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Autore Discussione: Mario Segni. Lodo Alfano: perché dico referendum  (Letto 1376 volte)
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« inserito:: Luglio 29, 2008, 06:45:36 pm »

Lodo Alfano: perché dico referendum

Mario Segni


Gli argomenti dei costituzionalisti che nel loro manifesto denunciano la incostituzionalità del lodo Alfano fatto con legge ordinaria sono convincenti. Ma il punto più importante della questione esula dalla forma dell’atto, e tocca il contenuto politico della legge e di tutta la strategia che il centrodestra italiano sta realizzando sulla Giustizia. È su questo che va concentrato il dibattito, perché è attraverso questa manovra complessiva che si stanno rovesciando alcuni principi.

Principi che da lungo tempo abbiamo considerato cardini della nostra civiltà, prima ancora che del nostro impianto costituzionale.

Il nodo centrale, su cui è in atto un capovolgimento di posizioni un tempo consolidate, è quello del rapporto tra il politico e la legge, e di conseguenza coloro che sono chiamati ad applicarla, e cioè i magistrati. La uguaglianza di chiunque di fronte alla legge, la sottomissione del princeps alla norma, la fine del regime di chi era «legibus solutus», e di conseguenza il potere del giudice di svolgere le sue funzioni anche nei confronti di chi è investito di incarichi pubblici, sono stati sinora considerati una conquista fondamentale, vorrei dire storica, dello Stato liberaldemocratico. I limiti posti da vari ordinamneti, come la immunità parlamentare, erano regole dirette a evitare abusi e stravolgimenti, non a negare il principio.

Ma è proprio questo che oggi è in discussione, e non solo in questo provvedimento ma nel complesso del dibattito. Si sostiene infatti che il mandato politico pone limiti alla regola, che chi ha ricevuto la investitura popolare per un ufficio pubblico deve essere sottratto alla potestà del giudice; che anzi l’intervento della giustizia nei suoi confronti costituirebbe un vulnus alla democrazia perché rovescerebbe la scelta popolare. È questa la sostanza politica, e vorrei dire anche culturale, della operazione che viene portata avanti, spiegata con grande efficacia con slogan semplicissimi, come quello che la politica la devono fare i cittadini e non i giudici, ma che porta in sé un rovesciamento di valori che avevamo creduto immodificabili e consolidati.

È chiaro che questo porta a cascata una serie di conseguenze. In primo luogo la fine della indipendenza della magistratura. La separazione dei poteri è in funzione della soluta libertà del giudice di perseguire il suo fine, cioè la applicazione della giustizia, in tutti i sensi, nessuno escluso. Se viceversa il campo è limitato, se addirittura alcune attività giudiziarie si pongono in contrasto con l’essenza della democrazia, è ovvio che non solo devono esservi leggi che pongono dei limiti, ma che il potere politico, l’unico legittimato a difendere i veri valori democratici, ha il dovere di controllare. Le stesse leggi ad personam possono essere giustificate. Se le inchieste su un politico ledono il principio democratico, è giusta allora, in attesa di una sistemazione generale, una legge che blocchi la singola iniziativa giudiziaria.

Ma se è questo che sta capitando, se il risultato complessivo di questo e di altri provvedimenti (controllo politico delle procure, immunità generalizzata) e della campagna mediatica e politica, è la fine della sottomissione del politico alla legge, è su questo che va condotta la battaglia. Le giuste riserve sulla forma del lodo Alfano non toccano quindi la sostanza del problema. Le cose non cambierebbero se venisse fatto con legge costituzionale. Ed è per questo che io mi auguro che si tenga sul lodo Alfano un referendum popolare: che si attivi cioè il solo strumento che la Costituzione mette a disposizione dei cittadini per modificare, se lo vogliono, le decisioni della maggioranza parlamentare.

Conosco le obiezioni, alcune risibili (sarebbe il referendum di Di Pietro; rispondo che se anche fosse non me ne importa un accidente, è giusto e lo faccio), altre più serie sulla difficoltà dell’operazione, sui pericoli di una sconfitta. È vero, questi pericoli ci sono. Ma oggi siamo di fronte a un paese tramortito e confuso che non solo accetta questo stravolgimento ma lo archivia; che non si accorge neanche di rinunciare a valori che ogni democrazia moderna considera essenziali. Non è una sconfitta, è una resa. Mille volte meglio un pezzo di paese che grida a gran voce il suo no, che affronta a viso aperto una battaglia difficilissima ma non si arrende. Da una sconfitta ci si può riprendere: da una resa no.

msegni@tin.it

Pubblicato il: 29.07.08
Modificato il: 29.07.08 alle ore 8.16   
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