntate molte aspettative. Si pensava ad un Renzi pronto a spostare in quella direzione l’asse della maggioranza; e a concedere di più sui temi sociali ai settori del Pd vicini alla Cgil.

Il Consiglio dei ministri, invece, ha ignorato gli orientamenti delle commissioni parlamentari in cui queste componenti avevano detto «no» ai licenziamenti collettivi. Ed ha mantenuto invece l’impostazione voluta dal gruppo di Alleanza popolare (Ncd più Udc) di Angelino Alfano. Il risultato è di puntellare l’alleanza di governo; e di tenere alta la tensione con il Movimento 5 stelle e la sinistra del suo partito, che lo accusa di avere ubbidito alla cosiddetta «troika» FMI-Bce-Commissione Ue. Ma è un prezzo che Renzi paga volentieri, se questo permette di acquistare credito internazionale. D’altronde, il fronte interno sembra fargli meno paura. La frattura dentro FI è profonda, e le ombre processuali che continuano a proiettarsi su Berlusconi lo rendono sempre meno influente.

Questo potrebbe avere conseguenze anche sullo scontro con le opposizioni sulle riforme costituzionali. Sulla scelta di abbandonare l’aula della Camera in segno di protesta contro l’«arroganza» del governo non si vede più la compattezza di qualche giorno fa. Quanto al Jobs act , è vero che in sé è un’incognita, né potrebbe essere altrimenti. Gli scettici ci vedono come minimo una legge confusa e fonte di confusione; e soprattutto un favore alle imprese per licenziare con meno vincoli. Ma molto dipende dalle prospettive economiche. Per funzionare, la riforma ha bisogno di segnali tali da consentire nuova occupazione. Il vero tabù da far crollare sarà questo.

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21 febbraio 2015 | 08:18

DA - http://www.corriere.it/politica/15_febbraio_21/riforma-lavoro-matteo-renzi-38387778-b991-11e4-ab78-eaaa5a462975.shtml
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« Risposta #305 inserito:: Marzo 16, 2015, 11:42:13 pm »

La Nota
Renzi vince facilitato dalle divisioni degli avversari

Di Massimo Franco

I tre tronconi in cui è diviso il Parlamento sono usciti formalmente indenni dal voto sulla riforma costituzionale: almeno nel senso che non ci sono state scissioni né dissociazioni clamorose. Ma il saldo è diverso per Pd, FI e M5S. Il governo di Matteo Renzi riemerge rafforzato dal «sì» netto della Camera; e potenzialmente in grado di attrarre pezzi dell’opposizione. D’altronde, la minoranza del Pd si conferma divisa perfino sulle proposte alternative a quelle di Palazzo Chigi.

E FI si ritrova con diciotto deputati che avvertono Silvio Berlusconi di non essere d’accordo sul «no» alle riforme: avanguardie di un’attrazione forse fatale per Renzi, e di un malessere più profondo dei numeri ufficiali. Quanto al Movimento 5 Stelle, è rimasto fuori dall’Aula, confermando la sua vocazione antisistema. Verrebbe da dire che Palazzo Chigi è circondato da un nugolo di avversari che però non sono in grado di contrastarlo né di insidiarlo seriamente. E, di forzatura in forzatura, come gli rimproverano le opposizioni, sta ottenendo quello che voleva.

Nessuno pensa che la guerriglia sia finita ieri. I numeri del Senato si presentano meno rassicuranti per il governo di quelli della Camera. È anche vero, però, che quando si voterà lì le elezioni regionali saranno già alle spalle. E i «no» berlusconiani e la compattezza di facciata di FI potrebbero sgretolarsi d’incanto. L’ex premier ha cercato di valorizzare la tenuta del suo partito, evocando una presunta centralità tra «nuova destra populista» e «falso riformismo della sinistra». La sua analisi, in realtà, finisce per dare corpo alla tenaglia della Lega di Matteo Salvini, peraltro sua alleata, e di Renzi, che gli toglie spazio e ossigeno politico.

Renzi ieri ha assegnato al vicesegretario Lorenzo Guerini il compito di spiegare il motivo di una riforma costituzionale approvata a maggioranza. E non gli è stato difficile additare le contraddizioni di FI, che al Senato aveva contribuito al «sì»: le stesse evidenziate da una dissidenza berlusconiana inquieta. Il problema è che accadrà di qui a giugno. Dipenderà molto da FI. Se dopo le Regionali il centrodestra e Berlusconi riusciranno a contenere la diaspora, per il governo il Senato potrebbe diventare una trappola.

Soprattutto sulla riforma dell’Italicum, gli avversari di Renzi nel Pd sanno di giocarsi la sopravvivenza come candidati alle elezioni. Ma il calcolo e la speranza di Palazzo Chigi sono altri. Il premier confida che emerga un’area grigia di deputati e senatori d’opposizione, pronti ad appoggiare i suoi provvedimenti anche contro Berlusconi. Un po’ perché temono che altrimenti si sciolgano le Camere. Un po’ perché tendono a considerare chiusa la parabola dell’ex Cavaliere e vedono in Renzi un leader con valori che condividono: gli stessi che invece nel Pd fanno covare una scissione.

11 marzo 2015 | 08:34
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_marzo_11/renzi-vince-facilitato-divisioni-avversari-e4de49ea-c7b9-11e4-a75d-5ec6ab11448e.shtml
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« Risposta #306 inserito:: Aprile 16, 2015, 11:40:21 am »

La Nota
Una deriva che rischia di pesare sulle regionali

Di Massimo Franco

I veleni che continuano a scorrere dentro il Pd, e non solo, non saranno smaltiti presto. L’irrigidimento delle minoranze nei confronti di Matteo Renzi non sembra destinato a produrre uno sbocco: anche perché gli obiettivi degli avversari del premier appaiono eterogenei. C’è chi tenta un aggancio con il vertice del partito, proponendo uno scambio tra il «sì» alla riforma elettorale e una modifica della riforma del Senato: anche perché si tratta di un mutamento istituzionale che sottovoce molti definiscono pasticciato. Ma nessuno è in grado di capire se Palazzo Chigi accetterà una mediazione o andrà avanti come sempre.

Il premier è convinto che l’Italicum sarà approvato prima dell’estate, senza o con la richiesta di fiducia; che i «no» alla fine saranno pochi; e che a quel punto la possibilità di minacciare il voto anticipato sarà ancora più concreta. Le incognite sono altre, e tutte esterne: per questo impensieriscono Renzi. Riguardano un andamento altalenante dell’economia, rischioso per un governo che esalta ogni piccolo segnale di ripresa; e inchieste giudiziarie nelle quali rimangono impigliati dovunque dirigenti del Pd.

Sta emergendo una tentazione preoccupante: quella di agganciare la magistratura per mettere in mora gli avversari. È come se la fine del dialogo politico spingesse a estendere il conflitto sul piano giudiziario. È istruttivo quanto è avvenuto ieri. Il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, del Movimento 5 Stelle, ha annunciato per oggi un incontro a Napoli col magistrato che indaga sullo scandalo delle tangenti a Ischia: quello che ha portato alle dimissioni del sindaco.

Nel pomeriggio, al Senato, è avvenuto un episodio a parti invertite. Il presidente, Pietro Grasso, anche su pressione dei capigruppo ha fermato una denuncia di alcuni esponenti della maggioranza contro i senatori del M5S, accusati di avere bloccato i lavori. «Ho scritto al procuratore della Repubblica per affermare il difetto assoluto di giurisdizione della magistratura ordinaria sui comportamenti dei senatori nell’esercizio delle loro funzioni», ha spiegato, evitando un altro focolaio di tensioni. Ma i rapporti sono quasi fuori controllo. Lo scontro in Parlamento porta i partiti a mettere in mora gli avversari con ogni mezzo.

Il problema è se e come questa deriva peserà sulle regionali di fine maggio: anche se proprio ieri il Senato ha approvato, seppure con numeri risicati, la legge anticorruzione. È chiaro che un risultato elettorale in chiaroscuro accentuerebbe lo scontro; e porrebbe nuovi ostacoli alle riforme. Il timore inconfessato dei vertici del Pd è di perdere Liguria e Marche, roccaforti storiche del centrosinistra. Per questo, in modo un po’ prematuro, si ricomincia a parlare di voto anticipato nel 2016. In realtà, nessuno è in grado di prevedere che cosa avverrà di qui all’estate.

2 aprile 2015 | 07:23
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_aprile_02/deriva-che-rischia-pesare-regionali-a14b6948-d8f7-11e4-938a-fa7ea509cbb1.shtml
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« Risposta #307 inserito:: Aprile 25, 2015, 04:35:57 pm »

Partiti disgregati
Piccole miserie locali

Di Massimo Franco

Non è esagerato parlare di partiti in pezzi: divisi e già scissi di fatto, sebbene formalmente si esiti ancora a lacerare l’involucro dell’unità. Osservando quanto accade in vista delle elezioni regionali di fine maggio, lo spettacolo è quello di una scomposizione di forze politiche e alleanze: la conseguenza fisiologica di uno sgretolamento progressivo delle identità, dei blocchi sociali, delle nomenklature. In pochi anni, non solo i «cartelli» elettorali sono invecchiati come se ne fossero passati dieci. La dimensione locale della politica ha subito un’involuzione che la fa apparire quasi impazzita.

È il prodotto della subalternità del sistema dei partiti ad interessi che lo dominano e lo umiliano; e dell’impoverimento culturale di piccole tribù autoreferenziali che sommano i difetti del dilettantismo a quelli del professionismo del potere.

Le tante inchieste della magistratura che convergono sulle cosiddette classi dirigenti locali confermano questa deriva. E fanno apparire molti Comuni e Regioni come epicentri di un’economia studiatamente inefficiente, funzionale al malaffare. Lo iato tra livello nazionale e «periferia» non potrebbe essere più vistoso, dal Veneto alla Puglia.

Ma rischia di suggerire una contrapposizione tra due fenomeni in realtà speculari. L’esplosione dei legami dentro e tra i partiti non è soltanto la certificazione del fallimento di un’idea di federalismo. Riflette anche le scissioni sociali che sono avvenute in questi anni in un’Italia affacciata sul vuoto dell’azione politica. Sono la versione minore e moltiplicata delle migrazioni parlamentari registrate in questi anni alle Camere: indizi di un malessere ormai cronico.

Le spaccature e le riaggregazioni locali nel centrodestra, nella Lega, perfino nel Pd, imitano alla perfezione i conflitti alla Camera e al Senato. Replicano «cambi di casacca» che non sono solo frutti dell’opportunismo: rivelano un trasversalismo privo di nobiltà, e alimentato da identità debolissime e stralunate. Il cemento è il micro-interesse, e tanti micro-narcisismi collettivi che rendono difficile qualunque aggregazione forte e duratura. La domanda è se e chi riuscirà a ricompattare questo magma centrifugo. In apparenza, il modello verticale di Matteo Renzi lo sta facendo.

Ma la distanza tra il premier o il capo della Lega, Matteo Salvini, o Beppe Grillo, i tre oggi in auge, e il caotico agitarsi di anonimi candidati regionali, non esalta solo la loro capacità di leadership. Finisce anche per sottolineare i loro limiti: quasi l’impossibilità, oltre che l’incapacità, di trasformare dall’alto una realtà prosaicamente mediocre e fuori controllo. La politica nazionale inspira a pieni polmoni i miasmi locali anche perché non appare in grado di trasmettere messaggi forti di rinnovamento come quelli che si sforza di offrire all’Europa.

Il risultato è che a vincere sembra sia la «periferia» non governata, immutabile e misteriosa nei suoi gangli più oscuri: quelli che solo la magistratura finora tende a portare alla luce, delegittimando partiti che arrivano sempre dopo; e che mostrano riflessi difensivi automatici, lasciando ai giudici una supplenza di fatto che assume contorni ambigui e mostra limiti oggettivi, seguendo logiche non politiche. Sono fenomeni che corrodono quotidianamente la credibilità degli eletti, e si proiettano sulle scelte nazionali.

Vedremo come si evolverà la campagna elettorale. Ma il turbinio di liste, unioni e rotture trasmette una pessima impressione. Il crollo della partecipazione a livello locale che si è registrato negli ultimi anni non è un segno di modernità «all’americana»: anche per la rapidità con la quale sta avvenendo, suona come la risposta patologica ad una rappresentanza inadeguata e malata. Se si dovesse confermare a maggio, significherebbe un rifiuto di metodi e di formazioni non disinvolti ma, appunto, ormai percepiti come «impazziti». Sarebbe una sconfitta che nessuna riforma elettorale, né la prevalenza di uno schieramento sull’altro, potrebbero attenuare o nascondere.

Il guaio maggiore, tuttavia, non sarebbe il fallimento di una politica locale che per paradosso oggi fornisce tanti governanti, premier compreso; né la scissione di alcuni partiti, ridotti a gusci di identità irriconoscibili. Il rischio vero è quello della scissione tra l’elettorato e chi non è in grado di offrirgli una scelta degna di questo nome. Sarebbe la premessa di una pericolosa democrazia con sempre meno popolo.

15 aprile 2015 | 07:19
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_aprile_15/piccole-miserie-locali-7ca97720-e32d-11e4-8e3e-4cd376ffaba3.shtml
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« Risposta #308 inserito:: Maggio 10, 2015, 04:47:57 pm »

LEGGE ELETTORALE
Italicum, un vero spartiacque politico
La nuova legge elettorale è un successo controverso di Renzi.
Approvarla a colpi di fiducia ne ha minato la legittimità. Ma il nuovo testo non è peggiore del Porcellum

Di Massimo Franco

È stata approvata la nuova legge elettorale, e questo è un merito che Matteo Renzi può ascriversi. La sua vittoria prescinde dal contenuto della riforma, che entrerà in vigore tra non prima di un anno e produrrà effetti ancora tutti da verificare. Anche dal punto di vista del metodo, l’Italicum ufficializza un successo controverso. Approvarlo senza nemmeno l’appoggio dell’intera maggioranza di governo, e con gli scanni dell’opposizione deserti, offre agli avversari un’arma per contestarne la legittimità; e crea un precedente nella storia parlamentare, del quale la sinistra si è assunta la responsabilità. Si tratta di un vero spartiacque, destinato a segnare il futuro della legislatura.

Verosimilmente non sarà ritenuto incostituzionale. E l’Italicum non è certo peggiore del Porcellum di cui prende il posto. Ma porta con sé il trauma della frattura dentro il Pd di cui Renzi è segretario, e forse ne produrrà altri. E pone il problema di una ricostruzione degli equilibri e degli spazi dell’opposizione, oggi ridotta ad un cumulo di macerie e di piccoli protagonismi che esaltano l’assenza di leadership: in primo luogo nel centrodestra che del sistema è stato a lungo il baricentro. L’idea che alle prossime elezioni si vada a un ballottaggio tra Pd renziano e Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo non è rassicurante. I l tramonto del berlusconismo, in particolare, lascia un vuoto che né la Lega estremista di Matteo Salvini, né la sinistra in versione «centrista» sono in grado di riempire del tutto. Sembra che esista solo il Pd, ma non può né deve durare: altrimenti vincerà non il bipolarismo bensì l’astensionismo. Dunque, per paradosso, l’Italicum dovrebbe accelerare la ricomposizione di un’area che sembrava rassegnata ai tempi lunghi e a convulsioni infinite. È comprensibile il trionfalismo col quale il premier elenca le doti, vere o presunte, della sua creatura: è uno strumento vincente. Eppure, bisogna prepararsi ad altri strappi di qui al passaggio della legge costituzionale che svuota il Senato, dopo l’estate: il secondo spartiacque.

In un futuro non lontano, non si può escludere nemmeno che si arrivi ad una disdetta dell’Italicum, cucito su misura per il vincitore di turno. Evoca infatti il passaggio troppo brusco da una fase che favoriva in modo inaccettabile le minoranze, ad una altrettanto discutibile di primato del governo. Renzi, tuttavia, ha l’aria di chi sente di avere ragione quasi «a prescindere». Le sue sfide, vissute dagli oppositori come provocazioni, stanno avendo successo perché sono figlie dell’immobilismo precedente. Vero o falso non importa: come tale è stato percepito. Può ringraziare il proprio partito, ridotto ad una falange spaventata e ubbidiente, con una minoranza interna esacerbata fin quasi al suicidio politico.
Onore a Renzi, dunque, per il coraggio e l’astuzia dimostrati in questi mesi. Ha capito che per una fetta di opinione pubblica non conta che cosa e come si cambia, ma il cambiamento in sé. E il voto europeo del 2014, con oltre il 40 per cento dei voti a favore del partito del presidente del Consiglio, è un surrogato abbagliante e potente di investitura popolare. Permette a Renzi di considerare l’Italicum come un prodotto anche di quei consensi, di un mandato indiretto ad andare avanti con le riforme: ad ogni costo. Passa in secondo piano l’accusa avversaria di prepararsi in realtà una vera investitura alle condizioni più vantaggiose.

Sarebbe ingiusto, tuttavia, attribuire a Renzi non solo meriti ma anche demeriti che non ha. Quanto accade è la conseguenza inevitabile degli errori altrui; e di una crisi del sistema politico, della quale il premier si sta rivelando un abile utilizzatore. Scaricargli addosso colpe e cattive intenzioni non basta a nascondere la pochezza dei suoi critici. I rischi di una dittatura allo stato nascente, dunque, vanno presi per quello che sono: frutti di una polemica velenosa, e di argomentazioni tardive. Il pericolo è un altro: che la narrativa sulle grandi riforme destinate a trainare la ripresa si riveli retorica; e che manchi un’opposizione degna di questo nome, in grado di contrastarla e di offrire un’alternativa. L’assioma renziano è che l’Italicum sarà uno dei volani dell’economia. C’è da sperare che abbia ragione: sebbene i dati, dispettosi, finora lo assecondino con un ritardo preoccupante.

5 maggio 2015 | 08:02
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_maggio_05/italicum-vero-spartiacque-politico-99193fa2-f2e7-11e4-a9b9-3b8b5258745e.shtml
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« Risposta #309 inserito:: Maggio 11, 2015, 09:53:28 am »

La maggioranza marcia sulle macerie dei partiti
Gli effetti Lo sfaldamento della minoranza dem rende pagante la sfida di Renzi sull’Italicum e indebolisce le ipotesi di scissione

Di Massimo Franco

S i discuterà a lungo se i 38 voti del Pd contro la fiducia al governo sulla riforma elettorale siano pochi o molti; se Matteo Renzi, imponendo la forzatura, abbia dato mostra di forza o di debolezza; e se davvero in questo caso si tratta di «no che si contano e si pesano», nelle parole di Rosy Bindi, una degli sconfitti. L’impressione è che il presidente del Consiglio abbia scommesso sulle divisioni della minoranza e vinto; e che per i suoi avversari interni si apra una fase delicata. Dovranno affrontare non tanto l’arroganza di Palazzo Chigi, che pure è evidente, quanto il rischio di apparire irrilevanti.

Quando il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, parla di «strappo contenuto» e nega azioni disciplinari contro chi ha disubbidito al governo, archivia politicamente lo scontro. Lo declassa, come il ministro Maria Elena Boschi, a qualcosa di fisiologico. Eppure l’Italicum rappresenta una svolta, drammatizzata dalla fiducia. Ma quando cinquanta deputati del Pd anti-Renzi fanno sapere che voteranno comunque «sì» per senso di responsabilità, la spaccatura con i fautori del «no» è evidente. E rivela la diversità di obiettivi che si annida tra gli oppositori del premier.

È indubbio che colpisca la presenza tra i «no» dell’ex segretario Pier Luigi Bersani, dell’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, dell’altro ex segretario Guglielmo Epifani e della stessa Bindi. Ma con i numeri che si sono delineati ieri, c’è da chiedersi se davvero esista una fronda ristretta ma «pesante» a Palazzo Chigi; oppure se il ridimensionamento di alcuni esponenti storici del Pd sia stato sancito proprio ieri. L’ipotesi di una qualunque scissione è ancora meno verosimile; e si allontana anche quella di elezioni anticipate.

Si delinea invece un renzismo deciso a utilizzare le debolezze altrui, approfittando della mancanza di una leadership alternativa; e pronto a sfidare i nemici, a costo di prendere iniziative destinate a lasciare lividi istituzionali profondi, e precedenti ingombranti. Forza Italia si vanta della propria compattezza, ma non può nascondersi che l’appello alla rivolta nel Pd è caduto nel vuoto. E il Movimento 5 stelle ironizza su un Sergio Mattarella «imbavagliato» al Quirinale. Ma la realtà è che la maggioranza marcia sulle macerie dei partiti: anche del Pd come è stato fino a poco tempo fa.

Può permetterselo perché è sostenuta da un Parlamento provocato sulle riforme; e spaventato dall’idea di un fallimento. Almeno fino a che non si capirà se la ripresa economica è una finzione o una realtà, Renzi insisterà sulla narrativa della «volta buona»; dei diritti della maggioranza e dei doveri delle minoranze. Il Nuovo centrodestra, alleato renziano, cerca di negare che ci sia «un uomo solo al comando». Eppure, la giornata di ieri dice il contrario. Forse gli avversari dovrebbero cominciare a porsi qualche domanda. Autocritica.

30 aprile 2015 | 07:23
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_aprile_30/maggioranza-marcia-macerie-partiti-abba2a42-eef8-11e4-a9d3-3d4587947417.shtml
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« Risposta #310 inserito:: Giugno 02, 2015, 12:02:42 pm »

Editoriale

Incognite e ricadute di un voto
Ora bisognerà vedere se dal nuovo crollo della partecipazione il governo uscirà più o meno indenne.
Il sogno del sei a uno sembrava a portata di mano ma si è ingarbugliato.

Di Massimo Franco

La diserzione dalle urne era prevista, a conferma che nessun partito sembra ancora in grado di trascinare l’Italia al voto: compreso il Movimento 5 Stelle. E certamente le elezioni regionali non erano il richiamo più attraente per invertire la tendenza. Rimane da vedere se da questo nuovo crollo della partecipazione il governo uscirà più o meno indenne. Il sogno del sei a uno, che ieri notte sembrava a portata di mano, alla fine si è ingarbugliato. È stato sciupato da un’incertezza palpabile sull’esito in Liguria, perfino in Umbria e forse in Campania: a conferma che l’astensionismo e le divisioni fanno saltare qualunque previsione.

È un’ombra, quella ligure, in grado di trasformare il risultato del partito di Matteo Renzi in una nuova guerra di logoramento con la minoranza interna. Riproporrebbe due fantasmi in un colpo solo: quello di un Movimento 5 Stelle sempre forte e in grado di erodere voti anche a sinistra; e di una lista degli avversari renziani del Pd determinati a dimostrare che non è sempre un vincente. Per quanto locali, le elezioni di ieri dovevano consentire al premier di puntellarsi e di brandire il risultato come una clava da usare contro quanti hanno scommesso su un risultato ambiguo. I l partito di Renzi ha fatto e disfatto la campagna elettorale. Ed è al suo interno, dunque, che bisogna aspettarsi contraccolpi: anche perché il suo calo rispetto alle europee del 2014 è vistoso. Il prezzo pagato è stato di immagine, di tensioni. Ma anche di voti. Ha pesato un sabotaggio elettorale, a volte larvato, altre esplicito. Ed è difficile pensare che quanto è accaduto rimarrà senza conseguenze traumatiche: soprattutto per il voto ligure.

Era previsto anche il ridimensionamento non solo del centrodestra ma di Forza Italia. E l’impressione è che il grande serbatoio delle astensioni contenga anche la frustrazione e il disorientamento dell’elettorato di Silvio Berlusconi. La sua crisi ha portato con sé quella della coalizione che fino a quattro anni fa dominava l’Italia. Il successo scontato in Veneto non smentisce questa analisi. Anzi, essendo un trionfo trainato dovunque da una Lega in ascesa, drammatizza la competizione per la guida di uno schieramento tutto da reinventare.

Eppure, aritmeticamente FI più Lega rimangono l’alternativa al blocco renziano. Il risultato in Liguria e in Umbria ridanno ossigeno all’idea che un centrodestra unito dia filo da torcere alla strategia del premier. Ma questo non può cancellare l’aspetto più eclatante delle regionali: quasi metà dell’elettorato non è andato a votare. Significa che tutti i partiti sono immersi nella crisi. M5S e Lega la ri-flettono crescendo, eppure nemmeno loro sono in grado di risolverla. Gli altri debbono chiedersi come possono fermare una deriva che radicalizza l’Italia. E rischia di rallentare la corsa del governo e delle riforme.

1 giugno 2015 | 08:32
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DA - http://www.corriere.it/editoriali/15_giugno_01/incognite-ricadute-un-voto-regionali-5a4627b2-081e-11e5-b4ea-8178709faaab.shtml
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« Risposta #311 inserito:: Giugno 05, 2015, 11:10:15 pm »

Da Syriza a Podemos
Il contagio del populismo
I progetti di questi movimenti si rivelano velleitari e paralizzanti

Di Massimo Franco

Adesso si può davvero parlare di europopulismo. Con cromosomi «di sinistra» sull’asse del Mediterraneo, dalla Grecia alla Spagna, passando per l’Italia; e «di destra» nell’Europa del Nord e dell’Est, ma anche in una Francia in bilico tra l’estremismo e la tenuta del sistema. Le virgolette sottolineano l’ambiguità di fenomeni connotati da un forte trasversalismo, che sul piano elettorale e a breve termine li premiano, permettendo di umiliare o almeno spaventare i partiti tradizionali e l’intero sistema; nel medio periodo ne mostrano le crepe e l’identità approssimativa.

La novità, però, è che dopo la vittoria a livello locale di Podemos, «possiamo», caricatura antisistema e iberica del «we can» del democratico Barack Obama nel 2008 negli Usa, quei fenomeni non si possono più analizzare come in precedenza. Il successo del «professore col codino» Pablo Iglesias segue quello di Syriza in Grecia. E certifica il passaggio dei populismi dal ruolo di opposizioni irriducibili a quello di forze di governo. Attori non solo «non statali», ma «antistatali», alle quali il voto consegna, in misura diversa, le leve del comando.

Significa che il malcontento delle opinioni pubbliche occidentali verso l’Europa dell’«austerità» non si sta attenuando, anzi, lievita. Ed ha implicazioni destabilizzanti. Tsipras è stato il primo «canarino nella miniera» dell’Ue, a segnalare che stava per verificarsi un’esplosione. Podemos è il secondo. Ma vedendo quanto accade tra Atene e Bruxelles, col rischio vero di un’uscita traumatica dal sistema della moneta unica e il collasso della Grecia, non ci si può non chiedere che cosa comporterebbe in prospettiva una vittoria del populismo in Spagna a livello nazionale.

È chiaro, infatti, l’obiettivo da distruggere. Sta diventando altrettanto evidente, però, che la ricetta di governo di questi movimenti è insieme velleitaria e nebulosa; e conduce a una deriva come minimo paralizzante. La metamorfosi del populismo d’opposizione in uno di governo cambia dunque i contorni e i termini della sfida. La drammatizza. E accelera il pericolo che la crisi economica dei Paesi mediterranei porti non più a un’Europa a due velocità, come si diceva fino a qualche anno fa, ma a «due classi»: classi che non procedono, seppure a ritmi diversi, nella stessa direzione ma divergono sempre di più.

Il problema è che i populismi antisistema non sembrano né intenzionati né in grado di istituzionalizzarsi, di diventare un’alternativa vera ai partiti storici. Vedono il governo come un prolungamento e un megafono delle piazze. E se anche tentano o fingono di rispettare i vincoli continentali, si ritrovano prigionieri delle promesse fatte all’elettorato. Il risultato è la paralisi decisionale, come mostra la Grecia; un indebolimento dell’Europa come attore internazionale ed elemento di coesione; e una sottolineatura dei suoi limiti strategici e della sua politica, zavorrata dai nazionalismi.

L’Italia è stata l’avanguardia del fenomeno. L’ha anticipato con l’affermazione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e, a destra, con quello della Lega. Ma rimane un laboratorio e un punto d’osservazione interessante per l’intera Europa, perché si sta già misurando con tutti i limiti dell’europopulismo. Il movimento di Grillo ha mostrato la sua sterilità politica nell’impatto con le istituzioni parlamentari. E ora, per quanto avvantaggiato dalla crisi, appare meno irresistibile di prima. Lo stesso vale per la Lega, forte ma intrappolata nei suoi confini culturali.

In fondo, l’Italia appare spaventata dalla crisi, e insieme conscia dei limiti dei suoi «pifferai populisti». Da noi, il vero partito di protesta promette di essere l’astensionismo. La prossima frontiera minaccia di essere lo sciopero del voto, in attesa di un’offerta diversa che oggi non si vede. A breve termine può essere un argine contro la vittoria di forze incapaci di governare. Alla lunga, può diventare il sintomo grave di una democrazia malata, esposta a una volatilità e a un’improvvisazione che l’ingegneria istituzionale ed elettorale cerca di correggere. C’è da sperare che ci riesca, e non finisca per accentuarle.

26 maggio 2015 | 07:42
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_maggio_26/europa-populismo-podemos-spagna-2ef50d08-0369-11e5-8669-0b66ef644b3b.shtml
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« Risposta #312 inserito:: Giugno 06, 2015, 05:35:47 pm »

La Nota
Cresce il timore per gli effetti internazionali delle inchieste

Di Massimo Franco

Il tentativo del Pd è di mostrare tolleranza zero verso i corrotti del partito, salvando la giunta di Ignazio Marino e quella regionale di Nicola Zingaretti. La strategia ha un doppio obiettivo. Il primo è di impedire che i nuovi arresti dell’inchiesta «Mafia capitale» aggravino la frattura tra i partiti di governo e l’opinione pubblica. Il secondo è di mostrare una determinazione che oscuri le polemiche su Vincenzo De Luca in Campania. Il partito di Matteo Renzi è stato bersagliato da opposizioni e avversari interni per avere sostenuto la sua candidatura, nonostante una condanna che lo porterà ad essere sospeso dalla carica.

Palazzo Chigi appare deciso a difendere a oltranza Marino, per quanto controverso e poco amato: il sindaco come baluardo della legalità contro la «Mafia Capitale» scoperchiata dall’inchiesta del procuratore Giuseppe Pignatone. Se questa è l’impostazione, qualunque richiesta di dimissioni viene definita come un aiuto alla criminalità. Il sindaco ha indubbiamente dalla sua parte il fatto di essere considerato un nemico «dai poteri criminali che ne auspicavano la caduta», come ricorda il commissario Matteo Orfini.

Si accredita la rottura tra il Pd del passato che «non si era accorto della guerra tra bande», e l’attuale, trasformandolo nella bandiera di una «antimafia capitale». E il premier rafforza la tesi, avvertendo che «chi ha violato le regole deve andare in galera e pagare tutto fino all’ultimo giorno». Tra i Democratici, tuttavia, serpeggia il dubbio che lo spostamento del fronte da Napoli alla capitale sia difficile da tenere. Orfini sostiene che il partito romano si sarebbe «rigenerato»: tesi accolta con cautela.

La domanda fatta sotto voce è che accadrebbe se nelle prossime settimane dovessero arrivare altri arresti, e il cerchio si stringesse ancora di più intorno alla giunta Marino e alla Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti, associato come garanzia di un nuovo corso virtuoso. L’idea che la magistratura abbia tolto «un ascesso» criminale è suggestiva, ma forse un po’ riduttiva. Non sembra tenere conto della pervasività della corruzione; delle sue ramificazioni e della sua profondità.

Per questo, non si esclude a priori la possibilità che il Comune sia sciolto dal prefetto e commissariato: sebbene tutti sappiano che si tratterebbe di una scelta politica traumatica, decisa a Palazzo Chigi. L’insistenza con la quale Lega, FI e soprattutto Movimento 5 stelle chiedono le dimissioni di Marino, punta probabilmente a impedirle. Verrebbero viste infatti come un cedimento o come un’ammissione di responsabilità. Ma esiste anche una preoccupazione più generale: sciogliere il Comune di Roma nell’anno del Giubileo sfregerebbe l’immagine internazionale dell’Italia. L’ennesimo attacco del Papa alla corruzione è un monito pesante.

5 giugno 2015 | 08:08
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_giugno_05/cresce-timore-gli-effetti-internazionali-inchieste-63bd455c-0b41-11e5-91e7-d0273dfd0555.shtml
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« Risposta #313 inserito:: Giugno 16, 2015, 11:25:10 pm »

Faide a sinistra
Nelle urne i veleni di partito

Di Massimo Franco

A questo punto il problema non è più la candidatura di Vincenzo De Luca in Campania, ma il Pd. Meglio, «i» Pd. La pubblicazione della lista dei cosiddetti «impresentabili» da parte della commissione parlamentare Antimafia appare, forse perfino al di là delle intenzioni, l’apice velenoso dello scontro nel partito del presidente del Consiglio. E proietta, dilatata ed esasperata, l’immagine di una forza divisa da rancori che riaffiorano a due giorni dal voto regionale di domenica; e frantumano nel modo più eclatante un simulacro di unità che neppure il timore del responso elettorale è riuscito a salvaguardare.

Rosy Bindi, presidente dell’Antimafia ed esponente della minoranza del Pd, ieri ha sostenuto una tesi singolare. Ha detto che la commissione ha aspettato fino all’ultimo a diramare i nomi dei diciassette candidati (poi ridotti a sedici perché c’era un errore) ritenuti poco presentabili, per non interferire nelle elezioni. Ma era scontato che in realtà l’esito sarebbe stato opposto: tanto più dopo che Matteo Renzi e l’intero gruppo dirigente del Pd si erano sbilanciati a favore di De Luca, sfidando la legge Severino e la decisione di appena due giorni fa della Corte di cassazione. È stato precisato che la Bindi non si è mossa autonomamente: ha seguito le indicazioni dell’Antimafia. Eppure, rimane il sospetto che sul pasticcio di una candidatura a dir poco controversa si sia innestata l’ennesima faida nel Pd. Un surrogato di scissione, o forse un suo anticipo; comunque, un atto che non potrà non preludere ad una feroce resa dei conti postelettorale nel cuore della maggioranza governativa: sia che Renzi riemerga con l’aureola del vincitore in gran parte delle sette Regioni; sia che l’esito risulti meno favorevole. La questione degli «impresentabili» segna uno spartiacque nello scontro tra le tribù di quello che, verrebbe da dire al passato, è stato il Pd.

Gli attacchi virulenti dei renziani contro la Bindi, e la reazione stizzita di alcuni esponenti del partito in sua difesa, ne sono il preludio. Il tema è scivoloso. Affidare ad un organo politico come l’Antimafia una sorta di censura morale, a urne quasi aperte, contro alcuni candidati, sa di giustizialismo fuori tempo massimo. Questo non significa sottovalutare né nascondere gli errori o l’insipienza, o entrambe le cose, di partiti che sembrano incapaci di selezionare i dirigenti con criteri di onestà e competenza. Né si può ignorare la tentazione del Pd di aggirare le leggi in base alle convenienze del momento.

Ma bisogna chiedersi perché l’iniziativa dell’Antimafia non sia stata presa prima; e come mai abbia prevalso una certa estemporaneità. L’effetto è comunque devastante. Non si sente soltanto l’eco eterna del cupio dissolvi di una sinistra in questo caso lacerata dall’avvento di Renzi. L’aspetto più inquietante è il riflesso che l’intera vicenda avrà sul voto di domani e probabilmente su quelli futuri. Quanto accade serve solo a portare nuovi mattoni al monumento dell’antipolitica: un altro regalo, involontario e per questo ancora più stupefacente, ai teorici dell’astensionismo e ai campioni del populismo; e, per paradosso, proprio agli «impresentabili».

30 maggio 2015 | 08:33
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_maggio_30/nelle-urne-veleni-partito-87ed71a4-068c-11e5-8da5-3df6d1b63bb7.shtml
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« Risposta #314 inserito:: Giugno 27, 2015, 10:17:30 am »

IL COMMENTO
Un segnale d’allarme per il partito e per il governo
È presto per dire se qualcosa stia cambiando, nel rapporto tra palazzo Chigi e il Paese.
Di certo, la fatica di governare si comincia a sentire

Di Massimo Franco

L’onda lunga dell’astensionismo nei ballottaggi di ieri trasporta molti detriti. Si intravedono quelli di istituzioni locali delegittimate; di scandali come quello di Mafia Capitale; e di un’emergenza immigrazione che si scarica sulle città e su Palazzo Chigi. Vedere andare alle urne meno della metà dei votanti continua a preoccupare. Ma non si può sottovalutare la sconfitta bruciante del Pd a Venezia; né i risultati deludenti ottenuti in altri Comuni dal partito di Matteo Renzi. È presto per dire se qualcosa stia cambiando, nel rapporto tra palazzo Chigi e il Paese. Di certo, la fatica di governare si comincia a sentire. E fa riemergere un centrodestra che sembrava condannato all’irrilevanza. Soprattutto, non permette al partito del premier posizioni di rendita. Il Pd paga le divisioni interne, le contraddizioni sulle questioni più spinose, e i risultati controversi del governo in materia di occupazione e di sicurezza.

Ma sul profilo di vincitori e vinti si allunga la grande ombra del partito antielettorale. Per questo, sostenere che i ballottaggi erano un test per Renzi appare vero solo in parte: vanno oltre il governo. Con i numeri di ieri, qualunque simulazione o proiezione nazionale rischia di rivelarsi azzardata. Siccome nei Comuni non c’erano candidati del M5S, si cercava di capire dove sarebbero finiti quei consensi. Il sospetto è che siano andati dovunque.

Il numero degli astenuti conferma solo quanto l’opinione pubblica senta lontani i poteri locali, come avevano detto le Regionali del 31 maggio. In questo, l’Italia elettorale appare omogenea, da Enna a Venezia. Il capoluogo veneto era reduce da undici mesi di commissariamento per uno scandalo che aveva toccato la giunta di centrosinistra. Il Pd sperava che bastasse candidare l’ex magistrato e senatore Felice Casson, in vantaggio al primo turno, per recuperare credibilità. Non è stato così.

Il centrodestra ha vinto affidandosi ad un imprenditore quasi sconosciuto, Luigi Brugnaro. E sebbene Casson sia espressione della minoranza del Pd ostile a Renzi, la sua sconfitta si farà sentire: anche perché in altri Comuni i risultati sono stati ugualmente in chiaroscuro, per palazzo Chigi. Rivendicare la vittoria, insomma, non è facile per nessuno. L’astensionismo patologico rimanda ad una questione di sistema. In teoria mancano più di due anni alle elezioni politiche.

Dunque, il tempo per contrastare il partito del non voto ci sarebbe. Dipenderà da come verrà impiegato, però. Il sospetto è che la propensione alla rissa di tutti contro tutti significherebbe aggravare il problema. Si tratta di una deriva che la maggioranza del Paese rifiuta, invocando un cambio di cultura politica che faccia riscoprire l’interesse nazionale: un antidoto alla desertificazione progressiva delle urne e della democrazia.

15 giugno 2015 | 07:51
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_giugno_15/segnale-d-allarme-il-partito-il-governo-f66f8d7e-1320-11e5-8f7b-8677cfd62f52.shtml
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