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Autore Topic: RUTELLI  (Letto 4259 volte)
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« Risposta #15 il: Maggio 09, 2009, 10:06:44 »

L'INTERVISTA

Rutelli: «Il Pd non è la sinistra.

Dopo Trento, guardiamo al centro»

L'ex ministro: «Con l’antiberlusconismo non vinceremo. Aprire all’Udc. Enrico Letta? Sia più risoluto»


ROMA — Dario Franceschini, segretario del Partito Democratico, ha detto al «Cor­riere »: il modello di Berlusconi sono le re­pubbliche ex sovietiche, Turkmenistan, Uz­bekistan.

Se stiamo sull’ironia, forse è più efficace la definizione di Giovanni Sartori: il sultana­to. Ma non è questo che serve».

Quindi, Franceschini non dovrebbe insi­stere con l’antiberlusconismo...
«Le grida d’allarme dove ci portano? Im­portante è presentare al Paese la nostra poli­tica, che convinca i ceti produttivi: piccole imprese, artigiani, cooperative, lavoratori. E importante è fare tesoro del successo del Pd a Trento, con una alleanza che guarda al cen­tro ».

Francesco Rutelli da tempo parla poco di politica. Ha scelto di comparire soprattutto come presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza. Ora, però, manca un mese alle elezioni Europee e amministrative, 5 me­si al congresso del Pd.

Al Comune di Trento il Pd ha vinto, qua­si con il 30 per cento.
«A Trento il Pd era alleato con Udc, sociali­sti, verdi e l’Unione per il Trentino di Loren­zo Dellai, pioniere della Margherita. Trento conferma che quando c’è un’interpretazione sobria e operosa del cattolicesimo politico gli elettori rispondono con fiducia. Non rie­sco ad accettare che il Pd sia sempre definito 'la sinistra'».
Il Pd non è di sinistra?
«Il Pd doveva essere la conclusione di un’intuizione storica, e di un processo: l’in­contro delle tradizioni riformiste italiane per creare un soggetto nuovo. Il patrimonio ideale della sinistra, dei riformisti cattolici, liberali, ecologisti e una coraggiosa innova­zione di contenuti. Invece, dicendo 'la sini­stra' alcuni pensano di ridipingere la casa la­sciata del Pci, e a moltissimi si impedisce di entrare».
Più che altri, è Berlusconi che parla sem­pre di «sinistra».
«Se accettiamo questo perimetro, gli sarà sufficiente per vincere: la sinistra arriva a un quarto dei voti in Italia».
C’era anche Di Pietro nell’alleanza trenti­na.
«Io credo che parlare in astratto di allean­ze sia la cosa più stupida in questo momen­to. Il Pd deve definire la sua proposta per il governo e poi allearsi con chi la condivide».
Anche con Di Pietro?
«Nessuno va escluso a priori. E’ chiaro che la competizione si svolge al centro e che l’Udc è un interlocutore molto adatto. Anche se a Trento ha preso il 2,7 per cento e non credo avrà beneficio da allegre candidature come quella di Emanuele Filiberto...».
Scriveva ieri «Europa», quotidiano a lei vicino, che il Pd si è asserragliato fra pen­sionati e impiegati, ha perso i ceti produtti­vi e non prova neanche a riconquistarli.
«Sono d’accordo, ma non è sempre stato così. Nei momenti migliori li abbiamo con­quistati. A Roma io presi un milione di voti, e Veltroni anche. Nel quinquennio di opposi­zione 2001-2006 abbiamo vinto sempre, qua­si ovunque».
Cosa è accaduto, poi?
«C’è stata la crisi della coalizione Prodi e la destra ha guadagnato voti sulle paure. Ora ha costruito consenso sulla leadership forte di Berlusconi. Ma non gli durerà, perché è sull’uscita dalla crisi economica che avverrà il confronto».
Come si recupera la parte più produttiva dell’Italia?
«Davvero: non con l’antiberlusconismo. Al contrario, con una strategia economica e sociale, visto che Berlusconi di questo non si occupa. E’ possibile che più arretra il mo­dello iperliberista e meno - da parte dei ceti popolari - ci si rivolge ai progressisti? Que­sta è la crisi del Pd. Dobbiamo puntare sugli ambienti più competitivi, sull’efficienza del settore pubblico, sulle piccole e medie im­prese abbandonate. E recuperando credibili­tà sui temi della sicurezza».
E la vita privata del premier?
«La vita privata di Berlusconi non va toc­cata. Allo stesso tempo, c’è bisogno di un’im­prenditoria e di un’editoria liberale che non abbiano paura del padrone del vapore».
È giunta l’ora di regolare il conflitto di interessi?
«E’ stato il fiasco della legislatura ’96-2001. Ma oggi, più che alle leggi, dobbia­mo affidarci all’intelligenza e al buon senso democratico».
Lei è sempre stato contrario al referen­dum sulla legge elettorale...
«La vittoria del Sì produrrebbe il 'Porcel­lissimum'. Peggio del 'Porcellum': liste di nomina padronale, e maggioranza assoluta a un singolo partito. Franceschini aveva giu­stamente detto che dopo il pronunciamento del Pd non ne avrebbe più parlato e invece vedo che insiste ogni giorno per il Sì, al bu­io. La Destra ha già detto che vota Sì e che poi il risultato del voto non si tocca. Bel ca­polavoro di furbizia, da parte nostra. Faccio invece una proposta chiara: verifichi subito il segretario se c’è una maggioranza per una nuova legge elettorale».
Con la Lega, l’Udc, con chi ci sta?
«Una maggioranza per una legge: sistema tedesco, doppio turno francese, 'Mattarel­lum'. E solo in quel caso votiamo Sì».
Congresso di ottobre, Franceschini o Bersani?
«Del congresso parleremo a fine giugno».
Le sue posizioni non sono lontane da quelle di Enrico Letta...
«Su molti aspetti, sì. Anche se Enrico do­vrebbe essere più risoluto: ad esempio sul­l’originalità del Pd in Europa. Abbiamo crea­to un partito nuovo per apparentarci con i socialisti europei, in grave crisi? E il nostro 'treno per l’Europa'? A Parigi non ha neppu­re invitato Bayrou, tornato al 20% dei con­sensi ».
Se il risultato delle elezioni dovesse esse­re molto deludente ci potrà essere una scissione dal Pd?
«Diamo il nostro contributo perché il vo­to non sia deludente. Con proposte per il la­voro, l’ambiente, le piccole imprese».

Andrea Garibaldi
06 maggio 2009
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« Risposta #16 il: Dicembre 17, 2016, 02:48:40 »

Rutelli: “Leadership effimera senza le nuove generazioni”
Francesco Rutelli è stato sindaco di Roma e vicepremier con Prodi

Pubblicato il 15/12/2016
Ultima modifica il 15/12/2016 alle ore 14:14

Scrive Hannah Arendt che il senso della Politica è la libertà, e il suo scopo è nella parola latina agere, ovvero avviare; dunque, scatenare un processo. Il suo contenuto è nel pluralismo umano, con la costante presenza degli altri. Quando ciò viene meno, i tempi sono bui: quando un’intera giovane generazione «salta il turno» della propria presenza attiva nella vita pubblica, i danni possono essere profondi, e duraturi.

Per questo il cambiamento delle leadership politiche sarà effimero, se non sarà frutto di condivisione tra generazioni. La politica non sarà più necessariamente una professione a vita; né potrà essere dominata da brevi avventure dilettantistiche. Le classi dirigenti politiche saranno sempre più parte della società reale, e dovranno essere capaci di suonare sull’intera tastiera delle materie economiche, amministrativo-gestionali, istituzionali. E’ impossibile rendere facile ciò che è complesso: il male dei populismi è nell’illudere il popolo che esistano soluzioni semplici a problemi difficili. Alimentare l’ignoranza può essere elettoralmente pagante ma, nel rapporto con la cittadinanza, la politica è comunque sfidata – spesso, col passo di soli 140 caratteri – a cercare di rendere comprensibile il difficile.  

Linee di frattura profonde si manifestano nelle nostre democrazie, che possono mettere in discussione l’essenza stessa della democrazia nel XXI secolo. La globalizzazione ha prodotto vasti benefici, ma le sue dinamiche appaiono soverchiare gli strumenti dei decisori nazionali eletti. Paradossalmente, i grandi benefici della Società Aperta non sempre contribuiscono ad allargare la partecipazione democratica. La crescita costante dell’automazione e l’Intelligenza artificiale cambierà inoltre offerta di lavoro, le sue forme e le sue retribuzioni: spariranno milioni di impieghi tradizionali, e saranno richieste nuove competenze. Quello che viene chiamato spesso «populismo» si tradurrà in molti Paesi nell’inedito potere di protesta dei ceti esclusi dai dividendi della globalizzazione.  

Assisteremo a frequenti ricambi della classe politica, e a un indebolimento della terzietà delle istituzioni come «casa di tutti». Solo i Partiti, come parti politiche, potranno organizzare un motivato impegno nello spazio pubblico: ma i Partiti esistono se sono Parti in causa; muoiono, se inconsistenti nel pensiero. Senza esercitare il Potere delle Idee, il partito politico soccombe all’antiPolitica.

E l’integrazione europea rischia di essere travolta. Solo un’Europa unita e democratica può progredire; un’Europa divisa è condannata a regredire. Ma l’Europa non potrà convincere nessuno della sua utilità se la sua economia sarà stagnante e le sue istituzioni vissute come un armamentario lontano e inefficiente rispetto alla vita concreta delle persone.  

Tre sono le sfide più complicate oggi per la politica democratica. Governare con il consenso e con sufficiente stabilità; governare l’economia senza soccombere alle scorrerie finanziarie; costruire partecipazione civile e classi dirigenti, plurali e capaci. Compito di una politica democratica e umanista è fornire ragioni di ottimismo sull’avvenire: il vero rischio della stagione dei populismi è che a essa faccia seguito una stagione di autoritarismi.  

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