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Autore Topic: FERDINANDO CAMON. -  (Letto 13340 volte)
Admin
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« il: Luglio 16, 2007, 12:12:07 »

Se il colpevole è il terremoto

Ferdinando Camon


Se viene un terremoto e le case crepano e perdono pezzi ma solo una implode su se stessa e si sfascia completamente, e sotto quell’una resta una valanga di morti, è chiaro che c’è un problema: quella casa era fatta come le altre? O c’è stato qualche errore o qualche leggerezza o incautela nei calcoli o nei materiali? qualche risparmio? Fatalità, quella costruzione era stata sopraelevata: la sopraelevazione rispondeva ai calcoli del peso e della portata? Per essere agibile, doveva prima essere approvata da un controllo edilizio.

Il controllo è avvenuto? Chi l’ha firmato? Dov’è il documento?

A essere chiamati in causa da questi interrogativi sono una sfilza di responsabili che vanno dai vincitori dell’appalto ai progettisti, ai tecnici del Comune, al sindaco, all’ufficio competente per il certificato di abitabilità. Se tutto fosse filato bene, alla fine della trafila ci doveva essere una costruzione «sicura», umanamente sicura, ben sapendo che quello che è umano è imperfetto. Quella era una sede dello Stato. Una scuola. Le famiglie che mandano i loro bambini in un edificio dello Stato hanno il diritto di pretendere che quell’edificio rispetti tutte le garanzie delle leggi: se viene un terremoto, e le case del paese vanno giù, la casa dello Stato deve andar giù meno delle altre. Perché le altre possono aver lucrato sul risparmio, la fretta, l’interesse privato, il sotterfugio, i materiali scadenti, il controllo compiacente. Lo Stato no. Lo Stato è la Legge.

Ora, nel processo per il tristissimo crollo della scuola di san Giuliano, provincia di Campobasso, che ha ammazzato 27 scolaretti e una maestra, tutto può essere discusso tranne una cosa. Il tutto di cui si può discutere è di chi sia la responsabilità: la società costruttrice? il progettista? il fornitore di materiali? il controllore che ha testato l’opera? o che doveva testarla e non l’ha fatto?

L’unica cosa che non poteva essere affermata è questa: che il fatto non sussiste. Che nessuno è colpevole. Che l’unico colpevole è il terremoto. Cioè il Fato, la Natura, o, se volete, Dio. E siccome nessuno di questi tre personaggi è soggetto alla legge, la legge non punisce nessuno.

È quello che succede a san Giuliano, dove tutti gli imputati sono stati assolti con la formula che dice: «Il fatto non sussiste». I famigliari delle piccole vittime si sono scagliati contro tutti, contro il giudice monocratico, contro i carabinieri, contro gli avvocati difensori. Sono volate sedie, tavoli, insulti, bestemmie. Sugli insulti agli avvocati difensori va detta una cosa. Sì, certo, quando c’è una strage e gli avvocati della difesa riescono a strappare una sentenza di assoluzione per tutti i loro assistiti, hanno vinto. Ma non per questo sono colpevoli. La sentenza è una valutazione che scaturisce dallo scontro tra il massimo di difesa e il massimo di accusa.

Qui il problema è che la sentenza, per quel che sappiamo finora (aspettiamo tutti, con molta ansia, le motivazioni) scavalca le prove pro e contro, va al fatto, e stabilisce che «Il fatto non sussiste». Pare quasi che la sentenza si chieda se il terremoto è colpa di qualcuno degli imputati, e risponda, giustamente, di no. Ma il problema è un altro: come mai il terremoto è venuto per tutti ma una sola costruzione s’è sfasciata in quel modo, sbriciolandosi in polvere? Quella costruzione era «predisposta» allo sfasciamento? Aveva una debolezza strutturale, insita nel modo in cui era stata fatta, e poi rifatta, con quel sovraccarico enorme dovuto alla sopraelevazione? È questo che doveva giudicare la sentenza. Se qualcuno ha controllato l’edificio e ha emesso un certificato di agibilità, è quel qualcuno che va giudicato, perché col suo certificato ha avallato tutte le opere a monte. Se quel certificato non esiste (l’accusa dice di non averlo mai visto), va giudicato chi doveva emetterlo e non l’ha emesso: è come se l’avesse emesso falso. Qui ci sono 28 morti. Questo fatto, purtroppo, sussiste.


fercamon@alice.it


Pubblicato il: 15.07.07
Modificato il: 15.07.07 alle ore 14.41  
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« Ultima modifica: Agosto 12, 2011, 09:12:29 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Luglio 31, 2007, 06:19:57 »

La violenza è adesso
Ferdinando Camon


Faccio una premessa, e prego il lettore di non ritenerla a priori priva di rapporti col caso di Rignano, perché il rapporto lo spiegherò alla fine. Una bimba inglese è stata rapita in Portogallo. Quale mostro la tiene con sé? Che cervello ha? Che pensieri? Dopo tante settimane senza il minimo risultato, d’improvviso una notizia strana. Son finiti sotto accusa i genitori, per questa semplice ragione: perché l’hanno lasciata sola e sono andati al ristorante. Che genitori sono? Mi trovo in linea con questa decisione. Una bambina lasciata sola in una casa deserta, per il tempo di una cena al ristorante, può andare incontro a tante brutte avventure. Una, purtroppo, è accaduta.

Adesso torniamo a Rignano. Sulle «cose cattivissime» successe a quei bimbi, l’accusa insiste perché vuol sapere di più, sempre di più. La difesa insiste perché vuol negare un particolare, un altro particolare, tutto. I bambini, a quell’età, hanno chiara solo una cosa, che quel che vogliono papà e mamma è buono, ma qui papà e mamma hanno tante protesi (avvocati dell’accusa, avvocati della difesa, carabinieri, giudici, psicologi), e i bimbi non hanno chiaro dove devono andare, avanti o indietro. Se dire tutto o negare tutto. O, secondo la difesa, se inventare tutto o smentire tutto. Ogni volta che leggiamo le parole virgolettate di uno di quei bimbi, sentiamo una cosa: che riattualizzando quelle esperienze, se furono esperienze, o ripetendo quelle fantasie, se sono fantasie, questo momento (ieri, oggi, domani) diventa comunque, nel conscio e nell’inconscio dei bambini, il momento che fonda la verità. Se quelle furono esperienze, ne escono completate nei particolari che mancavano, e in futuro fermenteranno nella psiche dei bambini non per come accaddero ieri, ma per come si fissano adesso; e se sono fantasie, ormai hanno soppiantato la realtà, son diventate più vere del vero, sono la realtà, sono la vita, e i bambini si caricano addosso quel passato così come una parte dei genitori, una parte dei giudici, una parte degli uomini di legge lo vogliono. Sto dicendo una cosa sgradevole: l’opinione pubblica ritiene che, se qualcosa è accaduto, anzi se molto è accaduto, dirlo e ridirlo adesso, e perfino mimarlo in quello che si chiama incidente probatorio, abbia il potere di dissolverlo, liquidarlo. Le parole liberano. Questo crede l’opinione pubblica, e anche una buona parte dei giornali. Cominciamo invece a temere che non sia così. Che la vera esperienza distruttiva che segnerà questi bambini non stia nel passato, ma stia nel presente, questo presente. È adesso che i bambini urtano contro la difficoltà di dire, contro vergogna di dire, che è poi la vergogna che la madre (che racchiude in sé la morale e il mondo) venga a sapere. Comunque stiano le cose, fra trenta o quarant’anni, quando questi bambini saranno diventati adulti e avranno a loro volta dei bambini e riandranno con la memoria al loro passato (quello che adesso è il loro presente), lo recupereranno e lo patiranno e lo giudicheranno per quello che appare sui giornali, sui notiziari, sulle agenzie, sui tg: il lievito del male sta qui. Non sto dicendo che bisogna lasciar perdere tutto e non indagare. Sto cercando di dire che i valori da tener d’occhio non sono uno solo (la giustizia), ma sono due: la giustizia e il futuro dei bambini. In questo momento, per come si sta svolgendo l’incidente probatorio, del secondo non si cura nessuno.

Se fosse vera soltanto la metà del racconto dei bambini, se loro avessero potuto essere trasportati di qua e di là, in auto o in pulmini, se ci fossero case nei dintorni, dove venivano usati come agli adulti piaceva, se perfino qualche vigile avesse visto, allora s’imporrebbe una conclusione: dove stavano i genitori? Dove stava tutto il paese? È la stessa conclusione che s’è imposta per la bambina inglese rapita in Portogallo.

fercamon@alice.it


Pubblicato il: 31.07.07
Modificato il: 31.07.07 alle ore 9.16   
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« Ultima modifica: Agosto 06, 2007, 11:07:40 da Admin » Loggato
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« Risposta #2 il: Agosto 09, 2007, 04:52:32 »

Ultimo dubbio sulla strage di Bologna
Ferdinando Camon


Negli anni 70 c’era a Padova, vicino al Liviano, che è la Facoltà di Lettere, una libreria aperta solo al giovedì, dalle 22 alle 24. Aveva anche materiale proibito per legge. Mi ci sono recato tre volte. La libreria non aveva vetrina, ma una saracinesca sempre abbassata. Sul campanello, la sigla Ar. Come Ariani, Ares, aretè, aristocrazia: guerra, virtù, razza eletta. Suonavo il campanello, qualcuno veniva a prendermi, mi accompagnava per un corridoio semibuio, e di colpo mi trovavo nello stanzone dei libri: un paralitico su una sedia a rotelle m’interrogava, chi ero, che libri volevo, perché. Tra i libri che ho comprato ce n’era uno che spiegava perché chi vuole cambiare la storia ha bisogno di una strage. Stavo scrivendo un romanzo sul terrorismo, Occidente, e nella parte in cui esponevo l’ideologia del gruppo terrorista calai interi brani di quell’opuscolo. Anni dopo, con mio stupore, con mia paura, la polizia che indagava sulla cellula terroristica incriminata per la strage di Bologna, trovò un quaderno in cui eran riportati quei brani, undici pagine del romanzo, copiate a mano, tutte in caratteri maiuscoli. La polizia ritiene che la cellula neofascista si riunisse per discutere quelle ragioni e farle proprie. Lì starebbe «il movente» della strage di Bologna. Non è un movente «piccolo», non si tratta di punire un traditore o eliminare un avversario. Si tratta di «inginocchiare il popolo». Un popolo messo in ginocchio è disposto a cercare la protezione di chiunque abbia la forza e la potenza di garantirgli non più la giustizia o la democrazia, traguardi inferiori e scaduti, ma la protezione, nuovo traguardo immediato e necessario. La ragione principale per cui alcuni (e non sono pochi) dubitano che i condannati per la strage di Bologna (il Fioravanti e la Mambro) siano i veri colpevoli, è la distanza tra il livello della strage e il livello a cui quei personaggi vivevano la loro vita (vedo che è anche il dubbio dell’ultimo, e riassuntivo, libro sulla strage di Bologna, che esce adesso: Tutta un’altra strage di Riccardo Bocca, editore Bur, pagg. 261, euro 10,20. È questo il libro che mi suscita i ricordi che rievoco qui). Fioravanti e la Mambro sono personaggi da «regolamenti di conti». La strage di Bologna richiede molto di più. Richiede organizzazioni internazionali o Stati terroristi. Quelle 11 pagine furono inserite nell’arringa dell’accusa e nella sentenza di condanna all’ergastolo. La Mambro ha un fratello. Il fratello venne a casa mia per un colloquio. Lui non metteva in discussione che la sorella avesse ucciso diverse persone, ma affermava la sua assoluta innocenza riguardo a quella strage. Sui rapporti fra ideologia e morte, teorie stragiste e stragi eseguite, avevo avuto un incontro e un dialogo con un altro personaggio: il terrorista «nero», che descrivo nel romanzo. Era stato condannato all’ergastolo per la strage di Piazza Fontana, poi assolto, poi ri-condannato ad altre pene. In quel momento era agli arresti domiciliari a Brindisi, mille chilometri da casa mia. Mi chiede un incontro. Vado a Brindisi, quattro ore di colloquio, io seduto lui in piedi (è «l’uomo che non si siede mai»), io a far domande sul «diritto di strage», lui a ribadire che «il capo» ha questo diritto, è un diritto-dovere che il capo esercita perché il capo è lo strumento di un destino che lo scavalca, chi viene sacrificato da questo diritto trova il suo senso nel sacrificio. Era stato condannato per strage e poi assolto, ma avendo letto le sue opere mi ritenevo in diritto di porre di nuovo il problema, non come problema giuridico ma come problema etico. E gli chiesi: «Lei è innocente?». Lui mi passò alle spalle e mi sussurrò all’orecchio destro queste parole: «È innocente non colui che è incapace di peccare, ma colui che pecca senza rimorsi». Fu la sua ultima risposta. Mi torna in mente ogni volta che sento una strage, Eta, Ira, Al Qaeda, Afghanistan, Iraq, Palestina, kamikaze vari: la strage è possibile solo se colui che la fa porta dentro di sé un codice morale che lo assolve. Lo stragista è più sereno dopo che prima. Più «puro», più «santo». Più «in pace». Ora, è questo il problema per i due principali condannati per la strage di Bologna: tutto giustificano della propria vita, delitti su delitti (13 lui, 16 lei), ma rifiutano solo quella strage.

L’inchiesta di Riccardo Bocca propende per la tesi colpevolista: quei condannati sono i veri colpevoli. Ma non è una tesi fermissima. L’ultimo capitolo è un dialogo con Cossiga, che quella tesi la rifiuta in toto. Il problema sta qui: se le ragioni della strage sono quelle e se gli autori sono quelli, ora che hanno scontato la pena trarrebbero coerenza e grandezza dalla rivendicazione. Ma non l’hanno mai fatta. Non la faranno mai.
Perché?


Pubblicato il: 09.08.07
Modificato il: 09.08.07 alle ore 14.16   
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« Risposta #3 il: Settembre 21, 2007, 10:18:42 »

Lavoro, morte antica

Ferdinando Camon


Nelle industrie più moderne si continua a morire nella maniera più antica: l´uomo ucciso dalle macchine. Lunedì è toccato a una ragazzina di 21 anni, un esserino da niente, quasi invisibile, alta un metro e cinquanta, peso 40 chili, di nome Jasmine (cognome italiano, Marchese). Aveva un fidanzato che, come sempre in questi casi, vien chiamato fidanzatino. E stavolta il diminutivo ci sta meglio che tutte le altre volte, perché questo ragazzino mi pare di averlo visto nei tg locali, ma sfumato, perché sarebbe minorenne. Un amore prima di essere amore. O, se volete, un amore finché è ancora amore. Poi diventa un´altra cosa: relazione, matrimonio, affitto.

La fabbrica è una delle migliori del mondo, anzi probabilmente la migliore del mondo, nel suo settore. Produce semilavorati del legno. Ha 750 dipendenti. Una potenza. Di recente ha aperto una filiale nel Kentucky, e con quella balza al ruolo di leader mondiale. Se avete letto questo, avete già capito dov´è: nel Nord-Est, a Salgareda, provincia di Treviso. Salgareda è il paese dove aveva messo su casa Goffredo Parise, ritiratosi dalle metropoli e dall´azienda del Padrone, dal Vietnam e dalla carneficina americana doc. Sui giornali locali, l´incipit della notizia dice così: «Morta a 21 anni, di notte, sul lavoro, precaria, schiacciata da una macchina». Queste poche parole sono troppo dense, bisogna diluirle. Morta a 21 anni: uno di 50 anni, facendo lo stesso lavoro, non muore allo stesso modo, perché ha esperienza. Questa ragazzina, probabilmente, è stata incauta.

Siamo a fine settembre. Nelle zone di ripopolamento si liberano le lepri. Nei primi giorni di caccia verranno ammazzate con facilità, perché non sono sveglie. Vengono dagli allevamenti protetti, dove niente gli faceva male, non sanno che adesso sono affidate alla vita libera, dove tutto è lotta. Questa ragazzina veniva dall´infanzia-adolescenza, continuava a sentirsi al sicuro, non sapeva che, nel mondo del lavoro, i pericoli sono dappertutto. E non sono necessariamente «colpevoli»: il Nord-Est non è una selva selvaggia, e una azienda come questa, leader mondiale, ha occhi sindacali da ogni parte. Probabilmente non c´è da dare la caccia all´errore o alla colpa. Probabilmente la fonte della tragedia è nella norma.

Guardiamo ancora quel sunto iniziale della notizia: «di notte, sul lavoro, precaria». È morta alle 22, il suo turno andava dalle 18 alle 24. Ed era precaria. Il segretario della Cisl dice: «Almeno 200 lavoratori di questa azienda sono precari, e i precari non hanno un´adeguata formazione in materia di sicurezza». I proprietari (due fratelli) ribattono: le quote di lavoratori interinali sono concordate con i sindacati e le misure di sicurezza sono massime. Probabilmente è tutto vero, ma se è così potrebbe significare che quelle quote sono troppo alte, 200 precari su 750 sono tanti, e se quei precari sono meno preparati degli altri sul piano della sicurezza, ecco che il rischio si fa pesante. Troppo pesante. «Quella ragazza non doveva trovarsi lì», dice l´azienda. Fosse stata più grande, e cioè fosse diventata un automa, come ogni lavoratore prima o poi diventa (Parise lo racconta in libri che dureranno secoli), non si sarebbe trovata lì. Ma non era ancora grande. Era una bambina, una piccola, immatura fidanzata.

Da fidanzata, aveva appena mandato un sms al fidanzatino: «Lascio il mio solito tavolo, mi sposto». Il fidanzato lo sapeva, ma i colleghi di lavoro no. Uno di loro, manovrando un muletto, urta per sbaglio una pressa da 10 quintali alta 2 metri e mezzo. La pressa oscilla e cade. Jasmine è lì dietro. L´investitore ha uno choc tale che a sera, tornando a casa, si schianta da solo con la vettura. Adesso è grave. Nel lavoro si rispettano le norme per tutte le previsioni. Ma evidentemente non basta, bisogna allargare le previsioni. Adesso gli operai dicono: «Quella pressa bisogna fissarla al pavimento». È vero. In questo momento, la stanno fissando. Troppo tardi, per Jasmine.
fercamon@alice.it

Pubblicato il: 20.09.07
Modificato il: 20.09.07 alle ore 13.14   
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« Risposta #4 il: Ottobre 31, 2007, 12:10:28 »

Il Tradimento di Cortina, per denaro

Ferdinando Camon


A Cortina d’Ampezzo s’è svolto il referendum sul passaggio dal Veneto all’Alto Adige, e la stragrande maggioranza ha votato Sì. Tra il Sì e il No la proporzione è di 4 a 1. È una coltellata al cuore della nazione. Tra tutti i referendum per lasciare il Veneto e passare al Trentino-Alto Adige, quello di Cortina d’Ampezzo è il più doloroso. Perché Cortina è venetissima. Perché sta al turismo vacanziero come Venezia sta al turismo artistico: Cortina è la seconda Venezia del Veneto; perché è arricchita dai vacanzieri di Treviso-Vicenza-Verona-Padova, gran parte dei veneti vanno a fare le vacanze lì, la sentono come una loro cassaforte, dove lasciano volentieri il loro denaro.

Perché è un confine: di qua nazione Italia e lingua italiana, di là Alto Adige e lingua tedesca; perché è stata l’obiettivo da difendere di un intero corpo di alpini, il Settimo Reggimento chiamato “Cadore”, che aveva il comando a Belluno; perché le canzoni d’amore per Cortina sono decine, «bombardano Cortina, / dicon che gettan fiori, / tedeschi traditori, / è giunta l’ora / subito fora / dovete andar»; perché ha una forte concentrazione di seconde case, in gran parte dei veneti, e quando scoppia il caldo, che in pianura è afoso e irrespirabile, i professionisti veneti portano a Cortina moglie e figli, e loro stanno giù a lavorare, salvo salire, con una breve sgroppata in auto, dal sabato alla domenica. Perché è un centro culturale e di intensa lettura, l’unico centro del Veneto dove si smerciano libri: tu presenti un libro a Cortina in estate, e in una settimana vendi duemila copie. Per un veneto, andare a Cortina è come restare in patria. Oltrepassare Cortina, vuol dire cambiare lingua, gente, moda, cibo, pantaloni. Anche chi non fa turismo di montagna conosce la Val Fiscalina, è quella dove sul finire dell’estate è franata quella parete della Cima Una, un lastrone di settanta metri di base per cento di altezza: bene, venendo dall’Alto Adige e proseguendo ancora un po’, arrivi in vista di Cortina, c’è un ristorante lì sul confine, ed è l’ultimo ristorante di lingua tedesca. Può una città del genere, con questa storia, questa lingua, questa economia, cambiare regione, passare da una regione “italiana” a una regione “tedesca”? È un tradimento. Comunque vada il tradimento, una traccia la lascerà: il rapporto dei veneti con Cortina non sarà più lo stesso. Le ragioni di questo tradimento, e di ogni tradimento di tipo secessionista, sono due, ma una vera e una falsa. Falsa: i cortinesi rimpiangono l’unità con i ladini, perché dopo la seconda guerra mondiale Cortina è finita sotto Belluno, i fratelli ladini in Alto Adige. È una “copertura”. La copertura è la ragione nobile che copre una ragione meno nobile, però la meno nobile è più vera. Ed è più semplice: se passa di là, Cortina avrà più soldi. Per 100 euro che raccoglie di tasse, l’Alto Adige, con i ritorni e le sovvenzioni dello Stato, ne ha a disposizione 130-140, mentre il Veneto, per ogni 100, gliene restano 70, sì e no. Indichiamo cifre intermedie, perché le cifre correnti sono varie. Questo discorso, della sperequazione nei rapporti Stato-regione, ha un senso drammatico per i piccoli Comuni, ma non certo per Cortina: Cortina è ricca, e la ricchezza gliela regala il Veneto, che lei adesso vuol abbandonare. Se prosegui in auto oltre la Val Fiscalina e giri a destra e passi in Austria, vedi un brusco calo della ricchezza: di qua tutto è sontuoso, ville, paesi, strade, negozi, balconi, vallate, di là in Austria tutto è poveraccio. Quando c’era il Settimo Alpini, si eseguivano manovre ogni mese, per bloccare infiltrazioni del nemico e salvare le nostre città. Per la Julia (Ottavo Alpini) la città da salvare era Trieste, per la Cadore Cortina. Adesso Cortina vuol abbandonare i suoi salvatori «per denaro». Non si capisce più cos’è la storia, la patria, la regione a cui appartieni. Una regione si disgrega, la storia si spappola.

Pubblicato il: 30.10.07
Modificato il: 30.10.07 alle ore 11.36   
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« Risposta #5 il: Dicembre 06, 2007, 11:03:16 »

Il Nazismo dell’ultima Lega

Ferdinando Camon


Chi parla così, è fuori di testa: a Treviso un consigliere comunale della Lega Nord dichiara: «Se alcuni toccano la mia famiglia, io non applico la legge del taglione, ma la legge delle SS: per uno dei miei, dieci dei loro». Sono sparate, fra il turpe e il grottesco. Ma chi fa sparate del genere è un fessacchiotto? Si suicida, politicamente parlando? Intanto, per ragionare, mettiamo a posto le notizie. A Cittadella, il sindaco ha emanato la famosa (anche troppo) ordinanza del reddito minimo vitale: chi chiede la residenza, ma non guadagna almeno 5mila euro all’anno, non l’avrà. E tutti i giornali: è fuori della legge, il procuratore Calogero lo inquisisce. Non è così. L’ordinanza fa un passetto di troppo, e cioè prevede che un’apposita commissione segnali al questore o al prefetto i casi in cui colui che chiede la residenza non dimostra di poter vivere con mezzi legali. L’avviso di garanzia di Calogero è su questa commissione. Con la quale, pensa Calogero, il sindaco usurpa un potere che è solo dello Stato, decidere chi entra e chi no.

Ma il vivere legalmente non è un concetto leghista, se ne sta discutendo anche nella maggioranza. Dopo Cittadella, c’è stato il caso di cinque sindaci dei Colli Euganei, tutti di Alleanza Nazionale. I cinque sindaci han fatto sapere che trovano difficoltà a concedere la cittadinanza italiana a immigrati che secondo il ministero dell’Interno sono in regola e ne hanno diritto, ma che però, invitati a leggere un breve giuramento, non non sanno leggere l’italiano, e interrogati su due-tre principi della Costituzione, non la capiscono. Scusate, ma qui c’è un problema: uno che non capisce la lingua italiana e non ha la minima idea di che cos’è la nostra Costituzione, e se riceve una lettera dal Comune o dallo Stato non riesce a decifrarne una parola, su che base può diventare cittadino italiano, come me, come voi? Perché le istituzioni, invece di far finta di nulla, non li mettono nelle condizioni di imparare la nostra la lingua? Non è detto che i sindaci di Alleanza Nazionale, perché sono di Alleanza Nazionale, siano dei nemici del genere umano. Sono di destra, e hanno il pallino della sicurezza. Ma perché la sicurezza non dev’essere un valore anche per la sinistra? A tutti quei cinque sindaci (più altri quindici) io ho scritto dicendo: «Scusate, nel vostro comune ci sono stati dei partigiani fucilati e impiccati, e nessuno ne sa più niente; perché non stampiamo un volumetto da 4-5 euro, da regalare agli studenti delle superiori? Mi date un po’ di soldi?». Tutti me li han dati. Non mi hanno sputato addosso. E io non gli sputo addosso.

Il discorso cambia quando si arriva al maiale. Dalle parti di via Longhin, estrema periferia di Padova Est, dove sta un mio amico pittore che sulla casa ha scritto: «Portatevi indietro i preservativi usati», il comune concede il terreno per una moschea, e subito 5-6 leghisti sono corsi sui campi incolti con un maiale al guinzaglio, per farlo pisciare. Ora il terreno è, musulmanamente parlando, immondo. Gli islamici si stanno consultando per capire se e come quel terreno si possa de-immondizzare, in maniera da farci sopra la loro moschea. La passeggiata col maiale al guinzaglio è stata la vera porcata leghista, altro che il Porcellum. È come se uno ti chiede da mangiare, tu gli dai un panino, ma mentre glielo consegni gli scarichi sopra uno sputacchio. Fa schifo il panino e fai schifo tu. Anche la Lega ha preso le distanze della passeggiata maialesca. Non le fa bene, non le porta voti, e qualcuno dei voti che continuerà a ricevere (la Lega è immortale, perché nasce su un problema che non è morto) le verrà dato con un conato di nausea. Adesso vien fuori la legge delle SS: se un clandestino fa un reato, tu punisci non un clandestino ma dieci. Una cosa del genere, non è un reato farla, ma anche solo dirla. Allora, perché queste cose i leghisti le dicono? Sono stupidi? Ma no. La Lega s’è ridotta al 4%, il suo esercito s’è sfasciato, quel 4% è la guardia imperiale, non deve disperdersi. Nel fragore della battaglia, quando l’esercito va in rotta, i soldati scozzesi suonano le cornamuse: i dispersi e gli spaventati, sul punto di gettare le armi e scappare, sentono le cornamuse, e accorrono al richiamo. Queste grida demenziali sono un «rappel à l’ordre». Che significa: «Ci stanno distruggendo, non facciamoci ammazzare». Però, come non è palesemente priva di senso la dichiarazione sulla lingua italiana che bisogna sapere per avere la cittadinanza, anche questa invocazione psicotica alle SS contiene un messaggio inconscio, che lo zoccolo duro di Lega e dintorni intende con la pancia e con i nervi. E non significa: «Se uno fa un reato, mettiamone in galera dieci», ma significa: «Se dieci fanno dei reati, cerchiamo di metterne in galera almeno cinque, e che ci restino». Non succede mai. La Lega è fuori-storia, la Storia non dà ragione alla Lega. Purtroppo, le dà degli alibi.
fercamon@alice.it

Pubblicato il: 06.12.07
Modificato il: 06.12.07 alle ore 9.06   
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« Risposta #6 il: Dicembre 23, 2007, 10:49:05 »

La voce del padrone

Ferdinando Camon


C’è tutto, nella telefonata fra Saccà e Berlusconi: sulla Rai, sul Senato, sui consiglieri fedeli al Cavaliere, su come nascono i telefilm, come vengono scelte le attrici, come si cerca di far cadere il governo. La politica è un temporale buio, le telefonate come questa sono i fulmini che mostrano cielo e terra. Guardiamoli.

Anzitutto, il contatto. È Saccà che chiama, ma non può chiamare direttamente il presidente.

Saccà chiama una segretaria. Il contatto significherebbe parità, ambedue alla stessa altezza. Qui uno sta in alto e l’altro in basso. Il presidente saluta: «Agostino!», per nome. Chiamando uno per nome, lo tocchi nella persona, non nel ruolo. La persona toccata non può toccare, deve rispettare la distanza: «Presidente!». Presidente è il ruolo, il potere. Cosa fa il debole di fronte al potente? Lo serve? Troppo poco. Il potente disprezza il servitore, e il servitore che offre un servizio si offre al disprezzo. Il servitore deve dichiarare un’altra cosa: amore. «Lei è sempre più amato», dice Saccà. Chi ama, innalza l’amato, e abbassa se stesso. Si presenta come un niente a un tutto. Ma il tutto, che sa di essere tutto, che tutto è? Economico? Politico? Molto di più: l’economico ha soldi, il politico ha un partito, ma stanno in terra. Berlusconi, con un salto mitopoietico, si alza fra terra e cielo, e colloca il suo potere nel sacro. Dice: «Mi scambiano per il papa». Il papa è il vicario del figlio di Dio. Guardando il papa lo vedi in alto, tra umanità e divinità, e provi il bisogno di adorare quel che lui rappresenta e piangere sulla miseria che tu sei. Con un èmpito creativo che lo fa non-mediocre, Saccà dice di rivolgersi al papa senza «piangeria», che è una piaggeria prossima al pianto: da lui escono preghiere e lacrime. Come dai fedeli di Lourdes, ma anche dalle ragazzine di fronte ai Beatles. La formula di chi riceve il Dio è: «non sum dignus». La usa Berlusconi: «Sono indegno», ma in lui diventa una formula attiva, non passiva, introduce l’indegnità fra lui e gli uomini, sono gli uomini che sono indegni di lui. Colui che ci fa sentire indegni è il nostro stupore, «stupor mundi». «Ma è stupendo» esclama Saccà, anzi meglio Agostino. «Stupendo» è ciò che abbiamo davanti a noi, il «vuoto» è dentro di noi. La frase di questo Agostino: «C’è un vuoto... che lei copre anche emotivamente», vale l’«inquietum est cor meum» di un altro Agostino. Noi siamo inquieti, ma ciò che adoriamo è per definizione quieto: noi dobbiamo muoverci, lui è il motore immobile. Noi siamo estasiati, ma ciò che ci fa estasiare non fa nulla, estasiare è nel suo essere, perciò rimane imperturbato, anzi annoiato. La sequenza: Saccà: «È bellissima», Berlusconi: «Vabbè... e allora?», mette a contatto due sfere, l’adorazione e la noia. I due parlano del consigliere Urbani, Saccà è cauto, non sa come lamentarsene: Urbani è vicino al padrone, c’è il rischio che oscurando Urbani un’ombra cali sul padrone. Il padrone non corre questo rischio: «Urbani fa lo stronzo, no?». «Stronzo» non è un’offesa, è un insulto de-semantizzato, perfino affettuoso, corre fra amici.

Saccà soffre che un comandante subalterno faccia lo stronzo e il comandante supremo ci scherzi sopra, ma sa di non poterci fare nulla, però ecco il suo potere: lui può spingere il comandante supremo a mettere in riga i disobbedienti, e in tal modo Saccà si mette sopra e davanti al comandante, lo scuote e lo indirizza: «Li richiami all’ordine, Presidente!». In questo modo si colloca rispetto al presidente più vicino di coloro che bisogna richiamare all’ordine, in un certo senso è lui che li richiama all’ordine. L’accenno al film su Barbarossa e al regista e alle attrici a cui trovare un ruolo da qualche parte è un tram che ci sbatte in faccia. Noi pensavamo: un film si fa perché il progetto è nell’aria, un regista si sceglie perché è fatto per quel progetto, un’attrice perché è tagliata per quella parte. Qui Berlusconi vuole il film su Barbarossa, ma lo chiama «cavolo di fiction», perché è Bossi che lo vuole, dunque la sequenza che noi credevamo storia-arte-film-Rai diventa Bossi-Berlusconi-Saccà-cavolo. Quando uscirà il «cavolo», noi che scriviamo, in sede di recensione, dovremo trovarne i significati filosofici e metafisici. C’è un’attrice da sistemare in qualche parte. Lo chiede Berlusconi, che non la conosce, ma quell’attrice gli serve per... far cadere il governo.

C’è un senatore del centro-sinistra che se viene sistemata la sua attrice 10E noi, se il governo cade, cercheremo di capire perché: poco welfare, troppo welfare. E invece sarebbe una donna, che una volta sistemata sarebbe grata al senatore, che per quella gratitudine sarebbe grato al presidente. Dicono che tutto questo è privacy, da rispettare. Come se, cadendo il governo, cadesse privatamente. Se davvero tutto questo è privacy, allora tutta la nostra vita è diventata una faccenda privata del potere.

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Pubblicato il: 23.12.07
Modificato il: 23.12.07 alle ore 15.04   
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« Risposta #7 il: Gennaio 16, 2008, 11:20:14 »

Grave errore contestarlo

Ferdinando Camon


Il Papa ha rinunciato a parlare all’Università di Roma: troppi ostacoli, troppi nemici, troppa ostilità. Troppi errori. All’inizio era stato invitato a tenere la Lectio magistralis, che è come dire a tracciare il solco, col senso che su quel solco sarebbe passato il sapere che l’università impartisce ai suoi studenti. In un secondo momento fu spostato in coda, non avrebbe parlato alle 9,30 ma alle 11: ma questo non cambiava nulla, chiunque avesse parlato prima di lui era destinato a sparire dopo che avesse parlato lui.

Infine si stabilì che mentre lui parlava potesse svolgersi una manifestazione di dissenso dentro lo spazio universitario, dissenso che non avrebbe contestato i contenuti del suo discorso (ancora sconosciuti), ma il suo diritto di parlare, la sua persona, la sua presenza, la sua biografia. A questo punto, il Papa ha deciso di rifiutare l’invito.

E così diventa il Papa a cui non è stato permesso di parlare in una università italiana, gli è stato confezionato un invito in maniera tale che lui ha considerato più dignitoso respingerlo. Una università italiana ha chiuso la bocca al capo della Cristianità. Per quell’università, per l’università in generale, per la cultura, per la libertà di parola, ma anche per il rapporto laici-cattolici, è un naufragio. Bisognava evitarlo. Era meglio che parlasse. Era giusto che parlasse. E questo non significa (a priori) che lui avrebbe detto cose giuste: sulle cose si poteva poi discutere, come scienza e coscienza impongono. E come ogni università, formatrice della scienza e della coscienza, insegna.

Il rifiuto al Papa di parlare all’Università non è un rifiuto in nome dell’università, è contrario al principio dal quale nasce l’istituto dell’università; non è un rifiuto nel nome di Galileo, ma nel nome di coloro che costrinsero Galileo all’abiura; chi dice che rifiuta l’entrata del Papa così come la rifiuterebbe ai leader che ritiene illiberali, non oppone a quei leader illiberali l’atteggiamento della libertà, ma adotta il loro stesso sistema. Perciò il dubbio è che coloro che si oppongono oggi a che il Papa parli all’università, sarebbero stati contrari ieri a che Galileo pubblicasse le sue tesi.

Vietare che un oratore parli, e vietare che chi vuole ascoltarlo lo ascolti, è come vietare che uno scrittore scriva, e che chi vuole leggerlo lo legga. È come bruciare i libri. Hanno bruciato il libro del Papa. Dal rogo dei libri non viene nessuna civiltà, viene la fine della civiltà. Hanno osteggiato il Papa all’università ufficialmente per il suo atteggiamento verso Galileo. La frase del filosofo austriaco Paul Feyerabend (un anarchico della scienza) su Galileo («La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo»), Ratzinger l’ha fatta sua ipotizzando che il galileismo possa essere stato smentito dal relativismo: come se questo potesse sminuire l’errore della Chiesa. In realtà Galileo scavalcò la razionalità dell’epoca, e non solo la Chiesa, ma l’epoca tutta ebbe difficoltà a seguirlo. Galileo aveva capito una cosa «troppo grande».

Ma proprio perché la cosa era troppo grande, aver sbagliato su quella cosa fu per la Chiesa un errore troppo grande. Più che un errore di scienza, fu un errore di metodo. Perché non solo costrinse Galileo ad abiurare alle sue scoperte, ma lo costrinse a giurare di non indagare più su quella materia, e a denunciare i colleghi scienziati, di cui fosse venuto a conoscenza, che svolgevano le stesse indagini. Non condannò una scoperta, condannò la scienza. Il risultato fu l’entrata del dubbio nel sistema cattolico. Se la Chiesa ha sbagliato con Galileo, può aver sbagliato con Darwin. Marx. Freud. Se ha sbagliato su come vanno le cose in cielo, può sbagliare su come si va in cielo. Il che vuol dire che si può essere cattolico discutendo e confliggendo con la Chiesa cattolica. Sui gay. Sull’eutanasia. Sull’aborto. Perfino sull’Inferno. C’era un vescovo che predicava la non-esistenza dell’Inferno, gli fu tolta la cattedra, fu minacciato di scomunica, ai tempi di Galileo lo avrebbero mandato al rogo, al tempo di Giovanni Paolo II è stato fatto cardinale (Hans Urs Von Balthasar). Se su Galileo la Chiesa ha commesso un errore di metodo, la cultura laica che adesso costringe il Papa a rinunciare a parlare all’università commette lo stesso errore di metodo. Se è un errore del bigottismo, questi sono i bigotti laici.

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Pubblicato il: 16.01.08
Modificato il: 16.01.08 alle ore 8.11   
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« Risposta #8 il: Gennaio 25, 2008, 04:44:00 »

Duecento euro per Olindo

Ferdinando Camon


Ma perché c’è gente disposta a pagare 200 euro per avere un biglietto di prima fila nel tribunale che processa Olindo e Rosa? Il tribunale ha stampato un numero di biglietti pari al numero dei posti, niente ressa, perfino i giornalisti sono razionati. Ma i bagarini han fiutato l’affare, e si son procurati biglietti da rivendere ai maggior offerenti. Che non mancano. Cosa si compra, comprando quel biglietto? Nei lanci delle agenzie, ieri, e nelle pagine dei giornali che davan questa notizia, la notizia era affiancata da un’altra, che riguardava il delitto di Perugia.

Pare che salti fuori un testimone. Può essere un megalomane, aspettiamo. Però intanto riflettiamo su quel termine, usato dalla difesa di Raffaele: «un megalomane». Un megalomane è uno che ha voglia di cose grandi, vuole ingrandire la propria vita, restando quel che è soffoca, se entra in uno spazio più grande respira. Ed entrando nello spazio del grande delitto sta meglio, si sente più realizzato, se ci riesce si salva, altrimenti si sente sprecato. Sull'habitat sociale e morale da cui è nato il delitto di Perugia grava una confessione di Raffaele, che ha detto: «Avevamo bisogno di sensazioni forti».

Non dico che Raffaele sia l'assassino, non lo so e non lo affermo, dico che ha espresso bene il suo status di studente fuori-casa, degli altri studenti fuori-casa (e molti fuori-patria e fuori-lingua), delle gioventù di tutto il mondo riunite insieme, e (su questo è stato chiaro) dei giovani come lui che si strafanno di canne fino a non sapere più se han dormito con la ragazza o no, se han fatto sesso o no, se han fatto la doccia a casa di lei o lei a casa di lui. Sono in un'altro mondo, in un'altra dimensione. Per entrare in quel mondo, devono smettere questo corpo, con questi nervi e questa mente, ed entrare in un altro corpo, con altri nervi e altra mente. Le canne, le pere e le sniffate (spesso la prima parola, più tenue, si usa per coprire le altre) stanno al passaggio dal primo corpo al secondo come la fiala chimica sta al dottor Jekyll che diventa mister Hide.

Vedere l'altro mondo è un modo per accettare di vivere in questo. Le emozioni forti servono a reggere la noia, a tenerla a bada. «Noia» e «indifferenza» sono concetti elaborati dalla letteratura italiana, quella francese preparava (se si trattasse di scienza, diremmo scopriva), negli stessi anni, due concetti analoghi: l'«estraneità» e la «nausea». Sono le condizioni della nostra vita quotidiana, sono quattro condizioni, ma sono collegate, da una si passa all'altra, e da ognuna si esce cercando emozioni forti, quello che vuole uscire dall'«estraneità» inventa come emozione forte l'omicidio. Qualcuno (tra gli ultimi, Adriano Sofri, nel libro Chi è il mio prossimo, appena pubblicato) spiega la strage di Erba come una strage tra prossimi, una strage del vicinato: lo sterminio dei vicini che ogni vicino inconsciamente desidera, che però non fa, ma se qualcuno lo fa lui corre a vederlo, e questo vedere è un sostituto del fare. Si pensa: pagano 200 euro per vedere in tribunale gli autori o supposti tali (prima han confessato, poi han ritrattato) come pagherebbero 200 euro per uno spettacolo pregiato.

No, non è così. Qui c'è in più, rispetto allo spettacolo, la verità. Sai che la cosa è vera. Ci sono cassette porno sul mercato, che hanno per protagoniste attrici: costano 30 euro, o 40. Ma ce ne sono che han per protagoniste bambine veramente seviziate o violentate in guerra: se ne vuoi una devi entrare in un mercato clandestino, e sborsare sui 200 euro. Perché queste hanno la verità. Ammesso che le prime diano sensazioni forti, queste le danno fortissime. Paghi quel che compri. Per chi è senza-vita, la prima fila al processo di Erba è un alibi che riempie tutta la vita.

Pubblicato il: 25.01.08
Modificato il: 25.01.08 alle ore 15.09   
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« Risposta #9 il: Aprile 26, 2008, 02:30:08 »

26/4/2008
 
Mostri sotto casa
 
FERDINANDO CAMON

 
Sembrano inventati da una fantasia maligna, per mettere a prova la sensibilità della gente, i due fattacci accaduti nel Veronese e nel Trevigiano.

Uno è un duplice delitto, due coniugi massacrati a martellate, l’altro è una violenza sessuale su una bambina di dieci anni, ripeto dieci. Del doppio delitto si conosce già l’autore: è un immigrato clandestino romeno. Fatta la strage a Lugagnano di Sona, grosso borgo sotto Verona, era scappato ma l’han fermato a Civitavecchia, appena in tempo perché stava per imbarcarsi su un traghetto. Per l’altro caso la piccola parla di un «uomo giovane di pelle nera». Un romeno e un «uomo con la pelle nera»: quando ci si mette, la realtà sa essere più maligna della fantasia.

Lugagnano è un paesotto che di caratteristico, per me che ci abito non lontano, ha un circolo culturale enorme, neanche fosse Milano: i borghi della provincia si sentono tagliati fuori, e far venire illustri conferenzieri è un modo per sentirsi collegati al corpo della nazione. Qui la borghesia s’insedia col tipico sistema delle villette isolate: la villa sta alla borghesia come il castello alla signoria. Le villette attirano i ladri e i rapinatori, perché sono ricche, perché sono separate, le puoi assaltare facilmente, fai quel che vuoi e scappi in pace.

In una villa del genere, non molto lontano, a Gorgo, nel trevigiano, tre rapinatori stranieri, di cui uno romeno, incrudelirono sui due custodi con una ferocia tale che per spiegarla si tirò in ballo la cocaina. Là volevano rubare. Qui a Lugagnano non si capisce cosa voleva il romeno, dal momento che è andato via senza toccar nulla. Ha vent’anni, ancora un ragazzo. Lavorava lì, ma un lavoro saltuario, in nero: dava una mano a ristrutturar la casa. Cos’è successo, perché a un certo punto, a metà del pomeriggio di mercoledì, nel ragazzo s’è scatenata la furia, è cosa che non sappiamo. Lui dice che l’uomo pretendeva delle prestazioni sessuali, e lui non voleva concederle. L’uomo s’è fatto insistente, e la reazione del ragazzo è stata la strage.

Nel dubbio, ragioniamo. Non c’era nessun bisogno di fare una strage. Il ragazzo non era ricattabile, non viveva lì, andava e veniva, poteva fare quel che voleva. Il fatto è che i clandestini si portano addosso due montagne di problemi: i problemi per i quali scappano dalla patria e i problemi che poi trovano qui. Se arrivano disperati, qui scoppiano. Le villette li attirano come il miele le mosche. Nelle villette ci sono sempre mille lavori insulsi da fare, li può fare anche chi non sa fare niente. Ma non è una sistemazione, non c’è lavoro fisso, e vivendo accanto ai padroni diventi matto perché ti rendi conto di tutto quel che non hai. Il sesso ci si mescola spesso, ma quasi sempre tra padroni e badanti: succede perché il padrone ha l’impressione che chi non ha indipendenza economica non possa avere indipendenza sessuale, questa è un’appendice di quella. Sulla vita degli immigrati irregolari si concentrano un sacco di problemi che neanche loro conoscono. Adesso questo romeno lo hanno preso, lo interrogheranno. Ma non credo che spiegherà la strage. La spiegazione non è dentro di lui.

E questo vale ancor più per il presunto violentatore della bambina di dieci anni a Santa Lucia di Piave, provincia di Treviso. L’avrebbe violentata nel modo più semplice e più brutale che si possa immaginare: la bambina era sola in un parco giochi (o in una casa?), l’ha attirata e ha fatto quel che ha voluto. Tornata a casa, lei si lamentava col padre perché sentiva dolore, e da qui si è scoperto tutto. Questi due fattacci, nella coscienza popolare, son riassunti così: vengono in casa nostra a stuprare le nostre bambine (se effettivamente sarà incolpato l’«uomo con la pelle nera») e a spaccarci il cranio a martellate. Si è appena votato, e la Lega qui ha avuto il più grande successo della sua storia. Nulla, in confronto al successo che avrebbe oggi.

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« Risposta #10 il: Giugno 05, 2008, 10:25:01 »

5/6/2008
 
Figli di un Dio affamato
 
 
 
 
 
FERDINANDO CAMON
 
I popoli denutriti non sono mai stati un rimorso per i popoli supernutriti, perché il mercato, che fa tutte le regole, fa anche le regole della coscienza: tutto è rimesso alla competizione, se non hai il necessario devi procurartelo, se non te lo procuri è colpa tua. La fame di un popolo si spiegava con la sua civiltà: i Primi Mondi si son creati una civiltà della produzione e del consumo, il Terzo e Quarto Mondo non hanno sviluppato né la tecnica né l'agricoltura, hanno un tasso spropositato di analfabeti, regimi antidemocratici, se andiamo a portargli un regime democratico uccidono i nostri soldati, sono sempre in guerra gli uni contro gli altri, tutto questo non abbassa la miseria ma la aumenta, e dal punto di vista occidentale la aumenta giustamente.

Non è soltanto un confronto fra popoli, ma anche fra individui: quando andiamo nei paesi della fame, in Africa, in Asia, in Sud America, e ci confrontiamo con gli indigeni che incontriamo, abbiamo l'impressione di una differenza di merito: noi abbiamo tutto perché facciamo tutto, loro non hanno niente perché non fanno niente.

Si parla di «mal d'Africa» per indicare l'attaccamento all'Africa che prende l'europeo che vi soggiorna per alcuni anni. Ci si domanda se il mal d'Africa esiste. Certo che esiste: è la tua sensazione di essere più che uomo, un dio, in mezzo a uomini che sono meno che uomini, tu vivi una super-vita mentre intorno a te vivono una mezza vita, e a volte neanche quella. C'è chi, anche tra i grandi scrittori, girando per l'India dice di «sentire gli dèi». Mi chiedo quali dèi può sentire un europeo che cammina tra i morenti. Ho l'impressione che più che «sentire gli dèi» gli europei in India «si sentono dèi», in paradiso. Se in giro per il mondo ci accompagnano i nostri figli, abbiamo l'impressione che giustamente domani loro domineranno mentre i figli degli indigeni li serviranno. Perché i nostri sanno e gli altri sono analfabeti. Non sanno usare una matita. A volte sanno cos'è un'arma, perché sono sempre in guerra, e questo li rende più colpevoli. Non ci rendiamo conto di una cosa: la guerra produce nuova fame, e la nuova fame produce nuove guerre. La fame rende stupidi.
 
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« Risposta #11 il: Giugno 07, 2008, 10:57:59 »

7/6/2008
 
Se lo stupro ha marchio italiano
 
 
FERDINANDO CAMON
 
Immaginiamo la notizia a parti rovesciate: un marocchino di oltre 30 anni stupra e mette incinta una minorenne italiana, in età di scuola media; forse che dopo due-tre giorni la lasceremmo cadere? Ma saremmo ancora qui a pompare sui dettagli, che poi sono quelli che contano: lui maturo, potrebb’essere marito e padre, lei bambina, potrebb’essere sua figlia, ingenua, va alla cerca della vita, ogni amicizia che incontra è una scoperta; lui che l’attira a casa propria, se ne fa amico e confidente, ne approfitta turpemente, e anche dopo riesce a tenerla così legata che lei non fiata con nessuno. Se la cosa stesse in questi termini, odieremmo non solo quel marocchino, ma tutti i marocchini; già sento le urla della Lega, «castrazione chimica», anzi no, «castrazione fisica», e un fattaccio del genere sarebbe utilizzato come una «vis a tergo» per far marciare il reato d’immigrazione clandestina, e forse riuscirebbe anche a farlo arrivare in porto.

Invece la notizia è rovesciata: un italiano, un uomo maturo, ha irretito una bambina marocchina di 13 anni, se l’è fatta amica, l’ha portata a casa propria, e l’ha stuprata, lasciandola incinta. Lei era così inesperta e immatura che non ha capito bene che cosa le stesse succedendo. Metteva su pancia, e stava zitta. È stata la madre a spaventarsi, è corsa dalla polizia, ha esposto i suoi sospetti, e l’uomo è stato individuato e arrestato. Non era al primo tentativo. Scavando nel suo passato, hanno scoperto che aveva già adescato e violentato due ragazzine, sempre minorenni. Sentiva un’attrazione irresistibile per le bambine immature, e di solito questo avviene perché le minorenni sanno così poco che con loro non devi aver paura: è la paura che fa fuggire un uomo maturo dal cercare le coetanee, che sanno tutto, e lo spinge a cercare le piccole, che non sanno niente. La paura si sfoga con la vendetta. Sulla piccola puoi essere violento, tu sei un padrone e lei la tua piccola schiava. C’è del sadismo in questi atti. Ma se si ripetono, non sono più atti, diventano comportamenti. Qualche volta l’uomo avrebbe usato, per indurre a una più completa obbedienza le piccole vittime, anche della droga: aspettiamo che le indagini ci dicano tutto, e sapremo anche questo.

Se fosse un marocchino e avesse violentato una bambina italiana, in età da terza media, perfino le nostre madri di famiglia, la parte della società meno incline alla protesta violenta, cederebbero alla voglia di giustizia-vendetta. I giornali seguono il pubblico, e dunque seguirebbero il montare della collera. La bambina susciterebbe la pietà generale, tutti la sentiremmo come nostra figlia, e patiremmo per la sua innocenza violata. Il violatore di tanta innocenza sarebbe un barbaro, proveniente da terre che non conoscono la civiltà, portatore in mezzo a noi di condotte tribali, e noi proteggeremmo quella bambina anche per senso paterno, essere genitore vuol dire essere padre di tutti i figli, tutti i figli sono un po’ tuoi. Bene, e adesso?

Un violentatore non è più tale se è della nostra razza, della nostra nazione? I 13 anni di una bambina nata fuori d’Italia non valgono come i 13 anni di una piccola italiana? La sua innocenza, quel vedersi la pancina crescere senza sapere perché, che ci terrorizza al solo pensiero che potesse capitare a una milanese o torinese, smette di tormentarci solo perché è capitato a una del Marocco? Non ci viene in mente che un’immigrata ha, rispetto a una coetanea italiana, anche il trauma di venire da fuori, parlare un’altra lingua, andare in cerca di tutto, soprattutto di relazioni di cui fidarsi?

Era, anzi è, una buona occasione per ragionare sul fatto che lo stupro non è una questione di razza, non lo fanno soltanto gli immigrati, romeni, marocchini. Lo fanno anche gli italiani. E sono altrettanto bravi. Questo qui lo faceva con una certa abitudine. Frequentava i luoghi dove trovava materiale femminile meglio predisposto ai soprusi, scuole, parrocchie, oratori. Costruiva la sua sequenza di stupri come una scala, voleva salire sempre più in alto, raggiungere un primato: s’era fatto un’italiana quindicenne, un’altra quattordicenne, e ora questa marocchina tredicenne. Per fortuna l’han fermato. Ora è a San Vittore, coperto di vergogna. Un po’ di vergogna però, confessiamolo, copre anche noi.

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« Risposta #12 il: Agosto 21, 2008, 10:46:19 »

21/8/2008
 
La scortesia merita una multa
 
 
 
FERDINANDO CAMON
 
Un signore sui settant’anni s’avvicina a una panchina e una ragazza sui venticinque si alza di scatto e gli cede il posto. Utopia, fino a ieri. Oggi è realtà: la gentilezza diventa un obbligo a Vicenza. Chi commette una scortesia paga una multa dai 25 ai 500 euro. Il sindaco ha emanato un’ordinanza che considera giuridicamente punibile la mancanza di gentilezza verso gli anziani, le donne incinte, le madri con bambini, i disabili, chiunque abbia dei problemi per età, malattia o condizione naturale. Finora la gentilezza era un di più, rispetto al comportamento civicamente corretto. Si poteva essere gentili per quel po’ di spirito altruistico per cui non possiamo non dirci cristiani. Se c’è, bene. Se non c’è, male, ma non possiamo farci niente. Adesso scatta la multa. Domanda: ma non è una buona scusante, che il multato non sia tenuto a conoscere l’ordinanza di una città dove magari si trova per turismo, senza sapere usi e costumi, norme e divieti? No, perché la gentilezza è «una legge non scritta», e dovrebbe valere più delle leggi scritte, a Vicenza come a Roma Milano Torino, in Italia come nel resto del mondo.

Sulla strada del ritorno alla gentilezza, Torino farà del 20 settembre la «prima giornata mondiale del saluto»: 10 mila volontari saluteranno almeno 10 persone sconosciute a testa, in modo che prima di sera 100 mila persone abbiano ricevuto quei saluti che ignorano da anni: dal Settanta ad oggi i saluti quotidiani sono scesi da 30 a 8. Come se l’Italia fosse entrata in lutto. Salutarsi con un sorriso non costa niente e serve molto, scarica sulla giornata una spruzzatina di serenità. Una spruzzatina oggi e una domani, la settimana si bonifica. Vicenza fa qualcosa di diverso: non lancia un invito ma impone una norma. Sarebbe bene che la norma valesse dappertutto. Non è questione di usi locali, qui entra in ballo la coscienza che disagi bisogni difficoltà malesseri oggi sono tuoi ma domani saranno miei. Se in fila alle Poste la madre col bambino in braccio occupa il ventesimo posto, la sua attesa è quattro volte più faticosa dell’attesa di chi sta bene, è solo, non ha altri sforzi da fare che guardarsi in giro. Non basta che uno sia invitato a cederle il posto per educazione, è meglio che sia costretto per legge.

Siamo in tempo di Olimpiadi. Sulle Olimpiadi i greci, che le hanno inventate e insegnate al mondo, raccontavano un aneddoto. C’è una gara allo stadio, gradinate piene, un vecchio non trova posto, gli ateniesi lo chiamano tra loro alzandosi in piedi, ma appena quello arriva si risiedono tutti con una sghignazzata. A quel punto gli spartani invitano il vecchio nel loro settore e tutti gli cedono il posto. Il vecchio fa una dichiarazione pubblica: «Gli ateniesi sanno cos’è giusto ma gli spartani lo fanno». La nostra civiltà deriva da quella ateniese e non da quella spartana, che non ha lasciato niente. Atene è una delle città-madri del mondo, Sparta è un paesotto che vedi dall’alto di una collina, non ha monumenti né altro, ci dai un’occhiata e te ne vai. Ma la nostra civiltà deriva da quella ateniese anche in questo: sappiamo cos’è gentile ma non lo facciamo, e troviamo giusto che questo non-farlo non venga sanzionato. È giunto il momento di sanzionarlo. Un’ordinanza che punisce la mancanza di gentilezza, stabilisce che la mancanza di gentilezza è un reato. È giusto.

Kenzaburo Oe, scrittore giapponese, premio Nobel, racconta di una vecchia che arriva a Tokyo con un cartello al collo: «Non desidero parlare con voi, ma indicatemi dov’è la stazione». I passanti fanno a gara ad aiutarla. Boccaccio dedica una novella alla cortesia: un signorotto riceve un ospite e lo tratta meglio che può, e quando scopre che l’ospite è venuto per ucciderlo, si reca all’appuntamento per essere ucciso, in modo da farlo contento. Beh, è troppo. È sufficiente essere gentili, non occorre suicidarsi. Senza gentilezza siamo dei bulli. E a proposito dei bulli, che rispondono a un favore con lo scherno, il primo giorno di scuola un professore dice a uno scolaro: «Quest’anno mi aspetto molto da te, perché agli scrutini t’ho aiutato». Lo scolaro lo guarda ridendo e gli fa: «Sempre sia lodato quel fesso che mi ha aiutato». Multa da 500 euro? Ma no: bocciarlo retroattivamente, e che ripeta l’anno.

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« Risposta #13 il: Agosto 28, 2008, 12:00:31 »

28/8/2008
 
Solo le quote possono evitare nuovi ghetti
 
 
 
FERDINANDO CAMON 
 
Le domande che nascono vedendo tanti figli di immigrati nelle nostre scuole sono tre: se la loro presenza rallenti lo svolgimento delle lezioni; se si possano iscrivere alle nostre scuole così come arrivano o se debbano prima imparare l'italiano; se possano iscriversi dove vogliono, e cioè alla scuola più vicina, o se sia meglio distribuirli per quote, in modo che non ci siano più classi che hanno il 20 o il 30 o perfino il 40 per cento di studenti d’origine straniera. A Torino c'è addirittura una classe in cui gli studenti sono tutti stranieri. Questi sono problemi, per così dire, normali: nel mondo scolastico non c’è più l’asprezza che c’era quando si discuteva se fosse opportuno che i figli degli islamici, nelle nostre medie superiori, formassero classi separate per non essere mischiati con i figli, e soprattutto le figlie, dei cristiani. In quest’ultimo caso le conseguenze erano disastrose: se si accoglieva quella richiesta, si permetteva che nella nostra repubblica si formassero nuclei di civiltà separata e ostile. Noi cerchiamo l’integrazione con chi arriva, non possiamo accettare che chi arriva cerchi la separazione da noi.

C’è a Mestre una scuola media che si chiama «Giulio Cesare», dove i genitori degli scolari italiani han deciso di boicottare la classe prima sezione G, perché ha un numero esorbitante di stranieri. Dunque sono i genitori ad accorgersi che i figli, nelle classi con tanti immigrati, non imparano niente. La settimana prossima l’assessore all’Istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan, avrà un incontro su questi temi col ministro Gelmini. Speriamo che il ministro si convinca. Perché in ogni classe, dalle elementari alle medie superiori (l’università è un’altra cosa), l'insegnante regola l’avanzamento del programma sulla capacità di apprendimento dei più indietro. Se prima un argomento non è ben appreso dagli ultimi, l’insegnante non va avanti. Svolgere un programma è come costruire una casa: non puoi collocare i mattoni del primo piano se prima non hai piantato le fondamenta.

Questo comporta che, dov’è forte la presenza di stranieri, lo svolgimento del programma va a rilento. Non perché i bambini stranieri siano meno dotati: non si tratta di doti, ma di basi. Anzitutto, basi linguistiche, e cioè possesso dell’italiano. Nelle superiori, ci sono ragazzi dell’est-europeo che rendono moltissimo, i romeni specialmente, perché per loro è facile superare il gap linguistico, che è ridotto, e superato quello vanno di corsa, spinti dalla poderosa «vis a tergo» che è la condizione di immigrati.

I piccoli islamici, invece, sono bloccati dalla cattiva conoscenza dell’italiano, lingua per loro difficilissima. La lingua s’impara a scuola, tra gli amici e a casa. Se tra gli amici e a casa parla un’altra lingua, il ragazzo non imparerà mai bene l’italiano. Ci sono politici che rifiutano questo ragionamento, perché dicono che così si rallenta l’integrazione, in quanto si ritiene che quei bambini abbiano bisogno di una pre-scuola, da separati, prima della vera scuola, con i coetanei italiani. Come se quelli che arrivano da fuori fossero scolari di serie B.

Questi politici sbagliano: prevedere che i figli degli immigrati, prima d’iscriversi alle nostre scuole, imparino l’italiano, non vuol dire ostacolare l’integrazione, ma favorirla. Non c’è integrazione con una civiltà senza la conoscenza della lingua in cui quella civiltà si esprime. Alle elementari c’è il problema dell’età: arrivano a iscriversi bambini di 8, 9, 10 anni. Non è opportuno iscriverli alla classe che gli spetta per età, è meglio iscriverli alla classe che gli spetta in base alla loro conoscenza dell’italiano. Ci sono quartieri dove l’immigrazione è così intensa che nelle scuole si arriva al 30 % di scolari immigrati, e anche di più. Succede nelle periferie. Nei centri, gli scolari sono italiani al 95%, o nella totalità. E’ così che si formano scuole di serie A e scuole di serie B. Non è una buona cosa. Meglio distribuire per quote gli immigrati, e non si dica che questo vuol dire peggiorare tutte le scuole: la presenza di immigrati è anche un arricchimento culturale, basta saperlo cogliere.

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« Risposta #14 il: Settembre 04, 2008, 12:14:01 »

4/9/2008
 
È razzismo non sopportare i giamaicani?
 
 
 
 
 
FERDINANDO CAMON
 
Un coro di condanne accoglie la frase di George Steiner sui giamaicani: «Sono profondamente anti-razzista - dice in sostanza -, ma non mi piace che dei giamaicani vengano ad abitare vicino a me». Dunque: rispetto per gli altri, apprezzamento per i loro usi e costumi, ma finché non vengono a contatto con me: se mi toccano, mi riservo di far scattare la mia reazione di rigetto. Perché loro, vivendo la loro vita, m’impediscono di vivere la mia.

Temo, purtroppo, che Steiner abbia ragione. E credo che quel che dice oggi non contraddica quel che ha sempre detto, per cui non è soltanto uno studioso che ammiriamo, ma un maestro che amiamo. Dalle università per cui è passato (Princeton, Stanford, Oxford, Cambridge) Steiner ha sempre tenuto d’occhio la letteratura nei rapporti con l’etica e la religione, e ha sempre infilato lo sguardo sulle relazioni fra potere e cultura, incultura e barbarie. Scrivendo questo articolo, non nego di sentire un certo orgoglio per averlo introdotto nella cultura italiana, convincendo Garzanti a tradurre Les Antigones (Le Antigoni, plurale), quando l’Italia non lo conosceva. Dire che ogni suo libro è una rivelazione non è abbastanza, la frase esatta è: «ogni suo libro ci migliora». Qualche dubbio mi lascia, e il lettore di questo giornale lo sa, La lezione dei maestri, un libro nel quale Steiner sostiene che il rapporto maestro-discepolo deve condurre a spartire non la cultura ma la vita, con tutta la sua quota di eros. Un rapporto perfetto fu dunque Martin Heidegger-Hannah Arendt. Questo rapporto l’ho sempre sentito come imperfetto e impossibile. L’eros accecava l’ebrea Hannah come il filonazismo annebbiava Martin. Ma non insisto sull’argomento, qui non conta.

Adesso Steiner viene a dirci che lui teorizza e predica la parità fra tutti gli uomini, l’uomo è in ogni uomo, è giusto che tutti stiano con tutti, ma lui personalmente va in crisi se una famiglia giamaicana diventa sua vicina di casa. Adesso Steiner abita a Cambridge. «È comodo - dice - stare seduti nella propria abitazione e dire che il razzismo è orribile; ma non venitemi a chiedere di ripeterlo dopo che una famiglia giamaicana con sei figli s’è piazzata vicino a casa mia e suona "reggae and rock" tutto il giorno». Non basta: «Da quando ho dei giamaicani vicini di casa, il valore della mia abitazione è crollato». Dunque il problema non è rispettare gli altri, è accettare che gli altri non rispettino te.

È la contraddizione fra la morale universale e la morale personale. Sul piano universale, tutti noi siamo contro la pena di morte, e non riusciamo (io, almeno, non riesco) a capire e ad accettare quell’articolo del Catechismo scritto dall’allora cardinale Ratzinger in cui la condanna a morte viene ritenuta lecita (è l’articolo n. 2267). Abbiamo sempre scritto contro la pena di morte. Ma non sappiamo (io, per quanto mi riguarda, non lo so) come ci comporteremmo con uno sconosciuto che venisse a uccidere un nostro figlio. Non escludo che potrei prendere un’arma e usarla. Nel momento in cui soffriamo un lutto, dovremmo essere interdetti. Ecco perché è giusto che i parenti delle vittime non stiano tra i giudici. L’America li fa sedere davanti alle esecuzioni, ma sbaglia.

Come Steiner, ho degli extracomunitari vicini di casa. Non «come Steiner», ma peggio di Steiner. Questi extracomunitari, circa tremila, riempivano un’intera via di micro-appartamenti, il Comune ha deciso di ricostruire tutti i palazzoni dalle fondamenta e dunque li ha sloggiati. Allora quei poveracci giravano nei dintorni, dormivano davanti alle porte dei condomìni, si stendevano nei vani dietro l’ascensore, e qui facevano pipì e popò. Qualcuno, toccato sul vivo, perché abitava in zona, ha protestato sui giornali. Qualcun altro, che abitava lontano, ha invitato a sopportare, perché questi maghrebini vengono dal deserto e sono abituati a fare pipì e popò a pochi passi dalla capanna. È possibile. Ma il fatto è che a casa loro intorno alla capanna hanno terra ed erba, qui il pavimento intorno ai nostri condomìni è lastricato di marmo. Il traguardo non è che noi ci comportiamo come loro. Il traguardo è che loro imparino a comportarsi come noi. A casa loro i giamaicani possono assordare lo spazio di musica dura, più dura la musica, più alta l’allegria. Ma qui c’è Steiner che scrive, tutto quello che scrive va contro il razzismo, e se non sopporta il baccano perché gl’impedisce di leggere e scrivere, diventa razzista? E perché mai?

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