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Autore Topic: GIANNI BAGET BOZZO.  (Letto 9430 volte)
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« Risposta #15 il: Marzo 09, 2009, 10:33:01 »

9/3/2009
 
L'altra Africa di Papa Benedetto
 
GIANNI BAGET BOZZO
 
Con la prossima visita di Ratzinger in Camerun e in Angola, la Chiesa affronta un grande orizzonte aperto e una fondamentale opportunità.

Il viaggio per visitare le Chiese e le genti fu la forma propria del pontificato di Giovanni Paolo II. E il culmine spirituale del viaggio era l’incontro con il popolo, dove il grande comunicatore riusciva a fondersi, con la sua sola presenza, nello spirito delle comunità che visitava.

Il viaggio non è la manifestazione propria del papato di Benedetto XVI. Egli vuole compiere un’opera dottrinale dando forma cattolica a tutte le acquisizioni fatte dall’esperienza ecclesiale dopo il Concilio Vaticano II. I viaggi papali di Benedetto hanno dunque un aspetto dottrinale: cercano di dare l’interpretazione autorevole al modo di essere ecclesiale dei Paesi visitati. E questo avviene in tempi culturalmente densi e imprevedibili, in cui la figura storica del Moderno cessa di essere la chiave di lettura del futuro. La dottrina consente alla parola del Papa di essere certezza laddove il futuro non è più la finalità del presente.

Ora Benedetto XVI va in Africa: nel Camerun e nell’Angola, nella costa occidentale di quel continente, dove compare una qualche forma di sviluppo per il mondo africano, lontana dall’oscurità della costa orientale, dove il Sudan e la Somalia mostrano il volto di un’Africa segnata dalla violenza islamica e dagli scontri che essa produce. L’Angola che il Papa visita è stato a lungo una terra di conflitti in un altro tempo, quello della lotta tra mondo occidentale e mondo sovietico, espressa nelle due figure di Eduardo dos Santos e di Jonas Savimbi.

L’ombra di Pechino
L’Africa che Benedetto visita è quella in cui è giunta l’ora della Cina. Pechino, nella ricerca delle materie prime necessarie al suo sviluppo che sembra non avere confini, si insedia con le opere pubbliche, i finanziamenti, le sue comunità all’interno del mondo africano, e fa sì che l’influenza delle potenze ex coloniali, e degli Stati Uniti che le hanno sostituite, non sia più un riferimento incontrastato per i governi e per i popoli. L’ombra asiatica si estende sull’Africa sub-sahariana e la Cina diventa l’attore più rilevante per lo sviluppo civile di quei Paesi.

Ma il Papa trova anche i problemi sorti dall’incontro tra la cultura tribale e animistica africana e l’annuncio cristiano. L’impiantarsi del cattolicesimo europeo in condizioni così diverse ha dato luogo prima a un eccesso di assimilazione all’Europa e poi a un eccesso di inculturazione nei costumi africani. Sono nate così liturgie colorate di africanità e la concezione cristiana del matrimonio si è scontrata con quella tribale, per la quale la convivenza degli sposi precede il consenso nuziale.

La forza dell’Islam
La secolarizzazione avvenuta in Occidente, e nello stesso mondo cattolico, spinge le missioni in Africa a ritenersi avamposti dello sviluppo economico più che dell’evangelizzazione e della fondazione ecclesiale. Anche qui il Papa si troverà di fronte l’altra grande forza che è presente in Africa, cioè l’Islam. Basta ricordare il conflitto nigeriano, che ha opposto cristiani e musulmani in lotta armata tra di loro, per comprendere che la convivenza delle religioni non produce pace ma può generare conflitto.

Benedetto XVI esprimerà qualcosa della densità storica del mondo che visita: lo farà portando a Yaoundé, in Camerun, l’instrumentum laboris, cioè il programma del prossimo Sinodo dei vescovi sull’Africa. L’Africa è un grande orizzonte aperto di fronte alla Chiesa ed è una fondamentale opportunità, un nuovo spazio di esistenza nel mondo. Proprio a Joseph Ratzinger si deve la resistenza alle varie teologie che sostenevano l’inculturazione radicale della fede e facevano dell’America Latina come dell’Africa il luogo di lettura dell’evento cristiano. Papa Benedetto produce discussioni nella Chiesa, ma non vediamo nascere alternative alla sua forma cattolica del linguaggio ecclesiale.

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« Risposta #16 il: Marzo 17, 2009, 03:48:55 »

17/3/2009
 
Se questo è un Papa debole
 
GIANNI BAGET BOZZO
 
Un Papa che ammonisce una vasta corrente episcopale accusandola di essere motivata dall’odio non è un Papa debole. Esercita in pienezza il carisma petrino e ricorda le parole sulla «sporcizia» della Chiesa, che da cardinale indicò nella cerimonia penitenziale romana negli ultimi giorni di Giovanni Paolo II. Ora accusa dei vescovi d’«avere bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza, contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio». Significa che una parte dell’episcopato ha visto la comunità di Econe un capro espiatorio contro cui affermare la propria identità. E Benedetto ha visto se stesso oggetto di quest’odio. Se qualcuno osa avvicinarsi a Econe, anche se è il Papa, «perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo». Non si può chiamare debole un Papa che rivolge l’accusa di avere l’odio come mezzo d’identità a grandi correnti episcopali e teologiche, a una cultura cattolica dominante. Non lo si può descrivere con l’immagine di un teologo raccolto nei libri e inteso a scrivere la vita di Gesù. Benedetto non è un Papa teologo, è un Papa spirituale che usa radicalmente il carisma di Papa come potere profetico rivolto alla Chiesa universale.

Ma la cosa più grave che il Papa ha detto è d’aver avuto soccorso dagli amici ebrei che l’«hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e fiducia» verso una persona il cui lavoro teologico era stato rivolto fin dall’inizio con un ruolo di protagonista a promuovere «tutti i passi di riconciliazione per cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio». Un aiuto che non è giunto al Papa dall’Israele spirituale, la Chiesa, gli è giunto dall’Israele carnale, le autorità dell’ebraismo e dello Stato d’Israele. È singolare questa congiunzione che si è posta tra il mondo ebraico e l’autorità spirituale del Papa romano. Ciò dà un quadro nuovo al lungo pellegrinaggio del Papa in Terra Santa, in cui i temi del rapporto tra Israele e la Chiesa saranno posti in piena luce. Ma la forza di papa Benedetto verso coloro che vedono il Vaticano II una rivoluzione nella Chiesa tesa a recepire il moderno come rifondazione dell’esistenza storica del cattolicesimo sino ad annullare il concetto stesso di cattolicesimo, sta nel fatto che la congiuntura intesa come il «segno dei tempi» da Giovanni XXIII è crollata nei fondamenti ed è rimossa dalla realtà. La grande abdicazione della Chiesa di fronte alla modernità ha situato la corrente progressista modernista fuori dai nuovi segni dei tempi: l’avvento della tecnica, la via del razionalismo, l’eclissi della filosofia moderna, la società mondiale, l’emersione dell’Islam e delle potenze dell’Asia.

Il Vaticano II si muoveva nella società eurocentrica nel secondo millennio, il terzo millennio vede altri tempi. Se la Chiesa d’oggi s’inginocchiasse dinanzi al mondo non troverebbe alcun mondo disposto a raccogliere l’omaggio. Il riallacciamento della Chiesa postconciliare con la Chiesa dei millenni è la condizione per cui la Chiesa può fondarsi in Dio e non sull’egemonia delle opinioni. Non è finita la storia, ma la storia del ‘900 è sicuramente finita. Per questo il Papa pone a tutta la Chiesa, e anche a Econe, di fare un gesto di fiducia in lui, che ha espresso da teologo, da cardinale e da Papa, la continua fondazione della Chiesa nella Tradizione e nella sua fedeltà al Cristo vivente in essa. I colloqui tra Roma ed Econe continueranno e il Papa spera di coglierne il frutto. Se questo è presentato come un Papa debole, vorremmo sapere cosa dovrebbe fare un Papa forte. Se forte vuol dire essere veramente Papa.

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« Risposta #17 il: Marzo 30, 2009, 09:23:40 »

30/3/2009
 
Il Papa in Africa ha ritrovato il senso di dio
 

GIANNI BAGET BOZZO
 
Papa Ratzinger ha trovato in Africa quel consenso di Chiesa e di popolo la cui mancanza ha denunciato nella lettera ai vescovi cattolici. Ha trovato un continente in cui la Chiesa si trova di fronte alla religione tradizionale africana e alla marcia dell’Islam. Si confronta con un mondo ancora religioso, in cui Dio non è divenuto quel concetto impopolare che sta divenendo in Occidente.

L’impegno del Papa è quello di ridare al mondo cristiano e postcristiano il senso di Dio. Egli ha celebrato in Africa una liturgia tradizionale che ha consentito una presenza del modo africano di esprimere la gioia e la partecipazione al culto con il canto e la danza, ma che è rimasta nel quadro del mistero cristiano celebrato secondo la tradizione della Chiesa cattolica. Si avverte sempre nelle sue parole il linguaggio dei Padri della Chiesa del primo millennio, in cui la vita divina comunicata dal Cristo nel mistero trinitario dà all’esperienza ecclesiale il senso del mistero e della mistica, il sapore dell’eternità nel tempo. La teologia contemporanea ha tolto al linguaggio cristiano le ricchezze della sua escatologia. L’anima cristiana non ha più parole e l’escatologia finale della resurrezione non ha più linguaggio. Rimane l’esperienza del mistero della Chiesa nel tempo. È attraverso il culto che il sapore dell’eternità entra nella vita cristiana e fa dell’evento cattolico non solo una partecipazione sociale ma l’esperienza del mistero divino della Trinità.

La centralità della liturgia spiega la volontà del Papa di riportare la liturgia tradizionale nel cuore della Chiesa, perché tutta la ricchezza del mistero che essa conservava si riversasse sulla vita della Chiesa, ritrovando il linguaggio del sacro, che non è la negazione, ma l’accesso al mistero e alla mistica. Una lettura comunitaria, umana e puramente sociale aveva pesato sulla nuova liturgia, intesa come una forma di socializzazione conviviale, con la fine del linguaggio del sacro che esprimeva la diversità del tempo e dello spazio in forma comunitaria. Il primo disegno di riforma conciliare era quello di riportare il mistero e la mistica alla dimensione comunitaria, senza negare la ricchezza della mistica personale che aveva arricchito la Chiesa nel secondo millennio cristiano.

La Chiesa ha conosciuto un periodo di secolarizzazione legato alla storia del ’900 e alla modernità. Ma si trova ora di fronte a un altro periodo, quello in cui la scienza e la tecnica costituiscono un nuovo universo, in cui la dimensione del Dio creatore sembra non avere alcuna parte e in cui l’uomo appare un frutto di una evoluzione puramente immanente. La negazione comunista di Dio, l’ateismo di Stato, costituiva una testimonianza indiretta al Dio negato e rendeva possibile un’esperienza religiosa motivata proprio dalla negazione di essa. Oggi non basta più la dimensione sociale del Cristianesimo, la sua capacità di parlare dei poveri e degli emarginati, la potenza della sua compassione, a motivare la realtà della fede. Per questo papa Ratzinger mette così l’accento sul problema di Dio di cui la Chiesa rimane nel tempo dell’Occidente la testimonianza e il segno. Il linguaggio su Dio, e non quello sulla vita, è il tema principale che la potenza cosmica della conoscenza umana, l’invadenza della sua tecnica, l’incertezza delle conseguenze sociali del suo processo pongono alla Chiesa.

È il pericolo di una nuova totalità che esclude l’eccedenza dello spirito e della libertà, quindi della persona, nella vita sociale, una riforma più radicale dell’uomo nella dimensione di un corpo plasmabile dall’intervento dei tecnici del settore. Anche in Africa il Papa ha trovato questo mondo. Ma ha incontrato altresì il senso religioso dei popoli e ha potuto dare parole al linguaggio della giustizia rivolto, in nome dell’Africa, verso il mondo sviluppato, senza incorrere nei rischi della teologia della liberazione dell’America Latina. Il popolo africano è troppo diviso e oppresso per poter rigenerare ideologie ormai estinte.

In Africa il Papa ritrova il linguaggio su Dio nel modo della religione, della sua presenza e del suo significato che dà senso alla realtà. Nel momento in cui l’opinione pubblica e la politica occidentale lo pensano solo e fuori del proprio tempo, le Chiese africane lo accolgono come espressione del loro tempo, che è anch’esso un tempo del mondo. Ed è quindi motivato dai popoli tribali a parlare il linguaggio della libertà e della giustizia di fronte al potere della nuova totalità della scienza e della tecnica.

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« Risposta #18 il: Aprile 09, 2009, 11:05:27 »

9/4/2009
 
Cina, la porta in faccia al Papa
 
 
GIANNI BAGET BOZZO
 
Con la lettera ai cattolici cinesi Papa Benedetto aveva cercato di superare la divisione dei cattolici cinesi in due chiese: l’una clandestina in comunione con la sede romana, l’altra legittimata dal governo di Pechino come chiesa nazionale. La lettera voleva evitare che la clandestinità apparisse come una scelta della Chiesa, come se essa non riconoscesse la legittimità del governo di Pechino. Voleva evitare che la Chiesa apparisse come estranea alla grande crescita della società cinese che il regime capitalista comunista aveva pur determinato.

Con il documento papale la Chiesa accettava il controllo dello Stato cinese nella nomina dei vescovi, che però rimanevano in comunione con Roma. Il comunismo cinese non è come quello sovietico radicato in una lettura marxista della storia occidentale. È un regime di fatto che pretende soggezione ma non esercita un fascino ideale tra i credenti come accadde in Occidente. Per questo Roma accettava il fatto del controllo del governo di Pechino sulla nomina dei vescovi cattolici. La commissione per la Cina, riunitasi in Vaticano per esaminare la situazione creata dalla lettera del Papa, ha dovuto constatare che nulla era cambiato, continuava la persecuzione contro la Chiesa clandestina e quella ufficiale non dava segni di riconoscimento della giurisdizione romana.

Lo sviluppo economico può dar vita a una domanda di tipo religioso, a compensazione delle energie spirituali liberatE dalla soggezione al bisogno materiale. Le autorità cinesi temono il superamento di quella massificazione nell’essere generico del comunismo cinese e pensano che il rifiorire di esigenze religiose sia la prima forma che prende la domanda umana di libertà. La memoria di Tienanmen, quando il liberalizzatore economico della Cina, Deng Siao Pin, si mostrò inflessibile contro la libertà politica e intellettuale rivendicata dagli studenti, è ancora nella memoria del governo cinese. Il timore che la domanda religiosa, soprattutto la domanda religiosa cristiana, sia un prodromo della libertà occidentale fa sì che anche una Chiesa cattolica che accetta la nomina dei vescovi da parte del regime cinese sia egualmente un pericolo per la cultura massificata che costituisce l’orizzonte senza orizzonte della società cinese.

Il nesso tra Cristianesimo e libertà politica che in Occidente viene negato con la rimozione delle radici cristiane della civiltà occidentale, appare così confermato dal timore che il regime cinese, fondato nella massificazione ideale del popolo e delle persone in un marxismo pietrificato, ha dell’emergenza spirituale del fatto religioso. E, in particolare, del fatto religioso cristiano e cattolico.

Il comunismo cinese ha mostrato che una massificazione dell’uomo è compatibile con il regime capitalista e consente una nuova singolare edizione dell’economia di mercato. Ma il passaggio dall’economia di mercato a una società liberale non avviene, il nesso tra capitalismo e liberalismo viene negato dal più grande successo che l’economia di mercato abbia avuto in Asia.

La libertà non è un fatto che la condizione umana porti in se stessa, è il fatto cristiano che fa la differenza perché veicola il tema della divinità della persona nella figura di Cristo. Per questo il tentativo di papa Benedetto di accettare la perdita del controllo romano sulla nomina dei vescovi cinesi non ha avuto seguito.

Dove non ci sono le radici cristiane, la libertà spirituale, da cui conseguono la libertà civile e la libertà politica, non alligna. La libertà occidentale è un frutto della storia, non nasce dalle costrizioni della condizione umana. Per questo il regime comunista cinese ha vinto a Tienanmen, ha fatto della negazione della libertà politica la condizione del successo economico capitalistico del regime nato dal comunismo utopico di Mao Tze Tung. Forse proprio il maoismo nella sua idea di cambiare gli istinti profondi della natura umana è stato la maggiore influenza della cultura cristiano occidentale sulla cultura cinese.

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« Risposta #19 il: Aprile 22, 2009, 04:39:38 »

22/4/2009
 
Il Papa che produce conflitto
 
 
GIANNI BAGET BOZZO
 
Papa Benedetto entra nel quinto anno di pontificato. I tempi cambiano, anche per la Chiesa. Non sono più quelli di Giovanni Paolo II. Il Papa polacco esprimeva in sé la duplice lotta al nazismo e al comunismo, i due volti dello Stato totalitario che s’erano incrociati contro l’Occidente e contro la Chiesa, determinando una solidarietà tra Chiesa e Occidente. Essi hanno valso al papato romano un tempo di considerazione e di rispetto: da Pio XII in poi, ha conosciuto un riconoscimento che prima gli era stato negato. Oggi nel mondo occidentale si afferma un ateismo assai diverso da quello comunista che vedeva nella Chiesa un avversario religioso. Vi è un altro ateismo che vede la Chiesa irrilevante e le sue parole non legittime nel discorso pubblico perché legate formalmente a una fede che trascende la ragione. La tecnologia crea un universo in cui la natura diviene parte degli strumenti umani e il divino un limite alla potenza della ragione. Non essere inclusi nella comunicazione vuol dire essere esclusi dal mondo, non poter più esprimere messaggi non conformi alla logica del sistema. Non c’è l’oppressione delle persone, almeno in Occidente, ma vi è la neutralizzazione del messaggio. La Chiesa può reagire accettando di rimanere una nicchia della società ed esprimere il suo linguaggio in modo non alternativo alle concezioni dominanti, riducendo il suo messaggio nei limiti di ciò che è comunemente accettato e da tutti riconosciuto. Questa è la condizione della Chiesa in molti paesi occidentali.

Il Papa è un’autorità storica in Occidente, può dare l’identità alle Chiese a cui l’autorità è sottratta dalla comunicazione dominante. Ciò può risultare scomodo agli stessi credenti che preferiscono un accomodamento col mondo che li circonda e diventare anonimi nel conformismo. Papa Ratzinger ha scelto la via di contraddire il mondo, di rompere il cerchio magico della comunicazione, di parlare un linguaggio in cui Dio sia riconosciuto come fondamento dell’uomo e l’uomo come sua immagine. È un’estensione del sacro al corpo che il Papa esprime, dando continuità al magistero della Chiesa e accettando il conflitto con le opinioni dominanti. Costituisce così un’eccezione che costruisce le ragioni ultime di quella libertà per cui l’Occidente è nato. È l’antica lotta tra Babele e Gerusalemme. Non a caso Ratzinger ha costruito la sua storia intellettuale valorizzando la connessione tra Roma e Gerusalemme. Il Cristianesimo, per non svanire nell’irrilevanza che il nuovo ateismo imporrebbe, deve mantenere la differenza cristiana che non è la morale ma una fede. Il Papa ha prodotto un conflitto ma era nelle cose, la Chiesa l’ha raccolto nella sfida del mondo.

La Chiesa riconosce la potenza della tecnica e la vocazione umana a possedere il mondo. Vuole solo salvare il principio che l’uomo non perda se stesso nella costruzione della sua opera e non mantenga la diversità tra il suo essere e il suo agire, tra il suo spirito e la sua azione. L’Occidente è un frutto del Cristianesimo e la società della comunicazione e della tecnologia lo è anch’essa. La Chiesa per bocca del Papa intende salvare le radici che hanno prodotto il frutto e accetta il conflitto per amore dell’uomo. Vuole che questo messaggio sia pubblico perché Dio è un fatto pubblico, non può essere cancellato né dalla storia umana né da quella dell’Occidente. Se non producesse il conflitto non sarebbe Chiesa, il rischio è che il mondo diventi così forte da rendere impossibile il conflitto e indurre la Chiesa al silenzio. Il papato è conscio che lo stato pubblico della Chiesa appartiene alla sua missione. Questo crea un conflitto inevitabile ma un conflitto salvifico perché pone la differenza cristiana nella totalità umana, impedisce che essa divenga totalitaria e costituisca un universo chiuso. La ragione può essere totale, la fede cristiana non può che rompere la totalità verso l’infinito. Il Papa fa questo e papa Ratzinger lo fa particolarmente bene.

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« Risposta #20 il: Maggio 08, 2009, 03:38:32 »

Oggi Baget Bozzo è mancato.
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« Risposta #21 il: Maggio 10, 2009, 05:54:35 »

Zorro

di Marco Travaglio 


Pompe funebri



Don Gianni Baget Bozzo avrebbe meritato necrologi un po’ più somiglianti. Ma, si sa: chi nasce è bello, chi si sposa è buono e chi muore è santo. Ora, che il defunto sacerdote fosse santo, è possibile: le vie del Signore sono infinite. Ma che fosse un «genio» o un «eretico», come l’han compianto in molti a destra al centro e a sinistra (infatti era stato, talora contemporaneamente, di destra, di centro e di sinistra), sussiste qualche dubbio. Il «genio» è stato il cappellano di tutti i peggiori soggetti della I e della II Repubblica: Tambroni (uomo dell’asse Dc-Msi), Craxi e Berlusconi. L’«eretico» fu sospeso a divinis non certo per posizioni irregolari, ma perché si era fatto eleggere due volte eurodeputato nel Psi. Campionissimo di conformismo, fu con la destra cattolica e democristiana negli anni 50, col Pci negli anni del sinistrismo imperante, con Bottino Craxi negli anni 80 della Milano da bere e dell’Italia da mangiare, poi con Al Tappone. Senza dimenticare il flirt manipulitista nel 1992-’94 («Di Pietro impressiona per la sua dignità, il suo riserbo, la sua schietta popolanità. È una persona in cui gli italiani credono, ma in lui come pubblico ministero, come uomo del dovere quotidiano, di cui il paese vive»). Il tipico intellettuale italiano: sempre a corte, sempre dove tira il vento, sempre dalla parte del potere politico e culturale.

Diceva, restando serio, di sentire le voci dello Spirito Santo, che lo guidava nel suo zig-zag politico e gli suggeriva concetti del tipo: «Craxi è come Cristo sul Calvario» o «Berlusconi è l’Uomo della Provvidenza».

Una prece.

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