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Autore Discussione: GIULIA VOLA - La dea nera degli intrighi...  (Letto 3581 volte)
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« inserito:: Luglio 15, 2007, 12:50:05 pm »

15/7/2007 (8:16) - RETROSCENA

La dea nera degli intrighi

Soldi, petrolio e diamanti: i giochi pericolosi di Isabel, ereditiera dell'Angola. Figlia del presidente, a soli 34 anni, ha in mano il paese

GIULIA VOLA
TORINO


Sorseggia Moet & Chandon e si guarda in giro. Tra i 700 invitati sembra ancora più giovane e spensierata. Almeno questo sostengono i fotografi che l’hanno vista al party organizzato a Luanda per il suo compleanno e a cui è stato vietato di pubblicare le foto scattate. A vederla il giorno delle nozze non si direbbe che Isabel Dos Santos, a 34 anni appena compiuti, amministra l’intero patrimonio angolano destreggiandosi tra petrolio, diamanti e banche. Un attimo dopo, sulla terrazza del Miami, il bar sull’isola della capitale, la raggiunge il marito, Sindika Dokolo, miliardario mecenate d’arte che ha arredato l’Arsenale della Biennale di Venezia 2007 e consulente di una società inglese che gestisce appalti nell’Africa meridionale. E i dubbi fanno la fine delle bollicine dello champagne.

La vita della primogenita di José Eduardo Dos Santos, il presidente angolano dal 1979, protagonista della trentennale guerra civile e implicato nell’Angolagate, assomiglia a un gioco di ruolo. Le pedine si contano sulle dita di una mano ma l’eco dei loro movimenti rimbomba ai quattro angoli del Pianeta. E chiama in causa le principali società minerarie, il governo francese, le Sette Sorelle, la Mafia, un procuratore portoghese e 3 paradisi fiscali. E per riflesso coniugale anche il crollo del sistema bancario congolese. Immaginare perché Isabel offra dei soldi ai fotografi affinché non pubblichino le sue immagini non è cosa d’altro mondo. La prassi vuole che per sequestrare i beni sottratti da un dittatore al suo Paese si aspetti che sia trucidato o deposto. Non in Angola dove le redini dell’impero finanziario sono passate a Isabel quando ancora non aveva 30 anni e la guerra civile era appena finita. Era il 2002, il padre stava firmando l’accordo di pace tra l’Unione per la liberazione totale dell’Angola e il Movimento per la liberazione dell’Angola e a tutto aspirava meno che a scandali.

Eppure, ad insospettire il Fondo Monetario Internazionale è stata la società «Futungo», cricca ai cui vertici alloggiano la società petrolifera di stato Sonagol, la Banca Nazionale dell’Angola e il presidente. E tra le cui fila spicca la bella e inconoscibile Isabel. Attraverso la Futungo, la dos Santos avrebbe fatto uscire dal Paese tra i 4 e gli 8 miliardi di dollari per metterli al sicuro in conti all’estero. Secondo l’Fmi nel solo 2001 sarebbero scomparsi 2 miliardi di dollari, ovvero poco meno della metà dei 4,5 guadagnati con il petrolio. È qui, mentre il governo angolano respingeva ogni addebito e cercava di arginare gli esordi dell’Angolagate - in cui sono coinvolti Jean Christophe Mitterrand, figlio dell’ex presidente francese, il trafficante d’armi Pierre Falcone e l’oligarca Arkady Gaydamak, di recente «sceso in campo» nella politica israeliana - che il passo felpato di Isabel metteva al sicuro la reputazione del padre, esonerandolo da ogni responsabilità ufficiale.

Regina di diamanti
Se l’Angolagate rischia di incrinare i rapporti tra Francia e l’Angola, l’esordio della gestione Isabel è stato spumeggiante. Ha iniziato dai diamanti, di cui l’Angola è il quarto esportatore mondiale. Fino a quel giorno il monopolio era nelle mani della multinazionale De Beers. Oggi sono il divertimento del faccendiere russo Lev Leviev, tanto amico di Putin da essersi fatto regalare la Alrosa - il gruppo che controlla la produzione nell’ex Urss - e tanto amico di Isabel da aver ridotto i guadagni della De Beers a una manciata di briciole. Presentato a papà, è subito entrato nelle grazie dei dos Santos diventando l’uomo forte del commercio ufficiale dei preziosi. «Ufficiale» perché sarebbe ingenuo ignorare quello parallelo, di contrabbando, sorretto da licenze governative. Mercato che i dos Santos hanno affidato a don Vito Roberto Palazzolo, padrino mafioso condannato negli anni ‘80 per traffico di droga nella Pizza Connection, evaso da un carcere svizzero ed entrato illegalmente in Sud Africa nel 1986. Ricercato con l’accusa di traffico di droga, armi, diamanti e avorio, di estorsione e sfruttamento della prostituzione, Vito - che oggi si fa chiamare Robert Von Palace Kolbatshenko - è ritornato alla sua occupazione preferita.

L’Operazione Petrolio
All’oscuro dei media e sotto la supervisione del padre, una volta sistemati i diamanti, Isabel si è occupata del petrolio, di cui l’Angola è il secondo produttore a pari merito con la Libia, cercando di tenere a bada la cresta delle Sette Sorelle da anni nella morsa dei ricatti di Dos Santos padre. «Le compagnie petrolifere - dice Patrick Nicholson dell’associazione britannica Cafod impegnata nella campagna «Publish What You Pay» - potrebbero avere un ruolo importante nella contabilizzazione delle casse del governo». E invece sottostanno all’ordine di dos Santos di non pubblicare i pagamenti annuali al governo angolano. Risultato: «dalle casse dello Stato spariscono miliardi di dollari che dovrebbero essere usati per cibo, medicine e infrastrutture». Il fiore all’occhiello della diplomazia femminile è stato riuscire a fare entrare l’Angola nell’Opec lo scorso marzo: operazione condotta dal padre ma seguita da Isabel con tanto di calcolatrice alla mano.

Lo scivolone finanziario
Inanellata una fortuna dietro l’altra, Isabel ha però sbagliato un colpo. Quello di aver venduto la discussa banca di famiglia, il Banco Internacional de Credito, al Banco Espirito Santo, una delle 4 più grandi banche del Portogallo. Frugando tra le carte, una magistrata di Lisbona ha scoperto il patrimonio di Dos Santos nascosto in un paio di offshore a Gibilterra e 3 holding: una a Montevideo (Uruguay), una a Funchal (isola di Madeira) e una a Grand Turk (Turks & Caicos). Paradisi fiscali, oltre che esotici, che una volta scoperti hanno fatto arrabbiare papà Eduardo.

Gli affari del marito
Nell’attesa dell’ira funesta, Isabel si fa consolare dal marito, Sindika Dokolo, uno dei più grandi mecenati d’arte, non esente da sospetti. Sull’uomo sposato per amor di Stato nel 2002, pende l’accusa di essersi arricchito speculando sul crollo del sistema bancario del Congo, durante il passaggio di potere da Joseph Mobutu a Laurent Kabila. Il padre di Dokolo, Sanu, avrebbe fondato sotto Mobutu la Bank of Kinshasa, dalla cui gestione sarebbe uscito con oltre 80 milioni di dollari. E il fatto che l’Arsenale della Biennale veneziana sia stracolmo delle 600 opere portate da Dokolo ha creato non pochi problemi a Robert Storr, curatore della mostra. Al punto da spingerlo a prendere ufficiali distanze dalle scelte del padiglione: «L’apposita giuria ha votato così per l’importanza della collezione, e io ho fiducia - si è giustificato - Non ho partecipato al voto, né ho avuto contatti precedenti con il collezionista. Ho sollevato diverse questioni durante le discussioni per assicurarmi che la selezione di una collezione privata fosse rappresentativa». Punto a capo. Isabel, Sindika ed Eduardo, distanti migliaia di chilometri e all’oscuro dai fotografi, sorseggiano Moet & Chandon e si guardano in giro.

da lastampa.it
« Ultima modifica: Gennaio 15, 2011, 04:55:17 pm da Admin » Registrato
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« Risposta #1 inserito:: Agosto 03, 2007, 04:49:57 pm »

3/8/2007 (7:11)

Rettifica articolo "La Dea nera degli intrighi"
 
 

Riportiamo la nota di rettifica indicataci dalla signora Isabel Dos Santos

«Le informazioni riportate nell’articolo “La dea nera degli intrighi”, a firma di Giulia Vola, pubblicato in data 15 luglio 2007, sono errate. L’Angola è una repubblica parlamentare e José Eduardo Dos Santos ne è il presidente, non il dittatore, legittimamente eletto nel 1979 e rieletto nel 1992. Proprio sotto la sua guida, l’Angola è divenuta una democrazia multipartitica.

Non esiste alcun impero finanziario in mano al presidente e, conseguentemente, la circostanza per cui Isabel Dos Santos, figlia del presidente, gestirebbe tale impero finanziario è assolutamente falsa. Non esiste alcuna società chiamata “Futungo” e, più in generale, alcuna società svolgente le funzioni alla stessa attribuite. “Sonangol” è una società le cui quote sono totalmente di proprietà dello Stato. La Banca Nazionale dell’Angola è una Banca di Stato, che non può gestire operazioni commerciali.

L’affermazione per cui Isabel Dos Santos, attraverso la (inesistente) società Futungo, avrebbe messo al sicuro in conti all’estero tra i 4 e gli 8 miliardi di dollari, è assolutamente falsa. Così come è falsa l’accusa, lanciata dalla NGO, per cui nel 2001 sarebbero spariti 2 miliardi di dollari: circostanza smentita, dopo accurati controlli, dalla società KPMG. Il presidente dell’Angola non ha mai avuto alcuna responsabilità in merito all’”Angolagate”, scandalo provocato da intrighi tra uomini d’affari francesi e russi.

Isabel Dos Santos non è mai stata amica del faccendiere russo Lev Leviev. Isabel Dos Santos e la sua famiglia non hanno mai conosciuto, né tantomeno avuto rapporti commerciali con il mafioso Vito Roberto Palazzolo, né con altri appartenenti alla criminalità organizzata. Il commercio del petrolio avviene attraverso procedure pubbliche e trasparenti, senza alcun coinvolgimento diretto del presidente e, tantomeno, della figlia».

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