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Autore Topic: FIAT, MARCHIONNE  (Letto 6688 volte)
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« Risposta #15 il: Marzo 13, 2012, 05:33:27 »

Il 2011 anno d’oro per le auto tedesche: “Qui investiamo nei prodotti, l’Italia non lo fa”

Ferdinand Dudenhöffer, professore all'Università di Duisburg-Essen e direttore del Car - Center automotive research, spiega il motivo per cui mentre in Germania Volkswagen annuncia l'ennesimo record, Audi festeggia il miglior anno della sua storia e Bmw si prepara ad assumere altri 4.000 dipendenti, mentre nel nostro Paese Fiat fa fatica a tirare avanti. "Marchionne? Un errore cercare lo scontro"

Il gruppo Volkswagen annuncia l’ennesimo record, con un giro d’affari cresciuto lo scorso anno del 25,6% a quasi 160 miliardi di euro, Audi festeggia il miglior anno della sua storia, con 1,3 milioni di auto vendute, mentre Bmw si prepara ad assumere altri 4.000 dipendenti. L’industria automobilistica tedesca macina un successo dietro l’altro. Come fa? E dove si differenzia da quella italiana? Lo abbiamo chiesto al “Papa dell’auto” Ferdinand Dudenhöffer, professore all’Università di Duisburg-Essen e direttore del Car – Center automotive research.

Professor Dudenhöffer, cosa si nasconde dietro gli ultimi successi di Volkswagen?
L’industria automobilistica tedesca è posizionata globalmente. Gli utili di VW non vengono dall’Europa, bensì per la maggior parte dalla Cina, nonché, in parte, dall’America Latina, dagli Stati Uniti e dall’Europa settentrionale. Nell’Europa meridionale, invece, Volkswagen continua ad avere problemi e lo si vede da Seat (marchio del gruppo Volkswagen, ndr), che resta in rosso, per cui non è tutto oro quel che luccica.

Anche il gruppo Fiat, dopo l’acquisizione di Chrysler, è posizionato globalmente.
Certo, anche se in questo caso Chrysler guadagna soldi, mentre Fiat no. Il punto decisivo è che i tedeschi investono molto nei prodotti, mentre Marchionne no, perché non ha abbastanza soldi per farlo: i margini di guadagno di Fiat sono stati molto scarsi negli ultimi anni, Chrysler ha avuto il Chapter 11.

Quali sono gli altri punti di forza del sistema tedesco?
Il sistema tedesco è plasmato dall’engineering, dal prodotto: i tedeschi hanno un grosso interesse a investire nella tecnica, un po’ come Toyota, e investono effettivamente tantissimo sul prodotto. Nel lungo periodo tali investimenti rendono. Credo che sia proprio questo l’aspetto decisivo: puntare sul prodotto, perché alla lunga si vince solo con esso. VW ha puntato per vent’anni soltanto sul prodotto, BMW lo fa da oltre vent’anni e Mercedes ha ricominciato a farlo in modo più sostenuto da circa dieci anni. Nell’industria automobilistica le operazioni finanziarie possono contribuire temporaneamente a una certa ripresa, ma il “core” sono gli investimenti nei nuovi prodotti, nella qualità e negli stabilimenti.

Che ruolo giocano le relazioni tra aziende e lavoratori nel mondo automobilistico tedesco? I dipendenti di VW incasseranno un bonus-record di 7.500 euro lordi.
Bene, ma in questo caso è perché gli utili di Volkswagen sono molto elevati. In linea di principio in Germania i dipendenti hanno imparato a moderare le loro richieste in tempi difficili, mentre in tempi in cui gli utili sono buoni le aziende versano extra-bonus. Ciò porta alla comprensione reciproca tra aziende e lavoratori e non allo scontro, come fa a volte Marchionne.

La sua strategia è un errore?
Credo di sì: si può entrare in rotta di collisione con qualcuno per affrontare problemi davvero gravi, ma Marchionne è già da 3-4 anni in permanente rotta di collisione, questo è un errore.


Cosa potrebbe imparare dal numero uno di Volkswagen Martin Winterkorn?
In primo luogo potrebbe imparare a dare maggior peso all’engineering invece che ai dati finanziari, cioè ad ascoltare di più gli ingegneri. In secondo luogo che la strada da fare è molto lunga: non è una corsa dei 100 metri, bensì una maratona. E in terzo luogo Marchionne parla molto di “mergers”, ma in realtà non si trova poi nessun costruttore – tranne Chrsysler, che era insolvente – che voglia intraprendere la strada di una fusione con lui. E questo credo dipenda un po’ anche da lui: forse non è molto prevedibile per gli altri costruttori.


Winterkorn guadagna più di tutti gli altri manager tedeschi: 17,4 milioni di euro. Un compenso giustificato?
Difficile da dire: ha fatto un ottimo lavoro, ma è una cifra veramente molto alta, secondo me sarebbe meglio limitare tali compensi.


da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/13/spiego-perche-lindustria-dellauto-italia/196832/
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« Risposta #16 il: Febbraio 04, 2013, 12:44:42 »

Fiat, Marchionne intervistato da Mauro: "Pieno impiego, non chiudo stabilimenti"

L'ad della casa automobilistica sul palco della Repubblica delle idee dedicata al Lavoro annuncia: fusione con Chrysler entro il 2014, in Italia produzione auto di lusso.

Polemica con i costruttori tedeschi: "Non sopporto l'arroganza".

Protesta Fiom fuori dal teatro, il manager a Landini: "Io con i sindacati discuto sempre, se lui non è a quel tavolo faccia pace con gli altri sindacati"

di PAOLO GRISERI


TORINO - Piena occupazione negli stabilimenti italiani entro i prossimi anni e fusione con Chrysler entro il 2014. Sergio Marchionne lo annuncia intervistato dal direttore di Repubblica Ezio Mauro a conclusione della due giorni di dibattiti a Torino dedicati al lavoro.

Nella prima intervista pubblica fatta a Torino, l'ad del Lingotto conferma le ragioni del suo dissenso profondo con la Fiom. A Maurizio Landini che intervistato ieri da Massimo Giannini sullo stesso palco, aveva proposto "un tavolo di confronto sul futuro dell'azienda", ha risposto che "si tratta di un atteggiamento presuntuoso. Io con i sindacati ci discuto sempre. Se Landini non è a quel tavolo e vuole tornarci, faccia pace con gli altri sindacati". Fuori dal teatro un gruppo di iscritti Fiom di Mirafiori protestava distribuendo una lettera in cui si chiede a Marchionne garanzie sul futuro dello stabilimento. Il manager del Lingotto ha risposto che ritiene di "arrivare alla piena occupazione negli stabilimenti italiani anche prima dei tre quattro anni previsti". La strategia è quella, annunciata a fine ottobre di puntare sulle auto di lusso: "producendo in Italia Maserati, Alfa e Jeep, riusciremo a garantire l'occupazione". Marchionne non ha escluso di realizzare un modello low cost "da produrre fuori dall'Italia". Quanto alle prossime strategie in America ha annunciato di voler realizzare la fusione con Chrysler "entro il 2014" chiudendo così il contenzioso con il fondo pensione dei sindacati Usa sul prezzo del 40 per cento di azioni non ancora in mano al Lingotto.

Oltre che alla Fiom - anzi a Landini ("Con la Fiom io facevo gli accordi prima che arrivasse lui") - gli strali di Marchionne sono diretti anche ai costruttori tedeschi, specialmente alla Volkswagen: "Lo confesso, faccio fatica a pronunciare quel nome, devo allenarmi tutte le mattine. Li ammiro per il grande lavoro tecnico che hanno fatto negli ultimi trent'anni ma non sopporto l'arroganza". Quanto all'ipotesi di vendere l'Alfa al gruppo di Volksburg, la riposta è netta: "L'Alfa sarà uno dei marchi premium su cui puntiamo. Non la vendiamo certo. Men che meno alla Volkswagen".

La politica è rimasta sullo sfondo per la delicatezza che impone in periodo elettorale. Rispondendo a una spefica domanda di Ezio Mauro sul rapporto con Mario Monti, Marchionne ha diviso le fasi: "Abbiamo condiviso il suo sforzo quando ha preso in mano un paese che era sull'orlo del baratro. Oggi che c'è la campagna elettorale la parola passa agli elettori". A margine dell'intervista pubblica, a chi gli chiedeva l'identikit del nuovo presidente del Consiglio ha risposto: "una persona seria che prenda gli impegni e li rispetti. Non basta che faccia fare i sacrifici ma è necessario che dica anche a che cosa servono".

La replica di Landini. "Marchionne attacca tutto quello che non può comprare, la Volkswagen e la Fiom. Le sue parole confermano che qualche problema con la democrazia ce l'ha". Così il segretario generale della Fiom,  Landini, replica a Marchionne. "E' inutile che cerchi di creare capri espiatori. Il punto vero è che sta riducendo l'occupazione e gli stabilimenti. Ha chiuso Termini Imerese, Irisbus e la Cnh di Imola, quei lavoratori non sono figli di nessuno".

"E' stato Marchionne e non la Fiom - aggiunge - a cambiare linea uscendo dal contratto nazionale. E' lui che sta violando la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori e sta negando la libertà dei lavoratori di scegliersi il sindacato. E' lui che ha rifiutato di sottoporre al voto degli 80.000 lavoratori del gruppo l'uscita dal contratto. Il rischio - conclude - è un depotenziamento industriale. Per questo sarebbe utile che anzichè nascondersi accettasse il confronto".

(03 febbraio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/anteprima-torino2013/2013/02/03/news/intervista_mauro_a_marchionne-51858314/?ref=HRER3-1
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« Risposta #17 il: Febbraio 04, 2013, 12:45:48 »

Economia
03/02/2013

Marchionne rilancia: “Pieno impiego Non chiuderemo stabilimenti in Italia”

L’ad: a Torino faremo auto di lusso


Torino


Fusione con Chryler nel 2014, nessuna intenzione di chiudere stabilimenti in Italia, piena occupazione nel più breve tempo possibile. Sono gli impegni assunti da Sergio Marchionne nell’intervista durata novanta minuti del direttore di Repubblica Ezio Mauro a conclusione della ”Repubblica delle idee” dedicata al Lavoro. In un teatro blindato, nel cuore di Torino, l’amministratore delegato della Fiat ribadisce che a Mirafiori si produrranno auto di lusso, ringrazia la famiglia Agnelli «che non ha mai mollato», contesta «l’arroganza» dei tedeschi e «la presunzione» di Maurizio Landini.

«Chiedo all’Europa di trovare un modo equo per ridurre la capacità produttiva - spiega Marchionne - ma Fiat si chiama fuori dal discorso: grazie alla strategia che abbiamo scelto, non chiuderemo stabilimenti. La nostra forza internazionale aiuta la Fiat italiana». E aggiunge: «riporteremo a casa tutti i lavoratori, ho preso questo impegno. Lo faremo anche prima dei tre-quattro anni previsti».

Al segretario generale della Fiom che ieri dallo stesso palco lo aveva invitato ad aprire un tavolo di confronto, Marchionne replica: «Io con i sindacati ci discuto sempre. Se Landini non è a quel tavolo e vuole tornarci, faccia pace con gli altri sindacati. Gli consiglierei di trovare un metodo per collaborare con gli altri e di presentarsi in maniera compatta, conviene a tutti». «Buon consiglio, peccato che non lo seguirà», commenta il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti.

A Marchionne replica Landini: «Attacca tutto quello che non può comprare, la Volkswagen e la Fiom. Le sue parole confermano che qualche problema con la democrazia ce l’ha». Uno scambio di battute che non lascia ben sperare sull’ipotesi di uno scongelamento delle relazioni, apparso plausibile dopo lo scioglimento della newco di Pomigliano e la connessa soluzione al nodo delle procedure di mobilità minacciate dopo le sentenze dei giudici sulle discriminazioni degli iscritti Fiom. Il sindaco di Torino Piero Fassino auspica che le parola di Marchionne «possano favorire il superamento di pregiudizi e contrapposizioni a favore di un dialogo che coinvolga tutte le parti sociali».

In piazza Carignano manifestano i sindacati di base e gli iscritti alla Fiom di Mirafiori che distribuiscono una lettera in cui chiedono a Marchionne «risposte certe» sullo stabilimento di Torino, che per l’ex segretario nazionale Giorgio Airaudo, oggi candidato con Sel alla Camera «resta la cenerentola», mentre aspetta che «alle parole seguano i fatti» il presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota.

Nulla di deciso sulla futura sede del gruppo («dipenderà dall’accesso ai mercati finanziari e dalle scelte della famiglia Agnelli»), dice il manager del Lingotto che ribadisce la strategia, annunciata a fine ottobre, che punta sulle auto di lusso, ma non esclude neppure la produzione di un modello low cost «fuori dall’Italia». Nessuna intenzione di vendere Alfa Romeo, in particolare ai tedeschi che da sempre le fanno la corte. Marchionne dice che la Punto continuerà ad essere prodotta a Melfi («stamattina ho controllato, la facciamo sempre lì») e definisce «l’errore più grande» della sua carriera in Fiat avere annunciato Fabbrica Italia, «un’imbecillaggine eccezionale». Strappa l’applauso dei torinesi, non il solo, quando parla di Torino come «una città bellissima» e aggiunge «con tutto il bene che voglio a Detroit, non è Torino».

Marchionne evita di farsi «trascinare in politica», ma chiede al nuovo governo «tranquillità per fare ripartire i consumi». L’identikit del futuro premier? «Una persona seria che prenda impegni e li rispetti». Niente a che vedere, comunque, con i progetti del Lingotto che «non sono vincolati a chi vincerà le elezioni».

da - http://lastampa.it/2013/02/03/economia/marchionne-confermo-pieno-impiego-alfa-romeo-non-e-in-vendita-KYphlS8vrTOUJ9lhd7cfJJ/pagina.html
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« Risposta #18 il: Marzo 05, 2013, 05:13:40 »

Marchionne: "Se l'Italia esce da euro Fiat fermerà tutti gli investimenti"

L'amministratore delegato del Lingotto chiede stabilità politica: "L'incertezza non aiuta chi vende macchine".

Il gruppo cerca un accordo con Veba per rilevare le ultime quote di Chrysler ed evitare la quotazione.

Nel 2013 "gli Usa faranno da traino al mercato. Venderemo 4,4 milioni di auto"




MILANO - "L'incertezza politica crea incertezza nei mercati e questo non aiuta chi come noi deve vendere auto". L'amministatore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, dal Salone dell'auto di Givevra, punta il dito contro l'instabilità politica del Paese: "La certezza di governabilità dell'Italia è necessaria e ora non l'abbiamo". Di più. Il manager minaccia lo stop a qualunque investimento se il Paese decidesse di lasciare l'euro: "L'ingovernabilità non porterà al rinvio degli investimenti a meno che non ci sia una decisione drastica come l'uscita dall'euro". "L'importante è avere le idee chiare entro il 2013".

"Mi preoccupa la situazione economica degli italiani, la loro condizione generale. E' un problema che non si può ignorare"., sostiene Marchionne. "C'è un grandissimo disagio, una realtà quotidiana che va gestita e risolta. Basta guardare al grande numero di cassintegrati e disoccupati", ha aggiunto. "Il problema non sono i prodotti, non confondiamo le cose. Agli italiani manca la disponibilità economica, è la cosa più preoccupante".

Il manager del Lingotto si è quindi concentrato sulle sfide finanziarie del gruppo a cominciare dai titoli Chrysler ancora in mano a Veba: "Dobbiamo stabilire una valutazione chiara delle quote Chrysler e vedere se è possibile che Fiat rimpiazzi l'Ipo e dia la liquidità al trust Veba". Marchionne ha aggiunto che è iniziato il processo di analisi e valutazione degli intermediari finanziari: "Stiamo analizzando con Veba una serie di potenziali candidati". Di certo Fiat non procederà a un aumento di capitale per l'operazione: "Abbiamo abbastanza liquidità. Ci sono risorse nel gruppo". In sostanza, quindi, il Lingotto proverà a evitare la quotazione della società americana se venisse raggiunto un accordo con il fondo pensione dei sindacati statunitensi. Tuttavia se i sindacati insistessero, "nel terzo trimestre le carte sono in regola per l'Ipo".

Quanto al mercato, "il 2013 per noi sarà più o meno come il 2012, sempre al traino degli Stati Uniti" con l'obiettivo di migliorare i risultati nonostante il cambio penalizzante dell'euro sul dollaro. Per Marchionne "l'euro sta beneficiando di una valutazione che non si merita e un valore esagerato specialmente in un momento simile". Marchionne ha quindi parlato della vertenza per il rinnovo del contratto del gruppo: "Si farà perché le difficoltà non sono insormontabili". 'Miglioreremo il risultato nel 2013 grazie in particolare alle vendite in Usa, come abbiamo fatto nel 2012. L'obiettivo è vendere 4,3-4,4 milioni di vetture a fronte dei 4,2 mln del 2012".

(05 marzo 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/economia/2013/03/05/news/marchionne_fiat_crisi-53902036/
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« Risposta #19 il: Giugno 15, 2013, 11:15:50 »


Marchionne, piano Marshall per l'Italia.

Con Veba si tratta

Di Francesca Gerosa


Il ritmo del cambiamento che Fiat ha seguito è stato così veloce che in qualche modo ha contribuito ad ampliare la distanza col Paese.
"E noi non siamo stati in grado di trasmettere agli italiani il senso del cambiamento". Di questo si incolpa l'ad di Fiat, Sergio Marchionne, nel corso dell'assemblea di Confindustria Firenze, non del fatto che per molti questa è rimasta mamma Fiat, vecchiotta, fuori moda, un po' ingombrante, di cui nei discorsi al bar si parla come fosse un peso.

"Se Fiat si è trasformata ed è cresciuta nel mondo, è stato solo per porre fine a un isolamento che ne avrebbe pregiudicato il futuro.
Lo abbiamo fatto per diventare più forti, più capaci, più consapevoli delle nostre possibilità. E questa non può essere una colpa.
Se oggi ci fosse ancora la Fiat di una volta, avremmo già portato i libri in tribunale da un pezzo".

Marchionne non nasconde che l'Italia sta vivendo una fase di emergenza, un periodo di crisi che richiede interventi rapidi e incisivi.
Proprio per questo "non ci si può più sottrarre alla ricerca di una soluzione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere la democrazia e la società italiana".

Per lo Steve Jobs nazionale c'è dunque bisogno di un grande sforzo collettivo per condividere responsabilità e sacrifici e per dare all'Italia la possibilità di andare avanti, una specie di patto sociale che cancelli opposizioni e distinzioni ideologiche. "Chiamatelo il piano Marshall italiano, o come volete", così lo ha battezzato, chiedendo al governo di scegliere cinque cose più importanti, cinque cose che si possono fare ora.

"Datevi 90 giorni di tempo per realizzarle e poi passate alle cinque successive". Dal punto di vista delle imprese, invece, le priorità del piano Marshall italiano sono, tra le altre, la semplificazione e la riforma di un sistema giudiziario lento e inefficiente, "con tendenze a volte anti industriali". Alle imprese, inoltre, piacerebbe vedere comportamenti per limitare le spese e gli sprechi, della politica e della pubblica amministrazione.

Il punto è che bisogna varare un piano di coesione nazionale per la ripresa economica. Tutti devono partecipare, dalla politica ai sindacati, alle associazioni di categoria alle università, "senza indicare la Germania come causa dei nostri mali". I tedeschi hanno solo trovato la strada per essere più competitivi, secondo Marchionne, che ha lanciato un appello anche per rafforzare le istituzioni europee.

"L'Europa", ha detto, "deve compiere un salto di qualità per rafforzare la propria unione". Per farlo, ha spiegato, è necessario che gli Stati cedano parti di sovranità per condividere le scelte, soprattutto in materia di strategie economica e per arrivare a costruire "gli Stati uniti d'Europa".

Per Marchionne un'altra occasione non colta appieno è l'euro: "non abbiamo sfruttato completamente i vantaggi offerti dalla moneta unica", tanto che, per esempio, la spesa pubblica è rimasta elevata, nessuna riforma di sostanza è stata approvata, a parte le pensioni, e adesso ci ritroviamo con un Paese "obsoleto".

Marchionne ha quindi ribadito che non ci saranno chiusure di impianti produttivi in Italia, anche se analisti e gli opinionisti consigliano che, chiudendo uno o due stabilimenti in Italia, il gruppo Fiat potrebbe risolvere il problema della sua sovracapacità produttiva. Nulla di tutto ciò.

Fiat punta sull'Italia anche come piattaforma di produzione per i mercati di tutto il mondo e a questo proposito l'ad ha ricordato gli investimenti fin qui già effettuati. A Pomigliano la società ha investito 800 milioni senza neanche un euro di investimento e lo ha trasformato in uno stabilimento, a suo dire, "modello". A Grugliasco, invece, è stato speso 1 miliardo di euro, mentre a Melfi sono in programma investimenti per 4 miliardi che permetteranno di produrre dal 2014 due nuovi modelli.

E a proposito del negoziato in corso per acquistare il 41,5% di Chrysler detenuto da Veba, il fondo che fa capo al sindacato Uaw, la trattativa continua "ancora altrimenti ci saremmo già alzati dal tavolo", ha assicurato il top manager. Fiat sta trattando l'acquisto della partecipazione di Chrysler in mano a Veba che la porterebbe al 100% della controllata statunitense e aprirebbe la strada alla fusione tra i due gruppi.
Nel frattempo Chrysler starebbe rifinanziando 3 miliardi di dollari del suo debito. Su questo punto Marchionne ha voluto chiarire che il rifinanziamento del debito della casa Usa "non si è ancora concluso".

A Piazza affari il titolo Fiat accenna un sorriso (+0,36% a 5,595 euro) a dispetto dei nuovi blocchi produttivi negli stabilimenti del gruppo legati alla mancanza di forniture di componenti da parte di Selmat (il problema avrebbe provocato il blocco di circa 5.500 vetture che attendono di essere completate) e delle analisi di mercato che indicano, in caso di aumento dell'Iva dal 21% al 22% a partire da luglio, un calo delle vendite di auto in Italia quest'anno del 12% a 1,2 milioni (gli analisti di Intermonte stimano -7% su base annua a 1,3 milioni).

da - http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201306131357254745&chkAgenzie=TMFI&titolo=Marchionne,%20piano%20Marshall%20per%20l%27Italia.%20Con%20Veba%20si%20tratta
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« Risposta #20 il: Giugno 18, 2013, 05:50:36 »

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Fiat-Chrysler dopo la fusione

18.06.13

Fabiano Schivardi


La fusione fra Fiat e Chrysler dovrebbe arrivare entro l’anno. Servono molti soldi per l’acquisizione definitiva e il riposizionamento del marchio. Rimanendo comunque ancora lontano dalla soglia dei 6 milioni di auto prodotti. Mentre la famiglia Agnelli vuole mantenere il controllo dell’azienda.

FUSIONE IN VISTA

La fusione fra Fiat e Chrysler è nel mirino di Sergio Marchionne e potrebbe avvenire entro l’anno. Con ogni probabilità, la nuova società sarà quotata sul mercato americano, che offre un migliore accesso al mercato dei capitali rispetto alla nostra asfittica borsa. L’ultimo, difficile ostacolo da superare è l’acquisto della quota del 41,5 per cento di Chrysler, ancora nelle mani del sindacato americano Veba. Fiat e Veba stanno trattando sul prezzo, con una forchetta compresa fra i 3 e i 5 miliardi di dollari. A breve un giudice del tribunale del Delaware dovrebbe esprimersi sul valore di una quota del 3,3 per cento del capitale, fissando un valore di riferimento per tutto il pacchetto. Stando ad alcune indiscrezioni, il giudice propenderebbe per una valutazione più vicina a quella del sindacato. È quindi probabile che il costo dell’operazione si collochi nella parte alta della forchetta.
I soldi necessari per l’acquisizione della quota Chrysler sono solo l’inizio. Servirà una ristrutturazione del debito contratto durante la fase di salvataggio della casa americana. In aggiunta, sul fronte industriale il piano di riposizionamento nella fascia medio alta di mercato non può avvenire gratis. Saranno necessari molti investimenti in progettazione, marketing, riqualificazione degli impianti. Come Marchionne stesso ha detto, non è un progetto per deboli di cuore. E quindi non si può fare con i fichi secchi. Last but not least, anche con la fusione con Chrysler siamo ancora ben lontani dalla “soglia Marchionne” di 6 milioni di autoveicoli l’anno per essere competitivi nel mercato automobilistico. Se Marchionne è ancora di questa idea, si profilano nel medio periodo altre operazioni di acquisizione-fusione. È difficile che si arrivi in tempi ragionevoli a 6 milioni di veicoli per crescita interna, dato che al momento siamo sotto i 4 milioni.

STRATEGIE DI FAMIGLIA

All’inizio dell’operazione Chrysler, John Elkann dichiarò che la famiglia Agnelli era pronta a diluire la propria quota di controllo se fosse stato utile per perseguire le strategie di espansione esterna. Dal recente vertice di famiglia, è invece emerso un cambio di rotta. Gli Agnelli sono intenzionati a mantenere una quota di controllo. Elkann ha dichiarato “Se la torta è più grande non vedo perché io debba accontentarmi di una fetta più piccola”. Anche Marchionne ha escluso qualunque ipotesi di aumento di capitale. La strategia finanziaria sia di Fiat sia di Exor – la società finanziaria attraverso cui gli Agnelli detengono il pacchetto di controllo di Fiat – è conseguente a questa posizione. Fiat siede su una montagna di liquidità, a detta di Marchionne più di venti miliardi di euro. Questi fondi permettono a Fiat di essere estremamente flessibile nel momento in cui si presenterà la necessità di mettere mano al portafogli. Ma la cosa non è senza costi: secondo Antonella Olivieri del Sole-24Ore, il debito finanziario di Fiat costa quasi il 6 per cento, mentre la liquidità frutta circa il 2 per cento. Un dimezzamento della liquidità per riacquistare debito potrebbe quindi far risparmiare 400 milioni di euro di oneri finanziari. In aggiunta, sia Fiat che Exor si sono dette pronte a dismettere partecipazioni non strategiche per raccogliere ulteriori fondi per far fronte agli ingenti bisogni finanziari per lo sviluppo di Fiat-Chrysler. E rimane sempre l’opzione di emettere altro debito. Il solito pool di banche d’affari si è già fatto avanti. Quindi ci sono margini per finanziare l’operazione senza allargare la compagine azionaria. Ma è la scelta migliore?
La volontà di mantenere il controllo da parte del duo Elkann-Marchionne è legittima. Gli Agnelli hanno scommesso sul rilancio di Fiat quando la possibilità di fallimento era tutt’altro che remota. Per far ciò, hanno venduto varie partecipazioni, riducendo la diversificazione del portafoglio e quindi assumendosi parecchio rischio. Marchionne è stato l’ideatore dell’acquisizione di Chrysler, che al picco della crisi del settore automobilistico americano presentava molte incognite. L’operazione è riuscita ed è comprensibile che chi l’ha portata avanti ora voglia mangiare la torta. Ma bisogna essere sicuri che la fetta non sia troppo grossa. Anche se è probabile che i bisogni finanziari immediati possano essere affrontati senza ricorre ad aumenti di capitale, o limitandoli in modo che Exor sia in grado di non diluire la propria quota, la struttura finanziaria dell’impresa risultato dalla fusione potrebbe essere troppo fragile, con poca liquidità e alto debito. Ciò è tanto più vero in vista di altre potenziali aggregazioni, per le quali la differenza fra una struttura finanziaria solida e una fragile potrebbe voler dire la differenza fra essere preda o predatore. Subordinare le difficili sfide che Fiat dovrà affrontare al mantenimento del controllo è una strategia pericolosa.
La coppia Elkann-Marchionne ha funzionato bene e non si vedono nubi all’orizzonte. Marchionne ha goduto dell’appoggio incondizionato dell’azionista di controllo e ha potuto quindi mettere a punto strategie di medio/lungo periodo senza la pressione del mercato azionario. Ma per cogliere le opportunità che si apriranno quando arriverà la ripresa è importante lasciare la porta aperta a nuove risorse manageriali e finanziarie. Un’impresa che vuol essere uno dei giocatori mondiali al ristretto tavolo dei produttori automobilistici non può dipendere troppo da singole individualità.

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controllo azionario, Fiat, liquidità, mercato auto
Bio dell'autore

Fabiano Schivardi: È professore straordinario di Economia Politica presso l'Università di Cagliari. Si interessa di economia industriale e del lavoro, focalizzandosi in particolare su produttività e demografia d’impresa. I suoi lavori recenti considerano gli effetti della struttura dimensionale e proprietaria sulla performance delle imprese. Ha lavorato al Servizio Studi della Banca d’Italia dal 1998 al 2006, dove è stato responsabile dell’Ufficio Analisi Settoriali e Territoriali dal 2004. Ha conseguito il Ph.D. in Economia presso la Stanford University e la laurea e il dottorato presso l’Università Bocconi. È fellow dell’Einaudi Institute of Economics and Finance (EIEF), del CEPR, del Centro Ricerche Economiche Nord Sud (CRENoS) e del BRIK. Fa parte del comitato scientifico dell’Osservatorio sulle piccole e medie imprese. I suoi saggi sono stati pubblicati su riviste internazionali e nazionali.

da - http://www.lavoce.info/la-fiat-alle-prese-con-il-dopo-fusione/
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« Risposta #21 il: Gennaio 02, 2014, 02:58:17 »

Economia
06/03/2013

Fiat, Marchionne: “Con ok Veba fusione con Chrysler entro l’anno”
“Puntiamo a vendere più di 800 mila jeep, la grande forza del gruppo”

Sulla strada della fusione tra Fiat e Chrysler l’unico ostacolo è l’accordo con il fondo Veba, per acquisire il 41,5% della casa di Detroit e controllarla così al 100%: «se sarà raggiunta un’intesa l’operazione potrebbe essere tecnicamente varata già entro quest’anno», spiega Sergio Marchionne al Salone dell’Auto di Ginevra, dove più volte visita lo stand della casa di Maranello in cui debutta il nuovo modello LaFerrari. L’amministratore delegato della Fiat, che presiede l’associazione dei costruttori auto europei, ribadisce il suo no agli incentivi dei governi e auspica che «l’Europa si metta d’accordo su come risolvere il problema della crisi e abbandoni questa fissazione, ormai diventata un incubo, sull’austerità».

Il manager italocanadese non ha mai nascosto che la fusione con Chrysler sia l’obiettivo a cui punta, preferibile per lui alla quotazione in Borsa della società Usa, ma il negoziato con il Veba si è rivelato più complesso del previsto. Le due parti non hanno per ora raggiunto un accordo sul prezzo delle quote su cui Fiat ha un’opzione e sulla vicenda si aspetta la decisione del tribunale del Delaware. Nel frattempo il Veba ha chiesto di avviare la registrazione della quota che detiene in Chrysler in vista di una eventuale Ipo, l’offerta di azioni in Borsa. Marchionne esclude invece che la trattativa possa risolversi con un accordo analogo a quello per la fusione tra Fiat Industrial e Cnh, pagando cioè il Veba in azioni Fiat: «Non credo che accetterebbero azioni di un’azienda quotata in Europa», afferma.

L’ad della Fiat non fa previsioni sull’uscita dalla crisi del mercato europeo dell’auto, ma la strada «non è quella degli incentivi»: «Sono sempre stato dell’opinione che drogare il mercato non è una buona cosa. In Italia abbiamo pagato per anni il prezzo di aver accelerato le vendite nel 2007 e nel 2008».

Per ora continuerà ad essere il mercato americano quello che traina il gruppo: «le ultime previsioni che abbiamo per quest’anno - dice Marchionne - sono di oltre 15 milioni di vetture, dovrebbe andare bene. C’è tantissimo lavoro da fare. I risultati si vedranno nei prossimi nove mesi». L’inizio dell’anno infatti «è difficile perché per tre stabilimenti americani del gruppo è una fase di transizione. Il gran Cherokee è andato finalmente in produzione un paio di settimane fa, il Cherokee a maggio. Ci mancano delle vetture rispetto al primo trimestre 2012».  

Tra i marchi su cui il gruppo punta c’è la Jeep: la stima di Marchionne è di venderne quest’anno più di 800.000 a fronte delle 700.000 del 2012, grazie anche all’ingresso con il nuovo Cherokee nel segmento più grande del mercato americano». Continua ad andare bene anche l’America Latina, «abbastanza bene, il mercato cinese», mentre in Russia Marchionne è ancora alla ricerca di un’opzione e non si sbilancia sui tempi. Con l’indiano Ratan Tata, che ha incontrato al Salone, «i rapporti sono ottimi, ma la relazione è rimasta puramente industriale», mentre il gruppo Fiat gestisce da solo la rete commerciale.

Da - http://www.lastampa.it/2013/03/06/economia/fiat-marchionne-con-ok-veba-fusione-con-crysler-entro-l-anno-285xxpXRhUITiB5qbAfctK/pagina.html
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« Risposta #22 il: Gennaio 02, 2014, 03:00:55 »

Successo del sistema Italia

di Andrea Malan
2 gennaio 2013

Appena spenta l'eco dei botti di capodanno, da Torino ne arriva uno di portata epocale: la Fiat conquista il 100% della Chrysler con un accordo che porta tutti i segni dell'abilità di Sergio Marchionne ma permette anche al fondo Veba - azionista al 41,5% di Chrysler - di uscire a testa alta.

Un'operazione win-win, insomma, che rende inutile l'Ipo di Chrysler, cancella la causa al tribunale del Delaware e permette al management di concentrarsi sulla fusione delle due aziende e sul completamento della loro integrazione industriale.

Fiat spenderà al closing dell'operazione 1,75 miliardi di dollari, ma al Veba ne andranno 4,35 (di cui 525 milioni in tre rate annuali posticipate). Come è possibile il miracolo? Semplice: il grosso dei pagamenti a Veba uscirà dalle casse della stessa Chrysler: 1,9 miliardi di dollari come dividendo straordinario (il massimo attualmente possibile) e 700 milioni in base a un accordo con la Uaw, il sindacato Usa dei lavoratori dell'auto che gestisce il fondo Veba. Quest'ultima contribuzione di Chrysler al fondo garantisce l'appoggio del sindacato nelle successive mosse di integrazione, compresa l'applicazione a Chrysler del sistema di World Class Manufacturing.

Contando anche i pagamenti degli anni scorsi, Fiat ha conquistato il 100% di Chrysler spendendo in tutto 3,7 miliardi di dollari (2,7 miliardi di euro), ovvero un decimo di quanto speso dai tedeschi di Daimler nel 1999 e meno della metà di quanto investito nel 2007 dal fondo Cerberus. Chi avesse ancora dei dubbi sull'abilità di dealmaker di Sergio Marchionne, è servito. Torino potrà fare a meno dell'aumento di capitale che molti analisti paventavano, poiché come detto il grosso dei fondi verrà dalla Chrysler stessa.

Poiché però questi fondi usciranno comunque dal perimetro del nuovo gruppo, sarà la futura Fiat-Chrysler a dover ricapitalizzare - come lo stesso Marchionne aveva fatto balenare in una delle ultime conference call con gli analisti. Ciò avverrà, con ogni probabilità, in occasione della quotazione in Borsa di Fiat-Chrysler dopo la fusione. Perché è proprio la fusione tra Fiat e la controllata - che dovrebbe arrivare entro il 2014 - il prossimo passo nel cammino verso la creazione di un gruppo transatlantico intrapreso da John Elkann e Sergio Marchionne nella primavera del 2009, quando Chrysler uscì dal Chapter 11 con l'aiuto di Fiat.

Restano sul tavolo due questioni fondamentali: quella sulla sede, legale e fisica, del futuro gruppo (Cnh Industrial, anch'essa nata da una fusione, ha fatto rotta sull'estero); e quella sulla strategia industriale, in particolare su quanti saranno e dove si dirigeranno gli investimenti indispensabili per fra fronte a una concorrenza sempre più agguerrita. Su entrambi i temi il sistema-Italia ha ancora carte da giocare, ma deve giocarle bene.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-01-02/successo-sistema-italia-073117.shtml?uuid=ABxewBn
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« Risposta #23 il: Gennaio 02, 2014, 03:02:40 »

Vince l'abilità negoziale del manager

dal nostro corrispondente Mario Platero
02 gennaio 2014

NEW YORK - L'accordo di ieri tra Fiat e Veba è storico, non c'è dubbio: il primo gennaio del 2014 si è chiuso un percorso industriale che si apre il 10 giugno del 2009, quando Fiat entrò con un 20% in Chrysler con due obiettivi: ristrutturarla ed entrare in possesso del 100% del capitale della terza casa automobilistica americana. Ci sono voluti 4 anni e mezzo, ma da ieri è nato il settimo gruppo automobilistico più grande del mondo e l'Italia resta protagonista in una partita globale.

Un cammino difficile, guidato da una visione strategica dal punto di vista finanziario oltre che da quello produttivo straordinariamente lucida. Veba chiedeva 5 miliardi di dollari per il suo pacchetto del 41,5%, gli analisti stimavano un compromesso attorno a 4,2 miliardi di dollari, il prezzo finale, dopo litigi in tribunale e prospettive di quotare Chrysler in borsa da sola per determinare un prezzo congruo è stato di 3,7 miliardi di dollari. I termini dell'accordo di ieri dovrebbero dunque rassicurare gli analisti finanziari che temevano un drenaggio eccessivo di risorse da Fiat e Chrysler per chiudere l'operazione. «Stupendo e a sorpresa» è stato il commento spontaneo di uno dei pochi analisti che abbiamo trovato il primo gennaio a New York.

Di certo questa operazione consacra l'abilità negoziale di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat e presidente e ad di Chrysler. Non dimentichiamo che nel febbraio del 2005 Marchionne era riuscito a strappare 2 miliardi di dollari alla General Motors per rinunciare a una call option. Un altro confronto finanziario: nel 1998 Daimler pagò per Chrysler 36 miliardi di dollari. Nel 2007 il fondo Cerberus pagò per l'80% di Chrysler 7,4 miliardi di dollari. Nel negoziato con Veba l'ad di Chrysler Fiat ha di nuovo tenuto duro e ha vinto. Fonti a Wall Street ci fanno capire che uno degli assi nella manica di Marchionne era anche la debolezza finanziaria di Veba, i conti da pagare sono enormi, il fondo medico era in difficoltà e non poteva permettersi di aspettare troppo a lungo. Quanto a lungo lo abbiamo saputo ieri.

Ora che si chiude un capitolo, se ne apre un altro, ci sarà a un certo punto di quest'anno una fusione formale fra Chrysler e Fiat e quasi certamente un nuovo collocamento in borsa di un titolo unificato entro il 2014. Ci sarà una riorganizzazione e ci saranno naturalmente discussioni soprattutto in Italia sui nuovi quartieri generali.

Discussione inutile perché le sedi oggi sono formali. Il quartiere generale di Fiat Chrsyler è già oggi e continuerà ad essere su un aereo dove si muovono i membri del Gac, Group Executive Council, formato da una ventina di persone e guidato da Marchionne.

Certo parlare l'inglese sarà d'aiuto, ma questo è già obbligatorio da qualche decennio per ogni manager internazionale.

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-02/vince-abilita-negoziale-manager-064632.shtml?uuid=AB7JcBn
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« Risposta #24 il: Gennaio 02, 2014, 03:09:34 »

Cari Colleghi,

l’emozione con cui vi scriviamo questa lettera è quella di chi negli ultimi quattro anni e mezzo ha
lavorato per coltivare un grande sogno di integrazione industriale e culturale e oggi lo vede realizzato.

E’ la stessa emozione che accomuna trecentomila persone nel mondo, protagoniste di questa
giornata storica per la Fiat e per la Chrysler.


Dopo una lunga trattativa, abbiamo raggiunto un accordo con Veba che ci permette, attraverso
l’acquisizione della totalità delle azioni Chrysler da parte di Fiat, di realizzare, anche dal punto di
vista finanziario e tecnico, l’unione tra le due società.

Si tratta di un’unione che nei fatti è già una realtà straordinaria.
In questi anni, le nostre due aziende hanno imparato a conoscersi e a fidarsi l’una dell’altra; hanno imparato a stimolarsi a vicenda e a scambiarsi esperienze e conoscenze; hanno intrapreso un cammino insieme.

Fiat e Chrysler, ognuna con la propria identità, hanno iniziato a condividere tutto: competenze
industriali e risorse, progetti e traguardi, sfide e ambizioni.
La cosa più importante è che hanno condiviso fin dall’inizio lo spirito e i valori di un gruppo che
vuole distinguersi non solo per l’eccellenza dei suoi prodotti, ma anche per integrità, serietà e
trasparenza.

Il passaggio che abbiamo compiuto oggi rappresenta senza dubbio un momento epocale nella storia di Fiat e di Chrysler, ma non è che il coronamento di tutto il lavoro fatto in questi anni, per integrare le rispettive tradizioni, per trasformare le differenze in punti di forza e per abbattere, insieme alle barriere geografiche, anche quelle culturali.

In questo modo siamo riusciti a dare vita ad un costruttore di auto mondiale, tra i leader del settore.
Quello che abbiamo creato insieme uno straordinario gruppo di persone che lavorano fianco a
fianco con umiltà, che si ascoltano e si confrontano, che uniscono le loro culture da ogni parte del mondo è il valore più grande di cui disponiamo ed è anche la migliore garanzia del nostro successo.

Di fronte abbiamo un nuovo capitolo di storia comune da scrivere.
A voi chiediamo di restare uniti, in quel patto di lealtà e fiducia che ci ha permesso di arrivare fino a questo punto.
Da parte nostra vi assicuriamo l’impegno a sviluppare Fiat Chrysler ovunque nel mondo, a
renderla un modello di velocità e di efficienza.

Vi garantiamo anche l’impegno a offrirvi un futuro sicuro e stimolante, in un ambiente dove lo
scambio di esperienze e culture sarà fonte di crescita professionale e personale.
A tutti voi, e alle vostre famiglie, i più calorosi auguri per un 2014 all’altezza delle vostre
aspettative e degli ottimi auspici con cui si apre.

John Elkann
Chairman di Fiat S.p.A.
Sergio Marchionne
Chairman & CEO di Chrysler Group LLC
CEO di Fiat S.p.A


Da - http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2014/01/comunicato-fiat.pdf
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« Risposta #25 il: Gennaio 03, 2014, 04:21:11 »

Fiat conquista il 100% di Chrysler

di Marco Ferrando con analisi di Mario Platero e Andrea Malan
02 gennaio 2014


Accordo fatto tra Fiat e Uaw per acquistare il 41,46% di Chrysler in mano al sindacato americano: a quest'ultimo, secondo l'intesa raggiunta nei giorni scorsi e annunciata ieri sera dal Lingotto, andranno subito 3,650 miliardi di dollari, più altri 700 milioni spalmati in quattro rate di qui ai prossimi tre anni.
Come anticipato da Il Sole 24 Ore di sabato scorso, il round negoziale avviato prima di Natale si è rivelato dunque quello decisivo per chiudere una partita che ora consente a Fiat di salire al 100% di Chrysler, evitare la disputa in Tribunale con il Veba e le lungaggini connesse a un'Ipo della sua sola quota, ma al tempo stesso di gettare le basi per la tanto auspicata fusione, che consentirà – a quel punto sì – di portare sul mercato tutto il gruppo.

I dettagli del deal
Dal punto di vista del Veba, il fondo gestito dall'Uaw, la somma che potrà incassare alla fine dell'operazione è di 4,350 miliardi di dollari, una cifra inferiore ma comunque vicina ai 4,5 miliardi di cui si parlava nei giorni scorsi. Tuttavia, sono interessanti le modalità individuate dalle due parti per chiudere l'intesa, con il closing fissato al 20 gennaio prossimo: il primo step sarà l'erogazione di un dividendo straordinario da 1,9 miliardi di dollari da parte di Chrysler, che sarà interamente incassato dal Veba (che si vedrà girata anche la quota spettante a Fiat); successivamente, Fiat verserà agli americani un altro assegno da 1,750 miliardi di dollari, che fissa così il prezzo della vendita a 3,650 miliardi. Sucessivamente, in base a un memorandum firmato da Chrsyler e Uaw, al sindacato americano andranno altri 700 milioni in quattro rate paritetiche da 175 milioni di dollari, la prima delle quali sarà pagata al closing e le altre allo scadere dei tre anniversari. Una somma, questa, a fronte della quale «la Uaw assumerà alcuni impegni finalizzati a sostenere le attività industriali di Chrysler e l'ulteriore implementazione dell'alleanza Fiat-Chrysler – si legge nella nota – tra cui l'impegno ad adoperarsi e collaborare affinché prosegua l'implementazione dei programmi di world class manufacturing e a contribuire attivamente al raggiungimento del piano industriale di lungo termine del gruppo».

L'esborso di Fiat
Grande soddisfazione da parte del Lingotto. Per il traguardo in sé, ovviamente, ma anche per le condizioni spuntate al tavolo della trattativa: in particolare, a Torino si plaude ai "soli" 1.750 miliardi che dovrà sborsare Fiat (il resto, di fatto, sarà pagato da Chrysler), una somma decisamente inferiore alle attese e che soprattutto scongiura un aumento di capitale da parte del gruppo, come sottolineato nella nota di ieri.

I commenti
«Aspetto questo giorno sin dal primo momento, sin da quando nel 2009 siamo stati scelti per contribuire alla ricostruzione di Chrysler», ha commentato John Elkann, Presidente di Fiat. «Il lavoro, l'impegno e i risultati raggiunti da Chrysler negli ultimi quattro anni e mezzo sono qualcosa di eccezionale e colgo questa opportunità per dare formalmente il benvenuto a tutte le persone di Chrysler nella nuova realtà frutto dell'integrazione di Fiat e Chrysler», ha aggiunto.

«Nella vita di ogni grande organizzazione e delle sue persone ci sono momenti importanti, che finiscono nei libri di storia. L'accordo appena raggiunto è senza dubbio uno di questi momenti per Fiat e per Chrysler – ha commentato invece Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, ma anche presidente e ad Chrysler». «Sarò per sempre grato al team di leadership per il sostegno e per il loro incessante impegno nel realizzare il progetto di integrazione che oggi assume la sua forma definitiva – ha aggiunto –: questa struttura unitaria ci permetterà di realizzare pienamente la nostra visione di creare un costruttore di auto globale con un bagaglio di esperienze, punti di vista e competenze unico al mondo, un gruppo solido e aperto che garantirà alle sue persone un ambiente di lavoro stimolante e gratificante».

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-02/fiat-conquista-100percento-chrysler-064617.shtml?uuid=AB7FcBn&cmpid=nl_7%2Boggi_sole24ore_com
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« Risposta #26 il: Gennaio 03, 2014, 04:31:02 »

Detroit parla all’Italia

Le scommesse dietro all’accordo che ha portato la Fiat ad acquisire Chrysler

Ce ne sono tante di scommesse dietro l’accordo che ha portato la Fiat ad acquisire il pieno controllo della Chrysler. Ha fatto bene Sergio Marchionne a parlare di intesa che entra nei libri di storia, come pure John Elkann a ricordare l’emozione che accomuna i 300 mila dipendenti del gruppo. I numeri sono importanti in un accordo che torna a proiettare la nostra industria nazionale in una dimensione globale che sembravamo, tranne rarissime eccezioni, avere smarrita. Ma le cifre spiegano solo parzialmente gli impegni, il nuovo percorso, impensabile sino a qualche settimana fa, che si sta aprendo per la Fiat, per il nostro Paese e per i numerosi attori: a cominciare dal governo.

La Borsa ha già giudicato positivamente l’accordo, le azioni del Lingotto hanno segnato un rialzo del 16,4%. La Fiat sale al 100% della casa automobilistica di Detroit, creando il settimo gruppo del settore al mondo secondo la classifica di Global Insight, con una spesa di poco più di 1,2 miliardi di euro. E questo significa che la società di Torino non avrà bisogno di un aumento di capitale, cosa che tranquillizza i mercati. Gli analisti finanziari si sono già esercitati a considerare l’indebitamento che salirà, nel gruppo combinato, a oltre 14 miliardi di euro. Debiti che si confrontano con gli 88 miliardi di ricavi previsti a fine 2013 e con un utile di 1,2 miliardi sempre di euro.

La modalità di pagamento dell’intesa prevede il versamento al fondo sanitario del sindacato dell’auto, Veba, di altri 700 milioni di dollari (dei circa 4,3 miliardi complessivi che riceverà per il 41,5% che possedeva nella Chrysler) in tre tranche diluite nel tempo. E questo dà un’indicazione precisa sul fatto che al di là dell’Atlantico si stia puntando decisamente sul futuro del gruppo. Il sindacato automobilistico Uaw si è impegnato inoltre a «sostenere le attività industriali di Chrysler e l’ulteriore sviluppo dell’alleanza con Fiat». Si comprende così come dagli Stati Uniti giunga ancora una volta una lezione di pragmatismo che spesso in Italia si ha la sensazione di non aver ben capito. Si può trattare anche duramente ma con un obiettivo comune: crescere e svilupparsi . Un atteggiamento che non tutti i sindacati italiani hanno avuto, a partire dalla Fiom che ne paga ora le conseguenze anche in termini di presa sui lavoratori del Lingotto. Ad aprile i vertici della Fiat presenteranno il nuovo piano industriale. Gli investimenti in Italia sono stati confermati ancora una volta. Ma dovranno essere tradotti in azioni. Si potrà verificare concretamente quanto il gruppo è pronto a puntare sull’Italia e su quello sarà misurato.

I prossimi mesi saranno importanti per comprendere anche quanto il nostro Paese e il governo siano decisi a fare sì che l’accordo del primo gennaio abbia le maggiori ricadute positive possibili per l’Italia. A pochi è sfuggito quanto abbia influito sulla ripresa spagnola il fatto che l’industria dell’auto iberica sia tornata a essere competitiva in termini di costi e contratti e abbia drenato investimenti delle case tedesche. Si potrà anche discutere, e sicuramente accadrà, su dove avrà sede il prossimo nascente gruppo Fiat-Chrysler. Ma è evidente che assisteremo probabilmente a una distribuzione di più centri decisionali, alla luce di un mercato che è sempre più globale e che fa della diversificazione geografica uno dei punti di forza. È grazie alla sua presenza in Cina che la stessa sofferente Peugeot può ancora giocare la sua partita, sebbene affidandosi a un socio orientale. La scelta di puntare sulla Chrysler e sul mercato americano, oltre alla presenza consolidata in Brasile, rende oggi la Fiat un temibile competitor globale.

L’occasione per il nostro Paese è confermare di potere essere un centro di stile, tecnologico e produttivo, importante e, visti i volumi di consumo interni sempre più ridotti, orientato anche all’export. Avere una forte industria manifatturiera significa anche sviluppare una altrettanto solida struttura di servizi. Una complementarietà che finalmente potrà contribuire alla crescita.

Ma non bastano buoni accordi, imprese e sindacati, serve un Paese che comprenda la strategicità della combinazione. Tre numeri indicano che di strada da fare ne abbiamo parecchia: paghiamo l’energia il 30% in più rispetto al resto d’Europa, la burocrazia costa alle imprese 31 miliardi di oneri aggiuntivi e siamo al quarto posto tra i Paesi sviluppati in quanto a pressione fiscale ormai a quota 44,4% rispetto al Pil (Prodotto interno lordo). Non possiamo più permettercelo.

03 gennaio 2014
© RIPRODUZIONE RISERVATA
DANIELE MANCA

Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_gennaio_03/detroit-parla-all-italia-b7e203f8-743d-11e3-90f3-f58f41d83fbf.shtml
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« Risposta #27 il: Gennaio 14, 2014, 05:24:28 »

Marchionne: "Ecco il futuro della Fiat"

Intervista dell'ad della Fiat su Repubblica: "L'America ci dà valore. Ora rilanciamo l'Alfa, e tutti gli operai rientreranno. Basta cassa integrazione"

di EZIO MAURO

DOTTOR MARCHIONNE, la settimana scorsa la Fiat si è comprata tutta la Chrysler, ha cambiato dimensione e identità e lei non ha ancora detto una parola. Cosa succede?
"Quel che dovevo dire l'ho scritto il giorno dopo la firma ai 300 mila dipendenti del gruppo, insieme con John Elkann. Adesso dobbiamo soltanto lavorare perché questo sogno che abbiamo realizzato, e che io inseguivo dal 2009, si metta a camminare, anzi a correre, e produca i suoi effetti".

Si ricorda come è incominciato tutto?
"Sì. Avevamo un accordo tecnologico con Chrysler, un'intesa di minima, e mi sono accorto che non serviva a niente, perché non produceva risultati di qualche rilievo né per Fiat né per gli americani. È stato allora che l'idea ha cominciato a ronzarmi per la testa. Un'idea, non un progetto. Diceva così: o tutto o niente. O posso entrare nella gestione e prendermi la responsabilità delle due aziende, oppure perdiamo tempo".

E poi?
"Poi è arrivato il piano. La chiami fortuna, istinto, visione, quel che vuole. Resta il fatto che in quel momento di crisi spaventosa abbiamo visto nei rottami dell'industria automobilistica americana la possibilità di far rinascere una grande azienda in forma completamente diversa. E l'America ha creduto nelle nostre idee e ci ha aperto le porte".

Vuol dire che soltanto in America sarebbe stata possibile un'operazione di questo tipo?
"Dico che per tante ragioni storiche e culturali noi europei siamo condizionati dal passato, l'idea di chiuderlo per far nascere una cosa nuova ci spaventa. Da loro no: c'è una disponibilità quasi naturale verso il cambiamento, la voglia di ripartire".
 
Meno vincoli e meno dubbi?
"Se porti un'idea nuova, in Italia trovi subito dieci obiezioni. In America nello stesso tempo trovi dieci soluzioni a possibili problemi. E poi è arrivato Obama".

Che ha creduto subito al suo progetto?
"Aveva l'obiettivo di salvare quelle aziende. La nostra fortuna è stata di poter trattare direttamente con il Tesoro, con la task force del Presidente, non con i creditori di Chrysler, come voleva la vecchia logica. Se no, oggi non saremmo qui".

L'amministrazione vi ha sempre sostenuti?
"Abbiamo scoperto che il nostro piano era più prudente del loro. Ma la seconda fortuna è stata che il mercato è ripartito prima del previsto, gli Usa oggi sono tornati a produrre 15 milioni di veicoli, la cura che abbiamo fatto a Chrysler funziona, noi ci siamo, tanto che la Jeep non ha mai venduto tante macchine come nel 2013, cioè 730 mila".

Questo basta per mettere Chrysler al riparo?
"Guardi che in America il mercato c'è ma è difficile, la competizione è durissima. Ma nelle vendite retail lo scorso anno Chrysler è cresciuta negli Usa più degli altri due big, Ford e Gm. Siamo il quarto produttore americano, perché in mezzo si è infilata Toyota. Quindi c'è molta strada ancora da fare, ma siamo in cammino. E meno male che l'istinto aveva visto giusto nel 2009, perché un'occasione così si presenta una volta sola nella vita: non accadrà mai più".

Un piccolo non potrà mai più comprare un grande grazie alla crisi?
"Abbiamo sfruttato condizioni irripetibili. È vero che normalmente il sistema americano è capace a digerire la bancarotta e a assicurarti le condizioni finanziarie per ripartire, perché il Chapter 11 negli Usa ti lava la macchia del fallimento. Ma quando siamo arrivati noi il sistema digestivo delle banche si era bloccato, ed ecco che abbiamo potuto negoziare direttamente con il governo, cosa mai accaduta prima".

Un negoziatore più facile perché politicamente interessato al risanamento aziendale?
"Mica tanto facile. Continuavano a dirmi che la Fiat doveva metterci la pelle, cioè i soldi. Ho avuto la faccia tosta all'inizio di dire no. Avevamo studiato bene le ceneri dell'automobile americana, sapevamo che il rischio era altissimo. Se vuoi, rispondevo, metto in gioco la mia pelle, vale a dire reputazione e carriera, ma la Fiat no. Nemmeno un euro".

Perché hanno accettato?
"Tenga conto che stiamo parlando della tragedia del 2009, quando i manager uscivano per strada con gli scatoloni perché le aziende chiudevano, quando la quota di mercato di Chrysler era precipitata al 6 per cento, non so se mi spiego. Certo, ogni tanto mi arrivava un messaggio dal mio partner al Tesoro: secondo te, questa rotta si sta invertendo? Bene, si è invertita. Abbiamo restituito al governo Usa tutti i soldi che aveva messo in Chrysler, 7 miliardi e mezzo di dollari, abbiamo ripagato tutti e dopo l'accordo con Veba non dobbiamo più niente a nessuno. A questo punto, ci siamo comprati il resto dell'azienda. Chrysler ha trovato un partner".

Direi un padrone, no?
"Direbbe male. La nostra non è una conquista, è la costruzione di un insieme. Ho scritto una lettera riservata al Gec, il Group Executive Council, cioè gli uomini che gestiscono il Gruppo, e ho detto che quello di Fiat-Chrysler è per me un sogno di cooperazione industriale a livello mondiale, ma soprattutto un sogno di integrazione culturale tra due mondi".

Non vi sentite padroni di Chrysler, dunque?
"Qualcosa di più, di meglio. Abbiamo creato una cosa nuova. E da oggi il ragazzo americano che lavora in Chrysler quando vede una Ferrari per strada può dire: è nostra. Poi, certo, se quando sono arrivato qui mi avessero detto che saremmo diventati il settimo costruttore del mondo, mi sarei messo a ridere. Capisco anche che in questi anni qualcuno ci abbia preso per pazzi. Per fortuna gli azionisti hanno creduto nel progetto e lo hanno appoggiato. John è venuto subito a Detroit, ha capito il potenziale dell'operazione e l'ha sostenuta fino in fondo".

Lei sa che su questo successo americano c'è il sospetto che sia stato costruito a danno dell'Italia, delle sue fabbriche e dei suoi operai. Cosa risponde?
"Che è vero il contrario. Questa operazione ha riparato Fiat e i suoi lavoratori dalla tempesta della crisi italiana ed europea, che non è affatto finita. Non solo: ha dato la possibilità di sopravvivere all'industria automobilistica italiana in un mercato dimezzato. Altrimenti non ce l'avremmo più. E invece potrà ripartire con basi, dimensioni e reti più forti".

Lei dopo la firma è ottimista, ma proprio oggi il Financial Times le fa notare che 4,4 milioni di vetture prodotte da Fiat- Chrysler sono appena la metà di Toyota, e l'accusa di essere un abile negoziatore ma non un costruttore, un uomo d'automobili. Come si difende?
"Se adesso che ho Chrysler valgo mezza Toyota, quale sarebbe il mio valore senza l'America? Quanto alle automobili, al salone di Detroit 2011 abbiamo presentato 16 nuovi modelli tutti insieme. E aspettiamo il nuovo piano Alfa Romeo, per favore, prima di parlare".

Però Moody's non ha aspettato, e ha già minacciato il downgrade Fiat per i troppi debiti e la poca liquidità dopo l'acquisto di Chrysler. Chi ha ragione?
"Capisco il loro ragionamento, ma ricordo che nel 2007 arrivammo a zero debiti, prima che scoppiasse quel bordello nei mercati. Bisognerà vedere con il piano di aprile dei nuovi modelli dove si posizionerà il debito. Io non sono preoccupato, proprio no".

Ma la strada maestra nelle vostre condizioni non sarebbe un aumento di capitale?
"Sarebbe una distruzione di valore. Ci sono metodi, modelli diversi e innovativi per finanziare gli investimenti".

Come il convertendo da un miliardo e mezzo di cui si parla?
"Lasci stare le cifre. Ma il convertendo potrebbe essere una misura adatta".

In un passato recente con il convertendo i banchieri italiani si sentivano già padroni della Fiat, non ricorda?
"Ricordo, anche perché quando venivano al Lingotto mancava solo che prendessero la misura delle sedie. Invece la verità è che siamo qui, pronti a ripartire, ma abbiamo bisogno di soldi per finanziare la ripartenza. Le sembra un discorso troppo esplicito, troppo poco italiano?"

No, se lei però mi dice dove quoterete la nuova società.
"Fiat è quotata a Milano. Poi, andremo dove ci sono i soldi. Mi spiego: dove c'è un accesso più facile ai capitali. Non c'è dubbio che il mercato più fluido è quello americano, quello di New York, ma deciderà il Consiglio di amministrazione. Io sono pronto anche ad andare a Honk Kong per finanziare lo sforzo di Fiat-Chrysler".

Come si chiamerà la nuova società?
"Avrà un nome nuovo".

Quando avverrà la fusione?
"Spero subito, con l'approvazione del Consiglio al dividendo Chrysler di 1,9 miliardi. A quel punto il processo è chiuso, si può partire".

E dove sarà la sede della nuova società?
"Lo decideremo, anche in base alla scelta di Borsa, ma mi lasci dire che è una questione che ha un valore puramente simbolico, emotivo. La sede di Cnh Industrial si è spostata in Olanda, ma la produzione che era qui è rimasta qui".

Lei dovrebbe capire dove nascono certe preoccupazioni. Quando è arrivato in Fiat si producevano un milione di auto in Italia, due milioni dieci anni prima, oggi appena 370 mila su un totale di 1,5 milioni di auto vostre. Come si può aver fiducia nel futuro dell'auto italiana in queste condizioni?
"Se ritorniamo al punto in cui Fiat doveva investire in controtendenza in questi anni di mercato calante, io non ci sto, perché se posso scegliere preferisco evitare la bancarotta. Peugeot ha investito, e oggi si vede che i soldi sono usciti, ma il mercato non c'è. In più bisogna tener conto che le auto invecchiano, e un modello lanciato (e non comprato) durante la crisi sarà vecchio a crisi finita, quando i consumi possono ripartire. No, la strada è un'altra".

Quale, dopo le promesse mancate di Fabbrica Italia?
"Ecco un'altra differenza tra Italia e America. Là quando cambiano le carte si cambia gioco, tutti d'accordo, qui avrei dovuto mantenere gli investimenti anche quando il mercato è sparito. No, la nostra strategia è uscire dal mass market, dove i clienti sono pochi, i concorrenti sono tanti, i margini sono bassi e il futuro è complicato".

Uscire dal mercato tradizionale Fiat per andare dove?
"Nella fascia Premium, prodotti di alta qualità, con concorrenza ridotta, clienti più attenti, margini più larghi. In fondo abbiamo marchi fantastici e per definizione Premium, come l'Alfa Romeo e la Maserati. Perché non reinventarli?".

E perché non lo avete fatto?
"E lei, mi scusi, che ne sa? Sa della Maserati a Grugliasco, dove lavora gente in guanti bianchi a scegliere le rifiniture in pelle per andare sui mercati del mondo. Ma non sa che in capannoni-fantasma, mimetizzati in giro per l'Italia, squadre di uomini nostri stanno preparando i nuovi modelli Alfa Romeo che annunceremo ad aprile e cambieranno l'immagine del marchio, riportandolo all'eccellenza assoluta".

Allora perché non lo avete fatto prima?
"Mi servivano due cose: la capacità finanziaria, e oggi finalmente Chrysler come utili e come cassa mi copre le spalle, e un accesso al mercato mondiale. Oggi se mi presento con l'Alfa negli Usa ho una rete mia di 2.300 concessionari capaci di portare quelle auto dovunque in America, rispettandone il dna italiano".

Dunque mi pare di capire che non venderà l'Alfa Romeo ai tedeschi, è così?
"Se la possono sognare. E credo che la sognino, infatti. L'Alfa è centrale nella nostra nuova strategia. Ma come la Jeep è venduta in tutto il mondo ma è americana fino al midollo, così il dna dell'Alfa dev'essere autenticamente tutto italiano, sempre, non potrà mai diventare americano. Basta anche coi motori Fiat nell'Alfa Romeo. Così come sarebbe stato un errore produrre il suv Maserati a Detroit: e infatti resterà a casa".

E cosa sarà degli altri marchi?
"Fiat andrà nella parte alta del mass market, con le famiglie Panda e Cinquecento, e uscirà dal segmento basso e intermedio. Lancia diventerà un marchio soltanto per il mercato italiano, nella linea Y. Come vede la vera scommessa è utilizzare tutta la rete industriale per produrre il nuovo sviluppo dell'Alfa, rilanciandola come eccellenza italiana".

Lei parla di modelli, parliamo di lavoro. Questa strategia come si calerà negli impianti che oggi sono fermi, o girano con la cassa integrazione, aumentando l'incertezza italiana nel futuro?
"Senza una rete di vendita nei mercati che tirano, far la Maserati ad esempio non servirebbe a nulla. Adesso Chrysler ci ha completato gran parte del puzzle, soprattutto nell'area cruciale Usa-Canada-Messico, dove oggi possiamo entrare con gli stivali mentre ieri dovevamo presentarci con le scarpe da ballerina".

Non è che nell'acquisto Chrysler c'è per caso una clausola di protezione dell'occupazione e della produzione americana?
"Neanche per sogno, sarebbe una cosa tipicamente italiana, che là non è venuta in mente a nessuno".

Parliamo allora delle fabbriche italiane. Quando e come ripartiranno?
"Ecco il quadro. Nel polo Mirafiori-Grugliasco si faranno le Maserati, compreso un nuovo suv e qualcos'altro che non le dico. A Melfi la 500 X e la piccola Jeep, a Pomigliano la Panda e forse una seconda vettura. Rimane Cassino, che strutturalmente e per capacità produttiva è lo stabilimento più adatto al rilancio Alfa Romeo. Mi impegno: quando il piano sarà a regime la rete industriale italiana sarà piena, naturalmente mercato permettendo".

Sta dicendo che finirà la cassa integrazione eterna per i lavoratori Fiat?
"Sì, dico che col tempo - se non crolla un'altra volta il mercato - rientreranno tutti".

Scommettendo sull'Alfa e sulle auto Premium lei scommette sul dna italiano dell'auto: ma ha ancora corso nel mondo, con la crisi del nostro Paese?
"La capacità italiana di produrre sostanza e qualità, di inventare, di costruire è enormemente più apprezzata all'estero che da noi. Il carattere dell'automobile italiana esiste, eccome. Tutto ciò è una ricchezza da cui ripartire. Noi siamo pronti. Ma se continuiamo a martellarci i piedi, invece di puntare al meglio, finirà anche questa storia".

Ma cos'è il meglio, in un Paese che perdendo il lavoro sta perdendo anche la coscienza delle sue potenzialità, dei doveri e dei diritti?
"È aprirsi al mondo, trovarsi spazio nel mondo, non chiudersi in casa, soprattutto quando intorno c'è tempesta. Fiat ci prova. Ho scritto ai miei che possiamo concorrere a dare forma e significato alla società del futuro. Anche per me arriverà il giorno di lasciare. Ma intanto, dieci anni dopo, è una bella partita".

(09 gennaio 2014) © Riproduzione riservata

Da - http://www.repubblica.it/economia/2014/01/09/news/intervista_a_marchionne-75530856/?ref=HRER2-1
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« Risposta #28 il: Gennaio 21, 2014, 05:56:14 »

Economia
21/01/2014 - motori

Fiat-Veba, c’è la firma definitiva Al Lingotto il 100% di Chrysler
Completata l’acquisizione. Per l’operazione pagati 3,6 miliardi di dollari
Fiat ha completato oggi l’annunciata acquisizione dell’intera partecipazione detenuta dal Veba 
Trust in Chrysler, società che è ora interamente controllata dal Lingotto.


Per l’operazione sono stati complessivamente pagati 3,6 miliardi di dollari: 1,7 da Fiat e 1,9 da Chrysler, in entrambi i casi attraverso l’utilizzo della liquidità disponibile.
Come annunciato in precedenza, in contemporanea con le suddette operazioni, Chrysler Group e la International Union, United Automobile, Aerospace and Agricultural Implement Workers of America hanno sottoscritto un Memorandum d’Intesa ad integrazione del vigente contratto collettivo di Chrysler Group ai sensi del quale sono previste ulteriori contribuzioni da parte di Chrysler Group al Veba Trust per un importo complessivo pari a 700 milioni di dollari in quattro quote paritetiche pagabili su base annua. La prima quota è stata versata in concomitanza con il closing dell’operazione con Fiat. Fiat e Veba - si legge nella nota - ritireranno in via definitiva, nei tempi tecnici necessari, l’azione legale dinanzi al Court of Chancery del Delaware relativa all’interpretazione del contratto di call option. 

Da - http://lastampa.it/2014/01/21/economia/fiatveba-c-la-firma-definitiva-al-lingotto-il-di-chrysler-K3DbRs4DvOvj8kmqzFc6GM/pagina.html
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« Risposta #29 il: Gennaio 22, 2014, 06:59:05 »

Economia
21/01/2014 - motori

Fiat-Veba, c’è la firma definitiva Al Lingotto il 100% di Chrysler
Completata l’acquisizione. Per l’operazione pagati 3,6 miliardi di dollari

Fiat ha completato oggi l’annunciata acquisizione dell’intera partecipazione detenuta dal Veba 
Trust in Chrysler, società che è ora interamente controllata dal Lingotto.


Per l’operazione sono stati complessivamente pagati 3,6 miliardi di dollari: 1,7 da Fiat e 1,9 da Chrysler, in entrambi i casi attraverso l’utilizzo della liquidità disponibile.
Come annunciato in precedenza, in contemporanea con le suddette operazioni, Chrysler Group e la International Union, United Automobile, Aerospace and Agricultural Implement Workers of America hanno sottoscritto un Memorandum d’Intesa ad integrazione del vigente contratto collettivo di Chrysler Group ai sensi del quale sono previste ulteriori contribuzioni da parte di Chrysler Group al Veba Trust per un importo complessivo pari a 700 milioni di dollari in quattro quote paritetiche pagabili su base annua. La prima quota è stata versata in concomitanza con il closing dell’operazione con Fiat. Fiat e Veba - si legge nella nota - ritireranno in via definitiva, nei tempi tecnici necessari, l’azione legale dinanzi al Court of Chancery del Delaware relativa all’interpretazione del contratto di call option. 

Da - http://lastampa.it/2014/01/21/economia/fiatveba-c-la-firma-definitiva-al-lingotto-il-di-chrysler-K3DbRs4DvOvj8kmqzFc6GM/pagina.html
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