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Autore Topic: News dal PAESE che il PD deve fare MIGLIORE.  (Letto 9243 volte)
Admin
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« il: Settembre 12, 2008, 10:27:18 »

Terra Patria


12 settembre 2008   Dalla scuola estiva


 “Dobbiamo ripensare lo sviluppo, la nozione di crescita in funzione del criterio fondamentale: il miglioramento della condizione umana. Il meglio non è per forza il più, in alcuni casi lo è il poco, sostituiamo la qualità alla quantità”.
Non è un’utopia ma il fil rouge della conferenza tenuta dal sociologo francese Edgar Morin nella giornata di inaugurazione della scuola politica del PD, Globale Locale.
In un italiano a tratti incerto e sostituito da un meltin-pot linguistico italo-franco-inglese Morin ha analizzato smontato e riassemblato il significato di globalizzazione, indicando per l’umanità un obiettivo suggestivo: una nazione dell’umanità estesa su tutto il globo, la terra patria.
Riallaccia la storia da Colombo e Magellano agli anni ’90. “Oggi ci sono tutte le informazioni, ma abbiamo difficoltà a a raggiungerle. C’è stata una nuova tappa della storia, la globalizzazione. Cosa intendiamo quando parliamo di globalizzazione? Soprattutto lo sviluppo di due fenomeni”. Il primo è l’affermarsi di un mercato capitalistico mondiale a fronte dell’implosione sovietica che ci ha portati a passare dalla contrapposizione politico – economica all’unificazione globale; il secondo lo sviluppo delle comunicazioni che ha portato a una platea mondiale unificata.

3 paradossi per un modello in crisi. Primo paradosso: dall’unificazione economica e tecnologica si è arrivati alla “balcanizzazione in Yugoslavia, nella Cecoslovacchia e nel resto del mondo, con tendenze alla chiusura etnica e religiosa.
Secondo paradosso: dalle due ultime decadi del ventesimo secolo è iniziata la dissoluzione della fede nel progresso. “La legge irresistibile della storia ha mosso uno sviluppo inesorabile a partire da una società industriale avanzata, che voleva ridurre le diseguaglianze in nome di un domani migliore. Era così in Europa dopo la rivoluzione francese, negli USA e nell’Urss che parlava di un avvenire radioso. Poi c’è stata la generale disillusione del progresso, con il montare di incertezze ed ambiguità. Questo perché la scienza è progresso della conoscenza, certamente, anche della conoscenza delle armi di distruzione di massa come gli ordigni nucleari, della manipolazione genetica, è l’ambivalenza della scienza che migliora il peggio - è il primo dei giochi linguistici con cui per quasi due ore l’ottagenuario sociologo avvincerà il pubblico seduto nell’anfiteatro della rocca di Castiglione del Lago - il benessere crea angoscia e malessere morale, perché è privo di amore.
Terzo paradossola crisi del progresso è la crisi del futuro. Morin ci descrive un percorso ciclico, scelto da noi: “Se il presente è un presente di miseria, angoscia, paura del futuro non può indurci che a ritornare al passato, a radici etniche o religiose, a un mondo unificato con conflitti tra religione e sviluppo”.

3 globalizzazioni, una terra. Il sociologo francese descrive tre globalizzaizoni, di intensità diverse. C’è quella economica che è evidente, c’è quella della democrazia, in America latina e in Africa. E poi la globalizzazione culturale. “Già Marx capiva le potenzialità del capitalismo di fare una cultura universale, ma si tratta di una globalizzazione ambivalente, ambigua, così nella letteratura e nel cinema possiamo trovare prodotit da tutto il mondo, ma c’è una tendenza omologante – ha spiegato Morin – ma poi alcuni valori culturali importanti vi hanno torvato soccorso. A me piace il flamenco, ma questa musica andalusa stava scomparendo. L’industria discografica ha messo sul mercato delle antologie e oggi non solo è vitale ma dà vita a delle simbiosi culturali, come il flamenco rock! Vi sono diverse globalizzazioni, non possiamo dimenticarlo e dobbiamo affrontare assieme alcuni pericoli”. Sono i temi anticipati nella prima parte della lezione: la diffusione del nucleare, la degradazione della biosfera dovuta allo sviluppo tecnico economico, i conflitti ideologico/religiosi. “E cosa sono? Sono problemi di vita e morte che fanno di noi una comunità di destini umani,la Terra patria, che non abbandona gli stati nazione ma vede una patria collettiva. L’umanità è fatta di diversità ma il suo tesoro è l’unità umana. Abbiamo tutti la stessa anatomia e la stessa genetica, non la cultura. ci sono le culture, le musiche e non la musica, le lingue e non il linguaggio, ma ogni cultura è diversa, perché diverso è l’apprendimento".

L’abc di una società è dato da pochi elementi, che non perde occasione di ricordare per confutare le sue parole: “Una società necessita di un territorio con comunicazione, un’economia che si c’è, ma senza la regolazione statale, da una coscienza comune e da una struttur apolitica. Queste ultime due non le abbiamo ancora”. Quando si fa ormai buoi Morin scarta e offre alla platea il quarto paradosso: “è il progresso a impedire la concretizzazione di Terra – Patria. La nave spaziale terra ha come motore la tecnica, la scienza il profitto e l’economia. Tutto questo, che chiamiamo sviluppo va verso la catastrofe! Si producono armi, si degrada l’ambiente e crescono i conflitti etncio-religiosi. Ripensiamo questo processo perché lo sviluppo può dare vantaggi importanti, ma lasciato a sé stesso produce la catastrofe”.

Crisi e soluzione. "Stiamo correndo lasciandoci alle spalle un complesso di crisi: la crisi della civilizzazione tradizionale, l’occidente ipermodernizzato produce più problemi che soluzioni, c’è la crisi delle relazioni, quella delle diseguaglianza. E rinasce la miseria, la popolaizone cacciata dai campi finisce nelle bidonville, nelle favelas, in condizioni illegali. Cos’è più importante? Gli aspetti negativi sono considerati più importanti di quelli positivi, come ad esempio accade nella Cindia, dove viene prodotta miseria. È la proletarizzazione totale e non la povertà, che può essere vissuta con dignita. lo sviluppo disintegra la solidarietà tradizionale e sviluppa egoismo, individualismo, egocentrismo. e produce corruzione”.
Nel giorno dell’ottavo anniversario dell’11 settembre quando lo scenario sembra quello più fosco, delinea la soluzione: “Dobbiamo ripensare lo sviluppo, il concetto di crescita, non per abbandonare tutto in nome della decrescita ma per lasciare la visione binaria e adottarne una più complessa. Ripensiamo tutto in nome del criterio fondamentale”. Ci sono lunghi secondi di causa prima che l’ottantasettenne pensatore cominci a scandire: “il miglioramento delle condizioni di vita, dimenticato nelle visioni della globalizzazione. Il meglio e non il più, in alcuni casi il poco è meglio. Sostituiamo la qualità alla quantità è la soluzione. Meglio e non di più, prima di tutto la qualità della vita. La qualità della vita è diventata un problema politico centrale. Lo sviluppo ci ha portato addirittura ad un uso spasmodico di ansiolitici per questa vita”.

Occorre cambiare l’idea dello sviluppo anche e soprattutto verso i paesi in via di sviluppo, rispettando le peculiarità locali (che sono diversità), nella cultura come nella medicina tradizionale, perché ogni cultura ha i suoi difetti e le sue ricchezze. “La politica dell’umanità deve integrare le diversità. Certo è difficile cambiare, ma questa è la scommessa. Come ? in 7 settori”.

L’interdisciplinarietà che lo ha reso celebre, rendendo difficile agli accademici inserirlo tra i sociologi o tra i filosofi si spiega con questo approcio: lucido, provocatorio, ambizioso, a volte romantico. Proviamo a sintetizzare la politica del cambiamento di Morin.

1. Economia. Serve una forma di regolazione dell’economia mondializzata e serve un’economia plurale, che non ruoti solo intorno alle grandi multinazionali, all’agricoltura intensiva, ma cresca con l’artigianato, le cooperative, le medie imprese, lo sviluppo della produzione biologica e di qualità, la reumanizzazione delle città, la rivitalizzazione delle campagne. Le politiche economiche devono essere orientate a questa pluralità.
2. Politica. Vanno ritrovate le tre fonti della sinistra: la fonte libertaria (attenzione ai problemi delle libertà fondamentali, all’autonomia personale), la fonte socialista (la relazione tra individuo e società), la fonte comunista (relazioni di comunità non anonime e separata). L’aspirazione umana all’armonia di vita è unmovimento trans-storico, forse soddisfatta nelle società antiche prima dell’esperienza statuale, ricomparsa nel ’68. dice Morin: “è l’ispirazione che viene da più lontano. Dal passato ma è anche l’ispirazione del futuro”.
3. Riforma del pensiero. Va superata l’idea dei compartimenti stagni che impedisce di vedere e affrontare i problemi globali e le relazioni delle situazioni particolari in un unico globale. Ciò ci impedisce di affrontare i problemi globali come i problemi personali individuali. Riforma del pensiero è anche una riforma dell’educazione. E lancia un monito. “Il PD riformi l’educazione”.
4. Riforma della vita: aspirazione ad un’altra vita, alla poesia della vita, fatta di amore, comunione, partecipazione. Bisogna lottare per l’evasione, ritrovare un sentimento della solidarietà e della comunanza, superare la vita prosaica.
5. Riforma etica. Ha due fonti : solidarietà e responsabilità. Due dimensioni connesse che si alimentano e si completano. Oggi è distrutta ogni forma di solidarietà personale (in famiglia, sul lavoro, nel proprio paese) . Oggi c’è una nuova solidarietà burocratizzata che però non viene incontro alla persona e ai suoi problemi. Che fare? Morin ricorda due proposte da lui fatte in Francia: “Costruire in ogni città una casa della solidarietà, un luogo dove le persone sono disponibili per gli altri. E un servizio civico di solidarietà internazionale, in modo che i giovani possano partire e soccorrere i loro fratelli in difficoltà in altri paesi Le ultime due riforme riguardano l’ecologia e il lavoro, strettamente connesse per garantire uno sviluppo sostenibile e una nuova centralità umana".

“Il problema è cominciare”. Lo dice così: secco, lapidario. Poi riparte: “tutto nasce dal piccolo, tutti gli inizi sono devianti e così siamo noi. Il cristianesimo è nato da gesù con 12 apostoli e un uomo di nome Paolo. L’islam da un uomo che deve fuggire, il socialismo dall’anarchia di Bakunin. È necessario operare una connessione permanente tra le diverse dimensioni di riforma per produrre una nuova cultura politica. La questione è una rigenerazione della politica, senza la quale si produce una degenerazione inesorabile della stessa. Il Pd deve seminare, fare workshop, formaizone permanente, e inziare una nuova cultura politica. Dove ‘è il pericolo, la coscienza del pericolo fa trovare la coscienza e le possibilità della salvezza”.

Probabilità e l’improbabile che si avvera. Si ricorre alla storia per dimostrare ciò che sembra più arduo. E così fa Morin: “ Le probabilità sono contro di noi, ma spesso nei momenti cruciali l’improbabile si avvera. La piccola Atene ha battuto due volte l’impero persiano e 50 anni più tardi nascevano la democrazia e la filosofia. Nel 1941 ero un ragazzo, e il dominio nazista era inevitabile. Ho vissuto con l’esercito nazista alle porte di Mosca, l’esercita nazista in Francia. Ma l’inverno fu duro e precoce finendo per congelare il nazismo! I nazisti dovettero correre in aiuto degli italiani in Grecia. Mussolini non riusicva a sconfiggere i greci, e i tedeschi s’impantanano in Yugoslavia, dove impiegano un mese a piegare la resistenza serba. Infine Stalin è avvisato da alcune spie del fatto che il Giappone non attaccherà la Siberia, e deicde di concentrare le sue forze nella difesa di Mosca. Quando i giapponesi attaccheranno Pearl Harbour anche gli USA entreranno in guerra. Tutto ciò che era improbabili si è avverato e ha reso improbabile la vittoria nazista”.

La speranza e la volontà
Oggi l’incapacità del sistema è evidente. Non è più in grado di affrontare i problemi fondamentali, ma la crisi è pericolo e allo stesso tempo possibilità di soluzioni nuove. Spiega Morin: “O si arriva alla degenerazione o si arriva ad un sistema nuovo, una metamorfosi verso un metasistema. Enormi sono le possibilità creatrici umane e ognuno di noi ha possibilità creatrici dormienti. Come nell’embrione le cellule hanno possibilità rigenerative nella società ognuno di noi può svegliare queste possibilità e portare alla metamorfosi. Una metamorfosi che parte dall’autodistruzione del sé e va verso l’autocreazione del nuovo, come il bruco che nella crisalide diventa farfalla.
La metamorfosi è propria della società, è già accaduto nel passaggio dalla società rurale alle società storiche. Anche oggi questa possibilità è presente, possiamo cambiare l’umanità, la vita umana. Come uomini e come politici abbiamo il dovere di far sopravvivere l’umanità e di metamorfosizzarla. attraverso una politica lungimirante, che guarda ai problemi quotidiani, senza dimenticare l’urgenza dei problemi fondamentali. Questa è la via per cambiare vita”.
Non ci sono commenti, solo un applauso, I 1000 iscritti in piedi a battere le mani, in minuti lunghissimi.

Marco Laudonio
« Ultima modifica: Giugno 09, 2009, 10:33:34 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Settembre 24, 2008, 12:22:20 »

Adesione alla manifestazione dell’11 ottobre 2008

Sinistra Democratica in piazza per fermare Berlusconi
 

L’11 ottobre Sinistra Democratica sarà in piazza e invita tutti a partecipare. Fermare oggi Berlusconi è un dovere democratico.
Se la destra al governo, in pochi mesi, ha già fatto molti danni in materia di scuola, lavoro, convivenza civile, ambiente e cultura democratica, è perché non ha trovato finora chi la contrastasse sufficientemente.

Dare vita a una opposizione al governo Berlusconi che sia forte ed efficace è oggi una priorità assoluta. I tanti e le tante che non condividono questo indirizzo politico avverso alla scuola pubblica, punitivo verso lavoratori e pensionati, tollerante verso la xenofobia, compiacente con gli interessi di pochi potenti, debbono poter trovare nella manifestazione dell’11 ottobre un luogo dove ritrovarsi e avere voce.

Un luogo che dialoghi con chi nei sindacati, nei luoghi di lavoro, sul territorio, nelle scuole già si sta attivando per fermare l’onda della destra.
Avremmo voluto una sola manifestazione di tutte le opposizioni. Poiché non si è potuto ottenere questo risultato occorre che quella dell’11 ottobre sia una giornata e una manifestazione  aperta a tutti coloro che non condividono le politiche aggressive della destra. Non ultima quella di strozzare con una nuova legge elettorale la possibilità di una rappresentanza al parlamento europeo scelta democraticamente.

Dare forza insieme all’opposizione non confonde i diversi progetti politici: SD, ad esempio, ritiene che senza una sinistra del cambiamento sarà difficile creare una alternativa alla destra e per questo lavoriamo concretamente con molti altri alla Costituente della sinistra. Alla fine, per battere la destra, occorre  una politica convincente.


da sinistra-democratica.it
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« Risposta #2 il: Settembre 24, 2008, 12:24:26 »

24/9/2008
 
Addio Abdul già dimenticato al funerale
 
 
PIPPO DELBONO
 
Questa mattina mi sono svegliato presto e mi sono vestito elegante per andare a Cernusco sul Naviglio al funerale di Abdul Graibe detto Abba, nero, morto ucciso a Milano. Per un piccolo furto, rincorso e bastonato a morte.

Non vado mai ai funerali delle vittime famose, ai funerali degli artisti importanti, dei caduti per difendere la patria, non sono andato alla passerella di lutto dei morti della ThyssenKrupp. Ma questa mattina ho deciso di andare. A Cernusco sul Naviglio, un paesino nell’hinterland milanese. In una giornata di pioggia. Arrivato lì, vedo con sorpresa che c’è poca gente. Per la maggior parte neri. Vicino alla bara di Abdul i parenti, gli amici, qualche bianco. Alcuni piangevano, altri guardavano con gli occhi vuoti il feretro. Ho cercato le corone di fiori. Erano quattro, o forse cinque. Piccole. Una di un gruppo di donne, una della Provincia di Milano. Basta. Non c’era nessun’altra corona. Di Comune, Stato, Chiese, Sindacati, Comunisti.

La sala che ospitava il feretro, una sala auditorium quasi vuota. Litanie come lamenti, cantati con discrezione, forse per non irritare i laboriosi vicini milanesi. Un uomo, che poi ho capito che era il padre di Abdul, accoglieva le persone, sorridente. E ringraziava. Un altro uomo vicino a lui, più giovane, il viso disperato dove si vedeva la rabbia. C’era qualcosa di antico, di poetico, di unico, di straordinario in quel commiato delicato che non voleva fare troppo rumore. Non ho visto nessun politico importante, nessun prelato importante, nessun artista importante, nessun giornalista importante.

Qualcosa come una rabbia mischiata al pianto mi è salita nell’assistere al funerale di quel martire negro, diverso da quelli bianchi onorati e rimborsati vicino ai quali i nostri fantocci politici si fanno volentieri vedere con gli occhi rossi. Quelle poche persone presenti salutavano e abbracciavano la famiglia come se stessero entrando nella loro casa. C’era in quell’atto di commiato funebre una bellezza, una poesia, una sacralità che è ormai impossibile vedere nel mio Paese. Volgare, fascista, razzista. Mascherato da finto cattolicesimo, finto comunismo, finto pietismo. All’uscita su un piccolo quaderno ognuno scriveva il proprio nome, o un saluto a questo uomo ucciso dalla volgarità e dimenticato.

«Ciao Abdul e scusami per questo paese di m.», gli ho scritto io. A poco a poco l’esiguo corteo si è avvicinato in silenzio alla bara.
Il padre di Abdul restava lì fermo con gli occhi lucidi e il viso sorridente, portando una dignità più forte del suo dolore. E prima di salire su una macchina, quasi come un ultimo regalo sublime di civiltà, libertà e saggezza a quei pochi presenti, con un dolce sorriso ci ha detto: «Grazie a tutti, l’affetto che mi dimostrate in questo momento serva a una giustizia vera».

Grazie al papà di Abdul, grazie a Abdul, che mi avete regalato in questa giornata grigia, triste, drammatica, scandalosa di inizio autunno, uno squarcio di luce.
 
da lastampa.it
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« Risposta #3 il: Settembre 24, 2008, 12:27:12 »

23 settembre 2008, 19.08.37

L'eredita' di Peppino Impastato


Peppino Impastato è un giovane siciliano ucciso dalla mafia. Questa scarna informazione sarebbe più che sufficiente per rendere doverosa oggi la memoria di una vita, di un impegno, di un terribile delitto.

Peppino Impastato esprime, ancora dopo trenta anni, in modo emblematico le tragedie della Sicilia, le tragedie di tanti giovani uccisi anche – e non solo – fisicamente dalla mafia. Peppino, giovane e siciliano, ha trovato la forza di rompere, in anni di paura e di convivenza, la palude del silenzio e la rete di complicità dei propri coetanei, così come dei suoi stessi familiari. Peppino è stato prima deriso, poi emarginato, infine ucciso: secondo una sequela tragicamente ricorrente nella strategia mafiosa. Deridere, emarginare, uccidere. E, poi, depistare. La mafia (il sistema di potere politico affaristico mafioso) non si ferma davanti al corpo inanimato delle proprie vittime. Con complicità attive e silenzi compiacenti di organi dello Stato, della politica, dell’informazione si è tentato di far apparire Peppino come un sovversivo, un terrorista vittima dello scoppio accidentale di una bomba che dallo stesso sarebbe stata preparata per compiere un attentato lungo la linea ferroviaria.

Con complicità attive e silenzi compiacenti si è sottoposta la verità ad una colossale operazione di depistaggio, sottoponendo - con pretesti infamanti - a sequestri e perquisizioni la sede della piccola radio e la abitazione di Peppino. Quelle complicità attive e quei silenzi compiacenti hanno utilizzato anche il clamore del ritrovamento del cadavere dell’On. Aldo Moro per nascondere e depistare le vere ragioni della uccisione di Peppino, consumata nello stesso giorno del ritrovamento del corpo dello statista democristiano. Quelle complicità e quei silenzi sono stati da anni e per anni oggetto di denuncia da parte dei compagni così come della madre e del fratello di Peppino che hanno sfidato a viso aperto Gaetano Badalamenti e tanti altri mafiosi, senza curarsi né di rapporti di parentela né di rapporti di pericoloso vicinato.

Quelle complicità e quei silenzi hanno per anni avuto la meglio su verità e giustizia. Quelle complicità e quei silenzi sono stati per la prima volta formalmente indicati, in atti giudiziari, dall’indimenticabile Consigliere istruttore Antonino Caponnetto. Quelle complicità e quei silenzi sono stati resi noti nello splendido film “Cento passi” ancor più e prima che potesse formalmente del tutto concludersi in via definitiva il processo degli assassini di Peppino. Un film diffuso in tutto il mondo, più tempestivo di un troppo lungo processo penale, così come la piccola Radio di Peppino - diffusa in un piccolo territorio della provincia siciliana – colpiva criminali che le istituzioni non volevano o non sapevano colpire.

Legalità e informazione: due parole, una drammatica emergenza ieri come oggi. I criminali mafiosi uccidono con le armi da fuoco esseri umani, giovani coraggiosi; le complicità e i silenzi uccidono libertà, verità, giustizia. E’ questa la terribile miscela che impedisce nel nostro paese una democrazia compiuta. Non potrò mai dimenticare, a conferma e testimonianza di questa micidiale miscela, un comizio in piazza a Cinisi nel maggio 1978, all’indomani dell’uccisione di Aldo Moro e di Peppino Impastato.

Piersanti Mattarella, che ad Aldo Moro era come tanti di noi fortemente legato, si recò a Cinisi per gridare speranza e progetto di rinnovamento della politica. Piersanti venne aspramente contestato dai compagni di Peppino che vedevano in quel giovane Presidente della Regione appena eletto il simbolo di una democrazia cristiana che, per colpa di taluni suoi potenti esponenti, era e appariva compromessa con la mafia. Piersanti tenne egualmente e terminò il suo comizio e, a me, che lo accompagnavo, a voce bassa, quasi con pudore ma con determinazione, sussurrò: “Non sanno, i compagni di Peppino, che siamo nella stessa barca, combattiamo la stessa battaglia, corriamo gli stessi rischi”! Mi sono ricordato di quelle parole quando nell’Epifania del 1980 mi sono trovato davanti al corpo senza vita di Piersanti ucciso da mafiosi che avevano nel suo stesso partito consiglieri e complici.

In memoria di Peppino Impastato, vi invitiamo a partecipare all'evento che si terrà a Pieve Emanuele (Milano), il prossimo 3 ottobre alle ore 17:00, presso la piazza a lui dedicata.

da italiadeivalori.antoniodipietro.com
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« Risposta #4 il: Ottobre 24, 2008, 10:18:43 »

Gianrico Carofiglio: «Questo è un governo neoautoritario»

Federica Fantozzi


Senatore Gianrico Carofiglio, lei sarà al Circo Massimo?
«Sì. È un’iniziativa che, al di là dei dettagli tattici, giudico positivamente».

Quali sono le ragioni della manifestazione? Resta opportuna nonostante la crisi finanziaria?
«Su questo tema serve un approccio laico. È opportuno praticare forme di aggregazione democratica come una piazza civile ma ferma dove una forza di opposizione trova le sue ragioni per stare insieme. Al di là di motivi speciali per protestare contro qualcosa o qualcuno».

Significa che non sarà un corteo «contro»?
«L’obiettivo non sarà criticare la riforma della scuola piuttosto che le leggi vergogna o qualche altro provvedimento. Almeno non solo. Si tratta di ribadire in modo forte la contrarietà collettiva alla deriva che questa destra sta imponendo al Paese. Un disegno neoautoritario che passa approfittando dell’indifferenza».

Se il governo agisce nell’indifferenza, non è anche responsabilità dell’opposizione e dell’opinione pubblica?
«Infatti bisogna spezzare l’indifferenza. Ritrovare in modo festoso i valori in cui si riconosce l’identità collettiva della sinistra. Ecco perché apprezzo la giornata di sabato. Il Pd ha un problema di individuare i propri valori e le parole con cui chiamarli e comunicarli».

Non è un problema piccolo.
«Certo, non è cosa da poco, e la manifestazione rappresenta un punto di partenza e non la soluzione. Poi serviranno elaborazione e riflessione. Ma la politica è soprattutto capacità di produrre emozioni, non manipolatorie come nel centrodestra, intorno a valori».

Veltroni in campagna elettorale ha prodotto emozioni. Non sono bastate.
«Devono viaggiare su un doppio binario. È necessario individuare una costellazione di valori e saperli narrare a chi è smarrito».

Quali, per esempio?
«Noi vogliamo una società aperta e loro chiusa. Aperta ad altri mondi e paesi, ai giovani e alle generazioni che verranno, a cultura e idee. Il governo pratica la politica del chiavistello: cacciare o emarginare gli immigrati con misure dagli echi vagamente razzisti, rendere la scuola un luogo di normalizzazione e anziché di trasformazione della società, contrapporre il diritto dei poveracci, durissimo, a quello dei privilegiati».

Veltroni ha ufficializzato la rottura con Di Pietro, ma IdV sarà in piazza. Avrete problemi di convivenza?
«Non credo. Non esiste un problema di coabitazione ma di impostazione strategica e valoriale dell’opposizione».

Dall’interno, come valuta lo stato del Pd? Da Parisi a Rutelli a D’Alema non mancano critiche, e c’è chi ritiene che l’esperimento non sia riuscito.
«Mi sembra un giudizio forse un po’ affrettato che non condivido. In mezzo c’è stata la tempesta legata al voto ed è impossibile valutare. È sano che esistano punti di vista diversi e confronto anche aspro. Non c’è democrazia dove non si polemizza. Mi preoccupano i partiti dove regna il pensiero unico».

Dove è il limite tra critica costruttiva e separati in casa?
«Bisogna evitare che la dialettica diventi fattore di implosione. Questo è affidato alla responsabilità dei dirigenti e alla capacità di ritrovare la bussola dei valori. La politica basata su analisi razionale non basta: a lungo è stato il limite della sinistra. Ricerche mostrano che la razionalità convince gli elettori per il 4%, il resto sono emozioni».

In sintesi come definirebbe la visione del mondo del Pd?
«L’idea di una società aperta il cui cardine è l’uguaglianza autentica tra esseri umani».

Pubblicato il: 24.10.08
Modificato il: 24.10.08 alle ore 9.33   
© l'Unità.
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« Risposta #5 il: Ottobre 27, 2008, 11:00:12 »

Ricevo da:


la Comunita' di Perlulivo.it
http://www.perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/forum
dal 1995 per tutto L'Ulivo


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Care Amiche, Cari Amici,

dopo la conclusione della mia attività politica, ho pensato fosse
utile far tesoro delle esperienze internazionali che ho avuto la
possibilità e la fortuna di accumulare, come Presidente del Consiglio
italiano e come Presidente della Commissione Europea, per continuare
ad occuparmi di alcuni problemi che direttamente o indirettamente
avranno influenza sulla politica e sull’economia internazionale.

Ho già avuto richieste, da alcune organizzazioni, di impegnarmi sul
grande tema della pace e su quelli ad essa collegati dell’energia,
della fame e su una, quella dell’ONU sul ‘Peace Keeping’ in Africa,
sto già lavorando.

Per questo motivo e con questi obiettivi è nata nei mesi scorsi la
“Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli”.

Lo scopo specifico della Fondazione, come recita lo Statuto, è perciò
quello di “affrontare le problematiche sociali, culturali, economiche,
politiche del mondo, al fine di favorirne la soluzione grazie alle
elaborazioni di nuove proposte di collaborazione nel contesto
internazionale” (cfr. Statuto). A partire dall’Europa come
protagonista di un futuro mondo effettivamente multipolare in cui i
nuovi protagonisti come la Cina, l’India, ecc. dovranno condividere
più ampie responsabilità.

Una Europa che dovrà essere interlocutore privilegiato dei Paesi che
la circondano (l’anello degli amici) e che dovrà svolgere azioni
positive perché il Mediterraneo diventi sempre più porta per
l’Oriente. Una Europa che è vicinissima all’Africa e che, in
interazione con l’Onu, non può che occuparsene.

Le iniziative della Fondazione, si svilupperanno intorno a questi e ad
altri temi e vorrà poterne far partecipi tutti coloro che ad essi sono
interessati, promuovendo una rete di conoscenze e di idee utili a far
maturare un clima culturale e politico coerente con le sfide che sono
in campo.

Per rendere possibile questo impegno, anche se con una struttura
organizzativa estremamente leggera, ritengo sia utile stabilire un
rapporto diretto con tutti quelli che desiderano essere partecipi di
questo lavoro.

Con loro manterremo un contatto continuo, iscrivendoli ad un nostro
Forum per uno scambio di idee ed opinioni sui temi di interesse della
Fondazione e tenendoli al corrente delle nostre attività.

Spero che tramite questa ‘partecipazione’ la Fondazione potrà essere
aiutata a raggiungere i suoi obiettivi.

Se siete interessati a essere parte di questa rete vi preghiamo di
comunicarlo inviando una e-mail di adesione all’indirizzo
eccomi@fondazionepopoli.org.

Troverete sul sito della Fondazione : http://www.fondazionepopoli.org
il nostro Statuto e una prima serie di indicazioni sulle attività che
intendiamo svolgere.

Con molta amicizia.

Romano Prodi
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« Risposta #6 il: Ottobre 31, 2008, 02:53:57 »

SCUOLA & GIOVANI    IL DOCUMENTO

La lettera degli studenti milanesi al presidente della Repubblica

 
Lezioni in piazza vicino al Quirinale


MILANO - "Abbiamo deciso di scriverle mossi dalla sua richiesta di 'superare il clima di pura contrapposizione e aprirsi all'ascolto delle rispettive ragioni', consapevoli del fatto che il dibattito in corso sul futuro dell'università e della ricerca in Italia sia cruciale per il nostro futuro di cittadini". Comincia così la lettera che gli studenti dell'università Bocconi hanno consegnato stamani al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al suo arrivo presso la nuova sede dell'ateneo milanese per l'inaugurazione dell'anno accademico. "E' nostra ferma convinzione che il sistema universitario italiano sia in profonda crisi e che questo stato di difficoltà sia strettamente connesso al destino dell'intero paese. È necessario intervenire con una profonda riforma delle regole che sono alla base del funzionamento degli atenei e del complesso degli strumenti che garantiscono il diritto allo studio, ma siamo contrari a intraprendere in percorso del genere cominciando dalla dieta forzata a cui la legge 133 ha sottoposto le università italiane e la ricerca.

Alla base del funzionamento del sistema universitario vi è la questione del finanziamento degli atenei. L'attuale metodo di ripartizione delle risorse è motivo di grande insoddisfazione: in generale, guardiamo con sfavore il perpetuarsi del sistema di finanziamento basato essenzialmente sulla spesa storica e sul numero degli studenti iscritti, e auspichiamo che tali risorse siano maggiormente vincolate a criteri che tengano conto dei risultati raggiunti, magari attraverso un'agenzia indipendente di valutazione che premi il merito e la qualità. Peraltro, la prevista riduzione del fondo di finanziamento ordinario colpisce indiscriminatamente centri di eccellenza, efficienti nella gestione e produttivi nella ricerca e nella didattica, così come università che offrono una formazione di livello decisamente inferiore.

Altrettanto preoccupante è la situazione presente e futura dei nostri centri di ricerca. Nella società della conoscenza un paese che non investa in ricerca e sviluppo è condannato a un lento declino economico e alla marginalizzazione sul piano internazionale.

Data l'asprezza del confronto politico odierno, ci appelliamo a lei, nella sua veste di garante della Costituzione e rappresentante dell' unità nazionale, e nel rispetto assoluto della sue prerogative, affinchè inviti le forze politiche presenti nel parlamento ad affrontare in modo organico la questione universitaria e ad aprire un dibattito che porti ad una riforma profonda del sistema vigente, migliorando l'organizzazione e l'efficacia degli istituti di ricerca e promuovendo la piena realizzazione del diritto allo studio".

(31 ottobre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #7 il: Novembre 04, 2008, 06:00:36 »

Il colore di un altro mondo


Maurizio Chierici


Forse stasera il mondo cambia colore e la cultura degli Stati Uniti rovescia la vita di ogni comunità. Se i sondaggi non imbrogliano, giorni neri per i bianchi KKK. Non solo rabbia delle maggioranze parlanti modello Alabama. Lo sdegno KKK trema nell'inconscio delle anime perbene sconvolte da emigrazioni dai colori diversi. Insopportabili. Finché scarica patate ai mercati, pazienza, ma un nero alla Casa Bianca è come un mullah che dice messa.

I masi chiusi attorno a Bolzano dubiteranno del suo potere. Dubiteranno le folle montagnarde di leghe scandalizzate dalla profanazione. Fini aveva annunciato che era impossibile. Dovrà rassegnarsi. La democrazia ha queste scomodità. E nelle pieghe delle abitudini qualcosa comincerà ad essere diverso. Segni invisibili a poco a poco visibili appena il tempo addolcirà l'umiliazione ariana. Cominceremo a rovesciare le favole per il rispetto dovuto alla grande potenza.

Qualcuno lo ha già fatto. Caridad Toca era buia come il carbone. I signori Calvino le avevano affidato il figlio: Italo, appena due anni, quando Cuba era un regno americano. Ieri come oggi gli uomini neri impaurivano l'infanzia con la crudeltà di chi rubava i bambini nel sacco. Ma nei racconti della tata nera l'uomo nero si trasforma nell'angelo della luce. Salva chi affoga nel fiume, scaccia lupi randagi. Incanti dei quali lo scrittore non si è mai liberato. Il tempo ci abituerà all'anomalia della storia che si chiama Obama. Quando padre e madre dovranno indovinare chi viene a cena per sposare la figlia, se Obama ce la fa, il sospiro sarà meno desolato: «Almeno è intelligente».

Dovranno rassegnarsi i vecchi dal sangue stanco adattandosi a figli che non vogliono perdere il filo delle novità: addio moldave alle pallide, solo badanti africane. Ecco il dubbio: quali colori finiranno nel ghetto delle classi differenziate? Turandosi il naso, anche i partiti della razza romperanno le quote rosa per briciole di quote nere: l'America é sempre la nostra America ma nessuno si piegherà davvero. Nelle segrete abbandonate dai black power, i white power resusciteranno l'indignazione appena Obama sbaglierà. E sbaglierà, come ogni presidente. Ma è un presidente nero: l'avevano detto. L'ultimo libro di Eduardo Galeano («Specchi», Sperling & Kupfer ) racconta le incisioni delle grotte dei deserti africani: colline verdi, frutti che piegano i rami. Quel paradiso terrestre dove Adamo ed Eva si sono forse incontrati. Ed erano neri. Meglio non farlo sapere nei giorni del lutto bianco.

Pubblicato il: 04.11.08
Modificato il: 03.11.08 alle ore 21.38   
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« Risposta #8 il: Novembre 06, 2008, 08:53:45 »

ESTERI - ELEZIONI USA 2008

La vittoria del democratico accolta con entusiasmo da tutte le capitali

Il Commissario Ue Barroso: "E ora lavoriamo insieme su crisi, clima e povertà"

L'Europa saluta l'elezione di Obama "Una svolta per il mondo intero"

Aperture di credito anche da Mosca: "Ma non rinunceremo a ruolo nel Caucaso"

 

BRUXELLES - Sono entusiaste le reazioni europee all'elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. "E' una svolta nella storia degli Stati Uniti ma può essere una svolta anche per il mondo intero", ha commentato il presidente della Commissione, Josè Manuel Barroso, auspicando che Stati Uniti e Ue uniscano gli sforzi e lavorino insieme a un "piano di lavoro" per rispondere ai grandi problemi internazionali: dalla crisi finanziaria ai cambiamenti climatici, dagli obiettivi di sviluppo per i Paesi più poveri fino alla promozione della pace e dei diritti dell'uomo nel mondo.

Germania. Se Barroso ha parlato a nome dell'Unione intera, nessun capo di Stato o di governo ha voluto rinunciare a salutare con soddisfazione la vittoria del candidato democratico. Tra le reazioni più significative quella della Germania, il paese che forse più di ogni altro ha vissuto come un trauma il difficile rapporto con George W. Bush. "All'inizio del suo mandato - ha commentato la cancelliera tedesca Angela Merkel - il mondo si trova davanti a sfide significative. Sono convinta che affronteremo i nuovi pericoli e i rischi all'insegna di una stretta cooperazione basata sulla fiducia tra Stati Uniti ed Europa e che coglieremo le numerose opportunità che si offrono in questo mondo globale".

Francia e Gran Bretagna. Non ha risparmiato parole altisonanti il presidente francese Nicola Sarkozy. L'elezione di Barack Obama, ha detto, "solleva in Francia, in Europa e, al di là, nel mondo un'immensa speranza: quella di un'America aperta, solidale e forte che mostrerà di nuovo la via, con i suoi partner, attraverso la forza dell'esempio e l'adesione ai suoi principi". Più contenuta invece, come è nel suo stile, la reazione di Londra. Il primo ministro britannico Gordon Brown, si è limitato infatti a felicitarsi con il presidente eletto americano, Barack Obama, salutandone i "valori progressisti" e la "visione per il futuro". "Conosco Barack Obama - ha aggiunto - e condividiamo numerosi valori. Siamo entrambi determinati a dimostrare che il governo può agire per aiutare in modo equo la gente ad attraversare questi tempi difficili per l'economia mondiale".

Spagna. Parla di nuova epoca il premier spagnolo Luis Rodriguez Zapatero, secondo il quale la vittoria di Obama apre "una nuova era per il dialogo nelle relazioni internazionali". E' stata, ha aggiunto il leader socialista, "una notte storica" per la "straordinaria partecipazione" e perché è stata "evidente la volontà di cambiamento degli americani". La vittoria di Obama, ha concluso il premier spagnolo, "darà un nuovo impulso al multilateralismo economico e politico".

Russia. Il fascino del senatore dell'Illinois sembra aver conquistato almeno in parte anche Mosca. L'elezione di Obama, ha sottolineato il presidente russo Dmitri Medvedev, potrà ora condurre a relazioni "di ampio respiro" tra la Russia e gli Usa. "Speriamo - ha proseguito - che i nostri partner, la nuova amministrazione Usa, scelgano di portare avanti relazioni di ampio respiro" con la Russia, fermo restando che Mosca "non rinuncerà al suo ruolo nel Caucaso".


(5 novembre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #9 il: Novembre 06, 2008, 12:03:38 »

Ma con questo Eccesso di comunicazione personale rischia di irritare i fan

Obama e le email personalizzate


Supporter, simpatizzanti, giornalisti: ogni giorno ricevono messaggi a raffica firmati dal candidato
E' ormai un gioco di società, non solo in America. «Lo sai? Obama ha scritto a me prima di parlare in pubblico davanti alle tv di tutto il mondo!». Proprio così: "Aldo", o "Carlo", o "Silvia", «sto andando al Grant Park, ma prima voglio scrivere a te. Insieme abbiamo fatto la storia. E non voglio che dimentichi come abbiamo fatto...».

Ovviamente la mail è stata mandata in milioni di copie, a milioni di persone di cui Obama è giustamente del tutto ignaro, a cura di qualche oscuro volontario. Una bella trovata, niente da dire. Berlusconi sostiene che nessun suono è più gradevole di quello del proprio nome. Figurarsi se a scriverlo è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Una trovata che però, riprodotta su scala, rischia di farsi quasi stucchevole. A me è bastato mandare una sola mail allo staff di Obama, per chiedere di essere accreditato alla notte elettorale dove peraltro non sono andato, per essere seppellito da una media di sette o otto mail al giorno, tutte firmate Barack Obama, Michelle Obama, David Plouffe, capo della campagna. Alternativamente, in una mi si informa che insieme abbiamo mutato il corso degli eventi, sconfitto McCain, cambiato il mondo; in quella successiva, mi si chiedono soldi. Da cinque dollari in su.

Ora, è vero quanto dice Kathleen Kennedy, che di queste cose ha esperienza: lo straordinario movimento popolare in appoggio a Obama non deve esaurirsi. E' proprio ora, che sarà esposto a decisioni difficili e a gravi pericoli, che il nuovo presidente avrà bisogno dell'onda che l'ha sospinto alla Casa Bianca. Alimentata anche dalla tecnologia, in particolare da Internet. Ma se non si dà una calmata con le mail, qualcuno dei tanti milioni di destinatari finirà per mettere Obama Barack nella posta indesiderata. Mittente bloccato.


06 novembre 2008

da corriere.it
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« Risposta #10 il: Novembre 13, 2008, 12:26:43 »

E' crisi nera

IN CALO ANCHE LE SEGHE

Il popolarissimo prodotto è sceso del 50%

BERLUSCONI MINIMIZZA: "L'italiani cianno bone mani!"



Ci sono de’ segnali, nella vita, che voglian dire tutto. Se presempio Berlusconi si mette la prolunga all’uccello, vor di’ che ci vole andà ner culo anche più di prima! Se Vertroni e Dipietro seguitano a dissi stronzolo e cacchina, è segno che ‘r travaglio ideològio dell’opposizzione è propio nella merda! Se la Carfagna e la Germini e la Prestigiacomo sono doventate ministre, ‘un c’è dubbio che cor culo si pole fare perdavvero tutto, ner senzo beninteso di fortuna. Se la Lega seguita a di’ che lei vole mette’ i bimbi straomunitari nelle crassi a parte perché que’ figlioli ni piaciano perdavvero tanto, si pol’esse’ siuri che ni piacerebbero anche dipiù gratinati ar forno. Se ‘r papa giura sulla testa de’ su’ figlioli - quelli spirituali, beninteso - che i quattrini li fabbria ‘r demonio, è segno che prima o poi ‘r Vatiano comprerà anche quella zecca lì.

E anche su’ segni della solita vita di noiartri, ‘un c’è da scervellassi tanto! Se presempio ‘r bottegaio dice alla criente «cara signora mi dispiace ma io ‘un ni posso più segnà», è chiaro che la signora si deve preparà a fanni vedé ‘r pelo! Se la tu’ moglie ‘un te la dà più, vor di’ che s’è rotta ‘ ‘oglioni a fa’ finta sempre di godecci tanto! Se la tu’ bimba ti ritorna a casa colla pancia piena, di siùro ha smesso di volé fa’ la dieta! Se la tu’ socera ti guarda all’improvviso tutta sorridente, è segno che o ci vedi male te o ci vede male lei!

E così via e via, perché quando certi segnali sono chiari ‘un ci si pole dicerto ‘mpappinà!

È co’ segnali delle seghe, ‘nvece, che ‘un ci si ‘apisce più nulla! Che te prima bastava tu ni guardassi ar tu’ figliolo l’occhiaie o ‘ calli nelle mani, e capivi a volo! O sennò uno ti diceva son disoccupato, e quelle erano seghe di siuro! Che ‘un c’è artro ar mondo come i disoccupati, per la produzzione di seghe a tutt’andà!

Tantevvero  che ora, con questa popò di grisi econòmia a giro, con tutte veste fabbrione e fabbriette che chiudano bottega e si son messe a licenzià a tuttospiano, ci s’aspettava tutti che cor cresce’ de’ disoccupati aomentassino anche le seghe a rondemà!

E ‘nvece no, calano anche quelle! Meno atumobili, meno elettrodomestici, meno mobili, meno prodotti di tutta l’industria manifatturieta, e anche meno seghe! Che più manifatturiere di quelle ‘un ci pol’esse’ artro, le seghe o te le fai a mano o è roba fasulla di siuro!

E sai, un crollo spaventoso, der cinquanta percento addirittura! Una recessione che ha corpito un po’ tutto ‘r mondo, a dire ‘r vero, ma  l’Italia speciarmente! «Le seghe nostrane – ha detto difatti l’Ístatte – questo popolarissimo prodotto italiano, è sprofondato di guasi la metà!»

Derresto dé, basta guardà la Borza! Un c’è un’Azzione der Cazzo che ‘un sii andata giù! Le Cazzi Generali sono scese a meno trenta, L’Uccelli Privilegiati a meno venti, le Fave Conzolidate a meno venticinque, i Pipi di Famiglia addirittura a meno trentacinque!

E se ‘n tutto questo patatràcche di cazzi ci metti anche ’r crollo delle seghe, me la saluti te l’economia! Che sulle seghe ci s’è sempre fondata, come prodotto fra i più popolari! Che te colle seghe principi da piccino, e ‘un ismetti più per tutta la tu’ vita! E mia seghe così tanto per di’! Seghe artistie, tutte fatte ner segno della meglio tradizzione manuale italiana, da quelle barocche der Secento fin a quelle della poparte d’oggi!

Una produzzione così originale che difatti l’Italia ha chiesto all’Unione Uropea di stioccacci perfino ‘r bollino “Made in Itali” sulle nostre seghe, anche per distinguelle da quelle cinesi che già sono tutte gialle, eppoi loro se le fanno coll’occhi strinti e colli stecchini ‘nfilati ‘nculo!

Ma te lo sbatti, ora ‘r bollino, in questo mosciume generale! Che se la gente ‘un cià più nemmeno la forza di fassi le seghe, dimmi te con che coraggio si pole sperà che magari i disoccupati sappino cosa fa’, nella loro condizzione di segaioli colla fava moscia ‘n mano!

L’ùnia è sperà come sempre in Berlusconi, che quando n’hanno detto der calo anche delle seghe ha rassiurato tutti:
«L’italiani cianno bone mani» ha diarato con tutta la su’ acceante dentiera sorridente «e sapranno ritornà alle seghe anche più di prima! E in onni caso» ha precisato con Tremonti accanto che barbottava tanto poi ci penzo io a rincarà le tasse «lo Stato farà la su’ parte come l’ha fatta con le banche. A loro ‘r sostegno de’ milliardi per ‘un falle fallì, ai disoccupati l’incoraggiamento de’ calendari della Carfagna per ‘un falli sta’ colle mani ‘n tasca!»


Mario Cardinali hhh 
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« Risposta #11 il: Novembre 15, 2008, 11:00:24 »

Avvocato di strada, pronto soccorso per chi finisce nei guai

di Davide Madeddu


È una sorta di pronto soccorso giudiziario per chi non ha neppure un tetto sotto cui dormire. L’ultima ancora per poter difendere i propri diritti o farsi difendere in nome della legge. Un punto di riferimento diventato ora anche più prezioso per chi non ha più né una casa né altre persone cui chiedere aiuto e sostegno. Si chiama Avvocato di strada, ed è l’associazione che, fondata a Bologna nel 2001 dall’avvocato Antonio Mumolo ora assicura assistenza legale ai senza dimora, nella maggior parte italiani, in una quindicina di città d’Italia.

Solo a Bologna, nell’ultimo anno sono stati mille coloro che hanno chiesto e ottenuto aiuto e assistenza. «Qualcuno bussa e chiede aiuto e assistenza perché ha subito una violenza, qualche altro perché, dopo un intervento chirurgico che gli ha salvato la vita in extremis si è visto recapitare dall’ospedale il conto di duemila euro con i carabinieri - racconta Jacopo Fiorentini, portavoce dell’associazione - qualche altro ancora perché cerca di ricostruire la sua vita e non sa come muoversi tra tribunali e uffici giudiziari e una pioggia di multe che, continuano ad arrivare senza sosta».

Storie di vita, molto spesso distrutta e disperata che sono diventate quasi l’ordinarietà. «L'esperienza nasceva dalla necessità, sentita da più parti, di poter garantire un apporto giuridico qualificato a quei cittadini oggettivamente privati dei loro diritti fondamentali - spiega il presidente Antonio Mumolo -. Gli sportelli legali di Avvocato di strada sono legati dall'Associazione Avvocato di strada Onlus per cercare di favorire una crescita comune delle esperienze, condividere, attraverso il confronto di esperienze, un’idea comune sugli obiettivi e le modalità di intervento del progetto».

Un’attività nata in maniera quasi pionieristica con poche persone disposte a sacrificare buona parte del proprio tempo libero per dedicarsi agli altri. «E garantire i diritti degli altri, anche dei più deboli - chiarisce Antonio Mumolo - Abbiamo iniziato nel 2001 come costola dell’associazione Piazza Grande ed eravamo in due, io che sono giuslavorista e un’avvocatessa che si occupava del penale aprendo uno sportello di assistenza». Subito poi si è aggiunta una seconda fase, quella di andare a dare assistenza cercando le persone. «Dopo l’attivazione dello sportello siamo andati a cercare le persone nei dormitori - prosegue l’avvocato - Oggi solo a Bologna siamo 50, in tutta Italia a prestare servizio gratuito per Avvocato di strada ci sono 500 avvocati». Legali che cercano di dare assistenza e aiuto al mezzo milione di persone che, senza un tetto e una casa vive sotto i ponti o nelle stazioni ferroviarie. «La nostra attività, che è bene precisarlo è gratuita sempre, è finalizzata a far garantire i diritti di chi non ha la forza e gli strumenti per difendersi, noi seguiamo solo chi è senza casa - spiega Mumolo - quando si vince una causa ogni avvocato che fa parte dell’associazione versa il suo compenso allo sportello di appartenenza. Ossia alla struttura che ha avviato la procedura di assistenza per la persona senzatetto».

Non c’è solo l’attività giudiziaria che molto spesso «vede i senza casa parte lesa in processi penali perché vittime di pestaggi, aggressioni» ma anche quella che viene definita la seconda possibilità. Ossia i programmi perché chi è finito in strada possa ricostruirsi una nuova esistenza. «Oggi è molto facile finire in strada - aggiunge Mumolo - basta che un matrimonio naufraghi o che chi, magari vive solo, perda il lavoro e il passo per trovarsi poi in mezzo alla strada è breve». Anche perché «l’essere poveri viene vissuto quasi come una colpa e una vergogna e quindi crea una condizione psicologica che alla fine fa precipitare chi si trova in questa situazione».

Per questo motivo, e far sì che la tutela dei diritti venga garantita sempre l’associazione Avvocato di strada ha deciso di estendere la sua attività in altri centri d’Italia. «Si opera con associazioni tanto laiche quanto religiose che già esistono - aggiunge ancora il presidente- perché l’obiettivo è quello di far rispettare i diritti delle persone. Non è una questione di favore ma di diritti che tutti hanno. Anche chi è povero e non ha la forza di gridare».

     
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« Risposta #12 il: Novembre 16, 2008, 05:37:57 »

L'Intervista

«Non è omicidio né eutanasia. Vorrei che la Chiesa si esprimesse con più prudenza»

Per il teologo Vito Mancuso la materia «è nuova e ricca di zone grigie». «E' l'interruzione di un trattamento inefficace»


ROMA — «Quando ci sarà il testamento biologico io disporrò di essere mantenuto in vita finché possibile, perché anche un filo d'erba rende lode al Creatore. Ma non posso volerlo per altri e sono convinto che nel caso di Eluana l'interruzione del trattamento non sia omicidio né eutanasia. Vorrei che le autorità della Chiesa cattolica — alla quale appartengo — si esprimessero con prudenza in una materia che è nuova e ricca di zone grigie»: è l'opinione del teologo Vito Mancuso che insegna all'università San Raffaele di Milano.


Professore perché non si tratterrebbe di eutanasia?

«Non è eutanasia attiva, in quanto non ci sarà un farmaco che provocherà la morte. Ma neanche passiva: se l'alimentazione tramite sondino non è "terapia", non è cioè assimilabile a un farmaco, la sua cessazione non può essere detta eutanasia passiva».

Che cos'è allora? Un abbandono alla morte per fame e sete?

«È l'interruzione di un trattamento di rianimazione risultato inefficace, deliberata in conformità a un orientamento espresso a voce dall'interessata in anni precedenti l'incidente».

Possiamo giurare su una battuta detta in famiglia, non attestata per iscritto?

«Purtroppo no, non possiamo tirarne una conclusione sicura. Ma quelle parole di Eluana sono tutto ciò di cui disponiamo per cogliere la sua intenzione e possiamo fare credito ai genitori che le attestano — e che tanto l'amano — e ai magistrati che hanno vagliato la loro attestazione».

Lei è favorevole al testamento biologico?

«Lo vedo come uno strumento di libertà di fronte allo sviluppo delle tecnologie mediche».

Ma la vita non è un valore indisponibile?

«Concordo sull'indisponibilità della vita, ma reputo che vada rispettata la libertà di chi rifiuta per sé un trattamento che lo mantiene in una condizione di vita che egli reputa non-vita. La vita si dice in tanti modi. Il principio primo non è quello della vita fisica da protrarre il più a lungo ma è quello della dignità della vita e questa si compie nella libertà personale».

Con il testamento biologico uno dovrebbe poter scegliere di non essere alimentato se venisse a trovarsi in stato vegetativo?

«Ritengo che vi debba essere questa possibilità. Per me non la sceglierei, ma non sono sicuro riguardo a ciò che vorrei per i miei figli: c'è sempre divario nell'accettazione della propria sofferenza e di quella dei figli».

Lei contraddice alcune affermazioni dell'arcivescovo Fisichella e del cardinale Bagnasco: che la Corte apra all'eutanasia e che l'alimentazione sia sempre dovuta...

«Auspico una maggiore saggezza nella parola degli uomini di Chiesa. Come si può tenere per certo che l'alimentazione tramite sondino non sia una terapia se gran parte della scienza medica la considera tale? E perché definire eutanasia qualcosa che formalmente non lo è? Non sarà alzando il tono della voce che si difende la vita».

Luigi Accattoli
16 novembre 2008

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« Risposta #13 il: Novembre 27, 2008, 03:47:31 »

27/11/2008
 
La memoria contro l'intolleranza
 
GIOVANNI MARIA FLICK*

 
La letteratura - quando dà il meglio di se stessa - rende partecipi del destino di altri, diversi e lontani».

Sono parole di David Grossman al Festival Internazionale di Berlino dello scorso anno; a ricordarle, in presenza dello stesso scrittore israeliano, è stato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, due giorni fa a Gerusalemme. Della letteratura ebbe bisogno il chimico Primo Levi, perché l’indicibile fosse detto, e mai più dimenticato. A causa delle leggi razziali, lui ne fu testimone.

Non a caso, le prime intolleranze dei regimi dittatoriali si rivolgono alla libera circolazione dei pensieri e delle idee, e alla scienza. Per impedirne l’esercizio, o almeno per asservirli. E il dubbio salutare sprofonda nel sonno della ragione. Il quale genera mostri. Venticinque anni fa, nel Dialogo di impareggiabile bellezza e profondità con quello straordinario scienziato che è Tullio Regge, Primo Levi definì «congiura gentiliana» un’autentica mostruosità generata da quel sonno: l’attribuire valore formativo alle materie letterarie e solo valore informativo a quelle scientifiche. (...) Fu sempre quel sonno a partorire, con la crudeltà delle leggi razziali, anche una stupidità assai rivelatrice: il divieto di svolgere tesi di laurea sperimentali e di frequentare, a questo scopo, gli istituti universitari. (...) Quanti devono nascondere la realtà, per manipolare il consenso e conculcare la verità dei fatti, hanno bisogno di una scienza sottomessa, incapace di fornire interpretazioni del reale. Per dirla con Nietzsche, «la scienza non pensa», e se il potere illiberale e violento se ne impossessa, diventa storia di pregiudizi e dogmi, sostenuti con tenacia, combinati con l’intolleranza e il fanatismo.

Le leggi razziali del 1938 rappresentano il momento più buio di questa intolleranza ideologica. Esse discriminarono, infatti, su un doppio versante: oltre a quello scientifico, creando l’ulteriore enclave fondata sulla razza, sull’azzeramento della dignità umana attraverso l’apologia della diversità di razza. Occorre far memoria di questa notte. Ben più, bisogna ricordare (ri-ex corde, riportare al cuore), interpretare gli eventi del passato con la ragione e l’intelligenza arricchite dall’emozione e dal sentimento. La stessa emozione che provo oggi al cospetto di una vittima dell’ideologia aguzzina di quelle leggi, emanate giusto settant’anni fa. A Rita Levi-Montalcini vanno la riconoscenza e la gratitudine di tutti gli italiani e delle Istituzioni - in particolare della Corte Costituzionale che qui rappresento - delle quali anch’ella, senatore a vita, è autorevole e meritevole esponente.

A causa del Manifesto della razza dovette abbandonare patria, famiglia, affetti, sicurezze e lavoro; l’ospedale presso cui lavorava. Tutto. E trovare rifugio in Belgio, attrezzando in cucina un piccolo laboratorio di fortuna. Poi, l’invasione nazista e la nuova fuga; il rifugio ancora in Italia, a Firenze; sulle colline di Asti e infine a Torino. La professoressa Levi-Montalcini fu tra quanti - con le parole di Primo Levi - «sperarono di sopravvivere per poter raccontare». Dopo alcuni decenni, conservata dalla saggezza che di tanto in tanto illumina e riscatta la Storia - o, per i credenti, protetta dalla Provvidenza più forte di qualsiasi malvagità umana - quella stupenda intelligenza, raminga per l’Europa e per l’Italia, ci ha raccontato una storia affascinante e sconosciuta, partita dalle ghiandole salivari di un topolino e dagli embrioni di pollo, per arrivare a spiegare la crescita dei neuroni dell’uomo, la differenziazione tra le nostre cellule nervose e simpatiche, come un gene sappia programmare la sintesi della relativa molecola proteica: un capitolo misterioso e fondamentale del nostro essere uomini, pensanti e razionali; nonostante l’intero mondo circostante e la storia recente testimoniassero il contrario.



*Presidente della Corte Costituzionale.

Dall’intervento che pronuncerà oggi a Roma al convegno dell’Accademia Nazionale delle Scienze sulle leggi antiebraiche del 1938 e la comunità scientifica italiana, dedicato al Premio Nobel Rita Levi-Montalcini.
 
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« Risposta #14 il: Dicembre 02, 2008, 11:56:06 »

Elio e le Storie tese rifiutano l'Ambrogino: avete respinto Biagi e Saviano


Chi meglio di loro può capire cos’è demenziale e cosa no? Elio e le su storie tese ci hanno ragionato su un momento, e poi hanno deciso: il comune di Milano ha rifiutato di assegnare l’Ambrogino d’oro ad Enzo Biagi e la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano? «Noi rifiutiamo l’attestato di benemerenza di cui Palazzo Marino ci vorrebbe gentilmente onorare». Il colpo di scena, neanche troppo inaspettato e in perfetto stile Elio, arriva cinque giorni prima della cerimonia ufficiale per la consegna degli Ambrogini, prevista, come ogni anno, il 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, patrono della città.

A invito ufficiale, la band ha risposto al comune con altrettanta ufficilalità, per mezzo lettera raccamondata: «Abbiamo ricevuto il vostro invito alla cerimonia per la consegna dell'attestato di Benemerenza civica in data 7 dicembre 2008 - scrivono Elio e le storie tese -. Desideriamo in primo luogo ringraziare chi ha proposto il nostro nome.

Vi comunichiamo altresì che non intendiamo accettare la Benemerenza, poichè siamo in disaccordo con la vostra decisione di non assegnare l'Ambrogino d'Oro a Enzo Biagi e la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano, come riportato dai principali organi di stampa». «Come abbiamo fatto in questi vent'anni - aggiungono -, continueremo a rappresentare al meglio Milano, la città in cui siamo nati, viviamo e lavoriamo; che amiamo profondamente e che, proprio per questo, vorremmo vedere meglio trattata e rappresentata dalla sua amministrazione comunale».

Parole sensate nella terra dei kaki.

02 Dic 2008   
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