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Autore Discussione: MONDO DONNA N° 1  (Letto 86305 volte)
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« Risposta #30 inserito:: Maggio 05, 2008, 12:37:41 pm »

Pro e contro

Dai corsi alle ostetriche agli interventi assistenziali.

Il ginecologo: ma nessuna donna sopporta più un travaglio lungo

Sì al parto dolce, ecco la via anti-cesareo

L’istituto Superiore di Sanità studia nuove regole per diminuire le nascite in sala operatoria.

Il record italiano

 
ROMA - Se il bambino si presentava di piedi non c’era problema. L’ostetrica eseguiva con sapienza manovre esterne sul pancione materno e lo accompagnava nella posizione giusta, pronto a tuffarsi di testa verso la vita dopo nove mesi di gravidanza. «Bisognava conoscere bene l’anatomia - racconta Delia, oggi in pensione, che ha fatto rigirare decine di neonati -. Innanzitutto capire da quale parte si trovava il dorso e poi utilizzare lo spazio addominale come palestra dove il piccolo potesse fare la mezza capriola. Nessun dolore per la donna. E che soddisfazione quando l’esercizio riusciva». Oggi il rivolgimento del feto podalico è una pratica quasi del tutto dimenticata.

LINEE-GUIDA - E andrebbe assolutamente ripristinata secondo gli epidemiologi dell’Istituto Superiore di Sanità, al lavoro sulle prime linee guida nazionali «per la promozione dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo». La scomparsa del rivolgimento viene indicata come una delle cause del continuo aumento di parti chirurgici. In Italia il parto cesareo è passato dall’11% delle nascite totali negli anni ’80 al 38% del 2005, mentre la soglia stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è del 10-15%. Macroscopiche differenze tra le Regioni: 23% a Bolzano, 60% in Campania. Coordina lo studio Alfonso Mele, responsabile del programma Linee Guida dell’Iss, con Serena Donati e Giovanni Baglio. Tra l’altro saranno previsti corsi di formazioni specifici per ricondurre le ostetriche alla vecchia arte. Si comincia da una considerazione. Non ci sono evidenze che il maggiore ricorso ai cesarei sia associato a fattori di rischio di mamma e bambino. Alla base del fenomeno c’è invece un comportamento non appropriato degli operatori dei centri maternità generato da carenze strutturali e organizzativi e ad aspetti culturali.

NORME E CULTURA - Difende la categoria Maria Vicario, presidente della Federazione dei collegi delle ostetriche, proprio nella Giornata internazionale delle ostetriche, che si celebra oggi: «Il rivolgimento fa parte del programma dei nostri corsi ma lo pratichiamo solo con simulazioni. Io in carriera l’ho eseguito solo un paio di volte. E’ caduto in disuso. Inoltre non fa parte delle prestazione a noi consentite, elencate nella legge del novembre del 2007. La percentuale di bambini podalici è bassa, l’1-2% dei nati. Non è così che argineremo l’eccesso di cesarei». Ha qualche dubbio Domenico Arduini, ginecologo, università di Tor Vergata: «Il rischio non vale la candela. Sono manovre che possono essere pericolose per mamma e figlio e e non sempre trovano un’indicazione. Il feto deve pesare meno di 3 chili». Secondo Arduini per restituire più in generale al momento del parto la sua naturalezza sottraendolo alla medicalizzazione occorrerebbe cambiare la cultura di operatori e mamme: «Oggi nessuna vuole affrontare l’idea che un travaglio duri oltre le otto ore e invece può essere molto più lungo. Inoltre nella classe medica e tra i ginecologi è diffuso il timore risarcitorio. Preferiamo evitare ogni rischio. E il cesareo si offre come la strada più sicura in caso di podalico». E sempre in tema di parti, è sempre aperto il dibattito sulle nascite in casa, come ai tempi della nonna. Scelta romantica, ancora suggestiva. L’1% dei bambini liberano il primo vagito sul lettone di casa, contro il 2% della Gran Bretagna e il 30% dell’Olanda. Era normale fino agli anni Cinquanta e Sessanta. L’offerta di centri maternità più comodi e attrezzati ha fatto quasi del tutto dimenticare il percorso domiciliare. Molto dipende dal tipo di assistenza su cui si può contare. Alcune Regioni sono bene organizzate, non tutte prevedono il rimborso completo. I ginecologi sono contrari per ragioni di sicurezza. Negli Usa c’è una terza alternativa. L’Abc, alternative birth center. La stanza della puerpera viene trasformata in un piccolo ospedale.

Margherita De Bac
04 maggio 2008(ultima modifica: 05 maggio 2008)

da corriere.it
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« Risposta #31 inserito:: Maggio 13, 2008, 04:17:40 pm »

POLITICA

Le reazioni del mondo della politica al discorso di Benedetto XVI

Pannella: presto grande manifestazione in difesa della normativa sull'aborto

Maggioranza in imbarazzo e divisa

La Carfagna: "La legge 194 resta"

di CARMELO LOPAPA

 
ROMA - Al battesimo del fuoco della prima uscita del Pontefice sul più caldo dei temi etici, quello dell'aborto, la reazione tiepida e imbarazzata del governo Berlusconi appena insediato finisce con lo spaccare la maggioranza. Deluse forse le aspettative delle gerarchie cattoliche, ma soprattutto quelle dell'ala teocon del Pdl che strattona i ministri competenti (Carfagna in testa) e li invita a prendere una posizione più decisa contro la 194 e più in linea con la Santa Sede. Quasi a replicare uno schema di contrapposizione che ha contraddistinto la vita della precedente maggioranza sulle questioni di bio-politica.

La verità è che il premier, come ha già dettato in campagna elettorale, non vuole farsi trascinare sulle barricate di una battaglia sui valori e ha imposto una reazione al monito di Benedetto XVI a dir poco cauta.
Un'ora dopo la riflessione del Papa sulla legge sull'aborto definita una "ferita", a trent'anni dalla sua approvazione, l'unico commento da Palazzo Chigi viene affidato al ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna. "Il problema non è discutere la 194 - spiega - ma applicare la cultura della vita che in questi trent'anni, come dice giustamente il Papa, è stata svilita. Serve una normativa a favore della famiglia che incentivi le nascite e a favore delle donne affinché rinuncino ad abortire". Ha ragione il Pontefice, insomma, ma la legge non si tocca.

Un passaggio tanto chiaro da far insorgere nella stessa maggioranza chi la pensa in maniera diversa. A cominciare da Alessandra Mussolini che, rimasta fuori dall'esecutivo, si rivolge piccata alla ministra: "Aborto e maternità debbono entrare subito nell'agenda politica poiché sono emergenze sociali da affrontare immediatamente. Il richiamo del Santo Padre non può cadere nel vuoto". E il vice presidente della Camera Maurizio Lupi, vicino a Cl, a rincarare: "Il Papa ha posto un problema reale, la politica deve assumersi le sue responsabilità".

Molto più articolato il ragionamento di Eugenia Roccella, nel giorno in cui viene designata sottosegretaria alle Politiche sociali con delega proprio ai temi etici. L'ex portavoce del Family day, eletta nelle file del Pdl, invita a non stupirsi per le parole del Pontefice in linea con "il magistero della Chiesa, che è sempre stato quello: l'aborto è l'interruzione di una vita umana". Detto questo, la sottosegretaria auspica un "tagliando" per la 194, "che non comporta la sostituzione dell'auto, ma un semplice controllo: un eventuale intervento andrebbe fatto laddove la legge è stata disattesa se non addirittura violata". Molto più intransigente si preannuncia la strategia sulla pillola abortiva Ru486. "È incompatibile con la 194, che invece permette l'aborto solo in strutture ospedaliere. Ha già fatto 16 vittime - scandisce la Roccella - sfuggite a ogni controllo istituzionale e passate sotto silenzio. Occorrono indagini scientifiche serie, quindi, va disciplinata la prescrizione, adesso affidata ai protocolli regionali. Noi punteremo a valorizzare la maternità ponendo rigorosi vincoli all'eugenetica. E la legge 40, confermata da un referendum, non si tocca".

Sul fronte opposto, fresca di incarico, si colloca Vittoria Franco, senatrice Pd e ministro ombra per le Pari opportunità. Come anche l'ex ministro Livia Turco, sottolinea come "la 194 è una legge che ha funzionato, dimezzando in questi 30 anni gli aborti in Italia e non va cambiata ma applicata in tutte le sue parti". Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato, invita "colleghe e colleghi che vogliono metterla in discussione ad attenersi alla legislazione italiana".

Marco Pannella annuncia entro giugno "una grande manifestazione a sostegno della legge sull'aborto" e intanto definisce le "dichiarazioni quotidiane di questo Papa un'offesa contro lo Stato democratico: una bestemmia contro la verità". Affondo tanto pesante da far insorgere il vicepresidente Udc della Camera, Rocco Buttiglione, per il quale "la violenza dell'attacco di Pannella contro il Papa prelude ad una nuova forma di totalitarismo del pensiero".

(13 maggio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #32 inserito:: Maggio 13, 2008, 04:34:52 pm »

Legge 194, la forza dei numeri

Livia Turco


L’aborto è un dramma e uno scacco. Mai un diritto. Il giudizio più duro contro l’aborto lo hanno pronunciato e lo pronunciano le donne. È il tribunale della loro coscienza a esprimere il verdetto più inflessibile. Anche perché esso non scaturisce dalla gelida elencazione di princìpi o dall’astratta predicazione di valori, ma da quel grembo materno che ha corpo e spirito. Carne ed anima. È da quel grembo materno che scaturisce la capacità di accogliere un figlio. Solo quel grembo materno che desidera un figlio ma non è in grado di accoglierlo conosce il dolore della rinuncia, della costrizione, della impossibilità. Sa quanto sia duro dire: «Non ti accolgo».

Quel grembo materno merita rispetto. Sempre. Perché è il luogo dell’incontro tra l’io della madre e il tu del figlio. È il luogo di nascita di quella specialissima relazione madre-figlio: la sola che può accogliere la vita umana. Luogo fisico, psichico, morale. Si sconfigge l’aborto solo riconoscendo, sostenendo e promuovendo la capacità di accoglienza della donna, della coppia e della società. Non si sconfigge l’aborto senza e contro le donne. Ovvero, continuando a considerarle bisognose di tutela morale in quanto incapaci di esercitare una scelta responsabile.

Amareggiano le parole del Papa contro la legge 194, perché di fatto disconoscono il mistero e la moralità del grembo materno. Accusare la 194, dopo 30 anni di applicazione, di non aver cancellato l’aborto, significa non solo attaccare una legge ma disconoscere il grande cammino che le donne italiane hanno compiuto per liberarsi dalla necessità dell’aborto. Un cammino che ha prodotto una cultura più attenta e responsabile verso i figli, verso la vita umana, verso gli altri. Attaccare la legge e non nominare la drastica riduzione del ricorso all’aborto significa non voler ammettere ciò che la realtà dice: solo la legalizzazione e il riconoscimento del principio morale della scelta possono comportare la riduzione del ricorso all’aborto. Lasciamo parlare i dati: nel 2007 sono state effettuate 127.038 Ivg (interruzione volontaria di gravidanza), con un decremento del 3% rispetto al dato definitivo del 2006 (131.018 casi) e un decremento del 45,9% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto numero di Ivg (234.801 casi). Il tasso di abortività, l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’Ivg, nel 2007 si è attestato al 9,1 per mille, con un decremento dello 0,3 per mille rispetto al 2006 (9,4 per mille) e un decremento del 47,1% rispetto al 1982 (dal 17,2 al 9,1 per mille).

Questi dati dicono che la legge 194 è efficace, saggia e lungimirante, proprio perché contiene in sé il punto di equilibrio tra la tutela del nascituro e la tutela della salute della donna. Perché fa leva sulla responsabilità delle donne, delle coppie e sulla scienza e coscienza medica.

Bisogna applicare la legge in tutte le sue parti per prevenire l’aborto. Attraverso il potenziamento dei consultori, l’educazione dei giovani, il sostegno alle maternità difficili facendo si che nessuna donna rinunci ad un figlio per ragioni economiche e sociali. Bisogna prevenire l’aborto terapeutico attraverso un accurato percorso della diagnosi prenatale prevedendo tutto il sostegno psicologico e sociale per le donne e le coppie che stanno per accogliere figli portatori di disabilità. Bisogna che le donne che scelgono di abortire possano vivere questa dolorosa esperienza in un contesto di dignità, rispetto e piena tutela della loro salute.

Su questi temi molte azioni sono state attivate dal Governo Prodi, molte si sono interrotte. Bisogna insistere per una piena e corretta applicazione della 194 e impegnarsi per costruire una società accogliente nei confronti della maternità e della paternità. Occorre una politica “forte” a sostegno della famiglia che consenta alle donne di conciliare il lavoro e la famiglia e solleciti gli uomini ad assumersi le loro responsabilità verso i figli, partecipando al lavoro di cura.

Le dure parole del Papa contro la legge 194 pongono una questione più di fondo: fino a quando nel nostro Paese sui temi etici ci sarà belligeranza, guerra fredda, scontro, è questa la strada per affermare i valori da tutti condivisi come della vita umana e della famiglia? Credo proprio di no. Lo dico ricordando anche la fatica e gli insuccessi della precedente legislatura. C’è bisogno di un cambio di passo e di approccio sui temi etici. Un cambio di passo all’insegna della pacatezza, del rispetto, del reciproco riconoscimento della ricerca delle soluzioni condivise. È disponibile il centrodestra a promuovere questo cambio di passo?

Pubblicato il: 13.05.08
Modificato il: 13.05.08 alle ore 8.36   
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« Risposta #33 inserito:: Maggio 16, 2008, 12:09:44 am »

La faccia perbene dei giovani torturatori


È difficile perfino raccontarle certe storie, tanto sono efferate e gratuite. Dimostrano una tale mancanza di sentimento da risultare poco credibili. Una ragazzina dalla faccia triste che frequenta la scuola di una piccola città siciliana, Niscemi. Dei compagni di scuola, giovanissimi amici con cui usciva. Tutto nella norma. Lorena si innamora di uno di loro. Ma il giovanottello preferisce tenersi sui bordi di un erotismo vizioso e sadico.

Un giorno la ragazza scopre di essere incinta. E invece di rivolgersi ai genitori, o alle amiche, affronta con coraggio i suoi amorosi—carnefici. Si apparta con loro per dichiarare «sono incinta di uno di voi». Ma non sa di chi.

Quando Filumena Marturano dice a Domenico Soriano che uno dei figli è suo ma non gli spiega quale, l’uomo si vergogna e capisce di avere agito male. Filumena la coraggiosa sa che, pur di salvare suo figlio, Domenico accetterà gli altri. De Filippo pensava di descrivere il massimo dell’egoismo maschile. Non gli veniva neanche in mente che il guappo Soriano potesse strangolare Filumena e gettarla in una roggia.

Invece a Niscemi, quando Lorena afferma che non sa di chi sia quel figlio che vorrebbe nascere, i tre amici si rivoltano contro di lei come se fosse la peggiore delle nemiche. La picchiano, la legano, la seviziano, la strangolano e poi la gettano in un pozzo. Questo è successo il 30 aprile scorso e nessuno, nella buona tradizione omertosa siciliana, ha visto né sentito niente.

Come mai gli amici del bar tacevano? Per solidarietà? Ma perché tutti provano solidarietà verso i ragazzi e non verso la ragazza? E le amiche di Lorena? Le compagne di scuole? Anche loro solidali coi maschi?

Ma tanta gratuità, perché? Tanta furia, come? In realtà non c’è niente di gratuito. Quando non si capiscono le ragioni di un comportamento vuol dire che non siamo capaci di scendere in profondità. C’è in questo delitto una connotazione culturale che ci sfugge, qualcosa di difficile da interpretare. Sembrerebbe un odio che affonda le radici in zone oscure e taciute del tessuto connettivo del paese. Potrebbe trattarsi dell’antico odio verso la femmina della specie? L’odio verso una diversità sentita come sfuggente e pericolosa? Verso la Eva che ha suggerito ad Adamo di mangiare la mela proibita? Assomiglia anche però stranamente al risentimento che i nazisti provavano nei riguardi degli ebrei. Per i loro occhi accecati dall’acredine il corpo di una ragazza si trasformava nel portatore di una immagine: quella di una razza nemica, da annientare. Ma qui, ciò che inquieta è la rapida mutazione: il modo in cui dei bravi ragazzi si trasformano in furenti macellai.

Da dove viene la paura verso un sesso esposto alla rapina? Difficile dire se siano più devastanti nella loro influenza le antiche abitudini mentali di un paese misogino, oppure se sia l’influenza di quegli stupidi modelli televisivi che si basano sulla esaltazione del più furbo, del più cinico, del più forte, del più ricco. Negando una volta per tutte, in mezzo ai lustrini e alle baldorie, le ragioni dei più deboli, dei più esposti, dei più fiduciosi.

La faccia dagli occhi confidenti della giovanissima Lorena ci guarda oggi dai giornali come chiedendosi sorpresa cosa le sia successo. La sua mente di ragazzina innocente non poteva prevedere la macelleria. Non poteva prevedere la trasformazione di tre giovani, magari un poco perversi, ma certamente bravi figli di papà, in assassini e torturatori.

Per quella faccia, per le tante facce di ragazze fiduciose e vogliose di vivere che vengono continuamente e con brutalità messe a tacere, abbiamo il dovere di riflettere sulla diffusione della violenza che sta diventando nella testa dei più giovani una norma di comportamento.

Dacia Maraini
15 maggio 2008

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« Risposta #34 inserito:: Maggio 17, 2008, 11:21:03 am »

NEUROLOGIA

Orgasmo: che cosa si accende e che cosa si «spegne» nel cervello

Nelle donne è necessario che alcune aree siano «messe a tacere» perchè sia raggiunto il piacere

 
Cosa succede nel nostro organismo nel momento in cui viene raggiunto l'orgasmo? La rivista Scientific American approfondisce l'argomento andando a investigare quelle che sono le radici neurologiche del piacere sessuale, ovvero l'insieme dei segnali e delle attività delle varie aree del cervello che aiutano «a perdere la testa» e determinano il raggiungimento del climax.

ADDIO INIBIZIONI – Tra le ricerche citate dalla rivista vi è quella condotta nel 2006 su un campione di donne dall'università Groningen, che ha permesso di scoprire che mentre durante la fase di eccitazione si verifica l'attivazione dei neuroni di alcune aree del cervello, nel momento del massimo piacere femminile i neuroni di alcune porzioni della materia grigia si disattivano, diventano muti.

UN AIUTO DAL CERVELLO – Una delle aree in questione è quella della corteccia orbito-frontale laterale sinistra, preposta alla gestione dell'autocontrollo: la diminuita attività starebbe quindi a indicare che il nostro cervello in un certo senso agevola il raggiungimento dell'orgasmo facendo perdere le inibizioni. Analogo rallentamento avviene nella corteccia prefrontale dorsomediale, dove si ritiene nasca il pensiero morale: in tal caso la pigrizia dei neuroni corrisponde a una sospensione della capacità di giudizio e di riflessione. E ancora, attività neuronale ridotta anche nell'amigdala del cervello delle donne, che coinvolta nelle emozioni e nella paura: perché è necessario sgomberare il campo da timori e ansia se si vuole che le donne raggiungano l'orgasmo. Tutto più semplice per gli uomini, invece, la cui attività neuronale pare non necessiti di essere messa a riposo per agevolare il piacere, e nemmeno smette di rispondere vivacemente agli stimoli sensoriali. Come a significare che, paradossalmente, per avere un orgasmo le donne devono sopprimere le emozioni, mentre il sesso forte se la cava bene comunque.

Alessandra Carboni
16 maggio 2008

da corriere.it
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« Risposta #35 inserito:: Maggio 24, 2008, 01:05:15 am »

Legge 194, trent’anni dopo

Maria Antonietta Farina Coscioni


In piazza San Pietro piena di fedeli convenuti per ascoltare il pontefice di allora, Paolo VI, alcuni striscioni del Partito Radicale: «Più pillola, meno aborti», si legge. Ecco: è lì, in quelle ingiallite fotografie di oltre quarant’anni fa (era il 1967), la risposta di quanti oggi vogliono modificare in senso più restrittivo la legge 194, che ieri ha compiuto trent’anni, e invocano una pretestuosa moratoria dell’aborto che paragonano alla pena di morte. Più anticoncezionali, più informazione, era e continua ad essere la parola d’ordine dei radicali; che certo, sono oggi come ieri contro l’aborto: quello clandestino, di massa e di classe cui facevano ricorso centinaia di migliaia di donne, costrette nella clandestinità: le povere facendo ricorso a “mammane” e “fattucchiere” e spesso ne venivano massacrate; mentre le donne ricche potevano fare ricorso ai “cucchiai d’oro”, o andando all’estero.

È questa la realtà che tanti sedicenti difensori della vita pervicacemente ignorano, vogliono ignorare, occultano: che grazie a una legge - che non è quella voluta dai radicali, ma che comunque evita alle donne di essere perseguite penalmente - si è, letteralmente, salvata la vita a centinaia di migliaia di donne; e il numero degli aborti da allora è comunque sensibilmente diminuito.

Quella legge, è bene ricordarlo, non è frutto di un caso. Nel 1975 per ordine della procura di Firenze, su “delazione” del settimanale fascista Candido, vennero arrestati per aborto e procurato aborto Emma Bonino, Adele Faccio, l’allora segretario radicale Gianfranco Spadaccia, il dottor Giorgio Conciani. Sull’ondata di quegli arresti si raccolsero le firme per un referendum abrogativo delle norme del codice penale che punivano l’aborto; Loris Fortuna presentò un testo di legge; centinaia di donne e di uomini, come era già accaduto in Francia e in Germania, si autodenunciarono per aborto e procurato aborto; alla fine si riuscì ad approvare una legge: non è la legge che avremmo voluto, ma almeno evita alla donna che già affronta una prova comunque dolorosa, il trauma della persecuzione giudiziaria; e il referendum che clericali e conservatori promossero per abrogare la legge venne respinto al mittente a larga maggioranza. Sono dati questi di cui non si deve smarrire la memoria, e lo si dice a ragion veduta: che accade in questi giorni di leggere tante “ricostruzioni” di quel che fu e di quel che accadde, che sono insieme avvilenti e umoristiche: dal Cisa che diventa inspiegabilmente «Centro Italiano Sterilizzazione Aborto» e si omette significativamente che la I stava invece per «Informazione»; alla sistematica omissione (anche solo per citazione) del ruolo svolto dai radicali in quegli anni.

Anche oggi ci si assicura che la legge 194 “non verrà modificata”; e tuttavia ogni giorno il Vaticano incita e sprona in senso opposto; in decine di ospedali e in intere regioni si tollera che i medici possano boicottarla facendo ricorso all’obiezione di coscienza; e contestualmente si vorrebbe impedire e si boicotta la pillola del giorno dopo, gli anticoncezionali, il principio stesso dell’autodeterminazione della donna.

Occorre reagire a questa offensiva clericale e oggettivamente reazionaria. Anche per questo, come radicali e associazione Luca Coscioni ci siamo impegnati ad allestire decine di tavoli di informazione sessuale: saranno presenti medici che prescriveranno la ricetta per la pillola del giorno dopo a chiunque ne farà richiesta.

Da Gorizia a Palermo, da domani e per tutto il finesettimana, i tavoli saranno presenti nelle università, nelle scuole e nelle piazze della penisola. Il messaggio che intendiamo diffondere è questo: il reale strumento antiabortista non è l’obiezione, praticata da un numero di medici sempre maggiore, ma è la contraccezione. Ed è proprio per incrementare la disponibilità dei contraccettivi che con gli studenti dell’Associazione Luca Coscioni, oltre a offrire i preservativi ai tavoli, raccoglieremo le firme per la commercializzazione della pillola del giorno dopo come farmaco da banco, per l’abolizione dell’obbligo della ricetta, come avviene negli altri paesi europei e negli Stati Uniti. Perché la ricetta “preventiva” diventi lo strumento per la difesa del diritto a servirsi del contraccettivo di emergenza, senza incappare negli obiettori di coscienza.

Pubblicato il: 23.05.08
Modificato il: 23.05.08 alle ore 14.57   
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« Risposta #36 inserito:: Maggio 29, 2008, 12:19:47 pm »

28/5/2008
 
Alla scuola licenza di giustizia
 
 
 
 
 
ELENA LOEWENTHAL
 
Sul terreno del lessico, la nostra scuola non difetta di creatività. Mentre le riforme strutturali stagnano nelle paludi della politica, è un fiorire di neologismi, accostamenti arditi, sigle pregnanti. Da qualche anno, il destino dei nostri figli è affidato al Pof (Piano dell’offerta formativa). Anche i «debiti» sono diventati formativi, il che a ben pensarci è inquietante. Sembra quasi che le leggi di natura siano sovvertite: darwinianamente parlando sarebbero le parole a doversi adattare all’ambiente per sopravvivere, invece a quanto pare tocca a noi farci il callo.

L’ultima mutazione scolastica si chiama «patto di corresponsabilità»: lo prevede da settembre un decreto dell’ex ministro Fioroni, con una postilla di «discrezionalità concessa agli istituti», che lascerà spazio a ingegnose soluzioni. Il patto si innesta sul principio che «prevenire è meglio che combattere», ma anche sulla triste ineluttabilità dei fenomeni di vandalismo. Ebbene, di che cosa si tratta?

Di un documento che si farà firmare all’inizio del prossimo anno scolastico ai genitori, impegnandoli a risarcire i danni eventualmente - il condizionale è scaramantico - commessi dai loro pargoli. Eventualmente, anche quando non si sia individuato un responsabile. Eventualmente, anche nel caso di scolaretti maggiorenni. Ogni scuola preparerà un suo regolamento, ma le linee guida sono più o meno queste: banchi graffitati? Allagamenti? Muri imbrattati? Mano al portafoglio. Di mamma e papà.

Il provvedimento si configura come una vigorosa presa di posizione. Suggerisce, anche se molto vagamente, una certa idea di rigore. Ma merita qualche riflessione, a partire dal piano strettamente lessicale. Il concetto di «corresponsabilità» è paradossale: dice il contrario di quel che indica. La responsabilità è l’assunzione di una consapevolezza individuale nei confronti degli altri. Non ammette condivisione. Rendendo «corresponsabili» i genitori, di fatto si de-responsabilizza chi di dovere. E non è soltanto una questione di termini.

Da ormai molti anni, infatti, la scuola si pone come educatrice a tutto tondo delle nuove generazioni. Non impartisce soltanto un bagaglio di conoscenze, è diventata custode di una formazione globale. Il che fa comodo a tutti: ai genitori sempre più impegnati, distratti, insicuri. Al sistema - quello scolastico nel suo insieme, senza allusione alla competenza individuale degli insegnanti - sempre più impreparato sul piano dei contenuti. Il decreto su questa nuova «corresponsabilità» stabilisce invece una brusca inversione di rotta. Un po’ come chiamare alla lavagna lo studente in letargo all’ultimo banco d’angolo, che tutto si aspettava fuorché di venire interrogato. Date le circostanze, è lecito presumere che molti genitori chiedano interdetti: «Ma come, non toccava alla scuola educare mio/a figlio/a?». Sbagliatissimo, ma giustificato dalla piega che le cose hanno preso in questi anni.

La ragione principale per cui questa misura sembra inadeguata tocca però un altro aspetto. Per quanti adolescenti talmente vandali da devastare la propria scuola, le finanze di famiglia saranno un deterrente? Chi arriva a tanto non si fa scoraggiare da così poco. Non sarebbe invece male trasformare la corresponsabilità della classe adulta - scuola e genitori - in una responsabilità a misura di quell’altra, che sta sui banchi. Più che far firmare l’impegno a sborsare ci vorrebbe, da parte dei genitori, quello a dare carta bianca alla scuola: un mese a pulire i gabinetti per ogni tentato vandalismo. Sospensioni a lungo termine e lavori manuali socialmente utili in caso di devastazioni. Lasciare alla scuola licenza di giustizia sarebbe una misura preventiva più efficace. Mettendo bene in chiaro - e per iscritto - questo mandato: perché ogni volta che dalla scuola arriva un tiepido segnale di severità (che sia un votaccio o una nota disciplinare) subito si levano gli scellerati scudi che sono ormai il comodo emblema della genitorialità a scuola: «Povero il mio bambino/a! Ora lo/a difendo io!».

elena.loewenthal@mailbox.lastampa.it
 
da lastampa.it
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« Risposta #37 inserito:: Maggio 30, 2008, 11:28:10 am »

30/5/2008
 
La morte come la vita ha le sue leggi sacre
 
 
 
 
 
MICHELE AINIS
 
Vincenza c'è riuscita. Perché l'ultimo viaggio l'ha fatto a fari spenti, e nel silenzio degli astanti. Welby no, lui è rimasto intrappolato fra le carte bollate. Troppo scalpore sul suo caso, troppi appelli, troppa televisione. Non sta bene parlare di morte ad alta voce: dopotutto la morte è l'ultimo tabù della nostra società desacralizzata. Insomma Welby aveva dato scandalo, e lo scandalo ha prolungato le sue sofferenze. Eppure la morte non è scandalo, è solo la fine ineluttabile. Così c'è scritto nel libro della natura, e non possiamo farci niente. In quel libro c'è anche scritto che non spetta a noi decidere il tempo in cui veniamo al mondo, però ciascuno ha la facoltà di stabilire il tempo della propria morte. E anche su questo la società, la politica, il diritto sono a mani nude. Non a caso il tentato suicidio non viene punito dalla legge. Non a caso il rifiuto delle cure è un diritto garantito dalla Costituzione.

Nella vicenda di Vincenza si riflette dunque un principio di giustizia, di quella giustizia naturale evocata per lo più a sproposito dalle gerarchie vaticane. E d'altronde - diceva Montanelli - se abbiamo un diritto alla vita, allora abbiamo anche un diritto alla morte. Poi, certo, le leggi possono frapporvi vincoli e divieti. Ma possono farlo per i deboli, per chi non ha più muscoli o coscienza, per chi come Vincenza soffre di sclerosi laterale amiotrofica. Possono stabilire che soltanto i sani hanno diritto a non soffrire. Tuttavia la giustizia è più forte di qualsiasi paradosso incartato in una legge, e trova quasi sempre un giudice, un infermiere, un medico che se ne fa portavoce. Nel 2002 è accaduto all'ingegner Forzatti, che aveva staccato il respiratore da cui la moglie traeva un'esistenza artificiale: assolto. Nel 2003, in Francia, è successo per il caso di Marie Humbert, madre d'un ragazzo tetraplegico, cieco e muto, ma soprattutto ben deciso a morire: assolta anche lei, nonostante avesse propinato al figlio un barbiturico letale. Adesso è stato il turno di Vincenza, attraverso un giudice di Modena, e per mezzo di un'interpretazione innovativa della legge n. 6 del 2004.

Non è qui importante interrogarsi se quella legge esprima un mandato chiaro, se chi l'ha scritta avesse pensato d'applicarla anche a Vincenza. Probabilmente no, altrimenti l'avrebbero fermata. Come hanno fermato, durante la legislatura scorsa, il progetto sul testamento biologico, dopo 49 audizioni in Parlamento e un dibattito fluviale sulla carta stampata. Ma sta di fatto che l'istituto dell'amministratore di sostegno venne a suo tempo concepito anche in soccorso dei malati terminali. E sta di fatto inoltre che fra le nostre 20 mila leggi si trova sempre una ciambella cui s'aggrappa l'ingiustizia, ma qualche volta pure la giustizia.

micheleainis@tin.it
 
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« Risposta #38 inserito:: Giugno 01, 2008, 04:08:48 pm »

La Spd salvata dalle donne

Paolo Soldini


Andrea ha 37 anni e una storia di sinistra doc alle spalle. Gesine, a 65 anni, potrebbe essere sua madre, e viene dalla cultura del circolo di Seeheimer, celebre pensatoio della destra socialdemocratica. Non potrebbero essere più diverse, politicamente, le due stelle che da un po’ hanno cominciato a brillare nel cielo nero-pece della Spd insieme con un’altra Andrea, cinquantenne, cui ad aprile nell’Assia riuscì il colpaccio di riportare un partito scoraggiato a un passo dal potere. Gesine e le due Andrea: pare proprio che il destino del più antico e più potente (anche se un po’ malconcio) partito della sinistra europea sia nelle mani delle donne.

La figura salvifica, molto «tedesca» e molto «socialista», del «Hoffnungsträger», ciò che furono Schumacher, Brandt, Schröder, oggi va declinata al femminile plurale: portatrici di speranze. Almeno per l’avvilito popolo socialdemocratico.

La prima Andrea di cognome fa Nahles ed è vicepresidente del partito. È cresciuta negli Jusos, l’organizzazione giovanile da sempre schierata a sinistra. È arrivata ai vertici della Spd con una strategia di sfondamento che gli osservatori paragonano a quella condotta da Angela Merkel nei ranghi della Cdu: lotta senza quartiere al machismo politico e rinnovamento di contenuti e di stile. L’attuale cancelliera se la dovette vedere con Kohl, che prima la coccolava poi, quando capì che stava crescendo troppo, le mise tra le ruote tutti i bastoni possibili. Nahles se l’è dovuta vedere con Schröder e con la sua longa manus Franz Müntefering. Proprio Müntefering è stato il primo a rimetterci le penne: quando, sicuro di vincere, l’allora presidente della Spd nell’ottobre del 2005 propose il suo fedelissimo Kajo Wasserhövel alla segreteria generale, fu Andrea ad opporsi a quello che appariva come un atto di arroganza politica e lo fece tanto efficacemente che il praesidium, invece di Kajo, elesse lei. Müntefering si dimise, Andrea Nahles rinunciò alla carica ma da allora divenne il punto di riferimento di tutti i rinnovatori del partito. Se ne è accorto il debole Kurt Beck, che prese il posto di Müntefering e che Nahles, con una determinazione che ha sfiorato la perfidia, tiene sotto il tiro della propria popolarità nella base e - cosa in Germania molto importante - tra i lavoratori iscritti alla potentissima Ig-Metall.

È stato proprio contro Beck che la prima Andrea ha vinto la battaglia che chiama in causa la seconda donna della triade delle rinnovatrici: Gesine Schwan. Nel quadro della grosse Koalition, Beck aveva stretto con la cancelliera un patto secondo il quale la Spd non avrebbe presentato un proprio candidato alla presidenza della Repubblica che scade l’anno prossimo e alla quale sarebbe stato rieletto Köhler. Ma ancorché politicamente agli antipodi nella Spd, Nahles e Schwan hanno stretto anche loro un patto, forti della circostanza che la seconda, co-fondatrice del circolo di Seeheimer, rispettatissima politologa e ricercatrice di scienze sociali, presidente della prestigiosa università europea di Francoforte, è molto popolare tra i grandi elettori del capo dello Stato e già nel 2004 mancò contro Köhler per pochi voti.

La scelta di candidare la socialdemocratica più in grado di assicurarsi voti a destra, imposta dalla sinistra della Spd con l’accordo dei Verdi e quello (sottobanco) della Linke, la sinistra-sinistra di Bisky e Lafontaine, ha fatto infuriare la cancelliera e ha impresso una bella scossa all’edificio, già assai traballante, della grosse Koalition. Il che poi, è almeno lecito sospettarlo, non dispiace affatto alla nostra Andrea. La quale, per il futuro della politica tedesca, ha in testa scenari diversi dalla continuazione di quel matrimonio forzoso tra elefanti che è l’alleanza tra la Spd, la Cdu e la Csu .

E qui entra in scena la seconda Andrea di questa storia. Ypsilanti nella campagna elettorale che qualche mese fa le ha consegnato lo strepitoso successo elettorale nell’Assia aveva assicurato l’opinione pubblica moderata, e soprattutto la destra del suo proprio partito, che non avrebbe cercato, dopo il voto, l’alleanza con la Linke. Poiché però in base alla composizione della nuova Dieta l’unica combinazione di governo prevedeva almeno un’intesa con i deputati di Bisky e Lafontaine, Andrea Ypsilanti aveva provato a rimangiarsi, almeno parzialmente, la parola data. Di fronte al no di un esponente, uno solo, della direzione regionale la vincitrice delle elezioni, molto correttamente, ha rinunciato. Ma il tema che per mesi e mesi era rimasto sepolto sotto i tabù è uscito, comunque, allo scoperto: la Spd nei sondaggi è molto indietro alla Cdu-Csu, ma, se vuole, ha di fronte a sé una maggioranza alternativa, purché ai Verdi aggiunga anche la Linke. La formula rosso-rosso-verde è già praticata a livello locale a Berlino (che è un Land) sotto la guida del borgomastro Klaus Wowereit, il quale non a caso è indicato, come le due Andrea, tra i riformatori della Spd nel cui futuro può affacciarsi la stanza dei bottoni della cancelleria.

Il fatto è che, come amava dire Brandt, in Germania esiste una maggioranza a sinistra del centro. Un orientamento del complesso dell’opinione tedesca che pesa sulla Spd e la sta costringendo, non solo per reggere alla concorrenza della Linke e alle inquietudini dei sindacati, a una virata a sinistra rispetto al programma di revisione del welfare propugnato da Schröder sotto il nome di Agenda 2010 che ha già preso corpo nella ridiscussione delle misure di sussidio e dell’età pensionabile, mentre comincia, e si annuncia infuocato, un nuovo scontro sulla politica fiscale. Con la cancelliera da una parte e con un gruppo dirigente socialdemocratico caratterizzato da una forte presenza femminile dall’altra parte, il confronto sarà molto attento alle ragioni delle donne.

Pubblicato il: 31.05.08
Modificato il: 31.05.08 alle ore 15.17   
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« Risposta #39 inserito:: Giugno 06, 2008, 04:40:47 pm »

Girotondo dell’orrore

Elena Stancanelli


La vicenda dell’italiano che stupra la ragazzina di quattordici anni marocchina ci colpisce non tanto per il fatto in sé, ma perché i ruoli sono ribaltati rispetto a quella che ci stiamo abituando a credere debba essere la norma. L’uomo nero è bianco e la vittima non sono io, o mia sorella, o la figlia di un deputato leghista. La vittima è una ragazzina cresciuta tra persone che le avranno insegnato cose diverse da quelle che impariamo e insegniamo noi nelle nostre famiglie. Probabilmente. O forse questa ragazzina è identica alle sue coetanee e compagne di classe, prega lo stesso dio e veste gli stessi jeans a vita bassa e le stesse canottiere.

Si fa le canne e tiene in camera il poster di Vasco Rossi o dei ballerini di Amici.

Non lo sappiamo, e non ci sembra nemmeno importante, oggi. Perché si tratta di una ragazzina di quattordici anni che un uomo, un mostro, ha portato in una casa e ha violentato, mettendola incinta. Per noi, giustamente, che porti il velo o no, vale quanto che si chiami Giulia o Federica. Nessuno si sognerebbe mai di pensare che, in uno dei due casi, la violenza sarebbe stata più dolorosa o più sopportabile. Un uomo di trent’anni che stupra una ragazzina, comunque questa ragazzina si chiami o si vesta, commette lo stesso reato e procura lo stesso immendicabile dolore nella vittima. Nessuno, nemmeno un idiota, potrebbe affermare il contrario.

Perché facendolo, giudicando un reato e le sue conseguenze in base alla religione, al colore della pelle e al modo in cui veste o mangia la vittima o il carnefice, produciamo uno slittamento che, piano piano, diventa mostruoso e immendicabile quanto la violenza stessa: cancelliamo il reato. Non esiste più la violenza sessuale di un uomo su una donna, una ragazzina, ma un ipnotico affastellarsi di attenuanti o aggravanti, giochi di prestigio per abili avvocati o politici senza scrupoli. Le chiacchiere si accumulano, i commenti, le tirate per la giacchetta da una parte all’altra. Ma al centro, immobile e nuda, sanguinante, rimane quella donna, quella ragazzina. Io, mia sorella, la figlia del deputato leghista.

Non ce lo dobbiamo dimenticare. Perché la cosa più complicata, nel caso della violenza sulle donne, non è mai stato trovare il colpevole, ma non dimenticare mai che esiste una colpevolezza. Non dimenticare che la violenza non confina con niente, non è la conseguenza di qualcosa e non somiglia a nulla, tantomeno all’amore. La violenza è il marcio che sbuca da noi quando la vita ci costringe dentro spazi troppo stretti, e non ci consente niente.

Non è facile. Ci sono voluti molti anni prima che le donne riuscissero a ottenere una legge che interpretasse lo stupro come una violenza vera e non morale. Che imparassero a denunciarlo, a sopportare l’orrore dello scherno, a scriverne e a parlarne. È quindi intollerabile che xenofobia politici dissennati e stupidità senza aggettivi ci riportino in tempi nei quali si voleva far credere che le donne andassero difese dalle aggressioni dei barbari, dei Sabini. In questo modo evitando di dover controllare cosa succedeva nelle nostre case, tra padri e figlie, nei posti di lavoro. Rumeno violenta italiana. Rumeno violenta rumena. Italiano violenta marocchina... Per quanto vogliamo declinare questo girotondo dell’orrore prima di riuscire a dire che si tratta della violenza di un uomo su una donna, e come tale è intollerabile?

Pubblicato il: 06.06.08
Modificato il: 06.06.08 alle ore 12.12   
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« Risposta #40 inserito:: Giugno 21, 2008, 04:55:53 pm »

ESTERI

I Quindici hanno approvato all'unanimità la risoluzione che prevede azioni repressive contro i responsabili delle violenze contro le donne

Onu, il Consiglio di Sicurezza: lo stupro è come arma di guerra

La soddisfazione di Human Rights Watch: "E' un atto storico"

Rice preoccupata per il voto in Zimbabwe: "Elezioni non libere"

 

NEW YORK - Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condanna, nei termini più forti, l'uso dello stupro come arma di guerra, minacciando azioni repressive contro i responsabili delle violenze contro le donne. I Quindici, raccogliendo la proposta degli Stati Uniti, hanno approvato all'unanimità la risoluzione 1820, sponsorizzata da oltre 30 paesi tra cui l'Italia. I lavori del Consiglio sono stati presieduti dal segretario di Stato Usa Condoleezza Rice.

Il testo, minacciando indirettamente di portare i colpevoli di fronte alla Corte penale internazionale de L'Aja (Cpi), chiede "a tutte le parti coinvolte nei conflitti armati la cessazione completa e immediata della violenza sessuale contro i civili, con effetto immediato".

La risoluzione, definita dall'organizzazione non governativa Human Rights Watch un "atto storico", chiede al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon di preparare un rapporto (che verrà pubblicato entro dodici mesi dall'approvazione) per individuare "i conflitti armati dove la violenza sessuale è stata usata ampiamente o sistematicamente contro i civili".

A margine delle discussioni sulla risoluzione contro gli stupri in guerra, la Rice aveva partecipato anche ad una riunione informale sulla situazione in Zimbabwe, dove è stata espressa profonda preoccupazione per il prossimo ballottaggio presidenziale del 27 giugno. "Con le sue azioni il regime del presidente Robert Mugabe ha abbandonato ogni pretesa che le elezioni del 27 giugno potranno procedere in maniera equa e libera", aveva detto il segretario di Stato Usa.

Il Belgio ha chiesto che il Consiglio di Sicurezza si riunisca sullo Zimbabwe nei prossimi giorni. Ma l'ambasciatore Usa all'Onu Zalmay Khalilzad, in qualità di presidente di turno dei Quindici, ha detto che il Consiglio è diviso sulla richiesta del dibattito.

(20 giugno 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #41 inserito:: Giugno 23, 2008, 11:44:53 pm »

La nostra voce per Ingrid

Maurizio Chierici


Da sei anni e chissà quanti giorni alle 5 di ogni mattina la madre di Ingrid Betancourt parla per mezz’ora alla figlia attraverso una radio diversa da ogni altra: accoglie le voci di padri, mogli e dei prigionieri delle Farc. Raccontano piccole cose della vita normale. Gli amici che salutano. Come va la scuola. Notizie tristi quando non è possibile tacere, ma Ingrid non ha saputo dalla madre che il padre era morto poco dopo il sequestro. Yolanda Pulecio de Betancourt aveva supplicato le Farc di liberarla per il funerale. Silenzio. Qualche capo Farc deve averla informata chissà come, chissà quando. Le radio che parlano a chi non c’è si sono accese mesi dopo: chiacchiere che provano a consolare la solitudine di ostaggi alla deriva nella prigione verde. Lettere senza risposta. Il silenzio è una delle torture. Dopo 4 anni Ingrid finalmente riappare. Le sue pagine hanno attraversato ogni continente (non è ritornello d’occasione) ammirato per il coraggio di una donna che cerca la pace a mani nude. Lo strazio di una creatura solare ridotta a fantasma è la commozione che ha accompagnato l’immagine di un’Ingrid che sembra rassegnata, invece non lo è. La determinazione resiste anche se nelle pieghe del messaggio non nasconde lo strazio della lontananza.

Le si è sciolto il cuore ascoltando la voce dei suoi ragazzi più soli nel temporale dell’adolescenza. Li scopre consapevoli e maturi. Quel dolore che fa crescere in fretta.

Sono quattro giorni che Yolanda Pulecio de Betancourt racconta alla figlia la novità. «Un giornale italiano ti ha proposto per il Nobel. All’appello dell’Unità, giornale fondato da Gramsci, rispondono migliaia di persone. Non solo dall’ Italia: Spagna, Europa perfino dall’Amazzonia. Forse la tua vita sta cambiando…». Forse Ingrid ascolta; forse i carcerieri glielo nascondono impauriti dall’attenzione che trascende i giochi delle diplomazie e la volgarità di chi si affida autisticamente alla violenza. E il silenzio continua. Voci di voci rassicurano: non sta bene ma è viva. Nessuno sopporterebbe una risposta così nei corridoi di un ospedale, eppure la madre, la sorella e i figli della Betancourt non hanno scelta mentre i carcerieri lasciano filtrare le informazioni goccia a goccia, furbizia nera del tenere aperti i giochi del io ti do, tu mi dai. Usano come scudo innocenti dalle mani legate. Anche se la pioggia quotidiana delle notizie oscura la memoria, appena si riparla della Betancourt torna l’indignazione. Messaggi, telefonate.

La regione Toscana sta per annunciare un comitato di premi Nobel per concretizzare la proposta dell’Unità. Perché il Nobel per la Pace non è una medaglia alla vanità ma un viatico per liberare a chi non si arrende al tornaconto. Proposta che raccoglie la reazione di protagonisti consapevoli che la distrazione di tutti può spegnere le voci non distratte. Sarebbe viva senza il Nobel per la Pace Aung San Suu Ky, prigioniera nella sua casa in Birmania, anima della democrazia che non si è spenta e spaventa i militari consolando la speranza alla gente? E Rigoberta Menchu e Perez Esquivel? Ogni giorno centinaia di lettori e non lettori firmano l’appello. Potranno i carcerieri resistere alla pressione che si allarga? Lo sapremo. Qualcosa - strana coincidenza - improvvisamente comincia a muoversi.

Fra le adesioni tante domande, una ricorrente: come mai la proposta al Nobel arriva da un giornale italiano dopo sei anni di prigionia e quattro di silenzio ? Ingrid è un po’ francese e un po’ colombiana, allora perché al silenzio Farc si aggiunge la pigrizia di intellettuali e politici che la conoscono bene?

Da tempo sfogliavo le notizie dell’America Latina sperando di incontrare l’appello che ogni lettore ha subito colto non solo per il simbolo- Ingrid ma per isolare la crudeltà dei rapimenti e riscattare altri rapiti. Niente. Gli amici che frequentavano casa Betancourt, avenue Foch, Parigi anni 70, si chiamavano Gabriel Garcia Marquez o il Botero delle donne grasse. Ingrid ne ascoltava i racconti seduta al pianoforte. Gabriel Betancourt, il padre, era ambasciatore della Colombia all’Unesco dopo aver fatto il ministro dell’educazione. Nei gironi diplomatici di Parigi spuntava Pablo Neruda. Un giorno Ingrid bambina gli confessa: anch’io scrivo poesie. E ogni volta che Neruda si affacciava nel salotto Betancourt la cercava con gli occhi: dov’è la mia collega? Attorno a Gabo, Botero, Neruda il mondo latino saliva le scale di avenue Foch. Il tempo passa. La memoria tradisce. Hanno dimenticato che Ingrid è tornata in Colombia per fare una «politica» decente dopo l’assassinio di Galan, candidato alla presidenza con l’impegno da lei ripreso e allargato. Tanti colombiani l’hanno subito abbracciata. Bogotà non è solo la città della coca e dei colpi di mano. Accanto alla disperazione, l’attenzione di una borghesia coltivata che non misura la vita nel denaro. Capitale raffinata, caffè di «tertullas» dove gli avventori arrivano con poesie da leggere agli amici i quali devotamente ascoltano con nelle tasche versi e abbandoni da declamare subito dopo. Paese di scrittori affascinanti, amore per la letteratura che l’Europa sta perdendo. Eppure, silenzio. Paura della politica armata di Uribe, degli agguati Farc, del pericolo del mettersi nella vetrina-bersaglio dei narcos, dei paramilitari o della diffidenza dei mille latifondi che governano il paese. Chissà.

L’ambiguità si allarga all’intero continente. Tanto per ricordare gi scrittori del mito: Vargas Llosa non si espone per il Nobel degli altri quando da anni insegue il sogno dell’incoronazione. Carlos Fuentes sostiene di non credere, ormai, all’impegno sociale degli intellettuali: preferisce incensare chi vive nell’incenso. La prefazione alla biografia di Gustavo Cisneros, magnate che fa concorrenza a Murdoc nelle due americhe, fa capire come non abbia tempo di pensare alle Ingrid incatenate. Da Isabelle Allende alle scrittrici latine che ricamano i sentimenti con mani di fata, nessun segno d’attenzione. Troppo impegnate a rimbalzare da una fiera letteraria all’altra sventolando le bandiere della democrazia e della libertà. Piccolo mondo che si crede autosufficiente e orgogliosamente soddisfatto. È il silenzio di Garcia Marquez a suscitare inquietudine: narratore libero e solitario, possibile non abbia trovato il coraggio? Forse la stanchezza per la malattia che lo sfinisce. Per non parlare dei politici: muovono le pedine senza alzare gli occhi dal recinto sotto controllo. Mancanza di immaginazione o le cautele che il governare un paese esige quando la prigione si trova in un altro paese. Solo Chavez ha provato.

Ecco perché noi giornalisti ci siamo decisi ad affidare la liberazione di Ingrid alla volontà di chi ha buona volontà. Un giornale italiano sposa la causa con l’entusiasmo che è mancato nelle anticamere dei poteri lontani. Ma non è facile far capire il dramma di questa donna senza voce mentre le previsioni economiche disegnano una Colombia felice. Governo stabile, democrazia sicura, liberismo scatenato, mano d’opera che costa niente, guerriglia sotto controllo e lontana dalle città. L’altro ieri nell’incontro col presidente colombiano Uribe anche Miguel Angel Moratinos, ministro degli esteri di Zapatero, conferma l’ottimismo: «Ogni volta che torno in Colombia trovo un paese più prospero, più sicuro, più dinamico». Grande come Francia, Spagna e Portogallo, 42 milioni di abitanti seduti su miniere di platino e smeraldi, esporta petrolio ed é seconda solo al Brasile nel caffè, e bistecche e rose che volano ogni mattina negli Stati Uniti. Per i numeri un paradiso senza fame e senza miseria. Allora perché Ingrid rischia la vita pretendendo la giustizia sociale e la fine di una corruzione che impolvera di coca ogni scrivania? La verità è amara. Il 78 per cento dei colombiani scappa dalle campagne, baracche che stringono le città. Paura delle guerriglie della sinistra radicale e dei paramilitari armati dai 500 o mille grandi proprietari alleati al governo Uribe.

E le città diventano un inferno. Lo racconta Garcia Marquez in « Cronaca di un sequestro»: a Bogotà vengono rapite più di 80 persone al giorno. Rilasciate in poche ore dopo il pagamento, o svanite per anni. Ma sono i desplazados la catastrofe nascosta. Il governo minimizza, ma l’alto commissariato Acnur, agenzia delle Nazioni Unite, fa sapere che è il paese con più profughi interni al mondo: quasi 4 milioni accampati nelle favelas dove la violenza è scuola di sopravvivenza.. Un milione di contadini lasciano le regioni dove si combatte per attraversare (clandestinamente) le frontiere di Venezuela, Panama, Costa Rica. Disastro che minaccia il futuro: tre quarti dei senza casa, senza scuola, senza lavoro hanno meno di 18 anni.

I presidente Uribe distribuisce promesse con voce rotonda, ma è il cardine del sistema miseria. Ingrid era una mina vagante: contestava gli intrecci politica e paramilitari che allargano la corruzione; affrontava l’idiozia di una guerriglia da 40 anni convinta di risolvere l’ingiustizia sparando. Con la presidenza Uribe sono svanite le speranze di una soluzione umanitaria. Ha vinto le elezioni con Ingrid fuori gioco da poche settimane. Militarizza il paese, armi ai contadini. Cambia la costituzione e strappa un secondo mandato con la compiacenza della corte di suprema da lui appena insediata. Sta preparando la rielezione eterna, ma scivola sulle denunce dei paramilitari e dei re dei narcos. Trenta suoi deputati in galera, altri quaranta sotto processo, ministri che saltano, familiari scoperti con le mani nella marmellata. Debolissimo. Se Ingrid esce dalla foresta la sua voce può dar forza a chi pretende una vita quasi normale. Ecco perché la prigione non si apre. Il fantasma del Nobel imbarazza Uribe come le Farc. Vedremo cosa risponde.

Rispondono per lui giornali e Tv. Li controlla attraverso proprietari amici e incursioni poliziesche. Ogni anno in Colombia vengono uccisi più cronisti che in Iraq. Giornalisti che non fanno le veline. El Tiempo è il solo quotidiano. In ogni governo uno dei proprietari è sempre stato ministro. Adesso sono due, cugini Santos vice presidente e ministro della difesa. Anche i magistrati devono stare attenti. La Colombia non fa eccezione nella tradizione latina. L’ Europa comincia dall’ Italia. Ecco perché fra le lettere arrivate all’Unità da lontano, poche righe di Humberto Ak’abal, grande poeta Maya, vive in Guatemala dove l’angoscia non cambia. Ak’abal è poeta molto amato dai poeti.

Stanco, con la morte ormai vicina, Mario Luzi l’ aveva voluto presentarlo a Firenze. Non dimenticate la mia firma, si raccomanda. «La nostra America da molti anni è ferita nella sua dignità. Quanto dolore, quante sofferenze, quanta gente ha offerto il proprio sangue per cercare nuovi orizzonti. Quante voci soffocate nella nostra storia; quante persone imbavagliate per imporre il silenzio. Ingrid Betancourt è una delle vittime, simbolo delle vittime. Ecco perché sono convinto che meriti il Nobel. L’appoggio gridando la parola pace».
mchierici2@libero.it

Pubblicato il: 23.06.08
Modificato il: 23.06.08 alle ore 9.31   
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« Risposta #42 inserito:: Giugno 24, 2008, 04:38:53 pm »

L'INTERVISTA A Emma Bonino

«Sono innamorata e non rinuncio al Quirinale»

L'amicizia con Pannella: «Non abbiamo mai avuto complicazioni di tipo sentimentale o sessuale»

 

ROMA - «A sessant'anni sono innamorata. Lui non è un politico e non è italiano». Lo afferma Emma Bonino, vice presidente del Senato, in una intervista a 'Diva e donna' mercoledì in edicola in cui racconta la sua vita, il figlio mancato, l'amicizia con Pannella: «Marco è uno che a volte mi dà sui nervi», dice la senatrice del suo antico compagno di lotte dei Radicali.

MARCO - «Non sono mai stata innamorata di lui. E neanche lui di me. Per nostra fortuna non abbiamo mai avuto complicazioni di tipo sentimentale o sessuale. Ci siamo sempre voluti però all'interno di un rapporto di amicizia profonda che abbiamo coltivato e anche molto costruito. Spesso anzi, ci siamo imposti di 'volerci'. Lui a volte mi dà sui nervi quando mi ripete per la terza volta la stessa cosa. Di me non sopporta che io sia pragmatica, terra-terra».

QUIRINALE - Ricordando lo slogan 'Emma for president' e un sondaggio del 1999 che nel gradimento degli italiani la vedeva davanti a Carlo Azeglio Ciampi se la elezione diretta al Quirinale fosse stata possibile, la Bonino rivela di non considerare tramontato quel sogno di salire un giorno al Colle: «Per fare il presidente della Repubblica in Italia bisogna avere 80 anni. Io ne ho appena sessanta e dunque ho vent'anni di tentativi davanti. E poi sono cocciuta».


24 giugno 2008

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« Risposta #43 inserito:: Giugno 25, 2008, 05:08:46 pm »

2008-06-25 12:14

BONINO: IO FIDANZATA? UNA BUFALA, TEST SUGLI STEREOTIPI


ROMA - "Si tratta di una bufala, dovuta ad un dato di irritazione, oltre che da una riflessione che faccio da tempo sugli stereotipi al femminile". La vicepresidente del Senato Emma Bonino rivela a Radio Radicale la burla rifilata al settimanale "Diva e Donna" su un suo fidanzato straniero, rilanciata da diversi giornali che hanno scritto articoli sull'argomento.

 "Questo giornale - riferisce Emma Bonino - mi aveva chiesto una intervista alla vigilia del vertice Fao sui temi della nutrizione, dell'energia, della povertà. Mi sono puntualmente preparata su temi che seguo da tempo ed ho scritto un articolo. Il vertice è passato sotto silenzio anche da noi, perché assorbito dalla polemica sulla presenza di Ahmadinejad. Ho mandato questo testo, e a quel punto mi hanno chiesto una fotografia in casa. Ho accettato, anche se non lo faccio mai, e puntuale è arrivata la giornalista, e con lei le due domande inesorabili: come concilia la vita personale con la politica? A cosa ha dovuto rinunciare? Qual è il suo rapporto con Pannella? Arrivata a questa inesorabile domanda mi sono detta: o mi invento una lite con Pannella o mi invento un fidanzato".

"Mi sembrava - spiega Emma Bonino - la riproposizione tipica di uno stereotipo. E vedo che su questo oggi i quotidiani scrivono, importanti firme imbastiscono ragionamenti sociologici, fanno grandi ricerche d'archivio, mi telefonano". "E' un bel test sul giornalismo italiano, credo" commenta la vicepresidente del Senato dopo il successo della "bufala". 

da ansa.it
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« Risposta #44 inserito:: Giugno 25, 2008, 05:44:54 pm »

Melanie: «Il Nobel a mia madre Ingrid omaggio a tutti gli ostaggi civili»

Francesco Sangermano


«Che meraviglia! Grazie. Grazie, davvero. Non sapete quanto è importante tutto questo». Melanie Delloye Betancourt si apre in un raro sorriso mentre sfoglia le copie de l’Unità in cui campeggia in prima pagina l’appello “Un Nobel per la libertà”. Da sei anni e 110 giorni, era il 23 febbraio 2002, la sua vita è cambiata. E da allora, prima di tutto, lei è la figlia di Ingrid Betancourt. 22 anni, studentessa in sociologia a Parigi, riceverà stasera a Firenze il Premio Galileo destinato a sua madre «per lo straordinario impegno civile e la coraggiosa resistenza». Con quegli occhi grandi e neri, i capelli scuri e lisci sulle spalle la somiglianza con la madre è quasi impressionante.

Melanie, "l’Unità" ha lanciato la campagna per il Nobel a sua madre e sono arrivate adesioni da tutto il mondo. Che effetto le fa?
«È una cosa molto, molto emozionante. Questa lotta va avanti da tanti anni, le cose sono lente ed è facile dimenticare che mia mamma ed altri ostaggi sono lì. In molti preferiscono rimanere indifferenti. Questa iniziativa è più che importante per far capire che è l’ora di dire basta. Che adesso bisogna fare di tutto perché gli ostaggi tornino a casa. La verità è che sono tutti arrivati al punto che non possono più resistere e questa foto di mia madre (indica la prima pagina de l’Unità, Ndr) lo mostra chiaramente. Voglio veramente ringraziare l’Unità per questa iniziativa perché non è solo bella ma anche molto coraggiosa».

Pensa che sua madre meriti il premio Nobel?
«Mia mamma, prima di essere rapita, ha cercato di far cambiare le cose in Colombia combattendo contro la corruzione e per favorire la pace e il dialogo. Ora, nonostante tutti questi anni nella giungla, continua a pensare prima agli altri che a se stessa. E allora sì, per tutto quello che ha dimostrato prima e in questa situazione di difficoltà penso che meriti il Nobel. Anche perché quel premio è un simbolo e darlo a lei significherebbe darlo a tutti gli ostaggi che hanno sofferto per anni una ingiustizia più che terribile».

Quale è stato l’ultimo contatto che ha avuto con lei?
«A dicembre ci ha scritto una lettera incredibile. Una lettera per noi e per tutta la Colombia che dimostra la sua forza, la sua lucidità e la sua generosità. Fa capire che dimenticare è la cosa più terribile. E noi invece dimentichiamo nella vita di tutti i giorni quanto bello sia il privilegio di essere liberi».

E lei ha più avuto modo di comunicarle qualcosa?
«C’è un programma radio che si chiama “Le voci dal sequestro” che va in onda la domenica da mezzanotte alle sei del mattino e un altro dal lunedì al venerdì dalle 5 alle 6 di mattina. Possiamo usarli per mandare messaggi ai sequestrati. È l’unico modo che abbiamo per comunicare».

Sua madre può ascoltare questi messaggi?
«Sì, ce lo hanno detto gli ostaggi liberati e lo scriveva lei nella lettera. Ci diceva che è l’unica cosa che la fa rimanere in vita e le dà forza. Noi facciamo di tutto per aiutarla a resistere. È difficile immaginare veramente quello che stanno vivendo. Lì si può diventare pazzi. E la radio è l’unico contatto che hanno con la realtà che non sia giungla, armi e guerriglia».

Come è cambiata la sua vita dal giorno del rapimento?
«È cambiato tutto. Manca l’equilibrio, la sicurezza, c’è sempre una paura costante. Non penso a questo tutto il giorno, perché bisogna continuare a vivere. Ma dentro c’è sempre qualcosa che pesa e che è più che doloroso. E mi basta camminare per la strada perché qualcosa me la faccia tornare in mente. All’inizio non pensavo che questa storia sarebbe stata così lunga. Ma non possiamo perdere la speranza e smettere di lottare. Noi siamo liberi, loro no. Quello che vive mia mamma è un inferno».

Pensa di portare avanti le battaglie di sua madre?
«Non possiamo rimanere indifferenti a quello che succede in Colombia. Voglio aiutare il nostro Paese a trovare il cammino della pace e della libertà per tutti gli ostaggi. Questa guerra è orribile e bisogna trovare presto una soluzione. Però quello che voglio ora più di tutto è che mia madre torni. Per lei, per continuare la sua lotta. Quando tornerà sarà bellissimo. Non sarà la stessa madre e io non sarò la stessa figlia perché ci hanno tolto troppi anni. Ma a quel punto lavoreremo insieme. E io la aiuterò».

Cosa pensa delle Farc?
«Quaranta anni fa avevano un ideale. Oggi non si può accettare il fatto che abbiano ostaggi civili. Pretendono che siano prigionieri di guerra, ma i civili non hanno un’uniforme addosso. Non possono continuare a giocare con le vite umane. Se vogliono un riconoscimento internazionale ed hanno ancora un ideale della loro lotta lo devono dimostrare. C’è tanta attenzione su di loro, l’America Latina sta cambiando, la sinistra è più presente e se loro vogliono un futuro politico devono capire che serve fare un gesto di grande umanità. La liberazione di mia madre e degli altri civili sarebbe un gesto molto forte per tutto il mondo».

Il governo colombiano ha qualche responsabilità in tutta questa vicenda?
«Si, perché non capisco come il nostro presidente Uribe, che si dice così vicino ai suoi uomini e ai suoi soldati, li lasci morire lentamente da più di dieci anni in questa giungla. Loro hanno messo l’uniforme per combattere in nome dello Stato e quindi anche il governo colombiano deve riconoscere la sua responsabilità e fare in modo che tutti quelli che stanno nella giungla tornino a casa. È complicato, ma non così come le Farc o il governo colombiano vogliono far credere».

Cosa potrebbero fare Europa e Usa?
«In Europa le Farc sono nella lista dei terroristi. Serve continuare a fare pressione su di loro facendogli capire che se vogliono avere un riconoscimento e una credibilità politica devono liberare gli ostaggi. Quanto agli Usa, anche loro hanno tre ostaggi nella giungla da 6 anni. Spero che capiscano che il dialogo è necessario».

Se potesse mandare un messaggio a sua madre attraverso "l’Unità" cosa le direbbe?
«Che è la donna piu incredibile del mondo. E che è un grande privilegio averla come madre».

Pubblicato il: 25.06.08
Modificato il: 25.06.08 alle ore 9.20   
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