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Autore Topic: LEGA e news su come condiziona il governo B.  (Letto 33071 volte)
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« Risposta #90 il: Settembre 20, 2008, 10:58:04 »

Borghezio chiede luce e riscaldamento per i rom


ROMA (19 settembre) - «Ho telefonato al dottor Lucarelli a cui ho chiesto un impegno per i bambini del Casilino 900 che vanno a scuola ma non hanno corrente elettrica per poter studiare. Il dottor Lucarelli mi ha assicurato che con urgenza verrà affrontato il problema dal Comune di Roma e che verranno allestiti locali all'interno del campo con luce e riscaldamento proprio per far studiare i bambini. Si parla tanto di integrazione e poi vediamo situazioni come questa di oggi».

È l'onorevole Mario Borghezio della Lega nord che crea il colpo di scena alla fine della visita al Casilino 900 del Comitato libertà civili dell'Europarlamento.

È lui a raccontare che, nell'incontro avuto in giornata dalla delegazione di Strasburgo con il ministro dell'interno Maroni, il titolare del Viminale si è impegnato a realizzare, dopo la fine del censimento previsto per il 15 ottobre, «strutture alternative ai campi con luce, acqua e riscaldamento».

da ilmessaggero.it
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« Risposta #91 il: Settembre 22, 2008, 10:16:24 »

Maroni a Vespa: per ora stop aiuti alla Libia


ROMA (21 settembre)

Gli sbarchi di clandestini dalla Libia non diminuiscono e così, per ora, niente barche italiane per la polizia libica.

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni, nel corso di una conversazione con Bruno Vespa sullo stato dell'immigrazione che sarà pubblicato nel nuovo libro del giornalista Un'Italia diversa. Viaggio nella rivoluzione silenziosa” in uscita da Mondadori-Rai Eri il 3 ottobre, si dice contrariato perché nella prima metà di settembre gli sbarchi di clandestini provenienti dalla Libia non sono diminuiti rispetto allo scorso anno, nonostante il trattato di amicizia firmato il 30 agosto a Bengasi da Berlusconi e Gheddafi.

Così il ministro afferma di aver deciso di condizionare alcuni finanziamenti previsti dal trattato alla effettiva attuazione degli accordi. «Per ora - ha detto il ministro a Vespa - ho bloccato a La Spezia una nave che avrebbe dovuto portare in Libia trenta piccole imbarcazioni ad uso della polizia libica. Il nostro accordo prevede due misure per arginare l'immigrazione clandestina: il controllo delle frontiere meridionali della Libia per evitare l'arrivo di profughi da Eritrea, Etiopia, Somalia e Ciad e l'invio di sei motovedette italiane con equipaggio misto italo-libico che pattuglino le coste settentrionali della Libia per rimandare indietro le barche sfuggite ai controlli. L'Unione europea avrebbe dovuto finanziare il primo progetto, ma non l'ha fatto. Lo finanzieremo noi con trecento milioni di euro e la tecnologia di Finmeccanica che provvederà all'installazione di una rete satellitare di controllo. Ma Finmeccanica non comincerà i suoi lavori se contestualmente non saranno partite le motovedette. Conto che tutto possa avvenire all'inizio di ottobre, dopo la conclusione del Ramadam e sarò io stesso a bordo di una motovedetta per il viaggio inaugurale».

da ilmessaggero.it
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« Risposta #92 il: Settembre 25, 2008, 05:04:50 »

Al voto senza razzismo

Paolo Soldini


Un gentlemen agreement, un patto tra gentiluomini di tutte le forze politiche democratiche perché dalla campagna per le elezioni europee di giugno siano banditi argomenti, toni, suggestioni, riferimenti, anche indiretti o sotto traccia, di stampo razzista, antisemita, anti-islamico e xenofobo. La proposta viene dal Tavolo di coordinamento della Società Civile, un organismo creato per volontà della Commissione europea e della sua rappresentanza in Italia per dare voce, negli affari dell’Unione europea, ai rappresentanti di grandi gruppi e movimenti di opinione presenti nella società.

A cominciare dagli ambientalisti, i consumatori, il volontariato, le Ong che si occupano di lotta alla povertà e di tutela dei diritti umani. Il gentlemen agreement anti-razzismo ha qualche precedente che ha funzionato, a suo tempo, ottimamente. La prima volta fu stretto tra i partiti democratici del Belgio (socialisti, cristiano-democratici, raggruppamenti fiamminghi e valloni) nel 1986, quando per la carica di borgomastro a Schaerbeek, comune della conglomerazione brussellese, si presentò un liberale “dirazzato” con un’aspra campagna contro l’“ondata” di stranieri, turchi, maghrebini e africani, che avrebbe compromesso il carattere “belga” del comune e di tutta Bruxelles. L’accordo fu poi rinnovato negli anni ‘90, quando una formazione apertamente xenofoba, il Vlamse Blok, riuscì a conquistare addirittura il primato nella seconda città del Belgio: Anversa, con il suo porto cosmopolita e la sua numerosa comunità ebraica. Accordi simili furono poi sottoscritti nei Paesi Bassi, dove un ruolo di promozione lo ebbero i democratici cristiani, i laburisti e i liberal-democratici, e in Germania dopo l’unificazione, dove l’iniziativa partì dal sinodo della chiesa evangelica. Che prospettive ha oggi la proposta rilanciata dal Tavolo della Società civile? Sarebbe ingenuo nascondersi la circostanza che il Paese in cui si incontrerebbero le maggiori resistenze è proprio l’Italia. Qui un partito esplicitamente xenofobo non solo è al governo, ma controlla vari ministeri, tra cui quello dell’Interno. Una circostanza che non si è mai verificata prima in nessuno dei grandi Paesi dell’Unione, salvo che in Austria quando la Fpö di Jörg Haider fu associata dal cancelliere cristiano-democratico Wolfgang Schüssel alla guida del Paese, tra le preoccupazioni e le proteste del resto d’Europa. Va ricordato che per l’Austria fu addirittura evocato, allora, il ricorso all’art. 6 del Trattato, che prevede la sospensione temporanea di uno stato membro in cui si verifichino gravi violazioni dei princìpi di democrazia e di eguaglianza. Con allarme furono considerati anche certi toni antisemiti e ultranazionalisti che si diffondevano nella Polonia dei gemelli Kaczynski e non c’è dubbio che l’atteggiamento dell’opinione europea ebbe un ruolo nella sconfitta elettorale del loro partito.

Il fatto che la Lega Nord italiana appaia assai poco propensa ad aderire a un patto che le toglierebbe l’arma demagogica che i suoi esponenti usano nelle piazze e che cercano di tradurre, grazie al ministro Maroni, anche in leggi dello Stato, non blocca comunque i rappresentanti della società civile.

Se la proposta diventerà ufficiale e verrà fatta propria da un partito o da una istituzione (i cattolici pensano anche all’assemblea dei Vescovi), non sarà tanto facile per i partiti di governo che non sono la Lega opporle un “no” e spiegarlo all’opinione pubblica.

Al di là delle furbizie propagandistiche, delle ipocrisie e di molti, e gravi, scivolamenti di cultura politica, né Alleanza nazionale né Forza Italia potrebbero permettersi di sfuggire, almeno formalmente, all’impegno. Il loro “sì” non eliminerebbe il veleno che certi organi di stampa, certe tv berlusconiane (e non solo), certi sindaci e molti amministratori ed esponenti politici continuano irresponsabilmente a diffondere verso gli immigrati, i rom, le minoranze, ma sarebbe un’utile remora contro le strumentalizzazioni più becere da parte dei dirigenti più in vista.

Una controindicazione, per il Pdl, sarebbe certamente l’ostilità dell’alleata Lega. Ma ci sarebbero anche dei vantaggi.

An, aderendo al gentlemen agreement, acquisterebbe un credito presso quei (molti) partiti del Ppe che vedono con inquietudine l’arrivo, tra le loro file, di una formazione la cui conversione democratica è tanto recente e, in fatto di giudizi sul fascismo, ancora assai zoppicante. Il Pdl avrebbe qualche chance in più di farsi accettare dal composito mondo democratico-cristiano, nonostante le enormi e giustificate diffidenze nei confronti del suo inquietante padre-padrone. Insomma, qualche buona carta nel mazzo c’è, e vale la pena provare a giocarla.

Pubblicato il: 25.09.08
Modificato il: 25.09.08 alle ore 8.40   
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« Risposta #93 il: Ottobre 03, 2008, 03:23:27 »

Fini si sfoga contro i pianisti: ci vorrebbero i parà.

Ma per la Lega i deputati di maggioranza possono votare per due

di Mario Ajello


ROMA (2 ottobre) - Sensazionale innovazione nel mondo della musica: se il "pianista" è del Pdl (o della Lega), il suo suono è puro come quello di Johann Sebastian Bach. Se invece è del Pd, la sua musica è degenerata.

La scoperta si deve a un leghista nato a Messina - sì, esiste anche questo strano ircocervo geopolitico - che si chiama Matteo Brigandì, è un marcantonio di quasi due metri con pizzetto bianco alla Nino Bixio e porta cravatta verde e pochette dello stesso colore più camicia rosa. Fra un po’, lo vedremo scagliarsi addosso a un dipietrista nei banchi di Montecitorio, ma prima il nostro musicologo d’Aula - che in realtà è un’avvocato o meglio: è l’avvocato di Bossi e «quando il Senatur lo difendo io si salva sempre in tutte le cause» - espone davanti ai deputati la sua innovativa teoria sul "pianismo", che in gergo parlamentare significa votare, negli scrutini in Aula, non solo a proprio nome ma anche per il vicino di posto che non c’è perché rimasto a casa per una pennichella o andato alla buvette o al wc o in giro chissà dove. Insomma, ecco il lodo Brigandì: «Se i deputati di maggioranza votano per due, possono farlo per ragioni politiche. Invece quelli di opposizione che attuano questa pratica lo fanno solo per intascare la diaria. E ciò si chiama truffaaa!!!!».

La nuova teoria musicologica si deve al fatto che i dipietristi s’erano infuriati per l’alto numero di ”pianisti” presenti nei banchi del centro-destra, e allora Brigandì replica tirando fuori questa sua teoria. Riassumibile così: se il ”pianista” è nero (anzi, più esattamente: azzurro pidiellino o verde leghista) è un virtuoso; se il "pianista" è bianco (o rosa Pd, o scudocrociato Udc, o celestino Idv), va espulso dalla sala del concerto parlamentare per indegnità, incapacità, truffaldineria. E adesso, alla luce della nuova teoria Brigandì, Jane Champion dovrà girare di nuovo il suo film «Lezioni di piano» e così Giuseppe Tornatore con «La leggenda del pianista sull’oceano» e Roman Polanski con «Il pianista». In più, in «Animal crackers», Groucho chiedeva al fratello Chico Marx: «Quanto chiedete, ragazzi, per suonare il piano?». «Dieci dollari l’ora, va bene?». I "pianisti" virtuosi del centro-destra meriterebbero molto di più. I "pianisti" immorali del centro-sinistra meriterebbero molto di meno, secondo un ideale tariffario Brigandì.

Comunque, appena la nuova teoria musicale rimbomba nell’emiciclo, il dipietrista Antonio Borghesi comincia a urlare e a offendere: «Chi ha appena parlato», cioè Brigandì, «ha passato qualche mese nelle patrie galere». A quel punto, lasciando un attimo da parte la sua scoperta scientifica, il Brigandì si alza dal suo posto e si avvia verso Borghesi, seduto davanti a Di Pietro, per fare baruffa. Lo placcano, a fatica, vista la mole del nostro, i custodi. Lui sembra un leone in gabbia, e - come narra il cronista dell’Ansa - ruggisce verso l’avversario: «Infame! Fascista! Str...! Pezzo di...!». «Buffone, buffone!», gridano quelli dell’Idv. Tacciono quelli del Pd. Poi Borghesi chiederà scusa: «Non sapevo che Brigandì era stato assolto nelle sue vicende giudiziarie». Di Pietro chiede la pace: «Stringo la mano a Brigandì». E Fini è sconsolato per il brutto show: «Vi ricordo che qui sopra, nella tribuna del pubblico, ci sono dei ragazzi che ci guardano». Sì, c’è una scolaresca cui subito le maestre si rivolgono così: «Ragazzi, state calmi... Non vi impressionate...». E li porta via, anche se non sembrano sotto choc. Poi arrivano altri studenti, di una scuola media umbra, ma ormai la situazione è pacificata e loro un po’ se ne dolgono: «Mannaggia, se arrivavamo prima vedevamo la rissa. Sarà stata bella come quelle fra politici in tivù?».

Ma il "pianismo" - che ieri è servito a coprire i vuoti nei banchi della maggioranza - non sembra sradicabile dall’Aula. Almeno finchè non sarà introdotto, e ciò accadrà dopo Natale, il sistema delle impronte digitali. Nel frattempo, davanti al caos dodecafonico finito in quasi rissa, Fini si sfoga con il deputato Paglia, un ex della Folgore: «Chiama i paracadutisti, qui ce n’è bisogno!».

da ilmessaggero.it
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« Risposta #94 il: Ottobre 12, 2008, 10:03:07 »

«Addio grande amico», la Lega piange Haider


«Dopo quella di Lazzaro, credo che la mia sia la risurrezione più clamorosa nella storia». Firmato Jorg Haider. Lo aveva detto dieci giorni fa in un'intervista al "Giornale", ricordando il recente successo del suo nuovo partito alle elezioni in Austria.

Nella stessa non aveva nascosto le sue simpatie per la Lega di Umberto Bossi: «Siamo, per certi aspetti, l'equivalente della Lega». E difatti dal partito di Bossi arriva un coro di reazioni solidali per la scomparsa del «grande amico».

Il più nostalgico è l'europarlamentare Mario Borghezio della Lega Nord. «Muore, con Joerg Haider, un grande europeo, uno strenuo combattente dell'Europa dei popoli contro la deriva centralista dell'Europa di Bruxelles. Un risvegliatore di popoli, come Bossi, un grande amico della Padania, ingiustamente calunniato dai servi sciocchi del politicamente corretto e dell'antirazzismo ipocrita», Borghezio poi annuncia la commemorazione all'inaugurazione a Milano del corso di preparazione politica della "Fondazione federalista per l'Europa dei popoli".

Per Umberto Bossi «era uno che vinceva. E quando si è capaci magari si finisce con il dare fastidio a tanta gente». Bossi ha anche ricordato di avere visto per caso, recentemente, la giovane figlia dell'uomo politico austriaco «alla festa della birra che si è svolta all'ambasciata tedesca a Roma».

Valanga di telefonate di rimpianto e commemorazione su Radio Padania libera, emittente della Lega Nord. Tre ore di trasmissione in diretta, condotta dal deputato Matteo Salvini, che è anche vice segretario della Lega Lombarda, sul filo del ricordo e della testimonianza da parte di molti ascoltatori che avevano conosciuto o incontrato il politico austriaco, il quale, alcuni anni orsono era anche intervenuto come ospite a feste leghiste in Veneto.

Una ascoltatrice, Fiorenza, che ha chiamato dal Veneto ha raccontato, in lacrime, che nella sua camera tiene sul comodino tre foto «quella di Bossi, quella di Papa Luciani e quella di Haider». Definito da molti ascoltatori «un amico della identità dei popoli e della Padania», ricordato da Duilio di Udine come «una persona semplice e molto affabile, lo avevo incontrato in agosto in montagna e subito mi era risultato simpatico». Haider è stato difeso da quasi tutti gli intervenuti: «è ora di finirla di dipingerlo come un razzista e uno xenofobo, era solo un difensore dei popoli».

Moltissimi sono stati anche gli ascoltatori che hanno espresso il desiderio di partecipare a titolo personale ai funerali del politico austriaco, chiedendo anche una rappresentanza ufficiale della Lega alle esequie.

Per il conduttore-deputato Matteo Salvini «Haider ha lasciato un ricordo profondo da parte di chi ha capito che non era un leader xenofobo come invece si era cercato di dipingerlo».

Per l'ex ministro e ora eurodeputato Francesco Speroni «è una grande perdita, soprattutto in un momento cruciale come questo».

Per il capogruppo al Senato Federico Bricolo, Haider «ha dimostrato che quando si è convinti delle proprie idee e in nome di esse si porta avanti una battaglia con coraggio senza indietreggiare di fronte agli attacchi di tutti, alla fine si è premiati dal popolo e dal territorio e si ottiene successo».

Haider però aveva estimatori anche a destra. E Francesco Storace lo ha subito celebrato sul suo blog. «Crediamo che Haider abbia interpretato la voglia di una parte del suo popolo di ribellarsi al pensiero unico, di riappropriarsi di un'etica che proprio nei giorni della crisi finanziaria mondiale torna alla ribalta come necessità di riscatto morale.».

Non da meno vuole essere Luca Romagnoli, segretario nazionale della Fiamma Tricolore. «L'improvvisa scomparsa di Joerg Haider ci lascia sgomenti», il governatore della Carinzia, ha ricordato, «ha rappresentato per decenni la destra in Austria».


Pubblicato il: 11.10.08
Modificato il: 11.10.08 alle ore 18.05   
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« Risposta #95 il: Ottobre 27, 2008, 03:15:30 »

26/10/2008 (10:25) - Il CASO


Federalismo, scintille nel governo
 
Miccichè: «Sud suddito del Nord».

Lombardo: così non va, reagiremo.

Calderoli: Miccichè? Non lo conosco

ROMA


Il federalismo che la maggioranza si appresta a varare a Gianfranco Miccichè «non piace».

Ha un dubbio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio: non si fida di un «federalismo fatto dagli "amici" della Lombardia e da gente come quella della Lega» perchè gli sembra che in generale «nel Mezzogiorno si è sudditi nei confronti dei poteri del Nord».

Miccichè attacca: «Vogliono lo scontro tra territori, ma se questo ci deve essere - aggiunge - allora che sia alla pari: uno scontro politico e non territoriale perchè loro sono più forti di noi anche nella demagogia». Miccichè dice di «sapere bene che gli unici fondi disponibili che ci sono per il momento sono quelli per il Mezzogiorno» e che in «un momento di difficoltà se i soldi servono per altro non c’è alcunchè di scandaloso» nell’impiegarli diversamente. Ma, proprio perchè «si parla di soldi del Sud», non gli sta bene «l’attacco» di Roberto Formigoni e Letizia Moratti sul finanziamento di 140 milioni di euro al Comune di Catania stanziati dal Cipe per evitare il dissesto finanziario dell’Ente. E non fa nulla per nascondere di sentirsi come tradito: «È una vigliaccata: noi abbiamo dato 1,4 miliardi di euro all’Expo di Milano con i nostri soldi, quelli destinati al Fas per il Mezzogiorno».

L'affondo di Miccichè scuote la maggioranza. La reazione della Lega non si fa attendere: «Miccichè chi? Non lo conosco - dice Calderoli -. Per me in Forza Italia i punti di riferimento sono Berlusconi, Schifani, Prestigiacomo, Alfano. Non posso commentare le dichiarazioni di chi non conosco». Il ministro per la Semplificazione normativa getta acqua sul fuoco: «A me sembra di aver sentito il presidente Lombardo, che per me è il riferimento dell’Mpa, parlare del federalismo in termini completamente diversi». L’attacco di Miccichè sembra collocarsi nell’ambito di una antica, ma pare mai sopita idea, dell’esponente di Forza Italia: il partito del Sud da contrapporre alla Lega, federato con il Pdl. Così ai giornalisti che gli chiedono se pensa ancora a quel progetto replica convinto «sì e ne parlo sempre di più».

A condividere la tesi di Miccichè sul federalismo è anche il presidente della Regione Siciliana e leader del Mpa, Raffaele Lombardo, sottolineando che «ormai bisogna capire che i contrasti politici non si basano su divergenze tra Sinistra e Destra: il confronto è tra Nord e Sud». «Se questo federalismo - avverte Lombardo - dovesse andare avanti così a via di scandali e di rivendicazioni inesistenti, come quelle di presidenti di regione e sindaco del nord sostenuti da un sistema economico e di informazione volgarmente parziale, saremo costretti a reagire». Il leader del Mpa si dice però «certo che il presidente Berlusconi saprà essere buon arbitro della maggioranza, che è fatta di forze politiche della Lombardia e della Sicilia». Così, per Lombardo, «per oggi il bicchiere resta mezzo pieno perchè questa è l’unica soluzione. Per oggi però...».

da lastampa.it
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« Risposta #96 il: Ottobre 30, 2008, 11:20:25 »

Condono per ladri d'arte? Il Parlamento vuol sapere

Stefano Miliani



Apollo con grifone, restituito dal Getty all'Italia nel 2007, foto della mostra "Nostoi. Capolavori ritrovati"Il Pdl prepara due emendamenti alla Finanziaria a firma Gabriella Carlucci che, in sostanza, scaricherebbero da ogni rischio chi ha traffica illegalmente reperti archeologici o monete antiche? Che depenalizza il possesso illecito di pezzi anteriori al 476 dopo Cristo? Un condono per chi smercia o trafuga pezzi d'archeologia? Sì, denuncia la Uil Beni culturali, abbiamo i documenti. Non è vero, ribatte l'onorevole che indignata smentisce e minaccia azioni legali: «Non ho mai presentato nessun emendamento alla Finanziaria avente ad oggetto sanatorie, più o meno mascherate, a favore di tombaroli e ladri di opere d'arte». In realtà, li ha ritirati. Lo segnala nel resoconto della riunione del 28 ottobre il presidente della quinta commissione bilancio e tesoro Giancarlo Giorgetti.

Sia come sia, la vicenda ha suscitato un indignato articolo del direttore della Normale e presidente del Consiglio superiore dei beni culturali Salvatore Settis su Repubblica, ha provocato un'interrogazione parlamentare del deputato Pd Ermete Realacci e di altri parlamentari dell'opposizione e una petizione di Legambiente sul sito www.lanuovaecologia.it.

Nelle pieghe della Finanziaria 2009 starebbero per filtrare dunque due emendamenti per «la riemersione di beni culturali in possesso di privati». Tenete conto che, dalla legge di tutela del 1909, ogni testimonianza della cultura e d'arte trovata sotto terra appartiene al Demanio e dunque allo Stato e va prontamente denunciata.
 
Stando al provvedimento, finora rimasto negli uffici parlamentari, basterebbe dichiarare di avere, magari in cantina o in un armadio, un reperto entro 180 giorni dall'entrata in vigore del decreto, dire di esserne in possesso in buona fede e pagare le spese di catalogazione (che oscillerebbero tra i 300 e i 10mila euro) per diventare legittimi proprietari di quel pezzo di statua etrusca o romana o di quel capitello della Magna Grecia. Secondo la denuncia tale disegno depenalizzerebbe i reati di furto, ricettazione e incauto acquisto (cioè l'aver comprato senza sapere la provenienza del pezzo).

Nel 2004 un parlamentare dell'allora Forza Italia, Conte, tentò di inserire un emendamento analogo ma fu stoppato dopo la denuncia pubblica del direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis, con l'intervento dell'allora ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani. Anche stavolta l'attuale ministro di settore, Bondi, sarebbe estraneo all'idea.

Un'idea devastante o sensata per portare a galla quanto è nascosto? «Ci sono due livelli - risponde Pier Giovanni Guzzo, archeologo, soprintendente di Pompei e Napoli, passato anche per la Soprintendenza di un territorio a rischio come la Calabria - In teoria l'acquisizione di conoscere quanto c'è potrebbe essere positivo, in realtà l'esperienza insegna che dall'autodenuncia non escono pezzi eccezionali, quelli vanno all'estero tranquillamente in modo illecito.L'eventuale teorico vantaggio sarebbe di fatto soffocato».

E depenalizzare reati così potrebbe servire? «Un'idea lontanissima dal costume generale. Inoltre, con le restituzioni del Getty e di altri musei americani, si è parlato così tanto di opere trafugate che chi ha qualcosa non può far finta di non sapere di avere qualcosa che appartiene allo Stato. La verità - conclude - è che se vogliamo combattere gli scavi clandestini bisogna ampliare le risorse delle soprintendenze perché possano condurre indagini archeologiche. I tombaroli se la vedrebbero più brutta se potessimo essere davvero presenti».



Pubblicato il: 29.10.08
Modificato il: 30.10.08 alle ore 10.26   
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« Risposta #97 il: Novembre 03, 2008, 04:50:18 »

SCUOLA & GIOVANI    L'INTERVISTA /

Calderoli: "In passato ho sbagliato anch'io cambiando la nostra Costituzione a colpi di maggioranza"

"Chiamiamo subito Veltroni certe riforme si fanno uniti"

di PIERO COLAPRICO

 

MILANO - La prima persona che Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione, chiamerebbe a parlare di università è, così dice, "Walter Veltroni".

E perché vuole aprire a Veltroni sui temi dell'università?
"So di aver commesso un errore in passato, quando ho fatto di tutto per cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza. Dagli errori bisogna imparare, sulla scuola ci vuole un discorso unitario".

In nome di che cosa?
"È un settore che gode di una propria autonomia e questo tema deve rientrare nel discorso più generale delle riforme costituzionali".

Su quali elementi spera che Veltroni entri nel dibattito?
"Anche Veltroni non può non considerare che nelle università ci sono 5.300 corsi, o che a Firenze c'è un corso per un solo studente e tredici professori. Bisogna prendere insieme delle decisioni, non per premiare o punire qualcuno, ma per creare una base reale di ragionamento e ripartire".

C'è mezza Italia che protesta. Almeno nella comunicazione, forse il governo ha sbagliato.
"Sicuramente. Nelle strade e in parlamento si sta protestando per cose che risalgono a luglio e agosto. Si è utilizzato il decreto Gelmini che nulla c'entra con un euro tolto alle università per sollevare il problema. Ma c'erano tre mesi per far capire le cose e non s'è fatto".

Studenti e professori intanto contestano i tagli.
"Sono d'accordo con gli universitari quando chiedono più formazione e più ricerca. La ricerca è stata "sottotagliata" rispetto a tutti gli altri settori, ma con gli sprechi che ci sono da decenni, se tagli 60 milioni è come tagliarne 600".

Il ministro Maroni chiede di identificare chi occupa le scuole.
"Se uno fa attenzione ai video dei cortei e degli occupanti, si rende conto visivamente che il numero dei fuori corso o dei pluribocciati è enormemente salito e non corrisponde agli studenti. Mi sembra di vedere le facce delle curve degli stadi. Se l'identificazione è un modo per impedire che i professionisti della contestazione possano interferire, ben venga".

Bossi dice che "la sinistra ha perso il potere sugli operai e cerca l'appoggio degli studenti". Può suonare una tesi un po' di comodo.
"Purtroppo è vero. Quando si è schierato con le banche e la grande industria, il centrosinistra è diventato incompatibile con gli operai, che si sono schierati con la sinistra arcobaleno, che è fallita. Alla fine hanno votato Lega, perché dopo decenni di proclami si sono trovati con lo stipendio che non basta mai".

A qualcuno questa contestazione ricorda il '68. Anche a lei?
"Come partenza forse, ma quello - e so di tirarmi addosso gli d'insulti dei miei - era un grosso momento culturale e senza il '68 non ci sarebbe stato quel grande movimento di emancipazione della donna. Purtroppo è degenerato nella violenza. La storia ha bisogno di più tempo per compiersi al meglio, oggi non mi pare ci siamo cambiamenti culturali in vista".

Anche la mancanza di futuro sembra un buon collante.
"Riconosco che quest'ansia c'è, ma contrasta con i numeri. Se uno verifica c'è un continuo incremento dell'occupazione, la disoccupazione è in calo. Il futuro che c'è, però, non è come dovrebbe essere e abbiamo una responsabilità di fronte a questo dramma. Per questo invoco Veltroni e un'opposizione seria, per dare quello che si può dare".

Condivide il decreto Gelmini?
"Sì, non è una riforma, ma un intervento limitato sulla scuola dell'obbligo, per riconsiderare voti, condotta, maestro prevalente. Purtroppo la scuola è stata utilizzata per diventare un ammortizzatore sociale. Ma esistono dei parametri europei, teniamone conto. Diamo più soldi al maestro prevalente e utilizziamo gli altri, pagandoli un po' meno, per aumentare il tempo pieno dei nostri figli. L'insegnante precario protesta legittimamente, ma i suoi non sono e non erano diritti acquisiti".

(3 novembre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #98 il: Novembre 07, 2008, 09:59:34 »

L’orizzonte della Lega è lo zerbino


Maria Novella Oppo


Ogni occasione è buona per far brillare sotto le luci delle telecamere provincialismo e servilismo della destra nostrana. E, dove non arrivano i berluscloni, ci pensano i leghisti. Così, dentro l’incredibile dibattito sull’obamismo postumo o preventivo, che esprime l’assoluta incapacità di misurarsi con la dimensione planetaria degli eventi, si colloca il localismo della Lega Nord. Anzi, a dire la verità, si dovrebbe parlare di localismo immaginario e razzismo reale, visto che il luogo tanto mitizzato come patria non esiste nemmeno.

Trattasi, come noto, di una padania di comodo, che per i leghisti diventa una sorta di utero pro domo sua, un ventre protettivo di interessi domestici che si sintetizzano nello slogan «padroni a casa propria».

E la casa è l’origine e il perno di tutto il mondo leghista, che ha nello zerbino il suo orizzonte etico ed estetico. Come rivela la straordinaria dichiarazione fatta ieri mattina ad Omnibus da Carolina Lussana: «In Italia non abbiamo bisogno di Obama perché il cambiamento lo incarna già Bossi».

Pubblicato il: 07.11.08
Modificato il: 07.11.08 alle ore 8.31   
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« Risposta #99 il: Dicembre 06, 2008, 09:57:27 »

6/12/2008
 
Ma sulle moschee la Lega garantisce i diritti
 
ROBERTO COTA
 

Egregio Direttore,

in riferimento all’editoriale di Marcello Sorgi Bloccare le moschee? pubblicato il 4 dicembre scorso, vorrei proporre alcune precisazioni.
Sorgi afferma che la moratoria sulla costruzione di nuove moschee proposta dalla Lega «non aiuta la soluzione del problema».
Su questo punto non sono d’accordo, ma soprattutto vorrei che si entrasse nel merito della nostra proposta prima di criticarla.

La questione della costruzione delle moschee e dei presunti centri culturali è un problema grave, molto sentito sul territorio, perché spesso vanno a insediarsi nelle zone più inadatte delle nostre città, si diffondono come funghi e, al disopra di tutto, all’interno vi si svolgono attività di ogni tipo, sottratte a qualsiasi controllo o regolamento. Nella migliore delle ipotesi si tratta di esercizi commerciali abusivi, ma nella peggiore di attività di fiancheggiamento al terrorismo islamico. I fatti di cronaca testimoniano ciò. E a fronte di questo dobbiamo fare chiarezza. Abbiamo chiesto una moratoria affinché il Parlamento approvi in fretta una legge per regolamentare quei culti che non abbiano sottoscritto intese con lo Stato. Su questo punto sappiamo di avere dalla nostra la gente ed anche gli amministratori locali, che si trovano a dover fronteggiare fenomeni più grandi di loro.

Ma entriamo nel merito. Abbiamo presentato una proposta di legge per cui si demanda alle Regioni la potestà di autorizzare la realizzazione di nuovi edifici destinati a funzioni di culto per le confessioni che ne fanno richiesta. La costruzione deve essere autorizzata presentando alla Regione un’apposita domanda corredata del progetto edilizio e del piano-economico finanziario, con l’elenco degli eventuali finanziatori italiani e stranieri per controllare da dove vengono le risorse di cui spesso non si capisce l’origine. Chiediamo inoltre che sia prevista l’approvazione di tali insediamenti tramite referendum da parte della popolazione del comune interessato. Le confessioni e le associazioni religiose che presentano la domanda, secondo la nostra proposta, devono depositare uno statuto che riconosca, tra l’altro, la democraticità e la laicità dello Stato e che impegni al rispetto della dignità dell’uomo, della famiglia, e all’uguaglianza uomo donna. Inoltre si specifica il divieto di svolgimento di attività non strettamente collegate alla pratica religiosa e il divieto dell’uso di lingue diverse dalla nostra in tutte le attività pubbliche che non siano strettamente collegate all’esercizio del culto.

Mi sembrano principi di buon senso e, se qualcuno ha qualcosa da dire, per favore entri nel merito e non faccia finta che il problema non esista o non sia affrontabile. Così come smettiamola di invocare, spesso a sproposito, il rispetto dei diritti che, peraltro, vengono assolutamente garantiti, di chi arriva trascurando il diritto alla sicurezza dei nostri cittadini. Su questo punto usciamo anche dall’equivoco di una presunta integrazione che non si realizza proprio perché in queste moschee spesso si fa di tutto e di più e si sviluppa uno Stato nello Stato al di fuori della legalità.

A fronte di tutto questo che cosa è ragionevole? Fermarci a riflettere posto che non c’è assolutamente una carenza, ma un sovraffollamento di moschee? Oppure ignorare la realtà e trovarci a non essere riusciti a prevenire ciò che fino ad oggi siamo riusciti a sventare?

Presidente deputati Lega Nord
 
da lastampa.it
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« Risposta #100 il: Dicembre 09, 2008, 11:52:23 »

Dl anticrisi, il governo fa il gioco delle tre carte

Hanno aumentato pochi giorni fa dello 0,30 per cento il contributo per l'assicurazione contro la disoccupazione. Adesso, l’hanno già levato. Sembra il gioco delle tre carte: prima l’aumento degli ammortizzatori per chi in questi tempi di crisi è rimasto senza lavoro. Poi, nello stesso decreto anticrisi si decide che l’Inps – quello che le indennità di disoccupazione le deve versare – destini 350 milioni di euro al Fondo per l’occupazione. Un fondo di investimento che dovrebbe creare lavoro, ma non certo aiutare chi non ce l’ha. A sollevare il paradosso sono stati i tecnici del servizio Bilancio della Camera. Gente che i conti li sa fare e che ha chiesto chiarimenti al governo: in sostanza, vogliono sapere se il contributo dell'Inps al Fondo per l'occupazione possa pregiudicare la realizzazione delle finalità cui quelle risorse erano destinate.

Ma le calcolatrici dei tecnici del servizio Bilancio, nel decreto anticrisi di magagne ne hanno trovate anche altre. A cominciare dal tanto decantato bonus-famiglie. Secondo i tecnici, i soldi non ci sono. O almeno non per tutti: le difficoltà nello stimare la platea di cittadini che potrà richiedere il bonus famiglia – spiegano dal servizio Bilancio – «potrebbe determinare squilibri tra la domanda del bonus e le risorse a disposizione». «Il beneficio – aggiungono – appare configurarsi come un diritto soggettivo e, come tale, da soddisfarsi in ogni caso, mentre l'erogazione del bonus appare subordinata alle disponibilità degli enti erogatori del monte dei contributi e delle ritenute a portare a compensazione. Sul punto – concludono – appare necessario un chiarimento da parte del Governo».

Ma è il decreto nel suo complesso ad avere dubbia copertura. Gli interventi decisi dal governo verrebbero coperti da entrate la cui entità «non è in genere suffragata da elementi e dati oggettivi, quanto piuttosto da ipotesi e previsioni», spesso non «suscettibili di oggettivo riscontro». In particolare, i tecnici si riferiscono a tutte quelle entrate che «implicano una volontaria adesione» dei contribuenti, come quelle riferite al «riallineamento dei valori fiscali dei bilanci delle società», chiaramente incerto ed ipotetico. Tra le voci di copertura, c’è anche l'utilizzo del Fas, il fondo per le aree sottosviluppate: un Fondo «di recente già oggetto di riduzioni» e la cui spesa rischia di essere «dequalificata» perché le sue risorse sono state destinate ad altro.

Insomma, i tecnici dicono che sarebbe «utile disporre di un quadro complessivo», perché su quei 6 miliardi e 342 milioni di euro stanziati contro la crisi, c’è una gran confusione. Ad esempio, sembrerebbero «includere le disposizioni» degli articoli 25 sulle Ferrovie e 26 su Tirrenia, che invece hanno già «autonome norme di copertura», mentre non è incluso l'articolo 19, quello relativo agli ammortizzatori sociali, che «appare solo parzialmente trovare un'autonoma compensazione».

09 Dic 2008   
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« Risposta #101 il: Dicembre 15, 2008, 11:52:21 »

Le riforme mancate, l'altolà alla Lega e la tentazione presidenzialista
 
 
di Marco Conti


ROMA (14 dicembre) - Lentamente e in mezzo a un gran polverone, cominciano a stabilizzarsi le posizioni dei partiti sul tema delle riforme. Il pressing della Lega di questi ultimi giorni ha avuto il pregio di stanare le ipocrisie che stavano affossando in una palude il lavoro avviato al Senato. Silvio Berlusconi continua a negare qualsiasi confronto con l'opposizione.

A spiegare i motivi provvedono oggi sui giornali una cerchia di stretti collaboratori. Nel frattempo però i ministri del suo governo continuano a incontrare i corrispettivi del governo-ombra e i temi del confronto, invece di limitarsi alla riforma della giustizia, si ampliano.

Si ha l'impressione di un premier che non voglia sporcarsi le mani e che, temendo di rimanere impigliato nelle maglie del confronto, manda avanti i "suoi" e aspetti di scoprire l'effetto che fa.

In agenda non c'è infatti solo il faccia a faccia tra il ministro della Giustizia Angelino Alfano e il ministro-ombra Lanfranco Tenaglia, ma anche quello tra il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il suo corrispettivo ed esponente di punta del Pd Pierluigi Bersani. E' forse questa la dimostrazione più evidente di quanto sia difficile ipotizzare un riformismo a "costo-zero" e che parlare di federalismo fiscale nell'attuale situazione, non sia proprio facile. Il temporeggiare del Cavaliere irrita la Lega che tenta di forzare la mano al leader del centrodestra ipotizzando una trattativa su giustizia e federalismo con il Pd. Berlusconi si arrabbia, alza il telefono, rimette in riga l'alleato e risponde alle insidie dei lumbard rispolverando il rapporto con l'Udc, tentando quindi di minare in questo modo il ruolo che il Carroccio ha assunto nella coalizione.

Tirando le fila del tatticismo berlusconiano e dei ripetuti "stop and go" di queste ultime settimane, se ne ricava l'immagine di un premier in attesa, che non esclude il confronto con l'opposizione ovviamente sulla sua agenda, ma che resta scettico e, soprattutto, non intende delegarlo ad altre forze politiche.

Il marasma nel quale si agita ormai da settimane il Pd di Veltroni non aiuta certo ad attribuire responsabilità e meriti del mancato confronto. Fatto sta che nel rapporto maggioranza-opposizione si è ben lontani dai propositi della campagna elettorale nella quale si parlava di statuti e di obbligo di consultazione. Alla fine ne risente però anche l'azione di governo che appare ancor più rallentata. Berlusconi non ha assolutamente voglia di caricarsi di questo onere, ed è quindi facile prevedere che sabato, in occasione della conferenza stampa di fine anno, attribuisca la responsabilità alla farraginosità del processo decisionale, al bicameralismo perfetto e alla mancanza di potere da parte del premier.

D'altra parte, con il ritorno sul tappeto della riforma delle pensioni, siamo agli evergreen che da quattordici anni allietano il confronto politico (riforma delle pensioni, riforma della giustizia e riforma istituzionale), senza che su nessuno di questi temi sia stata data una risposta definitiva.

Un modo per uscire dal rischio della paralisi economica ed istituzionale, lo offre oggi il ministro della Difesa Ignazio La Russa che, sul Giornale,
rilancia la riforma presidenzialista e la pone con pari dignità a fianco della riforma della giustizia e del federalismo.

In questo modo il "pacchetto unico" di riforme che il premier intende trattare con gli alleati, si arricchisce di un elemento decisivo destinato a mutare definitivamente la fisionomia della nostra Repubblica.

Resta solo da vedere se il "ghe pensi mi" ha la stessa presa sull'elettorato di quindici anni fa. 

da ilmessaggero.i
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« Risposta #102 il: Gennaio 08, 2009, 12:12:31 »

Summit

Il governo di via Bellerio e l'asse del Nord con la Moratti

Il «fronte lombardo» tenta l'ultimo affondo prima dello sbarco dei francesi


Nel luogo simbolico dell'antipolitica dove negli anni Novanta la Lega disegnava gli scenari secessionisti del Nord, Milano batte un colpo sul caso Malpensa e si mette di traverso a governo e imprenditori, agli alleati e ai capitani coraggiosi nella trattativa per il partner della nuova Alitalia. Via Bellerio, storica sede del Carroccio, è dal primo pomeriggio di ieri l'avamposto di un nuovo fronte politico istituzionale che mette paletti, detta condizioni, scarta l'alleanza con Air France, chiede la liberalizzazione degli slot dello scalo lombardo, propone Lufthansa come partner privilegiato per la compagnia di volo nazionale presieduta da Roberto Colaninno.

Non è un caso se il sindaco Letizia Moratti sceglie di essere lì nel freddo gennaio milanese, oltre quello storico portone dove un tempo Umberto Bossi faceva notte prima di andare in pizzeria coi fedelissimi a disegnare le strategie della Lega di lotta e di governo. E' lì che è nato il fronte del Nord, la galassia scontenta che urlava «Roma ladrona», il progetto federalista. Ed è lì che oggi riparte una strana alleanza istituzionale e politica, il sindaco di Milano e il leader della Lega, il presidente della Regione e quello della Provincia una volta tanto insieme per difendere un aeroporto che sembra condannato a un ruolo minore dalla scelte romane, dai conti economici della nuova compagnia, dalla scelta del partner straniero. Come una nemesi storica, otto mesi dopo la battaglia contro il governo di centrosinistra Bossi, Formigoni e Letizia Moratti si trovano a difendere l'aereoporto di Malpensa dalle decisioni del governo amico e dal silenzio imbarazzato del premier Silvio Berlusconi, lo stesso che in primavera aveva brandito lo scalo come una scimitarra contro Romano Prodi e Tomaso Padoa Schioppa, accusati di non aver difeso l'italianità e il territorio, e di essersi piegati agli interessi di Air France. C'è disagio, c'è fastidio, c'è la sensazione di essere presi in giro.

Ma il segnale che arriva da via Bellerio, dall'improvvisato vertice di governo metropolitano, non è di quelli da trascurare, è importante come la stretta di mano di Letizia Moratti a Umberto Bossi, scandita dalle parole appena pronunciate dal sindaco nell'intervista al Corriere: «Le scelte strategiche per il Paese non possono essere lasciate nelle mani degli imprenditori». Si incontreranno domani Berlusconi e Bossi. Per disinnescare le tensioni e forse per battersi una pacca sulle spalle o per prendere tempo, anche se di tempo, da qui al 13 gennaio, data di partenza della Compagnia che gestirà la nuova Alitalia, ce n'è poco. Ma i contraccolpi del caso Malpensa rischiano di incrinare i rapporti già tesi tra Milano e Roma, tra il governo nazionale e quello locale. Il segnale del sindaco Moratti in via Bellerio sembra proprio questo: con la crisi di Malpensa, si amplifica una questione del Nord per il governo di Berlusconi e della Lega, tornano a galla i malumori per i ritardi sull'Expo, sui finanziamenti, sul mancato via libera alle nuove metropolitane. Una questione che riporta a galla la bocciatura a ministro di Roberto Formigoni, il potente presidente della Regione che fin dall'inizio aveva prospettato la soluzione ideale per lo scalo lombardo: liberalizzazione degli slot, autonomia nella scelta del partner per Malpensa, sì a Lufthansa e no ad Air France. E che offre al presidente della Provincia, Filippo Penati, uno dei leader del centrosinistra milanese, l'occasione di entrare a gamba tesa contro tutti: le grandi imprese che firmavano gli appelli in difesa dello scalo e oggi si defilano; il premier Berlusconi che prometteva il rilancio e si è rimangiato tutto.

E' una vicenda assurda, paradossale, perfino vergognosa quella di Malpensa, dice l'economista Marco Vitale: «L'unica battaglia che resta da fare al Nord è quella della liberalizzazione degli slot, anche se questo va contro agli interessi di bottega della nuova compagnia che deve gestire Alitalia. E' evidente che solo ridimensionando il fantastico capital gain garantito da una gestione in monopolio si può ridare un ruolo e un futuro a Malpensa». La sinistra assiste allo scontro da lontano, mette in evidenza le contraddizioni all'interno del centro destra: Penati si è conquistato uno spazio prima degli altri, ha evidenziato i limiti dell'imprenditoria del Nord e l'inerzia della politica romana, ha evitato di stare alla finestra, come capitò a Walter Veltroni un anno fa, appena insediato segretario del Partito democratico. E adesso si mette al centro di questa battaglia, propone una vertenza comune, con Bossi, la Moratti e Formigoni. Malpensa non è soltanto argomento della Lega o del centro destra. Parla Di Pietro, e va giù duro con gli interessi delle cordate. parla il ministro ombra Bersani, e invece di infierire mostra attenzione alle ragioni di una parte importante del Paese. Tocca alla politica intervenire, dice Letizia Moratti. Ma An tace, i leader di Forza Italia mostrano imbarazzo. Il sindaco di Roma Alemanno difende Fiumicino e gli accordi raggiunti per la salvaguardia dell'occupazione.

C'è confusione. Air France o Lufthansa? Il partito di Malpensa o quello di Fiumicino? Bossi, da via Bellerio, rimette il Nord sul tavolo del governo, diventa portavoce di un interventismo che rischia di mettere in discussione, un'altra volta, un'intesa che sembrava perfetta: Berlusconi, gli imprenditori del Nord, la difesa della territorialità. Il colore dei soldi e la necessità di raggiungere presto il pareggio e gli utili in bilancio per Cai e la cordata di imprenditori coinvolti, rappresentano il peggior nemico di Malpensa, dice l'economista Tito Boeri. Dopo un lungo giro, siamo nella stessa situazione di otto mesi fa. Con la differenza che i contribuenti italiani hanno 4 miliardi di euro in meno nelle tasche, si sono accollati loro i costi del disastro di Alitalia. Su questa vicenda, spiegano gli economisti, ci deve essere qualcosa che vale e non poco: il grande business dei passeggeri del Nord. Altrimenti come si spiegherebbe la tenacia e la pazienza che, in questa vicenda, stanno dimostrando i dirigenti di Air France? Il fronte del Nord prova a far sentire la sua voce: è una verifica politica, quella che esce dal vertice di via Bellerio, anche se un po' sfumata nei toni. Una liberalizzazione delle rotte, oggi, sembra incompatibile con il piano di Cai firmato dal governo: nessuno tra gli imprenditori della nuova Alitalia vuole la concorrenza in casa. Si riuscirà a cambiare in corsa Air France con Lufthansa? Difficile. Malpensa resta un rebus: ma stavolta sotto esame non c'è il centrosinistra. Il caso è tutto interno al centrodestra

GianGiacomo Schiavi
06 gennaio 2009

da corriere.it
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« Risposta #103 il: Gennaio 09, 2009, 11:39:42 »

Maroni in visita a Lampedusa: «Gli sbarchi finiranno NEL 2009»

Lega: 50 euro per il permesso di soggiorno

Stop di Fini: «Norme discriminatorie»

L'emendamento al decreto anti-crisi: parere favorevole del governo.

Cassazione: monito contro espulsioni facili
 

 
ROMA - «Norme discriminatorie». Il presidente della Camera Gianfranco Fini frena la Lega, che ha proposto una tassa di 50 euro per gli extracomunitari che chiederanno o vorranno rinnovare il permesso di soggiorno. «Mi auguro che la maggioranza rifletta prima di varare norme che nulla hanno a che vedere con la doverosa lotta all'immigrazione clandestina, e che sono oggettivamente discriminatorie nei confronti dei lavoratori stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale» ha detto Fini, bocciando così l'emendamento del Carroccio al decreto anti crisi che ha invece ottenuto il parere favorevole del governo. Anche Giulio Calvisi (Pd), ha parlato di «misura discriminatoria che va aggiungersi alla richiesta agli stranieri che aprono una partita Iva di versare una cauzione di 10 mila euro», come chiede un altro emendamento leghista.

CASSAZIONE: STOP ESPULSIONI FACILI - Per quanto riguarda i clandestini, dalla Cassazione arriva un nuovo monito contro le "espulsioni facili". La Suprema Corte invita infatti i questori a motivare bene i decreti con i quali si intima all'immigrato di allontanarsi dall'Italia e di tenere conto della situazione di povertà in cui si trova. È necessario che il decreto di espulsione motivi bene le cause, «non bastando che si limiti a riprodurre letteralmente la formula della legge senza alcuna indicazione», afferma la sentenza che ribadisce che nell'allontanamento dello straniero bisogna tener conto anche della sua indigenza, perché il disagio in cui vivono gli stranieri senza permesso di soggiorno non consente di capire che è più favorevole per loro allontanarsi con i propri mezzi entro cinque giorni che rischiare di commettere un delitto (restare in Italia) per il quale rischiano come minimo un anno di reclusione.

MARONI: «FINE SBARCHI NEL 2009» - «Spero che il 2009 sia l'anno della fine dell'emergenza clandestini in Italia, così come il 2008 è stato invece l'anno record degli sbarchi», ha auspicato il ministro dell'Interno Roberto Maroni, in visita a Lampedusa. Il problema, ha aggiunto, sarà risolto all'inizio della prossima stagione turistica con l'attuazione dell'accordo con la Libia: «Arriveranno solo turisti, niente più barconi». In breve tempo saranno rimpatriati tutti i clandestini sbarcati negli ultimi giorni a Lampedusa, ha aggiunto il titolare del Viminale, annunciando che la riunione dei ministri dell'Interno e della Giustizia del G8 si svolgerà a fine di maggio proprio a Lampedusa.


09 gennaio 2009

da corriere.it
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« Risposta #104 il: Gennaio 11, 2009, 05:12:42 »

I sondaggisti

«Proposte impossibili ma chiare»

La tattica leghista che dà frutti

«Norme annunciate, l'approvazione non conta»
 

MILANO — Genuina sensibilità per le preoccupazioni del popolo? Oppure la vecchia astuzia di Bertoldo, sia pure in salsa padana? Come che sia, è accaduto un'altra volta: il Carroccio annuncia a gola spiegata una novità, gli alleati (o il Tar, o la Corte costituzionale) lo bocciano, e il provvedimento sfuma. Soltanto ieri i numerosi go padani hanno ricevuto due stop: quello di Berlusconi in persona riguardo alla tassa sul permesso di soggiorno, quello del Tar sulle multe alle prostitute volute dal sindaco di Verona Flavio Tosi. Eppure, la credibilità cresce. E il consenso, almeno quello misurato dai sondaggi, aumenta. Secondo Nando Pagnoncelli di Ipsos, oggi la Lega sfiorerebbe l'11 per cento a livello nazionale: «Fortissima nei suoi territori tradizionali — spiega il sondaggista — ha ormai sfondato anche in Toscana e in Emilia».

Il tutto, grazie proprio a questa «strategia, peraltro assolutamente coerente con il posizionamento della Lega, che punta a differenziarsi da qualsiasi alleato e ad incassare il dividendo dell'essere, come già si è detto, partito di lotta e di governo». Renato Mannheimer sottolinea l'efficacia semplice di questo metodo: «La gente si sente difesa, vede che la Lega è quella che non perde mai l'iniziativa, quella che comunque propone qualcosa. E resta distante da una politica romana vista come statica, bizantina, immobilista». Secondo Mannheimer, «il Carroccio ha una capacità straordinaria di individuare temi semplici da capire. E pazienza se poi la ricetta proposta è irrealizzabile: il fine non è il governo, ma il consenso». Soprattutto, conclude Mannheimer, «nel momento in cui appare chiaro che il federalismo fiscale non arriverà dalla sera alla mattina e sono necessari altri vessilli». Ma loro, i leghisti, che ne pensano? Maurizio Fugatti, deputato e segretario del Trentino, è tra i recordman di Montecitorio: tra emendamenti depositati e provvedimenti proposti è senza dubbio tra i deputati più attivi. Ma di strategie, non vuole sentir parlare. «La verità — spiega — è che noi proponiamo quello che la gente vorrebbe, e lo si vede dal tasso altissimo di riconferma dei nostri amministratori. Poi, però, parte la grancassa, magari dallo stesso Pdl, e le cose si fermano: e il perbenismo prevale sul realismo».

Nessuna furbizia, dunque. Semmai, per Fugatti, «sono le nostre proposte che vengono sempre guardate con occhiali diversi, non si valutano nel merito ma prevale la filosofia e la sociologia». Vale allora la pena di sentire un sociologo come Roberto Biorcio, dell'università Milano Bicocca, che da parecchio tempo segue il Carroccio: «Il fatto che il proclama non abbia seguito, è cosa molto diversa dalla promessa elettorale non mantenuta. Il tentare di escludere gli immigrati dalle case popolari, le classi ponte per gli extracomunitari sono messaggi che funzionano al di là della loro reale applicabilità: perché cambiano il modo di pensare». Soprattutto per la loro capacità «di rendersi accettabili: non c'è razzismo esplicito, i provvedimenti più discutibili son sempre giustificati da una sorta di buon senso». Ma un politico come Filippo Penati, il presidente della Provincia di Milano, mette in guardia dal considerare la nuova Lega soltanto come l'ennesima riedizione del partito di lotta e di governo: «Prima puntavano i piedi, ora sono gli alleati più fedeli, e riescono a giocare tutta la loro partita su questa ambiguità. Riescono a sembrare i duri e puri, anche quando i fatti li smentiscono: guardate Maroni, che sulle impronte digitali ha presentato a Bruxelles un provvedimento diverso da quello annunciato in Italia. Hanno capito che l'annuncio è sufficiente a passare all'incasso». Secondo Penati, «Berlusconi se ne è accorto: e infatti, sulla vicenda Malpensa non ha concesso niente. Loro, però, canteranno vittoria: anche se da martedì prossimo a Malpensa rimarranno soltanto tre, e dico tre, collegamenti intercontinentali».

Marco Cremonesi
11 gennaio 2009
da corriere.it
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