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Autore Discussione: BRUTTE e tristi STORIE...  (Letto 110493 volte)
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« Risposta #105 inserito:: Febbraio 14, 2009, 03:29:59 pm »

In aula anche l'audio della terribile telefonata fatta al 118 dall'operaio Piero Barbetta

Drammatica udienza al Processo Thyssen Video, foto, audio e testimonianze choc

L'ispettore capo della polizia: «Ho scavalcato un corpo e all'inizio non ho capito che era un essere umano»


TORINO - Un video «choc» girato dalla polizia scientifica la notte del rogo alla Thyssen è stato proiettato in aula su richiesta del pm, nonostante la difesa non fosse d'accordo. Il filmato e altre foto proiettate mostravano le immagini del cadavere di Antonio Schiavone, il primo operaio a perdere la vita nella tragedia dello stabilimento di corso Regina. Alcuni parenti delle vittime e altri operai sono usciti prima che venissero mostrate, altre persone sono scoppiate in lacrime durante la proiezione. A illustrarle è stata chiamata come testimone una ispettrice di polizia, che ai tempi del rogo era in servizio alla squadra scientifica di Torino e intervenuta per i rilievi.

IL POLIZIOTTO SOCCORRITORE - È stata una giornata drammatica al processo «Thyssen» anche per il commovente ricordo dell'ispettore capo della polizia Massimo Galasso chiamato come testimone dell'accusa: «Ho scavalcato un corpo e all'inizio non ho neanche capito che era un essere umano, mi era sembrato un sacco dell'immondizia, poi un altro mi è sbucato davanti e mi ha detto che non voleva morire allora io gli ho stretto la mano». La notte del 6 dicembre 2007, nella quale morirono 7 operai, l'ispettore Galasso fu il primo ad intervenire e ricorda che «siamo stati chiamati da un gruppo di operai agitatissimi che ci gridavano che c'era un incendio in corso, che c'erano dei loro compagni feriti». Alle domande sulle condizioni delle vittime il poliziotto ha risposto che «erano coscienti, non si lamentavano ma parlavano, uno era totalmente nudo, un altro aveva una piccola parte di indumenti all'altezza del pube».

GLI ADDETTI ALLA SICUREZZA - Il poliziotto ricorda poi la testimonianza diretta che gli fece in quei momenti Antonio Boccuzzi ex operaio Thyssen e ora parlamentare del Pd rimasto ferito nell'incendio. «Era agitato -ricorda l'ispettore- e l'ho invitato più volte ad andare via ma lui insisteva a rimanere. Quando gli abbiamo detto che un suo compagno era morto si è sentito male ed è stato portato in ospedale». L'ispettore ricorda poi che «mancava un addetto alla sicurezza, le indicazioni ce le davano gli operai e solo dopo circa tre quarti d'ora siamo riusciti ad identificare le persone addette alla sicurezza e a rintracciarle tramite il personale di vigilanza alla guardiola che ha contattato il responsabile sicurezza prevenzione infortuni e il responsabile alla sicurezza industriale».

LA TELEFONATA AL 118 - In aula è stato diffuso anche l'audio della terribile telefonata fatta al 118 da Piero Barbetta, uno degli operai della ThyssenKrupp la notte dell'incendio. Urla strazianti e un grido disperato: «Non voglio morire, non voglio morire». È quanto si sente in sottofondo: «C'è un incendio con tre o quattro ragazzi bruciati, abbiamo cercato di spegnerli, sono senza vestiti, ha preso fuoco un impianto, c'è della carta, dell'olio, guarda come sono, ma come è successo, l'acqua, l'acqua portate l'acqua». Sono alcune delle parole disperate di Piero Barbetta, operaio primo addetto alla linea 4. Con la voce rotta dal piano Barbetta ha poi risposto puntualmente a tutte le domande dei pm, degli avvocati di parte civile e della difesa, ricordando quella tragica notte, parlando di quelli che lui stesso ha definito «una famiglia più che colleghi di lavoro» e delle condizioni di lavoro all'interno dell'azienda in particolare dopo che era stata comunicata la decisione di chiudere lo stabilimento di Torino. Il processo riprenderà il 17 febbraio.


13 febbraio 2009
da corriere.it
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« Risposta #106 inserito:: Febbraio 16, 2009, 09:26:42 am »

Il racconto della 15enne di bologna

«L'ho sentito addosso, poi quel puzzo di birra. Mi diceva: stai ferma»

Chiara, stuprata da un tunisino, ha gli occhi tumefatti e il naso rotto per gli schiaffi e i pugni ricevuti

DAL NOSTRO INVIATO


BOLOGNA — L'orco le è stato addosso fino all'ultimo, finché ha potuto, finché un poliziotto non l'ha sollevato di peso da quella ragazzina schiacciata a terra, la faccia nell'erba, il naso sanguinante, neanche la forza di piangere. «Ero paralizzata, non vedevo niente, non capivo niente, sentivo solo un odore terribile, il suo fiato addosso, l'alito che puzzava di birra...»: da ieri Chiara (la chiameremo così) ha lasciato l'ospedale Maggiore, è tornata a casa, ha raccontato agli agenti quello che ha potuto, brandelli di un incubo troppo grande, troppo feroce, per i suoi 15 anni. Ha gli occhi tumefatti e il naso rotto per gli schiaffi e i pugni ricevuti: «Mi diceva di stare buona, di non fare rumore, che non mi avrebbe fatto niente». Dalle finestre dell'appartamento in zona San Vitale, dove vive con la madre, un fratello e una sorella (il padre, separato, abita poco distante), si può scorgere la fermata del tram dove Chiara, venerdì sera, avrebbe dovuto incontrare i suoi amici. E invece ha trovato l'orco: Jamel Moamib, 33 anni, tunisino che avrebbe dovuto essere espulso dall'Italia da un pezzo o essere ancora in carcere o almeno in un centro di permanenza, dovunque, ma non lì, in quello stradone di mezza periferia: belva senza scopo, se non quello di sfregiare una vita.

Chiara è minuta, esile. Fa il primo anno delle Superiori. Ha la passione per Internet. E quando esce, è per trovarsi con il gruppo di amici nel parco vicino a casa, «troppo presto per discoteche o altre cose». L'unico che ieri ha potuto vederla è stato l'uomo che quella sera ha tentato di salvarla, che ha chiamato la polizia, anche se non è riuscito ad impedire lo stupro. È un'ex guardia giurata di 44 anni, un vicino di casa. «I genitori — ha raccontato — mi hanno dato il permesso di vederla, ma è stato davvero brutto. La ragazza è sconvolta, quasi assente. Mi è venuto spontaneo avvicinarmi, ho provato ad abbracciarla. Sa, l'ho vista crescere, per me è ancora una bambina. Ma lei si è tirata indietro con uno scatto, quasi terrorizzata, chissà quali mostri popolano la sua mente». E poi il pianto disperato del padre. Lo sguardo perso nel vuoto della mamma. La rabbia dei fratelli.
Gli amici, tra cui anche il figlio dell'ex guardia giurata, non se la sono sentita di entrare in quella casa: «Ti siamo vicini» le hanno fatto sapere.

Ha bisogno di aiuto, Chiara. Ma dovrà anche trovare la forza di aiutarsi da sola. Le sequenze di quella sera sono ancora lì, a bruciarle il cervello, a svuotarle l'anima. Lei che alle 21.30 saluta la madre: «Dai, ma', non ti preoccupare, ho il cellulare, gli amici mi aspettano alla fermata». Lei che scende in strada e nota un'ombra poco distante, ma sul momento non ci fa caso. Si dirige verso la fermata e, quando si accorge che non c'è nessuno, telefona all'amica, scoprendo che l'appuntamento è saltato. «A quel punto — parole di Chiara — stavo tornando verso casa». Ed è in quel momento che si accorge che l'ombra è ancora là, in fondo alla strada. «Ho affrettato il passo, poi ho sentito dietro di me un rumore di corsa: non ho avuto il tempo di pensare e già mi era addosso». L'uomo le ha tappato la bocca con la mano. L'ha trascinata sull'altro lato della strada, tra i cespugli di un parco, dietro una rete di recinzione. «Ho provato ad urlare, lui mi ha picchiata...». L'ha schiacciata a terra. «È diventato tutto buio, il cervello non rispondeva più». Poi l'intervento dell'ex guardia giurata. L'arrivo della volante. Chiara è a casa, o forse no: «È come se fossi morta dentro».


Francesco Alberti
16 febbraio 2009

da corriere.it
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« Risposta #107 inserito:: Febbraio 16, 2009, 11:50:29 pm »

«Senza sicurezza muore il diritto di cittadinanza»

di Massimo Franchi


Cofferati, un altro stupro nella “civilissima” Bologna. Questa volta una ragazzina di 15 anni.
«Un fatto gravissimo. Che si è reso possibile per un clamoroso vuoto nelle leggi italiane: quella persona non doveva stare lì, doveva essere già stata espulsa. La vicenda ripropone non solo il tema della violenza contro le donne, ancor più se si tratta di una ragazzina, ma lo scarto tra l’allarme lanciato dal governo e le leggi inadeguate che ci sono: la totale mancanza della certezza della pena, persone pericolose che ritornano in libertà troppo in fretta. C’è un aspetto trascurato, quello dei tempi dell’identificazione dei clandestini: per avere i dati da certi Paesi spesso servono due mesi, un tempo inaccettabile».

Nel caso di Bologna il tunisino arrestato era libero dopo un ricorso al Tribunale della Libertà. È un problema di leggi o di interpretazioni da parte dei giudici?
«In questo caso non vedo soluzioni tecniche che risolvano il problema. Le decisioni sono molto soggettive, non si può far altro che appellarsi al rigore dei giudici».

La ragazza ha detto che un passante non si è fermato: «Non mi interessa», avrebbe motivato. Ormai siamo assuefatti a questi crimini?
«No. Perché per fortuna gli episodi di questo genere sono pochissimi. Certo, anche un solo episodio non deve portare ad una sottovalutazione. Questi comportamenti, benché isolati, confermano il venir meno del senso civico nelle persone. In generale c’è una tendenza a chiudersi in sé, a considerare meno l’altro. Del resto i modelli di comportamento che ci vengono imposti sono volti sempre più all’individualismo: questo è l’inevitabile risultato».

L’altro caso di violenza è avvenuto a Roma. Alemanno e la destra hanno vinto le elezioni sul tema della sicurezza, ma niente sembra cambiato in quasi due anni.
«Da tempo sostengo che il problema della sicurezza sia il più importante per le società contemporanee. La mancanza di sicurezza è una privazione di un diritto di cittadinanza. È una questione che andrebbe sottratta dalle campagne elettorali, è inaccettabile sentir dire: “Io ti garantisco, gli altri no”. Poi capisco benissimo le differenze nelle politiche che devono garantire la sicurezza».

E quali sono, fra destra e sinistra, queste differenze?
«L’azione sul territorio prodotta da Amato e Minniti durante il governo di centro-sinistra ha dato ottimi risultati. L’idea alla base è quella del controllo del territorio e va fatta impegnando più uomini e più mezzi. Va invece evitata la propaganda che ha usato il centro-destra sull’uso dei militari: possono essere utilizzati, ma solo per il controllo di luoghi sensibili, liberando agenti di Polizia e Carabinieri per pattugliare ad esempio i parchi dove sono avvenuti gli ultimi stupri. Perché un militare non ha le competenze specifiche per intervenire in casi come questi. Se l’utilizzo delle forze è indistinto siamo alla pura demagogia».

A lei è stato affibbiato il soprannome di “sceriffo”. Da uomo di sinistra cosa deve venire prima, la legalità o la solidarietà?
«La sinistra deve avere ben fermo davanti agli occhi il desiderio della solidarietà, nel senso di azioni di prevenzione di qualsiasi pericolo. Dove però la prevenzione non basta, allora servono azioni repressive. La sinistra deve evitare giustificazioni sociologiche e non deve avere timore di azioni repressive. Se sta lontano da questi rischi, anche la solidarietà avrà più senso».

La mente va subito alla questione delle baracche sul fiume Reno.
«Abbattemmo le baracche perché quelle persone rischiavano di venire sommerse. Ma subito dopo demmo a donne e bambini una casa e una scuola da frequentare. Furono espulsi solo i clandestini».

Ma erano i loro mariti e padri...
«Non c’è dubbio. Non ci siamo fermati davanti a questo: la solidarietà non può essere indistinta. La solidarietà c’è stata. E tanta. Donne e bambini ora sono integrati».

mfranchi@unita.it

16 febbraio 2009
da unita.it
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« Risposta #108 inserito:: Febbraio 20, 2009, 03:35:39 pm »

Ma Sepulveda e la Betancourt difendono il re del Grinzane

«Multato per un cappuccino»

Soria, parla il maggiordomo «Via 30 euro in caso di pulizie contestate. Provò a entrare nel mio letto, mi chiamava schiavo»


Dal nostro inviato  Giusi Fasano

 
TORINO — «Quando provavo a difendermi diceva: forse non hai capito bene. La legge qui sono io. Io sono grande e tu sei piccolo, ti schiaccio come e quando voglio, chiaro?». Nitish si schiarisce un po' la voce e scandisce ogni sillaba: «Era ve-ra-mente ca-tti-vo». Mette assieme i ricordi di un anno e tre mesi «da incubo», come dice lui: quelli passati al servizio (come aiutante tuttofare) di Giuliano Soria, fondatore, padre e padrone del Premio letterario Grinzane Cavour. Oggi le parti sono invertite. Il «grande» adesso è lui, il ragazzo mauriziano di 28 anni che si fa chiamare Nitish (in realtà si chiama Hemratjing Dabeedin) e che con la sua denuncia, con le sue quattro ore di interrogatorio davanti ai pubblici ministeri, con la sua audio-prova registrata con il telefonino ha fatto decollare uno scandalo che rischia di distruggere il Premio Grinzane. E il «piccolo» del momento, Soria, per adesso incassa i colpi di Nitish, comprese le accuse di molestie sessuali e di maltrattamenti e vessazioni di ogni genere.

«Voleva che io fossi a disposizione giorno e notte, magari per dirmi di lavare le scale all'una del mattino. Si arrabbiava ogni volta che non era soddisfatto: mi diceva "ti butto giù dal balcone" e mi toglieva soldi dalla paga, 30 euro se pulivo male, 50 per un cappuccino che non gli piaceva. Ma le parole che mi ferivano di più erano quelle razziste: negro, non sei fatto per vivere qui, sei un bastardo schiavo, mi diceva. E quando l'altra domestica lo pregava di smetterla lui urlava ancora di più: "È qui per lavorare, non per dormire. E deve fare quello che dico io". Mi costringeva perfino a mangiare carne rossa che per gli induisti come me non è consentito». Nitish dice di temere ritorsioni. «Ho paura che mi faccia cacciare dal-l'Italia. Lo diceva sempre: "Io ho tanti amici in polizia... una persona del suo giro mi ha mandato un sms di minaccia... ma io non ho fatto nulla di male. Ho studiato biologia e vorrei finire gli studi e vivere in Italia. Lo so che sono stato sfortunato. A parte lui io sono grato a questo Paese».

La procura torinese accusa Soria di maltrattamenti («qualche volta mi ha dato sberle», racconta Nitish), di violenza sessuale per le avances registrate in audio dal ragazzo («ha provato a entrare nel mio letto, mi ha messo le mani addosso») e di malversazione, perché avrebbe usato illecitamente i fondi pubblici destinati alle attività culturali. Ma di quest'ultima accusa non è Nitish l'autore. Sono le decine di suoi ex collaboratori che stanno aiutando i pm a ricostruire il puzzle del potere di Soria, capace come nessun altro, in Piemonte, di raccogliere milioni di euro di finanziamenti. Su una cosa sono tutti d'accordo, amici e nemici: Giuliano Soria non è un campione di rapporti umani. Conosce la diplomazia se deve trattare con premi Nobel e letterati, «ma è anche un uomo che vive di prepotenza, forse perché alla fine è un tipo insicuro » valuta Luciano De Venezia, per un anno e mezzo suo consulente per le comunicazioni esterne. «Io sono di Napoli e quando mi vide la prima volta mi disse "tu saresti il terrone che vuole venire a lavorare qui al Nord...". Fortuna che ero stato avvertito del suo carattere. Gli ho risposto per le rime ed è rimasto così spiazzato che poi andavamo quasi d'accordo. Ma se ti mostravi più debole era un disastro. Si partiva da cose tipo "oggi lei è vestito che è uno schifo" oppure "lei è troppo idiota per restare qui" fino alle fobie sulla segretezza dei computer».

Eppure quel «disastro» di padre- padrone in questa settimana nera ha raccolto un migliaio di messaggi di solidarietà. Il mondo letterario lo difende. Primo fra tutti il suo amico Sepúlveda. L'ultima a fargli sapere che lo stima è stata Ingrid Betancourt, qualche giorno fa. Lui passa di tanto in tanto dai suoi dipendenti, al Grinzane, prova a convincerli che la bufera passerà: «Lo so che è dura, ragazzi, ma vedrete che ce la faremo. Contro di me hanno montato attacchi personali. Tanto onore, tanti nemici. Ma il Premio deve andare avanti ».


20 febbraio 2009
da corriere.it
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« Risposta #109 inserito:: Marzo 02, 2009, 11:13:32 pm »

"Non c'è pietà per Tommy guardate qui che schifo"


La denuncia della mamma di Tommaso Onofri nel giorno del terzo anniversario del rapimento e dell'uccisione del piccolo.

Paola Pellinghelli, al cippo di via del Traglione, dove tra preservativi e rifiuti, anche oggi ha dovuto pulire la stele diventata nonostante il degrado un luogo di pellegrinaggio



di Giacomo Talignani

 Esattamente tre anni dopo il rapimento e la morte di suo figlio, il piccolo Tommaso Onofri, Paola Pellinghelli scuote la testa, schifata e arrabbiata, mentre raccoglie decine di preservativi usati, gettati sulla strada che portano al cippo di via del Traglione. Non c’è pace per il suo angelo, per il bimbo che tutt’I talia dopo quella terribile tragedia ha deciso di adottare: “Tommy è sempre con me – sussurra Paola – e credo che sia la forza del mio bambino, che c’è ancora, a portare questa gente qui, a riempirmi di messaggi, di peluche. Ma per alcune persone manca il rispetto, pulisco perché qui è indecente, prostitute e clienti buttano di tutto. Mi fa schifo”. 

Tre anni dopo, il fango ha coperto ogni cosa. Paola arriva in via del Taglione, una lunga e stretta strada che costeggia il fiume Enza battuta notte e giorno dalle prostitute, con in mano sacchi neri e guanti. “Puliamo un po’, vero Tommy?” dice mentre raccoglie una ranocchia giocattolo zuppa di acqua piovana. Insieme a lei, occhi lucidi e il pensiero costante del marito Paolo in coma da oltre sei mesi (guarda il video), c’è Michele Cocchi della associazione Tommy nel cuore e la sorella Patrizia. Senza sosta, per quasi due ore, raccolgono e sistemano, spazzano e puliscono peluche immersi nel fango, fotografie sbiadite dalla pioggia, foglie secche che coprono i ricordi. “La cosa che fa più schifo – dice Paola – sono quei preservativi laggiù. Chiediamo solo un po’ di rispetto, invece c’è chi viene qui e se ne frega. La sbarra che chiude la via dovrebbe essere sempre abbassata e invece è aperta, così clienti e prostitute possono appartarsi. Guarda, c’è di tutto, parrucche, preservativi, perfino vestiti abbandonati. E’ irrispettoso, Tommy non merita questo”.

Mentre Paola racconta, come pellegrini in fila indiana, decine di visitatori camminano fra il fango per raggiungere il cippo, osservarlo, portare rispetto, mandare un bacio o un saluto, appoggiare sull’erba rimasta un peluche gigante o una scatola di cioccolatini. “Non potevo mancare il 2 marzo – dice un signore che arriva da Maranello – sono tre anni che quegli orchi ce l’hanno portato via. Gli ho portato dei fiori”.  Sei ragazzi, di Castelnovo Monti e Mantova, nemmeno ventenni, hanno lo sguardo ferito mentre osservano la grande stele di granito con in cima la foto dell’ “ angelo biondo”. “Non c’è da dire nulla – dice uno di loro – c’è solo rabbia e l’incredulità per quel che è successo. La storia di Tommaso ci ha colpito davvero”.

Ha colpito tutti, la signora che da Milano ogni mese passa a trovare “il mio piccolo”, le ragazzine 15enni che hanno chiesto al padre di accompagnarle al Traglione pur di rendere omaggio al bimbo, e perfino il sensitivo che racconta di sapere “dove era il corpicino, ma ormai era troppo tardi”. Perché Tommy “è Tommy da Parma alla Sicilia, da Torino a Napoli. La sua storia ha fatto piangere tutti noi” dice Michele Cocchi, responsabile della associazione www.tommynelcuore.it, che raccoglie fondi destinati a progetti a favore dei bambini e che sta pensando, insieme a Paola, di far intitolare la via a Tommaso Onofri oppure, in futuro, di creare una fondazione. “C’è poco da dire. Oggi il nostro sito è chiuso, lo facciamo per rispetto”. Una sola scritta, con tanto di ranette ricordo, l’animale portafortuna del piccolo, campeggia sul portale on line: “Ciao Tommy 2 Marzo 2006 – 2 Marzo 2009”.

Nient’altro da dire. “E che c’è da dire? – continua Paola mentre pulisce senza mai fermarsi – lui c’è ancora, lui è qui con me. Sempre. Per me Alessi, la Conserva e tutta quella combriccola non sono mai esistiti”. Non c’è più spazio per la rabbia. “Ora dobbiamo dare una bella sistemata a questo spazio. Per me è un posto fatato. Mi infonde sicurezza, qua mi sento sicura, come se ci fosse qualcuno che mi protegge. Lui è la mia stellina, è la più grande, la più luminosa. Solo lui può darmi forza e serenità per andare avanti”.

(02 marzo 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #110 inserito:: Marzo 03, 2009, 04:52:09 pm »

Affetto da una malattia rara si uccide nel bagno del medico
 
 
 
RAVENNA (2 marzo) - È entrato nel bagno del suo medico e si sparato con una pistola regolarmente detenuta. Così a Massa Lombarda (Ravenna) si è tolto la vita Giancarlo Guiaro, 55 anni, pensionato delle Poste, da tempo afflitto da una rara patologia: la Mcs, la sensibilità chimica multipla.
 
Il caso dell'uomo era salito alla ribalta nel gennaio 2007 quando si era rivolto al Tribunale di Ravenna per farsi riconoscere il diritto al rimborso per uno specifico trattamento della malattia messo a punto da Hans von Rolbeck, medico tedesco esperto in immunotossicologia, e per chiedere che l'ospedale più vicino, quello di Lugo, si attrezzasse di idoneo locale per trattare pazienti colpiti dalla Mcs.

Il giudice Roberto Riverso, nonostante la malattia in Italia, a differenza degli Usa, non fosse ancora stata classificata, aveva deciso che la Regione Emilia-Romagna e l'Ausl di Ravenna dovevano provvedere, in via cautelare, e per quanto di loro competenza, al rimborso di ogni spesa sostenuta dall'uomo. In seguito al reclamo di Regione e Ausl a fine estate il collegio del Tribunale, sulla scorta di una perizia, aveva stabilito che la cura non poteva essere efficace, ribaltando le precedente decisione.
 
Guiaro, che non poteva toccare quasi nulla e per respirare spesso si doveva affidare a una mascherina dotata di carboni attivi e era allergico perfino alla cornetta del telefono e ai profumi, si era sempre più isolato. In una lettera inviata tempo fa ad alcuni mezzi di informazione, aveva raccontato di vivere da tempo in auto e di non potere avvicinare le persone se non decontaminate. Aveva anche precisato di essere fuggito in un paesino come Massa Lombarda perché a Bologna, dove viveva, sarebbe morto in breve. Stamattina - hanno riferito i carabinieri - non ha lasciato biglietti.

La sensibilità chimica multipla, secondo la definizione che ne dà il National Institute of Environmental Health Sciences, statunitense, è una malattia cronica e ricorrente causata dall'impossibilità di una persona a tollerare un dato ambiente chimico o una classe di sostanze chimiche. 

da ilmessaggero.it
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« Risposta #111 inserito:: Marzo 06, 2009, 09:31:18 pm »

«Oggi uccido il Duce, per la libertà del popolo» 

Scritto da Michele Schirru (martire antifascista)   
 

Il fascismo, come tutte le dittature e tirannie, mi ha sempre ispirato orrore. Mussolini con le sue vigliaccherie, con le sue persecuzioni feroci di tutto un popolo, coi suoi cinismi brutali, non aventi altro scopo che di conservargli il potere, io l’ho sempre considerato un rettile dei più dannosi per l’umanità. Le sue pose da Nerone, da boia, da carnefice di un popolo e della libertà, che si gloria di strozzare e di calpestare, mi hanno sempre ispirato odio, odio e ribrezzo, non per l’uomo, mezzo quintale di carne flaccida ed avariata, ma pel tiranno, massacratore dei miei compagni, traditore di quei lavoratori che fino a pochi anni fa l’avevano sfamato. Fino al 1922 pensavo che per stroncare la tirannia bisognava stroncare il tiranno. La libertà non è un corpo putrefatto, che si possa calpestare impunemente. La storia ci insegna che in tutti i tempi la libertà, calpestata dai tiranni, ha trovato difensori arditi. La tirannia assolda sicari, ma la libertà crea i vindici e gli eroi. E nessun esercito di sicari è mai riuscito a trionfare sulla volontà né ad arrestare la mano del giustiziere. Ai primi di quest’anno venni in Europa col solo scopo di incontrare questo boia e ricordargli che la libertà è ancora più viva che mai, che ancora riscalda il cuore dei ribelli e li spinge al sacrificio e che non è ancora spenta la buona e vecchia razza degli uomini liberi, che sanno vendicare le crudeltà e le torture inflitte ai loro compagni.

Nel maggio di quest’anno, in occasione dei viaggi clamorosi del tiranno nell’Italia settentrionale, e specialmente a Milano, cercai inutilmente di mettere in esecuzione il mio piano. Dovetti purtroppo constatare che non basta avere la volontà, occorre anche avere il mezzo adeguato per colpire. E vista l’inanità del mio sforzo, ripigliai la via dell’estero onde aver agio di prepararmi meglio e preparare il materiale che mi occorre per poter colpire bene e con sicuro effetto.
Oggi ritento la prova, certo di riuscire, certo che la vendetta cadrà inesorabile e provvidenziale sul mostro che, non contento del martirio inflitto a quaranta milioni di italiani, fra poco, sempre per libidine di potere, d’accordo con la monarchia sabauda, razza di traditori e di codardi, e con la complicità di tutti gli altri fascismi d’Europa, scatenerà su tutto l’umano genere il flagello sterminatore di una nuova guerra.
Il mio gesto non sarà delitto, perché riparazione di crudeltà senza numero e prevenzione di stragi ancora maggiori, non sarà assassinio perché volto contro una belva, che d’umano non ha che l’apparenza: sarà un servizio reso all’umanità, ed è dovere d’ogni uomo amante della libertà, d’ogni uomo libero compierlo.
Ma se io cadrò senza avere raggiunto il risultato, che da tanti anni spero di raggiungere, sono sicuro che altri prenderà il mio posto.
Ai tiranni non si perdona, non si deve dar tregua. Facciamo nostro il moto del tiranno stesso: «Rendere la vita impossibile ai nemici». Nessuno più di lui è nemico del genere umano. Ebbene, noi dobbiamo cercare con tutti i mezzi ed in tutti i luoghi di rendere impossibile la vita tanto al boia che ai suoi tirapiedi. Ce lo impongono le esigenze della lotta. La tirannia muove alla libertà una guerra spietata, senza tregua. Noi non abbiamo soltanto il diritto, ma anche il dovere di difendere nella libertà i destini dell’umanità. Accettiamo la sfida e la vittoria sarà nostra.
L’ideale, che educa l’individuo alle sublimi bellezze dell’amore sconfinato, della solidarietà sociale, della giustizia e della libertà integrali, è anche animatore dello spirito di vendetta contro il male e di distruzione per tutto ciò che è obbrobrio e vergogna. Ed il fascismo col suo capo sanguinario, con la sua monarchia fedifraga, è la vergogna e l’obbrobrio insieme del nostro tempo.
Questo nobile ideale, che è tanta parte di me, ha dato tanti martiri per la libertà, un gran numero di eroi giustizieri. Io non dubito che anche questa volta saprà far giustizia.
Se riuscirò nei miei intenti, veglino gli anarchici tutti perché alla demagogia politica, sempre pronta a trarre profitto dal sacrificio altrui, non sia lecito travisare i meriti che avrà il gesto che sto per compiere, gesto che non può essere che umano. Veglino perché non si tenti di togliere di fronte agli uomini e alla storia l’onore e la gloria all’alto ideale che lo ispira.

Dicembre 1930


Michele Schirru
nato a Padria (Sassari), 19 ottobre 1899


__________________________________________


Roma, 29 maggio 1931 – Lo portarono al forte di Casal Braschi prima dell’alba di venerdì 29 maggio (Schirru fu il primo ad essere giudicato - il 28 maggio 1931- con il Codice Rocco, allora appena entrato in vigore. Non riuscì nell’attentato a Mussolini, ma l’averlo programmato bastò per condannarlo). Nella notte senza luna, 22 ufficiali e 462 camicie nere, becchini in fogge castrensi, sono forzati a dare solennità a un assassinio. Come l’anarchico, triste ma composto, va alla sedia, loro, comparse di recita mortuaria, a un comando sguainano i pugnali e tenendoli alzati gridano “A noi!”. Albeggia. I fucilatori, 24 “volontari”, tutti sardi (altra aberrazione voluta dal regime), si dispongono a 15 passi.
Nel silenzio, una voce. È Schirru che grida:
«ABBASSO IL FASCISMO. VIVA L’ANARCHIA!».
Non ha che 31 anni. Lo sotterrano alla svelta in una fossa non si sa dove.
(“Indymedia” – Si ringrazia Carlo Felici per la segnalazione)

 
da radicalsocialismo.it
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« Risposta #112 inserito:: Marzo 07, 2009, 10:04:55 pm »

Storia di mafia al nord


di Carlo Lucarelli


Dalle agenzie di stampa del 28 febbraio. «Ha chiuso il suo negozio di abbigliamento e stava rientrando a casa quando una macchina con il lampeggiante lo ha affiancato. Ha accostato, pensando a un controllo di polizia, ma è stato subito minacciato con una pistola da un uomo che lo ha poi legato e imbavagliato al sedile, minacciandolo ripetutamente. È stato liberato attorno alle 20,30».

C’è solo un posto in cui si dice ancora che la mafia non esiste, che è solo un’invenzione per screditare un luogo, ed è il Nord Italia.

Ci sono alcuni amministratori qualche politico e molta altra gente ancora convinti che questo problema, la criminalità organizzata mafiosa, sia solo un problema del Sud perché «certe cose qui da noi non accadono». Invece poi accade quello che abbiamo appena letto. Si chiama Guido Gallo Stampino ed è vicepresidente dell’associazione antiracket «Sos Italia Libera » l’uomo di cui parlano quelle poche righe d’agenzia.

Sì, al Nord, a Varese, accade anche questo. Che un commerciante onesto, un cittadino coraggioso che va in televisione a parlare delle vicende che lo riguardano, a denunciare il racket, venga sequestrato, legato, minacciato.

Per fortuna non tutti hanno bisogno di fatti come quello accaduto la sera di sabato 27 febbraio a Varese. C’è tanta altra gente che pensa che la mafia esista eccome anche al Nord, e che bisogna combatterla con le denunce pubbliche, con le associazioni antiracket come quella del signor Gallo Stampino o come quella di Tano Grasso.
C’è tanta gente convinta che bisogna fare in modo di far diventare la mafia non una invenzione ma un ricordo.

07 marzo 2009

da unita.it
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« Risposta #113 inserito:: Marzo 13, 2009, 12:31:51 am »

10 marzo 1948: muore Zelda Scott Fitzgerald, bella e dannata

di Marco Innocenti
 
 
 
Dossier Storie dalla storia
 

Zelda Fitzgerald, moglie di Francis Scott, muore ad Asheville il 10 marzo 1948, bruciata viva nell'incendio dell'ospedale psichiatrico in cui è ricoverata. L'ultimo incubo per i suoi occhi azzurri è una barriera di fuoco, estrema e tragica testimonianza di una storia che nessuno dimenticherà: quella di Zelda e Scott, protagonisti di un mondo di dorata follia e di struggente brevità inghiottiti dal più crudele dei loro romanzi, il romanzo della vita. Ora Zelda è sepolta accanto a Scott, in un piccolo cimitero del Maryland. Sono vicini, quasi abbracciati, come ai tempi in cui vivere era una favola. Sulla lapide la figlia ha fatto incidere le ultime parole del "Grande Gatsby": «Così continuiamo a battere l'acqua, barche contro corrente, risospinte senza posa dal passato».

Una bellezza del Sud
La donna magnifica e tragica che morirà a 48 anni, nasce nel 1900, a Montgomery, nell'Alabama. Con il nome che viene da una regina degli zingari e una bellezza speciale, è il sogno di ogni uomo che abbia occhi per vedere e coraggio per provare. Non c'è ragazzo di Montgomery che non se ne innamori, ma Zelda Sayre è nel destino di Scott Fitzgerald, l'enfant prodige della letteratura americana. Si sposano nel 1920. Da poco è uscito il primo romanzo di Scott, "Di qua dal paradiso", subito diventato un bestseller e un caso letterario per il taglio trasgressivo. L'America è percorsa da un brivido: Scott, a 24 anni, seduce i giovani che detestano il vecchio mondo e stanno per abbandonarsi all'esaltante età del jazz. Precocemente baciato dalla fortuna, Scott vuole tutto e subito. Zelda, al suo fianco, impazza scatenata, incarnazione della bellezza e della gioia di vivere, ragazza viziata che vive in un vuoto spinto: balla, ride, spende, si ubriaca, si lascia andare e interpreta il ruolo della donna di Scott, moglie, amante e creatura, la sua ispiratrice, il personaggio chiave dei suoi romanzi.

Il successo
Nel '21 nasce Frances, detta Scottie, la loro unica figlia, ma Zelda non ha la vocazione di madre. L'anno dopo Scott pubblica "Belli e dannati" ed è un altro successo. Diventano modelli di vita: lui fa impazzire una generazione, lei fa tendenza, è ammirata, esaltata, copiata come donna emancipata e moderna. Nel '25 esce "Il Grande Gatsby", il libro più famoso di Scott. Zelda entra in crisi, si sente emarginata e usata. Dalla complicità fra i due si passa alla rivalità e anche l'alcol, abituale collante, non funziona più. «Voglio realizzarmi da sola», dice, e batte disperatamente le strade della danza, della pittura e della scrittura.

Il crollo
Nel '30 Zelda crolla. Attacchi di panico, allucinazioni, voci che gridano aiuto, eczemi su tutto il corpo. I medici non hanno dubbi: si tratta di schizofrenia, la malattia annidata nell'infanzia più profonda che è venuta alla luce. Comincia il calvario delle cliniche psichiatriche. Nel '36 Scott la fa trasferire nell'ospedale di Asheville, nella Carolina del nord. La "stella del sud" è in preda a un'acuta mania suicida: una seduttrice sconfitta e malata che ha tentato di rendersi indipendente e ha fallito.
Anche Scott, che ha pubblicato "Tenera è la notte" e lavora a "Gli ultimi fuochi", è allo stremo, demolito dall'alcol.

Muore d'infarto, a Hollywood, nel '40.

Gli ultimi anni di Zelda sono una sofferenza: è triste, tormentata, si detesta, ha 40 anni e sembra una vecchia. La vita della ragazza che aveva sedotto l'America non ha più senso. Quando morirà, qualcuno commenterà: «Con il fuoco si distruggono le ribelli, le streghe e le sante».

10 marzo 2009
 
da ilsole24ore.com
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« Risposta #114 inserito:: Marzo 23, 2009, 11:52:22 pm »

2009-03-23 17:02

Atr72: gli ultimi quattro minuti e mezzo di terrore registrati in volo

Quattro minuti e mezzo di terrore.

Sono quelli registrati dal 'Cokpit voice recorder' (registratore audio cabina di pilotaggio) dell'Atr 72 della Tuninter, Tui 1153, in volo da Bari a Djerba, precipitato il 6 agosto 2005 dinanzi alla costa palermitana (16 morti e 26 sopravvissuti). Sull' incidente la perizia disposta dai magistrati di Palermo indica che i passeggeri non furono informati della situazione e furono poco assistiti. I colloqui registrati dal cockpit voice recorder riguardano quelli in cabina di pilotaggio e con Palermo controllo.

E' la registrazione degli ultimi 4'20" prima dell' ammaraggio.

Le frasi sono tradotte dall'inglese, arabo e francese.


Ore 15.34'33"
Comandante (Chafik Garbi):
Confermi la distanza, per favore.
Palermo controllo: 20.
Comandante: Confermi la distanza, per favore.
Palermo: La distanza è ora 20 miglia.
Comandante: Penso...non siamo, non siamo in grado di raggiungere la terra. Siamo a quattromila piedi e non siamo in grado, abbiamo perso entrambi i motori. Ci potete mandare elicotteri o qualcosa di simile? Veloce, veloce, veloce.
Palermo: Posso avvisare.
Il secondo pilota (Lassoued Alì Kebaier) legge ad alta voce indicazioni tecniche. Meno 3'33" all'ammaraggio
Comandante: E' bene che giriamo da quella nave là, è bene se giriamo verso quella nave. No, no, il vento è forte Alì, il vento è forte, o Dio sii clemente. In nome di Dio il misericordioso, il clemente, in nome di Dio, il misericordioso, il clemente....non è partito? La batteria che ha. No, no
Secondo pilota: Cabina e cockpit, preparatevi. (Parole incomprensibili)
Palermo: 1153, Palermo, per vostra conoscenza informiamo le .....navi. La vostra posizione è circa 22 miglia ora radiale 20...036, ...radiale 036, 22 miglia
Comandante: Uhhh, la batteria! Non in grado di raggiungere, non in grado di raggiungere, 2200 piedi. Ci sono due barche, dirigiamo verso di loro, sul lato sinistro, prua 180, potete avvisarle per favore?
Comandante: Aspetta, riaccendi, dai riaccendi
Palermo: Prua 180, confermate?
Comandante: Quale hai acceso, quale hai acceso?
Secondo pilota: Destro
Comandante: Dai, andiamo, andiamo. L'altro, l'altro
Palermo: Tuninter 1153, Palermo, ripetete il messaggio
Comandante: C'é una barca, c'é una barca ... lato sinistro...stiamo andando là. 1100 piedi
Comandante: O Dio, o Dio, sii clemente
Secondo pilota: Auto, press, dump
Comandante: Prepararsi all'emergenza, ditching. Meno 1'55" all'ammaraggio
Palermo: Siete a circa...ora la posizione è circa...20 miglia ad est del campo
Comandante: Non in grado, non in grado di raggiungere
Secondo pilota: Non in grado di raggiungere. Tuninter 1153, non in grado di raggiungere il campo, vediamo due barche sul lato sinistro, grandi barche. Proviamo ad atterrare...ad ammarare vicino. Se potete chiamare...per favore
Palermo: (incomprensibile)....chiamiamo i militari.
Il secondo pilota legge indicazioni per l'ammaraggio.
Comandante: Bene secondo (incomprensibile). Meno 27" all'ammaraggio - Comandante: Non avere paura....no, l'altro, l'altro. Per cinque volte viene azionato un comando. - Comandante: ... sentilo, sentilo
Secondo pilota: Uguale, uguale, non vuole fare niente
Comandante: O mio Dio, sii clemente, o mio Dio sii....
Secondo pilota: Landing gear level...up...ditch push button before
Comandante: Dai va bene, dai sta con me, stai con me Alì eh. Stai attento, preparati Chokri (il meccanico che aveva raggiunto la cabina di pilotaggio ndr), Chokri preparati
Chokri: Sono pronto
Comandante: Tocca, tocca il mare.
Comandante: In nome di Dio il misericordioso, il clemente, in nome di Dio il misericordioso, il clemente, in nome di Dio il misericordioso, il clemente, in nome di Dio il misericordioso, il clemente, testimonio che non c'é altro Dio che Allah e Mohammad è il suo profeta, in nome di Dio il misericordioso, il clemente....
Splash-down ore 15.38'53". 

da ansa.it
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« Risposta #115 inserito:: Aprile 27, 2009, 04:37:21 pm »

Rivelazioni

Due militari dei corpi speciali al Sunday Times

«Li polverizzavamo con l'esplosivo»

Le confessioni-choc dei russi in Cecenia

Cadaveri fatti saltare dopo le torture, che spesso venivano anche filmate
 

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


MOSCA — La documenta­zione sulle atrocità commesse in Cecenia dalle truppe specia­li russe e dalle forze locali fede­li a Mosca è abbondante, ma proviene quasi interamente dai racconti delle vittime. Adesso per la prima volta ab­biamo le ammissioni dei car­nefici. Due componenti delle truppe speciali russe che han­no raccontato al settimanale britannico Sunday Times co­me in dieci anni di «sporca guerra» hanno torturato, ucci­so e fatto sparire i corpi polve­rizzandoli con l’esplosivo. Il tutto in una lotta senza esclu­sione di colpi contro «terrori­sti disumani» che rapivano, stupravano a loro volta gli ostaggi, torturavano con le motoseghe i soldati russi cat­turati e filmavano il tutto.

Una guerra che si è trascina­ta dal 1999 e che il Cremlino ha appena dichiarato conclusa (vittoriosamente) ordinando il ritiro delle truppe federali e la­sciando il territorio nelle mani delle milizie locali guidate dal presidente Ramzan Kadyrov, un ex guerrigliero diventato al­leato dei russi. Una guerra non paragonabile a eventi che han­no coinvolto in questi anni sol­dati europei o americani. Af­ghanistan, Iraq, la prigione di Abu Ghraib sono un altro mon­do rispetto a Grozny e ai centri nei quali operava­no gli spetsnaz del ministero dell’Inter­no russo e quelli dell’Fsb, il successo­re del Kgb.

Due ex agenti speciali hanno ac­cettato di parlare della loro esperien­za con il corrispon­dente del Sunday Times Mark Fran­chetti, spiegando che le loro erano azioni compiute «per amor di pa­tria» allo scopo di sradicare un terrori­smo colpevole di delitti atroci, come i sequestri di ostaggi nel teatro Dubrovka di Mosca e nella scuola di Be­slan, dove morirono 334 ostag­gi, in buona parte bambini.

Andrej, dieci anni di Cece­nia, ha raccontato di quando con i suoi ha fatto irruzione in una casa dove era stata segnala­ta la presenza di una donna che istruiva le «shakidka», ra­gazze- kamikaze da spedire in giro per la Russia (su aerei, nei mercati, alle stazioni del me­trò). Grazie all’elettroshock, la donna confessò. Dopo averle sparato in testa, i soldati porta­rono il corpo in un campo, do­ve lo polverizzarono letteral­mente con una forte carica di esplosivo: «Niente corpo, nien­te prove, nessun problema». La questione importante, han­no raccontato gli agenti, «era di agire secondo la volontà im­plicita dei superiori ma senza farsi beccare: sapevamo che se ci fosse stato uno scandalo ci avrebbero abbandonato al no­stro destino».

I sospetti venivano interro­gati senza troppi complimenti. E non con il waterboarding di dubbia efficacia. «Uno dei me­todi migliori è quello del piano­forte — ha raccontato Vladi­mir, l’altro spetsnaz —. Con un martello si procede con il soggetto dito dopo dito, fino a che non parla. Si possono an­che rompere le ginocchia, altra parte molto sensibile».

Una volta quattro agenti rus­si furono ammazzati e gli agen­ti speciali risalirono a duecen­to persone che avevano, secon­do loro, collaborato al rapimen­to e all’uccisione degli uomini. Uno a uno furono trovati, cattu­rati ed eliminati. Una donna cecchino una vol­ta venne eliminata facendole passare sopra un carro armato. In un’operazione, Andrej incap­pò in una specie di ospedale da campo in una grotta, con dozzine di terroristi feriti e al­cune donne che li curavano.

Quelli in buone condizioni furono portati via per essere in­terrogati, gli altri furono elimi­nati sul posto assieme ad alcu­ne delle infermiere. A volte le torture venivano filmate, an­che in risposta ai video che i ce­ceni facevano pervenire alle tv russe. «Ne trovammo uno che aveva vari filmati di ostaggi russi torturati. Militari decapi­tati, uno sul quale avevano in­fierito con una motosega. E poi una bambina di dodici an­ni alla quale avevano staccato tre dita dopo averla stuprata. Eravamo fuori di noi. Un mio uomo non riusciva a togliergli le manette per farlo alzare in piedi. Allora ha preso un’ascia e gli ha staccato una mano».


Fabrizio Dragosei
27 aprile 2009

da corriere.it
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« Risposta #116 inserito:: Maggio 04, 2009, 05:00:28 pm »

La confessione

Dokic choc: «Mio padre abusò di me»

La tennista serba: «In quel periodo nulla mi rendeva felice.

Desideravo la vita di qualcun altro»
 


SYDNEY - «Posso dire con certezza di avere passato le peggiori esperienze di qualunque altra persona nel mondo del tennis professionistico». Quella di Jelena Dokic è una verità terribile: la tennista serba ha confessato di avere subito abusi fisici da parte del padre Damir nel corso del tumultuoso rapporto che ha segnato i primi anni di carriera nel circuito professionistico della ventiseienne. «Quando ti ritrovi in una situazione del genere, giocare un match di tennis non è una cosa facile», ha rivelato la Dokic in una intervista concessa al magazine Sport&Style.

CADUTA E RISALITA - Nel 2002 la Dokic salì fino al numero 4 del ranking Wta nel 2002. Nello stesso anno fuggì dal padre, dichiarando di non avere un buon rapporto con lui. La sua parabola discendente la portò nella posizione n. 617 nel 2006, mentre adesso è risalita fino al 74. «Oggi però quando vinco un match provo una soddisfazione decisamente maggiore» racconta.

LA VITA DI UN ALTRO - Nel pezzo si specifica anche che Damir Dokic è stato contattato dalla redazione per replicare alle accuse della figlia, ma che ha attaccato il telefono in faccia all’interlocutore. «La situazione», come la definisce la Dokic nell’intervista, aveva portato la tennista «a desiderare la vita di qualcun altro», perché in quel lungo periodo «non c’era nulla in grado di rendermi felice». Tanto meno i successi in campo: a cominciare dal clamoroso successo all'età di sedici anni, entrata nel tabellone principale dalle qualificazioni, al primo turno di Wimbledon 1999 sulla svizzera Martina Hingis, alle semifinali dell'anno seguente, ai cinque tornei Wta vinti sempre quell’anno. Nata nella ex Yugoslavia, ma trasferita a Sydney con la famiglia a causa della guerra, la Dokic ha rappresentato l'Australia alle Olimpiadi del 2000, quindi è tornata a giocare per la Serbia nel 2001 e infine è tornata "australiana" nel 2006. «Perché proprio a me?», ha confessato di avere spesso pensato. «Ma alla fine, qualsiasi cosa ti accade nella vita, ti accompagnerà per sempre e farà di te quello che sei».


04 maggio 2009

da corriere.it
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« Risposta #117 inserito:: Maggio 09, 2009, 10:37:58 am »

9/5/2009
 
I figli in ostaggio
 

GIOVANNA ZUCCONI
 
Nessuno più di un genitore sa che cos’è la paura, e fra tutte le infinite paure la peggiore è quella che i figli spariscano. Vai a prenderli a scuola e non li vedi, non li trovi, non ci sono più. Ieri la signora Marinella Colombo, milanese, 47 anni, è andata a prendere a scuola i figli, Leonardo e Niccolò, e non c’erano più. Puro horror. Senti lo strappo anche soltanto a leggere una storia come questa. Gli artisti hanno il privilegio, o la condanna, di creare dei mondi dove le paure s’avverano, e di portarci ad abitarli.

In un racconto di Massimo Carlotto, la porta di una metropolitana di Città del Messico si chiude, il bambino rimane di qua, chi lo cercherà per tutta la vita rimane di là. In un romanzo di Ian McEwan, la sparizione avviene in un supermercato. Quel carrello vuoto... Tanti anni dopo averli letti, ancora ti abitano. Nessuno più di un genitore al quale un figlio è scomparso sa che cos’è l’immaginazione.

La signora Colombo invece non deve immaginare, lei sa che cosa è successo e perché, e l’ha raccontato ieri ai giornalisti, davanti al Tribunale dei minori di Milano. «Non mi fanno entrare», e dentro forse ci sono i suoi bambini di sei e dieci anni. La polizia è andata a prenderli a scuola, senza avvisare la madre. Tutto legale, tutto brutale. La donna si è separata dal marito tedesco e ha portato i figli in Italia. La magistratura tedesca ha emesso a suo carico un mandato di cattura internazionale per sottrazione di minori. La magistratura italiana ha respinto la richiesta di estradizione e di arresto ma ha ordinato il rimpatrio dei bambini, mentre la madre rimane indagata per sottrazione dei minori che ora le vengono sottratti. Sotto la scabra terminologia giuridica, tocca a noi immaginare. Perché la polizia abbia agito proprio adesso e proprio in questa maniera, quale la catena dei torti e delle violenze reciproche, e soprattutto che cosa stiano vivendo (e vivranno) quei due piccoletti divelti, armi di un duello. Figli in ostaggio. Dove si sentiranno a casa, quale la loro lingua, quanta sofferenza nell’amputazione alla quale le guerre dei grandi li condannano.

Ci tocca immaginare, anche, che cosa possa avere trasformato quel padre e quella madre nell’Uomo Nero, nell’entità maligna che fa scomparire i bambini, nell’incarnazione della paura che ogni genitore conosce ed esorcizza. Nel contrario di un genitore, insomma. Come si può vivere, quando il mostro non è un bruto misterioso, non è l’orco, non ha nulla di primordiale, ma è l’uomo (o la donna) con cui hai fatto dei figli. Come si può vivere, giorno dopo giorno, avendo strappato i propri figli alla madre (o al padre). Come si può vivere, quando il mostro che rapisce i bambini sei tu.

Lette sui giornali, storie come questa riassumono di frequente il famoso scontro fra civiltà. Padre islamico e madre italiana, eccetera. Questa volta la cultura è la stessa, europeo lui europea lei, non c’è neppure l’alibi della differenza. Forse è più facile incolpare costumi e mentalità lontani, piuttosto che riconoscere quanto abita vicino a noi quella visceralità animalesca che porta una madre o un padre a sequestrare suo figlio, a farne strumento d’odio, puro possesso, puro potere. Anche quando non scompaiono fisicamente, bambini come questi è come se non esistessero neppure agli occhi dei genitori.

da lastampa.it
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« Risposta #118 inserito:: Maggio 09, 2009, 10:38:53 am »

8/5/2009 (15:51)

Sanremo, resta dieci ore in coma sul pianerottolo: nessuno lo aiuta
 
 L'uomo è morto


SANREMO

Dramma dell’indifferenza in Liguria: Caduto dalle scale dello stabile dove abitava, un uomo di 47 anni è rimasto per 10 ore in coma sul pianerottolo, con una pozza di sangue vicino alla testa, senza che i vicini lo soccorressero. È successo in una palazzina di via Corradi, nel centro storico di Sanremo.

Secondo una prima ricostruzione, l’incidente sarebbe avvenuto nella notte tra mercoledì e giovedì, ma a dare l’allarme, intorno alle 11 della mattina seguente, è stata l’ex compagna del 47enne che, tornando a casa, ha trovato il corpo di Bruno Fazzini, ex panettiere, riverso a terra, apparentemente privo di vita. I condomini, invece, pensando che fosse semplicemente ubriaco e stesse dormendo, avrebbero addirittura scavalcato il corpo dell’uomo, per guadagnare l’uscita. Ad avvallare questa ipotesi, il ritrovamento, nella pozza di sangue, fuoriuscita da una profonda ferita alla testa che Fazzini si era procurato cadendo, di un’impronta di una scarpa che, secondo gli inquirenti, apparterrebbe proprio ad un vicino di casa.

Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 che hanno trasportato il 47enne all’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, dove è morto. Sulla vicenda indaga il commissariato di polizia di Sanremo, che invierà un rapporto dettagliato alla Procura della Repubblica. Spetterà invece al magistrato stabilire se ci siano gli estremi per denunciare i condomini per omissione di soccorso.

da lastampa.it
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« Risposta #119 inserito:: Maggio 09, 2009, 04:34:27 pm »

I due figli di Walter Tobagi e l’invito del Quirinale alla vedova Pinelli

La lettera: «Chiudiamo una stagione di odio e rancore»

«Bisogna invece lasciare spazio a una volontà condivisa di costru­ire un futuro diverso»
 

E’ importante che la vedova Pinelli sia stata invitata alla ceri­monia di oggi al Quiri­nale, che lei abbia accet­tato di essere lì con noi. È importante che il Paese superi un senti­mento di divisione ideo­logica che dura da trop­po tempo.

Bisogna invece lasciare spazio a una volontà condivisa di costru­ire un futuro diverso. È importante che, soprattutto fra coloro che hanno pagato un prezzo altissimo a una stagione di odio inutile, si manifesti la vo­lontà di fare un passo per inclu­dere tutti in questo sforzo di su­peramento delle barriere, perché certi eventi drammatici non si ri­petano. Che questo avvenga proprio nel quarantesimo anniversario della strage di piazza Fontana e della morte di Pino Pinelli, even­ti che forse più di ogni altro han­no lacerato la coscienza colletti­va, «non rientra — per citare le parole di papà — nel novero dei fatti previsti o scontati»: è il se­gno che si sta aprendo una pagi­na nuova. Questo non significa sciogliere le tensioni in un acritico abbrac­cio collettivo, ma promuovere il dialogo, il confronto e la condivi­sione, anche delle memorie trau­matiche: virtù civili che nostro padre ha coltivato per tutta la vi­ta. Le responsabilità rimangono per sempre, le conseguenze dei gesti violenti non si cancellano con poche parole di pentimento.

Occorre una riflessione seria e onesta su molte cose. A distanza di tanti anni, questa riflessione deve svilupparsi, final­mente, anche sul piano della sto­ria. La libertà individuale di avere idee e provare sentimenti, di sce­gliere se ammettere o meno un errore, di concedere o meno un perdono, va sempre rispettata, ma non deve giustificare ostacoli e forzature nello sviluppo di un processo di riconciliazione e pro­gresso civile. Una democrazia libera e matu­ra non può che rifiutare la violen­za e le ideologie che la alimenta­no, ma deve essere capace di riac­cogliere e reintegrare, a tempo debito e in modo opportuno e mi­surato, senza eccessi, coloro che hanno percorso una strada sba­gliata e ne hanno preso coscien­za. Non abbiamo bisogno di com­memorazioni per ricordare no­stro padre e sentirne l’assenza: la cicatrice è sempre lì, il vuoto non si può colmare. Come figli, però, siamo orgo­gliosi di pensare che il lavoro cui ha dedicato la sua vita possa rap­presentare ancora oggi, a quasi trent’anni di distanza, un punto di riferimento e un modello a cui ispirarsi per la riflessione e il su­peramento delle difficoltà di una fase storica per molti aspetti non conclusa.

Il seme di speranza che nostro padre vedeva nella presenza di tanti giovani al funerale di tre po­­liziotti, pochi mesi prima di esse­re ucciso, si rinnova nella presen­za degli studenti di Trento, auto­ri del libro «Sedie vuote», alla ce­rimonia del Quirinale. Questo stesso seme è anche il nostro: che la violenza sia lascia­ta alle spalle, la ricerca della veri­tà prosegua e le nuove generazio­ni siano dotate degli strumenti per conoscere gli orrori di un pas­sato ingombrante, che a volte grava ancora sul presente del no­stro Paese. Vorremmo che non pesasse sul nostro futuro.


09 maggio 2009

da corriere.it
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