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Autore Topic: Antonello CAPORALE.  (Letto 13327 volte)
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« Risposta #30 il: Maggio 21, 2011, 09:27:41 »

19
mag
2011

Antonello CAPORALE


Il partito Scalzo

Nel suo nome c’è già il messaggio. Salvatore Scalzo è il candidato del Pd sconfitto a Catanzaro. Ha perso senza possibilità di equivoci, già al primo turno. Solo il 32,5% degli elettori lo ha scelto. Il resto della città ha voluto Michele Traversa, del Pdl.

Eppure la storia politica di Salvatore merita ogni attenzione.

Ha soli 27 anni.  Gli piace cantare. Canto lirico. Ha frequentato il conservatorio di Cosenza per affinare le sue qualità. Poi maturità scientifica col massimo dei voti. All’università sceglie Scienze politiche, segue anche i corsi  a Santa Cecilia. Si specializza in Relazioni internazionali, e va a Bruxelles a capire e imparare.

Ventisette anni e sempre con la cravatta al collo. Sembra di un altro tempo.

Sgobbone forse, ma anche pieno di passione. E lo dimostra destinando ogni energia e tutta la sua giovane intelligenza a Catanzaro, appunto. Per un miracolo, una di quelle cose che accadono una volta ogni dieci anni, i partiti gli hanno dato fiducia, agevolando la sua nascente leadership. Facile, penserete: tanto a Catanzaro si sarebbe perso comunque.

Invece no, non è scontato nemmeno questo. Quante volte si accapigliano solo per godere del lampo isolato di un flash, di un’intervistina televisiva, della foto sui muri?

Il partito democratico ha compiuto un atto di generosità scegliendo un ragazzo così giovane, così inesperto, e così presumibilmente squattrinato. E lui ha ricambiato, facendo il miracolo di tenere alta la bandiera: ha ottenuto 19.441 preferenze pari al 32,5% dei voti. Le sue liste, tutte insieme, si sono fermate al 16,79%. Uno scarto di quasi diciassette punti. Un abisso.

E’ la prova che se si hanno buone idee in testa si avanza anche a piedi nudi.

C’è Milano, naturalmente. C’è Napoli, certo. Ma in questa campagna elettorale due facce nuove sono adesso alla ribalta nazionale. Massimo Zedda, da Cagliari e Salvatore Scalzo, da Catanzaro.

Il nuovo avanza da Sud. Dalla Sardegna e dalla Calabria. E anche questa è davvero una buona notizia.

da - caporale.blogautore.repubblica.it/2011/05/19
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« Risposta #31 il: Settembre 15, 2011, 10:23:18 »


INTERVISTA

"Sì ci vuole un Bruto per il bene dell'Italia"

di ANTONELLO CAPORALE

"Sì ci vuole un Bruto per il bene dell'Italia" Fabio Gava
Bisognerebbe quindi trovare un Bruto nel Pdl.
"Bruto è un personaggio da rivalutare, un cattivone che ha però una strategia, una visione".

E il cinismo che serve. La forza che serve.
"Anche su Giuda è necessario qualche approfondimento".

Parla Fabio Gava. Deputato berlusconiano con qualche difetto di fabbricazione. Trevigiano, già liberale, ex potente assessore regionale alla Sanità. Avvocato. E' stato relatore nella giunta delle autorizzazioni che ha chiesto di negare l'arresto per Milanese. "Una croce questo incarico. Mi creda. E l'ho condotto con uno spirito molto neutrale".

Meno male che era neutrale
"Beh, non avevo molta agibilità, sia comprensivo".

Già che ci siamo: lei conosce il mondo della sanità.
"Faccia la domanda e togliamoci il dente".

Da lei niente Tarantini, protesi, assegni circolari?
"Niente di niente".

Bello così.
"Tocchiamo ferro e parliamo di politica adesso. Passiamo oltre".

Siamo già oltre.
"Ho lasciato il potere e sono venuto a Roma".

I Gava sono conosciuti a Roma.
"Non mi scambi come un parente di quell'altro".

Aveva radici a Vittorio Veneto quell'altro, anche se gestiva la piazza di Napoli.
"Io sono
di Conegliano, anche se a volte mi indirizzavano lettere chiamandomi Antonio, Illustrissimo On. le Antonio Gava".

Il boss della Dc partenopea.
"Io liberale di sinistra. Se lo ricorda l'onorevole Altissimo?".

Certo che sì. Come sta?
"Benone. Tale e quale a com'era vent'anni fa".

Stiamo divagando, torniamo al potere.
"Lascio il potere dell'assessorato per la politica pura. Il Veneto per Roma. Pensavo di venire...".

Lei pensa un po' troppo.
"Che delusione".

Perciò mugugna.
"Resto nel partito, non sono il tipo di fare giochetti, uscire e poi rientrare".

Ha perso il potere, non fa politica e tra un po' anche la poltrona sarà a rischio.
"Alfano mi ha ridato passione, ma vedo che è conservativo, non ha la forza per ribaltare tutto".

Alfano non ha il fisico per fare Bruto.
"Lo penso anch'io. Scajola invece sì. Sarebbe stato un bel Bruto. Dava l'idea... però ora è un po' azzoppato".

Alfano non ama i coltelli.
"Si dice di non volere il teatrino, ma noi stessi stiamo ormai mandando in scena un favoloso spettacolo quotidiano. Un teatrone".

Tu quoque Gava.
"Con Casini c'è bisogno di una interlocuzione seria".

Questa è intelligenza col nemico.
"Dobbiamo cambiare passo, voler bene all'Italia e immaginare una stagione nuova".

Per Berlusconi neanche un pensiero?
"Ha fatto tutto quel che poteva".

Festini e ricatti compresi.
"Da quel punto di vista provo un po' di pena".

Berlusconi non lascia.
"Ha un grande carattere".

Figurarsi se a Casini spalanca le porte del governo.
"E invece io dico che ci sono cinquanta probabilità su cento che un esecutivo di responsabilità nazionale...".

Bruto!
"Ma è per il bene dell'Italia!".
 

(15 settembre 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2011/09/15/news/intervista_gava-21685313/?ref=HREC1-5
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« Risposta #32 il: Ottobre 15, 2011, 05:30:00 »

15
ott
2011

Gli onorevoli Pisacane, due cuori e qualche poltrona

Antonello CAPORALE

Michele Pisacane era sindaco amatissimo di Agerola, sui monti Lattari. Al municipio di notte e di giorno, prese una cotta per la segretaria comunale, la dottoressa Annalisa Vessella. Decise di sposarla e condividere con lei l’amore per il bene comune. Pisacane ebbe presto successo e si trasferì a Roma, deputato dell’Udc, il partito della famiglia, il partito di Casini.  Con Annalisa decisero di dare alla luce un pargolo. Avrebbe reso ancora più felice la comunione di vita. Ma l’onorevole Pisacane pensò che il bene comune venisse prima: e dunque chiese ad Annalisa di candidarsi, sempre per l’Udc, il partito della famiglia (meglio ripeterlo), al consiglio regionale della Campania. Ma Annalisa aveva il pancione, e spesso soffriva di una forte nausea pre parto. Michele, il marito, decise di sacrificarsi. Le disse: tu stai a casa che alla campagna elettorale ci penso io. La signora Vessella sui manifesti mutò il cognome in Pisacane e il marito si fece donna. Battè palmo a palmo le sezioni dell’Udc napoletano, e le piazze, e ogni casa. Chiese il voto per Annalisa, che poveretta, aveva il pancione. Il marito fattosi moglie ebbe successo. Annalisa fu coperta di un mare di voti e raggiunse il consiglio regionale della Campania, dove adesso si trova. Il figliolo è nato, finalmente!

Successe però che l’onorevole Pisacane ritenne ingiusto il trattamento riservato ad Annalisa, mamma e moglie premurosa, dal partito della famiglia. Nemmeno un posticino, neanche uno. L’Udc aveva preferito di mandare in giunta un De Mita! Ancora un De Mita, cribbio! E allora Michele, il deputato politicamente bisex decise di sloggiare – sempre per il bene comune – dall’Udc. Vide Berlusconi e gli affidò il suo voto, il 14 dicembre scorso. Anche Annalisa – per il bene comune – ha deciso di sloggiare dall’Udc. Per coincidenza anche Saverio Romano, un grande padre di famiglia, decise di cambiare partito e cercò conforto nel nuovo governo. Per coincidenza il confortò arrivò. L’onorevole Romano fu infatti nominato ministro per le Politiche agricole. E sempre per coincidenza un po’ di conforto è arrivato qualche settimana fa anche ad Annalisa, moglie e mamma premurosa e consigliere regionale felice: è stata nominata dal ministro Romano amministratore delegato dell’Isa, l’istituto di sviluppo agroalimentare.

Ma l’onorevole Pisacane, metà uomo e metà donna, aveva un non so che di inespresso e un turbamento l’ha colto quando ieri bisognava decidere se dare o negare la fiducia a Berlusconi.

Ci ha pensato, e ripensato. Si è chiuso in stanza e ha riflettuto. Riflettendo non si è accorto che Fini aveva già iniziato la conta. Allora gli amici del Pdl gli hanno urlato: Michele, corri! Macchè. Michele Pisacane continuava nell’introspezione psicologica: “Vado o non vado? Mi immolo per il bene comune oppure no?”. E’ dovuto intervenire il premier in persona che gli ha detto due paroline all’orecchio, lo ha abbracciato e rincuorato: “Vota sì, per il bene comune”.

A quel punto l’onorevole Pisacane ha sciolto la riserva e pronunciato la fatidica frase: “Adesso Berlusconi mi sape”.  Sa chi sono e sa che – per il bene comune - faccio questo (e altro).

da - http://caporale.blogautore.repubblica.it/2011/10/15/gli-onorevoli-pisacane-due-cuori-e-qualche-poltrona/
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« Risposta #33 il: Marzo 17, 2012, 11:42:39 »

L’onorevole Pinocchio

16
mar
2012


La visita dei Nas al partito di Nichi

Antonello CAPORALE

Come da insegne esterne, scrivono i carabinieri dei Nas di Taranto, il circolo di Mottola, paese del tarantino, di Sinistra è Libertà è effettivamente un circolo di Sinistra e Libertà. La coincidenza fattuale non deve però trarre in inganno. Quante volte vediamo la ferrovia e poi i treni mancano? Quanto tempo abbiamo perso sotto la scritta “fermata bus” senza che un triciclo percorresse la strada? Perciò i militi hanno assunto come una coincidenza, pur seria, l’insegna e il locale. Ma non è bastato a dirimere la nebbia e dunque una ispezione accurata è stata avviata.

Nella imperdibile relazione (reg.13, n. 430 del 29 febbraio 2012) i militi hanno rinvenuto molto materiale su cui indagare. Illustrando i locali dove la formazione rivoluzionaria pugliese si riunisce ( “E’ un ambiente di trenta metri quadrati, arredato in maniera approssimativa con sedie e tavoli utilizzati dai frequentatori per lo svolgimento di giochi di carte leciti e il consumo di bevande”) hanno capito che lì gatta ci cova. Il primo punto di domanda: il partito di Vendola è una sede degli alcolisti anonimi? Oppure di ex rivoluzionari alcolizzati? Si fa politica o si gioca a briscola? O anche, giocando a briscola, si semina terrore a Mottola? La pattuglia dei carabinieri ha iniziato a indugiare su aspetti caratteristici dei gruppi complottardi: anzitutto ha voluto verificare se potessero esserci via di fuga. Si è constatato che l’angusto locale gode di un luogo coperto alla vista molto piccolo nelle dimensioni, simile a quelle celle di isolamento dei luridi commissariati boliviani. Soltanto che Bolivar non ha mai conosciuto Mottola, e qui la scoperta: più che cella sembra un bagno (”tazza, lavandino e scaldabagno” ). Cosa non quadra allora? E’ di dominio pubblico che Nichi Vendola sia astemio eppure alla parete del circolo è adagiato un frigorifero contenente non soltanto coca-cola, cocktail, acqua minerale, ma anche birra: “alcune casse di birra del tipo vuoto a rendere in parte vuote ed in parte ancora da consumare”. Qui l’ispezione sterza, i militi raccolgono le carte e le idee, e iniziano con l’interrogatorio del capo dei facinorosi, il signor Antonio Grieco. Chi beve la birra? Chi paga? Risposta: “Il signor Grieco riferisce che le bibite vengono consumate direttamente dai frequentatori i quali, con autofinanziamento, hanno costituito un fondo cassa comune”.

Dunque la prima certezza: sono dei rivoluzionari fannulloni. Infatti mentre era in corso la verifica di congruità politica, ben “sedici persone” erano intente “al gioco delle carte e alcuni anche alla consumazione delle bevande (Carriero Mario, Caldarizzi Domenico….)”. Con tutti i problemi che ha l’Italia Sel gioca a tressette e svinazza? Il segretario si è appellato alla Costituzione, indicando nell’articolo 49 la forma propria della briscola politicizzata.

I carabinieri dei Nas, sentito puzza di muffa (”le pareti si presentano intonacate solo nella parte superiore”) hanno deciso di comunicare al sindaco di Mottola la curiosa vicenda di un partito dove si fa bisboccia a danno della collettività.

da - http://caporale.blogautore.repubblica.it/2012/03/16/sel-e-la-visita-dei-nas/?ref=HRER1-1
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« Risposta #34 il: Febbraio 06, 2013, 12:27:48 »

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Ecco la proposta choc del Pd

di Antonello Caporale | 4 febbraio 2013


Se la sinistra facesse il suo mestiere immaginerebbe di riscaldare i cuori e la testa dei propri elettori, dare un senso profondo alla scelta  di chiudere il capitolo del berlusconismo senza più rispondere alle beffe che il Cavaliere ma avanzando per la propria strada.

Se il Pd facesse il suo mestiere direbbe a noi italiani che la spesa pubblica ha raggiunto un livello stratosferico, circa 800 miliardi di euro, e continua a galoppare, anno dopo anno.
E non c’è tassa, sovrattassa, Imu o altra patrimoniale che riuscirà mai  a tenergli testa. L’Italia è una famiglia che spende ogni mese più del triplo di quel che incassa, e cumula debiti e a stento ripaga gli interessi senza riuscire a scalfire il capitale che comunque dovrà restituire.

Se avessimo testa e cuore, se il Pd parlasse a noi con la voce sincera, magari aspra, di un padre di famiglia ci direbbe: ragazzi così non si può andare avanti. Per ridurre la spesa bisogna non solo razionalizzarla, renderla più economica ma avanzare con le forbici. Se Bersani un giorno ci dicesse: non è concepibile che esistano cinque funzioni di governo sovrapposte. l’Europa che legifera, il governo nazionale che produce altre leggi, le Regioni che aumentano burocrazia e produzione legislativa, poi le Province e infine i Comuni. Cinque livelli di governo significa cinque livelli di spesa, a volte parallela, tecnicamente ingovernabile. Se Bersani ci dicesse: ragazzi, dobbiamo tagliare i cinquecentomila bancomat pubblici che ci stanno dissanguando. Sono troppi i ruoli di governo e sottogoverno: in cinquecentomila (cifra stimata per difetto) vivono direttamente di politica esercitando chi più degnamente (e sono in pochi) chi meno (e sono in tanti) funzioni pubbliche.

Scremare, snellire, ridurre i rubinetti di spesa significa ridurre non solo la spesa ma aumentarne l’efficacia, il valore, la qualità. Il vero letamaio, storicamente documentato, sono le regioni, non le province. Luoghi in cui un grumo di interessi innominabili e di personalità di secondo piano hanno scandalosamente disegnato un potere parallelo a quello centrale.
Non c’è regione che abbia dato buona prova di sé, e le competenze ad essa affidate sono ora oggetto di una tremenda bancarotta. Se la sanità è nello Stato in cui si trova, a chi si deve?
E la gestione delle energie rinnovabili, altro scandalo taciuto? E la gestione del ciclo dei rifiuti? La fiorente industria della munnezza? E la vergogna dei fondi comunitari non utilizzati? Le regioni sono il luogo eletto dello spreco e dello scandalo, è la seconda classe della politica che gestisce senza controllo: abbiamo affidato ai Fiorito la nostra salute, la cura dell’ambiente, la gestione dei servizi alla persona, lo stato delle acque, la tutela del paesaggio.

Se la sinistra facesse il suo mestiere toglierebbe alle regioni ogni forma di spesa, magari distribuendo ai livelli di governo più vicini ai cittadini (province e comuni) competenze, definendo e separando attentamente materie e responsabilità, creando un ufficio, obbligatorio per tutti, del rendiconto, come negli Usa. Accountability si chiama lì. Rendimi conto ogni anno di cosa hai speso, e come, e dove. Ogni anno, e pubblicamente. E se ci fosse una sinistra ci direbbe che non è concepibile che ogni campanile abbia un municipio, un ufficio tecnico, la ragioneria generale. Al di sotto dei cinquemila abitanti l’unione dei comuni sarebbe obbligatoria almeno nell’accorpamento delle funzioni orizzontali (ragioneria, ufficio tecnico e tutti gli altri servizi erogati: mense, raccolta rifiuti, gas e luce, gestione dei siti monumentali, etc). Meno uffici, meno costi, più competenze.

Ridurre le funzioni di governo significherebbe ridurre le poltrone e i bancomat distribuiti oggi nelle mani di chissà chi. Significherebbe alimentare una selezione più virtuosa, far crescere le competenze tagliando i luoghi oscuri e immobili della mediocrità e dello spreco.

La sinistra dovrebbe dirci di non aver paura del futuro e comunicarci – ecco lo choc – che la felicità è l’unica giusta causa della nostra vita e bisogna scriverla nella Costituzione.

da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/04/ecco-proposta-choc-del-pd/488988/
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« Risposta #35 il: Aprile 11, 2013, 11:44:07 »

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Governo, il pantano di Bersani e Grillo che fa vincere Berlusconi

di Antonello Caporale 
9 aprile 2013


Cosa accomuna Bersani a Grillo? Secondo me due questioni essenziali, due problemi di fondo e due errori speculari. Al Partito democratico è richiesto non solo di governare ma di offrire al Paese un segnale chiaro di cambiamento. Le urne infatti hanno clamorosamente bocciato la proposta di Pierluigi Bersani di un governo votato a un’alleanza strategica con la formazione centrista di Mario Monti. Era l’asse privilegiato, la prospettiva per l’Italia. Bocciata clamorosamente. Al Movimento 5 Stelle le richieste sono andate aumentando man mano che la figura e le proposte di Beppe Grillo mettevano radici. Da movimento di protesta, luogo eletto del non voto e sede legittima per contestare la lunga stagione di malgoverno e di collusione tra la destra e la sinistra, si è aggiunta la decisione di una intera fascia di elettori tradizionalmente di sinistra (almeno tre milioni sugli oltre otto che Grillo ha preso) di affidare al movimento una domanda di cambiamento concreta e rapida.

Sia Bersani che Grillo si sono trovati impreparati. Il primo nettamente sorpreso dalla sconfitta ha rivoluzionato la sua agenda e la sua strategia: abbandonato Monti ha scelto di parlare a Grillo senza indugio. Scelta opportuna ma inadeguata e primo errore capitale: Bersani avrebbe dovuto ammettere la sua personale sconfitta politica e indicare chi, anche nel suo partito, meglio di lui avrebbe potuto avanzare ai 5 Stelle una proposta di governo. Grillo – all’opposto -  è sempre parso fiducioso sull’esito del voto, e infatti ha sempre parlato di tsunami in arrivo.
Ma aveva previsto, sbagliando, che la mole di consensi lo avrebbe condotto di diritto all’opposizione. Non si aspettava, e si è visto, il default complessivo e coincidente dei concorrenti.

Né Bersani né Grillo hanno scelto di comprendere il messaggio delle urne. Il primo non si è fatto da parte, il secondo ha insistito affinché nessuna responsabilità di governo potesse toccargli richiamando la sua campagna elettorale e di fatto espellendo i voti di chi cercava nel M5S una forza che agevolasse il cambiamento divenendone partner importante ma non esclusivo. Grillo ha detto: chi pensava che avremmo fatto accordi col Pd ha sbagliato a votarci. Quale è oggi l’effetto lo vediamo tutti. Un pantano istituzionale e la rievocazione di ciò che la stragrande maggioranza di elettori italiani (oltre il 60 per cento) hanno chiesto e deliberato: non far andare mai più Berlusconi al governo.

Cosa accadrà domani? E’ più probabile di ieri che quella richiesta venga disattesa. Ogni cosa spinge perché un governo si faccia, e i fatti, più che le opzioni politiche, contribuiranno alla formazione di un governo di larghe intese, sebbene miscelato, occultato, ridefinito attraverso altre e più commestibili locuzioni. Sarà un danno per l’Italia, di cui tutti coloro che reputano il mondo e la ricetta berlusconiana così lontana e ostile al loro senso della vita, dei meriti e dei bisogni, intesteranno la colpa a chi quel patto invece, nel nome di un opposto bisogno (un governo bisogna pur farlo) lo siglerà. Quel patto ha un costo e si chiama Quirinale. Diremo al Pd: la pagherai. E infatti pagherà caro quel partito il prezzo. Si dividerà, io temo. Ma pagherà anche Beppe Grillo. I voti che ha preso forse non li rivedrà più. Quella mole di consensi che provengono da sinistra si ridistribuiranno altrove. Magari è proprio questo l’obiettivo: perdere peso per avere una pattuglia più fedele e un luogo sicuro su cui giocare le sue fiches: l’opposizione. Io penso però che prima della tattica venga la reputazione, la credibilità di un gruppo politico. E temo che per anni si dirà loro: avevate la possibilità di favorire il cambiamento e vi siete ritratti. Sarà l’accusa più crudele e più drammatica
nell’agonia che verrà.

Ps. Cari amici, questo mio giudizio intendo naturalmente condividerlo e dibatterlo con voi altrimenti non l’avrei postato quassù. Avrei piacere che qualunque fosse, il pensiero di ciascuno venisse espresso secondo una basilare clausola di stile. Evitiamo le male parole, gli sfottò, le repliche tra i commentatori. Ho chiesto conto delle lamentele che continuamente vengono fatte anche a me circa la soppressione di commenti.
Non vengono pubblicati solo quei giudizi che rasentano la diffamazione, che sono gratuiti e gravemente lesivi, o dichiaratamente cafoni.
Questo non ci libera da errori tecnici, perché il sistema non è perfetto e a volte può accadere che cancelli quel che non deve.
Ma non c’è altro motivo, né mai vi potrebbe esserlo. Sono da poco in questo giornale ma testimonio la più ampia, diffusa, quotidiana pratica liberale: ciascuno scrive le proprie opinioni. Del resto, scorrendo i blog, avrete documentato l’innumerevole quantità di punti di vista, a volte dichiaratamente (e fortunatamente) lontani da un inesistente pensiero unico.  Grazie dell’attenzione

da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/09/il-pantano-di-bersani-e-grillo-che-fa-vincere-berlusconi/556356/
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« Risposta #36 il: Giugno 12, 2013, 05:53:43 »

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M5S, più che politica la questione si fa psicoanalitica

di Antonello Caporale | 12 giugno 2013


La furia dissolutoria ha sempre a che fare un po’ con la psicanalisi, con l’autocoscienza, con i pensieri cattivi che popolano la nostra mente e ci fanno sentire come mostruosa la fatica di vivere, coabitare in questo mondo. Le vicende del Movimento a cinque stelle obbligano a indagare oltre il campo di una incredibile insipienza politica. Io non penso che il Movimento sia destinato a una tragica e repentina scomparsa, e ritengo anzi che il largo seguito abbia incanalato energie vitali, producendo per una democrazia ammalata una rivolta salutare, un gancio dove la disperazione potesse appendersi e sperare. Sperare che qualcosa cambiasse finalmente. Piccola o grande, ma qualcosa doveva cambiare. E se in tv vedo quanta gente resiste in piazza, si accalca al palco dove Beppe Grillo parla mi convinco che questo Movimento sia destinato a durare, ad esistere oltre i propri errori. Tra il deserto che popola i circoli degli altri partiti e la folla che popola questo movimento in un modo forse caotico, spesso inconcludente, prediligo questa seconda scena. Quel che non comprendo al pari di molti di voi è come sia stato possibile inanellare in tre mesi una cifra così alta di errori. E’ vero, gestire un consenso così alto essendo alle prime armi è una fatica di Sisifo, e gestirlo avendo contro il resto del mondo (media compresi) rende ancora più vano il tentativo di rispondere a una domanda così impellente di cambiamento. E comprendo che affrontare come prima prova l’elezione del presidente della Repubblica, con le furbizie, le menzogne e i trabocchetti che si porta dietro, è una gara persa in partenza. Comprendo lo straniamento degli eletti stretti da un mandato popolare che esigeva rottura e una richiesta di cambiamento che esigeva mediazione. Ogni scelta sarebbe parsa come un tradimento.

Quel che non capisco – anzi che proprio non si capisce – è la mostruosa capacità di farsi del male, dichiararsi unfit, inutili, inadeguati, incompetenti anche quando davanti a sé vi erano questioni semplici che imponevano una soluzione semplice. Tre settimane di passione per decidere cosa fare della diaria, se darla via, intascarla, sospenderla. Bastava l’uso di una dose minima di intelligenza: se 2500 euro mensili non sono sufficienti per condurre una vita doppia (due case, due città etc), ciascuno prende dalla diaria ciò che ritiene necessario. Se ne fissava un tetto (mille, duemila euro mensili?) e il resto sarebbe stato bonificato al gruppo parlamentare. Ogni mese il conto corrente del gruppo avrebbe mostrato la cifra dei risparmi, che era ed è senso dello Stato, rigore, coerenza, moralità. Ogni mese il movimento avrebbe potuto destinare circa duecentomila euro a campagne simboliche ma di grande impatto. In politica i simboli sono tutto, e quei soldi, anche se spiccioli rispetto al mare dei bisogni e delle attese, avrebbero aiutato a condurre le proprie battaglie e gli altri partiti a mostrare di essere all’altezza della domanda di moralità. Consegnare in aprile, faccio un esempio, quei soldi alla lotta per la scuola pubblica, magari finanziando cinquanta borse di ricerca,  avrebbe obbligato tutti a riflettere su un bene comune così essenziale. Distribuendo in maggio la medesima somma a dieci artigiani in crisi si sarebbe obbligato il Parlamento a decidere misure efficaci e straordinarie, invece che mostrarsi solo parolaio. Sistemare in giugno una piazzetta, dieci mura scrostate in una città degradata, sarebbe valso a consegnare a noi tutti i costi dello spreco, dell’ignavia. Sono idee banali, e magari ne esistono di migliori, ma proprio perché la questione era così modesta, non mi capacito del fatto che non si sia fatto capire un’acca di quei soldi e di quel problema: se intascano o non intascano anche la diaria, a chi la danno, quando e perché.

E non mi capacito del fatto che un movimento così disomogeneo, transpolitico, affastellato secondo biografie improvvisate, avesse bisogno di una cura, un governo più presente, meglio definito. Guidarlo col megafono, a furia di post e di strilli, di maleparole, di aut aut, è il peggio del peggio possibile. Se i 5 stelle devono tutto a Grillo, Grillo ha con i suoi eletti un dovere di confronto, un obbligo di rendicontazione delle sue idee. Se sono deputato non devo scoprire da internet cosa fare e non fare. Se andare in tv o non andarci. Se posso dire buongiorno a un giornalista oppure, come un ebete, sorridergli e avanzare muto. Se il mondo è fatto solo di traditori o anche di gente perbene, se gli incapaci esistono dappertutto o solo dalle parti degli altri. Il confronto sarebbe servito anche a Grillo, a chiarirsi le idee, perché certo le ha nebulose e fragili, a capire cosa non va. Ma sembra tutto inutile: lui parla da Genova o dalle piazze, Casaleggio opera da Milano, e questi altri a Roma stanno accovacciati, spaesati e irrilevanti persino alla loro stessa vita. Ogni giorno una vocina di contestazione si alza e non c’è scampo: fuori! Perciò, più che politica, la questione si fa psicanalitica.

da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/12/m5s-piu-che-politica-questione-si-fa-psicanalitica/623790/
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« Risposta #37 il: Settembre 11, 2013, 04:46:56 »

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Decadenza: la malafede di Berlusconi e i suoi cortigiani, spergiuri per passione

di Antonello Caporale | 11 settembre 2013


Quando si è in malafede? Se dovessimo rispondere a questa domanda non avremmo di meglio che mostrare questo video, apprezzare il capovolgimento della realtà in cui Berlusconi ha trascinato l’Italia.
La prova dell’abisso dove si vuol rinchiudere la nostra intelligenza, dell’uso abusivo della lingua italiana, è data dalla  comunicazione (la trovate sul sito) del lucente (per via della pelata) soprammobile di B. a palazzo Chigi: l’on. dott. Angelino Alfano.

Egli dichiara, nell’immediata approvazione della legge Severino, che le norme sono in realtà farina del suo sacco, della propria testa pensante. Egli afferma che l’ha fatto per trascinare via i condannati, uomini sporchi e abietti, dal Parlamento pulito. Via, anche con la forza (immediately cazzo!). Il suo Capo ha giurato di essere innocente quindi, anticipa il giureconsulto soprammobile, è certo che non sarà condannato.
La legge, avverte lui, riguarda i condannati non gli innocenti!

Era dicembre, poi si è fatto agosto. Adesso colui che diceva di averla scritta – uomo muto di pensiero – afferma che è del tutto evidente di aver profferito fandonie incostituzionali. E’ lampante, come il sole che abbaglia, che B. non è condannato perché, si parva licet, ha testualmente dichiarato sulla testa dei milioni di italiani che lo amano (e anche dei suoi figli, della fidanzata Francesca e del cane Dudù) di essere innocente.

Siamo alla psicopatologia, al punto estremo in cui il bianco che luccica si trasforma, per testimonianza giurata, in nero luttuoso, buio cieco, caverna del nostro cuor. Dovremmo trascinare tutti questi spergiuri per passione davanti al tribunale della verità, se esistesse.

Sono pericolosi estremisti, figuranti della menzogna.
Tra un po’, quando riannoderemo il filo delle nostre colpe, troveremo qualcuno di questi spergiuri a illustrarle.

da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/11/decadenza-malafede-di-b-e-suoi-cortigiani-spergiuri-per-passione/708271/
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« Risposta #38 il: Novembre 03, 2013, 07:10:01 »

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Verona: politici che rubano sulle mense dei bimbi

di Antonello Caporale | 31 ottobre 2013


“Riusciamo ad andare in galera o no?”. L’agghiacciante quesito è il fondale perfetto della gara di disumanità che si è tenuta a Verona, dove la sabbia, sì proprio la sabbia, è divenuta elemento qualificante del menu per i bimbi delle scuole pubbliche cittadine. Gli arresti, numerosi e importanti, all’interno dell’agenzia comunale chiamata a provvedere alle mense scolastiche, documentano una tragedia ancora più acuta e definitiva. Nella nostra testa abbiamo memoria di mazzette e di tangenti, gare truccate, limate, file sostituiti, inganni pianificati e perpetrati o anche solo ideati, nella continuità ideale di una devianza costituente, un morbo intraducibile e inestirpabile dell’identità dell’amministrazione pubblica.

Il Sud è stato sempre un passo avanti nella gara alla furfanteria, ma in questo caso il Nord (pure leghista) della civile Verona, così tanto propagandata attraverso l’immagine del pragmatico sindaco Tosi, conferma il sospetto che non c’è  limite al peggio e non c’è salvezza verso gli abissi. Truccare una gara d’appalto non è la stessa cosa che intossicare la dieta di un bambino, giocare col suo destino e con la sua vita.  La questione qui si trasforma da criminale in disumana, nel senso vero e pieno della parola. C’è un dolo superiore dentro il quale un sentimento minimo di rispetto per la vita altrui, specialmente quando è indifesa e libera da ogni prudenza, dovrebbe convincerci a non oltrepassare almeno la soglia della compassione. E fa ancora più male sapere che la vicenda nasce e si sviluppa dentro una delle città più ricche d’Italia, che negli anni scorsi ha chiesto al resto del Paese, attraverso il suo sindaco (a proposito: ora che fa? Si dimette?) rispetto per la legalità, rigore nella gestione dei fondi pubblici e senso comune per il bene comune. Eccoci invece alla sabbia al posto della carne, alla pianificazione della crudeltà. I nove dirigenti comunali arrestati, e il loro comportamento ora agli atti del fascicolo giudiziario, ci conducono ancora una volta a negare che esista un fondo, un limite, un punto d’arresto della devianza pubblica. Esiste purtroppo sempre uno scalino ulteriore, non c’è orrore che tenga.

Da Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2013

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/31/verona-politici-che-rubano-sulle-mense-dei-bimbi/762382/
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« Risposta #39 il: Gennaio 08, 2014, 10:23:32 »

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Morti di Stato, il cesto e le mele marce
di Antonello Caporale | 8 gennaio 2014

Si chiamano forze dell’ordine, non del disordine. E l’uso delle armi, della forza fisica è consentito per far rispettare la legge quando essa è violata, non per violarla. Nella terribile sequenza visiva che lunedì sera Presadiretta ha illustrato su Rai 3 con la virtù del migliore giornalismo d’inchiesta, abbiamo avuto la prova di come questa elementare verità, fondamento della democrazia, risulti bugiarda. Assistere a poliziotti che manganellano con ferocia, e in alcuni casi portano la loro azione alla morte altrui, apre il registro della violenza di Stato che qui appare smisurata per la varietà e la vastità dei comportamenti di vera e propria sopraffazione. Eravamo abituati alle clip poliziesche sudamericane e invece ci ritroviamo, nel silenzio umiliante del governo e di quasi tutta la classe politica, a fare i conti con questo tipo di violenza domestica “legalizzata”.

Certo che non si deve fare di una mela marcia tutto un cesto di frutta. Ed è sicuro che la maggioranza degli uomini in divisa servano lo Stato per pochi quattrini al mese, e lo facciano con ammirevole senso di abnegazione e indubbio spirito civile. Ma qui, è terribile dirlo, non sembra che si sia in presenza di casi isolatissimi quanto piuttosto di un apparente menu espressivo di polizia e carabinieri nei confronti di target definiti (tifosi, tossici, giovani esuberanti) e in genere coincidenti con classi sociali poco agiate. Se ci fosse un ministro dell’Interno e non una figurina di plastica, questo documento visivo sarebbe già agli atti di una severa inchiesta interna. E se ci fosse un Parlamento non da oggi sarebbe approvata la norma che impone la tracciabilità di quei manganelli, l’identificazione di ogni singolo poliziotto (non va bene il nome? basterebbe un codice di riconoscibilità) perché sia chiara e pubblica l’identità di chi è chiamato a imporre il rispetto della legge e a fare un uso prudente, equilibrato, sempre soggetto a verifica, della forza che quella stessa legge gli consente di esercitare.

È infine disarmante la sequela di connivenze, di opacità e vere e proprie omissioni di atti d’ufficio che ogni inchiesta giudiziaria subisce quando si trova di fronte a casi simili.

Cosa aspetta il capo della Polizia a rendere finalmente pubblico il codice di comportamento a cui ogni azione dev’essere ispirata e le sanzioni per chi varca, in nome della legge, il confine dell’illecito?

Il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2014

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/08/morti-di-stato-il-cesto-e-le-mele-marce/835234/
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« Risposta #40 il: Febbraio 24, 2014, 05:46:47 »

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Governo Renzi, per chi si suona la campanella

di Antonello Caporale
23 febbraio 2014

La sincerità non ha casa in politica, come anche la lealtà. Eppure il gesto che ieri ha compiuto Enrico Letta, il ripudio di qualunque segno di affetto verso il presidente del Consiglio, nel brevissimo rito della consegna della campanella a palazzo Chigi, toglie opacità, retro pensiero e ipocrisia alle gesta del protagonista. Ritraendo istantaneamente la mano sua da quella di Renzi, che lo guarda per la prima volta con occhi bassi e imbarazzati, e correndo via da una cerimonia che sembra offenderlo, Letta non perde il senso dello Stato (è lì infatti ad adempiere ai suoi doveri) ma non rinuncia a manifestare in pubblico il proprio dolore, la disapprovazione per come gli è stata sottratta la poltrona.

Ma la mano che lo sconfitto quasi rifiuta di porgere al vincente è anche un manifesto di cattive intenzioni, annuncia che nulla al giovane, magari talentuoso ma inesperto premier sarà risparmiato, che la vita del suo governo, specialmente nelle aule parlamentari, dovrà superare ostruzioni impreviste, antipatie inattese. Letta se ne va da palazzo Chigi, non dalla vita politica. Le sue relazioni nel mondo che conta sono ampie e resistenti al tempo e alle mode, e la voglia di una rivincita è più che plausibile. E infatti sempre ieri, sul suo profilo twitter, ha cancellato l’incarico di premier riprendendo quello di deputato. “Deputato della Repubblica”, ha scritto. Non più del Pd.

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/23/governo-renzi-per-chi-si-suona-la-campanella/891552/
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« Risposta #41 il: Gennaio 18, 2015, 06:53:15 »

Speciale Quirinale
Quirinal party – Candidato stai sereno, c’è Guerini

Di Antonello Caporale | 16 gennaio 2015

Il lunedì una donna, il martedì un uomo. Il mercoledì personaggio un po’ scapigliato, fuori dai giochi ma dentro il cuore del popolo. Il giovedì un tecnocrate, lontano dalle piazze ma dentro le Istituzioni. Il venerdì un perdente, lontano dalle piazze e da Twitter. Il sabato un vincente, dentro Twitter fino al midollo. Domenica è festa.

La strategia di Renzi è di comporre una rosa di candidati al Quirinale che equivalga per numero quella dei grandi elettori. La strategia, molto coinvolgente, è di dire a ciascuno al di sopra dei cinquant’anni che la sua vita è lì lì per cambiare di segno. Perciò ha incaricato il vicesegretario del Pd Guerini di preallertarli. E infatti a gruppi di cinquanta sono convocati a cena. Guerini ha il compito di galvanizzare il gruppo. Nel dopocena interviene Renzi con incontri individuali.

La tecnica sta dando i primi frutti: finora i candidati ufficiosi sono poco meno di cento. Non facciamo i nomi per non bruciarli.

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/16/quirinal-party-candidato-stai-sereno-ce-guerini/1343566/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2015-01-16
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« Risposta #42 il: Marzo 07, 2015, 04:16:40 »

Rai, Gabanelli: “Nomine, se è Renzi a voler scegliere i migliori è fuori strada”
La giornalista sul piano Gubitosi approvato giovedì: "Auspicabile un'unica newsroom per l'informazione, ma aspettiamo di vedere quali saranno i direttori".
Sull'offerta per Rai Way da parte di Mediaset dice: "Certo che se un pezzo di Rai dovesse finire interamente nelle mani del concorrente, anche da un punto di vista estetico... non si può guardare!"

Di Antonello Caporale | 27 febbraio 2015

Ai piani alti c’è il potere. In quelli bassi i telespettatori e i lettori.
Milena Gabanelli – giornalista investigativa tra le più apprezzate – esamina le ragioni di una questione cruciale della democrazia: perché l’informazione fa così spesso rima con la manipolazione.
Perché spesso si avventura a trasformare la realtà fino ad erigerne una di comodo, adeguata ai bisogni del momento.

Il piano Gubitosi è stato approvato. Un’unica newsroom, telegiornali tematici. Meno dirigenti in Rai, meno burocrazia. Ora ti tocca esultare.

È auspicabile che in futuro ci sia un’unica newsroom, per il momento è un passaggio intermedio che a mio parere è giusto perseguire. Prima di esultare aspettiamo di vedere quali saranno i direttori. Il nodo cruciale è soprattutto lì.

La Rai non è la Bbc e forse non lo sarà mai. Ma non ho mai capito se è la politica, padrona della tv, ad allontanare i giornalisti dalle notizie insidiose oppure siamo noi cronisti che appena scorgiamo un filino di carriera all’orizzonte perdiamo la testa e anche il taccuino dalla tasca.

Posso parlare per me: in tanti anni sono stata spesso sollecitata a non approfondire troppo, ma non avendo frequentazioni politiche non mi è stato difficile continuare sulla mia strada, e devo anche aggiungere che nessuno mi ha fermato. Vorrà pur dire qualcosa!

La Tv dei partiti sembra avviata al cimitero. Si prospetta la Tv del governo. È un cambiamento che in qualche modo rincuora o rattrista?
L’abbiamo già vissuta una Tv del governo, mi pare. Credo che abbiamo anticorpi per tutto, e comunque se per Tv del governo si intende un modello dove viene definita una “carta” di requisiti non raggirabili per il reclutamento della governance, senza toccare la missione del servizio pubblico, ben venga.

Già la chiamano teleRenzi. Mettiamo invece che il premier voglia stupire e seguire alla lettera anche le tue proposte che ieri hai pubblicato sul Corriere. Mettiamo che dica: i migliori devono dirigere la Rai. Gabanelli, faccia la presidente.

   a) Accetti

   b) La proposta ti fai venire il mal di testa e dici no grazie, ho le mie inchieste da seguire

   c) Inizi a prospettare persone più in gamba di te nella speranza di farla franca.  Sono lusingata, ma se è Renzi a scegliere “i migliori”, siamo fuori strada. Vuol dire che non ha letto come funziona il modello a cui tutti dicono di volersi ispirare.

Cos’è l’imparzialità? Chi racconta deve naturalmente tener conto dei diversi protagonisti del fatto che narra. Ma il suo punto di vista, l’angolazione da cui riprende, il dettaglio dal quale inizia la storia conterà pure qualcosa?
Intanto il punto di vista deve partire da un fatto oggettivo e non da un pregiudizio, dopodiché si argomenta, come è giusto che sia. Però è difficile parlare in astratto, dipende da quale argomento si affronta. Se il tema è la corruzione dentro al Mose con i corrotti che hanno patteggiato non è che bisogna andare tanto per il sottile. A fare la differenza alla fine è comunque la buona o cattiva fede con cui il giornalista racconta la notizia… e questo è difficile da occultare.

Non esistono, tranne singolari situazioni, aziende editoriali senza padroni. E non esistono padroni senza interessi e senza relazioni di potere. Dal primo marzo però esisterà il Jobs act: mi può piacere il tuo lavoro ma anche no. E se non mi garba posso sciogliere il contratto che mi lega a te. Il giornalista di domani, che sarà pur sempre un lavoratore dipendente, difenderà la verità fino al licenziamento?
Mi risulta che per ora molte redazioni pullulino di giornalisti che incassano lo stipendio ma non lavorano, proprio perché non piacciono al loro direttore o editore. Non piacere a qualcuno è nella natura delle cose. Mi piace immaginare un mondo del lavoro dove non sono costretta a poltrire, sono io ad andarmene in un altro posto dove mi trovo meglio, e quel posto sul mercato c’è. Si chiama ‘dinamicità’.

Chi fa inchiesta dà spesso brutte notizie. Sembra che il lettore, o il telespettatore, abbia meno resistenza a farvi fronte, meno capacità a indignarsi.

Brutte notizie a colazione, pranzo e cena… alla fine è evidente che non ne puoi più. Non ne posso più nemmeno io! La denuncia fine a se stessa ti fa venire voglia di sbattere la testa al muro, specialmente quando non produce risultati, sembra un muro di gomma. Lo sforzo da fare è quello di cercare una via d’uscita e provare a indicarla… è faticoso trovarla, ma c’è sempre un’alternativa possibile, e l’utilità del nostro lavoro è anche in questo.

Il successo di Renzi è dato anche dal fatto che non pare esserci alternativa credibile. Secondo te è aperta una questione democratica oppure dobbiamo essere più prudenti con i giudizi. Saper osservare, aspettare.

Il giudizio per definizione si dovrebbe dare alla fine; se il nostro è un lavoro da cane da guardia, e non da combattimento, dobbiamo sorvegliare, vigilare, e abbaiare per farci sentire, vale per un governo, un’impresa, un’istituzione. Sembrano banalità, ma se i giornalisti la mettessero in pratica con la dovuta puntualità, non resterebbero tanti margini per fare proprio quello che si vuole senza render conto.

Ah, dimenticavo. Forse Berlusconi comprerà le antenne della Rai. Diverrà padrone o almeno comproprietario. Come se Italo acquistasse la rete ferroviaria. Tutto normale?
Nemmeno la BBC è proprietaria delle antenne e del satellite con cui trasmette in tutto il mondo, ma è un Fondo se non ricordo male. Certo che se un pezzo di Rai dovesse finire interamente nelle mani del concorrente, anche da un punto di vista estetico… non si può guardare!

Dal Fatto Quotidiano del 27 febbraio 2015

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/27/rai-gabanelli-nomine-se-renzi-voler-scegliere-i-migliori-fuori-strada/1460493/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2015-02-27
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« Risposta #43 il: Maggio 25, 2015, 11:17:00 »


Afragola, quel sindaco che dice no al set di Gomorra
Cronaca

Di Antonello Caporale | 22 maggio 2015

Domenica scorsa sono stato a Castel Volturno, nella città degli ultimi. Ho conosciuto Dimitri Russo, il bravo sindaco che cerca di dare un futuro alla disperazione, ripulire le baracche putride lungo il punto di confluenza sulla Domiziana dei neri d’Africa e dei neri d’Italia. Disperati, soli, affogati nell’illegalità gli uni come gli altri e soprattutto lasciati al loro destino: morire di camorra o di droga oppure di prostituzione. “A noi servono soprattutto competenze intellettuali – mi ha detto il sindaco – ingegneri e architetti per fare il piano regolatore, progettisti qualificati per attrarre gli investimenti europei. Ci servono pedagoghi, bravi insegnanti, studiosi del paesaggio per ripulire la nostra terra. Ci serve il meglio, perché il peggio qui già c’è”.

Conosco anche Domenico Tuccillo, sindaco di Afragola. E’ una persona equilibrata e ha rifiutato, con una motivazione ineccepibile, a rendere il suo quartiere più difficile, quello di Salicelle, teatro della serie Sky Gomorra. Tuccillo spiega che la sua terra non ce la fa più ad essere utilizzata unicamente come set per raccontare l’unica industria che fattura: la camorra. Afragola e Castel Volturno si tengono per mano. Oggi la serie televisiva ha bussato alle porte alla città satellite a est di Napoli. Ieri il film per il cinema realizzò a nord di Napoli, Castel Volturno, la sua scena più cruenta e drammatica: ragazzi con i mitra che sparano per la felicità di essere entrati nella grande famiglia di Gomorra, pallottole impazzite a pelo d’acqua, mitragliate di giubilo per l’ingresso nella società che comanda e uccide.

Il ‘no’ che il sindaco di Afragola ha pronunciato è naturalmente differente da quelli che per anni abbiamo ascoltato di chi voleva ridurre ogni attenzione, sminuire il fenomeno a una sorta di cavalleresca guapparia, tenere la camorra dentro il recinto di casa propria. Questo no è invece la richiesta disperata di un aiuto: ad Afragola come a Castel Volturno sanno tutto di camorra. Hanno bisogno di legalità, di una trasfusione massiccia di facce pulite. Ad Afragola come a Castel Volturno sanno come si spara, vedono come si spara e come si muore. Chiedono solo che le loro morti non divengano il film permanente della loro vita.

Di Antonello Caporale | 22 maggio 2015

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/22/afragola-quel-sindaco-che-dice-no-al-set-di-gomorra/1707294/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2015-05-22
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« Risposta #44 il: Luglio 01, 2015, 06:05:59 »

Politica
Spese pazze Calabria: il premier dell’ignavia e la ricerca del consenso

Di Antonello Caporale | 28 giugno 2015

Ora siamo al detersivo acquistato con i soldi pubblici, alla tv trafugata, ai biglietti gratta e vinci per tentare la fortuna, ammesso che sedere nel consiglio regionale per quella gente non sia di per sé già una enorme ed esorbitante fortuna.

Tutto è dannatamente uguale a sempre, anzi questo finale di stagione di Rimborsopoli in versione calabrese, il trafugamento degli spiccioli dopo aver svuotato ogni cassaforte, ci dice due cose. La prima è che le Regioni sono divenute l’ambito ideale di ogni furfanteria, anzi la scuola di formazione per classi politiche inette e incompetenti. La seconda è che questa classe politica è irredimibile e il partito che nel Parlamento detiene la maggioranza dei consensi, cioè il Pd, è divenuto un canale di smistamento, un ponte verso la liceità dell’arraffa arraffa.

Cosa ne sa di Renzi del Pd calabrese? Nulla naturalmente. Lui non c’entra, non sa. E ora che sa fa come sempre ha fatto: una bella dichiarazione pubblica, fuori i ladri. Non sapeva di Roma, non sapeva del Mose, non sapeva dei traffici milionari sull’Expo.

A ben vedere Matteo Renzi è il premier dell’ignavia. Non sapeva come si formavano le liste dei candidati, non conosceva il calibro dei personaggi coinvolti in giunta, non era interessato a scoprire il traffico delle clientele. A lui più della buona politica interessa il consenso e in quanto a voti anche in Calabria, nella tornata elettorale delle Europee che ora sembra lontanissima, aveva mietuto successi clamorosi.

Dire che il presidente della Giunta Mario Oliviero dovrebbe immediatamente dimettersi sembra anche poco. E aggiungere che l’Ncd è divenuto oramai il recapito usuale degli avvisi di garanzia e degli ordini di arresto è ancora un’ovvietà. Tutto è così perfettamente indecente. Dunque normale.

Di Antonello Caporale | 28 giugno 2015

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/28/spese-pazze-calabria-il-premier-dellignavia-e-la-ricerca-del-consenso/1822590/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2015-06-28
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