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Autore Discussione: Tavolo n° 2 Straordinari...  (Letto 23745 volte)
Matleo
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« Risposta #15 inserito:: Giugno 18, 2008, 01:59:25 am »

Ciao Darwin,
ti stai impegnando in un ottimo lavoro.
Concordo quasi interamente.
Però tu hai fatto un riferimento soprattutto al mondo del lavoro inserito in attività lavorative a "produzione" materiale. Nel caso in cui, invece si tratti di attività di servizi le soluzioni sono un po' diverse.
Per esempio l'esclusione di tutto il pubblico impiego è una grande ingiustizia e riapre un'annosa questione delle differenze tra pubblico e privato, ancorchè stavolta a favore del privato.
Ci sono categorie del pubblico impiego che meritano un maggior riconoscimento e un trattamento identico. Per esempio tutte le forze di polizia. Ma più in generale non mi pare giustificato che per un luogo comune di inefficienza della PA - che dipende soprattutto dagli amministratori pubblici, i politici - ne debbano patire i lavoratori e tra questi quelli che, in maggioranza, fanno il loro dovere sino in fondo.
La nomea di fannulloni è un brutto vezzo che l'antipatico Brunetta ha accentuato proprio come Ministro.
Poi c'è da tener di conto che il provvedimento adottato è molto molto parziale, investe una minoranza (?) di dipendenti anche del settore privato. Tiene fuori, in generale, le donne e tutti coloro che per la realtà aziendale non fanno straordinario.
Inoltre vi è da riconsiderare il tetto imposto di 30.000,00 euro, che, come normalmente avviene, è riferito alla retribuzione lorda. Quindi, di riffo e di raffo, questa grande incidenza sull'aumento della capacità di spesa di questi lavoratori proprio non ne vedo. Mi pare più un elemosina che non un sostegno serio al recupero reddituale e del potere reale di acquisto.
Insomma io mi sentirei beffato. Non so come facciano i sindacati a stare così quieti.
Ci vuol ben altro per ridare fiato ai lavoratori a reddito fisso.
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« Risposta #16 inserito:: Giugno 20, 2008, 12:33:11 am »

Ciao Matleo,
penso che per produzione materiale tu ti riferisca anche a produzione di servizi da parte di aziende sul mercato, per esempio aziende di assistenza HW e SW, aziende di consulenza, aziende anche di fornitura di servizi ospedalieri, etc.
Se sbaglio, ed ovviamente capita spesso, dimmelo.
In effetti, se per servizi intendiamo i servizi offerti al cittadino, dai servizi ammnistrativi, sanitari, formazione ed educazione, sicurezza, difesa, etc., il effetti il quadro cambia un po'.
Sopratutto cambia perché dipende da una scelta politica di cosa si intende per Stato, proprio vedendo alcuni commenti alla finanziaria del travestito boy scout Tremonti si capisce meglio.
A me fa un po' venire la pelle d'oca l'idea che alcuni servizi possano essere garantiti sub iudice al cittadino, che ci sia l'idea che lucrare sui servizi basilari di competenza di uno Stato possa introdurre efficienza che arrichisca tutti. L'esempio della sanità statunitense è lì a monito, qualche anno fa si parlava di tranta milioni di esclusi, che devono accontentarsi di servizi ridotti simili a quelli erogati negli stati più poveri.
La scelta è politica e porta dietro considerazioni probabilmente non semplici sui meccanismi di accomulazione del capitale per investimenti necessari e di crescita.
In breve un buon governo, come continuo a sostenere sono stati i governi Prodi (anche il governo Ciampi fu un esempio forse anche superiore), deve decidere quante risorse può mettere da parte per i servizi da offrire a chiunque abbia cittadinanza e gestirle al meglio.
Deve garantire che tutti i dati macro economici garantiscano la necessaria crescita dell'economia per poter distribuire ricchezza ma deve anche decidere dova far pendere l'ago della bilancia, qui ci si scontra violentemente con la concezione liberista che pensa che massimizzare il reddito da investimento da capitale garantisca il benessere di tutti, come ogni buona esemplificazione e estremizzazione tira per i capelli dati e prospettive, conduce prima o poi a disastri apocalittici.
Dal punto di vista teorico le soluzioni vincenti sono quelle cooperative, tutti abbiamo sentito parlare di John Nash, qualcuno ha avuto la ventura di avere almeno una sommaria informazione sulla teoria dei giochi non a somma zero. Ci sono montagne di simulazioni che garantiscono il successo di strategie cooperative ed anche il buon vecchio buon senso va in quella direzione.
Ci vuole equilibrio, competere sul mercato non vuol dire guerra di religione, infatti queste guerre si trasferiscono anche anche all'interno delle stesse squadre (perché anche i dipendenti devono essere in lotta fra loro per efficientare il tutto secondo la teoria liberista)  con gravi perdite per le aziende. Per gli inguaribili calciofili (io non lo sono, ma vale anche nei team di F1 vedi Mac Laren lo scorso anno) c'è l'esempio del calciatore che, più preso a mettersi in mostra per garantirsi il miglior contratto che al risultato della squadra, si rende inutile e dannoso per la squadra per smania di protagonismo.
Ritornando al tema i servizi di ogni tipo offerti al cittadino questi sono fondamentali per lo stare insieme, quindi è un grande valore per tutta la comunità - società.
In Italia da troppo tempo questi servizi sono stati visti come centro di potere per la casta, insomma gli azionisti avidi sono stati i politici.
Pertanto bisognava ingrassare inutilmente le fila dei dipendenti per motivi clientelari, bisognava favorire con cattiva gestione la concorrenza delle corporazioni (vedi il sistema sanitario come esempio), bisognava mungere grandi retribuzioni per assegnazioni nepotistiche.
Insomma lo stato è stato a volte trattato come cosa propria.
Ne è seguito che per i servizi offerti il prezzo è stato troppo alto.
Uno dei maggiori contributi offerti dal precedente governo è stato la trattazione della spesa pubblica operata da Padoa Schioppa, a rileggerlo si trovano analisi e soluzioni evidenti.
E' vero anche che c'è da considerare la composizione della spesa ed in testa vi è il trattamento pensionistico e la sanità.
Se per il trattamento pensionistico ora i conti sono sotto controllo per la sanità non è altrettanto vero, ma non penso che si possano operare grossi risparmi senza cadere nella soluzione statunitense.
Bisogna considerare che la spesa sembra troppo elevata perché la ricchezza non cresce, ma la spesa è in linea con gli altri paesi europei come valore assoluto.
Perciò c'è bisogno di ristrutturare completamente il funzionamento dei servizi garantiti dallo stato, ammodernare il "ciclo produttivo" per renderlo più efficiente ed aumentare la quantità e la qualità dei servizi offerti. Sì perché non penso che si possa pensare di ridurre la spesa per il personale della PA, per cui quello che è eccedente nell'attuale situazione va destinato ad arricchire i servizi offerti. Forse qualcuno sogna di privatizzare il personale, oltre ad i servizi erogati, per dare mandato ai manager di ridurre il personale.
Questo rende più simile gli interventi di politica di gestione delle retribuzioni a quelle del privato, se vuoi servizi e vuoi impegno allora devi garantirti personale competente e motivato, andando a concorrere con le aziende private.
Anche qui la soluzione non può essere di pretendere maggiori prestazioni orarie per supplire la mancanza di professionalità e mezzi, ma di dare quanto serve per allinearci con i paesi industrializzati.
Quindi andrebbero firmati i contratti scaduti in modo dignitoso e contemplare anche gli statali fra coloro che godono di eventuali vantaggi di redistribuzione del reddito.
Dietro l'esclusione degli statali dalla riduzione del carico fiscale sugli straordinari per gli statali ci sono due pregiudizi:

  • che gli statali siano lavoratori di serie B;
  • che ci sia un'intollerabile visione di condanna per chi non ha mezzi propri per acquisire i servizi offerti dallo stato, per cui si offre il servizio meno valido possibile (un'autentica esclusione di cittadinanza per chi non è ricco).

Per me il problema è risolvibile nell'atteggiamento dell'ottica storica delle social democrazie europee, in cui i servizi dello stato sono riconosciuto come portanti per la coesione della società.
Putroppo oggi siamo in attesa che la pretesa del reddito da investimento finanziario di assorbire minime risorse per i servizi dello stato, per lasciare più alti margini di guadagno, porti ai ciclici disastri da avvelenamento dei pozzi che abbiamo visto nella storia.
Siamo proprio smemorati ed è proprio vero che chi non comprende gli errori fatti nalla storia e condannato a ripercorrerli.
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« Risposta #17 inserito:: Giugno 20, 2008, 12:04:45 pm »


Siamo proprio smemorati ed è proprio vero che chi non comprende gli errori fatti nalla storia e condannato a ripercorrerli.
E ci stiamo cadendo dentro a piè pari... e non vedo soluzione.
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« Risposta #18 inserito:: Giugno 20, 2008, 06:47:28 pm »



Adesso ci sono.

Datemi tempo di riemergere dalle mie tenebre.

ciao
ggiannig.
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« Risposta #19 inserito:: Giugno 26, 2008, 08:00:06 pm »

Cerco di mettere un po' d'ordine in quanto scritto, per passare da una citazione di intenzioni a qualcosa di meno fumoso da affidare a tutte le vostre rimostranze.



La proposta di detassazione degli straordinari ha sollevato grande clamore ed è stata invocata come misura di ridistribuzione efficace del reddito prodotto e di interesse per le sorti sociali ed economiche del Paese.
Noi non la pensiamo così, pensiamo che dietro questa proposta ci sia una concezione non aderente alle necessità di una società moderna e che tenda più che altro a garantire la redditività massima del capitale investito, col minimo rischio a danno di tutta la società.

Per una riflessione partiremmo dall'enunciato della proposta governativa.

Detassazione straordinari
Al fine di incrementare la produttività del lavoro, nel secondo semestre 2008 a partire dalla busta paga di luglio, lo straordinario e i premi di produttività dei dipendenti nel settore privato sarà tassato del dieci per cento. La misura è valida per i redditi non superiori a 30 mila euro. Il provvedimento è stato emanato in via sperimentale e dura fino a dicembre 2008.

Cerchiamo una esemplificazione individuando le parole chiave.
  • a)   Reddito inferiore ai 30.000 euro.
  • b)   Tassazione degli straordinari al 10%.
  • c)   Tassazione dei primi legati alla produttività al 10%.
  • d)   Tetto massimo del reddito con tassazione ridotta 3.000 euro.

Rivedendo gli scaglioni IRPEF interessati abbiamo una massimo ammontare di:

390 per i redditi più bassi fino a 15.000 euro
510 per i redditi fino a 28.000 euro
760 per i redditi oltre i 28.000 euro

Insomma dai 32 ai 63 euro circa mensili.

Quindi l’intervento vale circa da un terzo alla metà del valore indicabile come perdita del potere d’acquisto per inflazione.
Questo provvedimento avrebbe 2 obiettivi: ridistribuire ricchezza per le famiglie in crisi e migliorare la produttività. La leva sarebbe quella della motivazione sul lavoro ed il riconoscimento del merito.

Veniamo al primo punto: ridistribuzione della ricchezza.

E' un po' difficile pensare che anche i 62 euro mensili in più possano dare serenità e far riprendere slancio alla domanda. Siamo in un mercato unico europeo, un'unica moneta e prezzi al consumo molto più allineati che nel passato.
Allora dobbiamo guardare al gap delle retribuzioni italiane rispetto a quelle dell'area euro.
Se guardiamo le statistiche delle retribuzioni medie sono necessarie cifre moltiplicate di un fattore cinque, rispetto a quelle indicate dal provvedimento.

Inoltre una parte dell'incremento retributivo in busta paga prospettato è legato a dei meccanismi in cui oltre alla partecipazione del dipendente contano molto fattori di scelta imprenditoriale, investimenti sul prodotto, sul ammodernamento del ciclo produttivo scelte strategiche dell'azienda, in cui il dipendente di solito non mette nulla di proprio. Ci riferiamo ai premi di produttività e la valutazione degli obiettivi laddove ci siano mutue scelte dei lavoratori tramite la loro rappresentanza e l'azienda. Spesso questi non sono contemplati per le piccole e medie imprese.

Allora tutto è legato al riconoscimento degli straordinari, cioè il raggiungimento del riconoscimento economico previsto dal provvedimento è legato solo all'allungamento dell'orario di lavoro.

Tutto si gioca sul costo del lavoro, ancora oggi. Abbiamo il costo del lavoro fra i più bassi in Europa, l'economia è asfittica ed ancora la nostra classe dirigente punta a salvaguardare il profitto col minimo capitale investito.

Ancora dietro questa proposta si cela anche una forte discriminazione di genere, anche per tutta la concezione del welfare espressa dalla maggioranza.
Si propongono tagli di tassazione a scapito dei servizi sociali, come si spera che le donne possano vivere completamente la propria vita e contemporaneamente poter accedere alla maggiore remunerazione degli straordinari?
E' solo il culmine di una manovra tutta tesa ad impoverire ulteriormente le nostre tasche e la nostra vita.

Circa il significato che oggi dovrebbe avere un diverso rapporto fra produttività e retribuzione per favorire il merito citiamo un interessante articolo di Fabrizio Montanari (Università di Modena e Reggio Emilia) su Ticonzero per individuare alcuni spunti.

Citazione di: Fabrizio Montanari in Ticonzero

1 – L’importanza dei sistemi di incentivazione
La retribuzione monetaria ha tradizionalmente assunto il ruolo di bilanciare la relazione di scambio tra i lavoratori nella loro prestazione d’opera e le imprese nella remunerazione dello sforzo del lavoro ricevuto. Il sistema retribuito, o premiante, occupa una posizione centrale come elemento regolatore delle relazioni tra persone ed organizzazioni, le cui risultanti possono essere interpretate almeno rispetto a tre distinte visioni:

• un rapporto di scambio economico, nella sua versione più semplice di
• scambio tra lavoro e remunerazione;
• un rapporto di scambio psicologico attraverso il quale si definiscono e si regolano le attese reciproche, con particolare riferimento ai principali diritti e doveri;
• un rapporto di appartenenza che definisce i prestatori di lavoro come membri dell’impresa e persone che compongono il soggetto economico dell’impresa stessa.

Qualunque sia l’interpretazione di fondo del rapporto tra persone ed organizzazione, è indubbio che esso contenga una relazione di scambio regolata dal sistema premiante. Le variabili di base dei sistemi di remunerazione sono riassumibili in tre classi: i contributi forniti dal prestatore di lavoro all’impresa; le ricompense ottenute; gli algoritmi di correlazione tra contributi e ricompense, ossia le logiche di parametrazione dei contributi rispetto alle ricompense.
Tanto in letteratura quanto nella pratica manageriale si sono sviluppati negli anni numerosi studi ed approcci volti ad individuare le logiche che permettessero un più equo, efficace ed efficiente legame tra contributi erogati ed incentivi offerti.
Il tema del rapporto tra comportamenti individuali e sistema di incentivi è di grande attualità. Negli ultimi anni, numerosi libri e articoli hanno enfatizzato l’importanza del fattore umano per il successo delle organizzazioni: le aziende che vogliono avere successo nei mercati globali devono dotarsi di un adeguato capitale umano con abilità, competenze e capacità migliori rispetto a quello dei propri concorrenti (e.g. Cappelli, 1999; Pfeffer, 1994, 1998). Il riconoscimento della centralità delle persone nella determinazione del vantaggio competitivo conduce ad una maggiore attenzione alle pratiche di gestione delle risorse umane, soprattutto ai sistemi retributivi. Questi ultimi, infatti, rappresentano uno degli strumenti più importanti per attrarre, trattenere e motivare le persone con le caratteristiche idonee al perseguimento degli obiettivi aziendali (Costa, 1997). I sistemi di incentivi costituiscono anche un potente mezzo per allineare gli obiettivi individuali con quelli organizzativi, minimizzando fenomeni di azzardo morale o selezione avversa (Eisenhardt, 1989, Roberts, 2007). In altre parole, attraverso l’implementazione di adeguati sistemi di incentivi è possibile ridurre il potenziale di opportunismo e allineare i comportamenti individuali con quelli desiderati dall’organizzazione.

Quindi ad un nuovo modo di intendere il rapporto lavoratore impresa i saggi nostri governanti oggi puntano tutto sul capitale lavoro e nulla sugli investimenti per migliorare sia la redditività del prodotto, sia la capacità produttiva per ora lavorata, sia la costruzione di una migliore collaborazione lavoratore – impresa.

Sono interessanti il ruolo dei diversi livelli di contrattazione e delle organizzazioni dei lavoratori.

Sarebbe interessante proporre forme contrattuali di riconoscimento:
•   sia del raggiungimento dei risultati previsti aziendali generalizzato a tutti i dipendenti;
•   sia il riconoscimento per coloro che hanno espresso migliore professionalità.

Per il secondo bisognerebbe introdurre criteri di valutazione che oltre al raggiungimento di obiettivi individuali misurabili, comprenda anche la valutazione che questi non siano conseguiti solo con l'allungamento dell'orario di lavoro. Cioè privilegiare la creatività e la capacità di innovazione e non la sola disponibilità oraria.
Per le azienda di piccole dimensioni ed a alto contributo di contratti atipici, precari o flessibili, c'è bisogno di una rappresentanza sindacale al tavolo delle trattative a prescindere dalle tessere presenti.

Questi criteri affiancati a leve di tipo fiscale che favoriscono un innalzamento del contributo professionale nella produzione dei beni e servizi, alla creazione di strutture (agenzie) di coordinamento orizzontale (territoriale) e verticale (per categoria merceologica) per favorire la ricerca ed innovazione può portare alla riduzione del gap retributivo fra l'Italia ed il resto del mondo avanzato.

Non parliamo poi dell'esclusione degli statali dalla riduzione del carico fiscale sugli straordinari.
Emergono per gli statali ci sono due pregiudizi:
•   che gli statali siano lavoratori di serie B;
•   che ci sia un'intollerabile visione di condanna per chi non ha mezzi propri per acquisire i
servizi offerti dallo stato, per cui si offre il servizio meno valido possibile (un'autentica esclusione di cittadinanza per chi non è ricco).

Veniamo al secondo punto: la produttività.

Ci sono due modi di intendere la produttività:

   la prima è la quantità di prodotto e di fatturato per persona impiegata nel ciclo produttivo;
   la seconda è la quantità di prodotto e di fatturato per ora lavorata.

La scelta del governo va tutta vero la prima concezione, ho un dipendente ne devo ricavare il massimo, con il minimo investimento possibile.

La seconda dipende dalla professionalità delle risorse, dalle scelte di posizionamento sul mercato, dagli investimenti sul prodotto, dagli investimento sul miglioramento del ciclo produttivo per adattarlo a professionalità più alte e più remunerate.

Non a caso dal provvedimento sono escluse tutte le fasce di lavoratori a più alta professionalità. Un fattore critico in Italia è dato dallo scarso impiego di lavoratori a più alta preparazione formativa nella produzione, ci sono meno diplomati e laureati nel ciclo produttivo e spesso sono impiegati per qualifiche non adeguate.

A testimonianza del dibattito riportiamo un articolo pubblicato da Marco Panara su Affari & Finanza di Repubblica.

Citazione di: Marco Panara in Affari & Finanza

La competitività non dipende dal costo del lavoro
I salari italiani sono più bassi che negli altri paesi avanzati, che però guadagnano lo stesso quote di mercato. D'altra parte i livelli di Cina o India sono irraggiungibili. Sarebbe ora di affrontare il problema nei suoi termini reali
Marco Panara
 
Una multinazionale europea (non italiana) nel settore meccanico, che ha stabilimenti in 23 paesi, ha messo a confronto il salario orario che paga ai suoi dipendenti. Le differenze sono impressionanti: si va da 28,69 euro l' ora in Svezia fino a 0,49 euro l' ora in India. Quella multinazionale ha stabilimenti anche in Italia dove, per un' ora di lavoro, spende 18,03 euro. Per rendere più chiaro il confronto abbiamo preso la remunerazione in Italia (18,03 euro = 100) e misurato su questa base la remunerazione di un' ora di lavoro negli altri paesi.
Anche tenendo conto che non è un dato generale ma una esperienza specifica e concreta, quello che ne emerge dovrebbe farci riflettere molto. Per un' ora di lavoro in Germania quella multinazionale spende una volta e mezzo rispetto a quanto spende in Italia, il trenta per cento in più lo spende negli Stati Uniti, il 15 per cento in più in Francia. Solo l' 8 per cento in meno lo spende in Spagna e il 10 per cento in meno in Corea.
__________________________________________________________________________
COSTO ORARIO DEL LAVORO
_________________________________________________________________
Paese   Euro all'ora   Indice (Italia = 100)
Svezia   28,69   159,12
Germania   27,14   150,53
Giappone   25,42   140,99
Stati Uniti   24,29   134,72
Francia   20,88   115,81
Belgio   19,71   109,32
Italia   18,03   100,00
Spagna   16,72   92,73
Corea   16,39   90,90
Portogallo   6,01   33,33
Turchia   5,23   29,01
Repubblica Ceca   4,54   25,18
Ungheria   4,33   24,02
Argentina   4,12   22,85
Brasile   3,43   19,02
Messico   2,97   16,47
Polonia   2,55   14,14
Sud Africa   2,25   12,48
Marocco   2,10   11,65
Cina   1,98   10,98
Romania   1,74   9,65
Tunisia   1,52   8,43
India   0,49   2,72

Se si passa agli altri il confronto è assolutamente impari: rispetto all' Italia un' ora di lavoro in Portogallo costa un terzo, un po' meno costa in Turchia, un quarto nella Repubblica Ceca e in Ungheria, per scendere fino a un decimo in Cina e Romania e un quarantesimo in India. Non tutti gli stabilimenti producono le stesse cose e richiedono lo stesso livello di formazione, ma non sempre e non necessariamente il livello di sofisticazione delle produzioni corrisponde al livello dei salari.
Non ci interessa qui comprendere cosa aspetta la multinazionale in questione a spostare tutte le sue attività in India, avrà per fortuna le sue ragioni. Quello che ci interessa è capire cosa ci dice questo confronto sull' Italia e sui suoi destini.
La prima cosa che ci dice è che il costo del lavoro in Italia è tra i più bassi nel gruppo dei paesi industrializzati. Tra quelli censiti in questa occasione solo la Spagna e la Corea sono sotto di noi e neppure di molto, mentre la maggioranza ha un costo del lavoro più alto, e questo non sembra essere un vincolo determinante per esempio alla capacità di mantenere o accrescere la propria quota del commercio mondiale. Il fatto che l' Italia perda posizioni nel commercio mondiale mentre la Germania o il Giappone, che hanno un costo del lavoro sostanzialmente più alto, invece no, ci fa capire con chiarezza che non è il costo del lavoro la chiave della nostra perdita di competitività né per un suo eventuale recupero.
 
Abbiamo impegnato anni a discutere e scontrarci su questo punto, ma basta guardare i dati della tabella che pubblichiamo per capire che tutto quel tempo e quell'impegno sono stati spesi male: l'abisso che ci separa non solo dall' India e dalla Cina, ma anche dalla Repubblica Ceca e dall' Ungheria è tale che a meno di un impoverimento generalizzato e rivoluzionario del nostro paese è impensabile e non auspicabile colmare.
Il problema però esiste, perché la perdita di competitività dell' Italia non dipende dal fatto che lavoriamo poco, poiché anzi lavoriamo più ore della media dell' Europa a 15, dipende piuttosto dal fatto che ciascuna ora di lavoro non sempre produce tutto il valore che sarebbe necessario per consentirci di essere sicuri del nostro presente e ottimisti sul nostro futuro.
Ci sono molti modi per capire meglio la natura di questo problema. Andrew Warner, senior economist alla Millennium Challenge Corporation, ha fatto uno studio accurato sulla produttività del lavoro nei vari paesi, e uno dei parametri che adotta è la crescita del pil per ora lavorata. Ebbene, tra il 1995 e il 2000 la crescita del pil per ora lavorata è stata del 9,20 per cento in Irlanda, paese leader di questa classifica, tra il 2,2 e il 2,6 per cento nel Regno Unito, in Germania, in Francia e negli Stati Uniti, solo dell' 1,73 per cento in Italia, fanalino di coda tra i 18 paesi presi in considerazione.
In quello stesso studio Warner individua quattro barriere alla crescita della produttività oraria e mette a confronto su di esse i vari paesi. Le barriere sono: la formazione, l' organizzazione del lavoro, le normative e la qualità delle infrastrutture. In tutti e quattro la posizione dell' Italia è peggiore di quella degli altri grandi paesi industrializzati e, nel caso delle infrastrutture, è tra le peggiori in assoluto. Le conclusioni alle quali questa analisi ci porta è che puntare sulla compressione del costo del lavoro per rilanciare la competitività dell' Italia non solo non è realistico ma rischia di essere un grave errore strategico. Il che non vuol dire che il costo del lavoro è una variabile indipendente, ma che in questo momento della storia e dell' economia mondiale, quello su cui si deve incidere assai più che il costo è invece il contenuto del lavoro.
Bisogna aumentare da una parte la produttività e dall' altra il valore delle cose prodotte, in maniera tale da remunerare adeguatamente il lavoro e il capitale e consentire di porre le premesse per un aumento costante ed economicamente sostenibile dei redditi e del benessere futuro. E' una questione che riguarda tutti, la politica e le istituzioni, la pubblica amministrazione, le imprese e i sindacati. La scelta è tra puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni, oppure come è accaduto negli ultimi anni limitarsi a mantenere il modello produttivo e competitivo esistente cercando finché possibile di tenerlo in piedi comprimendo i costi.
 
Ovviamente non ci possiamo permettere di buttare via nulla, né sarebbe giusto farlo, quindi lo sforzo che le imprese stanno facendo per restare a galla è legittimo e anche lodevole. Se però dopo la resistenza non si passa alla crescita, per molti rischia di essere solo un prolungamento dell' agonia.
Ma cosa vuol dire scegliere di puntare sulla crescita della produttività e del valore delle produzioni? Vuol dire cambiare mentalità. Vuol dire concentrarsi sui problemi veri e impegnarsi per rimuovere le barriere all' aumento della produttività, investire in tecnologia, in formazione, in qualità manageriale. Vuol dire aumentare la flessibilità del lavoro, che serve come il pane, ma che è utile al sistema se rende più efficiente l'organizzazione del lavoro, e diventa invece negativa se rende il lavoro precario al solo scopo di abbassarne il costo. Vuol dire esaminare ogni legge, già in vigore o nuova, valutandone la comprensibilità, la semplicità di applicazione, l' effetto sulla modernizzazione del sistema. Vuol dire rischiare uscendo dai settori tradizionali non aspettandosi di raccogliere già domani. Vuol dire capire che i problemi dell'Italia di oggi non sono quelli di vent'anni fa e che gli strumenti di vent'anni fa non sono più quelli giusti per risolverli.

 
Pensiamo che si indichi chiaramente che il problema della produttività in Italia non è legato ad un aumento delle ore lavorate.
Qui emerge tutta le debolezza dell'economia italiana, su Repubblica è stato pubblicato un articolo di Spaventa sulla mancanza di investimenti sull'innovazione in Italia.

Citazione di: Luigi Spaventa su Repubblica

Le colpe delle imprese
 
Luigi Spaventa - La Repubblica

Esistono mille buone ragioni per modificare il sistema contrattuale nel mercato del lavoro: non solo un miglioramento di efficienza; ancor più, come argomentano da tempo Pietro Ichino, Tito Boeri, Pietro Garibaldi, una riduzione delle iniquità causate dalla coesistenza di un assetto rigido e antiquato con esperimenti di liberalizzazione privi di reti di protezione, normativa e sindacale.
 
Fra quelle ragioni, tuttavia, ve n’è una che persuade proprio poco, perché non regge alla verifica. Al convegno di Santa Margherita dei "giovani imprenditori" (che non devono essere poi tanti, se nel 2006 in neppure il 2 per cento delle imprese industriali gli imprenditori avevano non più di 35 anni, mentre in oltre 50 per cento ne avevano più di 56), la presidente signora Guidi ha sostenuto che un maggior spazio della contrattazione aziendale (e magari individuale) risolverebbe il problema della bassa produttività del lavoro.
 
Ma si può davvero credere che il disperante andamento negli ultimi sette anni – nell’industria manifatturiera produttività in calo nel quinquennio 2001-2005 e piatta nell’ultimo biennio – sia imputabile all’assetto contrattuale nazionale, e non piuttosto a scelte ragionate delle imprese?
 
Se il livello e la dinamica della produttività del lavoro dipendessero in prevalenza dall’impegno dei lavoratori, pur condizionato dal regime contrattuale, dovremmo concludere che negli ultimi vent’anni si è verificato un impigrimento collettivo della cosiddetta forza lavoro. Si sa invece che le determinanti principali sono la dotazione di capitale e, ancor più, il ritmo dell’innovazione, che migliora l’efficienza dei processi produttivi ed è misurato dalla produttività totale dei fattori. Nell’industria in senso stretto (un aggregato più ampio della manifatturiera) il calo della produttività del lavoro fra il 2001 e il 2006 è spiegato da una riduzione ancor più vistosa della produttività totale dei fattori, mentre è aumentata di poco l’intensità di capitale.
 
L’industria italiana, dunque, non ha innovato (la spesa privata in ricerca e sviluppo in rapporto al prodotto è pari alla metà di quella media europea) e ha investito poco. Le ragioni? Usiamo le parole di una relazione della Banca d’Italia, che fra i problemi della bassa crescita dell’economia italiana mette al primo posto «la capacità di innovare del sistema produttivo»: «L’aumento nella flessibilità dell’utilizzo, la lunga fase di moderazione salariale e la rapida crescita dei flussi migratori hanno reso meno costoso l’impiego del fattore lavoro rispetto al capitale». Si è scelto così un modello basato sulla crescita dell’occupazione piuttosto che sull’investimento e sull’innovazione; e neppure troppo attento al merito individuale, se è vero che «i premi aziendali sembrano poco correlati ai risultati».
 
L’andamento della produttività dipende dunque da scelte libere, e legittime, delle imprese, che il regime contrattuale non sembra aver condizionato più di tanto (se non, come, si è visto, per una maggiore flessibilità). Piuttosto, al di là di noti condizionamenti esterni (eccesso di regolazione, inadeguatezza delle infrastrutture pubbliche, istruzione insufficiente), vi erano condizionamenti interni al sistema produttivo: soprattutto una struttura dimensionale e una composizione della produzione difformi da quelle dei maggiori Paesi europei, che hanno ostacolato l’adattamento al nuovo mondo della tecnologia e della concorrenza internazionale.
 
L’investimento, l’innovazione, e dunque la produttività, sono inversamente correlati alla dimensione; i processi di riconversione produttiva sono lenti e costosi. Non sorprende che, per anni, queste difficoltà abbiano provocato scelte difensive e di retroguardia e, pertanto, gli esiti di produttività sopra richiamati.
Le scelte delle imprese non dipendono, grazie a Dio, da un contratto, nazionale o aziendale (e si vorrebbe che non dipendessero per nulla da interventi pubblici).
Ma esiste un altro contratto implicito, che alla lunga ne indirizza i comportamenti in vista del profitto: quello del libero scambio in un mercato globale. Gli effetti, benefici, si cominciano a vedere. Da un paio d’anni, mentre è aumentata la mortalità nell’universo delle imprese, quelle che rimangono si rafforzano, per sopravvivere: «La crescente pressione competitiva…e la disciplina del cambio…sono tra i principali fattori che hanno messo in moto la ristrutturazione del sistema produttivo italiano, attraverso un’intensa riallocazione di risorse…in favore delle imprese più efficienti e profondi cambiamenti nelle strategie aziendali».
 
È ripresa la crescita delle esportazioni; in alcuni settori l’andamento della produttività ha invertito il segno. La riforma del sistema contrattuale serve: ma, per creare sviluppo, serve soprattutto che il cambiamento del modello seguito per troppo tempo dalle imprese italiane continui e si consolidi.

La conclusione è che l’intervento proposto dal governo è ampiamente negativo, non risolve nulla e tende ad ampliare ancora tendenze negative della nostra economia.
Diremmo che comunque l’uso della leva fiscale per ridistribuzione del reddito non è vincente e non risolve il problema.

Cosa fare allora. Proposta
La proposta deve andare verso l’attirare fondi ed investimenti sul settore produttivo per ammodernare sia il prodotto che il ciclo di produzione.
Alcune proposte possono essere:

a)   innalzamento della tassazione sui redditi finanziari al 20%, come dappertutto nel mondo occidentale;
b)   rivedere i percorsi formativi della scuola e dell’università per favorire il miglioramento delle competenze;
c)   invogliare capitali italiani e stranieri per investimenti su produzioni ad alto contenuto tecnologico e/o artigianali di pregio, utilizzando la leva fiscale, il miglioramento delle infrastrutture fisiche e di comunicazione digitale;
d)   esercitare un ruolo politico di mediazione affinché i contratti nazionali recepiscano la necessità di ridistribuire il reddito verso i lavoratori dipendenti;
e)   incentivare, con la leva fiscale, la formazione sul lavoro per favorire la riconversione della produzione;
f)   istituire una contrattazione di secondo livello che favorisca il riconoscimento del merito nella partecipazione ai risultati aziendali e che non penalizzi i lavoratori delle piccole e medie imprese che spesso non hanno un’adeguata rappresentanza sindacale, per la partecipazione ai seguenti risultati sulla base:
       1)   sia del raggiungimento dei risultati previsti aziendali generalizzato a tutti i dipendenti;
       2)   sia il riconoscimento per coloro che hanno espresso migliore professionalità.

Quindi la proposta di detassazione sul lavoro straordinario apre la finestra a tutta la concezione del mondo produttivo e del lavoro.

Il lavoro atipico va completamente ridisegnato nella normativa per evitare la precarizzazione a vita. Pensiamo che l'economia non possa essere solo quella dei call center a basso contenuto di competenze. Spesso molti laureati finiscono lì perché sanno parlare in modo convincente in italiano.

Ovvio che chi è in attesa di un rinnovo di contratto nei mesi successivi sorvola su qualche ora in più di lavoro prestato.

E' inutile correre di più da precario se gli altri corrono con i treni, questa è la lezione che dovremmo imparare dagli ultimi anni della nostra storia economica.

Il problema è sopratutto di far invertire la rotta all'economia che, spinta dagli spiriti che più che animali sembrano sprovveduti, sta superando il punto di rottura di ogni equilibrio. Dalla speculazione dei subprime a quella sulle materie prime, si sposta solo il terreno di razzia, a pagare sono sempre gli stessi e la domanda potrebbe bloccarsi sul mercato con un effetto domino spaventoso.

Si deve garantire che tutti i dati macro economici garantiscano la necessaria crescita dell'economia per poter distribuire ricchezza ma si deve anche decidere dove far pendere l'ago della bilancia per la ridistribuzione della ricchezza.

Dal punto di vista teorico le soluzioni vincenti sono quelle cooperative, tutti abbiamo sentito parlare di John Nash e della teoria dei giochi non a somma zero.

Questo ha ricadute sul concetto di welfare e sulla concezione dei servizi offerti al cittadino, dai servizi amministrativi, sanitari, formazione ed educazione, sicurezza, difesa, etc..

Fa un po' venire la pelle d'oca l'idea che alcuni servizi possano essere garantiti sub iudice al cittadino, che ci sia l'idea che lucrare sui servizi basilari di competenza di uno Stato possa introdurre efficienza che arricchisca tutti. L'esempio della sanità statunitense è lì a monito, qualche anno fa si parlava di trenta milioni di esclusi, che devono accontentarsi di servizi simili a quelli erogati negli stati più poveri.

Ritornando al tema i servizi di ogni tipo offerti al cittadino questi sono fondamentali per lo stare insieme, quindi è un grande valore per tutta la comunità - società.

Ripeto senza servizi sociali efficienti come possono le donne vivere appieno tutta la loro vita?
O stanno chine a far gli straordinari senza altra prospettiva che sbarcare il lunario o hanno una vita piena senza pensare a sbarcare il lunario.

Uno dei maggiori contributi offerti dal precedente governo è stato la trattazione della spesa pubblica operata da Padoa Schioppa, a rileggerlo si trovano analisi e soluzioni evidenti.

Bisogna considerare che la spesa sembra troppo elevata perché la ricchezza non cresce, ma la spesa è in linea con gli altri paesi europei come valore assoluto.

Perciò c'è bisogno di ristrutturare completamente il funzionamento dei servizi garantiti dallo stato, ammodernare il "ciclo produttivo" per renderlo più efficiente ed aumentare la quantità e la qualità dei servizi offerti.
 
Questo rende più simile gli interventi di politica di gestione delle retribuzioni a quelle del privato, se vuoi servizi e vuoi impegno allora devi garantirti personale competente e motivato, andando a concorrere con le aziende private.

Anche qui la soluzione non può essere di pretendere maggiori prestazioni orarie per supplire la mancanza di professionalità e mezzi, ma di dare quanto serve per allinearci con i paesi industrializzati.

Purtroppo oggi siamo in attesa che la pretesa del reddito da investimento finanziario di far assorbire minime risorse per i servizi dello stato, per lasciare più alti margini di guadagno alla propria speculazione, porti ai ciclici disastri da avvelenamento dei pozzi che abbiamo visto nella storia.
Siamo proprio smemorati ed è proprio vero che chi non comprende gli errori fatti nella storia e condannato a ripercorrerli.

E' inutile girare intorno, oltre alle cure di urgenza per la crisi che attanaglia molte famiglie, è necessaria una nuova visione dell'economia italiana, solo quando avremo allineato la nostra economia a quelle avanzate per contenuto innovativo potremo uscire dall'emergenza.
« Ultima modifica: Giugno 29, 2008, 07:51:31 pm da darwin » Registrato

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« Risposta #20 inserito:: Giugno 27, 2008, 08:26:17 am »

Darwin

Quando ritieni concluso il tuo lavoro vuoi stendere la versione definitiva che porteremo nel forum?

ciao e grazie per il tuo impegno.

gianni.
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« Risposta #21 inserito:: Giugno 27, 2008, 02:32:42 pm »

Bel papiro.... e lo studio un pò, per vedere se mi è tutto chiaro. Se lo capisco io vuol dire che è perfetto! Felice
Scherzi a parte: do una lettura seria, così se trovo che qualcosa mi sembra oscuro o da specificare o approfondire te lo dico... è l'unico aiuto che sono in condizioni di darti.
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« Risposta #22 inserito:: Giugno 27, 2008, 04:57:37 pm »

Grazie mammaria.
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Arturo Infante detto Darwin detto Mac
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« Risposta #23 inserito:: Giugno 29, 2008, 03:20:57 am »

ciao a tutti, poche idee, veloci e magari bislacche, data la mia nulla preparazione in materia.
scusandomi per l'assenza, ma ho ricominciato a lavorare (precaria) e non posso permettermi di perdere troppo sonno durante la settimana.

a proposito, io non lo sapevo, ma ho scoperto che se tu interrompi il sussidio di disoccupazione per intraprendere un'attività precaria, se poi quest'attività viene interrotta (da te o dall'azienda non importa) perdi il sussidio di disoccupazione rimanente che ti sarebbe spettato dopo il primo licenziamento.

quindi mi sembra di capire che questa sacca di precari fa assai comodo alle aziende. Sono un po' come degli schiavi "volontari": non puoi permetterti di farti licenziare perché non avresti alternativa, e se ti licenziano non hai nessuna forma di sostegno dallo Stato, che così diventa complice delle imprese che si avvalgono della tua assoluta debolezza. Inoltre se il rapporto di lavoro viene a interrompersi sei obbligato a cercarne un altro alla svelta (che quindi sicuramente sarà precario) per il fatto che non hai altro sostegno per vivere.


Al di là del fatto che, per quanto riguarda la mia situazione personale, l'azienda presso la quale lavoro non sembra approfittare in modo vergognoso del contratto cocopro rispetto ad altre proposte indecenti che mi erano arrivate, questa situazione mi ha disvelato quanto siamo in balìa degli eventi.

Donne: non è che la donna abbia più diritto di un uomo a condurre una vita piena e non solo di lavoro. Tutte e tutti avremmo diritto a non dover lavorare oltre le otto ore per poter vivere, e non sopravvivere. Se poi qulcuna/o decide di lavorare meglio e mette in moto il suo plusvalore individuale allora venga ricompensato su base individuale, ma il primo aggiustamento, e sostanziale, secondo me deve essere dato ai salari in generale. (E lo dice una sgobbona che per anni ed anni ed anni ha fatto anche il lavoro dei fannulloni beccandosi in compenso il peggio).

Però in effetti si pone il problema della gravidanza e dell'accudimento. Allora: a parte la gravidanza che per forza di cose compete la donna, servono leggi adatte a chi si prende il carico dell'accudimento, e visto che siamo in Italia e che l'accudimento è per tradizione culturale ancora tutto un discorso femminile, che lo si riconosca (e non nel ridicolo e inefficace modo attuale) senza appunto che la donna ed i figli ne vengano penalizzati.

Scusate la forma, ma in questo periodo sono così arrabbiata per la situazione politica generale che stare qui a parlare dei salari mentre ci stanno costruendo il fascismo giorno dopo giorno mi mette addosso un po' di acidità.

E Veltroni sta a disquisire sulle intercettazioni che non vanno pubblicate, ma che andassero....

Tutto il lavoro di Darwin mi sembra ben approfondito e molto chiaro, per quanto possa valere il mio parere su questioni che richiedono anche competenze tecniche, e non solo di vita vissuta.

ciao
paola
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« Risposta #24 inserito:: Giugno 29, 2008, 10:16:01 am »

Citazione di: paolav
Tutte e tutti avremmo diritto a non dover lavorare oltre le otto ore per poter vivere, e non sopravvivere. Se poi qulcuna/o decide di lavorare meglio e mette in moto il suo plusvalore individuale allora venga ricompensato su base individuale, ma il primo aggiustamento, e sostanziale, secondo me deve essere dato ai salari in generale.

E' una frase magnifica che davvero mancava, secondo me.
Possono inserirla in premessa o in chiosa?
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« Risposta #25 inserito:: Giugno 29, 2008, 11:48:32 am »

Darwin,

stai sostenendo, da solo, la nostra dignità di operatori impegnati.

Grazie.
ggiannig
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« Risposta #26 inserito:: Giugno 29, 2008, 02:22:45 pm »

Citazione di: paolav
Tutte e tutti avremmo diritto a non dover lavorare oltre le otto ore per poter vivere, e non sopravvivere. Se poi qulcuna/o decide di lavorare meglio e mette in moto il suo plusvalore individuale allora venga ricompensato su base individuale, ma il primo aggiustamento, e sostanziale, secondo me deve essere dato ai salari in generale.

E' una frase magnifica che davvero mancava, secondo me.
Possono inserirla in premessa o in chiosa?

certo che sì, Darwin, ne sarei molto contenta  Sorriso


ciao
paola
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« Risposta #27 inserito:: Giugno 29, 2008, 02:35:34 pm »

ciao Darwin, magari mi sto allargando troppo, ma avanzerei una proposta.
Premetto di aver potuto leggere (o rileggere) per intero tutto il tuo bel lavoro solo ieri notte, quindi può darsi che abbia avuto dei cali di attenzione in alcuni punti, e me ne scuso.

ma mi piacerebbe che nel paragrafo dedicato al lavoro precario in generale si potesse porre l'accento sul fatto che, fermo restando la necessità della flessibilità per le aziende, i governi che si sono succeduti si sono resi complici attivi della precarietà ad oltranza.
Vale a dire che se si sostiene la flessibilità ma non le persone che di questa flessibilità sono gli strumenti si condanna inevitabilmente queste persone a una vita miserabile e a una nulla dignità di lavoratori.

e aggiungo: è triste ma soprattutto preoccupante constatare che uno Stato che da me pretende tasse fino all'ultimo centesimo non mi garantisca almeno in minima parte la difesa e la dignità di un salario almeno sufficiente.

ciao
paola

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« Risposta #28 inserito:: Giugno 29, 2008, 04:59:56 pm »

Nel tuo documento hai fatto riferimento ai servizi, e questo mi fa venire in mente un altro sottobosco di lavoratori poco noti: mi riferisco proprio  a quelli che garantiscono i cosiddetti "servizi". Assistenza agli anziani o ai disabili (fisici e mentali), servizi di pre-post scuola, educatrici degli asili nido. Servizi che vengono erogati in genere su appalto da aprte di cooperative, e gli operatori che vi lavorano hanno un ulteriore tipo di contratto che è quello di "socio di cooperativa".
La situazione è qanto mai complicata, in quanto, in particolare nel caso dell'assistenza ai disabili c'è uno svilimento della figura del professionista, e nello stesso momento uno sfruttamento dell'operatore non qualificato. SI parte dall'assistenza stretta, intesa nel senso di movimentare il malato, prestare opera di "pulizia" imboccarlo e simili, a competenze che di fatto dovrebbero essere affidate a personale qualificato (con relativo diploma se non in alcuni casi anche laurea), la cui figura viene di conseguenza svilita. Spesso chi fa assistenza ai disabili si trova a svolgere mansioni da educatore. In molti casi lo fanno anche bene ma, se da una parte chi ha il titolo di studio per svolgere tale mansione non è interpellato e si vede defraudato da una possibilità di lavoro, dall'altra chi svolge di fatto tali mansioni, non essendo qualificato è remunerato di conseguenza: a tutti gli effetti fai l'educatore ma vieni pagato come assistente. Per l'assistenza di base poi, è prevista comunque una qualifica, ma la maggior parte delle vlte chi fa l'operatore non ne è in possesso. In poche parole il lavoro viene svolto a bassissmo costo da persone non qualificate, anche se con ottimi risultati. Il danno è duplice: chi è qualificato non lavora, chi non lo è fa un lavoro sovrastimato e mal pagato.
Nel caso degli educatori di asilo nido è il caos: spesso il servizio è fornito da cooperative, pur essendo il nido un servizio comunale, ed in molti casi si trovano a lavorare fianco a fianco educatrici "di ruolo" ed educatrici di cooperativa. Che hanno uguale mansione ma trattamento molto diverso, anche sul piano remunerativo, oltre che in stabilità. Il che crea non pochi problemi nell'esercizio delle funzioni di entrambe le figure: come pèuò lavorare serenamente chi si sente precaria, sapendo di svolgere lo stesso lavoro della collega che è invece inquadrata in maniera stabile?
Su tutto questo grava lo "stipendio". In genere i "soci di cooperativa" sono pagati ad ore, e pur firmando un contratto con un definito numero di ore, non sempre queste riescono ad essere coperte: su un contratto da 26 ore spesso se ne coprono solo 21, e non per indisponibilità del socio. Di solito la paga oraria di questi lavoratori è di 6 € circa.
Scusa se ho mess oaltra carne a cuocere, ma è una situazione molto particolare quella di chi lavora nell'ambito de i"servizi alla persona", e mi premeva metterla in risalto.
Per il resto il tuo lavoro mi sembra molto chiaro e completo.
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« Risposta #29 inserito:: Giugno 29, 2008, 11:41:30 pm »

Devo purtroppo spezzare in due il post per il limite massimo di dimensione. Ringrazio i suggrimenti che sono giunti con molta precisione. Ora forse dovremmo darci un tempo in cui concludere l'elaborazione altrimenti rischiamo di girare sempre intorno.

(Prima parte)
La proposta di detassazione degli straordinari ha sollevato grande clamore ed è stata invocata come misura di ridistribuzione efficace del reddito prodotto e di interesse per le sorti sociali ed economiche del Paese.
Noi non la pensiamo così, pensiamo che dietro questa proposta ci sia una concezione non aderente alle necessità di una società moderna e che tenda più che altro a garantire la redditività massima del capitale investito, col minimo rischio a danno di tutta la società.
Poniamo una forte affermazione di valore:
“Tutte e tutti avremmo diritto a non dover lavorare oltre le otto ore per poter vivere, e non sopravvivere.E’ priorità dare dignità e valore ai salari in generale.”

Per una riflessione partiremmo dall'enunciato della proposta governativa.
Detassazione straordinari
Al fine di incrementare la produttività del lavoro, nel secondo semestre 2008 a partire dalla busta paga di luglio, lo straordinario e i premi di produttività dei dipendenti nel settore privato sarà tassato del dieci per cento. La misura è valida per i redditi non superiori a 30 mila euro. Il provvedimento è stato emanato in via sperimentale e dura fino a dicembre 2008.
Cerchiamo una esemplificazione individuando le parole chiave.
  • a)   Reddito inferiore ai 30.000 euro.
  • b)   Tassazione degli straordinari al 10%.
  • c)   Tassazione dei primi legati alla produttività al 10%.
  • d)   Tetto massimo del reddito con tassazione ridotta 3.000 euro.
Rivedendo gli scaglioni IRPEF interessati abbiamo una massimo ammontare di:
390 per i redditi più bassi fino a 15.000 euro
510 per i redditi fino a 28.000 euro
760 per i redditi oltre i 28.000 euro
Insomma dai 32 ai 63 euro circa mensili.
Quindi l’intervento vale circa da un terzo alla metà del valore indicabile come perdita del potere d’acquisto per inflazione.
Questo provvedimento avrebbe 2 obiettivi: ridistribuire ricchezza per le famiglie in crisi e migliorare la produttività. La leva sarebbe quella della motivazione sul lavoro ed il riconoscimento del merito.
Veniamo al primo punto: ridistribuzione della ricchezza.
E' un po' difficile pensare che anche i 62 euro mensili in più possano dare serenità e far riprendere slancio alla domanda. Siamo in un mercato unico europeo, un'unica moneta e prezzi al consumo molto più allineati che nel passato.
Allora dobbiamo guardare al gap delle retribuzioni italiane rispetto a quelle dell'area euro.
Se guardiamo le statistiche delle retribuzioni medie sono necessarie cifre moltiplicate di un fattore cinque.
Inoltre una parte dell'incremento retributivo in busta paga prospettato è legato a dei meccanismi in cui contano molto fattori di scelta imprenditoriale, investimenti sul prodotto, sull'ammodernamento del ciclo produttivo, scelte strategiche dell'azienda, in cui il dipendente di solito non mette nulla di proprio. Ci riferiamo ai premi di produttività e spesso questi non sono contemplati per le piccole e medie imprese.
Allora tutto è legato al riconoscimento degli straordinari, cioè il raggiungimento del riconoscimento economico previsto dal provvedimento è legato solo all'allungamento dell'orario di lavoro.
Tutto si gioca sul costo del lavoro, ancora oggi. Abbiamo il costo del lavoro fra i più bassi in Europa, l'economia è asfittica ed ancora la nostra classe dirigente punta a salvaguardare il profitto col minimo capitale investito.
Dietro questa proposta si cela anche una forte discriminazione di genere.
Si propongono tagli di tassazione a scapito dei servizi sociali, come si spera che le donne possano vivere completamente la propria vita e contemporaneamente poter accedere alla maggiore remunerazione degli straordinari?
Si cerca di massimizzare i profitti anche nei servizi aggiudicando prestazioni di alto valore sociale con il solo criterio del costo più basso, estromettendo chi si è preparato per poter svolgere tali attività in favore di chi non ha preparazione per poter accudire una persona non autonoma o un alunno della scuola dell’infanzia..
E' solo il culmine di una manovra tutta tesa ad impoverire ulteriormente le nostre tasche e la nostra vita.
Da anni vediamo sminuire la dignità di molti individui, che sospirano giorno per giorno non un impiego degno della propria persona ma un impiego come mera sussistenza di una vita senza speranze.
E’ inaccettabile che si sostenga solo la necessità di una flessibilità compatibile con i meccanismi di mercato oggi in essere e non della dignità delle persone, degli individui che devono vivere una loro vita come semplici strumenti di meccanismi alienanti.
Circa il significato che oggi dovrebbe avere un diverso rapporto fra produttività e retribuzione per favorire il merito citiamo un interessante articolo di Fabrizio Montanari (Università di Modena e Reggio Emilia) su Ticonzero per individuare alcuni spunti.

Citazione di: Fabrizio Montanari in Ticonzero

1 – L’importanza dei sistemi di incentivazione
La retribuzione monetaria ha tradizionalmente assunto il ruolo di bilanciare la relazione di scambio tra i lavoratori nella loro prestazione d’opera e le imprese nella remunerazione dello sforzo del lavoro ricevuto. Il sistema retribuito, o premiante, occupa una posizione centrale come elemento regolatore delle relazioni tra persone ed organizzazioni, le cui risultanti possono essere interpretate almeno rispetto a tre distinte visioni:
• un rapporto di scambio economico, nella sua versione più semplice di
• scambio tra lavoro e remunerazione;
• un rapporto di scambio psicologico attraverso il quale si definiscono e si regolano le attese reciproche, con particolare riferimento ai principali diritti e doveri;
• un rapporto di appartenenza che definisce i prestatori di lavoro come membri dell’impresa e persone che compongono il soggetto economico dell’impresa stessa.
Qualunque sia l’interpretazione di fondo del rapporto tra persone ed organizzazione, è indubbio che esso contenga una relazione di scambio regolata dal sistema premiante. Le variabili di base dei sistemi di remunerazione sono riassumibili in tre classi: i contributi forniti dal prestatore di lavoro all’impresa; le ricompense ottenute; gli algoritmi di correlazione tra contributi e ricompense, ossia le logiche di parametrazione dei contributi rispetto alle ricompense.
Tanto in letteratura quanto nella pratica manageriale si sono sviluppati negli anni numerosi studi ed approcci volti ad individuare le logiche che permettessero un più equo, efficace ed efficiente legame tra contributi erogati ed incentivi offerti.
Il tema del rapporto tra comportamenti individuali e sistema di incentivi è di grande attualità. Negli ultimi anni, numerosi libri e articoli hanno enfatizzato l’importanza del fattore umano per il successo delle organizzazioni: le aziende che vogliono avere successo nei mercati globali devono dotarsi di un adeguato capitale umano con abilità, competenze e capacità migliori rispetto a quello dei propri concorrenti (e.g. Cappelli, 1999; Pfeffer, 1994, 1998). Il riconoscimento della centralità delle persone nella determinazione del vantaggio competitivo conduce ad una maggiore attenzione alle pratiche di gestione delle risorse umane, soprattutto ai sistemi retributivi. Questi ultimi, infatti, rappresentano uno degli strumenti più importanti per attrarre, trattenere e motivare le persone con le caratteristiche idonee al perseguimento degli obiettivi aziendali (Costa, 1997). I sistemi di incentivi costituiscono anche un potente mezzo per allineare gli obiettivi individuali con quelli organizzativi, minimizzando fenomeni di azzardo morale o selezione avversa (Eisenhardt, 1989, Roberts, 2007). In altre parole, attraverso l’implementazione di adeguati sistemi di incentivi è possibile ridurre il potenziale di opportunismo e allineare i comportamenti individuali con quelli desiderati dall’organizzazione.

Quindi ad un nuovo modo di intendere il rapporto lavoratore impresa i saggi nostri governanti oggi puntano tutto sul capitale lavoro e nulla sugli investimenti per migliorare sia la redditività del prodotto, sia la capacità produttiva per ora lavorata, sia la costruzione di una migliore collaborazione lavoratore – impresa.
Sono interessanti il ruolo dei diversi livelli di contrattazione e delle organizzazioni dei lavoratori.
Sarebbe interessante proporre forme contrattuali di riconoscimento:
•   sia del raggiungimento dei risultati previsti aziendali generalizzato a tutti i dipendenti;
•   sia il riconoscimento per coloro che hanno espresso migliore professionalità.
Per il secondo bisognerebbe introdurre criteri di valutazione che oltre al raggiungimento di obiettivi individuali misurabili, comprenda anche la valutazione che questi non siano conseguiti solo con l'allungamento dell'orario di lavoro. Cioè privilegiare la creatività e la capacità di innovazione e non la sola disponibilità oraria.
Per le azienda di piccole dimensioni ed a alto contributo di contratti atipici, precari o flessibili, c'è bisogno di una rappresentanza sindacale al tavolo delle trattative a prescindere dalle tessere presenti.
Questi criteri affiancati a leve di tipo fiscale che favoriscono un innalzamento del contributo professionale nella produzione dei beni e servizi, alla creazione di strutture (agenzie) di coordinamento orizzontale (territoriale) e verticale (per categoria merceologica) per favorire la ricerca ed innovazione può portare alla riduzione del gap retributivo fra l'Italia ed il resto del mondo avanzato.
Non parliamo poi dell'esclusione degli statali dalla riduzione del carico fiscale sugli straordinari.
Emergono per gli statali ci sono due pregiudizi:
•   che gli statali siano lavoratori di serie B;
•   che ci sia un'intollerabile visione di condanna per chi non ha mezzi propri per acquisire i
servizi offerti dallo stato, per cui si offre il servizio meno valido possibile (un'autentica esclusione di cittadinanza per chi non è ricco).
(continua)
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