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Autore Topic: MONDO DONNA N° 1  (Letto 57431 volte)
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« Risposta #180 il: Agosto 22, 2009, 11:19:22 »

Benedetta Barzini: alcuni indizi sul mutismo delle donne

di Benedetta Barzini


Nel ragionare sui punti toccati con estrema lucidità da Nadia Urbinati e nel chiedersi il perché del silenzio delle donne italiane forse vi sono indicazioni (o indizi) precisi di cui tenere conto.

La bulemica apatia che ha dilagato fra la gente non ha né sesso né età. Il silenzio della popolazione femminile è evidenziato dal fatto che la componente più emancipata si è rifugiata nel preoccuparsi delle proprie sembianze invece di agire/reagire nel sociale (il centinaio di pubblicazioni «femminili» che dettano legge su come essere belle è la prova di un’abnegazione rispetto al pensare con la propria intelligenza).

-  Le organizzazioni femminili d’un tempo (per esempio l’U.D.I., l’Unione donne italiane) si sono sciolte, forse a ragione, ma ciò indica l’inizio di un diverso percorso di riflessione.

- L’allergìa al divenire «pubblici» – l’esposizione ai media, molto diversa oggi dagli anni 70 in cui si era fortemente gruppo, potrebbe spaventare.

- Nel rivendicare («il corpo è mio e me lo gestisco io») si afferma sperequazione e ineguaglianza. Ma perché dovrebbero essere le donne a manifestare contro le violenze subite e contro lo sfacelo dei valori e non invece gli uomini? Le donne chiedono il permesso dei loro diritti più elementari al maschio da loro stesse educato a diventare il «nemico».

- I tempi della Storia  sono lunghi. Le donne in Italia hanno attraversato la fase della «denuncia» – ora siamo in quella del districarsi nella complessità della consapevolezza. Le fasi della presa di coscienza sono diverse in ogni cultura: di sicuro questi sono i tempi in cui il femminile inizia a esistere.

- L’attuale «rassegnazione» porta a pensare alla Storia del Paese più giovane d’Europa (neanche 150 anni…) e cosa ne consegue dal punto di vista dell’incapacità di avere un senso civico emancipato.

- Il pasticcio di una democrazia in dissolvenza è causato dall’antropologica vittoria (ancora tale quale) della forza (fisica, economica, ideologica) del maschile. I tempi per dissolvere tutto questo, inclusa l’idea di un Dio fortemente maschio, sono secolari. Ci vuole comprensione e pazienza.

17 agosto 2009
da unita.it
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« Risposta #181 il: Agosto 22, 2009, 11:20:01 »

Il commento di Serena Dandini

di Serena Dandini

Nell’apatia dei trenta gradi all’ombra, aspettando l’autunno e l’estrazione del super enalotto, le parole di Nadia Urbinati su l’Unità del 12 Agosto ci hanno dato una scossa elettrica più urticante della medusa assassina. «Dove sono le donne?» si chiede l’impertinente filosofa allieva di Bobbio. E perché rimangono silenziose davanti al declino morale della politica e della società italiana, degrado che le vede non solo vittime ma ahimé spesso complici e protagoniste attive di un decadimento sociale che riporta in vita odiosi stereotipi femminili che speravamo di aver seppellito per sempre. In effetti, non ci avevo pensato, che fine hanno fatto le italiane? Non saranno tutte rinchiuse nei bagni di Palazzo Grazioli in attesa del loro turno? E poi quanti bagni ci saranno mai a Palazzo Grazioli? Se è per questo ci sono anche le toilettes del ministero degli esteri e quelle della Rai, il paese è pieno di anticamere dove ripassarsi il rossetto prima di affrontare un colloquio di “lavoro”, con mamma che aspetta a casa per sapere com’è andata. «Tutto a posto, mà, mi hanno preso, e mi è costato solo una palpatina, alla mia amica è andata peggio ma si è beccata anche un seggio elettorale». E le mamme dove sono? Anche loro, come noi, eredi delle lotte femministe ad un certo punto si sono confuse e hanno scambiato l’emancipazione con una seduta libera di botulino?

Non a caso l’instancabile direttore di questo giornale ci ricorda che ci siamo arrese «…alla docilità, all’apatia, alla disillusione» - in sostanza, nei fatti - alla logica del potere e del suo esercizio. Le donne si comprano. Si usano e si cambiano. Si convocano a decine. Le loro madri le offrono. Le loro insegnanti allargano le braccia e dicono - come quella professoressa del liceo di Noemi - chi non vorrebbe avere un amico importante? Ecco, chi?. Allora è andata. Così fan tutte? Abbiamo perso definitivamente quello straccio di dignità e autostima che le nostre nonne ci avevano consegnato marciando per il diritto al voto? E le zie e le sorelle e le madri che hanno lottato per il divorzio, l’aborto, l’eliminazione del delitto d’onore e il riconoscimento dello stupro come delitto contro la persona e non contro la morale, dove sono oggi? Tutte archiviate sotto l’etichetta “femministe baffone”, donne fuori moda. Essere o non essere trendy, questo è il problema. Meglio tacere per non passare da antimoderne, ed essere relegate nel girone “suore laiche”. Ci ricorda ancora la direttora dell’Unità che siamo nel tempo del silenzio: «Qualche intellettuale di tanto in tanto parla, voce isolata che fa eco nel vuoto». O peggio viene subito etichettata come «moralista/ bacchettona», nuovo insulto di moda che in un ridente dibattito tv si è beccata Emma Bonino da parte del principe dei fori delle tenebre Niccolò Ghedini. Insomma qual è il virus che sta minando l’immagine sociale delle donne italiane? Una volta mogli, madri e femministe integerrime e oggi all’occorrenza anche escort perfette, pronte a tutto pur di accaparrarsi vantaggi sociali, avanzamenti di carriera, o almeno un posticino al sole.

Sembravano fantasmi del passato, come le barzellette sulle maggiorate e invece eccoli di nuovo qui i pupazzi dell’eterna commedia all’italiana: il principale e la segretaria seduta sulle sue ginocchia, il capo-struttura tv e l’attricetta, il politico e la stagista. Affossati da una letteratura più entusiasmante riafforano oggi nelle boutade che fa ridere solo il premier e per contratto tutti i suoi invitati. Il virus è sicuramente potente, la malattia è diffusa e come l’influenza di tipo A gode di un’ottima stampa. Ci ricorda la storica Elisabetta Vezzosi che i periodici più diffusi e i programmi più visti sono riempiti ossessivamente da queste nuove eroine del socialclimbing, ma è una raffigurazione che non rende giustizia alle migliaia di donne che si sono guadagnate posizioni sul campo lavorando sodo per mettere in luce il proprio talento. Sapendo in anticipo che il merito non fa punteggio a questo tavolo da gioco. Sarà silenzioso e poco rappresentato ma esiste ancora un paese immune, un popolo femminile (e anche maschile) allegro e combattivo che non vorrebbe cadere nella trappola e si adopera ogni giorno in quell’assurdo percorso ad ostacoli che oggi si deve affrontare per realizzarsi. Dove sono le giovani donne? Spesso a casa a studiare. O su un charter low-cost dirette verso università straniere che hanno accolto una domanda già ammuffita nel cassetto di qualche barone nostrano.

Possiamo pontificare dall’alto di giornali, talk-show o aule universitarie sulla moralità delle nostre ragazze ma sarebbe più costruttivo spendere tutte le nostre energie per rendere trasparenti i concorsi, le audizioni, i provini, come le anticamere delle redazioni, degli ospedali, delle fabbriche, dei partiti politici e di qualsiasi altro ufficio pubblico o privato. Perché la selezione della classe lavoratrice o dirigente in questo paese, a parte poche eccezioni, è sempre affare di porte chiuse, di accordi segreti, di «do ut des». E se la legge del sopruso e delle raccomandazioni continua a vincere, sarà difficile estirpare l’idea che la strada più semplice e diretta, anche se immorale, non si dovrà percorrere. Sono pienamente d’accordo con la psicologa Simona Argentieri, intervenuta in questo bel dibattitone, quando dice: «Magari si ostenta il proprio scontento, ma non ci si sottrae a tutte quelle collusioni che mantengono in piedi il sistema: egoismi, narcisismi, complicità marginali col potere, clientelismo, omissioni, indifferenza». E più di tutto l’indifferenza che ci frega, ed è l’esempio più scoraggiante e negativo che possiamo offrire alle nuove generazioni che si affacciano alla vita. Dove sono le donne? Se ci siete battete un colpo. Evviva il dibattito.

21 agosto 2009
da unita.it
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« Risposta #182 il: Agosto 22, 2009, 11:20:54 »

"Primo: rompere il silenziatore su ciò che fanno le donne"

di Livia Turco


Ritessere le fila di una forza collettiva e di un progetto condiviso di donne è l’indicazione emersa dall’importante dibattito ospitato de l’Unità in questi giorni. Credo che questa sia la questione fondamentale per rompere il silenzio delle donne. Ma di quale silenzio parliamo? Personalmente l’ho avvertito con disagio quando non abbiamo saputo elaborare politicamente e contrastare in modo efficace l’incredibile intreccio sesso-potere-denaro che ha il suo epicentro nel presidente del Consiglio e che ha umiliato sia le donne che le istituzioni.

Analogo silenzio permane sui temi economico-sociali, dell’immigrazione, della sicurezza, delle questioni etiche. Silenzio paradossale perché su di essi le donne hanno eccellenti competenze e saperi, tessono relazioni, costruiscono ogni giorno, nel lavoro e nella famiglia, fatti e azioni di innovazione e di coesione sociale. Perché allora questo silenzio nella sfera pubblica quando in realtà le donne sono il soggetto economico, sociale e culturale più dinamico ed innovativo nella società?

Tento alcune risposte. C’è il silenzio ma anche il silenziatore su ciò che le donne dicono e fanno. C’è il silenzio ma anche la solitudine di ciascuna che nelle commissioni parlamentari, nei consigli comunali, nell’azienda, nella scuola e in famiglia stringe i denti e va avanti. Il silenzio di chi cerca di comporre gli equilibri difficili di una emancipazione che resta incompiuta. C’è silenzio anche perché ci sono stati e ci sono troppi sordi. Nella politica anzitutto.

Dovremmo pure aprire un dibattito con i nostri uomini, quelli attuali del Pd, quelli che sono stati dirigenti di primo piano dei Ds e della Margherita per chiedere loro conto della pervicace sordità nei confronti della elaborazione politica e culturale delle donne. Dobbiamo anzitutto rompere le solitudini, rimetterci in rete per dare valore al tanto che già stiamo facendo. A partire dai temi urgenti che sono anche quelli di fondo: l’equità, lo sviluppo, l’etica della cura, la convivenza. Dobbiamo rimetterci in moto con una consapevolezza e una ambizione: il berlusconismo come cultura e pratica politica è entrato in crisi.

Noi donne dobbiamo accelerare questa crisi e costruire questa alternativa che non è solo di governo di alleanze e di programmi. Ma di cultura e di senso comune. Di relazioni con le persone e di pratica politica. Alla mercificazione della persona dobbiamo contrapporre la forza delle relazioni umane, all’egoismo il vantaggio della convivenza; al mito del successo la società sobria ed equa; alla solitudine l’etica del prendersi cura. Sono questioni su cui le donne sono maestre. A partire da qui possiamo costruire un nuovo Paese. Pensando al passaggio di testimone, anche nella politica, con le nostre figlie i nostri figli.

20 agosto 2009
da unita.it
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« Risposta #183 il: Agosto 23, 2009, 10:47:30 »

"Alzare la voce contro discriminazioni e misoginia"

di Dacia Maraini


Nadia Urbinati ha gettato il sasso nelle acque stagnanti della politica che riguarda le donne italiane. Ha riscoperto un grande sentimento: l’indignazione di fronte alla quotidiana misoginia che si sta trasformando in razzismo aperto, sancito da nuove leggi di intolleranza. Nadia Urbinati si stupisce che le donne a cui si rivolge proponendo di fare qualcosa subito, la invitino ad aspettare l’autunno. Ma il paese va a rotoli adesso e bisogna agire subito. Dopo sarà troppo tardi. La risposta è un inquietante silenzio. «Le vittorie di Berlusconi appaiono ormai la conseguenza e non la causa dell’indebolimento della presenza attiva dei cittadini nella vita pubblica». La consapevolezza della gravità del guasto appare sempre piu larvale, l’atteggiamento comune essendo la resa, come di fronte a una fatalità. Tanto, non c’è niente da fare, le dicono. Nadia lo chiama «il senso dell’inutilità dell’agire collettivo». «Ma dove sono le donne?» continua «in questa democrazia in declino dove si parla di donne per dire delle escort, delle ragazzine nel bagno del presidente che telefonano alla madre per raccontare contente, “mamma sapessi dove sono”!»… A tal punto il degrado.

La cosa più avvilente è che l’opposizione non ha trovato una voce altrettanto convincente. Balbetta, si contraddice, tace. Negli ultimi mesi, come dice Nadia «solo l’Unità e la Repubblica hanno avuto la capacità di fare infuriare il tiranno, l’opposizione no». Persa nelle sue battaglie interne, lascia spazio solo a un «nuovo populismo giustizialista». Insomma «siamo orfani di politica». Ormai valgono solo «i conti in banca, lo scambio di favori». Aggiungerei l’idea orribile che tutto si compra e si vende, non solo i corpi delle donne, ma anche le idee, il consenso, la morale, la verità. Nadia la chiama una «trasformazione molecolare». Vista dall’estero «l’Italia non ha piu niente da dire, resta solo un esempio interessante da studiare sul declino della democrazia».

Le donne sembrano intente soprattutto al lamento. Ma lamentarsi è facile, dice Nadia, non costa nulla. Proporre una soluzione significa invece assumersi una responsabilità, «pagare il prezzo di una decisione». Aggiungerei che spesso il silenzio delle donne ha una matrice di sconforto, di rabbia trattenuta, di paura e di solitudine. Le analisi, le stime, le constatazioni ci sono ma è come se stentassero a trasformarsi in giudizi e azione. In un periodo in cui le ideologie sono morte, l’utopia è sepolta e le speranze sono malate, si fa fatica ad avere fiducia nel futuro. Un sistema organico di idee porta a credere nella protesta in sé, come fattore di crescita collettiva: io protesto e pretendo anche se ho poche speranze di ottenere ciò che voglio perché è giusto farlo, perché chiedo a me stessa e alle mie simili di farlo, perché credo, nonostante le apparenze e le previsioni pessimistiche, nell’importanza di una politica in cui il dissenso è essenziale, perché faccio parte di una comunità di sesso troppo ingiustamente trattato in tutto il mondo.

Quante donne si rendono conto che la misoginia sta crescendo, si sta gonfiando assieme ad altri razzismi contro il diverso, l’estraneo? Forse più di quelle che immaginiamo. Ma la paura di apparire moraliste, di apparire rompiscatole e presuntuose, le trattiene dall’esprimere la rabbia che hanno in corpo.

Il razzismo sta entrando, con allegra disinvoltura, nella vita di tutti i giorni, e sta dettando le sue regole. C’è qualcuno che addirittura pretende di farlo diventare legge del paese. Una legge di intolleranza e odio verso l’altro. Le donne, come al solito, saranno le prime a farne le spese. Perché la misoginia è la piu subdola di tutti i razzismi, la più contraddittoria, la più difficile da rilevare, soprattutto quando è entrata con tanta prepotenza e agio nella mentalità collettiva. Proprio ieri è stato raccontato dai giornali che in Afganistan, per ottenere i voti dei talebani moderati, sono state accettate leggi aberranti come quella che permette al marito scontento della moglie di lasciarla morire di stenti. Potrà privarla del cibo oltre che della libertà.

Sono cose lontane, obietta qualcuno, non ci riguardano. Senza pensare che, in un mondo globalizzato le idee corrono piu veloci delle rondini. E fanno il nido ovunque, da un continente all’altro. La nuova scintillante misoginia può prendere le forme dell’intolleranza maritale in Afganistan, ma subdola si insinua al di qua di montagne e mari per rivelarsi attraverso programmi televisivi, attraverso nuove normative psicologiche, attraverso lo stabilirsi di modelli insultanti per le donne. Si dimentica fra l’altro che anche da noi, paese sviluppato che si pretende emancipato, si pratica una mattanza silenziosa: ogni due giorni una donna muore per mano del marito, dell’amante, del compagno di vita, per la semplice ragione che ha mostrato di desiderare la propria libertà al di sopra di una sudditanza anche se ben compensata.

Non è che manchino donne intelligenti, consapevoli, che parlano ad alta voce. Ma lo strepito è tale che le voci singole non passano. Solo una massiccia protesta di massa potrebbe suscitare qualche inquietudine, qualche ripensamento. Soprattutto creerebbe quella consapevolezza di genere che è tanto importante per affrontare nuove e vecchie misoginie e discriminazioni.

22 agosto 2009
da unita.it
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« Risposta #184 il: Agosto 23, 2009, 10:57:25 »

23/8/2009
 
Il figlio a orologeria

 
GIOVANNA ZUCCONI
 
Adesso non posso. Farò un figlio quando avrò tempo, quando lavorerò di meno, quando troverò un lavoro, appena si libera l’appartamento della nonna. Come milioni di donne, anche Celine Dion, cantante, ha dovuto-voluto rimandare la gravidanza al momento giusto. Solo che lei doveva prima finire una tournée mondiale, guadagnare 273 milioni di dollari, eccetera. E soprattutto: solo che il bambino che le nascerà in primavera sarà il fratello gemello del figlio che ha già, René-Charles, di anni otto. Otto anni dopo, un embrione congelato per quella prima fecondazione assistita è stato impiantato, e ha attecchito. La femme fetale Celine lo ha annunciato subitissimo, visto che partorirà in maggio. Forse per prevenire l’inevitabile gossip, forse per scaramanzia (ha 41 anni, età non facile per molte cose, gravidanze incluse), o forse davvero perché, come cinguettano i suoi portavoce, è felice, entusiasta. Questa, teniamolo presente, è anche una storia d’amore. Oltre che, per il nostro sguardo «normale», un caso di capriccio divistico, di oltranza medico-tecnologica, di superomismo (d’accordo: superdonnismo).

Alla nascita di René-Charles, la signora disse in un’intervista che ne esisteva un «gemello da laboratorio»: «Non so se è buono per sempre, ma credo che si conservi a lungo. Andrò a prendermelo, poco ma sicuro». Che tono da film western. E ancora: «Quell’embrione congelato a New York è il mio bambino che aspetta di venire al mondo». Solo al momento giusto, naturalmente: giusto per la mamma. Nulla però è mai semplice come sembra. Dieci anni fa, raccontano i giornali, al marito di Celine, che si chiama René Angélil, ha 67 anni ed è il suo impresario storico, diagnosticarono un carcinoma. Congelarono il suo seme prima della chemio. Da quella prima forzatura, rispetto alla «normalità» e alla «natura» che avrebbero condannato la coppia alla sterilità, è nato il primo figlio, e ora nascerà il secondo.
Ma allora chi è, quella donna? Un mostro volitivo che ottiene ogni successo (figli inclusi), oppure una moglie e madre che, come milioni di altre, cerca di conciliare il lavoro e la famiglia? Una pop star bizzosa, o l’ultima di 14 figli di una povera famiglia canadese? E come giudicarla, sapendone soltanto dai giornali? E, più in generale, come giudicare, se non come un inno alla vita, chi vuole un figlio comunque, anche in provetta, anche congelando e scongelando? Chi si incaponisce e pretende: non un vestitino nuovo, ma un nuovo essere umano.

Sommessamente, soltanto due preghierine. La prima: che però, ecco, non diventi un’abitudine, questa di scongelare un gemello quando fa comodo. O di congelarlo quando fa scomodo. La seconda: che qualcuno protegga il bambino che c’è già, René-Charles: avrà già saputo di essere nato da provetta, e come, e da chi, magari da un programma di gossip? E chi gli spiegherà che quell’intruso piccoletto ha la sua età, ma anche no?

da lastampa.it
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« Risposta #185 il: Agosto 24, 2009, 11:24:26 »

In ospedale Una dei cinque eritrei scampata al mare

«Donne incinte sul barcone Le ho viste abortire e morire»

Titi la sopravvissuta racconta


PALERMO — «A bordo c’erano an­che tre donne incinte. Due di loro pri­ma di morire hanno perduto il bam­bino che portavano in grembo, han­no abortito per la fame, la sete e la sofferenza di un viaggio terrificante durato 21 giorni». Parla un inglese stentato Titi Tazrar, 27 anni, eritrea, unica donna sopravvissuta alla trage­dia nel Canale di Sicilia. Ma lo strazio di quelle compagne di viaggio che coltivavano la speranza di una vita migliore soprattutto per le creature che portavano in grembo lo racconta anche a gesti. Alza a fatica la testa dal cuscino e muove le mani dall’alto in basso, sfiorandosi il ventre come a dar forma all’orrore di quei feti che vengono via dall’utero materno. Un gesto che fa calare il silenzio tra me­dici e infermieri dell’ospedale Cervel­lo di Palermo dove ieri è arrivata in elicottero assieme a un altro conna­zionale di 24 anni, Halligam Tissfa­raly, che se ne sta raggomitolato te­nendosi il braccio teso alla flebo.

Anche Titi è visibilmente provata, ma sgrana gli occhi e quasi si dispera quando non riesce a farsi capire. «A bordo non avevamo praticamente nulla — racconta — solo qualche bot­tiglia d’acqua, pochissimo cibo e ne­anche un telefono per lanciare l’allar­me. Alla partenza eravamo 78, in gran parte eritrei ma anche etiopi e nigeriani. Di alcuni ci accorgevamo che erano morti perché durante la notte cadevano direttamente in ma­re, altri li abbiamo dovuti abbando­nare noi. Le donne incinte sono quel­le che più hanno sofferto, noi non sa­pevamo come assisterle e consolarle. Ma poco dopo aver perso il bambino sono morte anche loro».

E poi dà la sua versione sulla con­troversa questione dei soccorsi mal­tesi. «Ci hanno dato cibo, acqua e del­la benzina ma ci hanno lasciati in ma­re. Anche un’altra imbarcazione si è accostata per darci cibo e acqua. Nes­suno però ci ha preso a bordo». Si fa evasiva di fronte alla domanda diret­ta se sono stati loro a rifiutare il tra­sbordo sulle imbarcazioni che hanno fornito i viveri. Insiste: «Ci hanno da­to solo acqua e cibo, mentre altre na­vi non si sono neppure avvicinate. Noi ci sbracciavamo, gridavamo, chiedevamo aiuto ma loro facevano finta di non vederci». Per Titi il trasfe­rimento in ospedale si è reso necessa­rio per le sue precarie condizioni di salute («si riprenderà presto» assicu­rano i medici).

Dietro la sua attuale fragilità si in­travede un’abitudine alla sofferenza che è stata determinante per resiste­re 21 giorni in balia del mare. Forse quel che resta della vita militare a cui era destinata. In Eritrea frequentava quella che lei chiama «accademia mi­­litare » e che forse è proprio la durissi­ma «Sawa» dove le donne subiscono ogni tipo di violenza. «Era una vita che non mi piaceva — si limita a dire lei — volevo e voglio una vita diver­sa ». Titi non è sposata e non ha figli. Nel suo Paese ha lasciato la madre, un fratello e una sorella che lavorano in un’azienda agricola e dice di non aver pagato nulla per il viaggio: «A pagare per me è stato mio zio mater­no, ma non so quanto abbia versa­to ». Sa benissimo invece quanto ha dovuto penare prima di arrivare al tanto atteso viaggio della speranza in Italia: «Un anno e otto mesi ho do­vuto aspettare prima dell’imbarco— racconta — restando a lungo in Su­dan e poi diversi mesi in Libia».

Non parla o preferisce tenerle per sé storie di violenze in Eritrea e du­rante il cammino verso l’Italia, ma il­lumina la stanza col suo gran sorriso quando si accenna al futuro: «Ho chiesto asilo politico — scandisce— sono partita perché volevo venire in Italia. Non in Germania o Francia ma in Italia. Voglio restare qui. Sono di­sposta a fare qualunque tipo di lavo­ro ma voglio finalmente una vita mi­gliore ».

Alfio Sciacca
24 agosto 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA

da corriere.it
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« Risposta #186 il: Agosto 26, 2009, 04:34:49 »

Il racconto. Tra le reduci del Pinar: meglio morire che tornare lì

"Voi italiani siete buoni, come potete fare una cosa del genere?"

"Li avete mandati al massacro in quei lager stupri e torture"

Le lacrime di Hope e Florence per i disperati riportati in Libia: i nostri mesi all'inferno

dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO

 

LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne.
Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini".

I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai.

"Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".

Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace".

Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?".

"Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro.
La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".

(8 maggio 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #187 il: Agosto 28, 2009, 11:26:21 »

Berlusconi, «le donne italiane si ribellano» (Nyt)

di Elysa Fazzino
   

Una mano femminile, con la fede al dito, spunta da un piatto di spaghetti: con questa vignetta il New York Times illustra un commento di Chiara Volpato «Le donne italiane si ribellano». La vignetta evoca quella di Der Spiegel, che negli anni di piombo mise in copertina un piatto di spaghetti con sopra una pistola. Molti fuori dall'Italia – scrive Volpato - credono che Silvio Berlusconi la faccia franca con il suo «comportamento sessista» perché gli uomini italiani lo perdonano e le donne per lo meno lo tollerano. «Non è più vero. Oggi ci sono due Italie: un'Italia ha assorbito l'ideologia di Berlusconi sia per interesse sia per incapacità di resistere ai suoi enormi poteri di persuasione; l'altra contrattacca».

«Era ora: la condotta di Berlusconi è stata vergognosa», si legge ancora sul New York Times. Il commento di Volpato, docente di psicologia sociale all'Università di Milano, ricorda gli episodi più recenti: il premier italiano ha consigliato a una studentessa di sposarsi un uomo ricco per uscire dalle difficoltà economiche, si è vantato della bellezza delle candidate al Parlamento del suo partito, ha designato una ex modella con cui aveva flirtato come ministro delle Pari Opportunità. Finché la moglie Veronica lo ha accusato di amoreggiare con giovani donne e ha chiesto il divorzio.

«Perché gli italiani devono sopportare tutto questo?». Rispetto agli altri Paesi europei, scrive Volpato, in Italia le idee conservatrici sono dure a morire, in parte a causa della nostra cultura patriarcale, in parte a causa dell'«enorme influenza della Chiesa cattolica», la cui interferenza politica e sociale sembra essersi rafforzata da quando Berlusconi è diventato Primo ministro nel 1994.

Il «tetto di cristallo» che le donne non riescono a spezzare sembra essere più resistente da noi: l'Italia è solo al 67.mo posto su 130 nel recente rapporto del World Economic Forum sull'indice del divario sessuale, dopo l'Uganda, la Namibia, il Kazakhstan e lo Sri Lanka. Secondo l'Ocse, solo metà delle donne italiane hanno un lavoro, contro una media di due su tre. Gli uomini italiani hanno 80 minuti in più al giorno di tempo libero, la differenza più grande tra i 18 Paesi considerati. «Non c'è da stupirsi che molte donne italiane non vogliano prendersi il peso di allevare bambini». E il tasso di natalità dell'Italia è estremamente basso.

I media italiani non fanno che esacerbare la realtà, continua Volpato, presentando un'immagine della donna «incomprensibile nel resto d'Europa». Bellezze poco vestite fanno da silenziose decorazioni in show condotti da uomini, più vecchi e «vestiti di tutto punto». Con questo «lavaggio del cervello», l'ambizione più diffusa tra le ragazzine è di diventare una «velina».
Secondo Volpato, ci sono segni di cambiamento. Gli italiani denunciano il comportamento sessista di Berlusconi con denunce alla Corte europea dei Diritti dell'uomo, con il documentario di Lorella Zanardo «Il corpo delle donne». Prima del G8, un gruppo di accademiche, tra cui Volpato, ha presentato una petizione per invitare le first ladies a boicottare il vertice. In pochi giorni, la petizione ha ottenuto 15mila firme. La popolarità di Berlusconi è calata sotto il 50%. Il commento si conclude con un appello alle donne (e anche agli uomini) dissenzienti di farsi avanti perché l'Italia è finalmente pronta a scendere in piazza.

Sempre con Berlusconi nel mirino, il Guardian oggi mette a confronto l'atteggiamento delle mogli del premier italiano e dei fratelli Kennedy: mentre Veronica attacca il coniuge, le donne dei Kennedy hanno sempre coperto gli eccessi dei rispettivi mariti. Così – ironizza Alexander Chancellor - Berlusconi potrebbe anche avere vissuto con maggiore probità dei fratelli Kennedy, «eppure il primo ministro italiano è oggetto di derisione universale, mentre i Kennedy, anche dopo la loro morte, sono sempre ai primi posti nel pantheon degli dei americani».
E' stata la moglie di Berlusconi – ricorda il Guardian - a lanciare l'ondata di accuse sulla sua ossessione per le giovani donne. Le mogli dei Kennedy invece erano unite nel proteggere i mariti dall'esposizione pubblica delle loro debolezze.

Un altro commento sul sito del Guardian, «Indulging Berlusconi», si occupa dell'indulgenza plenaria. Il premier conta di farsi assolvere i peccati nella "Perdonanza" che si terrà a L'Aquila nel weekend, scrive John Hooper. «Ma lo salverà?». Comunque, «ci sono dubbi sul fatto che l'eternamente controverso primo ministro italiano sia desideroso – o capace – di approfittare dell'opportunità». Semplicemente partecipare alla processione significherebbe annunciare al mondo che si considera un peccatore. Per di più, è divorziato e «quindi non può fare la comunione».

L'uscita del libro «Tendenza Veronica», di Maria Latella, è oggetto di cronache su numerosi siti esteri. Il britannico Times titola: «Terapia per dipendenza sessuale potrebbe salvare il matrimonio di Silvio Berlusconi, dice libro». Il corrispondente Richard Owen fa notare che nella prefazione all'edizione paperback, Latella rivela che alcune delle persone più vicine al premier gli hanno consigliato di entrare in una clinica per curare la dipendenza sessuale come parte del processo di riconciliazione. La sola clinica specializzata in questi problemi in Italia è a Bolzano. Il direttore Cesare Guerreschi normalmente cura uomini e donne tra i 30 e i 40 anni. La cura dura da sei mesi a un anno. «La terapia appare essere una precondizione per ogni prospettiva di distensione tra il Primo ministro e sua moglie».

Il sito della Bbc richiama sulla homepage l'uscita del libro. Ne parla anche il Telegraph: «Berlusconi ha preso in giro il matrimonio aperto». Il Nouvel Observateur pubblica varie agenzie: «La moglie di Berlusconi giustifica la sua domanda di divorzio» (Reuters); «Le menzogne hanno condotto al divorzio, racconta Veronica» (Ap). El Pais riprende un'Efe: «Veronica Lario: Non ho potuto evitare che mio marito facesse il ridicolo». Il sito spagnolo Abc titola: «La signora Berlusconi si confessa». La notizia gira parecchio anche sui siti Usa, tra cui il New York Times con il titolo: «Moglie di Berlusconi: è ridicolo davanti al mondo», il Chicago Tribune, il San Francisco Chronicle.

27 agosto 2009
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da ilsole24ore.com
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« Risposta #188 il: Settembre 05, 2009, 05:17:40 »

L'allarme: "L'abc delle nostre libertà è a rischio”

di Mariagrazia Gerina


"Andiamo nelle scuole ad insegnare l'articolo tre della Costituzione, anche la seconda parte... è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini... L'abc delle nostre libertà democratiche sono a rischio e se lo capiamo prima noi degli uomini meglio anche per loro", organizza l'azione Nadia Urbinati, docente di Teoria politica e ideologie moderne alla Columbia University e al Sant'Anna di Pisa: "L'opposizione non è solo in parlamento, ma anche quella che fuori dal parlamento non ha voce e non ha luoghi". E' stata lei ad avviare sulle pagine de l'Unità il dibattito sul “silenzio delle donne” davanti al Papi-gate. E ieri c'era anche lei, insieme a Paola Concia, Vittoria Franco, Susanna Cenni, Alessandra Bocchetti, Maite Larrauri, Siriana Suprani e – in collegamento telefonico – la regista Lorella Zanardo, al forum organizzato nella nostra redazione per fare il punto su donne, corpo potere, iniziativa politica femminile, dopo un mese di riflessioni, articoli, analisi, idee.

Una prima riunione operativa. In cui anche i dubbi servono: “Che vogliamo dire, per esempio, quando diciamo: noi donne?”, domanda la spagnola Maite Larrauri, insegnante. “Certo un tempo era chiaro, adesso no”. Ma da qui si riparte. Primo appuntamento in agenda: partecipare tutte il 19 settembre alla manifestazione sulla libertà di stampa.  E poi: “Individuiamo degli obiettivi attorno a cui mobilitare le donne e poi vediamo se questo movimento c'è”.

"Né vittime, né rivendicative", suggerisce Siriana Suprani, dell'Istituto Gramsci: "E' il momento di fare battaglie non solo per noi stess ma per  tutti". Obiettivo: riprendere l'iniziativa. Dopo quello che Nadia Urbinati, appunto, ha chiamato il “silenzio delle donne”: "Nessuna di noi in realtà era in silenzio, ma di fronte agli eventi gravi le donne si sono sempre mobilitate facendo sentire la loro presenza attiva e collettiva, mentre davanti al maltrattamento a cui abbiamo assistito – perché non c'è dubbio che così si debba definire quel via vai di donne a Palazzo Grazioli – siamo rimaste in silenzio, forse perché attonite, forse perché si trattava di un maltrattamento ingannevole", riflette Nadia Urbinati, richiamando l'attenzione sul nodo centrale di tutta la questione. Il rapporto tra sesso e potere. Altri modelli cercasi. Disperatamente. Un'alternativa a Noemi e a Patrizia D'Addario deve esserci. "E non è possibile che l'unica altra via perché si parli di donne è quando sono vittime di violenza o comunque vittime", si accalora Alessandra Bocchetti, storica e femminista. Almeno in Germania hanno Angela Merkel, sbotta Paola Concia. Da noi – come suggerisce qualche lettore – c'è Mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità.

Come smontare il modello “velina” dunque? "Perché va bene l'allarme sulla proposizione del corpo-oggetto fatta dalla tv er però poi i giovani hanno un bisogno enorme di corpo, per loro l'espressione attraverso il corpo è fondamentale", spiega Lorella Zanardo, autrice (“insieme a due uomini”, precisa lei) di un documentario su “Il corpo delle donne”, appunto, che è un montaggio rivelatore di come la tv le vuole, e anche animatrice dell'omonimo blog (www.ilcorpodelledonne.net, 240mila contatti). "Sul nostro blog , ci scrivono tanti ragazzi che dicono: ok, il corpo oggetto non va bene, ma dateci spazi e modi dove esprimere il nostro copro che per noi è una conquista e la vogliamo esibire". Figuriamoci se sarà un gruppo di “femministe” a smentirli. Tanto più che riapproriarsi del corpo significa di fatto rovesciare il rapporto con i media. Questione delle questioni. Come? Magari – come la stessa regista Lorella Zanardo vorrebbe fare – andando a insegnare nelle scuole educazione alle immagine e alla televisione.

La scuola di nuovo. E accanto a questa, si snocciolano poi in due ore fittissime di workshop tutte le altre questioni. Il lavoro, prima di tutto. “Il lavoro e come conciliarlo con la cura della famiglia, come fare in modo che anche il lavoro di cura diventi spazio pubblico condiviso”, articola Vittoria Franco, senatrice e responsabile Pari Opportunità del Pd: “La destra ci sta facendo fare un passo indietro e anche nel Pd si stenta a far capire la centralità di questi temi”. “Mettiamo le mani nella pasta del nostro paese”, rivendica Alessandra Bocchetti, femminista e storica, convinta che il punto non sia rivendicare ma “governare”: “Un paese di uomini e donne non può essere governato da soli uomini”. “Mi sono sentita un colpo allo stomaco alla prima seduta del parlamento, quando una a una si sono alzate le parlamentari del Pdl, era chiarissimo il messaggio: le donne in questo paese le rappresentiamo noi”, racconta la parlamentare del Pd Susanna Cenni.

E gli uomini? Si posso cambiare, suggerisce da brava insegnate Maite Larrauri: "Si parla di Zapatero come un uomo di sensibilità estrema ma non si dice quante donne hanno fatto pressione su di lui perché diventasse così sensibile”. “Io so che in Germania dove Angela Merkel è cancelliera il valore sociale delle donne è salito”, dice la deputata del Pd Paola Concia, autrice della proprosta di legge contro l'omofobia. Altro esempio di possibile iniziativa.

Delle otto ospiti tre erano parlamentari del Pd. A proposito: come mai non c'è nemmeno una candidata donna alla segreteria del Pd. La domanda non cade nel vuoto. “Il congresso è stato pensato come un risiko per maschi”, si lamenta Paola Concia. E però: “Anche noi non siamo riuscite a rovesciare le regole del gioco e ci siamo trasformati in comari dell'uno e dell'altro”. “Certo, dipende anche da noi... E in effetti – ragiona Vittoria Franco - Anna Finocchiaro sarebbe stata una bella candidatura”.

04 settembre 2009
da unita.it
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« Risposta #189 il: Settembre 12, 2009, 11:31:41 »

Il dibattito su l'Unità

Donne e uomini «pensanti» per rompere il muro del silenzio

di Nicla Vassallo


Da snob mi consento diverse cose, ormai è «facile» si è snob nel confidare nella ricchezza culturale piuttosto che in quella anti-culturale, e/o nel nutrire disinteresse per lo «scambio tra corpo e carriera», e/o nell’esprimersi contro il cinismo. Mi consento di guardare poca Tv orwelliana, sfogliare quotidiani inglesi, indignarmi: è evidente anche a me che le donne (ma non tutte le donne) stiano impiegando ogni risorsa per esibirsi con fare sguaiato, valorizzare un corpo porno–soft (o hard), concepirsi alla stregua di effettivi oggetti sessuali (in quanto oggetti, si vendono e acquistano a «prezzo di mercato »), vivere la propria sessualità in funzione della gratificazione maschile (non di tutti i maschi), agognare denari e successi facili. Già le donne (ma non tutte le donne) aspirano all’uggiosa omogeneità delle letterine, modelle, troniste, veline e, recentemente, escort. Recentemente? Dai tempi di Eva? Senza trascurare che, banalmente, benché spogliarmi sia un mio diritto (si badi bene: non un mio dovere), rimane vero che vi sono nudità e nudità: alcune belle, pure, non strumentali, altre orribilmente pornografizzate. Il privato si è trasformato in pubblico e il pubblico in privato. C’è privacy e privacy, pubblico e pubblico. Si promuove la lotta contro la violenza sulle donne, ma si promuovono anche le escort. Il denominatore comune: esternare. Eppure rido con Roberto Begnini a radio Rtl: «Parleremo anche di cose leggere, escort, mignotte e ballerine, tutte cose pubbliche. Non vorrei, Silvio, toccare temi privati come la crisi e la disoccupazione». Rido perché Begnini è un comico, e non un comico riciclato in un politico, né un politico camuffato da comico (le troppe gaffe di George Bush non mi facevano affatto ridere). Un riso amaro perché permane il dubbio che tutto questo si connetta (come?) a un vecchio slogan femminista: il privato è politico, è pubblico. Nella nostra presente società, scurrile e volgare, gli interpreti e le interpreti dello slogan ormai eccedono: non vorrei discettare con loro di Kate Millett (chi era costei?), meglio qualche «gossip» sui modelli femminili assoluti della contemporaneità: Victoria Beckhman, Paris Hilton, e via dicendo, quando va bene.

Perché non reagire? Reagire a cosa? Non reagiamo a noi stesse che sbeffeggiamo la democrazia, astenendoci dal votare per la fecondazione assistita, la diagnosi preimpianto, la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non reagiamo quando gli intellettuali tessono le lodi dell’irrazionalità, col risultano che la dicotomia femmina/maschio, donna/uomo (dicotomia sessista) viene a rafforzarsi nell’immaginario collettivo, con i maschi/uomini che permangono nell’essere giudicati non solo animali umani razionali, ma anche attivi e oggettivi, in opposizione a donne che risultano non solo animali non umani (in quanto oggetti sessuali) ma anche irrazionali, emotive, passive, soggettive. Non reagiamo di fronte ai sinonimi di «uomo» e di «donna» che troviamo nella versione 2007 di Microsoft Office Word. Sinonimi di «uomo»: «essere umano, persona, individuo, genere umano, il prossimo, umanità, gente, maschio, adulto, addetto, operaio, tecnico, giocatore, atleta, soldato, militare, elemento, unità, un tizio, un tale, uno, qualcuno. Sinonimi di «donna»: «femmina,gentil sesso, bel sesso, sesso debole, signora, signorina, donna di servizio, domestica, cameriera, collaboratrice familiare, colf, governante, dama, regina. Manca «escort»: peccato! Il referendum, il fascino dell’irrazionalità, i sinonimi Microsoft appaiono innocui rispetto a «culi, fighe, peni, tette» sbattuti ovunque, oltre che in prima pagina. Apparentemente innocui. Perché se irrazionali, emotive, passive, soggettive, le donne non riescono a nutrire fiducia nelle proprie capacità intellettive, ad aspirare, per merito comprovato, non per «gnoccheria», a posizioni scientifico-culturali di spicco, ove il corpo non debba venir mercificato.

Per di più, prima di reagire in quanto donne, e non in quanto donne e uomini consapevoli nonché pensanti, occorre sollevare qualche semplice domanda: cosa abbiamo in comune noi donne, oltre il sesso d’appartenenza – sempre che con «sesso» ci si riferisca a qualcosa di univoco?; l’appartenenza a un sesso e/o a un genere è «naturale», nel senso che, se sei femmina (o maschio), donna (o uomo), rimani tale per la tua intera esistenza? Sostenendo che tutte le donne appartengono al medesimo sesso femminile e tutti gli uomini al medesimo sesso maschile non risultiamo ciechi nei confronti delle tante differenze che sussistono tra le stesse femmine/ donne e tra gli stessi maschi/uomini, rischiando di sottolineare e condizionare indebitamente comportamenti e competenze declinate al «maschile» e al «femminile»? Perché ingabbiare le nostre individualità, le nostre singole peculiarità? In Italia domina la cosiddetta filosofia della differenza sessuale, su un piano anche socio–politico e religioso: le donne sono essenzialmente simili, e da ciò ne deriva, volente o nolente, che tutte le donne sono (o debbono essere?), più o meno, dolci, empatiche, sensibili; adatte a compiti di cura, e non a quelli dirigenziali, intellettuali, militari, politici, scientifici; umili e deferenti; poco assertive; fisicamente e psichicamente deboli. E perché non anche necessariamente provocanti, con una nuova ermeneutica inconsapevole del «questo corpo è mio e me lo gestisco io», o forse solo un’estrosa interpretazione del «my body is my own business »? È l’essenzialismo, non solo gli uomini di potere e le loro escort, a trasmetterci, almeno a livello teorico, la convinzione che ciò che è virtuoso nel femminile è patologico nel maschile, e viceversa. È virtuoso l’uomo con le rughe, che si circonda di escort, mentre è patologica la donna con le rughe che si circonda di escort; è virtuoso l’uomo duro, patologica la donna dura - fortuna che le realtà ogni tanto smentiscono le fantasie: per esempio, alla fine le rughe di Hillary Clinton hanno prevalso su quelle di John McCain, mentre a capo degli istruttori dell’US Army vi è il sergente maggiore Teresa King.

In verità, apparteniamo in modo fluido al mondo, in quanto donne e uomini in carne e ossa; non possiamo esentarci dalle nostre responsabilità individuali, schermandoci dietro la schematicità delle essenze. Responsabilità che concernono anche la preferenza sessuale: desideri, sogni, fantasie, identità, atti, scelte, riconoscimenti privati e pubblici, non invariabilmente eterosessuali, anzi, nonostante l’imperante eterosessismo e la crescente irragionevole omofobia. Se il silenzio deve essere violato, non potrà, in fondo, esserlo che da donne e uomini, consapevoli e pensanti. La donna non è che pura apparenza, al pari de l’uomo, uno strumento coercitivo per imporre a singoli individui determinati comportamenti, legittimare determinate pratiche e delegittimarne altre. Ruoli culturali, professionali, sessuali e sociali distinti? Se rispondi in senso negativo, non sei una «vera donna» - o un «vero uomo»? La disapprovazione contenuta nel «Tu non sei una vera donna» ci interessa sul serio? Le «vere» donne ormai (escort o madonne, che siano, nella vecchia classificazione, non affatto desueta) non risultano, forse, donne solo a causa di desideri sessuali, che corrispondono a quelli che la donna deve avere, donne che frequentano certi palazzi e certi uomini? Come reagire? Con una comunicazione, fisico-verbale, ove non sussiste equivalenza tra sessualità e genialità, con una corrispondenza in cui si esplora se stessi/e e l’amato/a in un’eroticità anticonformistica, in cui le donne(almeno alcune) travalicano, anche da tempo, lo stereotipo logorato dell’oggetto da assoggettare, consumare. Donne e uomini, consapevoli e pensanti, possono relazionarsi tra loro da veri e propri individui, rispettarsi, per evidenziare le molteplici differenze che corrono tra donne, al di là di quelle insulse omogeneizzazioni che le desiderano comunque silenti. Pur ricordando che anche il silenzio è una forma di comunicazione, rompiamo il silenzio, sì, insieme agli uomini pensanti, seguendo la stupenda mente androgina di Virginia Woolf (chi era costei?) nelle Tre ghinee: «Ci troviamo qui… per porci delle domande. E sono domande molto importanti; e abbiamo pochissimo tempo per trovare la risposta. Le domande che dobbiamo porci… e a cui dobbiamo trovare una risposta in questo momento di transizione sono così importanti da cambiare, forse, la vita di tutti gli uomini e di tutte le donne, per sempre… È nostro dovere, ora, continuare a pensare… Pensare, pensare, dobbiamo... Non dobbiamo mai smettere di pensare: che “civiltà” è questa in cui ci troviamo a vivere?». Difficile accusare Virginia Woolf e la sottoscritta di bigottaggine; per quanto mi riguarda, sono solo una vecchia signora posata, di quarantasei anni, che cerca di adempiere al proprio dovere.

12 settembre 2009
da unita.it
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« Risposta #190 il: Settembre 14, 2009, 11:56:22 »

Riprendersi il tempo per contare di più

di Rita Borsellino


Ho letto con molto interesse gli interventi che si sono succeduti sul Vostro giornale a proposito del dibattito sul «silenzio delle donne» davanti al cosiddetto Papi-gate. Ed ho notato come negli interventi si parli spesso di educazione e media. Due temi (o  forse un unico grande tema) che in qualche modo centrano quello che considero il problema cardine di questo dibattito: il grave  ritardo culturale del nostro paese circa la reale affermazione dei diritti e delle pari opportunità.
Perché è di un problema culturale  che parliamo quando citiamo con sgomento i sette milioni di donne italiane che nel corso della loro vita sono state vittime di  violenze. Oppure quando leggiamo che da noi trova occupazione solo il 46,3 per cento della popolazione femminile in età  lavorativa, contro una media europea del 57,4.Oche sette milioni di donne sono fuori dal mercato del lavoro.

Oppure ancora  quando scopriamo che tra casa e ufficio, le italiane sono quelle che «sgobbano» di più in Europa, visto che il 77,7 per cento del  lavoro domestico è a carico delle donne. Senza dimenticare quel «tetto di cristallo» per il quale le donne sono escluse dai luoghi  chiave del potere, delle istituzioni, del tessuto produttivo. Sono dati che chiariscono quanto in salita sia ancora la strada per una  concreta parità nelle opportunità tra i generi. Ed è proprio per questo che risulta ancora più grave la vicenda innescata dal  Papi-gate: lo stereotipo che viene fuori dalle cronache di questi mesi, per il quale le donne sono oggetto di compiacimento verso  i potenti e il loro corpo diventa merce di scambio per favori e carriere, è ancora più pericoloso per il nostro tessuto sociale proprio  perché non trova in Italia una barriera culturale adeguata.
Capire se la colpa di tutto ciò sia delle donne o meno non mi sembra un esercizio proficuo. Piuttosto, reputo necessaria da parte degli italiani, siano essi maschi o femmine, una doppia  mobilitazione. Una mobilitazione culturale, innanzitutto, che, attraverso l’uso e la sensibilizzazione dei media, ma anche tramite la  scuola e le università, contrasti gli stereotipi di genere e porti alla luce il «paese reale». Quel paese composto da donne che  hanno poco a che spartire con il modello di cui sopra. Perché – ne sono fermamente convinta - la maggioranza delle donne  italiane non è quella che bussa alle porte della politica mercificando il proprio corpo: è quella che ogni giorno fatica, lavora dentro  o fuori casa, si occupa della famiglia, s’impegna per il sociale, fa politica sul territorio.

Le donne italiane sono, per  esempio, le tante giovani che vedo ogni giorno intorno a me e che lavorano per costruire un futuro in cui poter portare avanti uno  sviluppo personale e sociale basato sul merito e non sulle fattezze estetiche o i rapporti di favore.Ma è fondamentale, anche, che  ci sia una mobilitazione politica per rivendicare ciò che, a mio avviso, è il bene di cui le donne italiane sono maggiormente  private: il tempo. L’impossibilità di conciliare tempi di vita e di lavoro è, credo, una delle principali cause del «silenzio delle donne». Senza tempo a disposizione è difficile pensare di riuscire a conquistare maggiori spazi di vita pubblica, quei «pezzi» di  potere con cui affrontare e debellare il ritardo culturale. Per questo non bastano azioni di sensibilizzazione e di educazione. Servono battaglie, anche piccole, su temi concreti:come quelle per gli asili nido che non vengono costruiti o che, laddove  esistono, non vengono aperti.
Solo con un welfare a misura di donne (e di giovani), che contempli forme di ammortizzatori sociali come il salario minimo garantito o maggiori tutele per la maternità, solo con servizi che permettano a tutte le donne di conciliare  al meglio vita e lavoro, si può cominciare a costruire quella barriera culturale che ridurrebbe il Papi-gate a ciò che dovrebbe  essere: una degenerazione della politica inaccettabile perunpaese democratico.

14 settembre 2009
da unita.it
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« Risposta #191 il: Settembre 15, 2009, 10:30:40 »

Il caso

- Alcune parlano di un senso di umiliazione collettiva, altre invocano una fase di intolleranza attiva

Veline, escort, maschilismo Lettera aperta alle donne

È il momento di un neofemminismo. Ripartiamo dall’autostima


Care donne italiane, o meglio ca­re donne italiane che cominciano a discutere di deriva maschilista-mi­sogina nel nostro Paese e dell’im­broglio sesso-politica che sta im­bambolando la nostra repub­blica, che si preoccupano della video-velinocrazia che condiziona le nostre vite di mature (invisibili) e giovani (preferibilmente scollate); care tutte, che si fa? Finora qualcuna ha parlato di «silenzio delle donne»; molte altre, non ita­liane, si sono chieste perché da noi non ci si ribella; altre ancora han­no obiettato che la chirurgia plasti­ca è più popolare in Spagna, che le sceme da reality sono ovunque, che le ragazze che fanno carriera grazie ai potenti sono un fenome­no globale. Altre sono d’accordo sulle critiche alla mercificazio­ne- cooptazione come unico mezzo femminile per emergere, ma si di­vidono sulle iniziative: manifesta­re, rompere le scatole in modo ca­pillare, o inventarsi dell’altro. Han­no iniziato frange avanzate di stu­diose e polemiste. Continueranno, forse, donne normali. Grazie alla diffusione virale, più che di edito­riali, di documentari.

Corpi vili?
Perché è da vari mesi, dall’inizio del caso Berlusconi-Noemi-e poi al­tre, che parecchie donne provano un senso di umiliazione collettiva. È da ancora prima che qualcuna mo­stra segni di intolleranza attiva. Al­l’inizio dell’anno è uscito un docu­mentario, Il corpo delle donne di Lo­rella Zanardo, prima presentato in eventi semicarbonari, poi mostrato da Gad Lerner all’ Infedele , ora feno­meno sul Web: è un rapido e terrifi­cante montaggio-sovrapposizione di immagini tv che lascia tramortite davanti a un evidente modello di Femmina Unica raggiungibile solo a furia di diete, reggiseni e chirurgia ( vedere Il corpo delle donne online e poi correre al cinema per Video­cracy di Erik Gandini può produrre gravi stati depressivi bipartisan, at­tenzione). Poi i corpi sono diventati veri, di ragazzine che dicevano papi, di escort nel letto grande, eccetera. Poi ci sono le ragazze della tv, va da sé.

Studiose all’attacco
Ma ci sono anche le quasi-ex ra­gazze dell’università, in genere espa­triate.
Come Nadia Urbinati, che in­segna teoria politica alla Columbia di New York. E ha scritto: «Le don­ne sono sempre lo specchio della so­cietà, il segno più eloquente della condizione nella quale versa il loro Paese: quando muoiono per le vio­lenze perpetrate da un potere tiran­nico o quando viaggiano con voli prepagati per ritirare un cotillon a forma di farfalla... È urgente che si levino voci di critica, di sconcerto, di denuncia; voci di donne». E poi Michela Marzano, apprezzata filoso­fa a Parigi: «Perché tante donne cre­dono che il solo modo per emergere sia quello di ridursi a oggetti di pul­sioni, contemplate per il corpo-fetic­cio che incarnano, e ridicolizzate per la loro incompetenza professio­nale davanti alla telecamera? Quale libertà resta oggi alle donne in un Paese in cui il potere in carica propo­ne loro un modello unico di riuscita e di comportamento?». Conclude Marzano: «Facciamo, allora, in mo­do che il ventunesimo secolo, col pretesto di essere 'alla moda', non sia la tomba di tutte le conquiste femminili del secolo scorso». C’è chi dice «allora scendiamo in piaz­za ». E chi ironizza.

Veline e velini
Come Nicoletta Tiliacos, femmi­nista storica e penna del Foglio , che attacca «la piattezza di questa ver­sione vittimistica e irreale della “donna italiana silenziosa”». Inter­pellata, Tiliacos precisa: «Altro che silenzio, sono anni che non sentivo discutere tanto. Se dobbiamo pole­mizzare sulla cooptazione in politi­ca, parliamo di veline ma anche di velini. E poi non stiamo parlando di donne passive, ma di donne che fanno delle scelte. Intorno ai palaz­zi del potere ci sono sempre state le garçonnières . Se ora le ragazze vo­gliono uscire e diventare deputate, non mi scandalizzo». Anche se sui media di centrodestra però c’è chi si scandalizza, e come. C’è Sofia Ventura, professore di scienza della politica a Bologna, autrice di un ar­ticolo sul velinismo per la fondazio­ne finiana FareFuturo che in prima­vera ha scatenato risse. Ventura vorrebbe più indignazione, e più trasversale: «Ho visto Il corpo delle donne insieme a un gruppo di stu­denti di Sciences-Po a Parigi. Erano tutti inorriditi. Ho discusso alla Fe­sta democratica di Bologna. E tra le dirigenti Pd ho trovato molto benal­trismo, molto conformismo detta­to dalla fedeltà ai leader. Che in Ita­lia sono maschilisti».

L’autostima bassa
Sono maschilisti, di sicuro. Ma le donne italiane, sembrano registra­re il più basso tasso di autostima nel mondo occidentale. Tengono la tv accesa, non badano alle bellezze bipartisan, non si arrabbiano per non passare per matte. Anche le po­litiche. Secondo una ricerca della so­ciologa Donata Francescato, le no­stre parlamentari hanno enormi dif­ficoltà a pensarsi come leader. Quel­le di sinistra ancor più di quelle di destra. Dice Ventura: «È un dato tra­gico. È un problema di tutte. Forse bisognerebbe partire da un’analisi collettiva. E iniziare a parlare. Nella vita quotidiana e nella vita politica, superando le divisioni di partito. Per smetterla col conformismo veli­naro. Se non lo facciamo, se non li­beriamo i talenti femminili, questo Paese è condannato a una lenta ago­nia ». Ma di nuovo: come si fa?

Un nuovo femminismo?
«Io non sono pessimista», cerca di tirar su il morale Eva Cantarella, storica del diritto. «Perché ricordo il vecchio femminismo. Si era in po­che, e bisognava convincere la stra­grande maggioranza delle donne, quelle che erano chiuse in casa e di­cevano “ma io non sono discrimina­ta”. Ed è successo, e molto è cambia­to. Certo, ci vuole molto tempo, e un’attività capillare. Per questo non sono contraria a scendere in piazza. In una fase in cui siamo tutti incate­nati agli schermi, la parola pubblica sarebbe la vera novità. Mi viene in mente la canzone di Giorgio Gaber, che invitava ad andare nelle strade e nelle piazze. Il diritto universale non passa per le case, continuereb­be Gaber. Anche perché, nota Tilia­cos che pure non è d’accordo, «guar­dare troppa tv rallenta il metaboli­smo ». Forse le donne italiane sareb­bero più contente del loro corpo se si dessero una mossa, di questi tem­pi, vai a sapere.

Maria Laura Rodotà
15 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it
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« Risposta #192 il: Ottobre 10, 2009, 04:25:10 »

LA POLEMICA

Il Cavaliere e la dignità violata

di NADIA URBINATI


Berlusconi ripete spesso che "la maggioranza degli italiani è con me". Ma forse pensa che quando parla di donne la totalità degli italiani (uomini ) è con lui. Il silenzio protratto di molti, troppi uomini su come il premier tratta e descrive le donne, sembrerebbe provare che egli rappresenta davvero il costume di una gran parte dei maschi. Anche alcuni leader dell'opposizione, quando si cominciò a sapere di escort e festini, dissero che erano affari privati e che la politica non doveva infilarsi sotto le lenzuola. Poi però si seppe che spesso le lenzuola vennero usate come trampolino per poltrone, affari e clientele e allora la tesi giustificativa del "privato" non tenne più.

Naturalmente, il ricorso al privato è ancora l'arma più brandita dal leader e da chi lo sostiene anche con la strategia del dileggio contro chi la mette in discussione. E tutto viene liquidato con l'accusa dell'invidia, la quale è un vizio privato non giustificabile; é un vizio e basta.

La donna, dice il Signor Berlusconi, è il più bel dono che il creato ci (leggi: a noi uomini, non al genere umano) ha dato. La logica è vecchia come il mondo ma sempre nuova: noi siamo state create ed educate per alleggerire il peso di chi ha potere e responsabilità. Noi siamo solo privato. Se proviamo a essere noi, né doni né veline, allora siamo niente, oggetto di offesa e di attacco: brutte, vecchie, e via di seguito. Anche in questo caso l'accusa di invidia viene usata per squalificare le nostre ragioni: perché, presumibilmente, se fossimo giovani e belle non ci offenderebbe essere trattate come un dono. Se ci offende, ecco la conclusione della filosofia dell'invidia del signor Berlusconi, è perché nessuno ci vuole più come un dono. Risultato: a bocca chiusa siamo accettate sempre, da giovani o vecchie, se belle o brutte; ma se usiamo il cervello siamo offese sempre: se belle perché pensare non si addice alla bellezza, se brutte perché pensare è germe di invidia.

La logica è chiara: il leader del nostro paese usa le armi del maschilismo più trito per azzerare nelle abitudini la cultura dei diritti e dell'eguale dignità che generazioni di donne e di uomini hanno con durissima fatica costruito. Si potrebbe dire che la sua è una logica controrivoluzionaria da manuale, una truculenta reazione contro una cultura che ci ha consentito di essere cittadine uguali fra cittadini uguali. Con una precisazione importante: non è la presenza nel pubblico che ci viene tolta; molto più subdolamente, è l'autonomia, la scelta competente di poter essere parte del pubblico che ci si vuole togliere (le poche ministre del governo sono lì perché sono gradevoli al capo, per ragioni tutte private e soprattutto per volontà altrui). È anche per questo che la distinzione tra pubblico e privato oggi non tiene: perché questa distinzione ha valore solo se riposa su un presupposto di eguaglianza di dignità; diversamente il privato è un serraglio e il pubblico uno spazio dispotico e di fatto un'estensione del privato, dei suoi interessi e delle sue pulsioni.
Viviamo un tempo in cui i diritti dell'eguaglianza sono sotto attacco: dall'istituzione della carta di povertà, alla demolizione della scuola pubblica e del servizio sanitario nazionale, al trattamento di privilegio rispetto alla legge che i potenti pretendono: tutto va nella direzione di una maggiore diseguaglianza. E l'offesa che subiscono le donne - l'insulto alle ragazze veline, a Rosy Bindi e a tutte noi - è la madre di tutte gli arbitri e di tutte le diseguaglianze. E per troppo tempo questo fenomeno è stato digerito come cibo normale, come se, appunto, il Signor Berlusconi fosse davvero rappresentativo della mentalità generale di tutti gli italiani. è vero che troppo spesso si vedono platee di convegni o di eventi pubblici popolate di soli uomini, come se il genere femminile non contemplasse anche studiose oltre che intrattenitrici. Ed è vero che purtroppo è quasi sempre solo l'occhio delle donne a vedere questa uniformità al maschile.

Certo, è bene non generalizzare. Tuttavia non è fuori luogo ricordare anche a chi lo sa già che la dignità violata delle donne è dignità violata per tutti, anche per gli uomini. I quali, in una società compiutamente berlusconiana non sarebbero meno subalterni e più autonomi delle loro concittadine.

© Riproduzione riservata (10 ottobre 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #193 il: Ottobre 15, 2009, 10:25:06 »

Il mio appello alle donne: il silenzio si rompe (anche) il 25 ottobre

di Paola Gaiotti De Biase


Cara Concita, sotto la tua direzione l’Unità ha aperto una campagna «Rompere il silenzio delle donne» che ha segnato forme e modi della stessa emergenza democratica che il nostro paese sta vivendo, fino a un legame che mi pare evidente fra quella campagna e la richiesta abnorme di risarcimenti da parte del Presidente del Consiglio contro L’Unità. È in primo luogo per questo che mi sembra giusto rivolgere a te la proposta di lanciare, come prima firmataria, un appello alle donne italiane perché vadano a votare alle primarie del Pd. Rompere il silenzio è ormaiunoslogan che ci riguarda tutte. Ma non si può rompere il silenzio solo con le parole, anche quando sono forti, anche quando sono condivise, anche quando sono straordinariamente esemplari, comequelle di Bindi a Porta a Porta. Così come non bastano a dominare la storia la misura dei sondaggi (variabili a seconda del campione o del committente) l’affollarsi nelle piazze (con la contesa suinumeri anche quando bloccano mezzo centro di Roma) il moltiplicarsi di firme, che lasciano fuori quelle che non navigano o si bloccano alla prima difficoltà, come spesso capita anche a me. In politica rompere il silenzio è raccogliere le sfide che si presentano, individuare gli strumenti adeguati, nonperdere le occasioni giuste per dire la propria; e la politica ci riguarda - se ricordi era il senso del mio contributo legare rispetto delle donne e crisi generale della democrazia - insieme come donne e come cittadini toutcourt, che si fanno carico dei problemi del loro paese Le primarie del PD sono di per sé finalizzate alla scelta del nuovo segretario, passaggio chiave e importante (rispetto al quale anch’io sono formalmente schierata) e tuttavia perfino riduttivo, rispetto alla fase che stiamo vivendo - vorrei dire grazie a Dio perché comunque tutti e tre i candidati sono persone degne - e perché il partito ha comunque dimostrato di esserci, con i suoi ottomila circoli e circa mezzo milione di votanti.

Ma non possiamo ignorare che in realtà nelle primarie si gioca molto di più. Vorrei dirlo per ordine d’importanza. In primo luogo di gioca intorno all’affluenza alle primarie il futuro di una forma partito che non decide la selezione dei suoi dirigenti entro le prassi tutte interne, che rischiano di riprodurre oligarchie; è ilnumero degli affluenti alle primarie che deciderà se ci saranno ancora, se sapremmo costruire un soggetto altro da quella deriva partitocratica che sta alle nostre spalle. In secondo luogo si gioca intorno alle primarie la conferma della rappresentatività forte, del radicamento nel paese di un’opposizione costituzionale, che sta stretta nel confinamento dell’impotenza parlamentare e della delegittimazione istituzionale perseguiti dal governo Berlusconi in nome di un consenso datato e nel concreto non verificabile. Da questi punti di vista non ho difficoltà ad affermare che, quand’anche si andasse alle primarie tanto incerti da votare scheda bianca, non per questo si farebbe qualcosa di irrilevante, perché la novità politica decisiva di quest’appuntamento non dovrebbe essere il numero dei voti, ma il numero dei votanti. Ma c’è un quarto elemento che come donne ci riguarda direttamente. Da trent’anni e più scrivo - nell’ assoluto silenzio e indifferenza della storiografia maschile sulla Repubblica - che il voto delle donne ha determinato praticamente sempre gli equilibri politici del paese: nell’immediato dopoguerra verso laDCe nella variante regionale emiliana; dal 1975-76 rovesciando gli equilibri ereditati; negli anni Novanta trasferendo sulla transizione politica il mutamento di culture operato dalla televisione commerciale, anche attraversounacaricatura disastrosa del messaggio culturale del femminismo impegnato, nei termini della banalizzazione sessuale, e dunque col suo esito berlusconiano.

Ebbene noi ora vogliamo poter ancora contare. Quale forza contrattuale migliore possiamo inventare che non sia il nostro essere, come possiamo, determinanti, nella occasione che stiamo vivendo? So bene che la battaglia femminile nonsi vince solo nel rapporto politico; si decide nella creatività culturale, nella qualità delle relazioni personali, negli stili di vita, nelle strategie formative delle nuove generazioni. Ma se parliamo di squilibri nella rappresentanza è anche perché sappiamo che questo non è un passaggio irrilevante: ed è una contrattazione che potremmo comunque condurre alla pari per domani, solo se siamo in grado di documentare che siamo state decisive anche per dare forza oggi alla politica democratica. Ai gazebi del centrosinistra, ma nessuno lo dice, la maggioranza dei volontari erano sempre donne: se saranno donne la maggioranza dei votanti lo urleremo sui tetti. Naturalmente so bene le difficoltà e gli ostacoli della proposta che ti faccio. Andiamo alle primarie in un rinnovato spirito di fastidio per la politica che fa di ogni erba un fascio e allontana ulteriormente i cittadini dalla voglia di scegliere. In realtà anche questo fa parte di un problemadi adeguatezza dell’informazione, che non riguarda solo il rischio di non dare le notizie sgradevoli, ma riguarda anche la distrazione diffusa di fronte a quelle positive .

Farò qui un inciso: ho salutato con favore e sostenuto, l’uscita de “Il fatto quotidiano” come un giornale che poteva utilmente riempire un vuoto: ma resta irrisolto un altro vuoto (che ho vissuto come parlamentare anche sulla mia pelle) quello delle notizie sulla politica che lavora, fatica e s’impegna nelle commissioni parlamentari, nelle proposte di legge, nelle battaglie di merito e di cui non si parla mai, preferendo le battute del Transatlantico, il dato riservato suggerito a mezza bocca, l’ultimo legame trasversale. È non riempire questo vuoto che favorisce irresponsabilità, astensionismo, che regala al paese la vittoria del peggio. E ancora: moltissime donne di sinistra, indignate come noi dalla deriva berlusconiana, hanno altri referenti politici, non si considerano elettrici del PD. Non possiamo che rispettarne le scelte ma questo non può esimerci dall’esercitare una funzione insostituibile fra quelle che lo sono. Ecco lascio a te , a l’Unità, valutare le forme, i modi, il linguaggio, i consensi primi di questa iniziativa, che ritengo tu sia oggi, per il ruolo che hai svolto e svolgi, la più adatta per aprire fuori dalle parti in campo.

15 ottobre 2009
da unita.it
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« Risposta #194 il: Ottobre 22, 2009, 10:23:02 »

Molestie sessuali, aumento dei divorzi e meno assistenza sanitaria rispetto ai colleghi maschi.

Un rapporto rivela il prezzo pagato dalle soldatesse Usa

Dal fronte al ritorno in famiglia la doppia guerra del soldato Jane

di FRANCESCA CAFERRI


IL SERGENTE Selena Coppa la guerra l'ha combattuta tre volte: la prima quando è stata mandata in Iraq, come membro dell'intelligence dell'esercito americano. La seconda quando, nel 2007, ha scelto di entrare a far parte di un'associazione che si oppone a quella stessa guerra. La terza, e più difficile, l'ha vinta da poco: in questo caso il nemico aveva la faccia del suo ex-marito, da cui aveva divorziato dopo l'ennesima rotazione in Iraq e che in tutti i modi ha cercato di avere la custodia di Alyson, la figlia, imputando alle frequenti assenze della moglie il fallimento del matrimonio.

"È stato difficile. Il giudice non mi guardava con favore, a causa delle mie lunghe assenze. E durante la battaglia legale non ho ricevuto nessun aiuto dai miei superiori", dice oggi. Per un sergente Coppa che vince, migliaia di donne come lei perdono: figli, famiglia, assistenza sanitaria, una vita normale. A tracciare - per la prima volta in maniera così chiara, come ha ammesso lo stesso Pentagono - il quadro della situazione dei militari donne nelle Forze armate degli Stati Uniti è un rapporto appena pubblicato dalla Iraq and Afghanistan veterans of America (Iava), una delle principali associazioni di reduci americani.

Lo studio evidenzia che le donne ricoprono ormai un ruolo fondamentale nella macchina da guerra americana: l'11% del totale dei militari schierati dal 2001 a oggi in Iraq e Afghanistan sono donne (212mila). Nonostante esista ancora - sulla carta - il divieto di utilizzarle nelle prime linee, mai come in questi due conflitti le donne hanno svolto una funzione avanzata: combattendo fianco a fianco dei colleghi, occupandosi dei rifornimenti, programmando azioni militari e portandole a compimento. La morte di 120 donne in servizio e il ferimento di altre 600 sta a dimostrarlo. Eppure, evidenzia la Iava, nel trattamento di uomini e donne soldato ci sono ancora molte differenze. Troppe.

La prima, e più evidente, è la rarità di donne ai vertici della catena di comando: vedere un generale a quattro stelle come Ann E. Dundwoody - la prima a raggiungere questo traguardo - è un incoraggiamento, ma certo non la norma. È la quotidianità delle donne militari, sostiene Iava, a preoccupare. In cima alla lista delle difficoltà quella - eterna e non solo in campo militare - di conciliare lavoro e famiglia: di fronte a permessi maternità ristrettissimi - quattro mesi dalla nascita del bambino è il tempo concesso dall'esercito a una mamma prima di rimandarla in zona di guerra, e nelle altre forze è ancora minore - e a tempi di schieramento lunghi (12-15 mesi) e ripetuti, il tasso di divorzi delle donne in uniforme è di tre volte superiore a quello dei colleghi uomini (8.5% contro 2.9% nell'esercito; 9.2% contro 3.3% nei marines) e superiore di oltre il doppio alla media nazionale (intorno al 3.5%).

Un terzo delle militari - ma secondo fonti indipendenti sono molte di più - denuncia di aver subito abusi sessuali mentre era in servizio: la maggior parte degli aggressori erano loro superiori e non sono mai stati processati. Le donne hanno maggiore difficoltà nell'accesso alle cure sanitarie: solo il 14% delle cliniche per i reduci ha strutture specializzate in problematiche femminili. Infine le ex militari hanno più difficoltà degli uomini ad accedere al mercato del lavoro e ad avere una vita stabile: a parità di incarico guadagnano in media 10mila dollari l'anno meno dei maschi, 13.100 di loro sono senza casa e il 23% delle veterane homeless ha un figlio minorenne a carico.
Una situazione drammatica che non sembra destinata a migliorare nel breve periodo: "Non si può dire che il governo non stia provando a cambiare qualcosa", spiega Helen Benedict, docente alla Columbia university di New York e autrice di "The lonely soldier", libro sul problema degli stupri nelle forze armate che negli Stati Uniti ha fatto molto discutere e presto uscirà anche in Italia (Ed. il Saggiatore). "Ma è un'intera cultura misogina che va messa in discussione.

E due guerre, con tempi di schieramento lunghi ed estenuanti, non aiutano. Ogni individuo ne esce distrutto: ma agli uomini è concesso alle volte essere violenti e lunatici. Alle donne no. Per questo il conto per loro è più alto".

© Riproduzione riservata (22 ottobre 2009)
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